Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
7 visualizzazioni13 pagine

Geo Program Ma

djdjdjd

Caricato da

pasaka3239
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
7 visualizzazioni13 pagine

Geo Program Ma

djdjdjd

Caricato da

pasaka3239
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

PROGRAMMA DI GEOGRAFIA

1. STORIA DELLA GLOBALIZZAZIONE

1.1 storia antica della globalizzazione

1.2 La prima rivoluzione industriale e l’imperialismo

1.3 Il Novecento e i 3 sistemi economici

2. LA GLOBALIZZAZIONE MODERNA

2.1 Il nuovo ordine mondiale

2.2 Il neocolonialismo

3. AGRICOLTURA

3.1 Sussistenza e mercato

3.2 Le piantagioni

4. RISORSE

4.1 Risorse ambientali

4.2 Risorse minerarie

4.3 Risorse energetiche

5. POPOLAZIONE

5.1 Teoria della transizione demografica

5.2 Urbanizzazione

5.3 Migrazioni internazionali

1
1. STORIA DELLA GLOBALIZZAZIONE

1.1 STORIA ANTICA DELLA GLOBALIZZAZIONE

Con il termine “globalizzazione” si intende l'insieme delle interconnessioni dei processi economici che
riguardano tutte le aree geografiche del pianeta. Ogni uomo e ogni regione della Terra, oggi, è inserito in un
unico sistema economico e sociale, e ogni territorio della Terra è collegato, a livello economico, a tutti gli
altri.

Il processo di globalizzazione è stato lungo e in continua evoluzione. Nell’antichità, le civiltà umane avevano
economie “locali”, con pochi rapporti con gli altri territori. La maggior parte dei prodotti che erano
consumati dalle persone provenivano dalla stessa zona, e le merci che gli uomini producevano attraverso il
proprio lavoro venivano consumate soprattutto nello stesso territorio. Di conseguenza, anche il denaro
circolava a livello locale e non c’erano scambi di denaro con paesi lontani.

Con il passare del tempo, però, le varie civiltà hanno cominciato a creare legami fra loro, gli scambi
commerciali si sono fatti sempre più intensi e le merci comprate e vendute sempre più lontano. Gli scambi
commerciali favorivano anche i contatti culturali e permettevano ai popoli di scambiarsi le proprie
conoscenze e le proprie culture.

Fin dai tempi antichi le culture hanno creato contatti e legami. Ad esempio, Alessandro Magno (quarto sec.
A.C.) ha collegato la Grecia e l'Europa occidentale con l'Impero Persiano e l'Egitto. L'Impero romano, più
tardi, ha realizzato l'unificazione del Mediterraneo. Successivamente, a partire dal settimo sec. D.C., la
civiltà araba, attraverso le sue conquiste e le sue vie commerciali, ha messo in comunicazione Europa,
Medio Oriente, Asia e Africa centrale. Nel tredicesimo secolo, Gengis Khan fu a capo di uno dei più vasti
imperi della storia, l’impero Mongolo, che occupava gran parte del continente asiatico, estendendosi
dall’estremo oriente fino al cuore dell’Europa. Il primo grande episodio di globalizzazione può essere
considerata la Scoperta dell'America (1492). Da quel momento iniziano processi economici sistematici che
mettono in relazione l'Europa, il continente Americano e l'Africa (che fornisce la manodopera in condizione
di schiavitù).

1.2 LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE E L’IMPERIALISMO

Nella seconda metà del diciottesimo secolo (il Settecento), alcune scoperte tecnologiche (macchina a
vapore, motore a scoppio ecc…) permettono la rivoluzione industriale, un sistema basato sulla produzione
“in serie”, cioè sulla produzione di grandi quantità di prodotti tutti uguali attraverso appositi macchinari e
attraverso il lavoro degli operai nella catena di montaggio. Le macchine sostituiscono sempre più il lavoro
artigianale. Questo modo di produrre determina un grande aumento dell’offerta di beni sul mercato, al
punto che l’offerta sopravanza la domanda. Si ricorre dunque al marketing e alla pubblicità per poter
vendere meglio le proprie merci ed evitare il problema della sovrapproduzione.

2
La rivoluzione industriale si diffonde dapprima in Inghilterra, ma nel diciannovesimo secolo (l’Ottocento) si
estende anche a molti paesi dell’Europa Occidentale, al Nord America e al Giappone. Queste grandi
potenze, a questo punto, hanno bisogno di grandi quantità di materie prime (soprattutto ferro e carbone)
per sostenere il proprio sviluppo industriale. Per procurarsi queste materie prime i paesi europei partono
alla conquista e alla colonizzazione del continente Africano, che viene spartito tra le maggiori potenze
europee (soprattutto Inghilterra e Francia, ma anche Portogallo, Belgio e, più avanti, Italia e Germania). Nel
Nord America, invece, gli Stati Uniti (USA), che si sono da poco formati e occupano soltanto alcuni territori
della costa Atlantica, partono alla “conquista del West”, cioè si espandono territorialmente nel continente
Nord Americano, a scapito dei Nativi, raggiungendo la costa pacifica.

