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SOCIOLOGIA

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COMUNICARE INTERAGENDO CAP.

1° - DARE FORMA
ALL’ENERGIA

Ogni relazione:
● ha una sua unicità in quanto alimentata da una serie di elementi che interagiscono
tra loro e la rendono diversa da tutte le altre.
Nonostante ciò bisogna classificarla in qualche modo, darle un nome.
Tale operazione comporta delle difficoltà, come per la protagonista del brano.
Tutti i termini che la cultura le mette a disposizione le sembrano inadeguati perché
sono qualcosa di diverso rispetto alla realtà, non corrispondono esattamente ad essa
e inoltre tutti esprimono qualcosa di non ben definito.
Una soluzione è quella di ricorrere a delle categorie più certe come “marito e moglie”.

● deve essere classificata, definita: la società ci dà il tipo di azione rituale che ci


permette di qualificare la relazione, di stabilire la forma (es. matrimonio).
Il matrimonio è un prodotto culturale che definisce la struttura interna di una società
contribuendo a farla apparire stabile.
Dunque, classificare è necessario per mettere in ordine.
Come ricorda Bateson, le parole, i concetti, i simboli sono mappe che usiamo
per immaginare la realtà e per orientarci in essa.

GEORG SIMMEL (1858 – 1918)


SIMMEL parte da 2 concetti:
1. Wechselwirkung, cioè “effetto di reciprocità” → tutti gli elementi che
compongono la realtà sono in costante relazione gli uni con gli altri e si
influenzano a vicenda.

Conseguenze:
- la riluttanza a individuare rapporti di causa-effetto di tipo lineare in quanto le
correlazioni tra gli elementi sono di tipo reciproco e quindi circolare;
- viene messa in dubbio l’esistenza di elementi o entità fondamentali e la tendenza a
considerare il mondo come costituito non da persone e cose ma da movimenti e
relazioni.

Questa posizione è influenzata dalle scoperte di Einstein secondo il quale le particelle


subatomiche vanno intese non tanto come oggetti ma come eventi; pertanto, massa ed
energia si equivalgono e quindi anche il corpo umano è in realtà un concentrato di energia.

L’energia vitale si manifesta quindi come forme di vita → Simmel afferma che “la vita è un
fluire incessante che si cristallizza in forme”.
! Oggetto della sociologia è, perciò, lo studio delle forme assunte da queste relazioni
reciproche tra le persone.
2. Vergesellschaftung, cioè “processo di sociazione” → attraverso il quale una certa
forma di azioni reciproche si consolida nel tempo.
Le forme di reciprocità tra individui sono azioni rituali che esprimono la realtà sociale e la
cristallizzano in rappresentazioni simboliche che costituiscono la cultura dei gruppi,
istituzioni, società.

La cultura consiste quindi in rappresentazioni simboliche che prendono forma dalle


interazioni reciproche, diventano forma e danno forma a interazioni
→ tensione che costituisce l’aspetto tragico dell’esistenza ma al tempo stesso permette il
mutamento culturale e il dinamismo sociale.

Anche l’identità è una forma, che deve fare i conti con 2 ordini di problemi:

- Sincronico: gestire la tensione tra separazione e aggregazione (tra identità e


differenza) cioè tra la volontà, la necessità di entrare in relazione con gli altri e il
tentativo di preservare una propria stabilità.
In altre parole, riguarda come aprirsi alla relazione con le altre forme di vita e
mescolarsi ad esse mantenendo una propria coesione interna.

- Diacronico: il problema riguarda la tensione tra persistenza e mutamento: ci si


chiede se sia possibile mantenere coesione interna e nel tempo nonostante i
cambiamenti e le crisi.
Un esempio può essere un giovane laureato che entra nel mondo del lavoro o di una
ragazza che partorisce in giovane età.
La risposta è si perché le azioni di tipo rituale permettono di conservare o
modificare la struttura interna e i confini del sé e del noi.

COME FUNZIONA IL RITUALE?


COLLINS
COLLINS interpreta DURKHEIM:
considera il rituale durkheimiano come una sorta di batteria sociale che produce
energia necessaria per tenere vivi i legami collettivi e le relazioni sociali.

DURKHEIM sceglie di trattare in particolar modo i rituali religiosi, in quanto li riteneva


gli archetipi dei meccanismi che stanno alla base del legame sociale.

Il rituale consiste nel raduno, raggruppamento di più persone.


L’eccitazione causata da questa presenza reciproca fornisce una potenziale carica
emozionale, che si rafforza nel caso in cui le persone riunite cominciano ad agire in maniera
sincronizzata.
L’eccitazione trasporta coloro che partecipano al rituale in un mondo diverso da quello della
routine quotidiana, trasmettendo loro di essere a contatto con qualcosa di sacro che essi
stessi contribuiscono a creare.
L’armonizzazione dei gesti ossia la sincronizzazione ritmica, trasforma i sentimenti
individuali in sentimenti collettivi → membri del gruppo riunito si sentono parte di una
comunità.
La società è creata tramite l’azione dei suoi membri.

Il gruppo raggiunge il più alto livello di consapevolezza di sé quando si riunisce per


svolgere un rituale di rispetto verso oggetti sacri → l'energia e la forza del gruppo carica
i partecipanti.

Venerando i simboli del gruppo i partecipanti al rituale celebrano il legame che li unisce e
quindi celebrano se stessi in quanto gruppo.
In questo modo l’energia e la forza del gruppo riunito ricarica i partecipanti e ne rinnova la
fiducia.

Collins
delinea un modello che ci permette di riconoscere un rituale per alcuni elementi:
1. riunione fisica di un gruppo di persone
2. condivisione focus di attenzione (attenzione al sincronizzare e coordinare i gesti del
rituale)
3. tonalità emozionale comune
4. oggetti sacri cioè simboli che rappresentano l’appartenenza al gruppo;

Questi elementi danno luogo a:


5. aumento fiducia ed energia emozionale degli individui
6. rabbia e punizione nei confronti di chi non rispetta gli oggetti sacri.

Gli oggetti sacri sono diversi da religione a religione e possono trattarsi di elementi naturali,
piante, animali, luoghi od oppure di oggetti costruiti dall’uomo come ad esempio chiese,
altari, libri ecc o di azioni come cantare, danzare ecc.
Tali oggetti non sono sacri di per sé ma a renderli sacri è il modo in cui il gruppo si comporta
nei loro confronti.
Il comune focus è costituito dall’attenzione che i partecipanti pongono nel coordinare
reciprocamente i gesti previsti dal repertorio di azione del rituale.
Questo modello del rituale può essere usato per interpretare un’ampia gamma di pratiche
sociali come ad esempio i congressi politici, le parate militari.

Collins considera rituali anche quelli naturali, non solo quelli intenzionali.

→ Secondo Durkheim i riti creano l’effervescenza collettiva che ravviva il legame tra
individui riuniti, caricandolo di energia;
→ Collins ci fa notare che chi sta al centro del rituale (celebrante o oggetto sacro)
diventa polo di questa batteria sociale.

L’analisi di Durkheim pone un forte accento sulla differenza che separa l’esperienza rituale
in cui i partecipanti si percepiscono come fusi insieme vs Routine quotidiana:
ognuno si percepisce come individuo a sé.
Sempre secondo Durkheim gli uomini attraverso i rituali dividono il mondo in 2 sfere:
1. sacro
2. profano

Gli oggetti “sacri” non lo sono di per sé, ma lo diventano per il tipo di atteggiamento
che i partecipanti al rito adottano nei loro confronti
→ tramite le azioni di rispetto e venerazione per l’oggetto, il gruppo si unisce e rafforza la
propria coesione e l’oggetto diventa simbolo del gruppo riunito acquisendo sacralità
→ il sacro sta nel legame sociale.

Dunque, vi è separazione tra il “noi” (sacro) e il “non noi” (profano).


La concezione del sacro di Durkheim è dunque basata sulla separazione tra il “noi” (sacro)
e il “non noi” (profano).

Nonostante questa conclusione secondo Durkheim il rapporto con il sacro è ambivalente


perché:
- da un lato èqualcosa che ci trascende che è più grande di noi e degno di rispetto
- dall’altro percepiamo che il sacro è dentro di noi.

La moralità è un aspetto della nostra dipendenza dalla società:


→ gli standard di moralità variano da una società all'altra;
→ aderiamo ai principi di moralità non perché costretti ma perché sentiamo che è giusto
farlo, strettamente legato al nostro senso di appartenenza sociale.

Rispettando ciò che il gruppo considera sacro, riaffermiamo la nostra adesione e il rispetto
verso il gruppo inteso come comunità morale.
Ma dal momento in cui la sacralità è attribuibile solamente ai gruppi e società, in tal caso le
persone considerate individualmente dunque non sarebbero sacre.

Riguardo ciò Goffman ipotizza che l'identità individuale in realtà non esista, ma sia
qualcosa che la società ci impone di creare ed esibire.
Questo rimanda all’idea che l’individuo in quanto capace di iniziativa, non sia semplicemente
modellato dalla società ma che sia esso stesso un’espressione attiva dell’energia vitale.
→ Se il rituale produce energia, da dove nasce questa energia?
Un’ipotesi è che gli individui che danno vita al rituale siano essi stessi portatori di energia o
forme di energia, pertanto, il rito non sarebbe un luogo di creazione di energie bensì un
momento di aggregazione e trasformazione di energie già esistenti.

GOFFMAN
Secondo Goffman anche una conversazione può essere considerata culto in cui i presenti
danno vita a una piccola comunità rituale.
Le interpretazioni di questi autori non trovano l’appoggio di quelli che invece propendono per
una concezione piùstretta del rituale, cioè coloro che sostengono che rituale vada riservato
solo a:
● pratiche dotate di precisa liturgia che prescrive i gesti, comportamenti ecc
● fanno riferimento a simboli riconoscibili
● si svolgono in uno scenario programmato che si ripete periodicamente.

VAN GENNEP
Pubblicava la sua opera intitolata “I riti di passaggio” che ci permette di approfondire
ulteriormente la comprensione del modo in cui operano i rituali.

Egli concentra la sua attenzione sul modo in cui i rituali ci permettono di rapportarci al
mutamento.
1. A volte il fluire della vita si manifesta con forme che dopo un po’ mutano
2. Altre volte la realtà si manifesta con un divenire caotico e informe, tanto da
farci avere bisogno di dargli significato.

