Arthur Schopenhauer
Buddha, Platone e Kant: sembra l’inizio di una barzelletta, ma sono i fondamenti della filosofia di Schopenhauer. Se l’idealismo tedesco aveva
raggiunto il suo culmine nel sistema hegeliano, Schopenhauer si colloca in una posizione contrastante, definendo i sistemi idealistici dei gusci
vuoti, volti ad un atteggiamento giustificazionista. La teoria della conoscenza di Kant (gnoseologia) sosteneva che quello che l’uomo conosce
è il fenomeno, conosciuto solo in base a forme a priori presenti nell'individuo che elaborano dati sensibili grezzi. Quello che conosciamo non è
la cosa in sé, secondo Kant, bensì la sua rappresentazione, come ci appare a noi, in base alle nostre condizioni a priori della sensibilità
(spazio e tempo) e dell’intelletto (12 categorie). Secondo Schopenhauer invece si può cogliere il noumeno attraverso un’autocoscienza resa
possibile dal fatto che noi siamo corpo e sentiamo la volontà, l’impulso, che pervade tutta la realtà e che la costituisce.
Il sistema schopenhaueriano è un esempio di filosofia sistematica, tutta costruita sull’idea di una realtà governata da una forza irrazionale e
priva di senso, la cui azione porta la vita ad essere uno stato di sofferenza.
Intorno alla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente
Uno dei testi più importanti di Schopenhauer è: “Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente”, in cui il filosofo analizza e sviluppa
il principio di ragion sufficiente, un concetto centrale nella filosofia occidentale. Il principio di ragion sufficiente, formulato da Leibniz,
afferma che nulla esiste senza una ragione del suo essere. In altre parole, tutto ciò che esiste o accade ha una spiegazione o una causa.
Questo principio è stato un punto di riferimento per molti filosofi, ma è stato interpretato e modificato in modi diversi.
La critica di Kant al principio di ragion sufficiente: Immanuel Kant ha “trasformato” il principio di ragion sufficiente. Secondo Kant, non
possiamo parlare delle “cose in sé” (noumeno, la realtà indipendente dalla nostra percezione) perché queste sono al di là della nostra
capacità di conoscenza. Possiamo invece parlare solo dei fenomeni, ossia della realtà come ci appare attraverso le nostre forme a priori
della conoscenza (spazio, tempo e categorie dell’intelletto). Per Kant, il principio di ragion sufficiente non riguarda l’essere delle cose in senso
ontologico (ciò che esistono in sé e per sé), ma in senso gnoseologico, cioè relativo alla nostra conoscenza: le cause sono il modo in cui la
mente organizza e comprende i fenomeni. Quando si dice che il principio di ragion sufficiente è di senso gnoseologico per Kant, si intende che
questo principio non si riferisce alla realtà in sé (cioè alla realtà indipendente dalla nostra mente), ma al modo in cui noi conosciamo e
organizziamo i fenomeni. Questo perché, secondo Kant, non possiamo conoscere le cose così come sono in sé (il noumeno), ma solo come
ci appaiono attraverso le nostre forme di conoscenza (i fenomeni).
Le forme pure della conoscenza: spazio, tempo e causalità: Per Schopenhauer, la nostra conoscenza si basa su tre forme a priori (cioè
presenti nella mente indipendentemente dall’esperienza):
• Spazio: serve per collocare i fenomeni in un luogo.
• Tempo: serve per collocare i fenomeni in una sequenza temporale.
• Causalità: serve per collegare i fenomeni, individuando una causa per ogni effetto. Cioè ci permette di collegare ogni
fenomeno a una causa e di capire il perché accade.
Queste tre forme sono ciò che permette all’intelletto di individuare e conoscere i singoli fenomeni. Spazio e tempo, in particolare, sono il
principio di individuazione, cioè il modo in cui distinguiamo un oggetto da un altro e come conosciamo i singoli enti.