CONSEGUENZE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: Oltre al colonialismo, ci sono altre importanti


conseguenze. La rivoluzione industriale ha stravolto non solo l’economia, ma anche la politica, la cultura e
lo stile di vita delle persone e della stessa vita sul pianeta Terra. I problemi legati all’ambiente sono:
maggiore sfruttamento delle risorse e occupazione del suolo (che provoca perdita di biodiversità),
inquinamento (di aria, acqua, suolo), produzione di rifiuti. Tra le prime evidenti conseguenze della riv.
Industriale c’è però anche l’improvviso miglioramento delle condizioni di vita delle persone, grazie a
un’alimentazione migliore e più completa, e grazie ai progressi del sistema sanitario (medicine, antibiotici,
vaccini ecc…). Per questo motivo la popolazione comincia ad aumentare in modo esponenziale (1 miliardo
di persone nel 1800, 8 miliardi oggi!). Questo determina un maggiore impatto ambientale del genere
umano sul pianeta, e anche l’aumento delle migrazioni dalle aree non industrializzate verso le aree
industrializzate, e dalle campagne alle città (urbanizzazione). Tra le conseguenze culturali della riv.
industriale bisogna ricordare il grande cambiamento del ruolo della donna nella società: l’impiego di
manodopera femminile nel lavoro retribuito porta all’emancipazione della donna, che comincia a ottenere
il rispetto dei propri diritti sociali e civili. Sul piano politico, le nuove figure professionali dell’operaio e
dell’imprenditore danno vita alla lotta di classe e alla formazione dei sindacati e dei partiti politici (destra e
sinistra). La Rivoluzione Francese (1789) sancisce il trionfo del nuovo sistema capitalistico industriale sul
vecchio sistema del feudalesimo, che durava da mille anni.

1.3 IL NOVECENTO E I 3 SISTEMI ECONOMICI

Grazie al costante afflusso di materie prime, le grandi potenze mondiali sviluppano sempre più il proprio
apparato industriale, ma nel corso del ventesimo secolo (il Novecento) il problema della sovrapproduzione
spinge a cercare nuove soluzioni per riuscire a vendere i prodotti industriali. Siccome i mercati interni sono
ormai saturi, le grandi aziende si orientano sempre più verso il mercato internazionale. Gli USA,
l’Inghilterra e la Francia, più altri paesi, adottano la politica del “libero mercato”, che prevede
l’abbassamento dei dazi, cioè delle tasse che bisogna pagare per vendere il proprio prodotto in un Paese
estero. Se i dazi sono bassi, è più facile riuscire a vendere liberamente i propri prodotti in altri paesi.

Ma in Europa, nel corso del Novecento, si formano dei regimi che non accettano il libero mercato,
specialmente il regime fascista in Italia e quello nazista in Germania. Questi regimi sono basati
sull’autarchia, cioè prevedono che il proprio paese debba ottenere il più possibile dalle proprie aziende
nazionali e con le proprie materie prime, semmai avvalendosi delle ricchezze delle proprie colonie o dei
territori annessi in seguito a conquiste militari. Perciò, questi paesi non acquistano prodotti dagli USA e dai
suoi alleati, ostacolandone l’espansione commerciale.

3
Negli stessi anni, un terzo sistema si diffonde nell’Unione Sovietica (URSS) e cerca di diffondersi nel resto
dell’Europa: il comunismo. In un sistema comunista, i mezzi di produzione appartengono allo Stato, non
esistono aziende private, né nel settore agricolo, né in quello industriale, né in quello commerciale. Lo stato
pianifica l’economia e decide chi devono essere i propri partner commerciali. L’obiettivo del comunismo è
abbattere il capitalismo e il libero mercato, di conseguenza l’URSS non accetta prodotti provenienti dagli
USA e dai suoi alleati.

I progetti di espansione commerciale statunitense in Europa sono fortemente ostacolati dai regimi totalitari
fascisti e comunisti, e questo induce gli USA a intervenire nella seconda guerra mondiale (1939-1945). Gli
USA, non potendo affrontare contemporaneamente tutti i suoi rivali, decidono di allearsi in un primo
momento con l’URSS per combattere insieme contro la minaccia nazi-fascista.

Questa cooperazione determina la sconfitta nazi-fascista e la fine della guerra. Ma nel dopo-guerra, le due
potenze rimaste (USA e URSS) iniziano un periodo di contrapposizione chiamato “guerra fredda”, che dura
circa 40 anni. In questi anni l’Europa è divisa in due blocchi: il blocco occidentale (tra cui l’Italia) alleato
degli americani, e il blocco orientale alleato dei sovietici.

Ma nel corso degli anni ’80 il blocco sovietico entra in una drammatica crisi economica da cui non sa più
risollevarsi. Decide quindi di abbandonare il sistema comunista e passare al sistema del libero mercato.
Finisce in questo modo la guerra fredda e la divisione dell’Europa e del mondo (nel 1989 viene abbattuto il
muro di Berlino, che era il simbolo di questa divisione). Da questo momento in poi, tutto il mondo
abbraccia il sistema capitalista del libero mercato. Tutti i paesi dunque sono inseriti in un unico sistema
economico globale: la globalizzazione è completata.

2. LA GLOBALIZZAZIONE MODERNA

2.1 IL NUOVO ORDINE MONDIALE

Negli anni successivi al crollo del muro di Berlino, vengono siglati numerosi accordi internazionali che
stabiliscono le regole del libero mercato: nel 1993 con il trattato di Maastricht nasce l’Unione Europea
(UE); nel 1994 nasce il NAFTA, accordo di libero mercato tra USA, Canada e Messico; vengono poi siglati il
Mercosur (per i paesi sudamericani), l’ASEAN per i paesi dell’Asia Orientale, e gli Accordi di Cotonou (per i
paesi africani. Si afferma il ruolo del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) nel quale entrano a far
parte anche la Russia e dal 2004 anche la Cina. Il WTO stabilisce le regole internazionali del commercio, che
devono essere basate sul principio del libero mercato.

