Volontariato
Volontariato
VOLONTARIATO
Il bene fa bene
Il materiale di questo libretto è lo sviluppo del capitolo
“Il Volontariato”, in: BRONDINO, Olistica e psicologia sociale,
GST, Alessandria, 2018.
INDICE
Presentazione..............................................................................5
Introduzione...............................................................................9
PROSPETTIVA PSICOSOCIALE...............................................10
Altruismo e senso di solidarietà................................................10
IL COMPORTAMENTO PRO-SOCIALE
E L’ALTRUISMO.......................................................................10
I fondamenti dell’esperienza sociale:
il bisogno di affiliazione.............................................................16
MOTIVI DI FUNZIONALITÀ....................................................19
1. Funzionalità difensiva............................................................19
[Link] di bisogni psicofisici....................................19
[Link] genetico-neuronali..............................................21
I neuroni specchio.....................................................................22
[Link] e comportamenti pro-sociali........................23
L’empatia..................................................................................26
Predisposizioni e comportamenti pro-sociali...........................27
Allora, esiste un “vero” altruismo?............................................32
PROSPETTIVA PSICOLOGICA:
PSICOLOGIA E VOLONTARIATO...........................................50
Motivazioni al volontariato.......................................................50
Perché fare volontariato?..........................................................54
Effetti psicofisici del volontariato..............................................54
5
Volontariato, fonte di euforia e di buona salute.......................63
Sentimenti negativi...................................................................68
Conclusione.............................................................................100
BIBLIOGRAFIA.......................................................................101
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Presentazione
Il volontariato è una delle ossature della nostra vita sociale, a
molti livelli, ed è una delle risorse più interessanti da mettere
in circolo in modo sempre più efficace. É intreccio tra la gene-
rosità e l’istanza di bene che l’uomo porta in sé, i bisogni che
emergono attorno alla persona e segnano la società in cui si vive
ed occasione feconda per tradurre in concreto valori di vita che
altrimenti resterebbero in sospeso; agendo si approfondiscono
e si comprendono meglio proprio i valori stessi che spingono ad
agire. Ben venga il volontariato.
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Introduzione
Il Volontariato si sta rivelando sempre di più come una valida
scuola di vita, a livello individuale e sociale, invitando alla con-
divisione delle proprie abilità e competenze ed alla costruzione
di relazioni sociali più vere e più profonde. Il volontariato è im-
portante perché è l’espressione concreta di una cultura fondata
sulla solidarietà e sulla gratuità. È un modello alternativo all’in-
differenza, alla prepotenza ed all’egoismo di oggi.
Ben vengano, allora, tutti gli sforzi tesi a creare una nuova via
del dono e della vita stessa.
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In questo libretto, ci soffermeremo brevemente sulla prospet-
tiva psicosociale dell’atteggiamento interiore, dello stile del vo-
lontario e delle dinamiche nei gruppi di volontari.
PROSPETTIVA PSICOSOCIALE
Lo studio dell’altruismo e della solidarietà rientra nel campo
della psicologia sociale, disciplina psicologica che studia i rap-
porti e le interazioni degli individui all’interno dei gruppi. Un
capitolo della psicologia sociale accademica è dedicato proprio
al comportamento pro-sociale e all’altruismo.
IL COMPORTAMENTO PRO-SOCIALE E
L’ALTRUISMO
“Questo sono io, e queste sono tre persone, a cui darò il mio
aiuto, ma deve essere qualcosa di importante, una cosa che non
possono fare da sole, perciò io la faccio per loro... e loro la fanno
per altre tre persone...”. Questa frase sintetizza il messaggio del
film “Un sogno per domani” (Pay It Forward). Il film, basato sul
libro “La formula del cuore” di Catherine Ryan Hyde e diretto
da Mimi Leder nel 2000, parla di Trevor (Haley Joel Osment),
un ragazzino di undici anni, intelligente e sensibile, che vive in
un modesto quartiere di Las Vegas con la madre ex alcolizzata,
Arlene (Helen Hunt). La donna durante il giorno lavora come
cameriera in un locale di striptease e casinò. Il padre, violento
ed alcolizzato, è sempre assente.
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A scuola, durante una lezione del corso di scienze sociali, il pro-
fessor Eugene Simonet (Kevin Spacey) domanda in maniera
provocatoria alla classe: “Che cosa vuole il mondo da noi?”. Tre-
vor intuisce un modo molto concreto e spicciolo per migliorare
il mondo e comincia a compiere delle buone azioni, chiedendo
a chi le riceve di compiere a loro volta un importante favore ad
altre tre persone. Il suo primo favore è aiutare un povero tossi-
codipendente, che decide di ospitare in casa. Il tossicodipenden-
te a sua volta si sdebiterà aggiustando il motore dell’automobile
di Arlene. Arlene, ricevuto il favore dallo sconosciuto, decide
di aiutare sua madre, anch’essa alcolizzata e barbona, che non
vede da più di tre anni. E così questo meccanismo di “passa il
favore” prende vita e in breve tempo si espande a macchia d’olio
fino a raggiungere le più grandi città statunitensi. Un giorna-
lista, colpito dal fenomeno, decide di indagare per scoprire la
fonte di questa “catena della bontà”. Trevor, nel frattempo, in-
siste nelle buone azioni e, dopo aver capito lo stato di solitudine
in cui vivono la madre e il professore, decide di farli incontrare.
I due incominciano a frequentarsi, ma Eugene, che ha sempre
vissuto da solo portandosi nella mente e nel corpo i traumi di
un’infanzia segnata da un padre violento, al momento di strin-
gere un vero legame con la donna si defila. A peggiorare la situa-
zione c’è il ritorno del padre di Trevor, che rientra a casa e sfoga
il proprio carattere violento ed iracondo. Ma la mamma trova
la forza di cacciare il marito fuori di casa. Intanto il giornalista
incontra dapprima un ricco imprenditore, poi un delinquente
e, infine, giunge alla nonna di Trevor. Ben presto individua il
primo anello della catena della bontà in Trevor e decide di in-
tervistarlo. L’episodio permette a Eugene e Arlene di riunirsi,
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concretizzando così la seconda buona azione di Trevor. Per rea-
lizzare il terzo favore, Trevor interviene in una rissa per difende-
re un compagno di classe, ma ha la peggio e muore accoltellato
dai bulli. Dopo la drammatica scena tutto il paese si reca davanti
alla casa del ragazzo: le tante candele accese diventano il segno
concreto di una apertura alla solidarietà.
La solidarietà serve, è funzionale. La solidarietà può cambiare
il mondo.
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masello, “il filosofo che considerava gli esseri umani per natura
cooperativi e solidali ma poi corrotti dalla società. Anche se in-
tegro quella teoria con alcune critiche: sostengo che i bambini
si dimostrano collaborativi in molte situazioni ma non in tutte
perché ogni organismo deve avere anche un po’ di egoismo per
sopravvivere”. Per lui, i bambini sono capaci di prestare aiuto,
fornire informazioni e condividere con disinteresse disarmante.
Bambini tra i 14 e i 18 mesi, a contatto con un adulto che deve
affrontare un piccolo problema pratico, si attivano per aiutarlo,
ad esempio facendogli recuperare oggetti lontani dalla sua por-
tata o aprendo un armadietto, se l’adulto ha le mani impegnate.
Su 24 bambini presi in esame, 22 hanno offerto il loro aiuto al-
meno una volta. Ed immediatamente. Per lo psicologo, c’è nei
bambini una propensione spontanea a simpatizzare con qualcu-
no in difficoltà. Infatti, i bambini-cavia di Tomasello solidariz-
zano con un adulto a cui era stato strappato intenzionalmente
un foglio: “guardano la vittima con un’espressione partecipe”,
scrive l’autore. In un altro esperimento i bambini, ignari prota-
gonisti, si sforzano di dare indicazioni utili per aiutare un adulto
che ha perso un oggetto, fornendo una specifica forma d’aiuto
che solo i cuccioli d’uomo sanno fare, ovvero “condividendo le
informazioni necessarie”.
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I bambini piccoli hanno un innato senso del “noi”. Dopo verran-
no le istituzioni, le norme, le tradizioni, i regolamenti, …: tutte le
“complicazioni”, più o meno necessarie, che conosciamo. Quan-
do i bambini perdano la primitiva innocenza e s’incattiviscano,
Tomasello non lo scrive, in quanto non fa più parte della sua
ricerca. Sta di fatto che i nostri cervelli con un potenziale di base
altruistico finiscono per farsi continuamente la guerra: proba-
bilmente perché empatia e spirito cooperativo si verificano solo
all’interno del proprio gruppo di appartenenza. L’animale uomo
tende a dimenticare che siamo tutti membri dello stesso “bran-
co”, e finisce per diventare un lupo per gli altri uomini, come
dichiarava Hobbes.
