SOCIOLOGIA
SOCIOLOGIA
1° - DARE FORMA
ALL’ENERGIA
Ogni relazione:
● ha una sua unicità in quanto alimentata da una serie di elementi che interagiscono
tra loro e la rendono diversa da tutte le altre.
Nonostante ciò bisogna classificarla in qualche modo, darle un nome.
Tale operazione comporta delle difficoltà, come per la protagonista del brano.
Tutti i termini che la cultura le mette a disposizione le sembrano inadeguati perché
sono qualcosa di diverso rispetto alla realtà, non corrispondono esattamente ad essa
e inoltre tutti esprimono qualcosa di non ben definito.
Una soluzione è quella di ricorrere a delle categorie più certe come “marito e moglie”.
Conseguenze:
- la riluttanza a individuare rapporti di causa-effetto di tipo lineare in quanto le
correlazioni tra gli elementi sono di tipo reciproco e quindi circolare;
- viene messa in dubbio l’esistenza di elementi o entità fondamentali e la tendenza a
considerare il mondo come costituito non da persone e cose ma da movimenti e
relazioni.
L’energia vitale si manifesta quindi come forme di vita → Simmel afferma che “la vita è un
fluire incessante che si cristallizza in forme”.
! Oggetto della sociologia è, perciò, lo studio delle forme assunte da queste relazioni
reciproche tra le persone.
2. Vergesellschaftung, cioè “processo di sociazione” → attraverso il quale una certa
forma di azioni reciproche si consolida nel tempo.
Le forme di reciprocità tra individui sono azioni rituali che esprimono la realtà sociale e la
cristallizzano in rappresentazioni simboliche che costituiscono la cultura dei gruppi,
istituzioni, società.
Anche l’identità è una forma, che deve fare i conti con 2 ordini di problemi:
Venerando i simboli del gruppo i partecipanti al rituale celebrano il legame che li unisce e
quindi celebrano se stessi in quanto gruppo.
In questo modo l’energia e la forza del gruppo riunito ricarica i partecipanti e ne rinnova la
fiducia.
Collins
delinea un modello che ci permette di riconoscere un rituale per alcuni elementi:
1. riunione fisica di un gruppo di persone
2. condivisione focus di attenzione (attenzione al sincronizzare e coordinare i gesti del
rituale)
3. tonalità emozionale comune
4. oggetti sacri cioè simboli che rappresentano l’appartenenza al gruppo;
Gli oggetti sacri sono diversi da religione a religione e possono trattarsi di elementi naturali,
piante, animali, luoghi od oppure di oggetti costruiti dall’uomo come ad esempio chiese,
altari, libri ecc o di azioni come cantare, danzare ecc.
Tali oggetti non sono sacri di per sé ma a renderli sacri è il modo in cui il gruppo si comporta
nei loro confronti.
Il comune focus è costituito dall’attenzione che i partecipanti pongono nel coordinare
reciprocamente i gesti previsti dal repertorio di azione del rituale.
Questo modello del rituale può essere usato per interpretare un’ampia gamma di pratiche
sociali come ad esempio i congressi politici, le parate militari.
Collins considera rituali anche quelli naturali, non solo quelli intenzionali.
→ Secondo Durkheim i riti creano l’effervescenza collettiva che ravviva il legame tra
individui riuniti, caricandolo di energia;
→ Collins ci fa notare che chi sta al centro del rituale (celebrante o oggetto sacro)
diventa polo di questa batteria sociale.
L’analisi di Durkheim pone un forte accento sulla differenza che separa l’esperienza rituale
in cui i partecipanti si percepiscono come fusi insieme vs Routine quotidiana:
ognuno si percepisce come individuo a sé.
Sempre secondo Durkheim gli uomini attraverso i rituali dividono il mondo in 2 sfere:
1. sacro
2. profano
Gli oggetti “sacri” non lo sono di per sé, ma lo diventano per il tipo di atteggiamento
che i partecipanti al rito adottano nei loro confronti
→ tramite le azioni di rispetto e venerazione per l’oggetto, il gruppo si unisce e rafforza la
propria coesione e l’oggetto diventa simbolo del gruppo riunito acquisendo sacralità
→ il sacro sta nel legame sociale.
Rispettando ciò che il gruppo considera sacro, riaffermiamo la nostra adesione e il rispetto
verso il gruppo inteso come comunità morale.
Ma dal momento in cui la sacralità è attribuibile solamente ai gruppi e società, in tal caso le
persone considerate individualmente dunque non sarebbero sacre.
Riguardo ciò Goffman ipotizza che l'identità individuale in realtà non esista, ma sia
qualcosa che la società ci impone di creare ed esibire.
Questo rimanda all’idea che l’individuo in quanto capace di iniziativa, non sia semplicemente
modellato dalla società ma che sia esso stesso un’espressione attiva dell’energia vitale.
→ Se il rituale produce energia, da dove nasce questa energia?
Un’ipotesi è che gli individui che danno vita al rituale siano essi stessi portatori di energia o
forme di energia, pertanto, il rito non sarebbe un luogo di creazione di energie bensì un
momento di aggregazione e trasformazione di energie già esistenti.
GOFFMAN
Secondo Goffman anche una conversazione può essere considerata culto in cui i presenti
danno vita a una piccola comunità rituale.
Le interpretazioni di questi autori non trovano l’appoggio di quelli che invece propendono per
una concezione piùstretta del rituale, cioè coloro che sostengono che rituale vada riservato
solo a:
● pratiche dotate di precisa liturgia che prescrive i gesti, comportamenti ecc
● fanno riferimento a simboli riconoscibili
● si svolgono in uno scenario programmato che si ripete periodicamente.
VAN GENNEP
Pubblicava la sua opera intitolata “I riti di passaggio” che ci permette di approfondire
ulteriormente la comprensione del modo in cui operano i rituali.
Egli concentra la sua attenzione sul modo in cui i rituali ci permettono di rapportarci al
mutamento.
1. A volte il fluire della vita si manifesta con forme che dopo un po’ mutano
2. Altre volte la realtà si manifesta con un divenire caotico e informe, tanto da
farci avere bisogno di dargli significato.
Sia nel primo che nel secondo caso può trattarsi di un cambiamento rapido,
improvviso che rende:
- inadeguata la forma vecchia e ne rende necessaria una nuova
oppure lento e progressivo che lavora:
- dentro le forme rivelando la inadeguatezza della vecchia forma e la necessità di
sostituirla con una nuova.
In ogni caso rende necessario un cambiamento di forma passando da uno stato di stabilità
ad un altro stato di stabilità, che viene gestito attraverso i riti di passaggio, che sono:
- riti di crisi del corso di vita: l’individuo viene privato del suo status attraverso
cerimonie di temporanea degradazione venendo sottoposto ad umiliazioni e deve
superare delle prove per dimostrare di avere completato la trasformazione e ottenere
il nuovo status
- riti stagionali e periodici: eseguiti in momenti precisi del ciclo produttivo annuale
- riti di passaggio tra stati collettivi: guerre, carestie, siccità.
Ogni rito ècomposto da 3 fasi, sul piano spazio-temporale e sul piano della forma:
1. fase pre-liminare (di rottura o separazione)
2. fase liminale (di sospensione o margine)
3. fase post-liminare (di ri-aggregazione o re-integrazione)
Es. fidanzamento = rappresenta una fase intermedia tra un prima in cui i due individui sono
indipendenti e separati e un dopo in cui sono una coppia sposata.
Il fidanzamento in questo caso è una fase liminale nella quale i due non sono nè single nè
definitivamente accoppiati e al tempo stesso sono liberi di rompere il fidanzamento.
Non sono nédivisi néuniti.
In questo caso la fase pre-liminare avviene la rottura rispetto alla forma con cui si viveva in
precedenza, cioè quella di single, avviene dunque una rottura con il passato e la
separazione con il sé che si è stati fino ad ora.
L’anello di fidanzamento invece rappresenta la fase liminale, di sospensione.
In questa fase gli individui iniziano la trasformazione rimanendo sospesi tra ciò che erano
prima e ciò che saranno dopo.
Le persone che si trovano nella fase liminale, si trovano confinate in un limbo temporaneo,
hanno una condizione ambigua e vengono considerati pericolosi in quanto le identità iniziali
vengono deformate e tornano a uno stato di caos primigenio (dal quale la societàsi era
differenziata) e indefinitezza.
Secondo Goffman la società crea strutture apposite, che molto spesso sono una vera
e propria segregazione spaziale, in cui confinare i devianti (malati psichiatrici, drogati
ecc.) in attesa che concludano la fase liminale.
In questi luoghi i reclusi vengono spersonalizzati togliendo loro i segni e gli strumenti
necessari a mostrare una identità distinta.
Può anche essere il contrario, cioè che la società esprime la paura dell'ambiguità proprio
negando spazi fisici riservati (es. in un ufficio, non viene riservata una scrivania a stagisti).
I riti di passaggio non sono dunque scomparsi dalle nostre società moderne.
Tuttavia, il modo con cui diamo forma ai mutamenti è diverso rispetto al passato.
Esempio → un tempo i maschi passavano all'età adulta con tappe precise come il militare, il
lavoro stabile, il matrimonio ecc.
Oggi alcune di queste tappe sono scomparse o non più concomitanti.