Si è venuto dunque a formare un nuovo ordine mondiale basato sulla divisione internazionale dei processi
economici: oggi ci sono dei paesi che hanno principalmente la funzione di fornire materie prime a basso
costo, altri che hanno la funzione di lavorare le materie prime realizzando i prodotti finiti, altri che hanno la
funzione di consumare i prodotti.

I paesi “fornitori di materie prime” sono anche i paesi più poveri (Africa Sub-sahariana, molti paesi del Sud
America e dell’Asia meridionale): le grandi aziende multinazionali prelevano le materie prime da questi
paesi pagandole molto meno rispetto al loro reale valore. I paesi “lavoratori industriali” sono paesi in cui le

4
grandi aziende delocalizzano la produzione per risparmiare sul costo della manodopera (gli operai vengono
sfruttati e pagati molto poco). Questi paesi sono anche chiamati NIC (new industrialized countries): Cina,
Messico, Brasile, Sudafrica, Africa mediterranea, Turchia, Europa Orientale, Sud-Est asiatico. I paesi
“consumatori” invece sono quelli dove hanno le sedi le più grandi multinazionali, che gestiscono la
ricchezza del mondo e consumano la maggior parte dei prodotti (USA, Canada, Europa Occidentale,
monarchie del Golfo Persico, Giappone, Sud Corea, Australia, e i cosiddetti “paradisi fiscali”).

2.2 IL NEOCOLONIALISMO

Il libero mercato favorisce la globalizzazione, perché non essendoci più gli ostacoli dei dazi alle frontiere, il
commercio internazionale può svilupparsi con grande facilità. Tuttavia, questo sistema ha anche degli
effetti negativi, perché produce enormi disuguaglianze tra le aree geografiche del pianeta.

La totale libertà di iniziativa per le aziende, che possono agire a livello internazionale senza che ci siano
regole a difesa dei paesi più poveri, ha determinato fenomeni di sfruttamento che possono essere riassunti
nel termine “neocolonialismo”. Esso si esprime sia nell’accaparramento di materie prime, sia nello
sfruttamento del lavoro industriale, sia nei meccanismi del dominio commerciale.

Per quanto riguarda le materie prime, si è diffuso il fenomeno del land grabbing (accaparramento della
terra). Le grandi aziende multinazionali, attraverso il loro peso economico, politico, e spesso grazie anche
alla corruzione, riescono a ottenere la terra e le materie prime migliori dei paesi poveri a prezzi bassi. I
governi dei paesi poveri vengono indotti a soddisfare le esigenze delle grandi potenze, le quali,
all’occorrenza, sono anche in grado di finanziare colpi di stato, guerre civili e dittature per assicurarsi che i
governi dei paesi poveri accettino le loro condizioni.

Per quanto riguarda la produzione industriale, il lavoro viene spesso delocalizzato in luoghi dove c’è un
basso costo della manodopera e dove non ci sono tutele per l’ambiente e per i lavoratori. Lo sfruttamento
del lavoro ha assunto in molti luoghi del mondo la forma della schiavitù.

Per quanto riguarda il mercato, infine, si assiste al fenomeno del dumping commerciale: le aziende più
forti, potendo abbattere i propri costi di produzione, riescono a vendere i propri prodotti all’estero a prezzi
più bassi dei mercati locali. Questo permette loro di aumentare le vendite, ma determina il fallimento delle
economie locali dei paesi poveri. Il dumping commerciale ha penalizzato anche le piccole imprese dei paesi
ricchi, come in Italia, dove i piccoli commercianti hanno spesso dovuto soccombere di fronte alla
concorrenza dei colossi multinazionali.

Con il passare degli anni, l’egemonia statunitense e occidentale viene contrastata dall’affermarsi di altre
potenze mondiali: ai cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) si aggiungono altre potenze
regionali (Messico, Iran, Indonesia, Turchia, paesi arabi ecc), che contendono il predominio commerciale
all’occidente. Si vengono così a creare degli attriti, il più importante dei quali è la guerra in Ucraina, nella
quale l’imperialismo commerciale occidentale è contrastato dall’imperialismo etnico-territoriale della
Russia. Il mondo unipolare che si era configurato alla fine della guerra fredda sembra venire meno, a
vantaggio di un nuovo sistema “multipolare”. Questo passaggio rischia di avvenire in modo violento, perchè
i paesi occidentali e i loro alleati non sono disposti a perdere la loro leadership mondiale, mentre le potenze

5
emergenti cercano di coalizzarsi contro l’Occidente. Questo processo rischia di sfociare in una terza guerra
mondiale. Oltre alla crisi ucraina, anche la crisi in Medio Oriente (Iran vs Israele), in Sudamerica (Venezuela,
Perù ecc...) e in Africa (Libia, Niger ecc...) si possono inquadrare come parti di un più vasto conflitto fra
l’Occidente e le potenze emergenti.

IMPERIALISMO: l’imperialismo è un sistema di governo che ha come obiettivo l’allargamento della propria
civiltà a danno delle altre, che vengono conquistate o sottomesse. Le principali forme di imperialismo sono
due: territoriale e commerciale. L’imperialismo territoriale punta ad ingrandire il proprio territorio. Esempi
storici sono l’Impero Romano, oppure la Germania nazista. Spesso le potenze che praticano questa forma di
imperialismo, si giustificano con motivazioni etniche o linguistiche (cercano di inglobare nel proprio impero
tutti i territorio che hanno la loro cultura), come ad esempio oggi la Russia, che cerca di inglobare le regioni
russofone dell’Ucraina. L’imperialismo commerciale avviene quando una potenza cerca di controllare
l’economia di altri territori. E’ il caso dell’antica Atene, oppure delle repubbliche marinare nel medio evo,
oppure dell’Impero Olandese in epoca moderna. Al giorno d’oggi, gli USA praticano questa forma di
imperialismo attraverso l’imposizione della propria moneta, il dollaro, negli scambi economici
internazionali, attraverso gli accordi commerciali di libero mercato e attraverso le sanzioni economiche
verso i Paesi che non si allineano alla loro politica. L’imperialismo può essere condotto non solo dagli stati,
ma anche dalle singole aziende, attraverso il land grabbing o il dumping commerciale.

