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Volontariato

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Giuseppe Brondino

VOLONTARIATO
Il bene fa bene
Il materiale di questo libretto è lo sviluppo del capitolo
“Il Volontariato”, in: BRONDINO, Olistica e psicologia sociale,
GST, Alessandria, 2018.
INDICE
Presentazione..............................................................................5

Introduzione...............................................................................9

PROSPETTIVA PSICOSOCIALE...............................................10
Altruismo e senso di solidarietà................................................10

IL COMPORTAMENTO PRO-SOCIALE
E L’ALTRUISMO.......................................................................10
I fondamenti dell’esperienza sociale:
il bisogno di affiliazione.............................................................16

MOTIVI DI FUNZIONALITÀ....................................................19
1. Funzionalità difensiva............................................................19
[Link] di bisogni psicofisici....................................19
[Link] genetico-neuronali..............................................21
I neuroni specchio.....................................................................22
[Link] e comportamenti pro-sociali........................23
L’empatia..................................................................................26
Predisposizioni e comportamenti pro-sociali...........................27
Allora, esiste un “vero” altruismo?............................................32

I -IDENTIKIT DEL VOLONTARIATO


E DEL VOLONTARIO...............................................................37
Il volontariato............................................................................40
Caratteristiche del volontariato.................................................42
Aree di intervento del volontariato...........................................47

PROSPETTIVA PSICOLOGICA:
PSICOLOGIA E VOLONTARIATO...........................................50
Motivazioni al volontariato.......................................................50
Perché fare volontariato?..........................................................54
Effetti psicofisici del volontariato..............................................54

5
Volontariato, fonte di euforia e di buona salute.......................63
Sentimenti negativi...................................................................68

II - LO STILE DEL VOLONTARIO............................................71


TRE PROSPETTIVE...................................................................71
[Link] carta dei valori del volontariato.........................................71
[Link] profilo etico del volontario...............................................81

[Link] della responsabilità........................................................81


2. Etica del dono: è il dono che costruisce
la civiltà della solidarietà...........................................................81
[Link] dell’amore come servizio...............................................82
[Link] della formazione permanente.......................................82
5. Etica della profezia e della speranza.......................................83
[Link] prospettiva psico-sociale................................................83
Testa..........................................................................................84
Mani..........................................................................................88
Cuore.........................................................................................88
Spirito.......................................................................................89

III- SAPER LAVORARE INSIEME...........................................91


Il leader......................................................................................93
Funzionalità ed armonia............................................................95
Rischi........................................................................................96

Conclusione.............................................................................100

BIBLIOGRAFIA.......................................................................101

6
Presentazione
Il volontariato è una delle ossature della nostra vita sociale, a
molti livelli, ed è una delle risorse più interessanti da mettere
in circolo in modo sempre più efficace. É intreccio tra la gene-
rosità e l’istanza di bene che l’uomo porta in sé, i bisogni che
emergono attorno alla persona e segnano la società in cui si vive
ed occasione feconda per tradurre in concreto valori di vita che
altrimenti resterebbero in sospeso; agendo si approfondiscono
e si comprendono meglio proprio i valori stessi che spingono ad
agire. Ben venga il volontariato.

Il testo predisposto da fr. Giuseppe Brondino cerca di coniugare


la sua lunga esperienza di insegnamento di psicologia sociale,
di animatore di percorsi formativi a vario livello, di psicologo in
continuo dialogo con l’uomo ferito che cerca strade per un rin-
novamento di vita, con le esigenza della divulgazione dei conte-
nuti, perché non restino ad appannaggio degli esperti di settore,
ma possano essere fruiti da molti.
È un tentativo ambizioso, ma vale la pena di scorrere ogni
espressione del testo, sapendo che, mentre ci informa di alcuni
contenuti, anche ci “forma”, cioè concorre a dare forma più or-
ganizzata a quanto possiamo intuire o conoscere sulla ricchezza
del volontariato.
Come ogni testo che entra nel tema del volontariato, è aperto a
ricevere suggerimenti “volontari” da chi volesse contribuire ad
allargare la riflessione.

fr. Michele Mottura ministro provinciale

Torino, 8 luglio 2020

7
8
Introduzione
Il Volontariato si sta rivelando sempre di più come una valida
scuola di vita, a livello individuale e sociale, invitando alla con-
divisione delle proprie abilità e competenze ed alla costruzione
di relazioni sociali più vere e più profonde. Il volontariato è im-
portante perché è l’espressione concreta di una cultura fondata
sulla solidarietà e sulla gratuità. È un modello alternativo all’in-
differenza, alla prepotenza ed all’egoismo di oggi.
Ben vengano, allora, tutti gli sforzi tesi a creare una nuova via
del dono e della vita stessa.

Possiamo studiare il volontariato da diverse prospettive; quella


religiosa/spirituale, giuridica, sociale, politica, economica, per-
sonale, psicologica, ed altro ancora. Sono prospettive diverse,
ma che non si escludono a vicenda; anzi, sono complementari e
si arricchiscono reciprocamente di diverse sfumature, ciascuna
delle quali ha degli effetti riverberanti sulle altre.
Anche se parleremo del volontariato “ufficiale”, non dobbiamo
dimenticare il volontariato spicciolo e quotidiano, che trova la
sua collocazione in contesti locali, in opere parrocchiali, o all’in-
terno di conventi, e simili.
Nel nostro ambito, per volontariato intendiamo un insieme or-
ganizzato di azioni collettive, finalizzato alla realizzazione di
servizi altruistici e solidali. In quanto tale, rientra nella classe
dei processi associativi non istituzionali.

9
In questo libretto, ci soffermeremo brevemente sulla prospet-
tiva psicosociale dell’atteggiamento interiore, dello stile del vo-
lontario e delle dinamiche nei gruppi di volontari.

PROSPETTIVA PSICOSOCIALE
Lo studio dell’altruismo e della solidarietà rientra nel campo
della psicologia sociale, disciplina psicologica che studia i rap-
porti e le interazioni degli individui all’interno dei gruppi. Un
capitolo della psicologia sociale accademica è dedicato proprio
al comportamento pro-sociale e all’altruismo.

Altruismo e senso di solidarietà


L’altruismo solidale è il fondamento del volontariato. È la cor-
nice dei buoni rapporti interpersonali. L’altruismo gratuito e
volontario e la solidarietà sono le coordinate generali in cui si
inserisce in modo del tutto naturale il discorso del volontariato.

IL COMPORTAMENTO PRO-SOCIALE E
L’ALTRUISMO

“Questo sono io, e queste sono tre persone, a cui darò il mio
aiuto, ma deve essere qualcosa di importante, una cosa che non
possono fare da sole, perciò io la faccio per loro... e loro la fanno
per altre tre persone...”. Questa frase sintetizza il messaggio del
film “Un sogno per domani” (Pay It Forward). Il film, basato sul
libro “La formula del cuore” di Catherine Ryan Hyde e diretto
da Mimi Leder nel 2000, parla di Trevor (Haley Joel Osment),
un ragazzino di undici anni, intelligente e sensibile, che vive in
un modesto quartiere di Las Vegas con la madre ex alcolizzata,
Arlene (Helen Hunt). La donna durante il giorno lavora come
cameriera in un locale di striptease e casinò. Il padre, violento
ed alcolizzato, è sempre assente.
10
A scuola, durante una lezione del corso di scienze sociali, il pro-
fessor Eugene Simonet (Kevin Spacey) domanda in maniera
provocatoria alla classe: “Che cosa vuole il mondo da noi?”. Tre-
vor intuisce un modo molto concreto e spicciolo per migliorare
il mondo e comincia a compiere delle buone azioni, chiedendo
a chi le riceve di compiere a loro volta un importante favore ad
altre tre persone. Il suo primo favore è aiutare un povero tossi-
codipendente, che decide di ospitare in casa. Il tossicodipenden-
te a sua volta si sdebiterà aggiustando il motore dell’automobile
di Arlene. Arlene, ricevuto il favore dallo sconosciuto, decide
di aiutare sua madre, anch’essa alcolizzata e barbona, che non
vede da più di tre anni. E così questo meccanismo di “passa il
favore” prende vita e in breve tempo si espande a macchia d’olio
fino a raggiungere le più grandi città statunitensi. Un giorna-
lista, colpito dal fenomeno, decide di indagare per scoprire la
fonte di questa “catena della bontà”. Trevor, nel frattempo, in-
siste nelle buone azioni e, dopo aver capito lo stato di solitudine
in cui vivono la madre e il professore, decide di farli incontrare.
I due incominciano a frequentarsi, ma Eugene, che ha sempre
vissuto da solo portandosi nella mente e nel corpo i traumi di
un’infanzia segnata da un padre violento, al momento di strin-
gere un vero legame con la donna si defila. A peggiorare la situa-
zione c’è il ritorno del padre di Trevor, che rientra a casa e sfoga
il proprio carattere violento ed iracondo. Ma la mamma trova
la forza di cacciare il marito fuori di casa. Intanto il giornalista
incontra dapprima un ricco imprenditore, poi un delinquente
e, infine, giunge alla nonna di Trevor. Ben presto individua il
primo anello della catena della bontà in Trevor e decide di in-
tervistarlo. L’episodio permette a Eugene e Arlene di riunirsi,

11
concretizzando così la seconda buona azione di Trevor. Per rea-
lizzare il terzo favore, Trevor interviene in una rissa per difende-
re un compagno di classe, ma ha la peggio e muore accoltellato
dai bulli. Dopo la drammatica scena tutto il paese si reca davanti
alla casa del ragazzo: le tante candele accese diventano il segno
concreto di una apertura alla solidarietà.
La solidarietà serve, è funzionale. La solidarietà può cambiare
il mondo.

Michael Tomasello, psicologo italo-americano, in un libro sulle


origini del linguaggio umano (2009) scrive che la comunicazio-
ne umana è nata con finalità collaborative e di solidarietà. Le
straordinarie forme di organizzazione e di civiltà che caratteriz-
zano l’esistenza dell’uomo di oggi, le norme culturali, le leggi, le
istituzioni e simili non potrebbero esistere senza la tolleranza e
la fiducia, che sono probabilmente l’unico vero grande vantag-
gio evolutivo della specie umana. Anzi, anche la stessa comu-
nicazione è nata dalla cooperazione e dal bisogno di collabora-
zione. Solo in un secondo momento essa è diventata fonte di
depistaggio e di inganno.

In “Altruisti nati” (2010), l’autore sostiene che per istinto sia-


mo portati a cooperare e presenta i risultati di diversi studi di
laboratorio sul comportamento di bambini nelle prime fasi del-
la vita. I risultati dimostrano che i bambini di uno o due anni,
a differenza dei piccoli degli scimpanzé, sembrano più disposti
a mettere da parte il vantaggio individuale e ad aiutare gene-
rosamente il prossimo. “Mi schiero con Rousseau”, scrive To-

12
masello, “il filosofo che considerava gli esseri umani per natura
cooperativi e solidali ma poi corrotti dalla società. Anche se in-
tegro quella teoria con alcune critiche: sostengo che i bambini
si dimostrano collaborativi in molte situazioni ma non in tutte
perché ogni organismo deve avere anche un po’ di egoismo per
sopravvivere”. Per lui, i bambini sono capaci di prestare aiuto,
fornire informazioni e condividere con disinteresse disarmante.
Bambini tra i 14 e i 18 mesi, a contatto con un adulto che deve
affrontare un piccolo problema pratico, si attivano per aiutarlo,
ad esempio facendogli recuperare oggetti lontani dalla sua por-
tata o aprendo un armadietto, se l’adulto ha le mani impegnate.
Su 24 bambini presi in esame, 22 hanno offerto il loro aiuto al-
meno una volta. Ed immediatamente. Per lo psicologo, c’è nei
bambini una propensione spontanea a simpatizzare con qualcu-
no in difficoltà. Infatti, i bambini-cavia di Tomasello solidariz-
zano con un adulto a cui era stato strappato intenzionalmente
un foglio: “guardano la vittima con un’espressione partecipe”,
scrive l’autore. In un altro esperimento i bambini, ignari prota-
gonisti, si sforzano di dare indicazioni utili per aiutare un adulto
che ha perso un oggetto, fornendo una specifica forma d’aiuto
che solo i cuccioli d’uomo sanno fare, ovvero “condividendo le
informazioni necessarie”.

13
I bambini piccoli hanno un innato senso del “noi”. Dopo verran-
no le istituzioni, le norme, le tradizioni, i regolamenti, …: tutte le
“complicazioni”, più o meno necessarie, che conosciamo. Quan-
do i bambini perdano la primitiva innocenza e s’incattiviscano,
Tomasello non lo scrive, in quanto non fa più parte della sua
ricerca. Sta di fatto che i nostri cervelli con un potenziale di base
altruistico finiscono per farsi continuamente la guerra: proba-
bilmente perché empatia e spirito cooperativo si verificano solo
all’interno del proprio gruppo di appartenenza. L’animale uomo
tende a dimenticare che siamo tutti membri dello stesso “bran-
co”, e finisce per diventare un lupo per gli altri uomini, come
dichiarava Hobbes.
In una ricerca di Yarrow e Zahn-Maxler (1977), alcuni bambini
di un anno cercavano di aiutare o di confortare una persona che
piange o che sta male: dispiaciuti per il dolore dell’altro, posso-
no cercare conforto in braccio alla mamma. Nel secondo anno
di vita cominciano a confortare l’altro in modo rudimentale, ad
esempio, dandogli un leggero colpetto alla testa. E tale compor-
tamento si vede nella maggior parte dei bambini. Verso i 3-4
armi il comportamento prosociale è comune. Quindi, anche se
in diverse situazioni i bambini si mostrano egoisti e dispettosi,
altrettanto spesso presentano caratteristiche prosociali. “L’al-
truismo precoce, nei suoi limiti, è probabilmente autentico. Pia-
get sopravvaluta l’egocentrismo infantile: in certe circostanze
bambini di tre anni si comportano in maniera evidentemente
non egocentrica” (FLAVELL).

Insomma, noi siamo generosi ed altruisti per vocazione e per


istinto. Siamo portati a collaborare e ad allearci più che a scon-

14
trarci; siamo più disposti ad aiutare che a tradire. I bambini
piccolissimi, tra il primo e il secondo anno di vita, hanno una
tendenza naturale ad aiutare il prossimo, un sentimento non
indotto da condizionamenti sociali e culturali, non influenzato
dai desideri e dalle minacce dei genitori. Dopo qualche tempo
questo istinto originario si trasforma. Ed ecco come siamo da
adulti: un po’ meno angeli e un po’ più demoni.
Ferdinando Rossi (1960 - 2014), docente di neuroscienze all’U-
niversità di Torino, ritiene che il cervello umano si sia evoluto
proprio a causa e in funzione della sua capacità sociale.

F. Rossi C. Becchio

Per Cristina Becchio, ricercatrice di scienze cognitive a Torino,


la capacità umana di collaborare e provare empatia è scritta
nello sguardo. Analizzando gli occhi di novantadue primati, la
studiosa annota che quelli umani hanno caratteristiche uniche:
la sclera degli occhi umani è bianca e molto più grande di quel-
la degli altri primati, in modo che il contrasto con la pupilla fa
risaltare l’espressività. La sua ipotesi è che la dinamica stessa
dello sguardo umano faciliti l’empatia e la cooperazione: per gli
uomini lo sguardo ha un’importanza superiore rispetto agli altri
animali. I piccoli dell’uomo nascono molto più dipendenti e vul-
nerabili che non gli altri primati ed i primi lunghi sguardi di un
neonato sono soprattutto verso la madre. Questa dinamica dello
sguardo empatico rimane per tutta la vita e rimane un segno di
interesse e di legame: gli innamorati si fissano a lungo, attrat-
ti magneticamente dallo sguardo del/della partner, le persone
guardano a lungo le persone cui sono interessate, mentre per gli

15
animali lo sguardo fisso è un simbolo di aggressività. La solida-
rietà è un elemento costitutivo dell’uomo.

I fondamenti dell’esperienza sociale:


il bisogno di affiliazione

Per nascere, è stato necessario l’intervento di due persone, ma-


schio e femmina; per sopravvivere abbiamo l’assoluto bisogno
di qualche persona adulta che si prenda cura di noi. Per cre-
scere e per soddisfare i nostri bisogni fondamentali, fisiologici
e psichici, abbiamo bisogno degli altri. Da soli non potremmo
nascere, sopravvivere, svilupparci, soddisfare le nostre esigenze
e maturare. Noi nasciamo, viviamo e moriamo in un “ambiente
sociale”, in “gruppi” più o meno allargati. Ma non sono solo i
momenti fondamentali dell’esperienza umana a realizzarsi nel
gruppo. Per tutta la vita, in numerosissime situazioni quotidia-
ne, abbiamo bisogno degli altri.
Perché il bisogno di rapporto con gli altri? Perché vi è questo
forte bisogno di inserirsi nel gruppo? Perché il desiderio della
vita sociale? Aristotele definiva l’uomo un “animale politico”, un
animale sociale che vive in rapporto interpersonale. Possiamo
aggiungere che è un animale che vive “di” rapporto: e la qualità

16
di tale rapporto incide profondamente sulla qualità di tutta la
sua vita. Rapporti buoni e solidali rendono molto più facile e
gratificante il cammino; rapporti difficili e negativi possono ri-
velarsi un grave ostacolo.
In ogni cultura si ritrova questo “bisogno” più o meno esplicito
di “stare insieme”, di riunirsi, di collaborare, di celebrare, di ap-
partenere ad una certa struttura che possa garantire sicurezza,
stabilità e identità.
Molti autori considerano il bisogno di affiliazione come total-
mente innato. In altri termini, esisterebbe una specie di attra-
zione genetica che spinge i singoli individui verso gli altri in-
dividui della stessa specie: negli altri, ritroviamo una specie di
specchio biologico che ci restituisce la nostra immagine e di cui
non possiamo fare a meno. Per sostenere questa ipotesi, affer-
mano che il bisogno di affiliazione lo si ritrova in numerose so-
cietà animali, specie quelle altamente gerarchizzate.
Ad esempio, i leoni, i porcellini d’India, i degu e molti altri ani-
mali sono gregari e vivono in branchi più o meno allargati. Le
femmine dei leoni, quando hanno rapporti di parentela fra di
loro, in alcuni casi decidono di unire le cucciolate e dividere le
ore di caccia e le ore in cui si dedicano alla difesa ed al nutri-
mento dei cuccioli. Questa attitudine dei felini è a volte osserva-
bile anche nei gatti domestici.