Sia nel primo che nel secondo caso può trattarsi di un cambiamento rapido,
improvviso che rende:
- inadeguata la forma vecchia e ne rende necessaria una nuova
oppure lento e progressivo che lavora:
- dentro le forme rivelando la inadeguatezza della vecchia forma e la necessità di
sostituirla con una nuova.

In ogni caso rende necessario un cambiamento di forma passando da uno stato di stabilità
ad un altro stato di stabilità, che viene gestito attraverso i riti di passaggio, che sono:
- riti di crisi del corso di vita: l’individuo viene privato del suo status attraverso
cerimonie di temporanea degradazione venendo sottoposto ad umiliazioni e deve
superare delle prove per dimostrare di avere completato la trasformazione e ottenere
il nuovo status
- riti stagionali e periodici: eseguiti in momenti precisi del ciclo produttivo annuale
- riti di passaggio tra stati collettivi: guerre, carestie, siccità.

Ogni rito ècomposto da 3 fasi, sul piano spazio-temporale e sul piano della forma:
1. fase pre-liminare (di rottura o separazione)
2. fase liminale (di sospensione o margine)
3. fase post-liminare (di ri-aggregazione o re-integrazione)

che fanno riferimento al prima, durante, dopo il cambiamento di forma e l’attraversamento


della soglia (limen).

Es. fidanzamento = rappresenta una fase intermedia tra un prima in cui i due individui sono
indipendenti e separati e un dopo in cui sono una coppia sposata.

Il fidanzamento in questo caso è una fase liminale nella quale i due non sono nè single nè
definitivamente accoppiati e al tempo stesso sono liberi di rompere il fidanzamento.
Non sono nédivisi néuniti.
In questo caso la fase pre-liminare avviene la rottura rispetto alla forma con cui si viveva in
precedenza, cioè quella di single, avviene dunque una rottura con il passato e la
separazione con il sé che si è stati fino ad ora.
L’anello di fidanzamento invece rappresenta la fase liminale, di sospensione.
In questa fase gli individui iniziano la trasformazione rimanendo sospesi tra ciò che erano
prima e ciò che saranno dopo.

La fase post- liminare consente di celebrare la trasformazione e di sancire il definitivo


compimento.
I neo-sposi vengono reintegrati nella società con le loro nuove identità di individui e coppia.
In realtà anche la fase post-liminare viene caratterizzata da rituali, come ad esempio il taglio
della cravatta dello sposo che simboleggia una sorta di castrazione.
La forma che le energie avevano assunto fino alla fase pre-liminare viene disintegrata e gli
elementi che costituiscono la persona, la maschera dunque la forma vengono riportati allo
stato primigenio in modo che possano essere riplasmati.

Le persone che si trovano nella fase liminale, si trovano confinate in un limbo temporaneo,
hanno una condizione ambigua e vengono considerati pericolosi in quanto le identità iniziali
vengono deformate e tornano a uno stato di caos primigenio (dal quale la societàsi era
differenziata) e indefinitezza.

Secondo Goffman la società crea strutture apposite, che molto spesso sono una vera
e propria segregazione spaziale, in cui confinare i devianti (malati psichiatrici, drogati
ecc.) in attesa che concludano la fase liminale.
In questi luoghi i reclusi vengono spersonalizzati togliendo loro i segni e gli strumenti
necessari a mostrare una identità distinta.

Può anche essere il contrario, cioè che la società esprime la paura dell'ambiguità proprio
negando spazi fisici riservati (es. in un ufficio, non viene riservata una scrivania a stagisti).
I riti di passaggio non sono dunque scomparsi dalle nostre società moderne.
Tuttavia, il modo con cui diamo forma ai mutamenti è diverso rispetto al passato.
Esempio → un tempo i maschi passavano all'età adulta con tappe precise come il militare, il
lavoro stabile, il matrimonio ecc.
Oggi alcune di queste tappe sono scomparse o non più concomitanti.
Nel passaggio tra prima e dopo c'è sempre difficoltà nell'accettare la tensione tra libertà
individuale e la pressione alla conformità sociale, tra l’apertura alla novità e la ricerca di
certezze, tra la paura di scegliere e il bisogno di stabilità.
Anche nei riti di passaggio collettivi le fasi che costituiscono il prima e il dopo vengono
create socialmente attraverso il rituale.
Sebbene si verifichi un effettivo mutamento, non c'è confine tra prima e dopo quindi tale
confine va creato attraverso il rituale (es. Capodanno).

Il rito “dice” che è avvenuto un passaggio da una condizione di stabilità e ordine ad un’altra
condizione di stabilità e ordine.
Ma non tutti i riti di passaggio coinvolgono la società nella sua totalità, essi riguardano
piuttosto alcuni gruppi all’interno di essa.
Ad esempio, insegnanti ed alunni segnano il passaggio scolastico da un anno all’altro
attraverso le recite o le pizze di classe.

DURKHEIM
Per Durkheim, il rito consiste nel passare dalla prevalenza della forma individuale a
quella della forma collettiva per poi tornare alla prevalenza della forma individuale.
Egli ci fa notare che attraverso l’effervescenza collettiva dell’azione rituale gli individui
compiono un salto dal mondo profano a quello sacro.

L’energia vitale appunto passa dall’individuale al collettivo ma non basti pensare a questi
due stati diversi, ma anche all’intersezione tra di essi.
Le forme destrutturandosi tornano allo stato primigenio di caos per poi ricristalizzarsi in
nuove forme dove avverrà la trasformazione.
Il passaggio da una forma all’altra è, dunque, il momento in cui il caos e l’ordine si
intrecciano scambiandosi di posto.
→ Ed è qui che percepiamo la inadeguatezza delle forme e allo stesso tempo la loro
essenzialità.

Secondo Van Gennep, i riti di passaggio pre-liminari e post-liminari fanno in modo che
questi passaggi da uno stato all’altro non siano cosìbruschi.

In che modo il processo rituale cambia gli individui e il gruppo?


E le struttura sociale ne esce confermata oppure alterata?
Gli studi durkheimiani ci mostrano gli effetti integrativi del rituale analizzando i processi con
cui esso ricostruisce il noi, il gruppo e la società attraverso l’azione coordinata.
Durkheim è considerato tra i padri del FUNZIONALISMO.

L’obbligatorietà dei riti studiati da Durkheim riguarda 2 aspetti:


1. l’obbligo di partecipare al rituale
2. l’obbligo di rispettare la liturgia, seguendo modalità prestabilite

La dimensione collettiva sembra diventare predominante rispetto a quella individuale;


i rituali non lascerebbero allora spazio al cambiamento ma obbligherebbero i partecipanti a
riprodurre lo status quo.
Occorre però tenere conto del fatto che Durkheim studia società piccole, semplici; le società
complesse di oggi presentano fondamentali differenze rispetto a questo modello ideal-tipico
di società semplice e isolata.

Le società complesse e differenziate in cui oggi viviamo presentano fondamentali differenze


rispetto al modello di società semplice ed isolata.
Tali differenze si ripercuotono sulla natura e sulle forme dei riti moderni.
In seguito al processo di differenziazione sociale, ciascun individuo si trova ad appartenere
contemporaneamente a piùgruppi; ma ben pochi rituali sono obbligatori, nel senso che tutti
sentono il dovere di partecipare; quand’anche un individuo disertasse un rito e la punizione
fosse l’espulsione dal gruppo, raramente questo gruppo dipenderebbe dalla sua
sopravvivenza fisica.
Dalla differenziazione nascono le gerarchie interne ai gruppi e ciò rende rilevanti le
dimensioni del potere e della stratificazione.
I riti istitutivi o di iniziazione creano disuguaglianze sociali delegando a uno ,o pochi,
l'autorità del gruppo.
Molti riti sono espressione di rappresentazioni e interessi dominanti in società in cui non c'è
consenso sui criteri morali: si tratta di rituali che non servono a unire la comunità ma a
rafforzare i gruppi dominanti al suo interno.
Talvolta invece l’effervescenza collettiva rafforza gruppi sociali subordinati impegnati a
sfidare l’ordine sociale esistente per sovvertire (raggruppamenti liminali che creano un’antica
struttura).

Partendo dal presupposto che ogni rituale riguarda un gruppo, il quale è sempre parte di una
collettività più ampia, composta anche da altri individui, i quali non fanno parte di questo
sottogruppo, possono diventarne comunque spettatore.
Il rituale può assumere un significato anche per il pubblico esterno non solo per coloro che
ne prendono parte (il pubblico esterno che non fa parte del gruppo).

Possiamo dividere i rituali in 2 categorie:


- riti che non alterano la struttura sociale anzi la rigenerano, la confermano, la
rafforzano.
- riti che determinano un vero cambiamento nella struttura interna o forma
esterna della società, che può andare dal semplice mutamento alla trasformazione
radicale.

Esempio di interazione rituale: lo SCAMBIO DI DONI


Due che si scambiano doni confermano reciprocamente il proprio coinvolgimento nel
rapporto e in questo modo rigenerano e rafforzano il legame che li unisce.
Il dono è l'oggetto sacro che simboleggia la comunione tra gli attori riuniti che attraverso il
dono celebrano sé stessi e la loro relazione:
→ per questo spesso il dono è superfluo dal punto di vista strumentale ma necessario dal
punto di vista simbolico.
Nel dono c'è la relazione, il sociale, il noi.
E ciascuno nel donare da una parte di sé e del proprio essere all’altro.
Eppure, anche il dono ha il rovescio della medaglia.
Il dono oltre a fornire fiducia e sicurezza, sostegno crea anche vincolo, costrizione e
dipendenza.
Il dono mette alla prova chi lo riceve, perché lo chiama a confermare la propria adesione alla
relazione attraverso un contro-dono.

Chi dona esercita potere su chi riceve perché lo obbliga nei suoi confronti: il potere di
tenerlo legato a sé.

Per comprendere i meccanismi che rendono lo scambio simbolico facciamo riferimento a:

Anello di Kula: catena di scambi di monili effettuati da millenni dagli abitanti delle isole
Trobriand e l’isola vicina.
→ in questo modo le tribù collaborano ad effettuare una doppia circolazione in cui i beni
scambiati non hanno un particolare valore economico e non servono ad arricchire chi li
possiede.

Hanno invece la funzione di assicurare quella che Durkheim chiama solidarietà


precontrattuale, cioè confermare periodicamente la fiducia reciproca necessaria ad
effettuare poi le contrattazioni economiche vere e proprie.
Si tratta dunque di confermare la propria affidabilità.