3. AGRICOLTURA

3.1 SUSSISTENZA E MERCATO

Nel mondo esistono diversi tipi di agricoltura. Il tipo più diffuso nei paesi poveri è l’agricoltura di
sussistenza: le famiglie contadine lavorano piccoli appezzamenti di terra, e i prodotti ricavati servono per
l’autoconsumo, cioè per il consumo delle famiglie stesse. E’ un tipo di agricoltura condotto senza
tecnologie: si lavora a mano o con l’aiuto di animali, non ci sono sistemi di irrigazione meccanica e non si
usano fertilizzanti chimici. Questa tipologia di agricoltura ha rese molto basse, per questo motivo serve il
lavoro di molte persone per ottenere il raccolto minimo per la sopravvivenza. Nell’Africa sub-sahariana,
circa l’80% della popolazione attiva lavora nell’agricoltura di sussistenza.

Nei paesi ricchi, invece, si pratica l’agricoltura di mercato: gli agricoltori lavorano grandi appezzamenti di
terra e i prodotti ricavati vengono poi destinati al commercio nazionale e internazionale. Questo tipo di
agricoltura si avvale delle tecnologie più sofisticate: trattori, sistemi meccanici per l’irrigazione, utilizzo di
sostanze chimiche (fertilizzanti, diserbanti, pesticidi) e spesso anche OGM (organismi geneticamente
modificati). Le rese sono molto alte, anche se con gli anni si assiste ad un progressivo impoverimento del
suolo che necessita di interventi sempre più massicci di concimazione chimica. Soltanto una piccola
percentuale di lavoratori dei paesi ricchi (dall’1% al 5%) è impiegata in agricoltura, ma queste percentuali
bastano per soddisfare le esigenze alimentari di tutti e anche per ottenere surplus di prodotti per
l’esportazione.

6
3.2 LE PIANTAGIONI

Nei paesi poveri, accanto all’agricoltura di sussistenza, si è diffusa negli ultimi secoli la pratica
dell’agricoltura di piantagione. Le piantagioni sono dei latifondi (terreni di dimensioni enormi) che vengono
coltivati a monocoltura, cioè in ogni piantagione si coltiva solo un tipo di vegetale.

Questo sistema è stato introdotto nei paesi poveri dalle potenze coloniali che li hanno conquistati. Ancora
oggi la proprietà delle piantagioni è in gran parte nelle mani di importanti aziende multinazionali del
settore alimentare, ma anche tessile, energetico, e anche da organizzazioni criminali illegali. Queste aziende
molto ricche utilizzano, nelle loro piantagioni, le più moderne tecnologie per ottenere il massimo del
profitto. I prodotti delle piantagioni non sono nella disponibilità della popolazione del luogo, ma vengono
esportati all’estero, per essere consumati prevalentemente nei paesi ricchi (consumatori).

I prodotti delle piantagioni possono essere alimentari o non alimentari. Tra quelli alimentari possiamo
distinguere quelli destinati all’alimentazione degli animali (soprattutto soia e mais) per sostenere gli
allevamenti intensivi, e quelli destinati direttamente all’alimentazione dell’uomo. Tra questi i più importanti
sono: caffè, thè, cacao, frutta tropicale, canna da zucchero, cereali, palma da olio. Tra i prodotti non
alimentari più importanti troviamo il cotone, i bio-carburanti (soprattutto girasole e colza) e le droghe
(tabacco, cannabis, coca, oppio).

La pratica delle piantagioni è strettamente collegata al problema della deforestazione: spesso per ricavare
spazio per le piantagioni si abbattono grandi foreste, generando la grave conseguenza dell’accumulo di CO2
a livello globale e quindi l’aumento dell’effetto serra. Inoltre, la deforestazione causa gravi perdite di
biodiversità, cioè della varietà di esseri viventi: le foreste infatti ospitano milioni di diverse specie animali e
vegetali. Queste specie con la deforestazione vanno perdute, oppure sono costrette a migrare in altri
ambienti.

FAME: circa il 10% della popolazione mondiale (800 milioni di persone) vive in condizioni di denutrizione.
Un altro 10% è malnutrito. Ogni giorno circa 24.000 persone muoiono di fame (1000 persone ogni ora!),
soprattutto bambini. Questo problema non accenna a diminuire. Le cause della fame nel mondo sono
molteplici, alcune naturali, ma la maggior parte sono causate dall’uomo: il land grabbing (e water grabbing),
il dumping commerciale, ma anche lo spreco alimentare e l’inquinamento. Le regioni più colpite sono
l’Africa Subsahariana e l’Asia Meridionale.

4. RISORSE

Per risorse si intendono gli elementi naturali presenti sulla superficie terrestre o nel sottosuolo, che l’uomo
utilizza per la propria sopravvivenza e/o per soddisfare i propri bisogni materiali.

Al giorno d’oggi, le risorse del pianeta sono compromesse dall’eccessivo sfruttamento da parte dell’uomo,
che le utilizza a ritmi più alti rispetto alla velocità che la natura impiega a riprodurle. Questa situazione è
destinata a rendere in futuro sempre più scarsa la disponibilità di risorse per gli uomini e per gli esseri

7
viventi del pianeta. Un altro grave problema che interessa le risorse del pianeta è il loro inquinamento, che
danneggia la salute degli uomini e diminuisce ancora di più la disponibilità di questi preziosi elementi.