In una ricerca di Yarrow e Zahn-Maxler (1977), alcuni bambini
di un anno cercavano di aiutare o di confortare una persona che
piange o che sta male: dispiaciuti per il dolore dell’altro, posso-
no cercare conforto in braccio alla mamma. Nel secondo anno
di vita cominciano a confortare l’altro in modo rudimentale, ad
esempio, dandogli un leggero colpetto alla testa. E tale compor-
tamento si vede nella maggior parte dei bambini. Verso i 3-4
armi il comportamento prosociale è comune. Quindi, anche se
in diverse situazioni i bambini si mostrano egoisti e dispettosi,
altrettanto spesso presentano caratteristiche prosociali. “L’al-
truismo precoce, nei suoi limiti, è probabilmente autentico. Pia-
get sopravvaluta l’egocentrismo infantile: in certe circostanze
bambini di tre anni si comportano in maniera evidentemente
non egocentrica” (FLAVELL).
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trarci; siamo più disposti ad aiutare che a tradire. I bambini
piccolissimi, tra il primo e il secondo anno di vita, hanno una
tendenza naturale ad aiutare il prossimo, un sentimento non
indotto da condizionamenti sociali e culturali, non influenzato
dai desideri e dalle minacce dei genitori. Dopo qualche tempo
questo istinto originario si trasforma. Ed ecco come siamo da
adulti: un po’ meno angeli e un po’ più demoni.
Ferdinando Rossi (1960 - 2014), docente di neuroscienze all’U-
niversità di Torino, ritiene che il cervello umano si sia evoluto
proprio a causa e in funzione della sua capacità sociale.
F. Rossi C. Becchio
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animali lo sguardo fisso è un simbolo di aggressività. La solida-
rietà è un elemento costitutivo dell’uomo.
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di tale rapporto incide profondamente sulla qualità di tutta la
sua vita. Rapporti buoni e solidali rendono molto più facile e
gratificante il cammino; rapporti difficili e negativi possono ri-
velarsi un grave ostacolo.
In ogni cultura si ritrova questo “bisogno” più o meno esplicito
di “stare insieme”, di riunirsi, di collaborare, di celebrare, di ap-
partenere ad una certa struttura che possa garantire sicurezza,
stabilità e identità.
Molti autori considerano il bisogno di affiliazione come total-
mente innato. In altri termini, esisterebbe una specie di attra-
zione genetica che spinge i singoli individui verso gli altri in-
dividui della stessa specie: negli altri, ritroviamo una specie di
specchio biologico che ci restituisce la nostra immagine e di cui
non possiamo fare a meno. Per sostenere questa ipotesi, affer-
mano che il bisogno di affiliazione lo si ritrova in numerose so-
cietà animali, specie quelle altamente gerarchizzate.
Ad esempio, i leoni, i porcellini d’India, i degu e molti altri ani-
mali sono gregari e vivono in branchi più o meno allargati. Le
femmine dei leoni, quando hanno rapporti di parentela fra di
loro, in alcuni casi decidono di unire le cucciolate e dividere le
ore di caccia e le ore in cui si dedicano alla difesa ed al nutri-
mento dei cuccioli. Questa attitudine dei felini è a volte osserva-
bile anche nei gatti domestici.
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si organizzano in gruppi dai venti ai quaranta individui: se un
membro menomato del gruppo è costretto a rimanere nella
grotta per diversi giorni, un altro membro della comunità gli
dona parte del cibo che si è procurato, rigurgitandolo dalla pro-
pria bocca. In queste comunità di mammiferi esistono anche in-
dividui che cercano di sfruttare l’altruismo degli altri per “ren-
dersi la vita più facile”. In questi casi, il pipistrello sleale che ha
sfruttato i pipistrelli “altruisti”, alla fine non verrà più aiutato da
nessuno. Tali individui costituiscono un pericolo per la comuni-
tà e per se stessi.
MOTIVI DI FUNZIONALITÀ
L’altruismo presenta diversi aspetti funzionali e gratificanti. In-
somma, “conviene” essere buoni.
- sconfigge la solitudine
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-garantisce sicurezza psicologica e “consenso ideologico”
-gratifica affettivamente:
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[Link] genetico-neuronali
21
I neuroni specchio
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sviluppato per cogliere le intenzioni altrui che non le azioni pure
e semplici. Questa scoperta dimostra che noi siamo in grado di
capire immediatamente quello che un altro fa o ha intenzione
di fare. Non c’è bisogno di nessuno sforzo per immedesimarci
negli altri e comprenderli. Si tratta di un meccanismo che si è
mantenuto e perfezionato perché si è rivelato vantaggioso a li-
vello evolutivo. In altre parole, anche la biologia ci avrebbe sele-
zionato per essere animali sociali.
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ficoltà è pronta ad intervenire se le circostanze lo permettono”
(M. HOFFMAN, 1975). Non parliamo solo di grandi gesti eroici
di altruismo; parliamo anche e soprattutto dei piccoli gesti quo-
tidiani di bontà: lasciar passare una persona nella fila, cedendo
il proprio posto; regalare caramelle o piccoli oggetti, fermarsi
a consolare un bambino che piange, accarezzare un gattino, un
atto di cortesia, un sorriso, un piccolo dono ... Ti accorgi di aver
perso il portafogli con tutti i documenti e qualcuno ti telefona
per avvisarti che lo ha ritrovato e chiede come fartelo riavere.
Viaggi per una strada solitaria di campagna e vedi una macchi-
na con il fumo che esce dal cofano ed il guidatore che ti fa dei
gesti disperati. Istintivamente ti fermi, nonostante i tuoi impe-
gni. Una signora anziana scivola sul marciapiedi e subito viene
attorniata da numerosi passanti che si preoccupano per il suo
stato e si rendono disponibili per aiutarla... Tali gesti, peraltro
frequenti e doverosi, appartengono all’area della pro-socialità.
L’empatia
Oggi si parla molto di empatia. Essa non è la “simpatia” e si di-
stingue da essa per un certo “distacco”. Mentre la simpatia è
sentire profondamente i sentimenti dell’altro, come se fossero
i propri, l’empatia sente profondamente i sentimenti dell’altro,
li comprende, ma li guarda con un certo distacco. Distacco che
non è freddezza o indifferenza, ma uno spazio interiore che per-
mette di vedere meglio i problemi e trovare soluzioni più funzio-
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nali. Quando si è presi profondamente dai problemi di un’altra
persona, è difficile rimanere distaccati ed obiettivi, e si rischia
di sbagliare nel valutare e nell’affrontare le situazioni. Un’in-
fermiera che si lasci coinvolgere emotivamente dalla situazione
di una malata, ad esempio, rischia di non riuscire a cogliere il
contesto nella sua reale consistenza, e di sbagliare diagnosi e
terapia.
Predisposizioni e comportamenti
pro-sociali
27
comportamento pro-sociale sia motivato da preoccupazioni al-
truistiche oppure egoistiche, ha concluso che esiste una correla-
zione positiva fra empatia e comportamento pro-sociale. In altri
termini, la motivazione altruistica corrisponde all’empatia, che
suscita preoccupazione per il benessere altrui.
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sto, possiamo distinguere nettamente tra finalità e conseguenze
del nostro comportamento. Se comportandomi in modo altru-
istico ottengo anche delle gratificazioni personali, non è detto
che io faccia del bene solo per ottenere tali gratificazioni. Faccio
del bene per fare del bene – questo è il vero scopo del mio agire
–, e ben vengano tutte le soddisfazioni personali che ne possono
derivare come conseguenza collaterale.
È constatazione comune che alcune persone si dimostrano più
altruistiche di altre. Le cause possono essere diverse.
Gli psicologi si sono interessati alle qualità che portano un in-
dividuo ad aiutare gli altri nelle varie situazioni. Alcuni di essi
hanno parlato di “personalità altruistica”, tout court, e ne hanno
tratteggiato il profilo. Fra i motivi che stanno alla base delle ri-
sposte altruiste vi possono essere:
- il senso del dovere morale
- l’empatia
- la reciprocità
- l’aumento dell’autostima
- i riconoscimenti sociali.
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di generosità. È un grande dono dedicare il proprio tempo.
Anche l’aspettativa di eventuali conseguenze negative riduce
notevolmente il comportamento altruistico.
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Differenze di umore: Quando si è contenti e soddisfatti, è
molto più facile comportarsi cordialmente con gli altri ed aiu-
tarli. Infatti:
-quando siamo di buon umore, tendiamo a vedere di più gli
aspetti positivi degli altri e della vita;
-aiutare gli altri aumenta le nostre sensazioni positive: ci si sen-
te “a posto” con la propria coscienza e con i dettami delle pro-
prie credenze religiose;
-lo stato d’animo positivo accresce la quantità di attenzione pre-
stata ai propri sentimenti, e quindi anche ai nostri valori, tra cui
l’altruismo. Si tende ad essere più buoni quando si è felici.
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- Inoltre, uno stato d’animo positivo - anche solo temporaneo
e provocato da qualsiasi motivo - favorisce i comportamenti
“pro-sociali”. Effettivamente, ci è sempre stato insegnato che bi-
sogna essere buoni per essere felici. Oramai lo sappiamo: questa
è solo una mezza verità. L’altra parte suona: occorre essere felici
per essere buoni.