Nel passaggio tra prima e dopo c'è sempre difficoltà nell'accettare la tensione tra libertà
individuale e la pressione alla conformità sociale, tra l’apertura alla novità e la ricerca di
certezze, tra la paura di scegliere e il bisogno di stabilità.
Anche nei riti di passaggio collettivi le fasi che costituiscono il prima e il dopo vengono
create socialmente attraverso il rituale.
Sebbene si verifichi un effettivo mutamento, non c'è confine tra prima e dopo quindi tale
confine va creato attraverso il rituale (es. Capodanno).
Il rito “dice” che è avvenuto un passaggio da una condizione di stabilità e ordine ad un’altra
condizione di stabilità e ordine.
Ma non tutti i riti di passaggio coinvolgono la società nella sua totalità, essi riguardano
piuttosto alcuni gruppi all’interno di essa.
Ad esempio, insegnanti ed alunni segnano il passaggio scolastico da un anno all’altro
attraverso le recite o le pizze di classe.
DURKHEIM
Per Durkheim, il rito consiste nel passare dalla prevalenza della forma individuale a
quella della forma collettiva per poi tornare alla prevalenza della forma individuale.
Egli ci fa notare che attraverso l’effervescenza collettiva dell’azione rituale gli individui
compiono un salto dal mondo profano a quello sacro.
L’energia vitale appunto passa dall’individuale al collettivo ma non basti pensare a questi
due stati diversi, ma anche all’intersezione tra di essi.
Le forme destrutturandosi tornano allo stato primigenio di caos per poi ricristalizzarsi in
nuove forme dove avverrà la trasformazione.
Il passaggio da una forma all’altra è, dunque, il momento in cui il caos e l’ordine si
intrecciano scambiandosi di posto.
→ Ed è qui che percepiamo la inadeguatezza delle forme e allo stesso tempo la loro
essenzialità.
Secondo Van Gennep, i riti di passaggio pre-liminari e post-liminari fanno in modo che
questi passaggi da uno stato all’altro non siano cosìbruschi.
Partendo dal presupposto che ogni rituale riguarda un gruppo, il quale è sempre parte di una
collettività più ampia, composta anche da altri individui, i quali non fanno parte di questo
sottogruppo, possono diventarne comunque spettatore.
Il rituale può assumere un significato anche per il pubblico esterno non solo per coloro che
ne prendono parte (il pubblico esterno che non fa parte del gruppo).
Chi dona esercita potere su chi riceve perché lo obbliga nei suoi confronti: il potere di
tenerlo legato a sé.
Anello di Kula: catena di scambi di monili effettuati da millenni dagli abitanti delle isole
Trobriand e l’isola vicina.
→ in questo modo le tribù collaborano ad effettuare una doppia circolazione in cui i beni
scambiati non hanno un particolare valore economico e non servono ad arricchire chi li
possiede.
Potlatch: rituale tipico di alcune tribùdi nordamericani che consiste nello scambio
competitivo di doni in cui ciascuno cerca di dimostrare la propria superioritàumiliando l’altro
con doni via via piùgrandi fino a quando uno dei due non èpiùin grado di contraccambiare.
→ In questo caso il dono stabilisce una gerarchia e quindi dà forma alla struttura sociale.
La competizione in questo caso è vista come una forma di interazione socialmente
legittimata, e l’integrazione sociale si basa sull’accettazione delle regole del gioco.
Il potlath può essere considerato come una versione tribale del capitalismo dinamico e
competitivo.
L’anello di Kula e Potlatch che esemplificano i due aspetti opposti e complementari dello
scambio simbolico, quello armonico paritario da un lato e dall’altro quello conflittuale e
gerarchico.
Queste due forme di relazione non si escludono a vicenda anzi convivono e si intrecciano.
Al giorno d’oggi, ad esempio, le visite diplomatiche dei capi di stato hanno lo scopo di
mantenere vivo un sistema di relazioni e alleanze.
La struttura di una società prende forma dal modo in cui il potere è distribuito tra gli
individui e i gruppi che la compongono.
BRUNER
Secondo Bruner i concetti sensibilizzanti permettono di cogliere nella ricerca relazioni che
normalmente passano inosservate.
Il concetto sensibilizzante orienta la direzione della ricerca senza dare risposte
pre-confezionate, suggerisce dove guardare senza sapere a priori che cosa il ricercatore
dovrà vedere.
Il concetto per Bruner è solo uno strumento di lavoro, ma esso spesso viene
erroneamente impiegato come un’etichetta.
Critiche all’interazionismo:
- che le ricerche diano risultato poco attendibili
- scelta di interlocutori con scarso potere contrattuale (gay, psicopatici, drogati)
- impossibilità di fare generalizzazioni nelle loro analisi
- manca di una sistematizzazione teorica completa ed accurata in quanto la tradizione
era orale
MEAD
→ considerato fondatore dell’interazionismo simbolico.
La sua idea di fondo è che diventiamo esseri sociali attraverso la comunicazione la quale si
fonda a sua volta su un repertorio di simboli.
L’io rappresenta la fase in cui viene manifestata la propria istintualità verso le aspettative
degli altri.
È il versante della libertà, dell’innovazione e della creatività.
Tuttavia, neanche l’io è totalmente libero, ma riflette desideri socialmente modellati.
È dalla co-esistenza dei due che emerge Il Sé che rappresenta la direzione che
intendiamo dare alla nostra vita.
All’interno dell’interazionismo si sono creati due diversi orientamenti teorici fondati su due
filoni:
- da una parte i teorici della Iowa School che enfatizzano la rilevanza del me
- coloro che sottolineano l’importanza dell’io.
Mead assume una posizione all’interno dell’interazionismo, che alcuni definiscono
“oggettivista”:
la realtà sociale viene ricondotta alle proprietà degli individui piuttosto che alle relazioni
intercorrenti tra di loro.
Questa posizione viene definita “del realismo sociale” e si distingue da quella del
“nominalismo soggettivo” sostenuta da Blumer.
Mead distingue tra cose (che esistono a priori, indipendentemente dagli individui) e oggetti
(che esistono solo in relazione agli atti).
Secondo lui è attraverso l’agire degli individui che le cose si trasformano in oggetti.
Mead sancisce il passaggio dallo schema del comportamentismo di prima generazione S-R
(stimolo- risposta) secondo cui tutto ciò che avviene all’interno dell’individuo costituisce una
scatola nera, ad un modello in cui diventa centrale il momento dell’interpretazione che
trasforma gli stimoli in risposte.
Secondo lui gli stimoli di cui facciamo esperienza non sono oggettivi ma vengono filtrati dalla
nostra mediazione cognitiva, dalla nostra esperienza interiore.
Lo stimolo non è antecedente all’azione, ma un suo prodotto.
L’atto sociale (unitàdi analisi per Mead) implica la collaborazione tra più individui
→ differenza sostanziale dal comportamentismo in cui l’atto è individuale.
L’atto sociale va considerato per gli aspetti latenti e manifesti, dunque il modello è non
lineare ma circolare.
L’ambiente condiziona l’organismo nella stessa misura in cui l’organismo condiziona
l’ambiente.
Mead ritiene che siano 3 fasi dell’atto per la consapevolezza del proprio ambiente
fisico e sociale:
1. percezione
2. manipolazione o esperienza di contatto
3. consumazione.
L’esperienza di contatto consente attraverso l’uso del tatto, l’emergere dell'attività riflessiva
introducendo una pausa tra percezione e consumazione.
Ad esempio, il cane mangia introducendo direttamente il cibo in bocca, mentre l'essere
umano coglie il frutto con la mano, dunque, l’uso e lo sviluppo della sensibilità tattile sono
tipiche della nostra specie.
Il gesto è precedente all’atto e genera nell’osservatore un movimento preparatorio.
Secondo Mead gli umani si differenziano dagli animali per la loro capacità di attribuire
significato a qualunque tipo di segno ovvero per la capacità di simbolizzare.
L’interazione è simbolica (il simbolo è inteso come qualcosa che sta al posto di
qualcos’altro) quindi sottolinea che l’interazione oltre ad essere sociale è simbolica e in
quanto si avvale dei significati che sono disponibili agli attori per orientare il loro agire.
Per gli interazionisti è centrale nello sviluppo dei bambini il colloquio interiore,
l’auto-interazione che porterebbe alla formazione dell’identità.
Queste capacità auto interpretative si costruirebbero nel tempo in relazione al contesto
sociale.
L’ambiente sociale dei bambini è costituito da un set di simboli e di conoscenza condivise
dagli individui del gruppo a cui essi appartengono.
I bambini imparerebbero a condividere le conoscenze e i simboli di una cultura, cioè a usare
significati che hanno identico valore per tutti coloro che sono implicati in una certa
situazione.
Ad esempio, quando un adulto fa finta di piangere quando il bambino gli tira uno schiaffo,
non avendo ancora imparato a dosare la forza.
Simulando il pianto l’adulto sta insegnando al bambino a mettersi nei panni dell’altro.
Non è lo sviluppo in sé a determinare il passaggio da una fase all’altra in una sequenza di
stadi, quanto l’acquisizione delle capacità riflessive.
1. Nel primo stadio i bambini non sono ancora in grado di attribuire significato e si
limitano ad un agire imitativo.
2. Nel secondo invece essi sono già in grado di porsi nei panni dell’altro e quindi
abbiamo il superamento dell'incapacità di vedere il mondo da una prospettiva diversa
dalla propria.