4.1 RISORSE AMBIENTALI

Le risorse ambientali si trovano sulla superficie terrestre e sono indispensabili per la sopravvivenza degli
esseri umani. Le più importanti sono l’aria, l’acqua, il suolo e la vegetazione.

L’ARIA è un elemento indispensabile per la sopravvivenza umana, ma è soggetta a fenomeni di


inquinamento. Le attività umane che inquinano maggiormente l’aria sono l’agricoltura, le industrie, il
riscaldamento domestico e i trasporti. Oltre ai gas tossici che l’uomo immette nell’atmosfera, bisogna
segnalare che molte attività producono anche eccessive quantità di anidride carbonica (CO2), che
contribuisce al surriscaldamento del pianeta.

L’ACQUA è una risorsa rinnovabile (esiste il “ciclo dell’acqua”) ma non illimitata, perché ne esiste una
quantità fissa sulla Terra che non può essere aumentata. Questa quantità è molto grande, ma solo una
piccola parte di essa può essere considerata una risorsa per gli uomini. Infatti, quasi il 98% dell’acqua del
pianeta è salata, si trova nei mari e negli oceani, e pertanto non può essere utilizzata dagli uomini né per
scopi alimentari e domestici, né per scopi agricoli, né per scopi industriali. Tra il restante 2% di acqua, la
maggior parte è comunque inutilizzabile perché racchiusa nei ghiacciai delle regioni polari e delle alte
montagne, oppure è situata in falde acquifere a grandi profondità sotto terra. Soltanto una minima parte,
quella contenuta nei fiumi e nei laghi, è potenzialmente disponibile per l’uomo, ma non è distribuita in
modo omogeneo, perché esistono regioni molto umide, come quelle equatoriali, e altre regioni desertiche.

Molte popolazioni oggi sono alle prese con problemi dovuti alla scarsità di acqua. Le cause sono molteplici:
i cambiamenti climatici che stanno provocando l’avanzata dei deserti in molte regioni del pianeta;
l’inquinamento delle acque a causa degli scarichi agricoli e industriali, che rende molta acqua inutilizzabile;
l’utilizzo eccessivo che ne viene fatto da parte delle attività economiche (l’agricoltura ne utilizza oltre il
70%, le centrali idroelettriche un altro 22%); la mancanza di infrastrutture (acquedotti, depuratori ecc).
Inoltre, gli uomini spesso intervengono per modificare la disponibilità di acqua dei territori: costruiscono
canali artificiali e deviano i corsi d’acqua per irrigare le proprie coltivazioni, lasciando altre aree senza
acqua. Oppure costruiscono dighe per le centrali idroelettriche, bloccando il corso dei fiumi e lasciando
senz’acqua le popolazioni a valle. In molte aree del mondo sono in corso conflitti armati per il controllo
delle fonti idriche.

Le più frequenti cause di morte oggi sul pianeta sono dovute a problemi legati alla carenza di acqua
potabile: chi non ha acqua potabile da bere è costretto a bere acque malsane o contaminate, che
provocano gravissimi problemi intestinali e spesso la morte. La mancanza di acqua per irrigare i campi
provoca enormi carestie milioni di morti per fame. Infine, la mancanza di acqua pulita per scopi igienici
aumenta il diffondersi di epidemie mortali.

Il SUOLO è quella parte della crosta terrestre che contiene humus , cioè contiene sostanze che possono
essere un nutrimento per le piante. E’ una risorsa praticamente non rinnovabile, perché servono migliaia di
anni affinchè il suolo si formi. Attualmente, molti suoli sulla Terra sono contaminati dall’inquinamento, ma
soprattutto assistiamo a una continua e progressiva perdita di suolo. La causa principale del consumo di

8
suolo è l’erosione: specialmente nei terreni in pendenza, gli agenti atmosferici (piogge, venti, ecc..)
trasportano verso valle grandi quantità di suolo, impoverendo il terreno. Sebbene questo sia un fenomeno
naturale, l’uomo contribuisce ad accentuarlo tramite la deforestazione: tagliando le piante, si perde il ruolo
importantissimo che le radici hanno nel trattenere il terreno e impedire l’erosione. Un’altra causa della
perdita di suolo è la cementificazione: molte superfici vengono sacrificate per lasciare spazio ad abitazioni,
fabbriche, strade, ferrovie. I cambiamenti climatici, inoltre, contribuiscono alla perdita di suolo in molte
aree del pianeta dove è in corso una desertificazione.

La VEGETAZIONE è una risorsa rinnovabile, indispensabile per la vita umana, non solo per l’alimentazione,
ma anche per l’azione regolatrice del rapporto tra ossigeno e anidride carbonica dell’atmosfera. Tutte le
grandi aree verdi del pianeta oggi sono interessate dal fenomeno della deforestazione. La causa principale
della deforestazione è la necessità di ricavare spazio per coltivazioni e pascoli, ma anche per insediamenti,
attività industriali, grandi opere e vie di trasporto.

4.2 RISORSE MINERARIE

I minerali sono i composti chimici che formano le rocce. Si trovano nel sottosuolo e non sono indispensabili
per la sopravvivenza umana, ma l’uomo ha imparato a utilizzarli per produrre oggetti molto utili per i propri
scopi. I minerali si trovano all’interno di “giacimenti”, cioè luoghi ben precisi della crosta terrestre in cui vi è
una particolare concentrazione di un determinato minerale. Non tutte le aree del pianeta dispongono della
stessa quantità di minerali: la Cina e l’Africa Centro-Meridionale sono le aree più ricche di minerali, ma
grandi giacimenti si trovano anche in Australia, in Russia e nel continente Americano. Molti paesi tra cui
anche l’Italia, sono poveri di minerali, oppure ne hanno solo alcuni ma non ne hanno altri. Sono quindi
costretti a rifornirsi dall’estero.