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per un tornaconto personale, per evitare di essere disturbato”.
Altruismo o egoismo?
Molte persone sono convinte che l’altruismo vero e genuino non
esista: tutti i gesti di bontà, di solidarietà e di attenzione agli al-
tri non sarebbero che una leggera patina superficiale, sotto cui si
nasconde un profondo egoismo. In realtà, l’affermare che l’uo-
mo sia sostanzialmente egoista ed incapace di altruismo è un
assioma, una concezione della natura umana non documentata
scientificamente, esattamente come quella di credere che l’uo-
mo sia solo buono ed altruista. Probabilmente, la verità sta nel
mezzo: noi siamo composti sia di bene che di male; siamo capa-
ci sia di bontà che di cattiveria. Il comportamento dell’uomo è
orientato sia verso se stesso che verso gli altri. L’uomo si dà da
fare per il proprio benessere personale, per un egoismo più o
meno illuminato; ma si attiva anche per aiutare gli altri.
Il desiderio di essere utili agli altri - quello che potremmo de-
finire il “motivo dell’altruismo” - si manifesta già nella prima
infanzia. Anche se talvolta aiutiamo gli altri solo per attenua-
re il nostro senso di colpa alla vista delle sofferenze altrui, non
sempre è cosi. Se il vero motivo fosse solo questo, sarebbe molto
più facile ignorare le sofferenze, guardare da un’altra parte ed
allontanarsi rapidamente.
Bisogno di fare bella figura? Se la motivazione fosse questa,
saremmo più disposti a fare gesti di bontà quando qualcuno ci
osserva. Ma gli studi e gli esperimenti dimostrano esattamente
l’opposto.
C. Daniel Batson, già citato poco sopra, era partito dal presup-
posto che il comportamento pro-sociale fosse motivato princi-
palmente da un tornaconto personale. Da egoismo, insomma.
Dopo una decina di anni dedicati allo studio sperimentale del-
le risposte empatiche, cambiò idea: “Mi sembra proprio che il
grosso delle prove sperimentali vada nel senso dell’esistenza di
un autentico altruismo”.
Anche altri autori sostengono che il comportamento altruistico
sia molto più frequente di quanto non si pensi. Secondo Ber-
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kowitz (1970), alla base del comportamento altruistico e disin-
teressato vi sono sia norme sociali esterne che norme interio-
rizzate di condotta. L’individuo può benissimo non seguire tali
norme, senza tuttavia abbandonarle completamente. Nel suo
intimo “sente” qualcosa che lo infastidisce e lo disturba, se non
si comporta in base alle norme apprese. Prova ne sia il rimorso
che molti individui sperimentano quando non aiutano gli altri
in caso di bisogno. In molti casi, si tratta di senso di colpa provo-
cato dal non aver seguito le regole morali apprese nell’infanzia;
ma in molti casi si tratta di un malessere che nasce da un con-
fronto immediato con la persona in difficoltà. Il comportamen-
to altruistico, quindi, non sarebbe così raro, anche se è difficile
riscontrare spesso “l’altruismo dei santi”. Giovanni Belluardo in
“Ognuno sta solo? L’io è l’altro: altruismo e aspettativa d’iden-
tità” (2006) fa notare che l’io e l’altro sono come la figura e lo
sfondo in una stessa immagine: non possiamo definire la rela-
zione del soggetto con se stesso senza considerare la sua rela-
zione con l’altro. Il fenomeno “altruismo” che emerge dalla sua
ricerca con 800 soggetti non appare correlato con l’età, il sesso,
il livello di istruzione, la professione degli intervistati. L’azione
altruistica per essere tale deve essere “disinteressata” – gratu-
ita - e svilupparsi all’interno di relazioni senza storia e senza
aspettative di reciprocità. Essa acquista un suo significato nella
vicinanza empatica, in condizioni di libertà e di “fuga facile”.
Secondo gli intervistati, dopo il gesto altruistico si sviluppa nelle
parti coinvolte un processo emozionale complesso in cui, accan-
to alla condivisione, emergono sensazioni di disagio; si avverte,
quindi, l’esigenza di mettere tra sé e l’altro una distanza emo-
zionale. Non si vuole che l’altro si senta obbligato o vincolato
nei nostri confronti. Si potrebbe parlare di riserbo, di modestia
e di pudore. Per questo, la dinamica dell’altruismo ripropone il
problema della vicinanza e della solitudine.
Nell’ottica della produttività e del controllo, l’altruismo non ag-
giunge nulla; l’altruismo sembra appartenere alle cose inutili,
poiché, come uno specchio, può soltanto riflettere l’immagine.
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Ma senza l’aspettativa di altruismo, rischiamo di vivere in un
mondo in cui nessuno si accorge di nessuno, in perfetto ano-
nimato e solitudine. Quindi, l’altruismo è un profondo valore
umano, sentito come valore importante.
In conclusione, possiamo affermare che l’uomo ha una predi-
sposizione genetica per fare del bene e si sente bene quando
aiuta gli altri. È parte della sua natura. Tuttavia, questa predi-
sposizione deve essere sviluppata e resa più attenta e funzionale
dall’educazione morale e sociale. Per funzionare bene ed essere
soddisfatti, dobbiamo “seguire il nostro libretto di istruzioni”:
essere solidali.
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I -IDENTIKIT DEL
VOLONTARIATO E
DEL VOLONTARIO
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vera natura dell’azione volontaria.
Noi parliamo abitualmente di volontariato in modo univoco,
come se si trattasse di un fenomeno solido e compatto. In realtà,
si tratta di una realtà composita e complessa, per cui, più che di
volontariato sarebbe bene parlare di “volontariati”, tante sono
le varianti che ne caratterizzano le formule. Il mondo del volon-
tariato è molto più simile ad una galassia che non ad una sin-
gola stella, chiaramente identificabile, visibile e misurabile. Il
volontariato è una realtà pluridimensionale; per questo, diventa
molto difficile il definirlo esattamente e circoscriverne i limiti.
E per questo ne risulta un’immancabile ambivalenza di fondo.
Per tratteggiare l’identikit del volontario in modo sintetico ma
sufficientemente ampio per intravederne la poliedricità, citiamo
la definizione contenuta nella Carta dei valori del volontaria-
to: “Volontario è la persona che, adempiuti i doveri di
ogni cittadino, mette a disposizione il proprio tempo e
le proprie capacità per gli altri, per la comunità di ap-
partenenza o per l’umanità intera. Egli opera in modo
libero e gratuito promuovendo risposte creative ed ef-
ficaci ai bisogni dei destinatari della propria azione o
contribuendo alla realizzazione dei beni comuni”.
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C’è il volontario che vede la propria azione come squisitamente
donativa, oblativa, motivata da spinta interiore altruistica. Un
volontariato che si basa soprattutto sulla testimonianza di valo-
re, che accentua il valore di senso, personalistico, della propria
azione. È un po’ come dire: “Faccio questa cosa perché ha valore
per me ed è un valore per gli altri, mi permette di entrare in una
relazione, in una reciprocità che mi arricchisce me e aiuta anche
gli altri”- (…). È il modello dell’atteggiamento altruistico.
C’è una concezione del volontariato come azione di utilità socia-
le, più motivata da un approccio strumentale, orientato al fare.
È il modello realizzativo del volontariato. Negli ultimi decenni
è cresciuto perché il volontariato è diventato sempre più anche
gestore di servizi. Questo approccio accentua il risultato dell’a-
zione solidale, l’efficienza operativa, l’efficacia. È un volontaria-
to che si basa più che sulla testimonianza di valore che sull’at-
tivismo delle persone. In questo modo le persone partecipano
alla costruzione della società, si sentono e sono parte attiva di
un territori”. Fare qualcosa di utile per gli altri.
“Il terzo è forse l’approccio più moderno, basato sul principio
di sussidiarietà. Intende il volontariato più come azione civica,
come impegno responsabile, che fa riferimento al modello par-
tecipativo nel pieno senso del termine. È il volontariato della
“gratuità del doveroso”, che si esprime anche bene oggi con la
tutela dei beni comuni. È un volontariato che accentua l’impor-
tanza del cambiamento come esito dell’azione solidale e ha una
diretta valenza politica. Si basa non tanto sulla testimonianza,
non tanto sull’attivismo, ma soprattutto sul potere civico del-
le persone. Tutte le persone sono in grado, tramite l’empower-
ment, la capability, di incidere sulla realtà, di portare il proprio
contributo alla crescita della comunità”.
Essere testimoni, attivisti o cittadini solidali sono tre modi di-
versi, ma integrativi, di concepire il volontariato; sono accen-
tuazioni differenziate del modo di essere solidali.
Quale potrebbe essere, allora, il senso, il fondamento del vero
volontariato?
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“Il volontariato trova il proprio senso più autentico se aiuta le
persone in stato di bisogno a fare valere i propri diritti, se fa
avanzare una cultura della partecipazione che sta in capo ai
cittadini stessi, a cominciare da quelli che hanno più bisogni.