Il bisogno di affiliazione prevede gesti di altruismo verso i mem-


bri più deboli del gruppo. I Pipistrelli Vampiro, ad esempio,

17
si organizzano in gruppi dai venti ai quaranta individui: se un
membro menomato del gruppo è costretto a rimanere nella
grotta per diversi giorni, un altro membro della comunità gli
dona parte del cibo che si è procurato, rigurgitandolo dalla pro-
pria bocca. In queste comunità di mammiferi esistono anche in-
dividui che cercano di sfruttare l’altruismo degli altri per “ren-
dersi la vita più facile”. In questi casi, il pipistrello sleale che ha
sfruttato i pipistrelli “altruisti”, alla fine non verrà più aiutato da
nessuno. Tali individui costituiscono un pericolo per la comuni-
tà e per se stessi.

Ma nelle società animali vi sono anche molti esempi di vita so-


litaria: il grillo ne è un ottimo esempio. Il pettirosso, che pure
accetta di vivere in gabbia con uccelli di specie diverse, non tol-
lera la presenza dei propri simili e addirittura cerca di aggredire
ogni pettirosso che viene introdotto nella sua gabbia. Delle nu-
merosissime specie di api attualmente conosciute, la maggior
parte vive in solitudine. Anche i criceti sono solitari e territo-
riali, soprattutto il criceto dorato: se se ne mettono due nella
stessa gabbia vi saranno violenti litigi ed aggressioni reciproche.
In natura, i criceti vivono in piccoli gruppi, ma in cattività le
dimensioni ridotte delle gabbie rendono la convivenza pratica-
mente impossibile.

La breve digressione ci porta a ridimensionare l’ipotesi dell’in-


natismo associativo ad ogni costo. Per questo motivo, molti psi-
18
cologi preferiscono parlare di acquisizione della socialità, o ad-
dirittura di “abitudine” alla socialità per finalità utilitaristiche,
sia per il singolo che per l’insieme della struttura sociale, per
quanto primitiva. In altri termini, l’uomo avrebbe “imparato”
l’importanza, l’utilità ed il piacere di stare insieme. Quindi, si
starebbe insieme per predisposizioni biologiche innate, accom-
pagnate e garantite da funzionalità operativa, dal desiderio di
soddisfare bisogni psicofisici profondi, da configurazioni neuro-
logiche, da una predisposizione all’altruismo.

MOTIVI DI FUNZIONALITÀ
L’altruismo presenta diversi aspetti funzionali e gratificanti. In-
somma, “conviene” essere buoni.

1. Funzionalità difensiva: ci si sente più difesi nell’ambito


del proprio gruppo. “Il numero fa la forza” . Un ramoscello lo si
può spezzare facilmente; 20, 50 o 100 ramoscelli messi insieme
presentano una resistenza molto maggiore.

[Link] di bisogni psicofisici.


Lo “stare insieme”:

- sconfigge la solitudine

19
-garantisce sicurezza psicologica e “consenso ideologico”

-aiuta a sopportare le situazioni ansiogene

-gratifica affettivamente:

-garantisce una più precisa identificazione personale:


l’altruismo garantisce un maggior senso di appartenenza. Come
il senso di appartenenza favorisce lo sviluppo dell’altruismo.

20
[Link] genetico-neuronali

Umberto Castiello ed i suoi collaboratori (2010) hanno usato


l’ecografia quadridimensionale per registrare cinque coppie di
feti gemelli in due determinati periodi, a 14 e 18 settimane. Le
registrazioni mostrano che fin dalla 14esima settimana di ge-
stazione i gemelli sono capaci di controllare i loro gesti, in base
alla loro direzione. Quando i due feti si toccano, si esplorano in
modo estremamente delicato, con una precisione molto mag-
giore di quando toccano sé stessi o la parete uterina. Tanto più
il movimento vuole essere preciso, tanto più viene rallentato per
calibrarlo meglio. È quanto è stato osservato quando un feto si
rivolge verso il gemello. In qualche modo, è consapevole del suo
vicino ed intende interagire con lui. Inoltre, questi contatti con
l’altro durano più a lungo e sono più accurati di quelli rivolti a
sé stessi. Anche i feti singoli acquisiscono lo stessa capacità di
controllo del movimento, ma in ritardo di circa otto settimane
rispetto ai gemelli.

Questo studio dimostra che il contatto è frutto di una precisa


pianificazione motoria. “Conteniamo già in noi la dimensione
dell’altro. E anche prima della nascita lo cerchiamo, in modo
più accurato rispetto a quando non ci rivolgiamo verso di noi”
(GALLESE). L’interesse per l’altro già nell’utero materno ci fa
pensare che siamo in qualche modo “progettati” per la socialità
e che le basi delle nostre interazioni interpersonali su svilup-
pano – o potrebbero svilupparsi - già diversi mesi prima della
nascita.

21
I neuroni specchio

I neuroni specchio, una delle più grandi scoperte delle neuro-


scienze di oggi, sono un sistema particolare di cellule nervose
motorie che si attivano sia quando compiamo un’azione, sia
quando la vediamo compiere da altri. Negli anni ‘90 un gruppo
di ricercatori dell’Università di Parma, coordinati da G. Rizzo-
latti, aveva scoperto i neuroni specchio nei macachi. Studi più
recenti hanno dimostrato la loro esistenza anche negli esseri
umani: le aree cerebrali deputate al movimento neuromuscola-
re vengono attivate non solo quando compiamo un gesto, ten-
dendo i nostri muscoli, ma anche quando osserviamo altri che
lo fanno. Questi nuovi dati aiutano a comprendere i meccanismi
imitativi, per cui ci si prepara dal punto di vista sia fisiologico
sia corticale a compiere un’azione semplicemente guardando i
nostri simili.

Ai neuroni specchio è legato il meccanismo dell’empatia. Marco


Iacoboni, autore de: “I neuroni specchio: come capiamo ciò che
fanno gli altri” (2008), scrive che nella corteccia motoria esi-
stono due tipi di neuroni specchio: quelli che riconoscono una
determinata azione – ad esempio, afferrare una tazza di caffè - e
quelli che riconoscono l’intenzione del gesto. Afferrare la taz-
za per bere è diverso dall’afferrarla per sparecchiare. Il tipo di
gesto ed il contesto – ad esempio, la tavola preparata piuttosto
che disordinata – permettono a questi neuroni di attivarsi sulla
base dell’azione prevista. La quantità di neuroni specchio che si
attivano per cogliere l’intenzione è maggiore di quelli che si at-
tivano per l’azione. In altri termini, il nostro sistema sembra più

22
sviluppato per cogliere le intenzioni altrui che non le azioni pure
e semplici. Questa scoperta dimostra che noi siamo in grado di
capire immediatamente quello che un altro fa o ha intenzione
di fare. Non c’è bisogno di nessuno sforzo per immedesimarci
negli altri e comprenderli. Si tratta di un meccanismo che si è
mantenuto e perfezionato perché si è rivelato vantaggioso a li-
vello evolutivo. In altre parole, anche la biologia ci avrebbe sele-
zionato per essere animali sociali.

[Link] e comportamenti pro-sociali

Altra motivazione fondamentale alla solidarietà: l’uomo tende


a comportarsi in modo altruistico e pro-sociale perché è buono.
Contrariamente alle ipotesi che vedono l’uomo profondamen-
te cattivo ed egoista (chi non ricorda Hobbes: “Homo homini
lupus”?), altri studiosi affermano il contrario. Michael Toma-
sello, ad esempio, presenta l’ipotesi che l’uomo è affiliativo e
ricerca la compagnia dei simili perché è “buono”. Ama essere
altruista, perché questa è la sua vera natura. È buono per natu-
ra. Quindi, una delle motivazioni profonde di questo bisogno di
socializzazione, di contatto e di rapporto con gli altri potrebbe
essere che l’uomo, nonostante gli innumerevoli episodi di catti-
veria e di crudeltà individuale e collettiva, sia sostanzialmente
buono ed aperto al contatto. Anche se l’egoismo ed i propri in-
teressi stanno al primo posto, ci accorgiamo che molti compor-
tamenti pro-sociali non sono affatto rari, anzi ... “Perfino nella
nostra società è abbondantemente dimostrato che la maggior
parte delle persone, quando si trova di fronte a qualcuno in dif-

23
ficoltà è pronta ad intervenire se le circostanze lo permettono”
(M. HOFFMAN, 1975). Non parliamo solo di grandi gesti eroici
di altruismo; parliamo anche e soprattutto dei piccoli gesti quo-
tidiani di bontà: lasciar passare una persona nella fila, cedendo
il proprio posto; regalare caramelle o piccoli oggetti, fermarsi
a consolare un bambino che piange, accarezzare un gattino, un
atto di cortesia, un sorriso, un piccolo dono ... Ti accorgi di aver
perso il portafogli con tutti i documenti e qualcuno ti telefona
per avvisarti che lo ha ritrovato e chiede come fartelo riavere.
Viaggi per una strada solitaria di campagna e vedi una macchi-
na con il fumo che esce dal cofano ed il guidatore che ti fa dei
gesti disperati. Istintivamente ti fermi, nonostante i tuoi impe-
gni. Una signora anziana scivola sul marciapiedi e subito viene
attorniata da numerosi passanti che si preoccupano per il suo
stato e si rendono disponibili per aiutarla... Tali gesti, peraltro
frequenti e doverosi, appartengono all’area della pro-socialità.

Per “comportamenti pro-sociali“ intendiamo tutte le azioni com-


piute allo scopo di aiutare gli altri. Questa descrizione è molto
ampia e comprende ogni atto che tende a recare dei benefici agli
altri, anche se è motivato da un ritorno o da gratificazione per-
sonale. Un comportamento pro-sociale che non guardi al pro-
prio interesse è quello che noi definiamo altruismo. Il compor-
tamento pro-sociale è come il fondamento stesso dell’altruismo;
ne è il suo primo gradino. L’altruismo si colloca ad un gradino
superiore e guarda soprattutto al bene degli altri.
Hoffman (1975) scrive che è completamente infondata l’idea oc-
cidentale che tutti i comportamenti altruistici si possano spiega-
re con motivazioni puramente egocentriche: per lui, l’altruismo
24
è provocato da un primitivo sentimento di dolore davanti al do-
lore altrui. Si tratterebbe di una risposta empatica, osservabile
già nella primissima infanzia e probabilmente innata. I neonati
dei reparti di maternità si agitano e si mettono a piangere in ri-
sposta al pianto di un altro neonato, molto più spesso che non in
risposta ad altri forti rumori. Questa risposta di dolore empatico
sarebbe così intensa da indurre i bambini a soccorrere gli altri
ed aiutarli, o sollevarli dalle loro sofferenze.

Non si tratta di vera “empatia”, in senso stretto - scrive Hoffman


- ma è la prova di un precursore primitivo dell’empatia: “C’è una
tendenza umana di base a rispondere ai bisogni delle altre per-
sone, non solo ai propri”. Hofmann respinge la teoria biologica
che vede nell’altruismo un “egoismo dei geni” che cercano di
conservarsi, stimolando l’individuo ad aiutare i consanguinei
che hanno quei geni in comune con lui. Quindi, vi può essere
una base biologica di una disposizione all’altruismo. “La sele-
zione naturale esigeva che gli esseri umani evolvessero come
creature disposte ad aiutare, soccorrere e proteggere gli altri in
pericolo”, oltre che a provvedere ai bisogni personali. Secondo
Hoffman, il meccanismo innato che sta alla base dell’altruismo
è “l’empatia”, da lui definita come la capacità di provare qualco-
sa che corrisponda più alla situazione dell’altro che alla propria.
Ovviamente, questo atteggiamento è puramente embrionale,
agli inizi. Sarebbe assurdo pretendere sentimenti di generosità
anche nei primissimi mesi di vita. L’empatia si sviluppa e si ar-
ticola con l’andar degli anni.
I bambini più grandi possono sentirsi coinvolti dalle condizioni
di vita di un’altra persona: capire, ad esempio, che la sua sof-
25
ferenza può essere cronica, o rendersi conto che il suo males-
sere può derivare dall’appartenenza ad una categoria oppressa.
Quindi, molti studi propendono a concludere che il comporta-
mento altruistico sia piuttosto frequente, nonostante la freddez-
za abituale nei rapporti quotidiani. È significativo infatti che in
molte occasioni – ad esempio, in calamità collettive, quali terre-
moti, nubifragi, carestie … - cada la barriera difensiva e possano
emergere atti di altruismo gratuito e di calore che si pensavano
del tutto scomparsi. La stessa indignazione che sperimentiamo
spontaneamente quando veniamo a conoscenza di gravi atti di
egoismo (quali, ad esempio, il lasciar morire una persona colta
da malore o ferita per strada, e simili) rivela la presenza di que-
sto “bisogno di altruismo”.
Del resto, aiutare può essere remunerativo e gratificante in mol-
ti modi. Lo si può considerare un investimento per il futuro.
Aiutando gli altri possiamo ottenere approvazione sociale, un
certo “potere” sociale od influsso (le persone che si rivolgono a
chi le può aiutare, riconoscono una loro implicita superiorità),
la coscienza di “essere buoni” e, di conseguenza, una maggior
autostima.

L’empatia
Oggi si parla molto di empatia. Essa non è la “simpatia” e si di-
stingue da essa per un certo “distacco”. Mentre la simpatia è
sentire profondamente i sentimenti dell’altro, come se fossero
i propri, l’empatia sente profondamente i sentimenti dell’altro,
li comprende, ma li guarda con un certo distacco. Distacco che
non è freddezza o indifferenza, ma uno spazio interiore che per-
mette di vedere meglio i problemi e trovare soluzioni più funzio-
26
nali. Quando si è presi profondamente dai problemi di un’altra
persona, è difficile rimanere distaccati ed obiettivi, e si rischia
di sbagliare nel valutare e nell’affrontare le situazioni. Un’in-
fermiera che si lasci coinvolgere emotivamente dalla situazione
di una malata, ad esempio, rischia di non riuscire a cogliere il
contesto nella sua reale consistenza, e di sbagliare diagnosi e
terapia.

(So esattamente come ti senti)

Predisposizioni e comportamenti
pro-sociali

Già abbiamo descritto i “comportamenti pro-sociali“ come tutte


le azioni compiute allo scopo di aiutare gli altri.

Daniel Batson (classe 1943) ha dedicato molti anni nelle ricer-


che sull’altruismo e l’empatia ed è considerato un esperto in
questi campi. Cercando di verificare con vari esperimenti se il

27
comportamento pro-sociale sia motivato da preoccupazioni al-
truistiche oppure egoistiche, ha concluso che esiste una correla-
zione positiva fra empatia e comportamento pro-sociale. In altri
termini, la motivazione altruistica corrisponde all’empatia, che
suscita preoccupazione per il benessere altrui.

L’ipotesi centrale su cui si fonda la prospettiva di Batson è che


i soggetti che avvertono un senso di disagio di fronte ad un’e-
mergenza, agiscono in risposta alla situazione specifica, mentre
i soggetti che provano delle preoccupazioni empatiche agiscono
in maniera altruistica, indipendentemente dalle caratteristiche
della situazione.
L’altruismo è un profondo valore umano, sentito come impor-
tante per il singolo e per tutta la comunità. In altre parole, l’uo-
mo è predisposto per fare del bene e si sente bene quando aiuta
gli altri. È parte della sua natura. È predisposto a impegnarsi
nel “volontariato”. Una macchina funziona bene e rende quan-
do vengono seguiti i libretti di istruzione. Noi, per funzionare
bene ed essere soddisfatti, dobbiamo “seguire il nostro libretto
di istruzioni”: essere empatici e solidali.
Batson, pur ammettendo che le persone in molte situazioni aiu-
tano gli altri per motivazioni puramente egoistiche, sostiene che
esiste anche un altruismo puro, quello che emerge quando pro-
viamo una profonda empatia per la persona bisognosa d’aiuto.
Quando, cioè, sperimentiamo la sofferenza che la persona sta
vivendo. Nel caso che non si stabilisca questo legame di empa-
tia, allora subentra la convenienza e lo scambio sociale. Del re-

28
sto, possiamo distinguere nettamente tra finalità e conseguenze
del nostro comportamento. Se comportandomi in modo altru-
istico ottengo anche delle gratificazioni personali, non è detto
che io faccia del bene solo per ottenere tali gratificazioni. Faccio
del bene per fare del bene – questo è il vero scopo del mio agire
–, e ben vengano tutte le soddisfazioni personali che ne possono
derivare come conseguenza collaterale.
È constatazione comune che alcune persone si dimostrano più
altruistiche di altre. Le cause possono essere diverse.
Gli psicologi si sono interessati alle qualità che portano un in-
dividuo ad aiutare gli altri nelle varie situazioni. Alcuni di essi
hanno parlato di “personalità altruistica”, tout court, e ne hanno
tratteggiato il profilo. Fra i motivi che stanno alla base delle ri-
sposte altruiste vi possono essere:
-  il senso del dovere morale
-  l’empatia
-  la reciprocità
-  l’aumento dell’autostima
-  i riconoscimenti sociali.