Potlatch: rituale tipico di alcune tribùdi nordamericani che consiste nello scambio
competitivo di doni in cui ciascuno cerca di dimostrare la propria superioritàumiliando l’altro
con doni via via piùgrandi fino a quando uno dei due non èpiùin grado di contraccambiare.

→ In questo caso il dono stabilisce una gerarchia e quindi dà forma alla struttura sociale.
La competizione in questo caso è vista come una forma di interazione socialmente
legittimata, e l’integrazione sociale si basa sull’accettazione delle regole del gioco.

Il potlath può essere considerato come una versione tribale del capitalismo dinamico e
competitivo.
L’anello di Kula e Potlatch che esemplificano i due aspetti opposti e complementari dello
scambio simbolico, quello armonico paritario da un lato e dall’altro quello conflittuale e
gerarchico.
Queste due forme di relazione non si escludono a vicenda anzi convivono e si intrecciano.
Al giorno d’oggi, ad esempio, le visite diplomatiche dei capi di stato hanno lo scopo di
mantenere vivo un sistema di relazioni e alleanze.
La struttura di una società prende forma dal modo in cui il potere è distribuito tra gli
individui e i gruppi che la compongono.

CAP. 2° - CERCANDO DI ESSERE QUALCUNO


La realtà che l’essere umano conosce scaturisce dalla comunicazione.
Egli rielabora i diversi messaggi che provengono da questa realtà attraverso il dialogo
interiore che vi attribuisce significato.
I diversi oggetti pertanto assumono un significato in relazione all'interazione con gli altri.
Il mondo non ha quindi un’esistenza oggettiva ma è frutto di definizioni in continuo
divenire.
Il nostro passato non è immutabile ma acquisisce significati diversi in relazione con le
definizioni continue nel presente.
Tendiamo a vedere la realtà come abbiamo imparato a considerarla, ritenendo che essa sia
(e non appaia) in un certo modo.
L’individuo partecipa con gli altri alla costruzione della definizione delle situazioni che vive, vi
dà un senso.
Altre persone potrebbero attribuirvi un significato diverso.
Ciò che vediamo e creiamo è frutto delle lenti che utilizziamo.

→ Il processo di socializzazione primaria che in genere ha luogo in famiglia, ha fatto sì


che ci costruissimo degli specifici occhiali con cui vedere la realtà.
→ Nel corso di socializzazione secondaria, grazie ai diversi interlocutori e mondi con cui
veniamo a contatto, talvolta operiamo un processo di demolizione o trasformazione delle
lenti di questi occhiali.

All’interno della SCUOLA DI CHICAGO nasce l’INTERAZIONISMO SIMBOLICO.


La scuola utilizza come strumenti per l’indagine, osservazioni costanti e rigorose in cui viene
valorizzato il punto di vista dei protagonisti e il loro racconto, con l’analisi di documenti
personali come diari e lettere.
La metodologia di indagine presuppone quindi un certo tipo di interazione tra ricercatore e
protagonista della ricerca.
Il ricercatore cerca di guardare la realtà con gli occhi di coloro che vivono il contesto
oggetto di studio calandosi in quella specifica situazione sociale.
Per fare questi esperimenti venne scelta Chicago perché aveva visto una caotica
espansione urbanistica sull’onda dello sviluppo industriale.

BRUNER

Il filone principale dell’interazionismo simbolico fa riferimento a BLUMER che sostiene


che tentare di afferrare il processo interpretativo con l’atteggiamento distaccato
dell’osservatore obiettivo, significa rischiare la peggiore specie di soggettivismo.

Secondo Bruner i concetti sensibilizzanti permettono di cogliere nella ricerca relazioni che
normalmente passano inosservate.
Il concetto sensibilizzante orienta la direzione della ricerca senza dare risposte
pre-confezionate, suggerisce dove guardare senza sapere a priori che cosa il ricercatore
dovrà vedere.
Il concetto per Bruner è solo uno strumento di lavoro, ma esso spesso viene
erroneamente impiegato come un’etichetta.

Bruner individua nella ricerca naturalistica 2 momenti:


● esplorazione (si contatta la realtàche si intende indagare)
● ispezione (con l’impiego dei concetti sensibilizzanti che orientano la ricerca senza
forzature).

La ricerca etnografica richiede una permanenza per periodi lunghi da comprendere


l’universo che intendiamo conoscere e si realizza orientando la direzione che essa via via
assume; questo facilita il continuo esercizio lungo l’asse coinvolgimento-distacco che
favorisce la riflessione scientifica permettendo di guadagnare la fiducia dei soggetti studiati
evitando il pericolo del going native (cioè assumere tout court la loro prospettiva).

Il filone principale dell’interazionismo simbolico che fa riferimento a Bruner ha 2


oppositori:
- Iowa School (divergenze di tipo metodologico per l’impiego che essa fa di test e
questionari)
- struttural-funzionalismo
I due approcci divergono per:
- implicazioni politiche: interazionisti studiano emarginati, drogati (underdogs)
funzionalisti studiano grandi imprese;
- attenzione ai processi a livello micro: interazionisti attenti all’interazione nella vita
quotidiana, funzionalisti attenti a valori, ruoli, norme della società;
- metodi impiegati: interazionisti metodo qualitativo privilegiando l’osservazione
partecipante, funzionalisti privilegiano l’impiego di questionari.

Critiche all’interazionismo:
- che le ricerche diano risultato poco attendibili
- scelta di interlocutori con scarso potere contrattuale (gay, psicopatici, drogati)
- impossibilità di fare generalizzazioni nelle loro analisi
- manca di una sistematizzazione teorica completa ed accurata in quanto la tradizione
era orale

N.B. Sociologia: scienza che si propone di intendere in virtù di un procedimento


interpretativo l’agire sociale.

MEAD
→ considerato fondatore dell’interazionismo simbolico.
La sua idea di fondo è che diventiamo esseri sociali attraverso la comunicazione la quale si
fonda a sua volta su un repertorio di simboli.

Egli ricorre alla Dinamica Io-Me:


• Il Me costituisce il Sé come lo vedono gli altri, la sua parte più socializzata;
• l’Io rappresenta la parte creativa del Sé, il me quella più socializzata.

Nel dialogo interiore, l’Io valuta le richieste del Me.


La dinamica io-me è un processo dinamico in cui non vi è una sequenza temporale per
cui all’uno segue l’altro.
Costituisce piuttosto un confronto tra il polo in cui prevale l’aspetto soggettivo (io) e quello
che organizza gli atteggiamenti altrui nei nostri confronti (me).

L’io rappresenta la fase in cui viene manifestata la propria istintualità verso le aspettative
degli altri.
È il versante della libertà, dell’innovazione e della creatività.
Tuttavia, neanche l’io è totalmente libero, ma riflette desideri socialmente modellati.

È dalla co-esistenza dei due che emerge Il Sé che rappresenta la direzione che
intendiamo dare alla nostra vita.
All’interno dell’interazionismo si sono creati due diversi orientamenti teorici fondati su due
filoni:
- da una parte i teorici della Iowa School che enfatizzano la rilevanza del me
- coloro che sottolineano l’importanza dell’io.
Mead assume una posizione all’interno dell’interazionismo, che alcuni definiscono
“oggettivista”:
la realtà sociale viene ricondotta alle proprietà degli individui piuttosto che alle relazioni
intercorrenti tra di loro.
Questa posizione viene definita “del realismo sociale” e si distingue da quella del
“nominalismo soggettivo” sostenuta da Blumer.

Mead distingue tra cose (che esistono a priori, indipendentemente dagli individui) e oggetti
(che esistono solo in relazione agli atti).
Secondo lui è attraverso l’agire degli individui che le cose si trasformano in oggetti.

Mead sancisce il passaggio dallo schema del comportamentismo di prima generazione S-R
(stimolo- risposta) secondo cui tutto ciò che avviene all’interno dell’individuo costituisce una
scatola nera, ad un modello in cui diventa centrale il momento dell’interpretazione che
trasforma gli stimoli in risposte.

Secondo lui gli stimoli di cui facciamo esperienza non sono oggettivi ma vengono filtrati dalla
nostra mediazione cognitiva, dalla nostra esperienza interiore.
Lo stimolo non è antecedente all’azione, ma un suo prodotto.

L’atto sociale (unitàdi analisi per Mead) implica la collaborazione tra più individui
→ differenza sostanziale dal comportamentismo in cui l’atto è individuale.
L’atto sociale va considerato per gli aspetti latenti e manifesti, dunque il modello è non
lineare ma circolare.
L’ambiente condiziona l’organismo nella stessa misura in cui l’organismo condiziona
l’ambiente.

Mead ritiene che siano 3 fasi dell’atto per la consapevolezza del proprio ambiente
fisico e sociale:
1. percezione
2. manipolazione o esperienza di contatto
3. consumazione.

L’esperienza di contatto consente attraverso l’uso del tatto, l’emergere dell'attività riflessiva
introducendo una pausa tra percezione e consumazione.
Ad esempio, il cane mangia introducendo direttamente il cibo in bocca, mentre l'essere
umano coglie il frutto con la mano, dunque, l’uso e lo sviluppo della sensibilità tattile sono
tipiche della nostra specie.
Il gesto è precedente all’atto e genera nell’osservatore un movimento preparatorio.

Mead è interessato a comprendere le mediazioni simboliche attraverso le quali il


mondo viene compreso e rappresentato.
L’interpretazione del gesto da parte di chi lo compie è fondamentale per poter anticipare le
conseguenze delle proprie azioni.
Il linguaggio gioca un ruolo centrale nell’oggettivare il sé: gli apparati simbolici che
forniscono il linguaggio costituiscono stimoli le cui reazioni vengono date in anticipo.
Per Mead la peculiarità dell'essere umano sta nella capacità di essere oggetto a sé
stesso, ovvero di vedersi attraverso gli occhi altrui alla capacità ricondotta al Sè (self).
Si tratta di un sé riflessivo e indica ciò che può essere al contempo soggetto ed oggetto.
L’essere coscienti del sé è divenire oggetti del proprio sé attraverso i rapporti sociali di
ciascuno di noi con gli altri individui.

Conclusione → la considerazione che ha un soggetto di sé stesso traspare nelle modalità


con cui egli si pone nella relazione e diventa essenziale per costruire e cambiare il modo in
cui gli altri lo vedono.
E viceversa, il modo in cui gli altri lo o la vedono costruisce la rappresentazione di sé stesso
e la modalità di porsi in relazione, in una circolarità̀ continua di processi.