La ineguale distribuzione delle risorse minerarie sul pianeta ha determinato un grande commercio
internazionale di queste materie prime. Alcuni paesi, specialmente dell’Africa sub-sahariana, basano gran
parte della propria economia sulla vendita dei minerali che hanno nel sottosuolo. Altri paesi, pur essendo
poveri di minerali, ottengono grandi profitti dalla loro lavorazione e commercializzazione. E’ il caso ad
esempio dell’Italia e dei suoi numerosi stabilimenti siderurgici.

Essendo materiali estremamente strategici per l’economia moderna, si generano spesso conflitti per il
possesso di queste materie prime. In alcuni paesi poveri, come il Congo, sono in atto guerre civili, in cui
numerosi eserciti locali (spesso finanziati da grandi potenze o da lobbies economiche mondiali) si
contendono il controllo delle miniere di oro, diamanti e coltan. In altri paesi si sono instaurate dittature per
gestire in modo autoritario il traffico di questi minerali: è il caso ad esempio del Cile, dove nel 1973 un
colpo di stato portò al potere il generale Pinochet, con il supporto delle potenze occidentali che erano
interessate alle grandi riserve di rame del paese. In generale, il neocolonialismo attuale ha tra i suoi scopi
principali il controllo delle risorse minerarie dei paesi poveri.

L’attività di estrazione dei minerali ha un impatto ambientale devastante: scavare una miniera significa
distruggere una vasta porzione di territorio, e impiegare sostanze chimiche estremamente tossiche per
estrarre i minerali dalle rocce. Da non dimenticare, infine, il tema dello sfruttamento del lavoro: l’attività
del minatore è estremamente faticosa, dannosa per la salute e pericolosa per l’incolumità del lavoratore.

9
Spesso i minatori lavorano senza le necessarie misure di sicurezza, senza un salario adeguato, e spesso in
questa attività vengono impiegati bambini, anche sotto i 10 anni.

4.3 RISORSE ENERGETICHE

L’energia serve per compiere dei lavori (ad esempio, muovere delle macchine) e per produrre luce e calore.
Le risorse energetiche si dividono in rinnovabili e non rinnovabili. Le risorse non rinnovabili sono l’uranio e i
combustibili fossili (carbone, petrolio, metano); tra quelle rinnovabili, le principali sono l’energia
idroelettrica, solare, eolica, geotermica e le biomasse.

URANIO: è praticamente l’unico minerale dal quale gli uomini ricavano energia, che si chiama energia
nucleare. Nelle centrali nucleari si interviene chimicamente nel nucleo degli atomi di uranio per generare la
“fissione nucleare” e liberarne l’energia chimica contenuta. Tale energia chimica viene poi trasformata in
energia elettrica. E’ una risorsa non rinnovabile (come tutti i minerali), ma non produce CO2. Attualmente
nel mondo solo il 4% dell’energia prodotta dall’uomo è generata dall’uranio, ma si prevede un aumento nel
prossimo futuro. Le più grandi potenze nucleari mondiali sono USA, Russia, Giappone, Francia, India e Cina.
Molti paesi, tra cui l’Italia, hanno scelto di non ospitare centrali nucleari sul proprio territorio, a causa di
alcuni problemi ad esse collegati, come il rischio di incidenti catastrofici, e lo smaltimento delle scorie
radioattive. Nelle centrali nucleari è possibile anche produrre la bomba atomica, e questo genera spesso
incidenti diplomatici, come nel caso delle recenti tensioni tra USA e Iran.

COMBUSTIBILI FOSSILI: sono sostanze presenti nel sottosuolo derivate dalla trasformazione di sostanze
organiche presenti nella preistoria. Si dicono “combustibili” perché l’energia si ricava dalla loro
combustione. Il carbone è il fossile più abbondante sul pianeta e il più inquinante. E’ stato la fonte
energetica principale della prima rivoluzione industriale, nel XVIII secolo. Oggi, quasi la metà dei giacimenti
mondiali di carbone si trovano in Cina.

Il petrolio è il fossile più utilizzato, anche perché oltre a produrre energia viene usato anche per ricavare la
plastica. Il metano, oltre ad essere il meno inquinante, è anche il più economico, perché necessita di minori
costi di estrazione. Sono molte le regioni del mondo che ospitano giacimenti di petrolio e metano: l’area
mediorientale, in particolare Iran, Iraq e Arabia Saudita; la Russia e l’Ucraina; il Nord America (Canada, USA
e Messico); Venezuela (petrolio) e Brasile; in Africa, l’Algeria (metano), la Libia, la Nigeria e l’Angola
(petrolio).

Attualmente, dai combustibili fossili si ricava circa l’85% dell’energia a livello mondiale. Per questo motivo,
l’attività economica legata a queste materie prime è al centro dei principali movimenti finanziari
internazionali e anche dei più sanguinosi conflitti. Dal punto di vista economico, queste sostanze sono
destinate a diventare sempre più costose in futuro, perché saranno sempre più rare. Dal punto di vista
ambientale, hanno il grande svantaggio di generare anidride carbonica (gas serra) e monossido di carbonio,
una sostanza estremamente tossica.