Il contributo di Schopenhauer: Schopenhauer riprende questa idea kantiana ma la sviluppa ulteriormente. Egli ritiene che il principio di
ragion sufficiente si applichi non solo alla conoscenza del mondo, ma anche alle nostre percezioni corporee, che chiama affezioni. Quando
percepiamo qualcosa (ad esempio, dolore o piacere nel nostro corpo), sappiamo che questa percezione ha una causa e cerchiamo di
individuarla. Un contributo originale di Schopenhauer è l’idea che il principio di ragion sufficiente sia radicato nella nostra esperienza
corporea. Secondo lui le affezioni del corpo ci spingono a cercare una spiegazione. Ad esempio, se sentiamo dolore, sappiamo che deve
esserci una causa (una ferita, una malattia, ecc.). Questo rende il principio di causalità un’esperienza diretta e concreta, non solo una regola
astratta. In questo modo, Schopenhauer rende il principio di ragion sufficiente qualcosa di più vicino alla nostra vita quotidiana, legandolo al
nostro corpo e alle nostre percezioni.
Schopenhauer aggiunge che nel nostro corpo noi proviamo delle “affezioni” cioè delle modificazioni nei nostri organi di senso che sappiamo
essere collocate nello spaziotempo (sicuramente almeno nel tempo), e ne ricerchiamo le cause in quanto le percepiamo come effetti di
qualcosa: c’è una ragion sufficiente causa della loro esistenza. Partendo da una riflessione sulle affezioni del corpo, Schopenhauer riconduce
il principio di ragion sufficiente al principio di causalità, che costituisce una 3a forma a priori della conoscenza e nella quale sono riunite le
12 categorie kantiane. Tutta la Wirklichkeit, la realtà effettiva, è un insieme di effetti dei quali va trovata la causa (ci illudiamo, tra l’altro, che
ci sia più di una causa, ma non è così). Spazio • Tempo • Causalità
Schopenhauer assume una visione negativa del mondo fenomenico, sostenendo che il principio di ragion sufficiente basato sulla categoria
della causalità costringe l’uomo ad una realtà illusoria, facendoci credere che esistano enti (cause) che producono in noi degli effetti, ma è
tutto illusorio perché la realtà è un altra e ben diversa. Le forme a priori non danno luogo a una conoscenza autentica della realtà, impedendo
una conoscenza autentica del noumeno, perché concorrono al velo di Maya (dea che poneva un velo sugli occhi degli uomini che poi non
vedevano bene). La realtà coperta da un velo di Maya, termine sanscrito ripreso dalla filosofia indiana, e la nostra conoscenza di essa
sono illusorie. Questo passaggio dimostra un superamento della filosofia di Kant, che aveva ritenuto legittima la conoscenza del mondo nei
suoi fenomeni. Schopenhauer ritiene che il processo di conoscenza sia interno al soggetto, autore del mondo, quindi l’idealismo suo
crede che ogni conoscenza sia un prodotto della nostra mente, al di fuori della quale non esiste: va superata l'intuizione di sé, del proprio
bisogno e della propria volontà per capire che c'è un'unica volontà. Il sapere/intelletto è derivato dalla volontà ed è una sua rara
manifestazione, presente solo nell'uomo. Ogni filosofia dovrebbe rendersi conto che la conoscenza è illusoria.