Importantissimo, per esempio, è aiutare i cittadini utenti a va-
lutare i servizi che ricevono e, quindi, ad essere soggetti che in-
terloquiscono direttamente con le istituzioni o i servizi, alla fine
senza aver più bisogno della mediazione del volontariato”.
Cioè, responsabilizzare le persone a diventare autosufficienti
e solidali. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso si è
diffusa la consapevolezza che per tutelare i deboli e i bisognosi
non bastano azioni di carità e benevolenza, ma sono necessari
interventi di affermazione dei diritti e dei doveri di tutti i citta-
dini. Mentre in un primo momento il volontariato era chiamato
a rispondere a situazioni di emergenza sociale, in una seconda
fase gli obiettivi diventano quelli di portare i cittadini alla con-
sapevolezza dei propri diritti (e non solo dei doveri) e stimolare
le pubbliche amministrazioni a compiere le proprie funzioni in
modo efficiente.
Si sceglie di fare i volontari per fare del bene, gratuitamente e
con amore. E perché mai, in tempi in cui si perde o non si trova
lavoro, una persona adulta o un giovane dovrebbero scegliere di
preoccuparsi dei problemi degli altri? “Perché siamo tutti cor-
responsabili e segnati da un destino comune. I problemi della
società non sono problemi di qualcuno, sono di tutti. Tutti ne
siamo responsabili e tutti risentiamo dei loro effetti negativi.
Non è possibile pensare che il problema del disagio tocchi qual-
cuno e non me, che sia un problema cui posso restare del tutto
estraneo”.
Il volontariato
Nel mondo occidentale, il volontariato è un fenomeno sociale e
politico in continuo sviluppo, che si manifesta in realtà e situa-
zioni tanto variegate da renderne difficile una definizione chiara
40
ed univoca. Il dizionario di Devoto e Oli (1982) definiva il vo-
lontariato: “ogni prestazione di lavoro, gratuita o semi-gratuita,
fatta al fine di acquisire la pratica necessaria allo svolgimento
di un’attività professionale o di un lavoro ed il relativo titolo di
riconoscimento.
Molto più ampia la definizione che ritroviamo in Wikipedia: “Il
volontariato è un’attività libera e gratuita svolta per ragioni di
solidarietà e di giustizia sociale. Può essere rivolta a persone in
difficoltà, alla tutela della natura e degli animali, alla conser-
vazione del patrimonio artistico e culturale. Nasce dalla spon-
tanea volontà dei cittadini di fronte a problemi non risolti (o
non affrontati) dallo stato e dal mercato. Per questo motivo il
volontariato si inserisce nel “terzo settore” insieme ad altre or-
ganizzazioni che non rispondono alle logiche del profitto o del
diritto pubblico”.
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nativa, pronta a donare in modo completamente disinteressato
e ad interessarsi profondamente agli altri, proprio perché sono
esseri umani come noi. È una formula di vita più funzionale per
gli altri e per se stessi, più gratificante e più significativa.
Caratteristica del volontariato è l’anteporre il benessere collet-
tivo al profitto individuale. Il volontariato è una genuina e pro-
fonda testimonianza di solidarietà umana; è l’espressione della
volontà di una o più persone di rendersi disponibili per aiutare
chi è in difficoltà. La dimensione sociale del volontariato consi-
ste nel rappresentare e promuovere il bene comune delle per-
sone deboli, sfruttate ed abbandonate. Il volontariato, come un
soggetto sociopolitico, è in grado di influire laddove si fanno le
scelte più importanti per il paese; perché i poveri, i bisognosi, le
persone in difficoltà (oggi e domani) abbiano una situazione di
parità con tutti i membri del gruppo sociale.
Il volontariato è un’attività “volontaria”: quindi scelta libera-
mente. È un’attività libera e gratuita, svolta per solidarietà, per
giustizia sociale, per altruismo o per motivi religiosi. Può essere
rivolta a favore di persone in difficoltà economica, psicologica o
sociale, alla tutela ed alla valorizzazione dell’ambiente (“Salva-
guardia del creato”) ed alla promozione della cultura della gra-
tuità e della solidarietà.
42
perché, seppur gratuita, l’azione volontaria non è mai del tutto
disinteressata e può essere guidata da ragioni differenti, anche
psicologiche.
Gratuità implica che si faccia opera di volontariato gratuita-
mente, come dono. Attenzione, però: la gratuità non è solo “non
ricevere soldi”. Ci sono persone che decidono di svolgere gratu-
itamente una certa attività per un dato periodo presso una or-
ganizzazione di volontariato (OV) in cambio della promessa di
una sistemazione lavorativa successiva. Questa non è gratuità.
O professionisti che si avvalgono dell’attività svolta gratuita-
mente presso una OV per crearsi una reputazione, “un nome”.
Anche questo non è gratuità.
In casi del genere, il non essere remunerati finanziariamente
può diventare un alibi per mascherare fini non propriamente
gratuiti.
43
non di individui, ma di famiglie, di gruppi, di associazioni, e così
via. È il dono che crea questo legame tra i vari gruppi.
Per Godbout (Godbout, 1992, pp.86-103), il volontariato è una
delle forme in cui si manifesta quel fatto totale, che è la società
dei rapporti interpersonali. Il volontariato è definito come “dono
moderno” nel senso che scavalca l’abisso tra il comunitario delle
reti primarie e la socialità e permette l’attualità del dono pre-
servando i singoli e la loro libertà dalle costrizioni comunitarie.
44
2.L’organizzazione sottolinea la dimensione articolata e “pro-
attiva” (consapevole e responsabile) dell’agire volontario, che si
realizza all’interno di un’organizzazione strutturata e pubblica,
rivestendo un ruolo attivo e concreto nella presa di decisioni e
nella progettazione di interventi mirati al cambiamento sociale.
La struttura organizzata – anche se in modo embrionale – ga-
rantisce una maggior stabilità e continuità nei servizi. Diversa-
mente, la stanchezza, la routine, periodi difficili possono lasciar
abbandonare tutto. Gli alti e bassi della nostra vita affettiva ci
insegnano a rendere più stabili i nostri impegni, senza curarci
eccessivamente degli umori del momento.
L’organizzazione favorisce ordine, regolarità, continuità, buon
funzionamento, maggior sicurezza e garanzia. Una struttura di-
sorganizzata di volontariato rende tutto più difficile, instabile ed
inaffidabile.
45
di volontariato). La OV è la costruzione di particolari legami fra
le persone. Mentre l’organizzazione filantropica fa “per” gli al-
tri, l’OV fa “con” gli altri. È questa caratteristica che differenzia
l’azione autenticamente volontaria dalla beneficenza privata, ti-
pica della filantropia. La forza del dono gratuito non sta nella
cosa donata – così è invece nella filantropia, tanto è vero che
esistono le graduatorie o le classifiche di merito filantropico –
ma nella forza speciale che il dono ha nel costruire una relazione
tra persone.
Questa solidarietà rientra anche nel volontariato e tra i membri
del volontariato. È essenziale che si riesca a formare una vera fa-
miglia, un insieme di relazioni positive tra i vari membri dell’as-
sociazione.
46
stretti; si sceglie da sé.
- Volenterosamente: si cerca di fare del nostro meglio, pur ac-
cettando tutti i limiti. Con buona volontà.
- Volitivamente: si continua anche nei periodi di stanchezza fisi-
ca e morale. Si tiene duro.
- Volentieri: libere ac libenter. Con piacere. Con amore.
47
-Attività di sensibilizzazione: Si tratta di gruppi di ambien-
talisti, pacifisti, e simili che vogliono sensibilizzare la comunità
riguardo a temi importanti. Vi sono pure aggregazioni motiva-
te dall’aiuto vicendevole tra persone o gruppi di famiglie che
si condividono scambi e aiuti per problematiche e difficoltà in
cui sono coinvolte (famiglie di alcoolisti o di tossicodipendenti,
etc.).
48
particolarmente intenso; in ogni caso, la forte strutturazione
delle attività rende continuativa l’offerta del servizio.
49
In realtà, i campi del volontariato non si limitano a quelli citati,
ma possono essere molto più vari e differenziati. L’attenzione
alle situazioni concrete in cui si vive e la creatività delle persone
possono creare risposte a bisogni particolari, legati al contesto
locale.
PROSPETTIVA PSICOLOGICA:
PSICOLOGIA E VOLONTARIATO
MOTIVAZIONI AL VOLONTARIATO
50
Negli ultimi anni, molti studiosi hanno analizzato la figura del
volontario italiano. I risultati delle ricerche contraddicono spes-
so i luoghi comuni creati intorno a questa figura. È vero che
il volontario presta servizio gratuito presso le associazioni per
aiutare le persone in difficoltà, sole ed emarginate; ma le moti-
vazioni alla base di questi comportamenti sono solo pro-sociali
o vanno oltre? Queste persone sono spinte solo da un sentimen-
to altruistico o vi è altro?