3. Nello stadio Game invece ai bambini compare la capacitàdi acquisire una visione
sovraordinata delle relazioni che includa il proprio punto di vista e quello delle altre
persone che interagiscono con lui.
I bambini realizzano di dover considerare se stessi tenendo conto nello stesso tempo della
prospettiva di tutti gli altri: altrimenti il gioco non si realizza se ciascuno fa quello che gli pare.
"Il bambino non deve solo assumere il ruolo dell’altro ma deve invece assumere i diversi
ruoli di tutti i partecipanti e controllare la propria azione in conformità ad essi.”
In conclusione, l’idea di Mead è che possediamo un sé proprio in quanto siamo in grado di
assumere gli atteggiamenti degli altri nei nostri confronti e di rispondervi.
La definizione della situazione è uno dei concetti cardine su cui si fonda l’interazionismo
simbolico: si tratta del processo in cui attribuiamo etichette, ovvero di quello che Schutz
definisce “tipizzazione”.
Secondo Thomas “prima di ogni azione vi è sempre una fase di esame e di decisione
che possiamo chiamare definizione della situazione”.
Noi tentiamo di categorizzare e di organizzare i molteplici stimoli al fine di rendere la
situazione comprensibile attraverso la disposizione di configurazioni significative.
Secondo Thomas una cosa ritenuta reale sarà reale nelle sue conseguenze per questo
le situazioni tendono ad avere il significato che vi attribuiamo (→ teorema di thomas
1928).
Siamo lontani dal pensare di conoscere le cose vere in quanto la realtà è sempre filtrata
dalle lenti che usiamo per conoscerla.
Ad esempio, se in un villaggio in cui esiste un’unica banca si sparge la voce che essa stia
per fallire, i clienti si precipiteranno a ritirare i propri risparmi così essa fallirà davvero.
Però ci sono anche casistiche in cui il teorema di Thomas non si applica come ad esempio,
giocando d’azzardo anche se ci comportiamo come se dovessimo vincere, non è detto che
poi vinciamo davvero.
Tendiamo a leggere la realtà attraverso le immagini che ci siamo costruiti, fino al
punto in cui esse tendono a essere sostituite da altre.
Se le definizioni della situazione che i diversi attori costituiscono sono differenti, allora è
necessaria quella che Strass definisce una “negoziazione” ovvero una contrattazione per
giungere a significati condivisi.
Il processo self indication serve anche a prendere atto del significato del reciproco agire e a
orientare di conseguenza la condotta che si intende intraprendere.
Secondo Blumer gli aspetti strutturali cioè il contesto in cui due si sono conosciuti,
rappresentano solamente delle cornici entro cui hanno luogo le interazioni, le quali
costituiscono il fulcro dell’analisi e non dell’agire sociale.
→ Abbiamo bisogno di definire le azioni degli altri, per potervi reagire e progettare le nostre.
È necessario attribuire un senso a ciò che facciamo.
Quando non riusciamo rimaniamo bloccati come sospesi.
Invece qualificandoli implicitamente dichiariamo chi siamo noi e chi sono gli altri.
Gli accounts costituiscono un esempio di come l’interazione con se stessi possa aiutare a
resistere alle pressioni dell’altro.
- Per gli interazionisti anche le cose fisiche sono oggetti implicati nell’atto sociale:
esse assumono un determinato significato nell’interazione.
- Per i funzionalisti invece non si può parlare di interazione per gli oggetti non sociali.
Per Mead l’idea che l’essere umano, a differenza degli animali, possa essere oggetto
delle proprie azioni.
Secondo Mead, questo meccanismo con cui l’essere umano guida il proprio agire è centrale
nel suo modo di affrontare e trattare il mondo: attraverso l’interpretazione che si costruisce
delle azioni altrui, egli indica a sé stesso che l’azione ha quel carattere e quel significato.
In questa accezione, l’oggetto è diverso da uno stimolo, non è antecedente all’azione ma un
suo prodotto.
Il biglietto che utilizzo per salire in bus non è uno stimolo a me esterno, ma il prodotto
dell’interazione tra umani che a quel pezzetto di carta hanno attribuito un certo significato.
Gli oggetti non preesistono agli individui ma è l'individuo che costruisce i propri
oggetti sulla base della sua attività quotidiana.
Conoscere vuol dire categorizzare e questo implica sia il disgiungere che l’unire.
Ad esempio, quando penso al gatto lo separo dal cane perché sono diversi ma allo stesso
tempo li unisco perchésono entrambi animali domestici.
Le cose esistono per me nella misura in cui sono in grado di indicarle a me stesso e agli
altri, e questo è possibile attraverso il linguaggio; attraverso il linguaggio si costruiscono
significati comuni.
Il linguaggio non assolve solo ad una funzione comunicativa ma costituisce una capacità di
oggettivazione del sé attraverso apparati simbolici che rappresentano stimoli le cui reazioni
sono date in anticipo.
In sintesi:
● Mead ricorre a simboli significanti considerati contenitori di un significato
universale condiviso da tutti i membri di una stessa comunità;
● per Blumer invece il significato è personale e va messo in relazione
all’interpretazione che Tizio dà del comportamento di Caio.
Partendo dal presupposto che l’individuo diventa oggetto a sé stesso riuscendo a vedersi
come gli altri lo vedono.
In relazione a questa immagine di sé orienta le sue azioni e si autodefinisce.
→ L’immagine di sé quindi nasce dalla comunicazione.
JAMES
Distingue tra un io agente, un io puro, un self di cui l’individuo è consapevole:
all’interno di quest’ultimo egli opera un’ulteriore distinzione tra self materiale, sociale,
spirituale.
Un uomo ha tanti self sociali quanti sono gli individui che lo riconoscono e portano
un’immagine di lui.
Dato che gli individui portatori delle immagini appartengono a categorie, possiamo in effetti
dire che egli ha tanti self sociali tanti quanti sono i diversi gruppi di persone alla cui opinione
egli tiene.
Ognuno di noi mostra differenti aspetti di sé in relazione ai diversi gruppi che frequenta:
talvolta queste differenti facce sono in contrasto le une con le altre.
Ad esempio, un insegnante si mostra moralista con i suoi allievi e poi ama sbronzarsi con gli
amici.
Tra gli interazionisti, nel concetto di sé vediamo Charles Cooley che lo sviluppa
chiamandolo self looking glass, il quale sostiene che a seconda che il nostro corpo,
faccia ecc corrispondano o meno alle nostre aspirazioni, con l’immaginazione noi
percepiamo nelle menti altrui pensieri intorno alla nostra maniera di apparire, ai nostri modi,
ai nostri obiettivi.
Ciò a cui si interessa Cooley è l'idea che ci siamo costruiti della loro opinione su di
noi.
Pirandello dice che ci si rende conto della molteplicità dei self pur essendo sempre noi
stessi, come se si fosse convinti di essere uno pur sentendoci centomila.
Se prima abbiamo parlato della necessità dell’essere umano di definire le situazioni per
evitare di entrare nel caos, il rovescio della medaglia sta nell’inquietudine e talvolta il
terrore che provocano le situazioni indefinite e vengono esorcizzati con le
stereotipizzazioni.
La routine e la normalità tranquillizzano.
Le tipizzazioni semplificano si la realtà ma la appiattiscono ad un unico aspetto.
Un Sé flessibile piuttosto che rigido nella definizione della situazione permette più
facilmente di disporsi all’ascolto, oltre che dei diversi aspetti di sé, anche dell’altro,
rendendosi conto della propria relatività.
La flessibilità ci consente di essere saldi e disponibili in relazione alle diverse situazioni.
La mente elastica, dai contorni sfumati (fuzzy mind) facilita una concezione della realtà in
cui i diversi elementi sono interconnessi tra di loro.
Nella nostra cultura si tende ad identificare l’individuo con un suo aspetto o con
un’azione che ha compiuto.
La sottolineatura di un aspetto tende a peggiorare le cose.
Un esempio è il caso degli insegnanti che tendono a rimarcare gli insuccessi di un bambino
che egli con maggiore difficoltà riuscirà a scrollarsi.
La sottolineatura negativa ingigantisce l’errore e lo fissa invece di considerarlo un
processo di crescita.
Il role-reversal, l’inversione dei ruoli è una tecnica di psicodramma usata per aiutare il
soggetto a uscire dalla sclerotizzazione delle parti; favorisce l’uscita da una versione
unidirezionale, permettendo di vedere le cose dal punto di vista dell’interlocutore.
A causa della molteplicità dei mondi sociali in cui siamo inseriti è fondamentale la maniera in
cui ci presentiamo ai diversi interlocutori affinchési facciano un’idea di noi.
Essi però ci conoscono in maniera parziale ed in relazione ad alcuni ruoli assunti nei loro
confronti:
È definita appereance la fase in cui ci presentiamo agli altri attraverso alcuni simboli
che forniscono informazioni sulla cosiddetta identità.
Concetto fondamentale per capire la definizione del Sé elaborata dagli interazionisti è
quello di “gruppo di riferimento”, in relazione al quale il se acquisisce senso e “gruppo la
cui presunta prospettiva viene adottata dall’attore come schema di riferimento per
organizzare il proprio campo percettivo”.
es. di gruppo di riferimento è il gruppo dei pari, degli amici, con cui un adolescente si
confronta.