Via di accesso al noumeno
Schopenhauer si allontana ancora da Kant, ritenendo possibile una via di accesso alla realtà noumenica tramite la dimensione corporea,
che nella filosofia kantiana era osservata solo in quanto fenomeno e che per S. permette di intuire la realtà effettuale. Nell’autocoscienza del
corpo è possibile riconoscere un rapporto di simultaneità tra le azioni del corpo e la volontà, da non intendersi come causa delle prime. Si
tratta di un’intuizione della volontà offerta dall’autocoscienza. Cioè, attraverso l'autocoscienza del mio corpo, ho la capacità di cogliere in
esso il desiderio e il bisogno di qualcosa, questi atti di volontà non precedono né causano i movimenti del corpo ma sono simultanei ad
essi: non c'è differenza tra fare e volere perché se si vuole qualcosa è necessario farla perché il volere implica l'azione, questo non è da
confondere con il dire che nell'avvenire vorrò fare qualcosa, perché queste sono soltanto riflessioni su possibili atti futuri. Una volta capito che
siamo solo manifestazioni della volontà, capiamo che volere e fare sono sincronizzati, perché sul piano dell'azione, per esempio, l'apparato
digerente è illusione/rappresentazione/concretizzazione della nostra volontà di mangiare, che a sua volta è manifestazione della volontà
universale, che è il principio di tutta la realtà. Azioni ~ Volontà → Noumeno
Secondo tale concezione, il volere e il fare costituiscono un momento solo, in cui i movimenti del corpo sono la manifestazione visibile e lo
specchio, di una forza invisibile, che è la volontà, appartenente alla dimensione reale e non illusoria, in questo senso il corpo è una porta che
permette il passaggio dalla dimensione illusoria a quella reale della volontà.
Un atteggiamento rigorosamente kantiano escluderebbe a priori una contemplazione del noumeno (e sarebbe considerato reale il fenomeno),
per tale motivo Schopenhauer si avvicina più alla filosofia platonica, richiamandosi ad un mondo sensibile ingannevole e ad uno ideale
contemplabile, anche secondo Platone infatti il mondo sensibile era un riflesso illusorio del mondo delle idee che era ontologicamente
superiore a quello fenomenico, e contemplabile soltanto attraverso gli “occhi della mente”. Sappiamo quindi che anche per Schopenhauer il
mondo sensibile è un'illusione che nasconde il noumeno, cioè l'autentica essenza di tutta la realtà, e questa essenza è la volontà,
che il soggetto umano può intuire mediante l'autocoscienza.
Metafisica e teoria della volontà
La volontà costituisce la pietra angolare di tutto il sistema schopenhaueriano, ed è una forza che si manifesta in tutta la realtà come
volontà di esistere. La natura di questa forza è inconoscibile perché si sottrae al principio di individuazione, non essendo un fenomeno (non
sta nello spaziotempo). Si parla della cosa in sé, un sostrato metafisico dell’intera realtà. Si può ravvisare in tutto il mondo fenomenico ma
non ha radice nella biologia né nelle cose inanimate: nel mondo animale e vegetale, la volontà di vivere si manifesta come tendenza
all’autoconservazione tramite comportamenti involontari (anche negativi, ma non solo, tipo la respirazione è anch'essa volontà di vivere),
dati dall’istinto di sopravvivenza. Per principio di analogia, la stessa forza agisce nel mondo inorganico, inanimato, come una volontà di
conservarsi nello stesso stato resistendo alle forze esterne che cercano di disgregare tutto. Per esempio, il cristallo si costituisce per la
volontà di vivere che gli è innata, l'unico principio dell'universo.
Si tratta di un impulso impersonale universale di tutta la realtà, il nucleo della realtà (noumeno) ed è un'attività, non una sostanza/res né una
razionalità. Questo impulso è: universale, impersonale, senza scopo, cieco, unitario/unico e irriducibile, inestinguibile, irrazionale, infinito,
inconscio, vediamo perché:
- cieco e senza scopo perché l'unica cosa che vuole fare è estendere sé stesso, perpetuarsi e mantenersi in vita
- irrazionale perché non ha motivi che giustifichino la sua esistenza
- unico perché sfugge al principio di individuazione perché non sta nello spazio o nel tempo
- inestinguibile perché le sue manifestazioni sono infinite e all'opera in maniera inestinguibile, quindi la volontà stessa deve esserlo,
vedi l'esempio della formica
- inconscio perché è inconsapevole di sé nelle sue manifestazioni, ad eccezione dell'uomo
Un esempio di volontà di vivere è quello della formica australiana, che se divisa in due, avrà due parti che continueranno a lottare perché
impulso di vita inconscio è così forte e irrazionale da preservarsi pure dopo la morte fisica.