Non è possibile individuare con precisione che cosa spinge una
persona ad aiutare gratuitamente un’altra, poiché le motiva-
zioni possono essere di varia natura e cambiano da soggetto
a soggetto. Le motivazioni possono essere consce e inconsce,
semplici e complesse, transitorie e permanenti, di natura perso-
nale, culturale, religiosa e politica. Si possono individuare delle
macro-categorie, una rosa di motivazioni che possono spiegare
questi comportamenti. La motivazione, inoltre, è un fenomeno
interiore e non è osservabile direttamente, ma si manifesta nelle
azioni, si legge nei comportamenti e nei risultati.
51
autori hanno sottolineato gli aspetti egoistici delle motivazio-
ni. Ad esempio, D. Batson (1987; 1998) distingue tra interesse
empatico, come motivazione puramente altruistica, e il disagio
personale dove si aiuta il prossimo per ridurre il personale stato
di disagio di fronte alla sofferenza altrui; in questo caso si trat-
ta di motivazione egoistica. A. Pangrazzi scrive che “quando si
parla di volontari c’è la tendenza a sottolineare l’aspetto gratu-
ito del loro servizio, il loro altruismo, la loro dedizione, il loro
disinteresse. In realtà la loro gratuità e il loro altruismo vanno
ridimensionati. È vero, i volontari non sono pagati ma non lavo-
rano per niente. Il volontariato non è solo un modo per aiutare
gli altri, ma uno strumento per appagare esigenze ed interessi
personali. Scavando un po’ sotto le intenzioni più genuine e al-
truistiche, si trovano molti risvolti personali. Per alcuni il volon-
tariato è molto gratificante perché dà significato nuovo alla vita,
per altri serve ad alleviare un certo senso di isolamento; per altri
ancora può contribuire alla pace interiore o alla soddisfazione
di avere un certo protagonismo. Forse non è del tutto azzardato
suggerire che spesso i volontari hanno più bisogno degli assistiti
che non gli assistiti dei volontari”.
52
del mondo esterno con le esigenze personali.
Di certo, il primo motivo del volontariato è il fare del bene. Per
motivi religiosi od umanitari, ci si vuole dedicare agli altri più
bisognosi di noi. Lo si fa come un dovere, una spinta interna,
un’esigenza che parte dall’intimo.
Oltre a questa motivazione fondamentale, ve ne possono essere
– e in genere, ve ne sono - anche altre meno disinteressate ed
etiche. Ma non per questo inficiano il valore e la motivazione di
fondo. Si aggiungono, accompagnano, ma non si sovrappongo-
no.
Ne “La terapia della realtà” (1972), W. Glasser faceva notare che
per vivere in modo sereno è necessario soddisfare quattro tipi di
bisogni: amare, essere amati, sentirsi utili, sentirsi importanti
(almeno per qualcuno). Ci si sente pienamente realizzati solo
quando vengono soddisfatte queste quattro aree.
Del resto, anche la continuità e la costanza nel continuare il vo-
lontariato sono legate alla soddisfazione, all’integrazione e alla
percezione della propria efficacia. Sentirsi integrati nel gruppo
dell’associazione crea soddisfazione e benessere, fa sviluppare
il senso d’identità, fa percepire l’attività di volontariato come
parte integrante della propria personalità ed identità, favorisce
la riuscita e la lunga durata dell’attività di volontariato.
Motivazioni profonde e vere spesso si accompagnano a motiva-
zioni spurie. Niente di male. È essenziale che la volontà di aiuta-
re gli altri sia prioritaria. Se poi vi sono anche altre soddisfazioni
personali, accettiamole pure tranquillamente, perché ci aiute-
ranno a diventare persone migliori e più convinte.
53
PERCHÉ FARE VOLONTARIATO?
Si sceglie di fare il volontario per fare del bene, gratuitamente e
con amore. Questo è il colore di base, il più importante ed il più
significativo. Ma possiamo anche aggiungere altri motivi, che
hanno una loro validità. Non si tratta di “purificare” ed elimi-
nare le motivazioni collaterali, ma di rendere più solida e con-
sistente la motivazione di fondo. Molti autori hanno presentato
diversi motivi “umani” collegati al volontariato, per cui esso –
comunque - è un’attività altamente consigliabile a diversi livelli.
Sono annotazioni utili, da non disprezzare.
54
verse, stato sociale diverso, e così via. Parlando con gli altri puoi
ampliare le tue idee su tanti argomenti che prima non pensavi
di poter mettere in discussione. Il comunicare liberamente con
persone di diverso contesto socio-culturale ti aiuta ad avere una
visione più ampia delle cose e delle esperienze. Metti tante cose
in dubbio, impari cose nuove ed allarghi la tua mente.
55
correlati con l’attività di volontariato. Penso che sia difficile da
raccomandare come terapia per la depressione, ma se guardia-
mo alle persone in generale, è un’esperienza che raccomandia-
mo, in quanto se aumentiamo le opportunità di volontariato,
più persone potranno potenzialmente trarne beneficio”.
Claude Rifat ha proposto “il primo autentico antidepressivo”: il
GHB (Gamma-idrossibutirrico). Il GHB, scoperto da Henri La-
borit nel 1961 e scherzosamente definito in francese “or potable”
(“oro potabile”), è una molecola che può bloccare depressione,
idee suicide, ansia, ecc. L’ossitocina è un ormone prodotto in
una delle parti più antiche del cervello e viene rilasciato dall’i-
pofisi. L’ossitocina è un ormone peptidico di 9 aminoacidi pro-
dotto dal nuclei ipotalamici e secreto dalla neuroipofisi GHB è
una forma idrossilato di acidi grassi a catena corta. “Dopo anni
di riflessioni sulla depressione mi sono reso conto un giorno che
un antidepressivo vero e proprio dovrebbe stimolare la sociali-
tà. Perché? Perché la depressione è fondamentalmente un di-
fetto di socialità. La depressione è uno stato di socialità ridotta
e quando la socialità naturale si abbassa in un cervello umano
(per esempio attraverso la concorrenza, etc), allora questo cer-
vello inizia a soffrire moralmente. L’esperienza ha dimostrato
che quando la socialità è rafforzata, la depressione scompare”.
Se il volontariato è uno stimolatore della socialità, implicita-
mente è un antidoto alla depressione.
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6) Sviluppa la tua esperienza: l’esperienza si aumenta sul
campo. Se non hai ancora la possibilità di lavorare, facendo vo-
lontariato comincerai a fare esperienze molto utili da aggiun-
gere al tuo curriculum professionale. Impari a lavorare per
uno scopo che non è il denaro, ma il fare ciò che ami. In questo
modo, quando arriverà il momento di “lavorare” nel senso so-
lito del termine, sarai pronto e non “arrugginito” dal non fare
niente. Specialmente per i giovani e per coloro che non sono
ancora entrati nel mondo del lavoro, il volontariato rappresenta
un’occasione di fare esperienze ed acquisire abilità facilmente
spendibili in diversi contesti lavorativi. Studi recenti sul volon-
tariato giovanile hanno confermato che l’impegno volontario è
caratterizzato, oltre che da un andare verso l’altro, anche da un
imparare dall’altro.
58
8) Dimentichi più facilmente i tuoi problemi persona-
li: Quando sei a contatto con persone che soffrono o con malati
gravi, cominci a renderti conto di quanto sei fortunato ed impari
ad apprezzare la vita. Molti dei problemi per i quali soffriamo
sono superficiali e dipendono da una visione contorta della re-
altà e da una falsa interpretazione di ciò che è grave e di ciò che
non lo è. Dedica del tempo a chi soffre e imparerai ad apprezza-
re di più la tua vita.
59
Fare volontariato dà soddisfazione. Tutti noi abbiamo il bisogno
di sentirci utili e di essere apprezzati per quello che facciamo. Il
volontariato migliora la qualità della tua vita anche in questo
aspetto. Il volontario si sente utile ed apprezzato, proprio per
questa sua scelta: cosa che aumenta la sua autostima. Ma l’auto-
stima proviene innanzitutto da te stesso: senti che quello che fai
è bene. Ti senti tranquillo, a posto. Se poi anche gli altri ricono-
scono il tuo contributo, tanto di guadagnato. Ma attento a non
ricercare il plauso ed il consenso in prima battuta: se essi giun-
gono in modo collaterale, ben vengano. Male non fanno – sono
la ciliegina sulla torta - a condizione di essere visti per quello
che sono: un bene aggiunto.
Nella prospettiva di oggi, alcune formule di volontariato posso-
no diventare una delle attività privilegiate dalle persone anziane
o pensionate. Il dedicare le loro risorse all’interno delle associa-
zioni di volontariato può accrescere la loro autoefficacia, le fa
sentire ancora utili e con uno scopo positivo. Dopo aver vissuto
una vita attiva, spesso ci si ritrova a dover riorganizzare il pro-
prio tempo ed i propri impegni. Il volontariato si colloca proprio
in questi spazi per scandire la quotidianità con nuove attività e
nuovi orari.