In alcuni casi il confronto avviene con gruppi immaginari (non esistenti) o con cui non si
intesse una vera relazione → “comunità fantasma” (es. gruppi musicali).
I membri del gruppo fantasma, anche se non realmente esistenti, abilitano la mente
dell’individuo e ne orientano il comportamento aiutandolo a uscire da situazioni che gli
sembrano senza scampo.
Quando un individuo si trova a costruire definizioni della situazione in modo diverso dalle
persone che gli stanno intorno, allora potrà entrare in crisi e rimettere in discussione le
concezioni elaborate oppure cercherà altri interlocutori che gli confermino le proprie,
ricorrendo a nuovi gruppi di riferimento e a nuovi altri significativi.
Per modificare le definizioni delle situazioni che sono per l'individuo dannose o inaccettabili,
diventa necessario ricorrere a nuovi gruppi di riferimento ed altri nuovi significativi.
Ci sono casi in cui non ci si ritrova più nella definizione che l’altro dà di coppia.
Un altro aspetto inerente al tema delle trasformazioni è quello che mette in luce come il
passato non sia qualcosa di immutato, ma assuma significati differenti a seconda delle
interpretazioni che ne diano nel presente.
Ci sono momenti della vita definiti “svolte” come l’innamoramento in cui vengono messe in
discussione le lenti attraverso cui guardiamo al nostro bagaglio di esperienze.
Al contrario c'è chi li definisce "meccanismi sociali di mantenimento”, che salvaguardano
l’equilibrio costituito da una certa lettura della realtà che abbiamo costruito nel tempo, la
quale corre il pericolo di essere soppiantata da una definizione della realtà ad essa
alternativa.
Per entrambi: diritti e doveri (aspettative) sono connessi alle posizioni di status; le
aspettative sono apprese attraverso la socializzazione.
Secondo Levinson, uno degli autori che si oppone a una concezione passiva del
ruolo, da lui definita teoria della spugna.
Levinson ritiene che il ruolo includa una dimensione psicologica e una sociale ed
individua tre differenti maniere per intendere il ruolo:
1. pressione: es. studente sottoposto alla pressione delle aspettative che lo vorrebbero
studioso;
2. concezione: lo studente ritiene che non sia giusto studiare tanto;
3. realizzazione: di fatto non studia.
Per tutti e 3 gli aspetti sono rilevanti anche le caratteristiche del soggetto e le qualità
(es. uomo o donna).
Il funzionalista Merton parlava di role-set come insieme di ruoli giocati da uno stesso
individuo, e di conflitto di ruolo.
Anche gli interazionisti usano il concetto di conflitto di ruolo, in particolare di conflitto inter-
ruolo (role conflict) nel senso che le aspettative relative a una posizione di status entrano in
conflitto con quelle di un’altra posizione di status.
Ad esempio, il ruolo di lavoratrice chiederebbe di fermarsi fino a tardi in ufficio per terminare
un lavoro mentre quello di madre spingerebbe a tornare a casa presto.
Il conflitto intra-ruolo è quello in cui confliggono settori di uno stesso ruolo facendo
emergere aspettative opposte all’interno della stessa posizione di status.
Il senso che attribuiamo alle nostre esperienze non è una caratteristica intrinseca
dell’azione, ma il risultato di un processo soggettivo.
La “durée” è il tempo della durata, in cui non sono possibili distinzioni e specificazioni (es.
cinepresa accesa e lasciata ferma senza mettere a fuoco); la nostra coscienza è il luogo in
cui le esperienze si accavallano e dove non esistono punti di separazione, non ci sono né
prima né dopo.
C'è però un'altra dimensione, quella del “tempo spazializzato" che ci permette di
mettere a fuoco la cinepresa, di organizzare e separare le esperienze vissute: è la
dimensione della riflessione e della concettualizzazione.
Proprio come nell'attività del montatore che dopo ore di girato vengono distinte scene ed
episodi separati e organizzati secondo il punto di vista che il regista vuole esprimere.
Il senso che diamo alle nostre esperienze è sempre successivo al momento in cui ne
facciamo esperienza; è frutto di una riflessione, di un’operazione della mente che ferma il
flusso di coscienza e sceglie un istante piuttosto che un altro.
Husserl fornisce una spiegazione del modo in cui facciamo esperienza di un oggetto
attraverso 2 meccanismi:
● ritenzione: in cui la coscienza soggettiva percepisce l’azione che compie in termini
di unità, come un fluire presente
● riproduzione: in cui si ricrea il tempo vissuto e lo si interpreta e quindi
necessariamente lo si trasforma. L’azione dotata di senso si rivolge al futuro ma
rimane collegata al passato.
Schutz formula tali teorie a partire dalla teoria dell’azione sociale di Max Weber che
definisce:
● “agire”: un atteggiamento umano se e in quanto chi agisce congiunge ad esso un
senso soggettivo.
● “agire sociale”: un agire riferito all’atteggiamento degli altri individui e orientato nel
suo corso in base a questo.
Può essere determinato: in modo razionale rispetto allo scopo; in modo razionale rispetto al
valore etico, estetico, religioso ecc. di un comportamento; affettivamente; tradizionalmente
(da un’abitudine acquisita);
● “azione sociale” implica che il senso di un’azione intenzionalmente soggettiva venga
rivolto ad altri individui; è quindi distinta dal semplice “agire” che si ha invece quando
un individuo agisce intenzionalmente attribuendovi un senso senza riferirsi ad altri.
Alcune azioni sono frutto di una semplice reazione a un ‘azione altrui e quindi non
dotate di senso progettuale → definite “comportamenti”.
Il “senso inteso” è soggettivo, è diverso per chi compie l’azione e per colui a cui
questa azione è rivolta.
È legato all’auto-interpretazione ad opera del soggetto dei vissuti; è per essenza
inaccessibile a ogni tu, perché si costituisce solo all’interno del corso di coscienza di un
io.
Schutz individua 3 presupposti attraverso cui possiamo cogliere il senso delle azioni
altrui:
1. tesi dell’esistenza di alter: consiste nell’assunzione che gli altri individui esistono e
fanno esperienza della realtà di cui anche io faccio esperienza
2. tesi della reciprocitàdelle prospettive: dare per scontato che altri con cui condivido
la realtà, la percepiscano come la percepisco io, pertanto, il punto di vista mio e di
alter è interscambiabile anche se non sarà mai possibile la completa identificazione
tra io e alter a causa delle diverse esperienze vissute;
Per quanto il senso dell'agire di alter rimanga irraggiungibile, è possibile che ego lo
comprenda sulla base delle sue esperienze precedenti.
L’interazione è il punto di partenza per la conoscenza del mondo comune.
È solo in essa che possiamo cogliere il senso che alter attribuisce alla realtà circostante.
Alter attribuisce il senso all’azione e lo comunica a ego, che ego a sua volta sarà in
grado di interpretarlo e comprenderlo.
L’uso di “glosse” rappresenta il modo in cui una parte o un elemento della realtà viene
considerata come indicante una realtà più ampia di cui non facciamo direttamente
esperienza.
Il “mondo ambiente” è il tempo e lo spazio della vita quotidiana, all’interno del quale
possiamo avere la certezza dell’esistenza fisica dell’altro (tesi dell’esistenza di alter) e
del fatto che egli vede il mondo come lo vediamo noi (tesi della reciprocitàdelle
prospettive).
È solo nel mondo ambiente che si può verificare la validità delle due tesi perché è solo qua
che ego fa esperienza di alter.
Nel mondo ambiente attraverso le relazioni con i diversi alter, ego accumula una serie
di esperienze concettuali che utilizzerà per relazionarsi a coloro che appartengono al
medesimo contesto, cioè al "Mitwelt".
È in tale ambito che noi facciamo costante riferimento a un fondo comune di conoscenze
che condividiamo con tutti gli individui.
HUSSERL
La posizione di Husserl mira a ridimensionare la pretesa della scienza di fornire l’unico
metodo di comprensione della realtà.
Ritiene che l’unico metodo di comprensione della realtà è la conoscenza scientifica.
Egli, dunque, subordina la scienza al mondo pre-scientifico della vita.
Riportare l’interesse al mondo della vita significa prendere in considerazione la realtà così
come viene percepita nella dimensione soggettiva prescientifica.
Egli ritiene che il modo per raggiungere una conoscenza che trascenda le diverse
elaborazioni teoriche sia ritornare alla coscienza individuale, che è possibile esercitando
l’operazione l’epoché fenomenologica.
Il termine epoché
- per Schutz è la sospensione del dubbio nell’esercizio delle nostre
attivitàquotidiane
- per Husserl indica l’operazione inversa ossia la messa tra parentesi di ogni
conoscenza anche scientifica
Infine, Husserl, sostiene che la vita sociale in cui viviamo non si pone come già data ma è
frutto degli atti intenzionali delle nostre coscienze.
Per lui, dunque, la società si forma a partire dalla coscienza intenzionale del soggetto che fa
esperienza dell’estraneità del mondo o dell’altro.
Egli costruisce dunque delle generalizzazioni su ciò che le persone comuni fanno nelle
routine della loro esistenza quotidiana.
Alla base, la convinzione che la scienza e il mondo della vita quotidiana siano 2 sfere
dell’esistenza distinte e che per passare dall’una all’altra serva un “adeguamento di
coscienza”.