Per Blumer l’espressione interazionismo simbolico deriva dalla peculiarità umana di


interpretare e definire gli uni le azioni degli altri invece che semplicemente reagire ad
esse.
Gli individui agirebbero con gli oggetti in relazione al significato che essi assumono
per loro.

Per l’Interazionismo Simbolico il colloquio interiore è fondamentale nel processo di


interpretazione delle azioni e dei fatti.

Secondo Mead gli umani si differenziano dagli animali per la loro capacità di attribuire
significato a qualunque tipo di segno ovvero per la capacità di simbolizzare.

L’approccio è definito interazionismo perché il focus dell’attenzione è costituito


dall’interazione che è l'elemento fondante dell’ordine sociale e unità di analisi
dell’indagine sociologica.

L’interazione è simbolica (il simbolo è inteso come qualcosa che sta al posto di
qualcos’altro) quindi sottolinea che l’interazione oltre ad essere sociale è simbolica e in
quanto si avvale dei significati che sono disponibili agli attori per orientare il loro agire.

Blumer spiega questo concetto attraverso 3 premesse:


- gli umani agiscono nei confronti delle cose sulla base dei significati che tali cose
hanno per loro
- il significato di tali cose è derivato dall’interazione sociale che il singolo ha coi suoi
limiti
- questi significati sono elaborati e trasformati in processo interpretativo messo in atto
da una persona nell’affrontare le cose in cui si imbatte.

I significati che guidano le azioni umane sono appresi ed elaborati attraverso la


comunicazione.
Nel corso della socializzazione primaria l’individuo impara a vedere sé stesso e il
mondo come li vedono gli altri significativi, prima di tutto i genitori.
Tendiamo in genere ad adeguare la lettura delle nostre esperienze presenti a quelle
effettuate nel passato.
Tuttavia, le costruzioni precedenti vengono talvolta messe in discussione.
Le elaborazioni degli interazionisti in merito all’infanzia si distinguono dalle teorie:
- di impronta innatista secondo cui gli istinti giocano un ruolo centrale nello sviluppo
sociale dell’individuo
- di impronta comportamentista classica che considerano lo sviluppo sociale una
serie di apprendimenti secondo lo schema stimolo-risposta.

Per gli interazionisti è centrale nello sviluppo dei bambini il colloquio interiore,
l’auto-interazione che porterebbe alla formazione dell’identità.
Queste capacità auto interpretative si costruirebbero nel tempo in relazione al contesto
sociale.
L’ambiente sociale dei bambini è costituito da un set di simboli e di conoscenza condivise
dagli individui del gruppo a cui essi appartengono.
I bambini imparerebbero a condividere le conoscenze e i simboli di una cultura, cioè a usare
significati che hanno identico valore per tutti coloro che sono implicati in una certa
situazione.
Ad esempio, quando un adulto fa finta di piangere quando il bambino gli tira uno schiaffo,
non avendo ancora imparato a dosare la forza.
Simulando il pianto l’adulto sta insegnando al bambino a mettersi nei panni dell’altro.
Non è lo sviluppo in sé a determinare il passaggio da una fase all’altra in una sequenza di
stadi, quanto l’acquisizione delle capacità riflessive.

Mead distingue gli stadi di sviluppo del Sé in:


1. pre-rappresentazione: fino ai 2 anni di età, i bambini non sono ancora in grado di
attribuire significato e si limitano ad un agire imitativo;
2. rappresentazione (stadio del Play): sono già in grado di porsi nei panni dell’altro,
nel gioco simbolico → superamento egocentrismo infantile;
3. gioco di squadra (Game): i bambini sono capaci di partecipare al gioco di regole
pertanto compare la capacità di acquisire una visione sovraordinata delle relazioni
che includa il proprio punto di vista e quello degli altri attori che interagiscono tra loro
e con loro. La formazione dell’altro generalizzato consentirebbe di partecipare al
game.

1. Nel primo stadio i bambini non sono ancora in grado di attribuire significato e si
limitano ad un agire imitativo.

2. Nel secondo invece essi sono già in grado di porsi nei panni dell’altro e quindi
abbiamo il superamento dell'incapacità di vedere il mondo da una prospettiva diversa
dalla propria.

3. Nello stadio Game invece ai bambini compare la capacitàdi acquisire una visione
sovraordinata delle relazioni che includa il proprio punto di vista e quello delle altre
persone che interagiscono con lui.

I bambini realizzano di dover considerare se stessi tenendo conto nello stesso tempo della
prospettiva di tutti gli altri: altrimenti il gioco non si realizza se ciascuno fa quello che gli pare.
"Il bambino non deve solo assumere il ruolo dell’altro ma deve invece assumere i diversi
ruoli di tutti i partecipanti e controllare la propria azione in conformità ad essi.”

Questo meccanismo viene chiamato role-taking cioè l'assunzione di ruolo.


Anche l’acquisizione dei simboli linguistici viene concepita come progressiva capacità di
interiorizzare i significati condivisi dalla comunità.
Infatti, con la comparsa del linguaggio essi cominciano ad uscire da se stessi e a vedersi
dall’esterno assumendo l’ottica degli altri.

In conclusione, l’idea di Mead è che possediamo un sé proprio in quanto siamo in grado di
assumere gli atteggiamenti degli altri nei nostri confronti e di rispondervi.

La definizione della situazione è uno dei concetti cardine su cui si fonda l’interazionismo
simbolico: si tratta del processo in cui attribuiamo etichette, ovvero di quello che Schutz
definisce “tipizzazione”.

Secondo Thomas “prima di ogni azione vi è sempre una fase di esame e di decisione
che possiamo chiamare definizione della situazione”.
Noi tentiamo di categorizzare e di organizzare i molteplici stimoli al fine di rendere la
situazione comprensibile attraverso la disposizione di configurazioni significative.
Secondo Thomas una cosa ritenuta reale sarà reale nelle sue conseguenze per questo
le situazioni tendono ad avere il significato che vi attribuiamo (→ teorema di thomas
1928).
Siamo lontani dal pensare di conoscere le cose vere in quanto la realtà è sempre filtrata
dalle lenti che usiamo per conoscerla.
Ad esempio, se in un villaggio in cui esiste un’unica banca si sparge la voce che essa stia
per fallire, i clienti si precipiteranno a ritirare i propri risparmi così essa fallirà davvero.

Se riteniamo irraggiungibile una meta, allora tenderemo a non raggiungerla;


se riteniamo bella la vita, allora tenderemo a viverla con gioia e quindi sarà realmente bella.

Però ci sono anche casistiche in cui il teorema di Thomas non si applica come ad esempio,
giocando d’azzardo anche se ci comportiamo come se dovessimo vincere, non è detto che
poi vinciamo davvero.
Tendiamo a leggere la realtà attraverso le immagini che ci siamo costruiti, fino al
punto in cui esse tendono a essere sostituite da altre.

Se le definizioni della situazione che i diversi attori costituiscono sono differenti, allora è
necessaria quella che Strass definisce una “negoziazione” ovvero una contrattazione per
giungere a significati condivisi.

Attraverso il Dialogo interiore l’individuo definisce la realtà, cioè stabilisce la sua


posizione rispetto alle pressioni del mondo esterno.
→ auto-interazione è il processo (detto anche auto-indicazione o self- indication) in cui
l’attore indica le cose a sé stesso.
L'auto- interazione ci prepara all’interazione futura con l’altro, facendoci provare i suoi panni
→ funzione anticipatoria dell’azione in cui strategicamente l’individuo si prefigura le possibili
mosse dell’altro.

Il processo self indication serve anche a prendere atto del significato del reciproco agire e a
orientare di conseguenza la condotta che si intende intraprendere.
Secondo Blumer gli aspetti strutturali cioè il contesto in cui due si sono conosciuti,
rappresentano solamente delle cornici entro cui hanno luogo le interazioni, le quali
costituiscono il fulcro dell’analisi e non dell’agire sociale.

→ Abbiamo bisogno di definire le azioni degli altri, per potervi reagire e progettare le nostre.
È necessario attribuire un senso a ciò che facciamo.
Quando non riusciamo rimaniamo bloccati come sospesi.
Invece qualificandoli implicitamente dichiariamo chi siamo noi e chi sono gli altri.

Quando si verifica un divario tra le aspettative e la realizzazione di un


comportamento, si tende a utilizzare un “account” cioè un'affermazione fatta da un
attore sociale volta a spiegare un comportamento non previsto o spiacevole.

Gli accounts possono essere distinti in:


- scusanti (excuses)
- contrapposizioni (justifications)

Gli accounts costituiscono un esempio di come l’interazione con se stessi possa aiutare a
resistere alle pressioni dell’altro.

- Per gli interazionisti anche le cose fisiche sono oggetti implicati nell’atto sociale:
esse assumono un determinato significato nell’interazione.
- Per i funzionalisti invece non si può parlare di interazione per gli oggetti non sociali.

L’azione individuale è qualcosa di costruito piuttosto che di automatico e spontaneo, l’essere


umano deve tener conto delle richieste, delle aspettative dei divieti e delle minacce che
possono presentarsi nell’ambito della situazione in cui egli agisce.

Per Blumer la situazione fa da sfondo all’interazione, la delimita ma non ne determina


lo svolgimento.

Per Mead l’idea che l’essere umano, a differenza degli animali, possa essere oggetto
delle proprie azioni.
Secondo Mead, questo meccanismo con cui l’essere umano guida il proprio agire è centrale
nel suo modo di affrontare e trattare il mondo: attraverso l’interpretazione che si costruisce
delle azioni altrui, egli indica a sé stesso che l’azione ha quel carattere e quel significato.
In questa accezione, l’oggetto è diverso da uno stimolo, non è antecedente all’azione ma un
suo prodotto.
Il biglietto che utilizzo per salire in bus non è uno stimolo a me esterno, ma il prodotto
dell’interazione tra umani che a quel pezzetto di carta hanno attribuito un certo significato.
Gli oggetti non preesistono agli individui ma è l'individuo che costruisce i propri
oggetti sulla base della sua attività quotidiana.

Secondo Blumer, l’azione di gruppo è l'azione collettiva degli individui.