60
10) Esci dalla routine: se ti dedichi al volontariato, eviti di
stare a casa a far nulla o girovagare senza meta; di stare davanti
alla tv tutto il giorno ed annoiarti. Anche nel caso in cui lavori, il
volontariato potrebbe essere un modo per uscire dalla routine e
dallo stress lavorativo.
61
L’aumento di energia e le sensazioni euforiche possono nasce-
re dalla liberazione di endorfine, gli analgesici naturali dell’or-
ganismo: non è affatto improbabile che siano i nostri oppiati
naturali, le endorfine, a produrre quelle sensazioni positive che
nascono durante il contatto sociale positivo con gli altri. Insom-
ma, chi si dedica regolarmente all’esercizio fisico e chi si dedica
regolarmente all’aiuto degli altri sperimenta le stesse sensazioni
di euforia e di pacificazione interiore... Ci si sente bene, tranquil-
li, si esce dalla depressione, si aumenta l’autostima. Si migliora
a tutti i livelli, fisico compreso. Del resto, A. Adler consigliava
vivamente ai “nervosi” ed alle persone nevrotiche di impegnarsi
in attività altruistiche, vero antidoto contro le sofferenze psichi-
che provocate dalla eccessiva preoccupazione di sé e dal ripie-
gamento su se stessi. Seneca scriveva: “Un saggio desidera avere
amici in quanto la generosità è un dovere dell’uomo ma anche la
sua gioia. Nessuno può vivere una vita felice se piega ogni cosa
ai suoi propositi. Vivi per gli altri se vuoi vivere per te stesso”.
A. Adler
62
saggi e ricerche, organizzato in modo ineccepibile; ma parliamo
anche del volontariato spicciolo, quello esercitato molto spesso
da persone che aiutano nelle mense per i poveri, per vanno in
casa di famiglie svantaggiate, che contattano gli anziani, i mala-
ti, le persone sole.
63
smo funziona proprio così, come lo yoga, gli esercizi spirituali e
la meditazione”.
Il piacevolissimo senso di calma e di benessere fisico sperimen-
tato dalle persone che si sono comportate in modo altruistico è
esattamente l’opposto delle sensazioni di agitazione dell’orga-
nismo sotto stress: tachicardia, dispnea, aumento di sensibilità
al dolore, irrequietezza e diversi disturbi delle funzioni fisiolo-
giche ...
64
to o a sfondo sociale. Nel 1992 erano tornati a verificare lo stato
generale di salute dei partecipanti per poi appurare, nel 2008,
quanti di essi fossero ancora in vita. I dati raccolti durante tutto
il periodo di studio hanno mostrato che alla distanza di 4 anni,
dei 2.384 partecipanti che non prestavano opera di volontaria-
to, il 4,3 per cento era deceduto. Una percentuale non molto
diversa da quella riscontrata nel gruppo dedito al volontariato
per motivi di ego o soddisfazione personale. Invece, chi si dedi-
cava agli altri con altruismo sincero era deceduto soltanto nella
misura dell’1,6 per cento: una percentuale di meno della metà in
confronto agli altri. Questi dati, secondo gli scienziati, mostra-
no come l’attività altruistica mossa da sentimenti sinceri possa
davvero favorire la longevità o, in casi specifici, ridurre il rischio
di morte prematura.
In una sua ricerca (“Motives for Volunteering Are Associated
With Mortality Risk in Older Adults”, 15 agosto 2011), Sara
Konrath mostra come le persone che fanno volontariato per sé
stesse presentano un rischio di mortalità simile ai non volonta-
ri. “Solo le persone che fanno volontariato per ragioni altruisti-
che hanno ridotto i livelli di mortalità”.
Quindi, è fondamentale l’avere una profonda e solida motiva-
zione: senza di essa, l’impegno sociale difficilmente porta bene-
fici alla propria salute. Inoltre, l’altruismo deve essere “efficace”.
Anni prima (1971), il gruppo di ricerca guidato dall’epidemiolo-
go James House, dell’università del Michigan, aveva tenuto sot-
to osservazione più di 2700 soggetti per quindici anni allo scopo
di verificare l’influsso dei rapporti sociali sul tasso di mortalità.
Si scoprì che lo stare con gli altri fa aumentare notevolmente
l’aspettativa di vita, specie tra gli uomini. Coloro che avevano
solo sporadici contatti con gli altri presentavano un tasso di
mortalità due e volte e mezza superiore. Anche Lisa Berkman
e Leonard Syme (1979), dopo aver seguito per 9 anni 700 abi-
tanti della contea di Alameda, in California, hanno riscontrato
che nelle persone sole, con pochi amici o parenti e poco inclini
a partecipare alla vita di comunità, il tasso di mortalità era più
65
del doppio rispetto agli altri. Il fenomeno era indipendente da
razza, condizioni economiche, attività fisica o tipo di vita che
conducevano. Una vita di rapporto e di relazione positiva pare
favorire il benessere psicofisico e la salute.
Pare inoltre che l’altruismo giovi al sistema immunitario: del
resto, psiche e sistema immunitario sono strettamente collegati
tra di loro. David McClelland fece vedere ad alcuni studenti un
filmato su Madre Teresa di Calcutta mentre serviva i malati ed
i poveri dell’India. L’analisi della saliva degli spettatori – dopo
aver visto il filmato - rivelò un significativo aumento della im-
munoglobina A, un anticorpo che può contribuire a combattere
le infezioni delle vie respiratorie.
Rodlescia Sneed, della Carnegie Mellon University, ha presen-
tato una ricerca sugli effetti positivi del volontariato sull’iper-
tensione negli anziani, patologia che colpisce circa 65 milioni di
americani ed è tra le principali cause delle malattie cardiovasco-
lari, la principale causa di morte negli Stati Uniti. “Ogni giorno,
impariamo che stili di vita negativi come la cattiva alimentazio-
ne e la mancanza di esercizio fisico aumentano il rischio di iper-
tensione. Abbiamo voluto determinare se fare volontariato può
effettivamente ridurre il rischio di problemi cardiovascolari. E, i
risultati, ci confermano che negli adulti più anziani è un’attività
che aiuta a rimanere in buona salute”. Nel 2006 fu misurata la
pressione arteriosa a 1.164 adulti, di età compresa tra 51 e 91
anni; nel 2010 venne rimisurata la pressione. I risultati hanno
mostrato che il 40 per cento di coloro che, dopo il 2006, aveva-
no fatto almeno duecento ore di volontariato all’anno non pre-
sentavano fenomeni di ipertensione rispetto a coloro che non
avevano fatto volontariato. “Dato che le persone anziane subi-
scono transizioni sociali come il pensionamento, il lutto e la par-
tenza dei figli da casa, restano con minori opportunità di intera-
zione sociale. Partecipare ad attività di volontariato può offrire
connessioni sociali che non potrebbero avvenire altrimenti. Il
volontariato è quindi un’ottima attività per la salute fisica delle
persone anziane, perché le incoraggia a rimanere attivi e a tra-
66
scorrere più tempo fuori casa. (…). Ovviamente, il volontariato
non si può prescrivere come una dieta, ma è “da tenere lo stesso
in considerazione per i suoi effetti benefici”, conclude Sneed.
In un articolo pubblicato su “Social Science and Medicine”
(“Volunteering is prospectively associated with health care use
among older adults”, 2016), E. Kim e Sara Konrath hanno stu-
diato 7.168 americani con un’età media di cinquanta anni ed
hanno scoperto che, in un periodo di due anni e più, quelli che
facevano volontariato erano meno propensi a prendersi raffred-
dori, a soffrire di colesterolo o di disturbi alla prostata. Inol-
tre, questi volontari hanno trascorso meno notti in ospedale,
precisamente il 38 per cento in meno. Konrath conclude: “Ciò
dimostra che i volontari godono di diverse condizioni di salute
rispetto ai non volontari. Ciò significa che prendersi cura degli
altri, aiuta anche a prendersi cura di se stessi”.
Kim e Konrath, oltre a isolare i fattori socio-demografici come
l’età, il genere, la razza, lo stato, l’educazione e le finanze, han-
no controllato anche i comportamenti salutari, l’integrazione,
lo stress e i fattori psicologici, i fattori legati alla personalità e le
malattie croniche. “Esattamente come qualsiasi ricerca sul fumo
non è sperimentale, altrettanto lo sono gli studi sul volontariato.
Dopotutto non possiamo ignorare che tanta parte del contesto
delle nostre vite quotidiane è incorporata nelle nostre relazioni.
È innegabile che il numero e la qualità di tali relazioni influenza
fortemente la salute. A riprova, per quanto abbia cercato a lungo
in questi anni, non ho ancora trovato uno studio dove il volonta-
riato non influenza positivamente la salute”. Inoltre i ricercatori
sottolineano che il volontariato offrirebbe nuovi possibilità di
incrementare la salute e diminuire le malattie, diminuendo for-
temente i costi della sanità. Quindi, i programmi di volontariato
possono essere una valida alternativa. Nel 2012, 64,6 milioni di
volontari americani hanno prestato 7,9 miliardi di ore di servi-
zio, con un valore economico stimato in 175 miliardi di dollari.