Schopenhauer propone una metafisica della natura tale da costituire un completamento delle scienze naturali, argomentando l’esistenza di
forze naturali le cui cause sono apparentemente fenomenicamente inconoscibili, tali sono la forza di gravità o magnetica.
C'è una congiunzione tra fenomeno e noumeno? Si, abbiamo detto che essendo la volontà esente dal principio di individuazione, deve
essere unica, ma la molteplicità delle sue oggettivazioni è giustificata richiamandosi al concetto platonico del mondo delle idee, un insieme
di archètipi che indirizzino le diverse espressioni della volontà nel mondo fenomenico, ovvero modelli che essa può assumere, pur
conservando la sua unicità. Le idee sono molto vicine alla volontà e ne sono la prima oggettivazione, ma le idee sono molteplici e
organizzate gerarchicamente: idee umane, idee animali, idee vegetali, idee inorganiche. Il mondo fenomenico è una “brutta copia” di questo
mondo. Le idee non sono il vertice della realtà, la volontà lo è. In Platone questa gerarchia non c'era perché le idee non erano indipendenti tra
loro, qua si.
Pendolo tra dolore e noia
Il modello metafisico presentato porta Schopenhauer a concludere una visione negativa della vita. La volontà che vige sul mondo è esentata,
in quanto noumeno, anche dal principio di causalità (non ha una causa ) e si realizza quindi come una forza irrazionale e cieca, cioè priva di
ogni scopo se non quello di mantenersi. Il mondo fenomenico che ne deriva è segnato dalla violenza con cui ogni ente si conserva a
discapito degli altri. Il punto più tragico di questa condizione è espresso nell’uomo, che subisce le ripercussioni di questo ininterrotto
conflitto a causa della sua peculiare coscienza. Il desiderio derivato dall’azione della volontà porta l’uomo in una situazione di tensione
costante, quindi di dolore, perché si trova sempre ad avere desideri, bisogni, mancanze e questo gli provoca dolore. Il raggiungimento di un
desiderio conduce ad un appagamento solo momentaneo, che si dissolve presto diventando noia, dovuta all’assenza di un fine a cui
tendere. Quando quest’ultimo si ripresenta, nuovamente l’individuo ricade nel dolore. Desiderio ≡ Dolore → Appagamento → Noia
Per descrivere la vita umana Schopenhauer ricorre all'immagine di un pendolo, perennemente oscillante tra il dolore suscitato dal desiderio e
la noia che subentra non appena il desiderio sia soddisfatto. Quando un individuo raggiunge finalmente l'oggetto agognato, si placa infatti in
lui la sofferenza provocata da quella mancanza, ma questo effimero piacere seguono immediatamente la noia della quiete, e poi una nuova
sofferenza generata da un altro bisogno, da un'altra aspirazione; e il perpetuo meccanismo della volontà si rimette in moto. Tra l'altro, in tale
mondo noi siamo dannati che soffrono, ma anche diavoli che infliggono dolore agli altri (al contrario di com'è nell'inferno).
Le 3 vie per la liberazione dal dolore
Rispetto al mondo pessimistico dimostrato, Schopenhauer propone 3 vie di liberazione dalla condizione di dolore a cui l’uomo è sottoposto,
che consistono in un rifiuto della volontà, causa del nostro male, bisogna fuggire da essa, ma come? La soluzione più logica a una vita
infernale è il suicidio, ma Schopenhauer crede che la negazione della volontà non debba avvenire attraverso il suicidio, che decreterebbe la
sconfitta dell’individuo, bensì tramite le vie dell’arte/estetica o dell’etica. In particolare, il suicidio è l'affermazione e il trionfo della volontà
nella maniera più assoluta, perché dimostra come quell'individuo provi una forza di vivere e un desiderio talmente forte di cambiare la sua
condizione di vita da pensare a tali soluzioni. Per di più, i potenziali suicidi sono solo dei fenomeni, quindi manifestazioni illusorie della volontà
autentica, quindi sopprimendo il singolo fenomeno non si impatta in alcun modo la realtà vera.