Schutz immagina le sfere della scienza e quella della vita come separate e ritiene che lo
scienziato sociale esca dal mondo della vita ed entra in quello della contemplazione
scientifica per studiare la Lebenswelt in qualitàdi osservatore esterno.
Secondo lui noi crediamo reale tutto ciò che viene percepito dai nostri sensi in modo
non contraddittorio, e nel caso in cui un avvenimento metta in discussione tutto ciò che
consideravamo reale fino ad ora facciamo la scelta di credere reale ciò che abbiamo
scelto.
Possiamo affermare l’esistenza di realtà differenti a seconda di quella in cui scegliamo di
credere di volta in volta.
A partire da questa idea delle realtàmultiple, Schutz formula la teoria delle PROVINCE DI
SIGNIFICATO, ossia sui vari modi di cui possiamo fare esperienza, in ognuno dei quali
interpretiamo la realtà in base a uno specifico sistema di rilevanze.
Tra le realtà multiple, quella della vita quotidiana costituisce la provincia più importante
perché in essa passiamo la maggior parte del nostro tempo e perché in essa viene
riconfermato il senso comune che tiene in piedi la società.
Solo quando facciamo esperienze che interrompono il nostro vissuto ordinario (traumi
o choc) riusciamo a vedere ciò che fino a quel momento davamo per scontato e a
concepire la possibilità di ricorrere a interpretazioni, significati e pratiche diverse da quelle
che prima consideravamo ovvie.
Secondo Schutz, anche per entrare nel mondo del sogno o in quello del gioco, della
contemplazione artistica ecc. dobbiamo operare un salto, uno choc che ci permette di uscire
dal mondo della vita quotidiana e immergersi in una delle altre province di significato.
Per rendere più chiaro il concetto di creazione di realtà multiple si può fare riferimento al Don
Chisciotte in cui i due personaggi pur condividendo le stesse esperienze, ne attribuiscono
significati completamente diversi.
Ad es D Q vede castelli, armate, e giganti mentre il suo compagno vede osterie, greggi.
D Q fa riferimento a un preciso sotto universo fantastico letto in chiave cavalleresca che lui
considera reale nonostante le diverse esperienze contraddittorie.
Il concetto di province finite di significato rappresenta una scelta analitica: non possiamo non
sapere che le nostre esperienze sono in qualche modo interconnesse → “salto della
coscienza” o “choc”.
Esistono approcci teorici che propongono una visione della vita quotidiana diversa da quella
di Schutz e mostrano come le province non siano poi così finite (nel senso di “altre”).
L’Etnometodologia è uno di questi, come pure la teoria della costruzione sociale della
realtà.
Etnometodologia: sfida la tradizionale divisione che riteneva ingenue le pratiche messe
in atto dalla gente comune e invece razionali e scientifiche quelle poste in essere
dagli studiosi.
Il suo merito è aver messo in luce che gli scienziati, nel formulare ricerche e analisi, si
confrontano con gli stessi limiti con cui fanno i conti le persone comuni nella vita
quotidiana e che nell’aggirare tali limiti ricorrono a procedure analoghe a quelle che usiamo
nella vita di tutti i giorni.
Gli etnometodologi mostrano che nella vita quotidiana agiamo in maniera pragmatica per
ridurre la complessità evitando di porci domande che finirebbero per inibire l’azione stessa;
anche gli scienziati non possono cercare di evitare di complicarsi la vita in questo modo.
L’etnometodologia pone il problema della verità come pratica, come attività pragmatica,
creativa e locale.
Nel produrre le proprie interpretazioni anche gli scienziati devono rendere conto ad un
determinato sistema di riferimento.
Per capire in che senso l'etnometodologia contesti la concezione schutziana della scienza
occorre ricorrere ad un esempio.
Candidamera: riprende qualcuno che viene filmato mentre si trova alle prese con un evento
insolito che mette in crisi il senso di normalità solitamente attribuito agli eventi quotidiani.
Le persone che si trovano di fronte a una situazione insolita cercano in vari modi di non
scomporsi, come nel caso della candid camera → operazione di “costruzione della
normalità”, le persone che si trovano di fronte ad una situazione insolita cercano in vari modi
di non scomposi, di fare come se niente fosse, come se tutto fosse normale
→ di questo si occupa l’etnometodologia: di osservare i metodi che le persone usano nel
quotidiano per interpretare la realtà secondo il senso comune e agire in base ad esso per
mantenere l’impressione di vivere in un mondo ordinato, prevedibile.
Si tratta dunque di studiare tali metodi in modo etnografico cioè di osservarli nel contesto in
cui vengono effettivamente messi in atto.
Possiamo definire l’etnometodologia come lo studio del ragionamento pratico di senso
comune.
La prospettiva etnometodologica indaga le pratiche attraverso cui riportiamo le nostre
esperienze soggettive a tale senso comune.
GARFINKEL:
parte dai concetti della sociologia fenomenologica di Schutz.
La base da cui parte è la costruzione soggettiva della realtà che attraverso l’interazione si
configura in un sistema di conoscenze condiviso a cui gli individui fanno riferimento.
Egli crede che per gli scopi pratici delle interazioni quotidiane gli individui ripongono una
sorta fiducia nel fatto che ego e alter interpretino la realtà circostante.
Elabora i “breaking experiments” cioè ausili per una immaginazione pigra che
consistono nel creare delle situazioni che mettano in discussione il normale
andamento delle interazioni quotidiane e nell’osservare il tipo di reazioni che ciò
suscita nelle persone coinvolte.
Il presupposto di questi esperimenti consiste nel rovesciamento del normale atteggiamento
analitico nelle scienze sociali.
La tecnica del breaking experiments, a partire dalla stabilità, ricerca quali elementi possono
incrinarla in modo da rivelare come questa sia mantenuta nella normalità.
Un esempio di esperimento è quello nel quale, a casa nostra, ci comportiamo come ospiti
ben educati pertanto chiedendo permesso prima di entrare, di andare in bagno ecc.
I familiari sono dapprima stupiti, poi infastiditi e infine parecchio irritati.
Ciò che infastidiva i familiari non era l’infrazione di norme relative alla buona educazione
quanto piuttosto la rottura del senso di normalità che tali comportamenti causavano alle
routine familiari.
Le reazioni delle vittime dei breaking experiments esprimono turbamento, nervosismo,
ansia, irritazione.
Queste provocazioni permettono di osservare il funzionamento delle procedure del
ragionamento di senso comune.
Prima di vedere in cosa consistono tali procedure occorre analizzare le caratteristiche
fondamentali di tale ragionamento di senso comune:
1. indicalità
2. riflessività.
Gli accounts che gli individui producono hanno 2 caratteristiche intrinseche, grazie alle quali
riusciamo ad orientare le nostre azioni e a dare senso alla realtà sociale.
● indicalità: chiama in causa il carattere contestuale dell’azione e del significato (es.
quando si parla si dice spesso “lui” o “lei”, ma hanno senso solo se si indica la
persona o cosa di cui si parla!) → sono forme linguistiche sintetiche, il loro
significato viene dato per scontato nel corso dell’interazione e non serve spiegarle
perchési intendono fondate su una reciproca comprensione che dipende dal contesto
di interazione.
L'indicalità degli account è, dunque, la caratteristica di contenere elementi che si
riferiscono a qualcos’altro, ma che non hanno bisogno di spiegazioni ulteriori tra gli
interlocutori, poiché essi sanno che si capiscono anche senza esplicitare tutti i
significati.
Nei breaching experiments dobbiamo fare riferimento ad uno sfondo di cose, oggetti, eventi,
concetti che inizialmente erano dette implicite.
La riflessività degli etno indica quella caratteristica degli account di contenere elementi che
si riferiscono a qualcos'altro di più generale, come espressioni di senso comune.
In questa accezione la riflessività si riferisce alla circolarità che lega il particolare e il
generale, ossia il fatto che interpretiamo ogni evento o fenomeno come un caso di qualcosa
di più generale.
Ad esempio
→ non incontriamo mai l'università, ma solo lezioni, esami, aule ecc.
Quando entriamo all'università, ci sediamo di fronte ad una persona per rispondere a delle
domande e le porgiamo il libretto: è evidente che stiamo sostenendo un esame universitario,
e non occorre spiegarlo a parole.
Gli studi etnometodologici mirano ad osservare le procedure tramite le quali si fa si che gli
eventi di cui facciamo esperienza ci appaiano normali.
Per attribuire questo carattere di ordinarietà dobbiamo evitare di chiederci cosa c'è dietro a
tutto ciò che, in base al senso comune, ci appare ovvio.
La realtà quotidiana allo stesso modo è un sistema costruito socialmente che le persone
esperiscono al tempo stesso come oggettivamente fattuale e soggettivamente significante.
BERGER E LUCKMANN
La costruzione sociale della realtà, secondo Berger e Luckmann, avviene attraverso
3 processi in costante relazione dialettica tra loro:
Per i due studiosi Berger e Luckmann il passaggio chiave nella costruzione sociale della
realtà è il concetto di istituzionalizzazione che consiste nella tipizzazione reciproca di
azioni consuetudinarie da parte di gruppi di esecutori.
Gli autori parlano di gruppi di esecutori perché per loro non bastano due soli individui che
diano forma ad una relazione per avere un'istituzione.