All’opposto, tra i motivi che ostacolano le risposte altruistiche,


possiamo citare:
-   lo stress
-   il pericolo
-   la mancanza di tempo o il timore di perdere troppo tempo, la
fretta
-   le perdite materiali
-   la scarsa competenza
- il timore di essere mal giudicati per il soccorso inadeguato.
Fra queste, la fretta e il timore di non avere tempo sufficiente a
disposizione sono le ragioni più spesso invocate per giustificare
il mancato soccorso in caso di bisogno. In molte situazioni della
vita, la gente ha fretta: e aspettare è un’esperienza frustrante. La
disponibilità a sacrificare il proprio tempo per una persona che
ha bisogno di aiuto può essere interpretata come atteggiamento

29
di generosità. È un grande dono dedicare il proprio tempo.
Anche l’aspettativa di eventuali conseguenze negative riduce
notevolmente il comportamento altruistico.

In realtà, i tratti di personalità non sono l’unica determinan-


te del comportamento. È necessario considerare anche i fattori
situazionali e le pressioni ambientali. Diverse ricerche hanno
mostrato che individui che personalmente avrebbero dovuto o
potuto aiutare di più, si comportavano meno altruisticamente di
altri, a seconda delle situazioni. La personalità quindi pare non
essere la componente fondamentale dell’altruismo.
Ci sono anche altre differenze.

Differenze sessuali, ad esempio. Secondo antichi stereotipi,


gli uomini sarebbero maggiormente predisposti a prestare aiuto
in azioni eroiche e cavalleresche, mentre le donne in situazio-
ni di volontariato o assistenza domiciliare. Diversi studi han-
no confermato che gli uomini sono nettamente più propensi ad
aiutare anche persone sconosciute, mentre le donne si mostra-
no più prudenti e, talvolta, diffidenti.

Differenze culturali. Si potrebbe ipotizzare che gli individui


appartenenti a culture collettiviste abbiano maggior probabilità
di sviluppare un comportamento altruistico. In realtà, le perso-
ne di ogni cultura aiutano con maggior frequenza i componenti
del proprio gruppo, più che non gli altri. I fattori culturali in-
fluiscono sulla forza dei confini di demarcazione tra queste due
aree dei gruppi.

30
Differenze di umore: Quando si è contenti e soddisfatti, è
molto più facile comportarsi cordialmente con gli altri ed aiu-
tarli. Infatti:
-quando siamo di buon umore, tendiamo a vedere di più gli
aspetti positivi degli altri e della vita;
-aiutare gli altri aumenta le nostre sensazioni positive: ci si sen-
te “a posto” con la propria coscienza e con i dettami delle pro-
prie credenze religiose;
-lo stato d’animo positivo accresce la quantità di attenzione pre-
stata ai propri sentimenti, e quindi anche ai nostri valori, tra cui
l’altruismo. Si tende ad essere più buoni quando si è felici.

Ambiente rurale o urbano: Le persone che abitano in pic-


cole città o ambienti rurali sono più portate ad aiutare gli altri.

Le determinanti situazionali: Anche la situazione sociale


in cui ci si trova ha il suo peso. Alcune situazioni sono più favo-
revoli alla manifestazione di sentimenti altruistici ed empatici,
ed altre di meno. Ad esempio, diversa è la situazione in cui ci si
trova da soli con il bisognoso; altra è quella in cui vi sono molte
persone, percepite come testimoni o giudici del nostro operato.
Bibb Latané e John Darley (1968) riassumono le difficoltà ad in-
tervenire a favore di terzi in presenza di altre persone con que-
ste possibili motivazioni:
- si teme di esporsi alla ribalta, col rischio di fare brutta figura
(magari non c’è alcun bisogno di intervenire, oppure si realizza
l’intervento sbagliato o in modo inadeguato);
- la responsabilità di intervenire è implicitamente suddivisa tra
tutti i presenti, di modo che nessuno si sente obbligato ad inter-
venire personalmente.
- Si pensa che se gli altri non intervengono, non vi è bisogno di
farlo noi;
- Tendono ad aiutare di più le persone che sentono di avere il
controllo della propria vita e che sentono meno il bisogno di ap-
provazione sociale.

31
- Inoltre, uno stato d’animo positivo - anche solo temporaneo
e provocato da qualsiasi motivo - favorisce i comportamenti
“pro-sociali”. Effettivamente, ci è sempre stato insegnato che bi-
sogna essere buoni per essere felici. Oramai lo sappiamo: questa
è solo una mezza verità. L’altra parte suona: occorre essere felici
per essere buoni.

Queste ed altre interpretazioni riduzionistiche, più che negare


l’esistenza ed il substrato bio-sociale dell’altruismo, evidenzia-
no le possibili contaminazioni presenti nella intenzione del sog-
getto o nel suo comportamento. Ma anche la mescolanza più
tortuosa di motivazioni spurie non nega la presenza di una mo-
tivazione più profonda e più vera all’altruismo.
Non è quindi infondata l’ipotesi di un profondo bisogno di al-
truismo: bisogno che avrebbe basi filogenetiche e che sarebbe
rinforzato da condizionamenti etici, sociali e religiosi. Ci si sen-
te bene quando ci si è comportati bene; e ci si comporta bene
quando “ci si sente bene”.

Allora, esiste un “vero” altruismo?


Purtroppo, è difficile il poter verificare sperimentalmente se la
motivazione sia egoistica o altruistica. Il coinvolgimento em-
patico presuppone la disponibilità ad assumere la prospettiva
della vittima ed a condividerne le sofferenze; al tempo stesso
la riduzione della sofferenza della vittima attenua i sentimenti
negativi in colui che presta aiuto, il quale abitualmente si sente
sollevato. Allora, è altruismo o egoismo? Raccontano che Di-
sraeli, convinto assertore dell’egoismo onnipresente, stesse di-
scutendo con un suo amico, fautore dell’altruismo innato. Un
porcellino si era intrappolato in una staccionata e grugniva do-
lorosamente. Subito Disraeli andò a liberare il povero animale;
al che, l’interlocutore gli fece notare il suo atto di altruismo. “In
realtà, ho liberato il porcellino perché mi davano fastidio i suoi
grugniti – fu la risposta del grande statista –. L’ho fatto quindi

32
per un tornaconto personale, per evitare di essere disturbato”.
Altruismo o egoismo?
Molte persone sono convinte che l’altruismo vero e genuino non
esista: tutti i gesti di bontà, di solidarietà e di attenzione agli al-
tri non sarebbero che una leggera patina superficiale, sotto cui si
nasconde un profondo egoismo. In realtà, l’affermare che l’uo-
mo sia sostanzialmente egoista ed incapace di altruismo è un
assioma, una concezione della natura umana non documentata
scientificamente, esattamente come quella di credere che l’uo-
mo sia solo buono ed altruista. Probabilmente, la verità sta nel
mezzo: noi siamo composti sia di bene che di male; siamo capa-
ci sia di bontà che di cattiveria. Il comportamento dell’uomo è
orientato sia verso se stesso che verso gli altri. L’uomo si dà da
fare per il proprio benessere personale, per un egoismo più o
meno illuminato; ma si attiva anche per aiutare gli altri.
Il desiderio di essere utili agli altri - quello che potremmo de-
finire il “motivo dell’altruismo” - si manifesta già nella prima
infanzia. Anche se talvolta aiutiamo gli altri solo per attenua-
re il nostro senso di colpa alla vista delle sofferenze altrui, non
sempre è cosi. Se il vero motivo fosse solo questo, sarebbe molto
più facile ignorare le sofferenze, guardare da un’altra parte ed
allontanarsi rapidamente.
Bisogno di fare bella figura? Se la motivazione fosse questa,
saremmo più disposti a fare gesti di bontà quando qualcuno ci
osserva. Ma gli studi e gli esperimenti dimostrano esattamente
l’opposto.
C. Daniel Batson, già citato poco sopra, era partito dal presup-
posto che il comportamento pro-sociale fosse motivato princi-
palmente da un tornaconto personale. Da egoismo, insomma.
Dopo una decina di anni dedicati allo studio sperimentale del-
le risposte empatiche, cambiò idea: “Mi sembra proprio che il
grosso delle prove sperimentali vada nel senso dell’esistenza di
un autentico altruismo”.
Anche altri autori sostengono che il comportamento altruistico
sia molto più frequente di quanto non si pensi. Secondo Ber-

33
kowitz (1970), alla base del comportamento altruistico e disin-
teressato vi sono sia norme sociali esterne che norme interio-
rizzate di condotta. L’individuo può benissimo non seguire tali
norme, senza tuttavia abbandonarle completamente. Nel suo
intimo “sente” qualcosa che lo infastidisce e lo disturba, se non
si comporta in base alle norme apprese. Prova ne sia il rimorso
che molti individui sperimentano quando non aiutano gli altri
in caso di bisogno. In molti casi, si tratta di senso di colpa provo-
cato dal non aver seguito le regole morali apprese nell’infanzia;
ma in molti casi si tratta di un malessere che nasce da un con-
fronto immediato con la persona in difficoltà. Il comportamen-
to altruistico, quindi, non sarebbe così raro, anche se è difficile
riscontrare spesso “l’altruismo dei santi”. Giovanni Belluardo in
“Ognuno sta solo? L’io è l’altro: altruismo e aspettativa d’iden-
tità” (2006) fa notare che l’io e l’altro sono come la figura e lo
sfondo in una stessa immagine: non possiamo definire la rela-
zione del soggetto con se stesso senza considerare la sua rela-
zione con l’altro. Il fenomeno “altruismo” che emerge dalla sua
ricerca con 800 soggetti non appare correlato con l’età, il sesso,
il livello di istruzione, la professione degli intervistati. L’azione
altruistica per essere tale deve essere “disinteressata” – gratu-
ita - e svilupparsi all’interno di relazioni senza storia e senza
aspettative di reciprocità. Essa acquista un suo significato nella
vicinanza empatica, in condizioni di libertà e di “fuga facile”.
Secondo gli intervistati, dopo il gesto altruistico si sviluppa nelle
parti coinvolte un processo emozionale complesso in cui, accan-
to alla condivisione, emergono sensazioni di disagio; si avverte,
quindi, l’esigenza di mettere tra sé e l’altro una distanza emo-
zionale. Non si vuole che l’altro si senta obbligato o vincolato
nei nostri confronti. Si potrebbe parlare di riserbo, di modestia
e di pudore. Per questo, la dinamica dell’altruismo ripropone il
problema della vicinanza e della solitudine.
Nell’ottica della produttività e del controllo, l’altruismo non ag-
giunge nulla; l’altruismo sembra appartenere alle cose inutili,
poiché, come uno specchio, può soltanto riflettere l’immagine.

34
Ma senza l’aspettativa di altruismo, rischiamo di vivere in un
mondo in cui nessuno si accorge di nessuno, in perfetto ano-
nimato e solitudine. Quindi, l’altruismo è un profondo valore
umano, sentito come valore importante.
In conclusione, possiamo affermare che l’uomo ha una predi-
sposizione genetica per fare del bene e si sente bene quando
aiuta gli altri. È parte della sua natura. Tuttavia, questa predi-
sposizione deve essere sviluppata e resa più attenta e funzionale
dall’educazione morale e sociale. Per funzionare bene ed essere
soddisfatti, dobbiamo “seguire il nostro libretto di istruzioni”:
essere solidali.

35
36
I -IDENTIKIT DEL
VOLONTARIATO E
DEL VOLONTARIO

Ogni giorno, centinaia di migliaia di persone dedicano alcune


ore del proprio tempo e condividono capacità e competenze in
attività di volontariato: farsi carico di situazioni difficili, pren-
dersi cura di beni di interesse generale, sostenere persone in
stato di sofferenza, di fatica, di solitudine ... Il volontariato, so-
stanzialmente, è il farsi carico per gli altri di qualcosa che nessun
altro farebbe con lo stesso spirito disinteressato, con la stessa
forte e gratuita motivazione. A un tale nucleo vitale e irriducibi-
le dell’esperienza di volontariato si collegano molte altre espe-
rienze associative, organizzazioni no profit o imprese a vocazio-
ne sociale, servizi pubblici, istituzioni, enti che col volontariato
collaborano. Ma è quel nucleo vitale a fare la differenza- fare del
bene ed aiutare gli altri - lì si realizza il senso e si custodisce la

37
vera natura dell’azione volontaria.
Noi parliamo abitualmente di volontariato in modo univoco,
come se si trattasse di un fenomeno solido e compatto. In realtà,
si tratta di una realtà composita e complessa, per cui, più che di
volontariato sarebbe bene parlare di “volontariati”, tante sono
le varianti che ne caratterizzano le formule. Il mondo del volon-
tariato è molto più simile ad una galassia che non ad una sin-
gola stella, chiaramente identificabile, visibile e misurabile. Il
volontariato è una realtà pluridimensionale; per questo, diventa
molto difficile il definirlo esattamente e circoscriverne i limiti.
E per questo ne risulta un’immancabile ambivalenza di fondo.
Per tratteggiare l’identikit del volontario in modo sintetico ma
sufficientemente ampio per intravederne la poliedricità, citiamo
la definizione contenuta nella Carta dei valori del volontaria-
to: “Volontario è la persona che, adempiuti i doveri di
ogni cittadino, mette a disposizione il proprio tempo e
le proprie capacità per gli altri, per la comunità di ap-
partenenza o per l’umanità intera. Egli opera in modo
libero e gratuito promuovendo risposte creative ed ef-
ficaci ai bisogni dei destinatari della propria azione o
contribuendo alla realizzazione dei beni comuni”.

In un’intervista del 10 settembre 2013, Renato Frisanco, noto


studioso del volontariato, a lungo militante nella FIVOL (Fon-
dazione Italiana per il Volontariato) ed autore del libro “Volon-
tariato e nuovo welfare”, alla domanda “Quanti modi ci sono
oggi in Italia di essere volontari?”, risponde: “A mio avviso oggi
troviamo tre grandi concezioni del volontariato, che vediamo ri-
flesse anche nella percezione di sé che hanno i volontari.

38
C’è il volontario che vede la propria azione come squisitamente
donativa, oblativa, motivata da spinta interiore altruistica. Un
volontariato che si basa soprattutto sulla testimonianza di valo-
re, che accentua il valore di senso, personalistico, della propria
azione. È un po’ come dire: “Faccio questa cosa perché ha valore
per me ed è un valore per gli altri, mi permette di entrare in una
relazione, in una reciprocità che mi arricchisce me e aiuta anche
gli altri”- (…). È il modello dell’atteggiamento altruistico.
C’è una concezione del volontariato come azione di utilità socia-
le, più motivata da un approccio strumentale, orientato al fare.
È il modello realizzativo del volontariato. Negli ultimi decenni
è cresciuto perché il volontariato è diventato sempre più anche
gestore di servizi. Questo approccio accentua il risultato dell’a-
zione solidale, l’efficienza operativa, l’efficacia. È un volontaria-
to che si basa più che sulla testimonianza di valore che sull’at-
tivismo delle persone. In questo modo le persone partecipano
alla costruzione della società, si sentono e sono parte attiva di
un territori”. Fare qualcosa di utile per gli altri.
“Il terzo è forse l’approccio più moderno, basato sul principio
di sussidiarietà. Intende il volontariato più come azione civica,
come impegno responsabile, che fa riferimento al modello par-
tecipativo nel pieno senso del termine. È il volontariato della
“gratuità del doveroso”, che si esprime anche bene oggi con la
tutela dei beni comuni. È un volontariato che accentua l’impor-
tanza del cambiamento come esito dell’azione solidale e ha una
diretta valenza politica. Si basa non tanto sulla testimonianza,
non tanto sull’attivismo, ma soprattutto sul potere civico del-
le persone. Tutte le persone sono in grado, tramite l’empower-
ment, la capability, di incidere sulla realtà, di portare il proprio
contributo alla crescita della comunità”.
Essere testimoni, attivisti o cittadini solidali sono tre modi di-
versi, ma integrativi, di concepire il volontariato; sono accen-
tuazioni differenziate del modo di essere solidali.
Quale potrebbe essere, allora, il senso, il fondamento del vero
volontariato?