RISORSE RINNOVABILI: rispetto all’uranio e ai combustibili fossili, queste risorse hanno il vantaggio di non
esaurirsi mai, la loro disponibilità è potenzialmente illimitata. Poiché non generano CO2, il loro impatto
ambientale è minore (anche se non assente).

10
L’energia solare e quella eolica (del vento) vengono intercettate da appositi macchinari che le trasformano
in energia elettrica. Quella geotermica sfrutta l’energia del calore presente nel sottosuolo. Le centrali a
biomasse sfruttano l’energia chimica delle sostanze organiche (residui di piante e animali e loro prodotti);
moltissime superfici agricole nel mondo oggi sono occupate da piantagioni di vegetali destinati alle centrali
a biomasse, che causano gli stessi problemi ambientali e sociali delle piantagioni tradizionali (vedi par. 3.2).

L’energia idroelettrica viene prodotta in apposite centrali, che si avvalgono di dighe per l’accumulo di
acqua. Queste dighe spesso generano problemi nella distribuzione di acqua sul territorio (vedi par. 4.1) e,
se non sono collocate nei luoghi più sicuri, possono causare grave dissesto idro-geologico e incidenti anche
catastrofici come quello alla diga del Vajont, in Veneto, nel 1963.

5. POPOLAZIONE

5.1 LA TEORIA DELLA TRANSIZIONE DEMOGRAFICA

La dinamica demografica, cioè la crescita o decrescita della popolazione, è diversa tra i vari paesi del
mondo. Questo è dovuto a fattori sociali e culturali, soprattutto a causa della rivoluzione industriale. Le
civiltà che non hanno ancora avuto la rivoluzione industriale, normalmente, hanno un’alta natalità (numero
di bambini nati ogni anno) e un’alta mortalità (numero di persone morte ogni anno), soprattutto mortalità
infantile (dei bambini). Le società pre-industriali sono infatti società agricole, quindi nella loro cultura è
importante fare molti figli per poter avere più lavoratori nei campi. Queste società hanno anche un’alta
mortalità, perché hanno cattive condizioni igieniche, poche medicine, e una vita dura e breve. Quando le
società conoscono la rivoluzione industriale, la situazione cambia: migliorano le condizioni di vita e migliora
la medicina. In questo modo, la mortalità diminuisce. Ma anche la natalità diminuisce, perché nel sistema
industriale, basato sul denaro, i figli rappresentano un costo economico, inoltre le persone cominciano a
fare figli in età più avanzata perché entrano tardi nel mondo del lavoro (studiano fino a 20-25 anni), e
usano metodi contraccettivi per controllare le nascite. Ogni paese conosce tre fasi di sviluppo demografico:
1) fase pre-industriale: alta natalità, alta mortalità. 2) fase “industriale”: la mortalità diminuisce, ma la
natalità resta alta perché “culturalmente” la popolazione è ancora legata alla mentalità antica. In questo
periodo la popolazione aumenta molto. 3) fase post-industriale: bassa mortalità e bassa natalità: la
popolazione smette di crescere, ci sono poche nascite e poche morti, molte persone anziane (si alzano i
dati dell’età media e della “speranza di vita”).

5.2 URBANIZZAZIONE

La crescita demografica degli ultimi due secoli e il grande processo di industrializzazione che ha coinvolto,
con tempi diversi, tutti i continenti hanno portato sempre più persone a trasferirsi dalle campagne alla
città. Questo fenomeno è chiamato “urbanizzazione”. Oggi, oltre il 50% della popolazione mondiale vive in
città, mentre solo 100 anni fa la percentuale era del 10%. Anche questo è uno dei grandi cambiamenti che
l’umanità ha vissuto nell’ultimo secolo.

11
La crescita demografica delle città ha portato alla formazione di strutture urbane nuove, come le
metropoli. Una metropoli è una città di almeno un milione di abitanti che ha la caratteristica di essere un
polo di attrazione per un grande territorio circostante, un punto di riferimento dal punto di vista politico
(sede di governi o parlamenti), economico (sede di grandi aziende e banche), culturale (sede di università,
centri di ricerca, musei ecc…). Quando una metropoli supera i 10 milioni di abitanti si parla di mega-città.

Oltre a ciò, si è verificato il fenomeno delle conurbazioni. Un conurbazione è un insieme di più città di
dimensioni medio-grandi, molto vicine tra loro, che espandendosi si vanno a fondere insieme in un’unica
area urbana (es. Massa e Carrara). Quando si verifica una conurbazione tra grandi città o metropoli,
abbiamo una megalopoli. Le più importanti megalopoli del mondo si trovano in Giappone, in Cina e negli
USA, ma anche nel golfo di Guinea in Africa.

Nei paesi più ricchi, come l’Italia, il fenomeno dell’urbanizzazione è avvenuto prima, nel corso del ‘900, ed è
stato spinto dallo sviluppo industriale che ha portato molte persone ad abbandonare i campi per lavorare
come operai nelle fabbriche delle città. Oggi, nei paesi ricchi questo fenomeno si è arrestato. Anzi, in molte
città dei paesi avanzati si assiste al fenomeno inverso: sempre più persone preferiscono abbandonare le
grandi città per trasferirsi nelle zone limitrofe, dove possono evitare il traffico, il congestionamento,
l’inquinamento atmosferico e acustico, e possono acquistare case a prezzi più bassi.

Nei paesi poveri, invece, l’urbanizzazione si sta verificando proprio in questi anni, ad un ritmo molto
elevato. Le cause che spingono le persone dei paesi poveri a trasferirsi nelle grandi città sono un po’
diverse: le persone sono costrette ad abbandonare le proprie terre a causa delle guerre, o a causa delle
carestie, oppure, molto frequentemente, a causa del fenomeno del land grabbing (vedi par. 2.2).