In situazioni estreme è come se l’azione collettiva fosse bloccata fino a quando non si
definiscono comuni interpretazioni e i partecipanti non trovano un adattamento reciproco.
Es: un treno al confine tra Italia e Francia non riparte e i passeggeri dentro si rendono conto
che c’è qualcosa di anomalo a cui non riescono a dare una interpretazione univoca.
Alcuni ferrovieri parlano solo in francese altri solo in italiano così qualche passeggero cerca
di tradurre ciò che viene detto in modo confusionario all’altoparlante.
C’è chi dice che si tratterebbe di un guasto, chi di una protesta sulla TAV.
Alla fine, si giunge ad una comune definizione della situazione: si tratta di uno sciopero
locale del personale della successiva stazione francese.
Così i passeggeri, anche tra loro sconosciuti, cominciano ad aiutarsi a vicenda con il
trasbordo delle valigie e solidarizzando pensando a cosa fare per risolvere i problemi che il
ritardo ha causato.

Essendo la questione del significato dell’azione centrale nell’interazionismo, ora


teniamo conto dell’intreccio tra azione e significato dal punto di vista di quest’ultimo.

Conoscere vuol dire categorizzare e questo implica sia il disgiungere che l’unire.
Ad esempio, quando penso al gatto lo separo dal cane perché sono diversi ma allo stesso
tempo li unisco perchésono entrambi animali domestici.

La parola fa emergere le “isole di significato”: alle diverse isole di significato corrisponde


una differente concezione del mondo.
Quando vogliamo far emergere nuove isole di significato, mettendo in discussione
quelle precedentemente costruite, allora cambiamo il nome alle cose.
Ad esempio, durante il dominio napoleonico si cambiarono i nomi dei mesi.

Le cose esistono per me nella misura in cui sono in grado di indicarle a me stesso e agli
altri, e questo è possibile attraverso il linguaggio; attraverso il linguaggio si costruiscono
significati comuni.

Per Mead, considera il gesto un simbolo significante.


I significati assumono un valore trans-individuale e quindi oggettivo comune a tutti i membri
di una società.
Per lui il significato ha una realtà soggettiva e lo definisce come “la reazione di un
organismo al gesto di un altro organismo” e soltanto nell’essere umano esso ha la
possibilità di divenire cosciente e di acquisire un significato simbolico.
Attraverso il linguaggio si costituiscono gli oggetti dotati di senso comune.
Il significato universale delle parole deriva dalla necessità, in una conversazione, di
assumere numerosi punti di vista rappresentati da quelli dei nostri interlocutori.

Il linguaggio non assolve solo ad una funzione comunicativa ma costituisce una capacità di
oggettivazione del sé attraverso apparati simbolici che rappresentano stimoli le cui reazioni
sono date in anticipo.
In sintesi:
● Mead ricorre a simboli significanti considerati contenitori di un significato
universale condiviso da tutti i membri di una stessa comunità;
● per Blumer invece il significato è personale e va messo in relazione
all’interpretazione che Tizio dà del comportamento di Caio.

Partendo dal presupposto che l’individuo diventa oggetto a sé stesso riuscendo a vedersi
come gli altri lo vedono.
In relazione a questa immagine di sé orienta le sue azioni e si autodefinisce.
→ L’immagine di sé quindi nasce dalla comunicazione.

Immagini di sé positive ci consentono di affrontare adeguatamente situazioni difficili, mentre


quelle negative generano ansia che induce talvolta ad atteggiamenti di chiusura e
manipolazioni per nascondere aspetti stigmatizzanti, per mostrarsi migliori di quello che si è.

JAMES
Distingue tra un io agente, un io puro, un self di cui l’individuo è consapevole:
all’interno di quest’ultimo egli opera un’ulteriore distinzione tra self materiale, sociale,
spirituale.

Un uomo ha tanti self sociali quanti sono gli individui che lo riconoscono e portano
un’immagine di lui.
Dato che gli individui portatori delle immagini appartengono a categorie, possiamo in effetti
dire che egli ha tanti self sociali tanti quanti sono i diversi gruppi di persone alla cui opinione
egli tiene.
Ognuno di noi mostra differenti aspetti di sé in relazione ai diversi gruppi che frequenta:
talvolta queste differenti facce sono in contrasto le une con le altre.
Ad esempio, un insegnante si mostra moralista con i suoi allievi e poi ama sbronzarsi con gli
amici.

Tra gli interazionisti, nel concetto di sé vediamo Charles Cooley che lo sviluppa
chiamandolo self looking glass, il quale sostiene che a seconda che il nostro corpo,
faccia ecc corrispondano o meno alle nostre aspirazioni, con l’immaginazione noi
percepiamo nelle menti altrui pensieri intorno alla nostra maniera di apparire, ai nostri modi,
ai nostri obiettivi.
Ciò a cui si interessa Cooley è l'idea che ci siamo costruiti della loro opinione su di
noi.

Pirandello dice che ci si rende conto della molteplicità dei self pur essendo sempre noi
stessi, come se si fosse convinti di essere uno pur sentendoci centomila.

Due concetti sono fondamentali:


1. self conception: mette in evidenza la parte di noi che viene percepita in modo
permanente e duraturo (identità)
2. self images: diverse immagini di noi avvertite dall’individuo come instabili,
provvisorie, talvolta in contraddizione l’una con l’altra.

Se prima abbiamo parlato della necessità dell’essere umano di definire le situazioni per
evitare di entrare nel caos, il rovescio della medaglia sta nell’inquietudine e talvolta il
terrore che provocano le situazioni indefinite e vengono esorcizzati con le
stereotipizzazioni.
La routine e la normalità tranquillizzano.
Le tipizzazioni semplificano si la realtà ma la appiattiscono ad un unico aspetto.

Un Sé flessibile piuttosto che rigido nella definizione della situazione permette più
facilmente di disporsi all’ascolto, oltre che dei diversi aspetti di sé, anche dell’altro,
rendendosi conto della propria relatività.
La flessibilità ci consente di essere saldi e disponibili in relazione alle diverse situazioni.
La mente elastica, dai contorni sfumati (fuzzy mind) facilita una concezione della realtà in
cui i diversi elementi sono interconnessi tra di loro.

Nonostante ciò la tendenza è di costruire mostri e attribuire colpe, ad es. in episodi di


cronaca, l’imputato viene scagionato mentre la piazza lo aveva già condannato.
L’uomo, insomma, tende ad operare categorizzazioni per semplificare l’esistenza rischiando
però facili etichettamenti che tendono a dividere il mondo in buoni e cattivi, mentre la realtà è
molto più complessa e sfaccettata.

Quando si costruisce il “mostro” si stereotipizza un individuo:


vengono impiegati processi di edificazione e di demolizione; vengono cioè costruite
immagini correnti articolate intorno ad alcuni elementi centrali per la strutturazione dello
stereotipo a cui riportare anche episodi di per sé marginali omettendo altri aspetti di quella
persona: o processi di verticalizzazione, cioè di enfatizzazione di un aspetto (ad es dico che
era intelligentissima per dire che andava bene a scuola) o processi di dilatazione orizzontale
e ridondanza (cura poco la sua femminilità e non si trucca).

Nella nostra cultura si tende ad identificare l’individuo con un suo aspetto o con
un’azione che ha compiuto.
La sottolineatura di un aspetto tende a peggiorare le cose.
Un esempio è il caso degli insegnanti che tendono a rimarcare gli insuccessi di un bambino
che egli con maggiore difficoltà riuscirà a scrollarsi.
La sottolineatura negativa ingigantisce l’errore e lo fissa invece di considerarlo un
processo di crescita.

Il role-reversal, l’inversione dei ruoli è una tecnica di psicodramma usata per aiutare il
soggetto a uscire dalla sclerotizzazione delle parti; favorisce l’uscita da una versione
unidirezionale, permettendo di vedere le cose dal punto di vista dell’interlocutore.

A causa della molteplicità dei mondi sociali in cui siamo inseriti è fondamentale la maniera in
cui ci presentiamo ai diversi interlocutori affinchési facciano un’idea di noi.
Essi però ci conoscono in maniera parziale ed in relazione ad alcuni ruoli assunti nei loro
confronti:
È definita appereance la fase in cui ci presentiamo agli altri attraverso alcuni simboli
che forniscono informazioni sulla cosiddetta identità.

È chiamato coaching l'influenza degli altri e dunque il processo attraverso il quale


siamo formati ad orientare in una determinata direzione l’immagine che abbiamo
costruito di noi stessi.

L'alter Casting consiste nel tentativo di influire su un individuo calandolo in un


determinato personaggio positivo.
È come se il soggetto che viene investito da questo genere di aspettative fosse forzato dalle
circostanze a recitare la parte di un altro, che gli sta piuttosto stretta.

Concetto fondamentale per capire la definizione del Sé elaborata dagli interazionisti è
quello di “gruppo di riferimento”, in relazione al quale il se acquisisce senso e “gruppo la
cui presunta prospettiva viene adottata dall’attore come schema di riferimento per
organizzare il proprio campo percettivo”.
es. di gruppo di riferimento è il gruppo dei pari, degli amici, con cui un adolescente si
confronta.

In alcuni casi il confronto avviene con gruppi immaginari (non esistenti) o con cui non si
intesse una vera relazione → “comunità fantasma” (es. gruppi musicali).
I membri del gruppo fantasma, anche se non realmente esistenti, abilitano la mente
dell’individuo e ne orientano il comportamento aiutandolo a uscire da situazioni che gli
sembrano senza scampo.

Quando un individuo si trova a costruire definizioni della situazione in modo diverso dalle
persone che gli stanno intorno, allora potrà entrare in crisi e rimettere in discussione le
concezioni elaborate oppure cercherà altri interlocutori che gli confermino le proprie,
ricorrendo a nuovi gruppi di riferimento e a nuovi altri significativi.
Per modificare le definizioni delle situazioni che sono per l'individuo dannose o inaccettabili,
diventa necessario ricorrere a nuovi gruppi di riferimento ed altri nuovi significativi.
Ci sono casi in cui non ci si ritrova più nella definizione che l’altro dà di coppia.

L’idea è che il sé si modifichi nel tempo in relazione alle diverse interazioni e


situazioni che si vengono a costruire.

Parlando di trasformazioni, è rilevante il concetto di carriera intesa come il modificarsi di


alcune caratteristiche ricondotte a sé stessi, il passaggio da alcuni stati di consapevolezza
ad altri.
Possiamo parlare di carriera di allievo, di carriera delinquenziale ecc.
All’interno della carriera possono avvenire passaggi di status; bisogna considerare la
desiderabilità del passaggio, quanto esso sia inevitabile, ripetibile e reversibile, il grado di
controllo esercitato dagli altri.
Mentre i passaggi di status relativi al procedere del tempo (da infanzia ad adolescenza
ecc) sono irreversibili, quelli dallo stato di single a componente della coppia non lo sono:
possiamo sempre sciogliere un legame quando non funziona più.
Anche se non vi è sempre consapevolezza nel passaggio, come ad esempio una bambina
viene data in sposa.
Altro elemento che caratterizza lo status è la centralità o meno del passaggio nella vita
dell’individuo e la durata ovvero quanto tempo è necessario per la transizione da uno status
a un altro.