Due persone che cominciano una relazione sono libere di organizzarla come vogliono, ma
prima o poi avvertiranno una certa pressione ad adattarla in relazione ai modelli sociali già
esistenti.
Tuttavia, all’inizio siamo in presenza di un’istituzione allo stato nascente che rimane
oggettiva fin quando le persone che l’hanno creata continuano a mantenerla in vita.
La sua oggettività è perciò fragile e soggetta a mutamento.
Es:
Un uomo che dal nulla costruisce un’impresa, anche quando l’impresa diventerà
grandissima si ricorderà degli sforzi fatti e non darà per scontato che la sua azienda stia in
piedi da sola, mentre i suoi figli invece che la trovano già alla nascita, la percepiranno in
modo diverso.
Più banalmente non è sempre stato ovvio che agli incroci stradali ci si fermi col rosso e si
passi col verde.
Il pensiero dei due autori risulterebbe più chiaro se i 3 concetti venissero posti
nell’ordine: interiorizzazione, esteriorizzazione, oggettivazione.
Essi sostengono che non si tratta di 3 momenti distinti e successivi, ma di 3
dinamiche simultanee e interrelate.
Poiché ogni persona subentra in un mondo in cui già altri vivono, il processo di
socializzazione la costringe ad adattare la propria soggettività all'ordine costituito che le è
preesistente e le viene presentato come oggettivo.
Ci sono comunque sempre elementi di realtà soggettiva che non derivano dalla
socializzazione come ad es. la consapevolezza del proprio corpo.
La vita sociale dipende dalla continua sottomissione della resistenza di origine biologica
nell’individuo.
La questione cruciale diventa quella della legittimazione dell’ordine sociale agli occhi dei
suoi membri in modo che non si rifiutino di adeguarsi ad esso.
Mentre chi ha creato ex novo un elemento della realtà sociale conserva la memoria
biografica dei motivi e delle scelte che hanno giustificato tale creazione, coloro che
interiorizzano tale elemento nella socializzazione hanno bisogno di una qualche
formulazione che spieghi loro perché devono far propria quella realtà.
I processi e i meccanismi di legittimazione sono una sorta di meta istituzioni che consentono
sia di integrare la totalità dell'ordine istituzionale sia di rendere significativa la totalità della
vita dell’individuo.
I portatori di definizione della realtà alternativa rispetto a quella ufficiale vengono considerati
come una minaccia e sottoposti a repressione.
La teoria della costruzione sociale della realtà ci permette di capire come l’ordine sociale
non esista di per sé ma solo in quanto esito dell’incessante processo con cui viene riprodotto
e modificato dall’interazione intersoggettiva.
La realtà che ci circonda acquista un senso a partire dalla relazione che instauriamo con
essa e con gli altri individui.
Quando Colombo è arrivato in America ha tentato di rivolgersi agli indigeni come fa con la
natura → le sue certezze lo rendono incapace di comprendere i segni e le parole degli
indigeni e di dialogare con loro.
Egli si approccia agli altri umani come fa con la natura.
Egli considera la lingua come un dato naturale ed ha una concezione del linguaggio
considerata ingenua da Todorov, nella quale si radica la sua profonda incapacità a
comprendere la lingua.
Gli sfugge la dimensione dell’intersoggettività.
Quando Colombo dichiara davanti a tutti che egli prende in possesso l’isola a nome del re e
della regina di Spagna, e inizia a nominare tutto ciò che vede gli capita di nominare lo stesso
luogo due volte con nomi differenti.
Applica etichette e classifica: questa è la sua azione originaria nel contatto con l’altro.
Le certezze di Colombo lo rendono incapace di cogliere i segni e di ascoltare quindi di
comprendere l’altro e di dialogare.
Egli classifica qualcosa come giusto o sbagliato senza tener conto del significato simbolico
dei gesti.
Dall’altra parte, invece, Il re Montezuma tratta lo straniero come una divinità ed è oggetto di
discorso rituale e profetico più che suo destinatario.
Gli stranieri sono percepiti come elementi previsti ed attesi all’interno di un mondo
caratterizzato dalla circolarità del tempo.
Il re azteco raccoglie informazioni sugli stranieri ma evita lo scambio con loro.
In sintesi, l’uno guarda al mondo della natura, l’altro al mondo del divino ed entrambi
distolgono lo sguardo dall’umano, non prestano attenzione alla relazione tra umani.
___________
Cortès al contrario cerca di interpretare e comunicare con gli indigeni allo scopo di
sottometterli, riuscirà a dominare la situazione per mezzo della manipolazione e del controllo
delle informazioni, sollecitando l’identificazione con il divino.
Cortes vuole oltre alle ricchezze, la sottomissione del regno.
L’approccio olistico condivide alcuni aspetti con quello sistemico, in particolare nell’ambito
della teoria generale dei sistemi.
Un sistema è un'unità, un insieme, una totalità di parti di natura differente che con una
qualche sorta di organizzazione sono in interazione tra loro ossia in relazione di
interdipendenza reciproca.
Ogni realtà conosciuta, ogni evento o situazione può essere concepita come sistema.
Ad esempio, la relazione tra Colombo e gli indigeni costituisce un sistema, come pure quella
tra Montezuma e gli stranieri.
Il concetto di sistema diventa così una categoria, uno strumento utile per comprendere
gli aspetti relazionali e di interdipendenza dei processi sociali.
E’ caratterizzato da 3 aspetti:
- l’obiettivo di Van Bertalanffy (colui che ha dato impulso all’approccio sistemico) è
trovare elementi comuni a tutte le scienze intese come sistemi di sapere, e
identificare dei principi fondamentali (cornici interpretative) comuni allo scopo di
comprendere l’esistenza umana come una totalità integrata → le teorie che si rifanno
ad una prospettiva sistemica condividono lo sforzo di fondere insieme prospettive
maturate in differenti tradizioni intellettuali.
Si puòdire che la prospettiva sistemica ha nei suoi fondamenti una tensione inter- o
trans-disciplinare che la rende al suo interno composita; in quest’ottica, la comunicazione è
vista non come dominio di un’unica forma di sapere, ma come un territorio dalle molteplici
sfaccettature che per essere compreso richiede il contributo di ambiti eterogenei come la
biologia, la sociologia, la fisica ecc
Un esempio è quando noi balbettiamo ciò che accade per il coinvolgimento di aspetti emotivi
che incidono su quelli cognitivi, manifestati a loro volta in situazioni con caratteristiche
specifiche.
Un altro esempio è il caso di Cortes che nel suo agire utilizza elmenti religiosi connessi ad
aspetti emotivi e che nella costruzione di simboli indirizza strategicamente l’uso della
violenza fisica.
Per quanto riguarda la prospettiva intersoggettiva, apre interrogativi su cosa avvenga negli
incontri tra individui e guarda alla comunicazione interpersonale come a un campo (non
strutturato in partenza) risultato di un processo di strutturazione compiuto dai soggetti nel
corso dell’interazione.
E’ una prospettiva nella quale è necessario fare continuamente la spola tra aspetti soggettivi
e strutturali, non come dimensioni separate ma sempre in relazione tra loro e inscindibili →
PROSPETTIVA OLISTICA.
Morin lo vede come approccio alla complessità cioè la considerazione che un tutto è
più della somma delle parti che lo costituiscono e che allo stesso tempo ciascun
elemento ha qualità che non si manifestano pienamente nel tutto: il tutto è meno della
somma delle sue parti.
Il concetto di sistema rappresenta per lui uno strumento analitico interpretativo che non
spiega quanto avviene nella comunicazione interpersonale ma fornisce una sorta di cassetta
per gli “attrezzi”.
L’es. del ponte: il ponte è nell'insieme più che un semplice ammontare di pietre che,
separate e buttate nel fiume non avrebbero creato un ponte; il ponte è meno del complesso
delle pietre, ciascuna infatti ha caratteristiche proprie.
Si può dire che l'organizzazione sistemica produce qualità o proprietà specifiche ignote a
partire dalle parti concepite isolatamente.
I presupposti della società sono individuabili in almeno 3 condizioni che sono anche
dei processi:
1. nell’ esistenza di un gruppo (il tutto) nel quale l’individuo partecipa e viene
socializzato, è il noi che costituisce la totalità.
2. unicità e contingenza dei soggetti, loro soggettività.
Infatti l’individuo non mostra le sue proprietà nel tutto ma parte delle sue qualità resta
inespressa.
3. tessuto sociale che nasce da processi nei quali gli aspetti strutturali conferiti dal tutto
e l’unicità dell’individuo si combinano insieme.
Ad esempio, nel corso di una lezione universitaria si costruisce un noi costituito dalla
relazione specifica tra il docente e lo studente.
Infine, la prospettiva olistica rivela come la comunicazione sia sempre una questione di
contatto con l’Altro diverso da sé anche quando viene rappresentata in qualità di rapporto tra
differenti sistemi o dimensioni, come ad esempio lo scontro di civiltà o tra culture.
La comunicazione interpersonale viene considerata nel suo insieme . sia negli aspetti
verbali che non verbali
In sintesi, la prospettiva di Bateson (fatta propria dalla Scuola di Palo Alto) mostra come
qualsiasi relazione sia comunicazione e come non vi sia modo di sottrarsi al fatto che nel
corso di un’interazione il nostro comportamento comunica, in modo più o meno
convenzionale.