39
“Il volontariato trova il proprio senso più autentico se aiuta le
persone in stato di bisogno a fare valere i propri diritti, se fa
avanzare una cultura della partecipazione che sta in capo ai
cittadini stessi, a cominciare da quelli che hanno più bisogni.
Importantissimo, per esempio, è aiutare i cittadini utenti a va-
lutare i servizi che ricevono e, quindi, ad essere soggetti che in-
terloquiscono direttamente con le istituzioni o i servizi, alla fine
senza aver più bisogno della mediazione del volontariato”.
Cioè, responsabilizzare le persone a diventare autosufficienti
e solidali. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso si è
diffusa la consapevolezza che per tutelare i deboli e i bisognosi
non bastano azioni di carità e benevolenza, ma sono necessari
interventi di affermazione dei diritti e dei doveri di tutti i citta-
dini. Mentre in un primo momento il volontariato era chiamato
a rispondere a situazioni di emergenza sociale, in una seconda
fase gli obiettivi diventano quelli di portare i cittadini alla con-
sapevolezza dei propri diritti (e non solo dei doveri) e stimolare
le pubbliche amministrazioni a compiere le proprie funzioni in
modo efficiente.
Si sceglie di fare i volontari per fare del bene, gratuitamente e
con amore. E perché mai, in tempi in cui si perde o non si trova
lavoro, una persona adulta o un giovane dovrebbero scegliere di
preoccuparsi dei problemi degli altri? “Perché siamo tutti cor-
responsabili e segnati da un destino comune. I problemi della
società non sono problemi di qualcuno, sono di tutti. Tutti ne
siamo responsabili e tutti risentiamo dei loro effetti negativi.
Non è possibile pensare che il problema del disagio tocchi qual-
cuno e non me, che sia un problema cui posso restare del tutto
estraneo”.

Il volontariato
Nel mondo occidentale, il volontariato è un fenomeno sociale e
politico in continuo sviluppo, che si manifesta in realtà e situa-
zioni tanto variegate da renderne difficile una definizione chiara

40
ed univoca. Il dizionario di Devoto e Oli (1982) definiva il vo-
lontariato: “ogni prestazione di lavoro, gratuita o semi-gratuita,
fatta al fine di acquisire la pratica necessaria allo svolgimento
di un’attività professionale o di un lavoro ed il relativo titolo di
riconoscimento.
Molto più ampia la definizione che ritroviamo in Wikipedia: “Il
volontariato è un’attività libera e gratuita svolta per ragioni di
solidarietà e di giustizia sociale. Può essere rivolta a persone in
difficoltà, alla tutela della natura e degli animali, alla conser-
vazione del patrimonio artistico e culturale. Nasce dalla spon-
tanea volontà dei cittadini di fronte a problemi non risolti (o
non affrontati) dallo stato e dal mercato. Per questo motivo il
volontariato si inserisce nel “terzo settore” insieme ad altre or-
ganizzazioni che non rispondono alle logiche del profitto o del
diritto pubblico”.

In Italia, la Legge-quadro 266/91 riconosce al volontariato un


particolare “valore sociale (...) come espressione di partecipa-
zione, solidarietà e pluralismo” ed intende per attività di volon-
tariato quella “prestata in modo personale, spontaneo e gratuito,
tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza scopo
di lucro anche indiretto, esclusivamente per fini di solidarietà”.
Il fenomeno tuttavia non è riconducibile a semplici schemi de-
finiti, trattandosi di una realtà sociale, economica e culturale in
continua evoluzione.
Il volontariato può essere prestato in modo isolato, personale,
oppure all’interno di una organizzazione strutturata, che può
garantire la formazione dei volontari, il loro coordinamento, la
continuità dei servizi. Ma può anche essere prestato in una or-
ganizzazione sommaria e superficiale, senza troppe pretese se
non quella di “fare del bene”.
In qualsiasi caso, alla base del volontariato troviamo la cultura
della solidarietà e del gratuito. È soprattutto questa la grande
lezione del volontariato: in un mondo dominato dalla cultura
del profitto e dell’individualismo, si può vivere una vita alter-

41
nativa, pronta a donare in modo completamente disinteressato
e ad interessarsi profondamente agli altri, proprio perché sono
esseri umani come noi. È una formula di vita più funzionale per
gli altri e per se stessi, più gratificante e più significativa.
Caratteristica del volontariato è l’anteporre il benessere collet-
tivo al profitto individuale. Il volontariato è una genuina e pro-
fonda testimonianza di solidarietà umana; è l’espressione della
volontà di una o più persone di rendersi disponibili per aiutare
chi è in difficoltà. La dimensione sociale del volontariato consi-
ste nel rappresentare e promuovere il bene comune delle per-
sone deboli, sfruttate ed abbandonate. Il volontariato, come un
soggetto sociopolitico, è in grado di influire laddove si fanno le
scelte più importanti per il paese; perché i poveri, i bisognosi, le
persone in difficoltà (oggi e domani) abbiano una situazione di
parità con tutti i membri del gruppo sociale.
Il volontariato è un’attività “volontaria”: quindi scelta libera-
mente. È un’attività libera e gratuita, svolta per solidarietà, per
giustizia sociale, per altruismo o per motivi religiosi. Può essere
rivolta a favore di persone in difficoltà economica, psicologica o
sociale, alla tutela ed alla valorizzazione dell’ambiente (“Salva-
guardia del creato”) ed alla promozione della cultura della gra-
tuità e della solidarietà.

CARATTERISTICHE DEL VOLONTARIATO


Cnaan, Handy e Wadsworth (1996), dopo aver passato in rasse-
gna 300 articoli sul tema del volontariato, riscontrano che tut-
te le definizioni, nonostante la varietà di approcci e definizioni,
sono riconducibili a quattro fattori caratterizzanti: gratuità, or-
ganizzazione, spontaneità e solidarietà.

[Link] gratuità sottolinea l’assenza di fini di lucro nell’azione


volontaria. Questa è la caratteristica che la rende originale ri-
spetto ad altre forme di impegno civile, anche se alcuni auto-
ri sottolineano che la gratuità è una dimensione “imperfetta”

42
perché, seppur gratuita, l’azione volontaria non è mai del tutto
disinteressata e può essere guidata da ragioni differenti, anche
psicologiche.
Gratuità implica che si faccia opera di volontariato gratuita-
mente, come dono. Attenzione, però: la gratuità non è solo “non
ricevere soldi”. Ci sono persone che decidono di svolgere gratu-
itamente una certa attività per un dato periodo presso una or-
ganizzazione di volontariato (OV) in cambio della promessa di
una sistemazione lavorativa successiva. Questa non è gratuità.
O professionisti che si avvalgono dell’attività svolta gratuita-
mente presso una OV per crearsi una reputazione, “un nome”.
Anche questo non è gratuità.
In casi del genere, il non essere remunerati finanziariamente
può diventare un alibi per mascherare fini non propriamente
gratuiti.

L’assenza di remunerazione è un indizio che permette di intuire


se un dono è reale o solo apparente, ma essa non basta da sola
a caratterizzare l’azione volontaria. Al tempo stesso, la gratuità
non implica il disinteresse totale, come opportunamente sot-
tolinea il filosofo francese Alain Caillè (1998). C’è un interesse
superiore alla base dell’azione gratuita: costruire la fraternità.
Nelle nostre società, il dono è, in primo luogo, dono alla frater-
nità.
Caillé sostiene che il dono ha un ruolo fondamentale per “co-
struire società” e riprende la teoria di Marcel Mauss. Secondo
l’antropologo francese, in tutte le società primitive la regola so-
ciale fondamentale non è il mercato, ma il dono, che implica
l’obbligo di dare, ricevere e restituire. Per M. Mauss, il dono non
è né amore né carità, che vengono solo dopo, con le grandi re-
ligioni universali. Il dono è il modo per eccellenza per costitu-
ire rapporti sociali. In esso la dimensione della libertà e quella
dell’obbligo sono inestricabilmente connesse, come lo sono in-
teresse e disinteresse. Oggi si vede la società soprattutto come
un insieme di individui; il volontariato, invece, crea una società

43
non di individui, ma di famiglie, di gruppi, di associazioni, e così
via. È il dono che crea questo legame tra i vari gruppi.
Per Godbout (Godbout, 1992, pp.86-103), il volontariato è una
delle forme in cui si manifesta quel fatto totale, che è la società
dei rapporti interpersonali. Il volontariato è definito come “dono
moderno” nel senso che scavalca l’abisso tra il comunitario delle
reti primarie e la socialità e permette l’attualità del dono pre-
servando i singoli e la loro libertà dalle costrizioni comunitarie.

Il piacere dell’altruismo e del volontariato non sembra compa-


rire quando si danno soldi o si fanno attività senza un contat-
to personale con le persone. Ci deve essere spontaneità e non
obbligo (ecco perché possono diventare molto stressanti le pre-
stazioni a familiari ammalati). Un gruppo di ricerca, guidato da
Neal Miller, dopo aver esaminato i dati disponibili sull’argo-
mento, concluse affermando che esistono prove consistenti che
far del bene al prossimo fa del bene anche al benefattore. “Tro-
vare il tempo per occuparsi del prossimo può essere quindi un
passo fondamentale per proteggere la nostra salute. Lo stress ci
aggredisce da ogni parte: il 70% degli americani dice di vivere
una vita stressante, anche molto stressante, e il 40% è convin-
to di essere malato da stress. Eppure appena il 25% svolge una
regolare attività di volontariato. Quelli che non ne fanno dicono
di essere troppo occupati e di non voler trascurare responsabili-
tà importanti, ma in questa fase iniziale della ricerca scientifica
sull’altruismo, possiamo forse già dire che tutte quelle persone
che si sacrificano per gli altri sembrano aver trovato una buona
via verso il proprio benessere” (LUKS).

44
2.L’organizzazione sottolinea la dimensione articolata e “pro-
attiva” (consapevole e responsabile) dell’agire volontario, che si
realizza all’interno di un’organizzazione strutturata e pubblica,
rivestendo un ruolo attivo e concreto nella presa di decisioni e
nella progettazione di interventi mirati al cambiamento sociale.
La struttura organizzata – anche se in modo embrionale – ga-
rantisce una maggior stabilità e continuità nei servizi. Diversa-
mente, la stanchezza, la routine, periodi difficili possono lasciar
abbandonare tutto. Gli alti e bassi della nostra vita affettiva ci
insegnano a rendere più stabili i nostri impegni, senza curarci
eccessivamente degli umori del momento.
L’organizzazione favorisce ordine, regolarità, continuità, buon
funzionamento, maggior sicurezza e garanzia. Una struttura di-
sorganizzata di volontariato rende tutto più difficile, instabile ed
inaffidabile.

[Link] spontaneità: pur trattandosi di un comportamento pro-


grammato, il volontario decide liberamente di impegnarsi in un
determinato ambito scegliendo i tempi e le modalità dell’impe-
gno. Più che “spontaneità”, che si riferisce ad una immediatezza
senza pensieri e ripensamenti, potremmo parlare di scelta libe-
ra e volontaria.

[Link] solidarietà rappresenta il filo conduttore indispensabi-


le per costruire ed attivare il comportamento volontario. Essa
rappresenta l’elemento di connessione tra i singoli individui e
la società nel suo complesso, caratterizzando l’orientamento
dell’azione stessa.

Nel contesto italiano, il volontariato è strettamente legato ad


azioni di solidarietà che si presentano come un’interfaccia tra
il sociale e l’individuale. Se alcune persone altruiste decidono di
formare un’organizzazione per “far cose” a favore di determina-
te persone bisognose, questa sarà un’organizzazione filantropi-
ca e socialmente utile, ma non ancora una OV (Organizzazione

45
di volontariato). La OV è la costruzione di particolari legami fra
le persone. Mentre l’organizzazione filantropica fa “per” gli al-
tri, l’OV fa “con” gli altri. È questa caratteristica che differenzia
l’azione autenticamente volontaria dalla beneficenza privata, ti-
pica della filantropia. La forza del dono gratuito non sta nella
cosa donata – così è invece nella filantropia, tanto è vero che
esistono le graduatorie o le classifiche di merito filantropico –
ma nella forza speciale che il dono ha nel costruire una relazione
tra persone.
Questa solidarietà rientra anche nel volontariato e tra i membri
del volontariato. È essenziale che si riesca a formare una vera fa-
miglia, un insieme di relazioni positive tra i vari membri dell’as-
sociazione.

Si può quindi affermare che la solidarietà del volontario pre-


senta due facce: è sentimento soggettivo (atteggiamento inte-
riore) ed organizzazione nel sociale. È un’interfaccia tra sociale
ed individuale. La potremmo sintetizzare così: atteggiamento di
benevolenza che si manifesta in attività concrete, rivolte ai più
bisognosi, volontariamente (liberamente) e gratuitamente (non
retribuite per libera scelta).
Ci sono molti termini che ruotano attorno al perno della parola
“volontariato” e volontario: volontariamente, volenterosamen-
te, volitivamente, volentieri, “libere ac libenter” (liberamente e
volentieri).
- Volontariamente: è una scelta che si fa liberamente, non co-

46
stretti; si sceglie da sé.
- Volenterosamente: si cerca di fare del nostro meglio, pur ac-
cettando tutti i limiti. Con buona volontà.
- Volitivamente: si continua anche nei periodi di stanchezza fisi-
ca e morale. Si tiene duro.
- Volentieri: libere ac libenter. Con piacere. Con amore.

Aree di intervento del volontariato


I campi del volontariato sono innumerevoli: assistenza ai ma-
lati, ai senzatetto, agli immigrati, ai disabili, alle ragazze madri,
alle case famiglia, agli ospiti delle case di riposo o nei campi di
lavoro ovunque ce ne sia il bisogno, e simili. Dagli studi condot-
ti da Ranci (2006), il volontariato presenta sostanzialmente sei
aree:

-Interventi di supporto in campo sanitario: si tratta d’in-


terventi attuati da associazioni d’ispirazione laica, presenti su
scala nazionale, di dimensioni molto ampie dotate di una strut-
tura organizzativa molto organizzata (ad esempio, Croce rossa,
bianca e verde, Avis, …). All’interno di questo settore, l’assisten-
za ai degenti ricopre un’importanza di tutto rispetto e, dopo il
trasporto di malati/infortunati è oggi nel nostro paese l’area
prevalente di intervento. In ospedale, si può fare volontariato
presso l’ A.V.O. seguendo dei brevi corsi e scegliendo di dedi-
care il proprio tempo nei vari reparti: pediatria, geriatria, car-
diologia, medicina generale, oncologia, … Ricordiamo anche le
associazioni che prestano assistenza ai malati a domicilio. Tra
queste ultime, vi sono organismi che operano talvolta in stretto
contatto con strutture ospedaliere, ma che svolgono un’impor-
tante funzione nell’evitare l’ospedalizzazione, oppure nel segui-
re il malato bisognoso dopo il ricovero ospedaliero.

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-Attività di sensibilizzazione: Si tratta di gruppi di ambien-
talisti, pacifisti, e simili che vogliono sensibilizzare la comunità
riguardo a temi importanti. Vi sono pure aggregazioni motiva-
te dall’aiuto vicendevole tra persone o gruppi di famiglie che
si condividono scambi e aiuti per problematiche e difficoltà in
cui sono coinvolte (famiglie di alcoolisti o di tossicodipendenti,
etc.).

-Attività assistenziali: Si configurano come formule di vo-


lontariato tradizionale, dedito all’assistenza domiciliare e alla
distribuzione di aiuti economici, sia negli ambiti locali che nei
paesi del terzo mondo. L’attività è svolta da associazioni e grup-
pi informali, prevalentemente di ispirazione cattolica.

-Attività di assistenza ospedaliera: Hanno caratteristiche


simile a quelle dei gruppi di supporto sanitario, ma sono svolte
da associazioni strutturate diversamente da quelle precedenti.
Si tratta di organismi laici, di dimensioni ampie, a cui parteci-
pano diversi lavoratori, nelle quali non è richiesto un impegno

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particolarmente intenso; in ogni caso, la forte strutturazione
delle attività rende continuativa l’offerta del servizio.

-Attività di animazione: Comportano la promozione di spazi


ed opportunità di socializzazione e di animazione del tempo li-
bero, generalmente rivolte ai giovani oppure ad anziani. In que-
sti casi, si tende a coinvolgere con continuità gli aderenti; spesso
tali iniziative si legano ad una struttura che già funziona come
spazio d’incontro (ad esempio, la parrocchia).

-Servizi di comunità: Si tratta di strutture residenziali aperte


all’accoglienza: di chi vive in prima persona situazioni di emar-
ginazione (tossicodipendenti, stranieri, emarginati gravi, e mi-
nori). Spesso fanno capo ad un religioso responsabile, mentre il
gruppo di volontari che vi operano è generalmente di dimensio-
ni ridotte.

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In realtà, i campi del volontariato non si limitano a quelli citati,
ma possono essere molto più vari e differenziati. L’attenzione
alle situazioni concrete in cui si vive e la creatività delle persone
possono creare risposte a bisogni particolari, legati al contesto
locale.