Numeri che aumenterebbero notevolmente se si considerasse
anche il risparmio in costi sanitari dei volontari stessi.
67
Kim e Konrath concludono con un invito ai medici: “Dovreb-
bero raccontare alle persone i benefici delle attività sociali sulla
salute, incluso il volontariato. Di sicuro la motivazione è fon-
damentale. Il volontariato lo si fa anzitutto con il cuore e poi
con la testa. Per questo motivo, senza le ragioni del cuore gli ef-
fetti benefici del volontariato sul corpo e sulla mente sarebbero
annullati. Ma i medici non devono esimersi dal dispensare tale
suggerimento, perché sarebbe irresponsabile aspettare un’altra
decade per scoprire esattamente cosa accade al fisico e alla tua
mente quando fai del bene”.
Potremmo citare numerosi altri studi medici e paramedici che
vanno tutti in questa stessa direzione: il volontariato è utile ai
beneficiari del servizio ed ai volontari stessi.
Sentimenti negativi
69
golo organismo vivente: l’umanità. Noi non siamo esseri umani
finché non creiamo l’umanità. Creeremo l’umanità solo quando
comprenderemo che tutti noi siamo le cellule di un solo orga-
nismo vivente e che dobbiamo lavorare in armonia. Poi creere-
mo il livello successivo dell’evoluzione. Internet è un passaggio
dell’evoluzione, un sistema di comunicazione che rende capaci
tutte le “cellule” del corpo dell’umanità di comunicare tra di loro
e di scambiarsi delle informazioni. “Un essere umano è la repli-
ca di una cellula. Il concetto assolutamente semplice è quello
che, nonostante quanto complessa una persona sia, non ci sono
delle nuove funzioni umane presenti in essa che non siano pre-
senti nella singola cellula. Una comunità di uomini è una strut-
tura multi-cellulare che trova un accordo e crea unità, come una
cellula. Questo costituisce l’auto-realizzazione della comunità.
Una volta che l’umanità sarà completa, allora la terra, come un
organismo, completerà la sua evoluzione. Noi raggiungeremo la
pienezza dell’unità”. E tutto questo è scritto non da un sacerdote
o da un mistico, ma da un biologo.
TRE PROSPETTIVE
“Un punto di arrivo, per una nuova partenza”: così è stata de-
finita la “Carta dei valori del volontariato” (2001). Questo do-
71
cumento, elaborato partendo da alcune premesse redatte dal
Gruppo Abele e da diversi altri Enti di volontariato, ha una di-
mensione attiva ed una dimensione politica, nel senso migliore
della parola. In esso possiamo cogliere molte indicazioni sullo
stile che dovrebbe caratterizzare l’agire del volontario. È un do-
cumento molto chiaro, articolato ed esaustivo che non ha bi-
sogno di commenti: per questo lo propongo nella sua integrità
come modello teorico e pratico.
“I PRINCIPI FONDANTI
[Link] è la persona che, adempiuti i doveri di ogni cittadi-
no, mette a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità
per gli altri, per la comunità di appartenenza o per l’umanità
intera. Egli opera in modo libero e gratuito promuovendo ri-
sposte creative ed efficaci ai bisogni dei destinatari della propria
azione o contribuendo alla realizzazione dei beni comuni.
72
ogni forma di potere e rinuncia ai vantaggi diretti e indiretti.
In questo modo diviene testimonianza credibile di libertà
rispetto alle logiche dell’individualismo, dell’utilitarismo eco-
nomico e rifiuta i modelli di società centrati esclusivamente
sull’avere e sul consumismo. I volontari traggono dalla propria
esperienza di dono motivi di arricchimento sul piano interiore e
sul piano delle abilità relazionali.
73
[Link] volontariato è esperienza di solidarietà e pratica di
sussidiarietà: opera per la crescita della comunità locale, na-
zionale e internazionale, per il sostegno dei suoi membri più de-
boli o in stato di disagio e per il superamento delle situazioni di
degrado. Solidale è ogni azione che consente la fruizione dei di-
ritti, la qualità della vita per tutti, il superamento di comporta-
menti discriminatori e di svantaggi di tipo economico e sociale,
la valorizzazione delle culture, dell’ambiente e del territorio. Nel
volontariato la solidarietà si fonda sulla giustizia.
74
[Link] volontariato ha una funzione culturale ponendosi come
coscienza critica e punto di diffusione dei valori della pace, della
non violenza, della libertà, della legalità, della tolleranza e fa-
cendosi promotore, innanzitutto con la propria testimonian-
za, di stili di vita caratterizzati dal senso della responsabilità,
dell’accoglienza, della solidarietà e della giustizia sociale. Si im-
pegna perché tali valori diventino patrimonio comune di tutti e
delle istituzioni.
75
ATTEGGIAMENTI E RUOLI
I volontari
10.I volontari sono chiamati a vivere la propria esperienza in
modo coerente con i valori e i principi che fondano l’agire vo-
lontario. La dimensione dell’essere è per il volontario ancora più
importante di quella del fare.
76
14.I volontari si impegnano a formarsi con costanza e
serietà, consapevoli delle responsabilità che si assumono so-
prattutto nei confronti dei destinatari diretti dei loro interventi.
Essi ricevono dall’organizzazione in cui operano il sostegno e la
formazione necessari per la loro crescita e per l’attuazione dei
compiti di cui sono responsabili.
77
16.I volontari impegnati nei servizi pubblici e in organizzazio-
ni di terzo settore, costituiscono una presenza preziosa se
testimoniano un “camminare insieme” con altre compe-
tenze e profili professionali in un rapporto di complementarietà
e di mutua collaborazione. Essi costituiscono una risorsa va-
loriale nella misura in cui rafforzano le motivazioni ideali, le
capacità relazionali e il legame al territorio dell’organizzazione
in cui operano.
Le organizzazioni di volontariato
[Link] organizzazioni di volontariato si ispirano ai principi
della partecipazione democratica promuovendo e va-
lorizzando il contributo ideale e operativo di ogni ade-
rente. È compito dell’organizzazione riconoscere e alimentare
la motivazione dei volontari attraverso un lavoro di inserimento,
affiancamento e una costante attività di sostegno e supervisione.
78
mi esistenti. Pertanto propongono idee e progetti, rischiando e
sperimentando interventi per conto della comunità in cui ope-
rano. Evitano in ogni caso di produrre percorsi separati o segre-
ganti e operano per il miglioramento dei servizi per tutti.
79
quelle di alto profilo professionale. La formazione accom-
pagna l’intero percorso dei volontari e ne sostiene costantemen-
te l’azione, aiutandoli a maturare le proprie motivazioni, for-
nendo strumenti per la conoscenza delle cause dell’ingiustizia
sociale e dei problemi del territorio, attrezzandoli di competen-
ze specifiche per il lavoro e la valutazione dei risultati.
81
non è vincolato a nessun evento: doni perché vuoi donare; doni
perché vuoi mostrare all’altro che ci tieni a lui. Che ti sta a cuore.
82
5. Etica della profezia e della speranza
Il volontariato testimonia in modo concreto quale potrebbe es-
sere una vita, personale e sociale, basata sull’amore, sul rispetto,
sulla condivisione e sulla solidarietà. Tutti i grandi personaggi ci
hanno mostrato nuovi orizzonti in cui credere e sperare e verso
cui incamminarsi.
83
parlarne e di proporle. “Sporcarsi le mani”. E ancora: fondarsi
sullo “spirito”, sulla dimensione spirituale e sulla spiritualità.
Testa
Fare il bene “bene”, con intelligenza. Non basta avere un cuore
grande ed essere molto generosi. Spesso, si possono combinare
molti pasticci, se non si ha un minimo di intelligenza, di cono-
scenza, di buon senso, di realismo. Insomma, conoscere ciò che
si fa.
La parola “intelligente” deriva dal latino “intus legere” ed indica
la capacità di “leggere dentro” le persone ed i fatti. Non fermarsi
alla facciata, ma guardare dietro le quinte. Non si tratta di essere
degli Einstein in formato ridotto: basta vedere e comprendere.
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Razionalizziamo molti atteggiamenti e molte predisposizioni. Ci
costruiamo delle immagini di noi stessi che sono false o distorte.
Talvolta si tratta di paure, di timore di essere proprio quello che
non vorremmo essere.
Ecco perché il rivolgersi ad uno psicologo o ad un esperto della
psiche può essere di aiuto. Intendiamoci. Non è un fatto assolu-
tamente necessario ed indispensabile, ma di certo può essere di
grande aiuto.
Ci sono molti pregiudizi sullo psicologo. Per molti, andare dallo
psicologo è come andare dal medico dei pazzi, da uno psichia-
tra. E quindi, riconoscere di essere persone disturbate. Non è
vero: lo psicologo può essere un valido aiuto per migliorare le
proprie prestazioni o l’immagine di sé. In ambito sportivo, non
esiste solo l’infermiere per medicare le ferite o le parti contu-
se; esiste anche l’allenatore che permette di migliorare le nostre
prestazioni.