1. La via dell'arte: Coerentemente con la concezione romantica, Schopenhauer ha una visione positiva dell’arte, identificata in una
contemplazione disinteressata, fine a sé stessa, del noumeno. Al contrario della scienza, che indaga la realtà fenomenica per comprenderla
(fine conoscitivo) e dominarla per poi farne uso, provocando nell'uomo un desiderio e quindi il dolore, attraverso l’arte è resa possibile una
contemplazione e intuizione del mondo delle idee, cioè la prima oggettivazione della volontà di vivere (si contemplano due mondi distinti e
con due obiettivi distinti). L'arte ha scoppio di godere della realtà delle idee senza secondi fini, è una contemplazione fine a sé stessa. La
contemplazione senza fini del mondo delle idee permette all'arte di sottrarsi alla sofferenza tipica del mondo fenomenico: l'arte permette una
temporanea estraniazione del soggetto da sé, capacità evidente in particolare nel genio artistico. Cioè, la distinzione tra oggetto e
soggetto svanisce e i due si fondono perché il soggetto si dimentica temporaneamente della propria corporeità e si perde nell'oggetto, il quale
occupa interamente la sua coscienza: l'oggetto si svincola dalla dimensione spazio temporale e causale e attinge alla realtà superiore. Questo
avviene sia per colui che fruisce dell'arte, ma soprattutto per chi la crea: l'artista è il genio dotato di sensibilità superiore che riesce a superare
le regole che gli sono imposte e impone a sua volta altre, tramutandosi in “specchio dell'essenza del mondo”.
LIn funzione del loro distacco dalla materialità e progressivo avvicinamento alla immaterialità del mondo delle idee, le arti sono disposte
gerarchicamente da architettura, a pittura, scultura, poesia [tra le arti materiali, questa è la sua preferita, e vede nella tragedia la più alta
manifestazione della poesia perché in essa si può cogliere la lotta della volontà con sé stessa e la migliore rappresentazione della condizione
umana, infatti è proprio questa che consente di accedere a qualcosa di più importante sul piano dell'universalità, in quanto la contemplazione
della tragedia implica la tendenza all'universalità, perché con la tragedia si rappresentano non solo delle storie, ma degli archetipi presenti
nel mondo delle idee, cioè riflessioni particolari della volontà. Non è solo la storia della guerra di Troia, bensì l'archetipo della guerra]. E
infine un posto importante è quello della musica, che essendo priva di materialità, è l’unica in grado di riferirsi direttamente alla volontà e non
a specifiche idee. La musica coglie l’irrazionalità pura della volontà di vivere senza che noi la conosciamo effettivamente: possiamo
contemplarla senza assecondarla (cioè senza rimanervi asserviti) e sospendere la nostra sofferenza.
L'arte resta però un “sedativo della realtà” perché terminata la contemplazione, il dolore ritorna come prima.
2. La via dell’etica: Per Kant, l'azione morale/virtù è determinata dall'imperativo categorico dettato dalla ragione alla volontà, ed
essendo la legge della ragione solo una legge data a noi stessi, l'uomo si rende libero quando segue tale legge, esso era un comando
universale presente in tutti. Per Schopenhauer, a differenza di Kant, l’intelletto si trova a essere asservito alla volontà, la sola ad essere
realmente libera in quanto sottratta al principio di ragion sufficiente, in tal senso l'uomo non è mai libero, solo nella misura in cui lo si considera
parte dell'unica volontà libertà. Bisogna capire che per Schopenhauer la ragione assumere un ruolo secondario rispetto alla volontà, che
prevale sulla ragione, che altro non è che una sua particolare manifestazione: generalmente la ragione è inconscia ma nell'uomo è razionale e
se l'uomo è determinato dalla volontà, che può essere razionale perché la ragione è al servizio di essa nel senso che, nel caso tipico
dell'uomo, la ragione viene usata da noi per dare dei motivi apparenti alla forza con la quale la volontà di vivere si manifesta in noi, allora è
possibile dire che il nostro agire è sempre determinato dalla volontà di vivere, nonostante la nostra razionalizzazione ci faccia pensare come
se noi effettivamente “vogliamo” qualcosa, quando è in realtà desiderio e voglia di vivere. Tutte le motivazioni supplementari razionali che
diamo al nostro agire sono solo delle motivazioni apparenti e illusorie, perché il solo fine della volontà e la volontà stessa.