PROSPETTIVA PSICOLOGICA:
PSICOLOGIA E VOLONTARIATO

MOTIVAZIONI AL VOLONTARIATO

I volontari dovrebbero chiedersi spesso perché dedicano tanto


tempo all’impegno gratuito. Perché si sceglie di diventare vo-
lontari? Infatti la vera differenza insita nell’azione volontaria è
la spinta motivazionale, il “perché”.
Nell’immaginario collettivo, il volontario viene immaginato
come una persona positiva e sorridente, accogliente, disponi-
bile, volenterosa, che mette gratuitamente a disposizione delle
persone bisognose il suo tempo, le sue risorse e le sue capacità.
Mentre tutto il mondo si affanna per ottenere il benessere indi-
viduale, per stare bene, per raggiungere la massima soddisfa-
zione in tutti i campi della vita, il volontario è impegnato a far
ottenere il benessere agli altri, realizzare i sogni e le aspettative
di coloro che sono stati “più sfortunati”.

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Negli ultimi anni, molti studiosi hanno analizzato la figura del
volontario italiano. I risultati delle ricerche contraddicono spes-
so i luoghi comuni creati intorno a questa figura. È vero che
il volontario presta servizio gratuito presso le associazioni per
aiutare le persone in difficoltà, sole ed emarginate; ma le moti-
vazioni alla base di questi comportamenti sono solo pro-sociali
o vanno oltre? Queste persone sono spinte solo da un sentimen-
to altruistico o vi è altro?
Non è possibile individuare con precisione che cosa spinge una
persona ad aiutare gratuitamente un’altra, poiché le motiva-
zioni possono essere di varia natura e cambiano da soggetto
a soggetto. Le motivazioni possono essere consce e inconsce,
semplici e complesse, transitorie e permanenti, di natura perso-
nale, culturale, religiosa e politica. Si possono individuare delle
macro-categorie, una rosa di motivazioni che possono spiegare
questi comportamenti. La motivazione, inoltre, è un fenomeno
interiore e non è osservabile direttamente, ma si manifesta nelle
azioni, si legge nei comportamenti e nei risultati.

Partendo dall’analisi su se stessi si possono scoprire diverse


ragioni sottese alla spinta di fare volontariato: queste possono
essere pro-sociali, altruistiche, egoistiche o una miscela moti-
vazionale di tutto rispetto. È necessario individuare bisogni,
aspettative e scopi che possono essere significativamente diver-
si anche tra i volontari della stessa associazione e che possono
convivere nella stessa persona.

Oltre all’interesse per il prossimo e alla volontà di aiuto molti

51
autori hanno sottolineato gli aspetti egoistici delle motivazio-
ni. Ad esempio, D. Batson (1987; 1998) distingue tra interesse
empatico, come motivazione puramente altruistica, e il disagio
personale dove si aiuta il prossimo per ridurre il personale stato
di disagio di fronte alla sofferenza altrui; in questo caso si trat-
ta di motivazione egoistica. A. Pangrazzi scrive che “quando si
parla di volontari c’è la tendenza a sottolineare l’aspetto gratu-
ito del loro servizio, il loro altruismo, la loro dedizione, il loro
disinteresse. In realtà la loro gratuità e il loro altruismo vanno
ridimensionati. È vero, i volontari non sono pagati ma non lavo-
rano per niente. Il volontariato non è solo un modo per aiutare
gli altri, ma uno strumento per appagare esigenze ed interessi
personali. Scavando un po’ sotto le intenzioni più genuine e al-
truistiche, si trovano molti risvolti personali. Per alcuni il volon-
tariato è molto gratificante perché dà significato nuovo alla vita,
per altri serve ad alleviare un certo senso di isolamento; per altri
ancora può contribuire alla pace interiore o alla soddisfazione
di avere un certo protagonismo. Forse non è del tutto azzardato
suggerire che spesso i volontari hanno più bisogno degli assistiti
che non gli assistiti dei volontari”.

Da diversi anni, sta prendendo piede l’idea che il volontariato


sia un impegno fondato sull’altruismo, ma anche sull’appaga-
mento di bisogni e interessi del singolo volontario.
In altre parole, si sente che l’impegno gratuito verso gli altri è un
elemento positivo che ricade sulla nostra stessa vita; la riempie
e la colma di significato. Il bene fa bene agli altri, ma anche a chi
lo fa. Niente di male: se compiendo un certo comportamento
ottengo anche dei risultati personali, nulla di male; anzi ...
Questa prospettiva non toglie nulla alla validità e alla grandezza
dell’impegno dei volontari, bensì lo connota di aspetti umani.
Non si tratta di essere dei santi, completamente distaccati dalle
gratificazioni personali, che fanno il bene solo per un desiderio
totalmente interessato di aiutare gli altri. Il volontario, quindi, è
una persona capace di coniugare in modo equilibrato le istanze

52
del mondo esterno con le esigenze personali.
Di certo, il primo motivo del volontariato è il fare del bene. Per
motivi religiosi od umanitari, ci si vuole dedicare agli altri più
bisognosi di noi. Lo si fa come un dovere, una spinta interna,
un’esigenza che parte dall’intimo.
Oltre a questa motivazione fondamentale, ve ne possono essere
– e in genere, ve ne sono - anche altre meno disinteressate ed
etiche. Ma non per questo inficiano il valore e la motivazione di
fondo. Si aggiungono, accompagnano, ma non si sovrappongo-
no.
Ne “La terapia della realtà” (1972), W. Glasser faceva notare che
per vivere in modo sereno è necessario soddisfare quattro tipi di
bisogni: amare, essere amati, sentirsi utili, sentirsi importanti
(almeno per qualcuno). Ci si sente pienamente realizzati solo
quando vengono soddisfatte queste quattro aree.
Del resto, anche la continuità e la costanza nel continuare il vo-
lontariato sono legate alla soddisfazione, all’integrazione e alla
percezione della propria efficacia. Sentirsi integrati nel gruppo
dell’associazione crea soddisfazione e benessere, fa sviluppare
il senso d’identità, fa percepire l’attività di volontariato come
parte integrante della propria personalità ed identità, favorisce
la riuscita e la lunga durata dell’attività di volontariato.
Motivazioni profonde e vere spesso si accompagnano a motiva-
zioni spurie. Niente di male. È essenziale che la volontà di aiuta-
re gli altri sia prioritaria. Se poi vi sono anche altre soddisfazioni
personali, accettiamole pure tranquillamente, perché ci aiute-
ranno a diventare persone migliori e più convinte.

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PERCHÉ FARE VOLONTARIATO?
Si sceglie di fare il volontario per fare del bene, gratuitamente e
con amore. Questo è il colore di base, il più importante ed il più
significativo. Ma possiamo anche aggiungere altri motivi, che
hanno una loro validità. Non si tratta di “purificare” ed elimi-
nare le motivazioni collaterali, ma di rendere più solida e con-
sistente la motivazione di fondo. Molti autori hanno presentato
diversi motivi “umani” collegati al volontariato, per cui esso –
comunque - è un’attività altamente consigliabile a diversi livelli.
Sono annotazioni utili, da non disprezzare.

EFFETTI PSICOFISICI DEL VOLONTARIATO

Il volontariato porta con sé numerosi effetti positivi, di diverso


livello e di diversa valenza. Si tratta di benefici che possono tra-
sformarsi in motivazioni secondarie o collaterali, che si aggiun-
gono alla motivazione centrale: fare dal bene. Possiamo citarne
diversi.

1)Il volontariato aiuta a socializzare: Spesso ci si sente


soli, abbandonati, inutili. Invece di pretendere che siano gli altri
a cercarti, cercali tu! Mettiti tu in contatto con loro. Il volon-
tariato facilita il rapporto con gli altri. Non devi cercare altre
motivazioni o scuse per entrare in contatto con gli altri. Le porte
ti si aprono automaticamente. Fare volontariato ti aiuta a rap-
portarti con gli altri, a comunicare e a comprendere il prossimo.
Ti facilita il superamento della timidezza, invitandoti a socializ-
zare, a non aver paura di parlare, di dire la tua e iniziare un di-
scorso in presenza di molte persone, senza sentirti a disagio. La
soluzione per molti problemi personali c’è, ed è il volontariato.

2)Il volontariato favorisce il confronto: Fare volontariato


significa confrontarsi con persone diverse, idee diverse, età di-

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verse, stato sociale diverso, e così via. Parlando con gli altri puoi
ampliare le tue idee su tanti argomenti che prima non pensavi
di poter mettere in discussione. Il comunicare liberamente con
persone di diverso contesto socio-culturale ti aiuta ad avere una
visione più ampia delle cose e delle esperienze. Metti tante cose
in dubbio, impari cose nuove ed allarghi la tua mente.

3) Il volontariato è un ottimo antidoto alla solitudine


ed alla depressione: Diversi studi dimostrano che la depres-
sione è legata alla mancanza di socialità e di rapporto. Quando
si contattano assiduamente gli altri in funzione di un servizio
altruistico, ci si dimentica di sé e dei propri problemi, e si com-
prende meglio la propria e l’altrui situazione. Ho conosciuto
diverse persone che soffrivano di solitudine e di depressione.
Dopo qualche periodo di volontariato, la maggior parte di esse
dichiarava di sentirsi molto meglio: più attive, più attente e di-
namiche.
Uno studio dell’Università di Exeter in Gran Bretagna (“Is vo-
lunteering a public health intervention? A systematic review and
meta-analysis of the health and survival of volunteers”, 2013)
evidenzia come le persone che praticano volontariato riportano
livelli più bassi di depressione e più elevati standard di vita e di
benessere, rispetto alla media della popolazione. La conclusione
della ricercatrice Suzanne Richards è: “La nostra indagine in-
dica che il volontariato è associato a miglioramenti nella salute
mentale, anche se è necessario un ulteriore lavoro per stabilire
se il volontariato ne è in realtà la causa. Non è ancora chiaro,
infatti, se i fattori biologici e culturali, spesso associati a una
migliore salute e a una maggiore longevità, sono strettamente

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correlati con l’attività di volontariato. Penso che sia difficile da
raccomandare come terapia per la depressione, ma se guardia-
mo alle persone in generale, è un’esperienza che raccomandia-
mo, in quanto se aumentiamo le opportunità di volontariato,
più persone potranno potenzialmente trarne beneficio”.
Claude Rifat ha proposto “il primo autentico antidepressivo”: il
GHB (Gamma-idrossibutirrico). Il GHB, scoperto da Henri La-
borit nel 1961 e scherzosamente definito in francese “or potable”
(“oro potabile”), è una molecola che può bloccare depressione,
idee suicide, ansia, ecc. L’ossitocina è un ormone prodotto in
una delle parti più antiche del cervello e viene rilasciato dall’i-
pofisi. L’ossitocina è un ormone peptidico di 9 aminoacidi pro-
dotto dal nuclei ipotalamici e secreto dalla neuroipofisi GHB è
una forma idrossilato di acidi grassi a catena corta. “Dopo anni
di riflessioni sulla depressione mi sono reso conto un giorno che
un antidepressivo vero e proprio dovrebbe stimolare la sociali-
tà. Perché? Perché la depressione è fondamentalmente un di-
fetto di socialità. La depressione è uno stato di socialità ridotta
e quando la socialità naturale si abbassa in un cervello umano
(per esempio attraverso la concorrenza, etc), allora questo cer-
vello inizia a soffrire moralmente. L’esperienza ha dimostrato
che quando la socialità è rafforzata, la depressione scompare”.
Se il volontariato è uno stimolatore della socialità, implicita-
mente è un antidoto alla depressione.

4) Aiutare gli altri ti fa maturare. In tutti i sensi: come


persona, professionalmente, socialmente. Avrai un’altra visione
di te stesso, del mondo e delle persone intorno a te. Aumenterai
la conoscenza di te, imparerai quali sono le tue potenzialità e ti
sentirai meglio ogni giorno di più. Non perdere questa occasio-
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ne. Ci saranno anche momenti bui e difficoltà di vario genere.
Ma si tratta di ostacoli superabili facilmente, specie se con l’a-
iuto di amici esperti. L’attività di volontariato ha degli effetti
positivi sulla persona e la fa cambiare a livello intrapersonale e
interpersonale.
I cambiamenti indicati dai volontari come maggiormente signi-
ficativi riguardano il modo di essere con gli amici (67,1%), con i
familiari (54,9%) e nell’ambiente lavorativo (48,1%). Fare il vo-
lontario può diventare parte dello sviluppo dell’identità e dello
sviluppo personale.

5)È uno sbocco per la tua passione. I campi del volonta-


riato sono davvero tanti: praticamente non c’è un vero limite.
In questo modo, è molto probabile che tu riesca ad individua-
re un’area vicina alle tue passioni personali, a cui dedicarti per
qualche ora ogni settimana: amore per gli animali, amore per il
verde, amore per il contatto personale, predisposizione a consi-
gliare o a motivare, amore per la buona cucina, etc.

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6) Sviluppa la tua esperienza: l’esperienza si aumenta sul
campo. Se non hai ancora la possibilità di lavorare, facendo vo-
lontariato comincerai a fare esperienze molto utili da aggiun-
gere al tuo curriculum professionale. Impari a lavorare per
uno scopo che non è il denaro, ma il fare ciò che ami. In questo
modo, quando arriverà il momento di “lavorare” nel senso so-
lito del termine, sarai pronto e non “arrugginito” dal non fare
niente. Specialmente per i giovani e per coloro che non sono
ancora entrati nel mondo del lavoro, il volontariato rappresenta
un’occasione di fare esperienze ed acquisire abilità facilmente
spendibili in diversi contesti lavorativi. Studi recenti sul volon-
tariato giovanile hanno confermato che l’impegno volontario è
caratterizzato, oltre che da un andare verso l’altro, anche da un
imparare dall’altro.

7) Aiuta a riflettere sulla propria vita: Aiutare gli altri ti


aiuta anche a riflettere sulla tua vita, su ciò che sei e su ciò che
hai, su dove ti trovi, sulle tue fortune, sulle persone che hai at-
torno a te ... Dopo aver dedicato il tuo tempo agli altri, prenditi
alcuni minuti per scrivere le tue impressioni, come ti senti e che
cosa hai imparato. Spesso, si impara molto dalle persone cui si
dà una mano. Pillole di saggezza, impostazioni di vita, qualche
dritta, e quant’altro ancora ...

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8) Dimentichi più facilmente i tuoi problemi persona-
li: Quando sei a contatto con persone che soffrono o con malati
gravi, cominci a renderti conto di quanto sei fortunato ed impari
ad apprezzare la vita. Molti dei problemi per i quali soffriamo
sono superficiali e dipendono da una visione contorta della re-
altà e da una falsa interpretazione di ciò che è grave e di ciò che
non lo è. Dedica del tempo a chi soffre e imparerai ad apprezza-
re di più la tua vita.

9) Aumenta l’autostima: un aspetto importante è il ricono-


scimento sociale di cui gode il volontario. Secondo una ricerca
(Berti, 2006), il solo fatto di prestare attività di volontariato vie-
ne percepito come un tratto positivo: nel sentire comune, i vo-
lontari vengono percepiti e considerati come “persone migliori
di tante altre”, “da ammirare”. E per fare volontariato non oc-
corrono qualifiche speciali: si tratta di una forma di lavoro facile
e alla portata di tutti.

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Fare volontariato dà soddisfazione. Tutti noi abbiamo il bisogno
di sentirci utili e di essere apprezzati per quello che facciamo. Il
volontariato migliora la qualità della tua vita anche in questo
aspetto. Il volontario si sente utile ed apprezzato, proprio per
questa sua scelta: cosa che aumenta la sua autostima. Ma l’auto-
stima proviene innanzitutto da te stesso: senti che quello che fai
è bene. Ti senti tranquillo, a posto. Se poi anche gli altri ricono-
scono il tuo contributo, tanto di guadagnato. Ma attento a non
ricercare il plauso ed il consenso in prima battuta: se essi giun-
gono in modo collaterale, ben vengano. Male non fanno – sono
la ciliegina sulla torta - a condizione di essere visti per quello
che sono: un bene aggiunto.
Nella prospettiva di oggi, alcune formule di volontariato posso-
no diventare una delle attività privilegiate dalle persone anziane
o pensionate. Il dedicare le loro risorse all’interno delle associa-
zioni di volontariato può accrescere la loro autoefficacia, le fa
sentire ancora utili e con uno scopo positivo. Dopo aver vissuto
una vita attiva, spesso ci si ritrova a dover riorganizzare il pro-
prio tempo ed i propri impegni. Il volontariato si colloca proprio
in questi spazi per scandire la quotidianità con nuove attività e
nuovi orari.

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10) Esci dalla routine: se ti dedichi al volontariato, eviti di
stare a casa a far nulla o girovagare senza meta; di stare davanti
alla tv tutto il giorno ed annoiarti. Anche nel caso in cui lavori, il
volontariato potrebbe essere un modo per uscire dalla routine e
dallo stress lavorativo.

11. Favorisce la felicità. “Fare il bene fa bene a chi lo fa”.


Non è uno scioglilingua: è una semplice constatazione, suppor-
tata da studi clinici e dalle esperienze di tutti. Fare volontariato
è molto meglio che fare shopping o stare davanti alla TV tutto il
giorno: si partecipa ad attività interessanti, si conoscono molte
persone, si mettono in circolo le idee, si fanno nuove esperienze,
si esce di casa, si imparano molte cose. Molti volontari hanno vi-
sto riempirsi senza sforzo la loro agenda personale e si sentono
più vivi di prima. Il bene fà bene.
Hans Selye, pioniere delle ricerche sullo stress, sosteneva che
aiutando gli altri si ottiene gratitudine ed affetto e che il calore
umano che ne deriva ci protegge dallo stress.