Un altro aspetto inerente al tema delle trasformazioni è quello che mette in luce come il
passato non sia qualcosa di immutato, ma assuma significati differenti a seconda delle
interpretazioni che ne diano nel presente.
Ci sono momenti della vita definiti “svolte” come l’innamoramento in cui vengono messe in
discussione le lenti attraverso cui guardiamo al nostro bagaglio di esperienze.
Al contrario c'è chi li definisce "meccanismi sociali di mantenimento”, che salvaguardano
l’equilibrio costituito da una certa lettura della realtà che abbiamo costruito nel tempo, la
quale corre il pericolo di essere soppiantata da una definizione della realtà ad essa
alternativa.

Il concetto di ruolo è differente dal punto di vista funzionalista e interazionista:


● funzionalismo: viene considerato come qualcosa di culturalmente determinato in
relazione alla posizione sociale occupata, i ruoli hanno impatto sugli individui;
● interazionismo: viene visto in termini dinamici:
→ gli individui agiscono di proposito in una certa maniera per creare impressioni
sugli altri;
→ il comportamento di ruolo puòessere creativo e talvolta imprevedibile;
→ gli individui assumono ruoli piuttosto che avere ruoli che impattano su di loro;

Per entrambi: diritti e doveri (aspettative) sono connessi alle posizioni di status; le
aspettative sono apprese attraverso la socializzazione.

Secondo Levinson, uno degli autori che si oppone a una concezione passiva del
ruolo, da lui definita teoria della spugna.
Levinson ritiene che il ruolo includa una dimensione psicologica e una sociale ed
individua tre differenti maniere per intendere il ruolo:
1. pressione: es. studente sottoposto alla pressione delle aspettative che lo vorrebbero
studioso;
2. concezione: lo studente ritiene che non sia giusto studiare tanto;
3. realizzazione: di fatto non studia.

Per tutti e 3 gli aspetti sono rilevanti anche le caratteristiche del soggetto e le qualità
(es. uomo o donna).

In una concezione interazionista l’attenzione non può focalizzarsi esclusivamente sul


comportamento poiché allo stesso comportamento possono essere attribuiti significati
diversi.
Ad esempio, studio così i miei genitori non mi stressano, perché mi interessa davvero
quell’ambito ecc.
Secondo l’interazionismo non è possibile individuare i ruoli a priori esclusivamente in
relazione alle qualità o alle funzioni espletate.
Il concetto di ruolo non può prescindere da quello di atteggiamento, esso può essere
considerato la carica a favore o contro un aspetto della realtà.
Ogni individuo, in quanto inserito in una rete, occupa numerosi status e quindi gioca
numerosi ruoli che non vengono svolti gli uni separatamente dagli altri.
Rilevanti sono i simboli identificatori che mettono in luce lo specifico ruolo che abbiamo
assunto.
Invece, se si intende non essere riconosciuti per il ruolo svolto, si ha bisogno di impiegare
dei disidentificatori. (ad esempio, un poliziotto che si camuffa in mezzo ad un corteo per
individuare facinorosi)

Il funzionalista Merton parlava di role-set come insieme di ruoli giocati da uno stesso
individuo, e di conflitto di ruolo.

Anche gli interazionisti usano il concetto di conflitto di ruolo, in particolare di conflitto inter-
ruolo (role conflict) nel senso che le aspettative relative a una posizione di status entrano in
conflitto con quelle di un’altra posizione di status.
Ad esempio, il ruolo di lavoratrice chiederebbe di fermarsi fino a tardi in ufficio per terminare
un lavoro mentre quello di madre spingerebbe a tornare a casa presto.
Il conflitto intra-ruolo è quello in cui confliggono settori di uno stesso ruolo facendo
emergere aspettative opposte all’interno della stessa posizione di status.

Se un ruolo diventa eccessivamente dominante rispetto agli altri, l’impoverimento a livello


espressivo può andare a suo discapito.
Ad esempio, uno scrittore può essere talmente concentrato sulla scrittura da precludersi
esperienze di vita arricchenti a discapito del suo stesso lavoro.
Più il ruolo professionale si colloca agli estremi della scala sociale, sia in basso che in alto,
più gli altri tendono ad identificarsi con esso.

All’interno dell’interazionismo abbiamo le due posizioni di Stryker e Turner.


● Secondo Turner non tutti i ruoli assunti rivestono la stessa importanza.
Più il ruolo professionale è considerato prestigioso più gli individui tendono ad
identificarsi con esso, mentre questo non vale per i ruoli socialmente
designati.
● Invece Stryker sostiene che i ruoli di un individuo portano a categorizzare gli
altri e se stessi per definire una situazione e per comportarsi in un certo modo
al suo interno.
Questo comportamento riflessivo costituisce il sé di una persona.
Per lui il ruolo è un atto anticipatorio tra persone in cui un individuo organizza
una definizione delle attitudini e future risposte degli altri.

CAP. 3° - CAPPELLI O SERPENTI, MULINI A VENTO E BRECCE


La meraviglia si manifesta quando un’esperienza entra in conflitto con un mondo di
concetti già stabile in noi.
Ogni talvolta sperimentiamo in modo aspro ed intenso un simile conflitto, il nostro mondo
intellettuale interagisce in modo decisivo.
Negli anni tra 1800 e 1900 viene messa in discussione la capacità della scienza di produrre
leggi universali e assolute: non si tratta più di trovare la corretta corrispondenza tra la realtà
esterna e il punto di vista di chi osserva, ma di dare interpretazioni guidate da un principio di
congruenza tra l’osservatore e ciò che èstato osservato.
Entra in crisi l’idea di una realtà esterna di cui si debba cogliere il funzionamento e le leggi
che le regolano.
Di fronte al medesimo oggetto diversi soggetti vi attribuiscono diversi significati.
Attraverso l’interazione e la comunicazione, gli individui attribuiscono a determinati oggetti,
esperienze, relazioni lo statuto di realtà; è tramite il comune accordo sul senso da dare alle
nostre esperienze che queste vengono percepite come reali → concetto di “senso comune”.

Il senso che attribuiamo alle nostre esperienze non è una caratteristica intrinseca
dell’azione, ma il risultato di un processo soggettivo.

Per capire la natura di questo processo è necessario fare riferimento a Bergson, il


quale concepiva la coscienza come un fiume, un continuo fluttuare di esperienze
senza connessione tra loro, senza logica e senza successione cronologica.

La “durée” è il tempo della durata, in cui non sono possibili distinzioni e specificazioni (es.
cinepresa accesa e lasciata ferma senza mettere a fuoco); la nostra coscienza è il luogo in
cui le esperienze si accavallano e dove non esistono punti di separazione, non ci sono né
prima né dopo.
C'è però un'altra dimensione, quella del “tempo spazializzato" che ci permette di
mettere a fuoco la cinepresa, di organizzare e separare le esperienze vissute: è la
dimensione della riflessione e della concettualizzazione.
Proprio come nell'attività del montatore che dopo ore di girato vengono distinte scene ed
episodi separati e organizzati secondo il punto di vista che il regista vuole esprimere.

Il senso che diamo alle nostre esperienze è sempre successivo al momento in cui ne
facciamo esperienza; è frutto di una riflessione, di un’operazione della mente che ferma il
flusso di coscienza e sceglie un istante piuttosto che un altro.

Husserl fornisce una spiegazione del modo in cui facciamo esperienza di un oggetto
attraverso 2 meccanismi:
● ritenzione: in cui la coscienza soggettiva percepisce l’azione che compie in termini
di unità, come un fluire presente
● riproduzione: in cui si ricrea il tempo vissuto e lo si interpreta e quindi
necessariamente lo si trasforma. L’azione dotata di senso si rivolge al futuro ma
rimane collegata al passato.

L’agire secondo un progetto comprende la dimensione della consapevolezza e della


volontarietà.
A volte un semplice evento, un ricordo mette in discussione il significato delle nostre azioni
precedenti.
Schutz
L’ipotesi di Schutz è che il senso non sia una caratteristica intrinseca dell’azione che
scegliamo di compiere; è il soggetto che in base alle sue esperienze lo interpreta
attribuendovi un senso.
Il “sistema di rilevanze” rappresenta il sistema di connessioni che stabilisce relazioni
significative tra determinate esperienze nell’ambito del flusso indistinto del nostro
vissuto.
Il senso dell’azione deriva perciò dal sistema di rilevanze individuale di chi compie l’azione.

Schutz formula tali teorie a partire dalla teoria dell’azione sociale di Max Weber che
definisce:
● “agire”: un atteggiamento umano se e in quanto chi agisce congiunge ad esso un
senso soggettivo.
● “agire sociale”: un agire riferito all’atteggiamento degli altri individui e orientato nel
suo corso in base a questo.
Può essere determinato: in modo razionale rispetto allo scopo; in modo razionale rispetto al
valore etico, estetico, religioso ecc. di un comportamento; affettivamente; tradizionalmente
(da un’abitudine acquisita);
● “azione sociale” implica che il senso di un’azione intenzionalmente soggettiva venga
rivolto ad altri individui; è quindi distinta dal semplice “agire” che si ha invece quando
un individuo agisce intenzionalmente attribuendovi un senso senza riferirsi ad altri.

Alcune azioni sono frutto di una semplice reazione a un ‘azione altrui e quindi non
dotate di senso progettuale → definite “comportamenti”.

In conclusione, possiamo dire che il significato non è una caratteristica intrinseca


dell’oggetto, dell’esperienza dell’azione che compiamo ma è frutto della relazione del
soggetto con quell’oggetto determinata anche dal tempo e dallo spazio in cui il
soggetto si trova.

Il “senso inteso” è soggettivo, è diverso per chi compie l’azione e per colui a cui
questa azione è rivolta.
È legato all’auto-interpretazione ad opera del soggetto dei vissuti; è per essenza
inaccessibile a ogni tu, perché si costituisce solo all’interno del corso di coscienza di un
io.