Quindi la conversazione si muove sempre tra intelletto ed emozione e ha sempre a che fare
con la relazione e la comunicazione all’interno di ciascun sistema.
Ogni comunicazione è un processo che mette in relazione tra loro differenti parti come
emozione e intelletto, preverbale e verbale, parti che possono essere all’interno della stessa
totalitàcome soggetto oppure parti che appartengono alla totalitàche connettono tra loro le
diverse componenti come la medicina e la religione.
Nell’interazione radicata su un piano umano e vista in modo globale entrano in gioco una
complessità di processi.
La comunicazione è quindi un processo nel quale tutti i soggetti in interazione sono coinvolti
in molteplici forme.
La circolarità di un’azione comunicativa sposta l’attenzione sul processo nel suo insieme, sul
contributo di ciascun soggetto.
Può succedere che una sequenza di passi comunicativi si ripeta sempre uguale a se stessa
come ad esempio quando due soggetti litigano sempre per la stessa ragione e nello stesso
modo.
Si parla dunque di circolarità di tipo meccanico ovvero in cui si realizza un feed-back ottuso
nel quale lo schema si ripete uguale a séstesso; si tratta di veri loop comunicativi cioè nodi
in cui si realizzano sequenze circolari apparentemente senza via di uscita.
Affinché qualcosa cambi, bisogna che la circolarità diventi un modo per correggere le
posizioni assunte inizialmente, cioè produrre un cambiamento: si parla allora di feedback
intelligente.
I feedback intelligenti alimentano i passi della relazione in modo da poter cambiare
direzione.
Una conseguenza della circolarità della comunicazione è che ciascun soggetto non è buono,
bello, bravo ecc. in termini assoluti e oggettivi, ma nel contesto di una particolare relazione
che lo rende tale ogni occhi dell’interlocutore in base ai feedback che vengono scambiati tra
i partecipanti.
- complementare: gli scambi nei quali le posizioni, i comportamenti dei 2 soggetti sono
dissimili ma si integrano a vicenda; sono caratterizzate dalla gerarchia nelle posizioni
assunte dai soggetti: l’accentuazione del comportamento dell’uno provoca il
rafforzamento del comportamento corrispondente e di completamento nell’altro, e
viceversa. Capita quando una parte dimostra debolezza mentre l’altra aumenta la
forza e il dominio. Può capitare che durante una discussione aumenti la tensione ed
una di quelle due parti inizi ad urlare mentre l’altra si mette a piangere.
L’analisi delle relazioni complementari o simmetriche non si riferisce semplicemente ai ruoli
assunti dai soggetti né a patologie individuali ma piuttosto rivela modelli di relazione nei quali
ciascun soggetto partecipa mettendo in gioco e sviluppando alcune caratteristiche; un
soggetto non è vittima o carnefice per nascita, ma può diventare vittima o carnefice
nell’ambito di una relazione.
I capri espiatori sono soggetti sui quali vengono proiettate le colpe, i malesseri di un intero
gruppo ritenuti colpevoli di rovine e fallimenti e per questo vengono emarginati.
Il sistema auto-correttivo è orientato alla ricerca di uno stato stazionario che si realizza
attraverso aggiustamenti successivi in modo da mantenere o raggiungere lo stato voluto,
cioè tende a ristabilire uno stato di equilibrio.
In sintesi, per comprendere i significati dei messaggi nello scambio non basta conoscere i
contenuti, le informazioni, ma è necessario capire il contesto relazionale cioè
l'organizzazione, la forma entro cui l’informazione viene veicolata.
La prospettiva olistica ci invita a riflettere partendo dall’idea che in una relazione è il contesto
a definire il contenuto e molto dipende dal modo in cui la relazione si sta costruendo.
Diventa allora difficile attribuire significati in modo univoco.
Nella prospettiva olistica l’attenzione si sposta dal significato in sé considerato come dato
ovvero al modo di percepire il mondo.
Emerge come rivelante non tanto la cosa ma il come percepiamo lo stile, le modalità e le
forme utilizzate per costruire la relazione.
Sono i principi generativi delle informazioni ad essere importanti.
Le informazioni esistono dal momento in cui ci sono degli esseri viventi che comunicano tra
loro e interpretano i loro segni; ma prima della vita, l’informazione non esiste.
Quindi l’informazione in natura nel mondo preverbale non esiste di per sé, é attraverso
un’azione di organizzazione di punteggiatura del fluire che emergono segni cui attribuiamo il
valore di informazione.
Essa fonda da un lato la sicurezza con la quale ci muoviamo nel mondo dall’altro costituisce
un limite alle possibilità di cambiamento, di esplorazione, di comunicazione con l’altro.
In altre parole, si tratta di tenere presente che la possibilità di cambiare le cornici attraverso
le quali osserviamo il mondo è una questione di sensibilità alle differenze.
L’informazione che noi ricaviamo dal mondo non esiste nel mondo ma è il risultato del
processo dell’osservatore e dipende dal suo punto di vista, dalle sue premesse, dalla sua
punteggiatura ecc.
La prospettiva olistica invita a considerare il mondo in cui viviamo e quello che facciamo
quotidianamente come generato da un particolare punto di vista che può essere adattato
agli imprevisti solo in base alla capacitàdi cogliere o meno le differenze, ossia all’apertura o
chiusura verso la possibilità del cambiamento.
Un sistema si dice
- chiuso = quando non attiva scambi di materia/energia con l’esterno,
- aperto = quando riceve, elabora e produce a sua volta informazioni, in pratica
attiva scambi.
Un sasso ed un tavolo possono essere considerati come un sistema chuso che non effettua
alcuno scambio con l’ambiente circostante, mentre una pianta può essere intesa come un
sistema aperto perché assorbe CO2 e dall’altro libera ossigeno all’esterno.
Una parte del sistema per mantenere le sue strutture deve chiudersi al mondo esterno ma
tale chiusura è possibile proprio perché il sistema si sviluppa attraverso l’apertura.
Nella prospettiva olistica gli esseri viventi non sono sistemi chiusi: per vivere hanno bisogno
di essere aperti o meglio di combinare apertura e chiusura.
La nostra mente, il nostro corpo, gli aspetti emotivi, mentali, biologici, fisici costituiscono un
tutt’uno al cui interno le diverse parti si influenzano reciprocamente.
L’aspetto biologico è specifico e distinto da quello emotivo ma allo stesso tempo si considera
come i processi biologici ed emotivi si influenzano reciprocamente in condizioni di
dipendenza.
L’aspetto olistico all’opposto guarda all'unità dell'essere umano come all’insieme dei
differenti aspetti connessi da processi di apertura e di chiusura nello scambio, che sono il
principio organizzativo delle relazioni tra parti.
- Ad esempio: quando siamo stressati per un esame non è solo la nostra mente ad
essere affaticata e tesa ma spesso capita di avere sintomi a livello fisico come il mal
di testa, di stomaco ecc. ciò dimostra come questi ultimi siano legati ad elementi
culturali, i processi biologici ed emotivi si influenzano reciprocamente.
La prospettiva olistica si occupa della vita che scorre e non delle forme morte e bloccate;
L’autopoiesi è la parola usata per sintetizzare la capacità del sistema di essere autonomo e
autoreferente, di autodeterminare l’organizzazione e di creare le proprie conoscenze rispetto
all’ambiente.
Il concetto di autopoiesi consente di vedere apertura e chiusura non in modo dicotomico ma
come modalità che cooperano insieme.
I sistemi sono autopoietici nel senso che sono chiusi in quanto autonomi, allo stesso tempo
sono aperti in quanto dipendenti ed influenzati dall’ambiente circostante attraverso gli
scambi che attuano.
E’ l’elemento di chiusura a determinare l’elemento di apertura ovvero ad attribuire il
significato agli stimoli esterni tramite la percezione delle differenze nell’ambiente.
Si considerano insieme apertura e chiusura come parti di uno stesso processo di autopoiesi
del sistema, ovvero di autogenerazione e di autoregolazione interne che influenzano la
relazione con l’esterno.
L’essere in una relazione di scambio, l’essere in apertura non assicura la riuscita di esiti
certi, voluti.
Nell’interfaccia avviene quindi l’incontro, lo scambio, la messa in comunicazione di differenti
regioni.
La teoria del doppio vincolo (o teoria del doppio legame) mostra come all’interno di una
relazione emotivamente significativa ci si possa trovare in situazioni che sembrano essere
senza via d’uscita, nelle quali si ècostretti a scegliere tra 2 situazioni reciprocamente
invalidanti e in cui le dinamiche comunicative sono caratterizzate da messaggi contraddittori
tra differenti livelli comunicativi o all’interno dello stesso linguaggio.
In altre parole, mostra come i modi da noi utilizzati nell'interfacciare ovvero nel mettere in
relazione differenti regioni abbiano conseguenze pratiche nelle nostre esistenze.
Il doppio legame può verificarsi nel rapporto tra genitori e figli ma anche all’interno di una
coppia, di un’amicizia ecc.
Viviamo in mondi caratterizzati spesso da una comunicazione schizofrenica, ossia
contraddittoria su differenti piani comunicativi.