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L’aumento di energia e le sensazioni euforiche possono nasce-
re dalla liberazione di endorfine, gli analgesici naturali dell’or-
ganismo: non è affatto improbabile che siano i nostri oppiati
naturali, le endorfine, a produrre quelle sensazioni positive che
nascono durante il contatto sociale positivo con gli altri. Insom-
ma, chi si dedica regolarmente all’esercizio fisico e chi si dedica
regolarmente all’aiuto degli altri sperimenta le stesse sensazioni
di euforia e di pacificazione interiore... Ci si sente bene, tranquil-
li, si esce dalla depressione, si aumenta l’autostima. Si migliora
a tutti i livelli, fisico compreso. Del resto, A. Adler consigliava
vivamente ai “nervosi” ed alle persone nevrotiche di impegnarsi
in attività altruistiche, vero antidoto contro le sofferenze psichi-
che provocate dalla eccessiva preoccupazione di sé e dal ripie-
gamento su se stessi. Seneca scriveva: “Un saggio desidera avere
amici in quanto la generosità è un dovere dell’uomo ma anche la
sua gioia. Nessuno può vivere una vita felice se piega ogni cosa
ai suoi propositi. Vivi per gli altri se vuoi vivere per te stesso”.

A. Adler

Tutti lo sentiamo, almeno inconsciamente. Quando siamo assil-


lati da molti, troppi pensieri e preoccupazioni, la terapia miglio-
re è quella di cominciare a preoccuparsi degli altri, o meglio, a
prendersi cura degli altri.
Qui parliamo del volontariato “formale”, quello analizzato da

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saggi e ricerche, organizzato in modo ineccepibile; ma parliamo
anche del volontariato spicciolo, quello esercitato molto spesso
da persone che aiutano nelle mense per i poveri, per vanno in
casa di famiglie svantaggiate, che contattano gli anziani, i mala-
ti, le persone sole.

Volontariato, fonte di euforia


e di buona salute
Nel febbraio ‘88, una diffusa rivista femminile pubblicò un bre-
ve servizio sulle attività di volontariato e chiese alle lettrici di
scrivere all’”lnstitute for the Advancement of Health” le loro
esperienze e le sensazioni sperimentate durante lo svolgimen-
to del servizio. Oltre alle 246 risposte pervenute da ogni parte
degli Stati Uniti, furono raccolte 1500 questionari di persone
iscritte ad una grossa organizzazione di volontariato (nessuna
di esse aveva letto l’articolo sulla rivista). Il 68% delle lettrici e
l’88% delle iscritte alla associazione di volontariato descrissero
una precisa sensazione fisica (una “stimolazione”) sperimentata
durante l’esecuzione del servizio: euforia, calore, energia erano
indicati in metà delle lettere e in un quarto dei questionari. E
un senso di pace e di serenità “dopo” l’aiuto prestato agli altri. È
l’effetto conosciuto come “euforia del buon samaritano”.

Pare che esistano proprietà salutari nell’altruismo. H. Benson,


noto cardiologo ed autore de “La risposta rilassante”, faceva no-
tare che “da millenni si descrivono tecniche per dimenticare se
stessi e ottenere un abbassamento del metabolismo, della pres-
sione, del ritmo cardiaco e altri vantaggi per la salute. L’altrui-

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smo funziona proprio così, come lo yoga, gli esercizi spirituali e
la meditazione”.
Il piacevolissimo senso di calma e di benessere fisico sperimen-
tato dalle persone che si sono comportate in modo altruistico è
esattamente l’opposto delle sensazioni di agitazione dell’orga-
nismo sotto stress: tachicardia, dispnea, aumento di sensibilità
al dolore, irrequietezza e diversi disturbi delle funzioni fisiolo-
giche ...

Uno studio pubblicato sulla rivista Health Psychology (2009) ri-


porta le conclusioni di un gruppo di ricercatori statunitensi che
hanno analizzato i dati del “Wisconsin Longitudinal Study”. Essi
hanno scoperto che essere altruisti fa vivere più a lungo, ma sol-
tanto se si è mossi da un sincero sentimento e purezza d’animo.
Non serve a niente esserlo per convenienza, per soddisfazione
dell’ego personale o perché si è letta questa notizia. I ricercatori
di questo studio hanno seguito un campione casuale di oltre die-
cimila studenti dal 1957, anno della loro laurea, al 2008. Di que-
sti il 51,6 per cento era composto da femmine, la cui età media
era di 69 anni nel 2008. Di tutte le persone coinvolte, gli scien-
ziati hanno valutato la salute fisica, lo status socio-economico,
lo stato civile, gli svariati fattori di rischio per la salute tra cui il
peso o il BMI (indice di massa corporea). Nel 1980, gli studiosi
avevano verificato se i soggetti svolgessero attività di volontaria-

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to o a sfondo sociale. Nel 1992 erano tornati a verificare lo stato
generale di salute dei partecipanti per poi appurare, nel 2008,
quanti di essi fossero ancora in vita. I dati raccolti durante tutto
il periodo di studio hanno mostrato che alla distanza di 4 anni,
dei 2.384 partecipanti che non prestavano opera di volontaria-
to, il 4,3 per cento era deceduto. Una percentuale non molto
diversa da quella riscontrata nel gruppo dedito al volontariato
per motivi di ego o soddisfazione personale. Invece, chi si dedi-
cava agli altri con altruismo sincero era deceduto soltanto nella
misura dell’1,6 per cento: una percentuale di meno della metà in
confronto agli altri. Questi dati, secondo gli scienziati, mostra-
no come l’attività altruistica mossa da sentimenti sinceri possa
davvero favorire la longevità o, in casi specifici, ridurre il rischio
di morte prematura.
In una sua ricerca (“Motives for Volunteering Are Associated
With Mortality Risk in Older Adults”, 15 agosto 2011),   Sara
Konrath mostra come le persone che fanno volontariato per sé
stesse presentano un rischio di mortalità simile ai non volonta-
ri. “Solo le persone che fanno volontariato per ragioni altruisti-
che hanno ridotto i livelli di mortalità”.
Quindi, è fondamentale l’avere una profonda e solida motiva-
zione: senza di essa, l’impegno sociale difficilmente porta bene-
fici alla propria salute. Inoltre, l’altruismo deve essere “efficace”.
Anni prima (1971), il gruppo di ricerca guidato dall’epidemiolo-
go James House, dell’università del Michigan, aveva tenuto sot-
to osservazione più di 2700 soggetti per quindici anni allo scopo
di verificare l’influsso dei rapporti sociali sul tasso di mortalità.
Si scoprì che lo stare con gli altri fa aumentare notevolmente
l’aspettativa di vita, specie tra gli uomini. Coloro che avevano
solo sporadici contatti con gli altri presentavano un tasso di
mortalità due e volte e mezza superiore. Anche Lisa Berkman
e Leonard Syme (1979), dopo aver seguito per 9 anni 700 abi-
tanti della contea di Alameda, in California, hanno riscontrato
che nelle persone sole, con pochi amici o parenti e poco inclini
a partecipare alla vita di comunità, il tasso di mortalità era più

65
del doppio rispetto agli altri. Il fenomeno era indipendente da
razza, condizioni economiche, attività fisica o tipo di vita che
conducevano. Una vita di rapporto e di relazione positiva pare
favorire il benessere psicofisico e la salute.
Pare inoltre che l’altruismo giovi al sistema immunitario: del
resto, psiche e sistema immunitario sono strettamente collegati
tra di loro. David McClelland fece vedere ad alcuni studenti un
filmato su Madre Teresa di Calcutta mentre serviva i malati ed
i poveri dell’India. L’analisi della saliva degli spettatori – dopo
aver visto il filmato - rivelò un significativo aumento della im-
munoglobina A, un anticorpo che può contribuire a combattere
le infezioni delle vie respiratorie.
Rodlescia Sneed, della Carnegie Mellon University, ha presen-
tato una ricerca sugli effetti positivi del volontariato sull’iper-
tensione negli anziani, patologia che colpisce circa 65 milioni di
americani ed è tra le principali cause delle malattie cardiovasco-
lari, la principale causa di morte negli Stati Uniti. “Ogni giorno,
impariamo che stili di vita negativi come la cattiva alimentazio-
ne e la mancanza di esercizio fisico aumentano il rischio di iper-
tensione. Abbiamo voluto determinare se fare volontariato può
effettivamente ridurre il rischio di problemi cardiovascolari. E, i
risultati, ci confermano che negli adulti più anziani è un’attività
che aiuta a rimanere in buona salute”. Nel 2006 fu misurata la
pressione arteriosa a 1.164 adulti, di età compresa tra 51 e 91
anni; nel 2010 venne rimisurata la pressione. I risultati hanno
mostrato che il 40 per cento di coloro che, dopo il 2006, aveva-
no fatto almeno duecento ore di volontariato all’anno non pre-
sentavano fenomeni di ipertensione rispetto a coloro che non
avevano fatto volontariato. “Dato che le persone anziane subi-
scono transizioni sociali come il pensionamento, il lutto e la par-
tenza dei figli da casa, restano con minori opportunità di intera-
zione sociale. Partecipare ad attività di volontariato può offrire
connessioni sociali che non potrebbero avvenire altrimenti. Il
volontariato è quindi un’ottima attività per la salute fisica delle
persone anziane, perché le incoraggia a rimanere attivi e a tra-

66
scorrere più tempo fuori casa. (…). Ovviamente, il volontariato
non si può prescrivere come una dieta, ma è “da tenere lo stesso
in considerazione per i suoi effetti benefici”, conclude Sneed.
In un articolo pubblicato su “Social Science and Medicine”
(“Volunteering is prospectively associated with health care use
among older adults”, 2016), E. Kim e Sara Konrath hanno stu-
diato 7.168 americani con un’età media di cinquanta anni ed
hanno scoperto che, in un periodo di due anni e più, quelli che
facevano volontariato erano meno propensi a prendersi raffred-
dori, a soffrire di colesterolo o di disturbi alla prostata. Inol-
tre, questi volontari hanno trascorso meno notti in ospedale,
precisamente il 38 per cento in meno. Konrath conclude: “Ciò
dimostra che i volontari godono di diverse condizioni di salute
rispetto ai non volontari. Ciò significa che prendersi cura degli
altri, aiuta anche a prendersi cura di se stessi”.
Kim e Konrath, oltre a isolare i fattori socio-demografici come
l’età, il genere, la razza, lo stato, l’educazione e le finanze, han-
no controllato anche i comportamenti salutari, l’integrazione,
lo stress e i fattori psicologici, i fattori legati alla personalità e le
malattie croniche. “Esattamente come qualsiasi ricerca sul fumo
non è sperimentale, altrettanto lo sono gli studi sul volontariato.
Dopotutto non possiamo ignorare che tanta parte del contesto
delle nostre vite quotidiane è incorporata nelle nostre relazioni.
È innegabile che il numero e la qualità di tali relazioni influenza
fortemente la salute. A riprova, per quanto abbia cercato a lungo
in questi anni, non ho ancora trovato uno studio dove il volonta-
riato non influenza positivamente la salute”. Inoltre i ricercatori
sottolineano che il volontariato offrirebbe nuovi possibilità di
incrementare la salute e diminuire le malattie, diminuendo for-
temente i costi della sanità. Quindi, i programmi di volontariato
possono essere una valida alternativa. Nel 2012, 64,6 milioni di
volontari americani hanno prestato 7,9 miliardi di ore di servi-
zio, con un valore economico stimato in 175 miliardi di dollari.
Numeri che aumenterebbero notevolmente se si considerasse
anche il risparmio in costi sanitari dei volontari stessi.

67
Kim e Konrath concludono con un invito ai medici: “Dovreb-
bero raccontare alle persone i benefici delle attività sociali sulla
salute, incluso il volontariato. Di sicuro la motivazione è fon-
damentale. Il volontariato lo si fa anzitutto con il cuore e poi
con la testa. Per questo motivo, senza le ragioni del cuore gli ef-
fetti benefici del volontariato sul corpo e sulla mente sarebbero
annullati. Ma i medici non devono esimersi dal dispensare tale
suggerimento, perché sarebbe irresponsabile aspettare un’altra
decade per scoprire esattamente cosa accade al fisico e alla tua
mente quando fai del bene”.
Potremmo citare numerosi altri studi medici e paramedici che
vanno tutti in questa stessa direzione: il volontariato è utile ai
beneficiari del servizio ed ai volontari stessi.

Sentimenti negativi

Un’evidenza della validità terapeutica dell’altruismo ci proviene


dal versante dei sentimenti negativi: l’odio, il rancore, l’ostili-
tà nei confronti degli altri. Certamente i sentimenti di ostilità
moltiplicano il rischio di malattie cardiache. Redford Williams,
internista presso il centro medico della Duke University a
Durham, nel North Carolina, ha dimostrato che più una perso-
na nutre atteggiamenti di ostilità, più le sue coronarie risultano
bloccate. James Lynch (University of Maryland) ha riscontrato
che le persone che non sanno ascoltare gli altri e che colgono
la minima occasione per reagire e ribattere, tendono ad avere
la pressione arteriosa più alta. La saggezza popolare ha sempre
ripetuto che l’odio, il rancore ed i litigi “nuocciono grandemente
alla salute”.
La bontà fa bene, quindi: sia allo spirito che al corpo. La bontà e
l’altruismo si rivelano uno straordinario investimento. Persino
il semplice ricordo del bene fatto provoca una piacevole sensa-
zione euforica, anche se meno intensa di quella sperimentata
durante il contatto diretto con gli altri.
Far del bene agli altri allora è anche far del bene a se stessi.
68
“Qualcuno storcerà la bocca all’idea che con l’altruismo si possa
tirare acqua al proprio mulino. E in effetti una buona azione
sembra perdere valore se pensiamo di poterne trarre vantaggio.
E tuttavia la realtà è che gli esseri umani sentono, primaria e ir-
rinunciabile, l’esigenza di raggrupparsi, di stare insieme, perché
sono naturalmente portati a dipendere gli uni dagli altri. Quin-
di, se aiutando il prossimo ci capita di essere utili a noi stessi,
tanto meglio” (E. ROCKEFELLER GROWALD e A. LUKS, 1988,
p. 19).
Quali che siano le motivazioni, il volontariato è essenziale nella
società odierna, in cui il sistema del welfare si è rivelato insuf-
ficiente. È impossibile garantire il benessere con le sole leggi,
perché le istituzioni, per quanto vicine ai bisogni, non possono
certo soddisfarli tutti. Al di là della legge e di quanto essa pos-
sa offrire, è necessaria una presenza continua, un conforto, una
amicizia che possa rassicurare. Una persona piena di buona vo-
lontà e di cordialità.
Dalla riflessione sulla realtà di disgregazione ed abbandono
causata dalla crisi del welfare state, si delinea sempre più nitido
il progetto di servizio alla società, per risanarla e colmarne le
carenze.
In conclusione si può affermare che, sia per le persone anziane
che per adulti e giovani, fare volontariato produce benessere per
il volontario stesso, per il contesto sociale in cui egli vive e per
chi riceve l’aiuto. Fare del bene fà del bene, sia a chi riceve e sia
a chi dà.
Il prendersi cura degli altri è parte integrante della natura uma-
na, non meno della tendenza a badare a se stessi. “Ama il pros-
simo tuo come te stesso”... Quale delle due tendenze avrà il so-
pravvento dipende dall’educazione ricevuta.
Bruce Lipton, il famoso biologo americano, ha scritto: “Noi non
diventeremo una umanità finché non ci renderemo conto che
siamo una cosa sola, che tutti gli uomini dovrebbero unirsi.”
Sintetizzando: gli uomini sono le cellule di una società allargata,
che si unisce per condividere le sue conoscenze e creare un sin-

69
golo organismo vivente: l’umanità. Noi non siamo esseri umani
finché non creiamo l’umanità. Creeremo l’umanità solo quando
comprenderemo che tutti noi siamo le cellule di un solo orga-
nismo vivente e che dobbiamo lavorare in armonia. Poi creere-
mo il livello successivo dell’evoluzione. Internet è un passaggio
dell’evoluzione, un sistema di comunicazione che rende capaci
tutte le “cellule” del corpo dell’umanità di comunicare tra di loro
e di scambiarsi delle informazioni. “Un essere umano è la repli-
ca di una cellula. Il concetto assolutamente semplice è quello
che, nonostante quanto complessa una persona sia, non ci sono
delle nuove funzioni umane presenti in essa che non siano pre-
senti nella singola cellula. Una comunità di uomini è una strut-
tura multi-cellulare che trova un accordo e crea unità, come una
cellula. Questo costituisce l’auto-realizzazione della comunità.
Una volta che l’umanità sarà completa, allora la terra, come un
organismo, completerà la sua evoluzione. Noi raggiungeremo la
pienezza dell’unità”. E tutto questo è scritto non da un sacerdote
o da un mistico, ma da un biologo.