“Atteggiamento naturale ingenuo”: assunzione profonda che il mondo c'è e che io lo


vedo come lo vedono tutti gli altri.
Evitiamo di chiederci continuamente se la realtà è davvero così come sembra e in
questo modo evitiamo di renderla problematica.
→ Esercitiamo quella che Scuthz chiama “Epochè”: sospensione del dubbio che la
realtà possa essere diversa da come la percepiamo; è resa possibile da un insieme di
conoscenze condivise che costruiamo nell’interazione con gli altri.

Schutz individua 3 presupposti attraverso cui possiamo cogliere il senso delle azioni
altrui:
1. tesi dell’esistenza di alter: consiste nell’assunzione che gli altri individui esistono e
fanno esperienza della realtà di cui anche io faccio esperienza

2. tesi della reciprocitàdelle prospettive: dare per scontato che altri con cui condivido
la realtà, la percepiscano come la percepisco io, pertanto, il punto di vista mio e di
alter è interscambiabile anche se non sarà mai possibile la completa identificazione
tra io e alter a causa delle diverse esperienze vissute;

3. tesi della congruenza dei sistemi di rilevanza: consideriamo irrilevanti le


differenze tra ego e alter e capiamo che i due ritengano significativi i medesimi
aspetti dell’interazione.

Per quanto il senso dell'agire di alter rimanga irraggiungibile, è possibile che ego lo
comprenda sulla base delle sue esperienze precedenti.
L’interazione è il punto di partenza per la conoscenza del mondo comune.
È solo in essa che possiamo cogliere il senso che alter attribuisce alla realtà circostante.
Alter attribuisce il senso all’azione e lo comunica a ego, che ego a sua volta sarà in
grado di interpretarlo e comprenderlo.
L’uso di “glosse” rappresenta il modo in cui una parte o un elemento della realtà viene
considerata come indicante una realtà più ampia di cui non facciamo direttamente
esperienza.

Schutz definisce 3 tipi di espressioni che permettono ad alter di manifestare il senso


del suo vissuto:
1. marchi: consistono in puri espedienti mnemonici grazie ai quali attraverso un
elemento presente vengono richiamati elementi assenti ad esso relativi
2. segni: attraverso i quali si creano le connessioni significative che legano un
elemento esterno, a un elemento che appartiene al vissuto di coscienza
3. simboli: attraverso cui si mettono in contatto elementi della realtà circostante con
elementi che appartengono a realtà che non è possibile cogliere attraverso i sensi
(es. simboli religiosi)

Il “mondo ambiente” è il tempo e lo spazio della vita quotidiana, all’interno del quale
possiamo avere la certezza dell’esistenza fisica dell’altro (tesi dell’esistenza di alter) e
del fatto che egli vede il mondo come lo vediamo noi (tesi della reciprocitàdelle
prospettive).

È solo nel mondo ambiente che si può verificare la validità delle due tesi perché è solo qua
che ego fa esperienza di alter.

Nel mondo ambiente attraverso le relazioni con i diversi alter, ego accumula una serie
di esperienze concettuali che utilizzerà per relazionarsi a coloro che appartengono al
medesimo contesto, cioè al "Mitwelt".

Attraverso le tipizzazioni è possibile anche comprendere e relazionarsi al mondo dei


predecessori (Folgwelt) e dei successori (Vorwelt).
Una tipizzazione abbastanza comune è quella secondo la quale un tempo gli individui
attribuivano un valore e un senso più profondo alle unioni matrimoniali.
“Mondo della vita quotidiana”: indica il mondo intersoggettivo che esisteva da molto
prima della nostra nascita, percepito e interpretato dagli altri come un mondo
organizzato.

Ogni interpretazione di tale mondo è basata su un insieme di previe esperienze di esso,


sulle nostre stesse esperienze e su quelle che abbiamo ereditato da genitori e insegnanti, le
quali funzionano come schema di riferimento.

È in tale ambito che noi facciamo costante riferimento a un fondo comune di conoscenze
che condividiamo con tutti gli individui.

Schutz riprende il concetto di “mondo della vita quotidiana” da Husserl il quale


considera la “Lebenswert” l’ambito delle certezze famigliari, collaudate e ritenute
incondizionatamente valide.

HUSSERL
La posizione di Husserl mira a ridimensionare la pretesa della scienza di fornire l’unico
metodo di comprensione della realtà.
Ritiene che l’unico metodo di comprensione della realtà è la conoscenza scientifica.
Egli, dunque, subordina la scienza al mondo pre-scientifico della vita.
Riportare l’interesse al mondo della vita significa prendere in considerazione la realtà così
come viene percepita nella dimensione soggettiva prescientifica.

Egli ritiene che il modo per raggiungere una conoscenza che trascenda le diverse
elaborazioni teoriche sia ritornare alla coscienza individuale, che è possibile esercitando
l’operazione l’epoché fenomenologica.

Il termine epoché
- per Schutz è la sospensione del dubbio nell’esercizio delle nostre
attivitàquotidiane
- per Husserl indica l’operazione inversa ossia la messa tra parentesi di ogni
conoscenza anche scientifica

→ Husserl cerca quindi di ridimensionare il ruolo della scienza, e sostiene che le


interpretazioni della realtà da essa formulate costituiscono solo una delle possibili
attribuzioni di significato che le persone possono creare.
L’interpretazione scientifica è soggetta alle stesse limitazioni del senso comune.

Infine, Husserl, sostiene che la vita sociale in cui viviamo non si pone come già data ma è
frutto degli atti intenzionali delle nostre coscienze.
Per lui, dunque, la società si forma a partire dalla coscienza intenzionale del soggetto che fa
esperienza dell’estraneità del mondo o dell’altro.

La percezione dell’altro è frutto della mia percezione sensoriale immediata:


io percepisco l’altro non solo come altro da me ma anche come soggetto che ha le mie
stesse capacità di costituzione di senso della realtà che lo circonda.
Questo avviene secondo lui attraverso una sorta di empatia e così ci avviciniamo
all’interazionismo simbolico secondo cui la percezione dell’altro avviene sempre a
partire dalla percezione di noi stessi.

La scoperta dell’esistenza di alter però non implica socialità, il noi è in successivo e


conseguente.
La società risulta come una delle possibili realizzazioni dell'inter-soggettività fondata
sul fatto che una serie di individui percepisce la realtà esterna e la comunica con gli
altri come un “noi”.

Dunque, secondo Husserl, anche l’interpretazione scientifica è soggetta alle stesse


limitazioni che caratterizzano il senso comune utilizzato dalle persone della vita quotidiana.

Rispetto a ciò la posizione di Schutz è diversa.


A suo avviso, se per fini pratici della vita quotidiana possiamo assumere che ci sia identità di
sensi tra soggetti che interagiscono al contrario, l’osservatore esterno cioè lo scienziato non
può dare per scontata questa identità.
Quindi il suo scopo è quello di chiedersi come si costruisce il significato dell’azione e lo fa
indagando nelle nostre interazioni ordinarie.

Mentre il filosofo ha il compito di cogliere la realtà ontologica delle cose, al sociologo


interessa il modo in cui la percezione della realtà viene strutturata socialmente.
Il compito del sociologo sarebbe indagare sul funzionamento dell'intersoggettività della
Lebenswelt dalla quale si origina l’accumulazione della conoscenza che rende possibile lo
sviluppo dei saperi esperti.
Tuttavia, l’osservatore può fare questo solo se non coinvolto nella situazione osservata.

Egli costruisce dunque delle generalizzazioni su ciò che le persone comuni fanno nelle
routine della loro esistenza quotidiana.
Alla base, la convinzione che la scienza e il mondo della vita quotidiana siano 2 sfere
dell’esistenza distinte e che per passare dall’una all’altra serva un “adeguamento di
coscienza”.

Schutz immagina le sfere della scienza e quella della vita come separate e ritiene che lo
scienziato sociale esca dal mondo della vita ed entra in quello della contemplazione
scientifica per studiare la Lebenswelt in qualitàdi osservatore esterno.
Secondo lui noi crediamo reale tutto ciò che viene percepito dai nostri sensi in modo
non contraddittorio, e nel caso in cui un avvenimento metta in discussione tutto ciò che
consideravamo reale fino ad ora facciamo la scelta di credere reale ciò che abbiamo
scelto.
Possiamo affermare l’esistenza di realtà differenti a seconda di quella in cui scegliamo di
credere di volta in volta.
A partire da questa idea delle realtàmultiple, Schutz formula la teoria delle PROVINCE DI
SIGNIFICATO, ossia sui vari modi di cui possiamo fare esperienza, in ognuno dei quali
interpretiamo la realtà in base a uno specifico sistema di rilevanze.
Tra le realtà multiple, quella della vita quotidiana costituisce la provincia più importante
perché in essa passiamo la maggior parte del nostro tempo e perché in essa viene
riconfermato il senso comune che tiene in piedi la società.
Solo quando facciamo esperienze che interrompono il nostro vissuto ordinario (traumi
o choc) riusciamo a vedere ciò che fino a quel momento davamo per scontato e a
concepire la possibilità di ricorrere a interpretazioni, significati e pratiche diverse da quelle
che prima consideravamo ovvie.

Secondo Schutz, anche per entrare nel mondo del sogno o in quello del gioco, della
contemplazione artistica ecc. dobbiamo operare un salto, uno choc che ci permette di uscire
dal mondo della vita quotidiana e immergersi in una delle altre province di significato.

Per rendere più chiaro il concetto di creazione di realtà multiple si può fare riferimento al Don
Chisciotte in cui i due personaggi pur condividendo le stesse esperienze, ne attribuiscono
significati completamente diversi.
Ad es D Q vede castelli, armate, e giganti mentre il suo compagno vede osterie, greggi.
D Q fa riferimento a un preciso sotto universo fantastico letto in chiave cavalleresca che lui
considera reale nonostante le diverse esperienze contraddittorie.

Il concetto di province finite di significato rappresenta una scelta analitica: non possiamo non
sapere che le nostre esperienze sono in qualche modo interconnesse → “salto della
coscienza” o “choc”.