Una volta lasciate le proprie terre, in condizione di estrema miseria si spostano verso le grandi città, dove
cercano soluzioni per sopravvivere. Molto spesso si riducono a vivere di espedienti, facendo lavori umili e
saltuari, o agendo nell’illegalità (furti, spaccio di droga, prostituzione ecc…). Non avendo risorse per
comprare o affittare una casa in città, si ammassano nelle periferie, dove costruiscono case di lamiera,
senza elettricità, senza acqua corrente e senza fognature. In queste periferie, che si chiamano baraccopoli
(o bidonvilles, slums, favelas), le condizioni sono così estreme che le persone muoiono per denutrizione o
per le epidemie. Oggi tutte le città dei paesi poveri presentano delle enormi baraccopoli, che hanno fatto
ingrandire questi centri urbani fino a diventare le città più popolose del mondo:

Centro-Sud America: Città del Messico (Messico), San Paolo e Rio de Janeiro (Brasile), Buenos Aires
(Argentina), Lima (Perù), Bogotà (Colombia), Caracas (Venezuela). Africa: Il Cairo (Egitto), Karthoum
(Sudan), Abidjan (Costa d’Avorio), Lagos (Nigeria), Mogadiscio (Somalia), Addis Abeba (Etiopia), Nairobi
(Kenya), Kinshasa (Congo), Luanda (Angola), Città del Capo e Johannesburg (Sudafrica). Asia meridionale:
Lahore e Karachi (Pakistan), Mumbay, Delhi e Kolkhata (India), Dhakka (Bangladech), Bangkok (Thailandia),
Kuala Lumpur (Malaysia), Giakarta (Indonesia), Manila (Filippine). A queste, vanno aggiunte le mega-città
dei paesi avanzati: New York, Los Angeles e Chicago (USA), Toronto (Canada), Londra (UK), Parigi (Francia),
Mosca (Russia), Istanbul (Turchia), Tokyo e Osaka (Giappone), Pechino, Shangay, Shenzen, Guangzu, Hong
Kong, Wuhan, Chongqing (Cina), Seul (Sud Corea), Singapore (Singapore), Melbourne e Sydney (Australia).

5.3 MIGRAZIONI INTERNAZIONALI

12
Il fenomeno delle migrazioni è antico quanto l’umanità, ma negli ultimi decenni stiamo assistendo a una
forte crescita. Si stima che quasi 300 milioni di persone oggi vivano al di fuori del proprio paese d’origine. Le
cause delle migrazioni internazionali sono molteplici: innanzitutto l’aumento della popolazione mondiale
ha fatto sì che anche più persone si trasferissero da un paese all’altro. Un’altra causa può essere il
miglioramento tecnologico dei trasporti: oggi spostarsi è molto più agevole ed economico che una volta.
Anche il miglioramento delle telecomunicazioni può essere considerato un fattore determinante: oggi le
persone si possono informare molto meglio rispetto alle prospettive di vita e alle opportunità di lavoro che
possono trovare nel nuovo paese, e attraverso i social networks possono mettersi in contatto con chi già si
trova nel paese di destinazione e programmare meglio il proprio progetto migratorio. Inoltre, dal punto di
vista psicologico, è importante sapere che anche dal nuovo paese si potranno mantenere i contatti con i
propri cari nel paese d’origine.

Ma è senz’altro la globalizzazione a costituire la causa principale delle migrazioni internazionali: da un lato i


rapporti commerciali tra paesi lontani sono oggi molto stretti e questo determina grandi spostamenti per
motivi di lavoro; ma soprattutto, questo sistema globalizzato ha generato un aumento delle disuguaglianze
tra i paesi più ricchi e i paesi poveri, generando in molte popolazioni il desiderio di migrare per migliorare le
proprie condizioni di vita.

Infine, una componente numericamente molto importante è costituita dalle migrazioni forzate: i cosiddetti
“profughi”. Molti milioni di persone oggi migrano non per scelta, ma perché costretti a farlo, a causa di
guerre, carestie, dittature, calamità naturali. Generalmente queste persone si spostano a piedi o con mezzi
di fortuna e si trasferiscono nei paesi confinanti, ma a volte tentano delle pericolosissime traversate via
mare per raggiungere paesi più sicuri. Purtroppo, la maggior parte di questi viaggi sono gestiti da
organizzazioni criminali che approfittano di questi disperati per depredarli dei pochi soldi che hanno a
disposizione. La Convenzione di Ginevra del 1951, sottoscritta da tutti i paesi del mondo, stabilisce che gli
stati abbiano l’obbligo di accogliere i profughi e concedere loro l’asilo politico, quando questi dimostrino di
essere scappati dal proprio paese a causa di guerre o persecuzioni.

Se escludiamo la situazione dei profughi, è importante considerare che la maggior parte dei migranti che
partono dai paesi poveri, appartengono al ceto medio del proprio paese, cioè non sono tra i più ricchi ma
neanche tra i più poveri. Le persone troppo povere infatti non hanno nemmeno la possibilità di emigrare,
perchè il viaggio comunque richiede una certa quantità di denaro. Spesso i migranti hanno anche una
buona istruzione di base (diploma o anche laurea), ma i loro titoli di studio spesso non vengono riconosciuti
nei paesi di destinazione.

Le rotte principali delle migrazioni internazionali sono: dall’America latina verso il Nord America, dall’Africa
verso l’Europa, dall’Asia Meridionale verso Giappone, Australia e Golfo Persico (Dubai, Qatar, Arabia
Saudita ecc).

13

Potrebbero piacerti anche