Alla base del volontariato troviamo la cultura della so-


lidarietà e del gratuito. È soprattutto questa la grande
lezione del volontariato: in un mondo dominato dalla
cultura del profitto e dell’individualismo, si può vivere
una vita alternativa, pronta a donare in modo comple-
tamente disinteressato e ad interessarsi profondamen-
te agli altri, proprio perché sono esseri umani come
noi. Il volontariato garantisce una vita più funzionale
per gli altri e per se stessi, più gratificante e significa-
tiva.
70
II - LO STILE DEL VOLONTARIO

Ogni persona, ogni attività ed ogni gesto hanno un loro stile: un


“quid” che li identifica e rivela il marchio di fabbrica. Per coglie-
re meglio lo “stile” caratteristico del buon volontario, possiamo
studiarlo da tre prospettive: la carta dei valori, i principi etici e
la prospettiva religiosa.

TRE PROSPETTIVE

A)LA CARTA DEI VALORI


DEL VOLONTARIATO

“Un punto di arrivo, per una nuova partenza”: così è stata de-
finita la “Carta dei valori del volontariato” (2001). Questo do-

71
cumento, elaborato partendo da alcune premesse redatte dal
Gruppo Abele e da diversi altri Enti di volontariato, ha una di-
mensione attiva ed una dimensione politica, nel senso migliore
della parola. In esso possiamo cogliere molte indicazioni sullo
stile che dovrebbe caratterizzare l’agire del volontario. È un do-
cumento molto chiaro, articolato ed esaustivo che non ha bi-
sogno di commenti: per questo lo propongo nella sua integrità
come modello teorico e pratico.

“I PRINCIPI FONDANTI
[Link] è la persona che, adempiuti i doveri di ogni cittadi-
no, mette a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità
per gli altri, per la comunità di appartenenza o per l’umanità
intera. Egli opera in modo libero e gratuito promuovendo ri-
sposte creative ed efficaci ai bisogni dei destinatari della propria
azione o contribuendo alla realizzazione dei beni comuni.

2.I volontari esplicano la loro azione in forma individuale, in


aggregazioni informali, in organizzazioni strutturate; pur at-
tingendo, quanto a motivazioni, a radici culturali e/o religiose
diverse, essi hanno in comune la passione per la causa
degli esseri umani e per la costruzione di un mondo
migliore.

[Link] volontariato è azione gratuita. La gratuità è l’elemento


distintivo dell’agire volontario e lo rende originale rispetto ad
altre componenti del terzo settore e ad altre forme di impegno
civile. Ciò comporta assenza di guadagno economico, libertà da

72
ogni forma di potere e rinuncia ai vantaggi diretti e indiretti.
In questo modo diviene testimonianza credibile di libertà
rispetto alle logiche dell’individualismo, dell’utilitarismo eco-
nomico e rifiuta i modelli di società centrati esclusivamente
sull’avere e sul consumismo. I volontari traggono dalla propria
esperienza di dono motivi di arricchimento sul piano interiore e
sul piano delle abilità relazionali.

[Link] volontariato è, in tutte le sue forme e manifestazioni,


espressione del valore della relazione e della condivi-
sione con l’altro. Al centro del suo agire ci sono le persone con-
siderate nella loro dignità umana, nella loro integrità e nel con-
testo delle relazioni familiari, sociali e culturali in cui vivono.
Pertanto considera ogni persona titolare di diritti di cittadinan-
za, promuove la conoscenza degli stessi e ne tutela l’esercizio
concreto e consapevole, favorendo la partecipazione di tutti allo
sviluppo civile della società.

[Link] volontariato è scuola di solidarietà in quanto concorre


alla formazione dell’uomo solidale e di cittadini responsabili.
Propone a tutti di farsi carico, ciascuno per le proprie compe-
tenze, tanto dei problemi locali quanto di quelli globali e, at-
traverso la partecipazione, di portare un contributo al cambia-
mento sociale. In tal modo il volontariato produce legami, beni
relazionali, rapporti fiduciari e cooperazione tra soggetti e or-
ganizzazioni concorrendo ad accrescere e valorizzare il capitale
sociale del contesto in cui opera.

73
[Link] volontariato è esperienza di solidarietà e pratica di
sussidiarietà: opera per la crescita della comunità locale, na-
zionale e internazionale, per il sostegno dei suoi membri più de-
boli o in stato di disagio e per il superamento delle situazioni di
degrado. Solidale è ogni azione che consente la fruizione dei di-
ritti, la qualità della vita per tutti, il superamento di comporta-
menti discriminatori e di svantaggi di tipo economico e sociale,
la valorizzazione delle culture, dell’ambiente e del territorio. Nel
volontariato la solidarietà si fonda sulla giustizia.

[Link] volontariato è responsabile partecipazione e pratica


di cittadinanza solidale in quanto si impegna per rimuovere
le cause delle diseguaglianze economiche, culturali, sociali, re-
ligiose e politiche e concorre all’allargamento, tutela e fruizione
dei beni comuni. Non si ferma all’opera di denuncia ma
avanza proposte e progetti coinvolgendo quanto più possi-
bile la popolazione nella costruzione di una società più vivibile.

74
[Link] volontariato ha una funzione culturale ponendosi come
coscienza critica e punto di diffusione dei valori della pace, della
non violenza, della libertà, della legalità, della tolleranza e fa-
cendosi promotore, innanzitutto con la propria testimonian-
za, di stili di vita caratterizzati dal senso della responsabilità,
dell’accoglienza, della solidarietà e della giustizia sociale. Si im-
pegna perché tali valori diventino patrimonio comune di tutti e
delle istituzioni.

[Link] volontariato svolge un ruolo politico: partecipa attiva-


mente ai processi della vita sociale favorendo la crescita del si-
stema democratico; soprattutto con le sue organizzazioni sol-
lecita la conoscenza ed il rispetto dei diritti, rileva i bisogni e
i fattori di emarginazione e degrado, propone idee e progetti,
individua e sperimenta soluzioni e servizi, concorre a program-
mare e a valutare le politiche sociali in pari dignità con le
istituzioni pubbliche cui spetta la responsabilità primaria
della risposta ai diritti delle persone.

75
ATTEGGIAMENTI E RUOLI

I volontari
10.I volontari sono chiamati a vivere la propria esperienza in
modo coerente con i valori e i principi che fondano l’agire vo-
lontario. La dimensione dell’essere è per il volontario ancora più
importante di quella del fare.

11.I volontari nell’esercitare il diritto-dovere di cittadinanza co-


stituiscono un patrimonio da promuovere e da valoriz-
zare, sia da parte delle istituzioni che delle organizzazioni che
li impegnano. Pertanto esse devono rispettarne lo spirito, le mo-
dalità operative, l’autonomia organizzativa e la creatività.

12.I volontari sono tenuti a conoscere fini, obiettivi,


struttura e programmi dell’organismo in cui operano
e partecipano, secondo le loro possibilità, alla vita e alla ge-
stione di questo nel pieno rispetto delle regole stabilite e delle
responsabilità.

13.I volontari svolgono i loro compiti con competenza,


responsabilità, valorizzazione del lavoro di équipe e
accettazione della verifica costante del proprio opera-
to. Essi garantiscono, nei limiti della propria disponi-
bilità, continuità di impegno e portano a compimento
le azioni intraprese.

76
14.I volontari si impegnano a formarsi con costanza e
serietà, consapevoli delle responsabilità che si assumono so-
prattutto nei confronti dei destinatari diretti dei loro interventi.
Essi ricevono dall’organizzazione in cui operano il sostegno e la
formazione necessari per la loro crescita e per l’attuazione dei
compiti di cui sono responsabili.

15.I volontari riconoscono, rispettano e difendono la di-


gnità delle persone che incontrano e si impegnano a man-
tenere una totale riservatezza rispetto alle informazioni ed alle
situazioni di cui vengono a conoscenza. Nella relazione di aiuto
essi attuano un accompagnamento riservato e discreto, non im-
positivo, reciprocamente arricchente, disponibile ad affiancare
l’altro senza volerlo condizionare o sostituirvisi. I volontari va-
lorizzano la capacità di ciascuno di essere attivo e responsabile
protagonista della propria storia.

77
16.I volontari impegnati nei servizi pubblici e in organizzazio-
ni di terzo settore, costituiscono una presenza preziosa se
testimoniano un “camminare insieme” con altre compe-
tenze e profili professionali in un rapporto di complementarietà
e di mutua collaborazione. Essi costituiscono una risorsa va-
loriale nella misura in cui rafforzano le motivazioni ideali, le
capacità relazionali e il legame al territorio dell’organizzazione
in cui operano.

17.I volontari ricevono dall’organismo di appartenenza o


dall’Ente in cui prestano servizio copertura assicurativa per
i danni che subiscono e per quelli economici e morali che po-
trebbero causare a terzi nello svolgimento della loro attività di
volontariato. Per il principio della gratuità i volontari possono
richiedere e ottenere esclusivamente il rimborso delle spese
realmente sostenute per l’attività di volontariato svolta.

Le organizzazioni di volontariato
[Link] organizzazioni di volontariato si ispirano ai principi
della partecipazione democratica promuovendo e va-
lorizzando il contributo ideale e operativo di ogni ade-
rente. È compito dell’organizzazione riconoscere e alimentare
la motivazione dei volontari attraverso un lavoro di inserimento,
affiancamento e una costante attività di sostegno e supervisione.

[Link] organizzazioni di volontariato perseguono l’innova-


zione socio-culturale a partire dalle condizioni e dai proble-

78
mi esistenti. Pertanto propongono idee e progetti, rischiando e
sperimentando interventi per conto della comunità in cui ope-
rano. Evitano in ogni caso di produrre percorsi separati o segre-
ganti e operano per il miglioramento dei servizi per tutti.

[Link] organizzazioni di volontariato collaborano con le re-


altà e le istituzioni locali, nazionali e internazionali,
mettendo in comune le risorse, valorizzando le competenze e
condividendo gli obiettivi. Promuovono connessioni e alleanze
con altri organismi e partecipano a coordinamenti e consulte
per elaborare strategie, linee di intervento e proposte socio-cul-
turali. Evitano altresì di farsi carico della gestione stabile di ser-
vizi che altri soggetti possono realizzare meglio.

[Link] organizzazioni di volontariato svolgono un preciso ruolo


politico e di impegno civico anche partecipando alla pro-
grammazione e alla valutazione delle politiche socia-
li e del territorio. Nel rapporto con le istituzioni pubbliche le
organizzazioni di volontariato rifiutano un ruolo di supplenza
e non rinunciano alla propria autonomia in cambio di sostegno
economico e politico. Non si prestano ad una delega passiva che
chieda di nascondere o di allontanare marginalità e devianze
che esigono risposte anche politiche e non solo interventi assi-
stenziali e di primo aiuto.

[Link] organizzazioni di volontariato devono principalmen-


te il loro sviluppo e la qualità del loro intervento alla capaci-
tà di coinvolgere e formare nuove presenze, comprese

79
quelle di alto profilo professionale. La formazione accom-
pagna l’intero percorso dei volontari e ne sostiene costantemen-
te l’azione, aiutandoli a maturare le proprie motivazioni, for-
nendo strumenti per la conoscenza delle cause dell’ingiustizia
sociale e dei problemi del territorio, attrezzandoli di competen-
ze specifiche per il lavoro e la valutazione dei risultati.

[Link] organizzazioni di volontariato sono tenute a fare propria


una cultura della comunicazione intesa come strumento di rela-
zione, di promozione culturale e di cambiamento, attraverso cui
sensibilizzano l’opinione pubblica e favoriscono la costruzione
di rapporti e sinergie a tutti i livelli.

Coltivano e diffondono la comunicazione con ogni strumento


privilegiando - dove è possibile - la rete informatica per miglio-
rare l’accesso alle informazioni, ai diritti dei cittadini, alle risor-
se disponibili. Le organizzazioni di volontariato interagiscono
con il mondo dei mass media e dei suoi operatori perché infor-
mino in modo corretto ed esaustivo sui temi sociali e culturali di
cui si occupano.
(Quello della comunicazione è un tema essenziale e di fonda-
mentale importanza in tutte le forme di interazione umana: a
maggior ragione, è fondamentale in quell’area specifica che è
l’interazione di volontariato. Saper comunicare bene, in modo
chiaro, adeguato e rispettoso è una capacità basilare del lavoro
del volontario. Comunicazione che non si esaurisce nella parola,
ma nel modo di fare, di trattare, e simili).

[Link] organizzazioni di volontariato ritengono essenziale la


legalità e la trasparenza in tutta la loro attività e partico-
80
larmente nella raccolta e nell’uso corretto dei fondi e nella for-
mazione dei bilanci. Sono disponibili a sottoporsi a verifica e
controllo, anche in relazione all’organizzazione interna. Per esse
trasparenza significa apertura all’esterno e disponibilità alla ve-
rifica della coerenza tra l’agire quotidiano e i principi enunciati”.

B)UN PROFILO ETICO DEL


VOLONTARIO
Oltre alla compassione ed al “buon cuore”, il volontario deve
sviluppare altre caratteristiche etiche (cfr. Negro, 2008):

[Link] della responsabilità.


-Il volontario si fa carico del bisogno che vede
-Il volontario non delega ad altri le risposte
-Non si limita alla denuncia, ma presenta proposte e progetti
-Se e quando è necessario coinvolge anche i membri della sua
comunità.

[Link] del dono: è il dono che costruisce la civiltà della


solidarietà.
Noi confondiamo spesso il dono ed il regalo. Non sono la stessa
cosa. Il regalo indica un qualcosa di obbligato: “devi” fare un re-
galo per la festa di onomastico, di compleanno, di matrimonio,
… Tutti si aspettano che tu “regali” qualcosa. In altre parole, è
qualcosa di vincolato a norme o ad aspettative. Il dono è gra-
tuito. Nessuno si aspetta che faccia un dono. È una sorpresa e

81
non è vincolato a nessun evento: doni perché vuoi donare; doni
perché vuoi mostrare all’altro che ci tieni a lui. Che ti sta a cuore.

[Link] dell’amore come servizio:“Dormivo e sognavo che


la vita era gioia. Mi svegliai e vidi che la vita era servizio. Volli
servire e vidi che servire era gioia” (Tagore). L’amore vero, con-
sistente e solido si manifesta in gesti concreti di servizio e di
solidarietà.

[Link] della formazione permanente

Per il volontariato è indispensabile un impegno formativo conti-


nuo che permetta alla persona una crescita costante a tre livelli:
-motivazionale
-tecnico operativo,
-spirituale

82
5. Etica della profezia e della speranza
Il volontariato testimonia in modo concreto quale potrebbe es-
sere una vita, personale e sociale, basata sull’amore, sul rispetto,
sulla condivisione e sulla solidarietà. Tutti i grandi personaggi ci
hanno mostrato nuovi orizzonti in cui credere e sperare e verso
cui incamminarsi.

C)UNA PROSPETTIVA PSICO-SOCIALE

È vero che “il bene fa bene”, ma bisogna “farlo bene”. Propongo


alcune semplici annotazioni, che tutti conoscono.
Per “fare bene il bene”, occorre usare la testa, il cuore e le mani.
Usare la “testa”, con intelligenza. Farlo con il cuore, con la cor-
dialità e l’amore di cui siamo capaci. E farlo con “le mani”: fare
davvero le cose e non accontentarsi di sognarle soltanto o di

83
parlarne e di proporle. “Sporcarsi le mani”. E ancora: fondarsi
sullo “spirito”, sulla dimensione spirituale e sulla spiritualità.

Testa
Fare il bene “bene”, con intelligenza. Non basta avere un cuore
grande ed essere molto generosi. Spesso, si possono combinare
molti pasticci, se non si ha un minimo di intelligenza, di cono-
scenza, di buon senso, di realismo. Insomma, conoscere ciò che
si fa.
La parola “intelligente” deriva dal latino “intus legere” ed indica
la capacità di “leggere dentro” le persone ed i fatti. Non fermarsi
alla facciata, ma guardare dietro le quinte. Non si tratta di essere
degli Einstein in formato ridotto: basta vedere e comprendere.

Conoscere se stessi, i propri


punti forti e deboli.

Conoscere davvero chi si è. La maggior parte delle persone non


si conosce: non conosce le proprie doti, i propri limiti, le predi-
sposizioni, e tante piccole informazioni. Usiamo molta più at-
tenzione a leggere ed a “comprendere le informazioni” su una
macchina, che non a comprendere noi stessi e la nostra vita.
Spesso, continuiamo a ripeterci quello che di noi ripetevano i
nostri genitori, gli insegnanti o le persone significative della no-
stra infanzia. Ma non abbiamo una conoscenza di noi stessi “di
prima mano”. Spesso ci illudiamo: pensiamo di essere A ed in-
vece siamo B, o forse Z.

84
Razionalizziamo molti atteggiamenti e molte predisposizioni. Ci
costruiamo delle immagini di noi stessi che sono false o distorte.
Talvolta si tratta di paure, di timore di essere proprio quello che
non vorremmo essere.
Ecco perché il rivolgersi ad uno psicologo o ad un esperto della
psiche può essere di aiuto. Intendiamoci. Non è un fatto assolu-
tamente necessario ed indispensabile, ma di certo può essere di
grande aiuto.
Ci sono molti pregiudizi sullo psicologo. Per molti, andare dallo
psicologo è come andare dal medico dei pazzi, da uno psichia-
tra. E quindi, riconoscere di essere persone disturbate. Non è
vero: lo psicologo può essere un valido aiuto per migliorare le
proprie prestazioni o l’immagine di sé. In ambito sportivo, non
esiste solo l’infermiere per medicare le ferite o le parti contu-
se; esiste anche l’allenatore che permette di migliorare le nostre
prestazioni.