Essa, infatti, rappresenta una modalitàparticolare di scambio comunicativo che è possibile
riscontrare in qualsiasi relazione purchè caratterizzata dalla presenza di alcune condizioni:
- rapporto significativo
- alta dipendenza
- chiusura verso l’esterno della relazione
- impossibilitàdi smentire il rapporto chiaramente
- impossibilitàdi abbandonare il campo della comunicazione che equivarrebbe a
interrompere la relazione.
Non è sufficiente etichettare un rapporto per sapere quale comunicazione avviene al suo
interno.
La questione che si pone è come uscire da una relazione a doppio vincolo?; per
scardinare lo schema d’interazione del doppio vincolo bisogna passare ad un altro livello
comunicativo superiore in cui discriminare in modo critico i differenti livelli di comunicazione
e ripristinare l'unità del messaggio. Bisogna metacomunicare, cioè comunicare sulle
relazioni tramite messaggi relativi ad altri messaggi.
Es con il naso rosso evochiamo nell’altro l’idea del pagliaccio.
Sclavi afferma che “per comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha
ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva”; più facile
dirsi che a farsi dato che nel corso di un conflitto ciascun antagonista punta ad aver ragione;
sono frasi come “mi dici come vedi la situazione?” che possono togliere dai grovigli.
Le emozioni si rivelano centrali per capire i processi che inibiscono o facilitano le possibilità
di apprendimento e comprensione dei soggetti, sia a livello affettivo che cognitivo.
Abbiamo appreso modelli a livelli inconsapevoli che in alcune situazioni possono facilitarci la
vita ma che di fronte al nuovo possono ingarbugliarcela.
Tutte queste storie invitano a trasformare il proprio punto di vista, le premesse che reggono
alla costruzione del senso e quindi spiazzano sollecitando un cambiamento di 2° livello nel
modo di stare nelle nostre relazioni.
Sclavi invita alla costruzione di un terreno comune dove abbia spazio il sentire di tutti i
soggetti coinvolti e sia possibile anche la gestione dei conflitti e delle contraddizioni tra
differenze.
Il concetto centrale non è empatia ma exotopia cioè riconoscimento dell’altro nelle sue
differenze.
Al centro della riflessione c'è quindi la questione di come entriamo in contatto e conosciamo
l’altro, ossia del processo del conoscere della capacità di cogliere le differenze.
In un saggio intitolato "Finalità cosciente e natura” di Bateson, mette in evidenza come nei
processi di percezione i sistemi sono per molti aspetti auto-correttivi ossia conservativi dello
status quo come modo per garantire la loro sopravvivenza.
Tutti noi tendiamo a controllare e correggere gli aspetti che ci creano disordine o
rappresentano irregolarità.
In questo senso il sistema si rivela come autocorrettivo di tutto ciò che disturba il normale
funzionamento e seleziona le informazioni in modo da controllare e correggere ogni
elemento fastidioso.
Si tratta di una operazione di occultamento, analoga a quella compiuta dalla madre che
attua il doppio vincolo nei confronti del figlio quando lo accusa di avere freddo o di non
esserle riconoscente per i maglioni.
In un certo senso, come Bateson afferma, noi non siamo in alcun modo capitani della
nostra anima. Abbiamo bisogno di visioni che salvino il nostro amore e la nostra ragione, la
poesia e la riflessione, il riso e il pianto, il corpo e la mente come unità integrate in continua
comunicazione nel creare la vita.
Goffmann nota come, all’interno della società, l’oggetto di culto sia il self
cioèl’individuo
→ ogni interazione nella vita contemporanea è un rituale che afferma la sacralità
dell’individuo, così come le funzioni religiose affermano di volta in volta la sacralità dei
simboli religiosi.
Sempre secondo Goffman ogni interazione è volta a confermare una certa impressione
di sé che si vuole dare agli altri (salvare la “faccia”).
I micro rituali sono specifiche situazioni quotidiane nelle quali ciascuno deve destreggiarsi
ad assumere un comportamento per difendere la faccia in una certa circostanza.
Goffaman afferma che sono i rituali piccoli e apparentemente insignificanti della quotidianità,
più che le grandi cerimonie pubbliche, a dare sacralità alle interazioni.
Le situazioni di interazioni micro rituali hanno delle regole per selezionare le azioni che i
soggetti possono o meno mettere in atto a seconda delle situazioni stesse.
La forma assunta dalla società ricorda un agglomerato di cristalli che si presentano con
forme precise e regolari composti da diverse facciate precise; l’incontro tra le facciate di ogni
cristallo consente la formazione dell’agglomerato che chiamiamo società.
Se ogni cristallo non presenta la faccia della forma giusta, non può dare forma regolare
all’agglomerato e tutto si sfalda, come se un individuo non presenta all’altro la faccia giusta
nell’interazione, la società si sfalda.
Secondo Simmel invece, mantenendo sempre la metafora dei cristalli, si immagina
che i cristalli abbiano sì delle facciate ma non sono rigidamente fisse, variano
nell’incontro con le altre facciate, quindi, danno origine ad agglomerati con forme
diverse.
Simmel parte da un interrogativo macro per poi calarsi a cercare risposte a livello micro,
attraverso l’osservazione delle dinamiche interrelazionali e prestando attenzione alle minime
sfumature tra le varie relazioni sociali, nel loro continuo farsi e disfarsi.
Egli osserva come alcune dinamiche che esse assumono si mantengono, si ripetono dando
così origine a forme sociali.
Qualche decina di anni dopo invece Goffman afferma che gli incontri sono possibili
attraverso forme di interazione molto precise e costanti che egli chiama rituali di
interazione.
Per lui tutte le interazioni assumono una forma secondo certe regole di comunicazione e
danno una caratteristica cerimoniale ad ogni interazione che viene così riconosciuta come
rituale.
Elias sottolinea come i comportamenti degli individui siano basati per la maggior parte
sulla repressione e sul dominio delle pulsioni, dei sentimenti, delle passioni; processo
che si è sviluppato con la civilizzazione.
Un es. che porta Elias è la caccia alla volpe: prima era necessaria, poi trasformata in gioco
per sfogare l’aggressività, infine per piacere che non sta nello sfogo diretto
all’aggressivitàbensi nella tensione verso lo sfogo.
Collins propone invece un passo in una direzione un po diversa dagli autori precedenti.
Egli esplora la potenzialità del movimento tra le interazioni elaborando una teoria relativa a
come i rituali di interazione si concatenano, parla appunto di interaction ritual chains,
ossia catene di rituali di interazione.
Per ciascuna interazione ognuno interpreta una parte e fa di tutto per costruire e mantenere
la faccia che vuole presentare agli altri.
Ognuno cerca di curare le apparenze e di mostrare un certo comportamento in una
situazione in funzione dell’altro e del ruolo che si sostiene in una data ambientazione.
Il comportamento di ogni individuo in relazione con gli altri è tutto volto al controllo delle
impressioni.
Come scrive Oscar Wilde: “non avremo mai un’altra occasione di fare una buona
impressione”.
Ciascuno davanti a un pubblico si definisce e abbandona la pretesa di essere diverso,
vincolato in un ruolo.
Questo implica delle dinamiche di carattere morale: egli rinuncia ad essere ciò che non
appare, ossia diventa come appare, non è mai in modo altro rispetto a come appare e
richiede di essere trattato come sono trattate le persone di quel tipo.
E’ definita “ribalta” lo spazio di rappresentazione, come in un teatro; ogni attività sulla ribalta
ha le sue regole in relazione alla rappresentazione che si sta inscenando: si tratta delle
regole di cortesia che un attore assume, insieme ad un modo di comportarsi, ossia una
facciata di maniera, di decoro che mantiene l’attore curandosi dell’apparenza.
Secondo lui ciascuno viene “addestrato” per far sì che la rappresentazione abbia
successo e per affermare il proprio ruolo in modo che non venga messo in discussione.
Ogni routine rappresentata è molte volte mostrata come la principale, l’unica possibile.
Possiamo dire che ciascuno ha tanti io sociali quanti sono i gruppi di persone della cui
opinione egli si preoccupa.
Perciò affinché ciascun io sociale venga mantenuto, è necessario operare una attenta
segregazione del pubblico.
Inoltre, è importante prestare attenzione anche a eventuali gesti involontari che possono a
loro volta mettere in discussione la rappresentazione che si sta portando avanti, possono
causare imbarazzo e mettere in crisi la situazione.
Nelle situazioni è richiesta una coerenza di ruolo, per questo motivo agli attori si chiede un
certo decoro e conformità con il ruolo che si interpreta.
Spesso per costruire la facciata serve la cooperazione di alcuni partecipanti alla situazione
→ “equipe di rappresentazione” è qualsiasi complesso di individui che collaborano
nell’inscenare una singola routine.
Non tutti i partecipanti alla situazione diventano parte dell’equipe, può anche essercene uno
solo che coopera con l’attore alla definizione della situazione come pure possono esservene
molti.
Uno degli aspetti fondamentale è che tutti i membri dell’equipe devono essere al corrente
della propria posizione all’interno della rappresentazione, altrimenti si possono dire o fare
cose incongruenti ( fare delle gaffes) rischiando di rovinare la scena, o svelare dei
retroscena anche di altri elementi della rappresentazione.
L’attore mantiene sempre una distanza dal pubblico e il pubblico a sua volta contribuisce a
mantenere delle distanze sociali: ciò preserva la sacralità dei ruoli nei rituali di interazione.