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Andare dallo psicologo non è un’ammissione di debolezza psi-
chica, ma il riconoscimento dei nostri limiti e della nostra per-
fettibilità.
Non basta parlare dei problemi per risolverli. È vero, ma uno
sfogo od un confronto con una persona esperta e neutrale può
essere molto utile.
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Conoscere direttamente la realtà sociale e fare fre-
quenti verifiche, sia su di sé che sulla situazione e sulle per-
sone che aiutiamo.
Molto spesso, i giornali riportano casi di finti poveri o bisognosi.
Gli articoli su questo argomento sono molto numerosi e pitto-
reschi. Accattoni che chiedono l’elemosina davanti alle chiese
o ai supermercati e riescono ad accumulare perfino 100 euro
al giorno; persone quasi-benestanti che vanno alla mensa dei
poveri per risparmiare, e simili. Ovvio: non tutti gli accattoni
raggiungono cifre invidiabili e non tutti vanno alla mensa dei
poveri per risparmiare! Ma se noi aiutiamo tutti, indistintamen-
te, senza valutare oculatamente caso per caso, rischiamo di dare
a chi non ne ha bisogno – o che addirittura vuole sfruttare la
situazione (ricordate i pipistrelli vampiro?) - e di non aiutare chi
invece è veramente in difficoltà. Quindi, valutare con oculatezza
le situazioni delle persone, facendo una scala di priorità.
Ecco la saggezza dell’andare nelle case dei poveri, di conoscere
in modo realistico la loro storia e la loro situazione.
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Mani
Anche le mani sono importanti. Indicano la voglia di fare, di
dare, di aiutare in modo concreto le persone che sono nel biso-
gno. Non tutti possono dedicarsi a lavori pesanti, ovviamente: a
noi viene chiesto di darci da fare come possiamo e di non limi-
tarci a parlare o a proporre.
Cuore
Dare e fare con amore, con spirito di solidarietà.
Fare del bene come un robot è utile, ma è troppo limitativo. A
noi, il povero non chiede solo la soluzione di un problema o un
gesto meccanico: chiede affetto, stima, simpatia. Quello che do-
vrebbe davvero differenziarci da un servizio “comunale”, fatto
per legge o per disposizioni amministrative, è proprio lo stile
cordiale, rispettoso ed amichevole.
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Spirito: l’aspetto profondamente
religioso del volontariato
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Le opere del volontario appartengono pienamente alle opere di
misericordia corporali e spirituali di cui si parla nella tradizione
ecclesiastica.
A) Corporali:
Dar da mangiare agli affamati,
Dar da bere agli assetati
Vestire gli ignudi
Ospitare i pellegrini/profughi
Visitare gli infermi
Visitare i carcerati
Seppellire i morti
B) Spirituali
Istruire gli ignoranti
Consolare i dubbiosi
Ammonire i peccatori
Confortare gli afflitti
Perdonare le offese
Sopportare pazientemente le persone moleste
Pregare Dio per i vivi e per i morti.
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III - SAPER LAVORARE INSIEME
È importante saper lavorare insieme. Saper “col-laborare”, cioè
lavorare uniti, seguendo un progetto comune e trattandoci bene
gli uni gli altri, con rispetto e cordialità. Ma sappiamo quanto
spesso sia difficile! Diversità di caratteri, prospettive diverse, un
pizzico di narcisismo, un po’ di permalosità, voglia di comanda-
re e di mettersi in mostra, una manciata di prepotenza … e anche
il migliore dei progetti si trasforma in difficoltà, o addirittura in
utopia irrealizzabile. È quanto può succedere a diversi gruppi
ed organizzazioni di volontariato. Persone che hanno buona vo-
lontà e desiderio di condividere con i più bisognosi, spesso si
scontrano a causa di difficoltà di convivenza e di rapporto.
Lo spirito della collaborazione deve fondarsi sullo spirito frater-
no: senza fraternità non si fa molta strada. “Da soli si giunge pri-
ma, ma insieme si va più lontano”, recita un vecchio proverbio
africano. La collaborazione implica una visione ampia e chiara,
una funzionale suddivisione di compiti e una verifica costante,
sempre con lo sguardo rivolto verso la mèta finale: il bene di
tutti, specie dei più poveri.
91
stabile, che fa da base e contesto a tutte le attività dei mem-
bri del gruppo. Questa fluidità è motivo di conforto: anche se
vi sono periodi brutti o difficili, possono cambiare e migliorare.
Ma è anche invito all’attenzione ed alla verifica: pure i rapporti
belli e positivi, possono peggiorare; magari per delle inezie.
92
Il leader
Uno dei punti più studiati all’interno del gruppo è la figura del
leader. Il leader è una figura onnipresente nei gruppi ed indi-
ca la persona più influente. È una constatazione innegabile che
alcune persone hanno più carisma, sono più ascoltate e seguite
delle altre. Niente di male. Esse diventano il punto naturale di
riferimento del gruppo. È scontato che in ogni gruppo di volon-
tariato vi sia qualche elemento che influenza maggiormente il
gruppo: è più affidabile, più esperto, più capace di trattare con
gli altri, ha buon carattere, è attivo e propositivo, … Nulla di
strano se ci si rivolge a lui di preferenza.
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Nell’ambito del volontariato è significativa la figura del “servant
leader” proposta da Greenleaf (1970). Egli cita un esempio, trat-
to dal racconto di H. Hesse: “Viaggio in India”. Leo è il servo
tutto-fare, buono, attento, disponibile, attivo, discreto, saggio
che diventa il vero punto di riferimento del gruppo. In qualche
modo, tutte le persone della comitiva dipendono da lui. Improv-
visamente, Leo scompare ed allora tutto il gruppo, dopo breve
tempo, è costretto a sciogliersi. Il “servant-leader” è prima di
tutto un servo; e diventa leader in un secondo tempo. Un antico
detto taoista recitava: “Come hanno ottenuto i mari e gli oceani
il potere sulle altre acque? Con il fatto di essere più in basso
di loro”. Anche nel Vangelo ritroviamo lo stesso concetto: “Chi
vuole essere il primo, sia il servo di tutti”. Cerchi l’ultimo posto.
È un concetto essenziale nella visione cristiana, anche se spesso
viene dimenticato.
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Funzionalità ed armonia
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Accettazione: è uno dei punti più importanti nei rapporti in-
terpersonali. Implica l’accoglienza dell’altro nella sua diversità.
È facile accettare una persona che la pensa come me, che si com-
porta come me e che ha le mie stesse aspettative. È molto più
difficile accettare una persona con le sue differenze, che – se
conosciute e valorizzate – possono trasformarsi in opportunità
e ricchezza. La diversità è davvero ricchezza.
Rischi
Nonostante il massimo rispetto che dobbiamo nutrire per ogni
persona, ci rendiamo conto che alcuni comportamenti non favo-
riscono il lavoro di gruppo, ma lo intralciano e lo possono bloc-
care. Il lavoro di gruppo esige alcune attenzioni che non possono
essere ignorate. Ci sono delle personalità a rischio, che presen-
tano comportamenti negativi e controproducenti. Pur accettan-
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dole e comprendendole, dobbiamo aiutarle a modulare meglio i
loro comportamenti, proprio per il buon andamento del gruppo.
Presento alcuni personaggi come emblematici di alcuni com-
portamenti discutibili. Probabilmente, li riconoscerete in voi o
in qualche altra persona del gruppo.
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modo perentorio ed aggressivo. Attenersi a quanto stabilito è
molto utile, ma in alcuni casi si può fare un’eccezione.
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-il permaloso: se la prende per ogni minima osservazione che
gli si fa, anche in bel modo. Esige rispetto e considerazione in
modo quasi maniacale.
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Questi comportamenti sono spesso correlati tra di loro, per cui
possiamo riconoscerci in molti tratti di diverse personalità.
È possibile migliorare? È possibile cambiare alcuni compor-
tamenti? Sì, è possibile: con pazienza e con l’aiuto di qualche
esperto, è possibile smussare certe punte, capaci di ferire e di
danneggiare. Ripeto: con tanta pazienza verso di sé e chiedendo
l’aiuto agli altri.
CONCLUSIONE
“Il bene fa bene”. Il volontariato ne è la prova più evidente. Il
volontariato è l’immagine profetica di un mondo migliore, dove
le persone si accettano, si comprendono e si aiutano recipro-
camente. Oggi come oggi, è un’immagine spesso sfocata o con
diversi difetti: ma in qualche modo ci lascia già intravvedere
quanto potrebbe essere bello e gratificante vivere in un mondo
diverso da quello di oggi, dominato dall’orgoglio, dall’individua-
lismo, dalle barriere generate dalla sfiducia e dalla diffidenza. I
rapporti interpersonali si rivelerebbero davvero una rete fami-
liare che custodisce, difende e nutre tutti i membri della grande
famiglia umana.
Il volontariato racchiude in sé questa speranza, questo sogno:
un sogno, un’immagine troppo bella, troppo attraente perché
non possa davvero svilupparsi e fiorire ai cigli delle strade di
tutto il mondo.
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