85
Andare dallo psicologo non è un’ammissione di debolezza psi-
chica, ma il riconoscimento dei nostri limiti e della nostra per-
fettibilità.
Non basta parlare dei problemi per risolverli. È vero, ma uno
sfogo od un confronto con una persona esperta e neutrale può
essere molto utile.

La conoscenza di sé permette un miglioramento delle proprie


condizioni e prestazioni. La vita spesso è pesante, dura; un aiuto
esterno può garantire un notevole aiuto per vivere meglio.

Frequentare corsi mirati alla formazione e di approfondi-


mento delle situazioni sociali.
Anche in questo caso, una buona conoscenza delle situazioni so-
ciali – specie quelle in cui intendiamo coinvolgerci - può essere
molto utile. La nostra conoscenza della realtà sociale spesso è
solo superficiale o frammentaria. Un esperto del campo potreb-
be fornirci una mappa più approfondita e dettagliata, che ci per-
mette di muoverci meglio.

86
Conoscere direttamente la realtà sociale e fare fre-
quenti verifiche, sia su di sé che sulla situazione e sulle per-
sone che aiutiamo.
Molto spesso, i giornali riportano casi di finti poveri o bisognosi.
Gli articoli su questo argomento sono molto numerosi e pitto-
reschi. Accattoni che chiedono l’elemosina davanti alle chiese
o ai supermercati e riescono ad accumulare perfino 100 euro
al giorno; persone quasi-benestanti che vanno alla mensa dei
poveri per risparmiare, e simili. Ovvio: non tutti gli accattoni
raggiungono cifre invidiabili e non tutti vanno alla mensa dei
poveri per risparmiare! Ma se noi aiutiamo tutti, indistintamen-
te, senza valutare oculatamente caso per caso, rischiamo di dare
a chi non ne ha bisogno – o che addirittura vuole sfruttare la
situazione (ricordate i pipistrelli vampiro?) - e di non aiutare chi
invece è veramente in difficoltà. Quindi, valutare con oculatezza
le situazioni delle persone, facendo una scala di priorità.
Ecco la saggezza dell’andare nelle case dei poveri, di conoscere
in modo realistico la loro storia e la loro situazione.

Essere creativi. Essere ingegnosi.

Una buona conoscenza di sé e della situazione e delle persone


che vogliamo aiutare può far scattare la scintilla della creatività
e dell’ingegnosità. “Perché non fare così? Proviamo?”

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Mani
Anche le mani sono importanti. Indicano la voglia di fare, di
dare, di aiutare in modo concreto le persone che sono nel biso-
gno. Non tutti possono dedicarsi a lavori pesanti, ovviamente: a
noi viene chiesto di darci da fare come possiamo e di non limi-
tarci a parlare o a proporre.

Cuore
Dare e fare con amore, con spirito di solidarietà.
Fare del bene come un robot è utile, ma è troppo limitativo. A
noi, il povero non chiede solo la soluzione di un problema o un
gesto meccanico: chiede affetto, stima, simpatia. Quello che do-
vrebbe davvero differenziarci da un servizio “comunale”, fatto
per legge o per disposizioni amministrative, è proprio lo stile
cordiale, rispettoso ed amichevole.

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Spirito: l’aspetto profondamente
religioso del volontariato

Un aspetto che spesso viene trascurato è quello spirituale. È


vero: vi sono molte organizzazioni laiche di volontariato, che
funzionano in modo ammirevole. Ma se noi riusciamo ad ag-
giungere quell’ingrediente particolare rappresentato dalla fede
e dalla religiosità, abbiamo una marcia in più. In certi momenti
ci sentiamo giù di corda, stanchi, delusi: un pizzico di fede, un
attimo di preghiera può aiutare a rimetterci più facilmente in
cammino.
Inoltre, dobbiamo riconoscere che molte grandi opere di volon-
tariato sono state generate e motivate dalla fede e dalla Religio-
ne. Molti santi del passato e del presente hanno costruito opere
meravigliose a beneficio dei fratelli. Pensiamo ai grandi ospe-
dali gestiti da religiosi; pensiamo al Cottolengo, alle opere dei
padri Camilliani, alle tante congregazioni finalizzate ad aiutare,
a curare ed a servire i bisognosi, … Dove c’è religione, troviamo
sempre degli sbocchi naturali di solidarietà e di aiuto.
Nel 2016 abbiamo vissuto l’anno giubilare della Misericordia,
voluto da papa Francesco. È stato un anno intenso di riflessioni,
di preghiera e di iniziative solidali. Del resto, la tradizione catto-
lica annovera nel suo vasto repertorio sette opere di misericor-
dia corporale e sette opere di misericordia spirituale.

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Le opere del volontario appartengono pienamente alle opere di
misericordia corporali e spirituali di cui si parla nella tradizione
ecclesiastica.

A) Corporali:
Dar da mangiare agli affamati,
Dar da bere agli assetati
Vestire gli ignudi
Ospitare i pellegrini/profughi
Visitare gli infermi
Visitare i carcerati
Seppellire i morti

B) Spirituali
Istruire gli ignoranti
Consolare i dubbiosi
Ammonire i peccatori
Confortare gli afflitti
Perdonare le offese
Sopportare pazientemente le persone moleste
Pregare Dio per i vivi e per i morti.
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III - SAPER LAVORARE INSIEME
È importante saper lavorare insieme. Saper “col-laborare”, cioè
lavorare uniti, seguendo un progetto comune e trattandoci bene
gli uni gli altri, con rispetto e cordialità. Ma sappiamo quanto
spesso sia difficile! Diversità di caratteri, prospettive diverse, un
pizzico di narcisismo, un po’ di permalosità, voglia di comanda-
re e di mettersi in mostra, una manciata di prepotenza … e anche
il migliore dei progetti si trasforma in difficoltà, o addirittura in
utopia irrealizzabile. È quanto può succedere a diversi gruppi
ed organizzazioni di volontariato. Persone che hanno buona vo-
lontà e desiderio di condividere con i più bisognosi, spesso si
scontrano a causa di difficoltà di convivenza e di rapporto.
Lo spirito della collaborazione deve fondarsi sullo spirito frater-
no: senza fraternità non si fa molta strada. “Da soli si giunge pri-
ma, ma insieme si va più lontano”, recita un vecchio proverbio
africano. La collaborazione implica una visione ampia e chiara,
una funzionale suddivisione di compiti e una verifica costante,
sempre con lo sguardo rivolto verso la mèta finale: il bene di
tutti, specie dei più poveri.

La Psicologia indica con il termine “dinamiche di gruppo”


l’insieme dei movimenti affettivi presenti nella vita del gruppo:
movimenti che vanno dall’attrazione alla repulsione e al rifiuto,
passando per tutte le tappe intermedie. Questo aspetto dinami-
co implica un flusso continuo di piccoli smottamenti, di aggiu-
stamenti ed assestamenti nei rapporti interpersonali: il clima
non è mai perfettamente uguale a se stesso. Tuttavia, il più delle
volte possiamo individuare un clima affettivo sufficientemente

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stabile, che fa da base e contesto a tutte le attività dei mem-
bri del gruppo. Questa fluidità è motivo di conforto: anche se
vi sono periodi brutti o difficili, possono cambiare e migliorare.
Ma è anche invito all’attenzione ed alla verifica: pure i rapporti
belli e positivi, possono peggiorare; magari per delle inezie.

Analizzando la struttura dinamica del gruppo, la Psicologia so-


ciale propone due concetti fondamentali: lo status ed il ruo-
lo. Lo status è la posizione occupata da ogni membro all’interno
del gruppo. È una posizione “verticale” che va dal primo all’ulti-
mo membro e deriva dalle valutazioni che ogni membro riceve
dagli altri. Il ruolo è quello che una persona fa o dovrebbe fare.
Si tratta di una dimensione orizzontale, che “ruota”.
Tutti i membri del gruppo, pur avendo la stessa dignità e lo stes-
so valore in quanto persone, sono collocati in posizioni diverse
grazie alle valutazioni che diamo loro. Anche se lo status si avvi-
cina ad una “fictio juris”, sta di fatto che non tutti i membri del
gruppo sono trattati allo stesso modo. E ciò dipende da diverse
variabili.

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Il leader
Uno dei punti più studiati all’interno del gruppo è la figura del
leader. Il leader è una figura onnipresente nei gruppi ed indi-
ca la persona più influente. È una constatazione innegabile che
alcune persone hanno più carisma, sono più ascoltate e seguite
delle altre. Niente di male. Esse diventano il punto naturale di
riferimento del gruppo. È scontato che in ogni gruppo di volon-
tariato vi sia qualche elemento che influenza maggiormente il
gruppo: è più affidabile, più esperto, più capace di trattare con
gli altri, ha buon carattere, è attivo e propositivo, … Nulla di
strano se ci si rivolge a lui di preferenza.

Altro conto è se una persona si assuma il ruolo del leader, tratti


gli altri con arroganza e prepotenza, che pretenda onori, e simili.

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Nell’ambito del volontariato è significativa la figura del “servant
leader” proposta da Greenleaf (1970). Egli cita un esempio, trat-
to dal racconto di H. Hesse: “Viaggio in India”. Leo è il servo
tutto-fare, buono, attento, disponibile, attivo, discreto, saggio
che diventa il vero punto di riferimento del gruppo. In qualche
modo, tutte le persone della comitiva dipendono da lui. Improv-
visamente, Leo scompare ed allora tutto il gruppo, dopo breve
tempo, è costretto a sciogliersi. Il “servant-leader” è prima di
tutto un servo; e diventa leader in un secondo tempo. Un antico
detto taoista recitava: “Come hanno ottenuto i mari e gli oceani
il potere sulle altre acque? Con il fatto di essere più in basso
di loro”. Anche nel Vangelo ritroviamo lo stesso concetto: “Chi
vuole essere il primo, sia il servo di tutti”. Cerchi l’ultimo posto.
È un concetto essenziale nella visione cristiana, anche se spesso
viene dimenticato.

Se non siamo dei leader naturali, cerchiamo di essere dei buo-


ni collaboratori, ciascuno nella sua individualità, con le proprie
capacità ed i propri limiti. Per agire come gruppo, dobbiamo es-
sere come un corpo, un organismo vivente. Ogni membro fa la
sua parte, per il bene di tutti.

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Funzionalità ed armonia

La collaborazione dovrebbe fluire in modo naturale. Le dinami-


che di gruppo si svolgono facilmente quando c’è uno spirito di
accettazione, di rispetto, di fiducia, di onestà e di sincerità. Se ci
si accorge che qualcosa non funziona come dovrebbe o se si ve-
dono degli errori o dei rischi, perché non farli presenti agli altri?
Ma c’è modo e modo di dire le cose. Il punto difficile è proprio
questo: dire con chiarezza e con rispetto.
Quindi, anche se il primo punto è proprio la funzionalità (il rag-
giungimento dello scopo prefissato), il secondo gli sta a ruota,
ed è l’armonia dei rapporti. Armonia che implica accettazione,
rispetto, cordialità, perdono, comprensione, ... Il clima armo-
nioso favorisce il funzionale raggiungimento dello scopo. Se cia-
scuno fa bene la sua parte, tutti ci guadagnano. Quindi, il clima
del gruppo è molto importante, anche per una miglior funziona-
lità del gruppo stesso.

Rispetto: vuol dire riconoscere tutti gli aspetti positivi presenti


nelle persone, nonostante i limiti e gli sbagli. Rispetto per la loro
dignità, per il solo fatto di essere “persone”. Noi siamo abituati
ad esigere il rispetto (“Fatti rispettare!”), mentre dovremmo im-
parare a rispettare gli altri, come primo passo.

Sincerità ed onestà: sono la base della fiducia reciproca. Se


riconosco che quella persona non mente, dice ciò che pensa dav-
vero, ed è onesta, potrò fidarmi di lei. Se mi accorgo che mente
e che nasconde qualcosa, come potrò fidarmi?

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Accettazione: è uno dei punti più importanti nei rapporti in-
terpersonali. Implica l’accoglienza dell’altro nella sua diversità.
È facile accettare una persona che la pensa come me, che si com-
porta come me e che ha le mie stesse aspettative. È molto più
difficile accettare una persona con le sue differenze, che – se
conosciute e valorizzate – possono trasformarsi in opportunità
e ricchezza. La diversità è davvero ricchezza.

Comunicazione: saper comunicare bene è molto importan-


te. Questo non vuol dire saper parlare bene, magari in modo
forbito: ma saper esprimere chiaramente e rispettosamente le
nostre opinioni ed i nostri sentimenti. Una buona comunicazio-
ne è alla base dei buoni rapporti interpersonali. Potremmo dire
che i rapporti interpersonali hanno lo stesso colore della co-
municazione: a buona comunicazione corrispondono dei buoni
rapporti; a cattiva o incompleta comunicazione corrispondono
rapporti difficili.

Rischi
Nonostante il massimo rispetto che dobbiamo nutrire per ogni
persona, ci rendiamo conto che alcuni comportamenti non favo-
riscono il lavoro di gruppo, ma lo intralciano e lo possono bloc-
care. Il lavoro di gruppo esige alcune attenzioni che non possono
essere ignorate. Ci sono delle personalità a rischio, che presen-
tano comportamenti negativi e controproducenti. Pur accettan-

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dole e comprendendole, dobbiamo aiutarle a modulare meglio i
loro comportamenti, proprio per il buon andamento del gruppo.
Presento alcuni personaggi come emblematici di alcuni com-
portamenti discutibili. Probabilmente, li riconoscerete in voi o
in qualche altra persona del gruppo.

-libero battitore: è il volontario che fa quello che vuole. Non


rispetta le divisioni di ruoli, si assume spesso delle responsabi-
lità che non gli competono, ed altrettanto spesso trascura quelle
che sono di sua competenza o che gli sono state affidate.
Un po’ di libertà di movimento è positiva, ma che non vada a
scapito dell’organizzazione.

-il volontario “buono”: è quello che cede volentieri alle ri-


chieste altrui, per una specie di buonismo. Se si è decisa una
certa linea di comportamento (ad esempio, non si danno soldi o
gli orari devono essere osservati rigorosamente), il nostro amico
fa spesso e volentieri degli strappi, per cui spesso passa per “il
buono”, che dà anche fuori orario e fa scivolare in mano qualche
euro, a differenza degli altri che si preoccupano di attenersi a
quanto si è stabilito.

-l’inaffidabile: non puoi mai sapere se farà davvero quanto gli


viene chiesto e nei tempi giusti. C’è da procurare il pane, i piatti
o altri elementi? Avrà provveduto? Avrà preparato le cose che
gli sono state richieste? Forse sì, o forse no.

-il rigoroso: tutte le cose devono essere fatte in un certo modo


e solo in quel modo. Guai a sgarrare! E questo viene preteso in

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modo perentorio ed aggressivo. Attenersi a quanto stabilito è
molto utile, ma in alcuni casi si può fare un’eccezione.

- il maleducato: è grossolano e tratta le persone in un modo


volgare e irrispettoso.

- il prepotente: tratta male gli altri e si arroga dei diritti che


non sono suoi.

-il troppo sensibile: basta un nonnulla per farlo soffrire.

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-il permaloso: se la prende per ogni minima osservazione che
gli si fa, anche in bel modo. Esige rispetto e considerazione in
modo quasi maniacale.

-irascibile: va facilmente fuori dai gangheri, anche per delle


sciocchezze.

-l’ipercritico: non gli vai bene una cosa. Ha sempre da criti-


care.

-il pettegolo: tende a sparlare di tutto e di tutti. Ovviamente,


alle spalle.

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Questi comportamenti sono spesso correlati tra di loro, per cui
possiamo riconoscerci in molti tratti di diverse personalità.
È possibile migliorare? È possibile cambiare alcuni compor-
tamenti? Sì, è possibile: con pazienza e con l’aiuto di qualche
esperto, è possibile smussare certe punte, capaci di ferire e di
danneggiare. Ripeto: con tanta pazienza verso di sé e chiedendo
l’aiuto agli altri.

CONCLUSIONE
“Il bene fa bene”. Il volontariato ne è la prova più evidente. Il
volontariato è l’immagine profetica di un mondo migliore, dove
le persone si accettano, si comprendono e si aiutano recipro-
camente. Oggi come oggi, è un’immagine spesso sfocata o con
diversi difetti: ma in qualche modo ci lascia già intravvedere
quanto potrebbe essere bello e gratificante vivere in un mondo
diverso da quello di oggi, dominato dall’orgoglio, dall’individua-
lismo, dalle barriere generate dalla sfiducia e dalla diffidenza. I
rapporti interpersonali si rivelerebbero davvero una rete fami-
liare che custodisce, difende e nutre tutti i membri della grande
famiglia umana.
Il volontariato racchiude in sé questa speranza, questo sogno:
un sogno, un’immagine troppo bella, troppo attraente perché
non possa davvero svilupparsi e fiorire ai cigli delle strade di
tutto il mondo.

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104
105
Tutti i libri della collana sono disponibili gratuitamente sul sito.
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Finito di stampare nel mese di Luglio 2020


dalla tipografia October Srls

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