Una vita etica di liberazione dal dolore può avvenire, anche se non come sosteneva Kant, a partire dal sentimento di compassione, che
permette il superamento della distinzione tra soggetto e oggetto perché induce a percepire le sofferenze altrui come se fossero le nostre.
Cioè si capisce che siamo tutti uguali rappresentazioni della volontà di vivere causa nostro dolore e questo ci spinge alla compassione. La
compassione induce l’uomo a riconoscere gli altri soggetti come suoi simili, vittime anch’essi dell’unica volontà.
- Un primo comportamento morale è la giustizia, con cui l’uomo pone un freno all’affermazione della sua volontà per evitare la
negazione di quella altrui. Ovvero, una virtù negativa che ci induce a non fare del male agli altri per limitare la loro sofferenza.
- In secondo luogo la compassione può motivare comportamenti di caritas, agápe che includono un impegno attivo volto al
benessere dell’altro, che culmina eventualmente nel sacrificio della propria vita, gesto contrario alla tendenza della volontà. Ovvero
una virtù positiva che spinge ad aiutare nella sofferenza. L’agápe è l’unico vero amore che esista, un amore etereo davvero,
perché disinteressato, che non persegue fini e va dunque contro alla volontà di vivere. Viene contrapposto all’éros, il sentimento
che si manifesta durante l’innamoramento che ci spinge a credere di amare qualcuno per i suoi valori, quando dietro a questo velo
si cela la brama sessuale data dall'istinto di autoconservazione e perpetuazione della specie dietro al quale sta la volontà di vivere.
L'amore è per Schopenhauer un subdolo caso della volontà di vivere che determinandolo porta l'uomo a credere in un'illusione
(perché questo è). L'amore è da condannare perché dando origine a nuova vita dà origine a nuova sofferenza. [2 sofferenze si
incontrano, poi 2 sofferenze si scambiano e infine 1 sofferenza si prepara].
Compassione → Giustizia, Agápe ≠ Éros
3. Via dell’ascesi: Carità e giustizia sono una negazione ancora limitata ad alcuni aspetti della volontà di vivere. La liberazione da
quest’ultima deve avvenire tramite una presa di coscienza della sofferenza intrinseca nel mondo ed una negazione della
volontà in sé e per sé stessa, (nn semplicemente delle sue manifestazioni e per fini specifici), negandone ogni manifestazione,
fino all’istinto di sopravvivenza, e raggiungendo la condizione di noluntas, cioè di assenza della voluntas, volontà. Si arriva
quindi ad un atteggiamento di ascesi, indipendente però da una dimensione trascendente tipica nelle religioni. In pratica, se ci si
allontana da tutti i piaceri materiali e non, ogni tipo di desiderio che si può avere, la volontà di vivere si annulla perché ad essa
subentra la noluntas, una sorta di nirvana con cui la realtà si tramuta in puro nulla come proprio estinzione della volontà. A questo
momento di ascesi sarebbe in teoria sufficiente che arrivasse un solo soggetto, in quanto l'annullamento della volontà in un singolo,
essendo la volontà unica, porterebbe a una condizione di nulla puro in cui la volontà è annullata del tutto.
Presa di coscienza → Noluntas ≠ Voluntas