Esistono approcci teorici che propongono una visione della vita quotidiana diversa da quella
di Schutz e mostrano come le province non siano poi così finite (nel senso di “altre”).
L’Etnometodologia è uno di questi, come pure la teoria della costruzione sociale della
realtà.
Etnometodologia: sfida la tradizionale divisione che riteneva ingenue le pratiche messe
in atto dalla gente comune e invece razionali e scientifiche quelle poste in essere
dagli studiosi.
Il suo merito è aver messo in luce che gli scienziati, nel formulare ricerche e analisi, si
confrontano con gli stessi limiti con cui fanno i conti le persone comuni nella vita
quotidiana e che nell’aggirare tali limiti ricorrono a procedure analoghe a quelle che usiamo
nella vita di tutti i giorni.
Gli etnometodologi mostrano che nella vita quotidiana agiamo in maniera pragmatica per
ridurre la complessità evitando di porci domande che finirebbero per inibire l’azione stessa;
anche gli scienziati non possono cercare di evitare di complicarsi la vita in questo modo.
L’etnometodologia pone il problema della verità come pratica, come attività pragmatica,
creativa e locale.
Nel produrre le proprie interpretazioni anche gli scienziati devono rendere conto ad un
determinato sistema di riferimento.

Per capire in che senso l'etnometodologia contesti la concezione schutziana della scienza
occorre ricorrere ad un esempio.
Candidamera: riprende qualcuno che viene filmato mentre si trova alle prese con un evento
insolito che mette in crisi il senso di normalità solitamente attribuito agli eventi quotidiani.
Le persone che si trovano di fronte a una situazione insolita cercano in vari modi di non
scomporsi, come nel caso della candid camera → operazione di “costruzione della
normalità”, le persone che si trovano di fronte ad una situazione insolita cercano in vari modi
di non scomposi, di fare come se niente fosse, come se tutto fosse normale
→ di questo si occupa l’etnometodologia: di osservare i metodi che le persone usano nel
quotidiano per interpretare la realtà secondo il senso comune e agire in base ad esso per
mantenere l’impressione di vivere in un mondo ordinato, prevedibile.
Si tratta dunque di studiare tali metodi in modo etnografico cioè di osservarli nel contesto in
cui vengono effettivamente messi in atto.
Possiamo definire l’etnometodologia come lo studio del ragionamento pratico di senso
comune.
La prospettiva etnometodologica indaga le pratiche attraverso cui riportiamo le nostre
esperienze soggettive a tale senso comune.

Dunque, se la fenomenologia ci dice che interpretiamo il mondo secondo il senso comune,


l’etnometodologia ci dice come costruiamo tali interpretazioni attraverso le nostre azioni.
Secondo gli etno met quando succede qualcosa di anormale che mette in discussione il
“dato per scontato” , le persone tendono ad escogitare interpretazioni che dimostrano
qualche ordine sottostante, interpretazioni che rendono chiaro a loro stessi e agli altri che
quando stanno sperimentando ècomprensibile ed in linea con le regole attribuite a quella
situazione concreta.
Dunque, il fatto di non bloccarsi realizza questo ristabilimento dell’ordine e della normalità.

GARFINKEL:
parte dai concetti della sociologia fenomenologica di Schutz.
La base da cui parte è la costruzione soggettiva della realtà che attraverso l’interazione si
configura in un sistema di conoscenze condiviso a cui gli individui fanno riferimento.

Egli crede che per gli scopi pratici delle interazioni quotidiane gli individui ripongono una
sorta fiducia nel fatto che ego e alter interpretino la realtà circostante.

Elabora i “breaking experiments” cioè ausili per una immaginazione pigra che
consistono nel creare delle situazioni che mettano in discussione il normale
andamento delle interazioni quotidiane e nell’osservare il tipo di reazioni che ciò
suscita nelle persone coinvolte.
Il presupposto di questi esperimenti consiste nel rovesciamento del normale atteggiamento
analitico nelle scienze sociali.
La tecnica del breaking experiments, a partire dalla stabilità, ricerca quali elementi possono
incrinarla in modo da rivelare come questa sia mantenuta nella normalità.

Un esempio di esperimento è quello nel quale, a casa nostra, ci comportiamo come ospiti
ben educati pertanto chiedendo permesso prima di entrare, di andare in bagno ecc.
I familiari sono dapprima stupiti, poi infastiditi e infine parecchio irritati.
Ciò che infastidiva i familiari non era l’infrazione di norme relative alla buona educazione
quanto piuttosto la rottura del senso di normalità che tali comportamenti causavano alle
routine familiari.
Le reazioni delle vittime dei breaking experiments esprimono turbamento, nervosismo,
ansia, irritazione.
Queste provocazioni permettono di osservare il funzionamento delle procedure del
ragionamento di senso comune.
Prima di vedere in cosa consistono tali procedure occorre analizzare le caratteristiche
fondamentali di tale ragionamento di senso comune:
1. indicalità
2. riflessività.

Accountability: concetto elaborato da Garfinkel, come caratteristica intrinseca delle


pratiche di spiegazione.
Le procedure cioè con cui spieghiamo le nostre azioni sono esse stesse delle azioni, e in
quanto tali sono osservabili e riferibili.
Parte di ciò che facciamo nelle nostre attività consiste proprio nel rendere ordinarie
tali attività ossia nel renderle socialmente riconoscibili e accettabili (e dunque
identificabili come normali).

Gli accounts che gli individui producono hanno 2 caratteristiche intrinseche, grazie alle quali
riusciamo ad orientare le nostre azioni e a dare senso alla realtà sociale.
● indicalità: chiama in causa il carattere contestuale dell’azione e del significato (es.
quando si parla si dice spesso “lui” o “lei”, ma hanno senso solo se si indica la
persona o cosa di cui si parla!) → sono forme linguistiche sintetiche, il loro
significato viene dato per scontato nel corso dell’interazione e non serve spiegarle
perchési intendono fondate su una reciproca comprensione che dipende dal contesto
di interazione.
L'indicalità degli account è, dunque, la caratteristica di contenere elementi che si
riferiscono a qualcos’altro, ma che non hanno bisogno di spiegazioni ulteriori tra gli
interlocutori, poiché essi sanno che si capiscono anche senza esplicitare tutti i
significati.

● riflessibilità: in senso etnometodologico, indica la caratteristica degli account di


contenere elementi che si riferiscono a qualcos’altro di più generale la cui
comprensione è data per scontata dagli interagenti.
È la ripresa del termine schutziano di glosse, e si riferisce alla circolarità che lega
particolare e generale.
A differenza degli interazionisti simbolici, che parlano di riflessività come di una
proprietà degli attori, gli etnometodologi usano questo termine per sottolineare una
caratteristica delle azioni stesse ossia il fatto che esse vengono realizzate in maniera
tale da apparire riconoscibili e comprensibili perché riconducibili a una più ampia
organizzazione di attività.
Sono due posizioni rivali ma l’una è in grado di focalizzarsi su cosa sfugge all’altra.
Dobbiamo costantemente rendere accountable le nostre pratiche cioè dimostrare che
esse sono normali, aderendo a determinate procedure di comportamento cioè
agendo in modo da non sollevare dubbi e dimostrare di essere parte di una certa
comunità morale.

Nei breaching experiments dobbiamo fare riferimento ad uno sfondo di cose, oggetti, eventi,
concetti che inizialmente erano dette implicite.

La riflessività degli etno indica quella caratteristica degli account di contenere elementi che
si riferiscono a qualcos'altro di più generale, come espressioni di senso comune.
In questa accezione la riflessività si riferisce alla circolarità che lega il particolare e il
generale, ossia il fatto che interpretiamo ogni evento o fenomeno come un caso di qualcosa
di più generale.
Ad esempio
→ non incontriamo mai l'università, ma solo lezioni, esami, aule ecc.
Quando entriamo all'università, ci sediamo di fronte ad una persona per rispondere a delle
domande e le porgiamo il libretto: è evidente che stiamo sostenendo un esame universitario,
e non occorre spiegarlo a parole.

Appunto gli etnometodologi ci spiegano che le azioni di fondo si spiegano da sole e


questa loro “spiegabilità” è dovuta proprio al fatto che esse partecipano a una
organizzazione di attività.

In sintesi, la circolarità caratterizza anche il modo in cui da un lato siamo costantemente


impegnati a riprodurre l'ordinarietà del mondo e dall’altro nascondiamo a noi stessi il fatto
che lo stiamo facendo.

Gli studi etnometodologici mirano ad osservare le procedure tramite le quali si fa si che gli
eventi di cui facciamo esperienza ci appaiano normali.
Per attribuire questo carattere di ordinarietà dobbiamo evitare di chiederci cosa c'è dietro a
tutto ciò che, in base al senso comune, ci appare ovvio.

Possiamo individuare almeno 3 procedure:


1. applicare l’assunto et cetera: in ogni nostra espressione lasciamo intendere che
potremmo offrire ulteriori chiarimenti su una serie di elementi che lasciamo impliciti
con l’etc.(ad esempio quando chiedi a qualcuno come stai? Non ci aspettiamo che ci
domandi in che senso? Ecc ) : l'ordinarietà della nostra vita sociale si basa sulla
reciproca cooperazione perché l’etc. possa rispondere alle attese implicite nascoste
dietro al non detto.
Se l’interlocutore non coopera, l’etc. non funziona;
talvolta ci accade di fingere di ignorare il dato per scontato allo scopo di prendere in
giro l’altro o metterlo in imbarazzo o sfidarlo;

2. attendere chiarificazioni: succede talvolta che in un discorso, di fronte a parti che ci


paiono poco sensate o strane, ne rimandiamo l’interpretazione sperando che ciò che
viene detto dopo ci aiuti a capire; ma se questo non accade, le parti incomprese
vengono considerate irrilevanti e ignorate (ma questo accade proprio come ultima
risorsa);
noi attribuiamo dei significati provvisori a situazioni insolite ed attendiamo che
elementi successivi ci chiariscano ulteriormente tale significato e che ci permettano
di sostituirlo con uno più adeguato.

3. dare spiegazioni: quando ci troviamo a dare scuse, spiegazioni o giustificazioni per


un nostro comportamento, in genere è perché abbiamo disatteso alcune aspettative
che gli altri avevano nei nostri confronti.
Ad esempio dire “mi stavo solo vendicando” oppure “stavo solo scherzando” “ l’ho
fatto per prenderti in giro ecc”.
Ma non sempre questi rituali di riparazione permettono al trasgressore di recuperare
la faccia; le reazioni suscitate variano a seconda che le chiarificazioni vengano
considerate ammissioni di colpa, giustificazioni accettabili o scuse.
Tuttavia, ciò che viene riparato è il senso di realtà dell'interlocutore, il quale può
attribuire un significato all’evento imprevisto e farlo rientrare nell’ordine normale delle
cose. L’importante non è tanto che la giustificazione sia accettabile, quanto che a
quell’evento sia attribuito un significato, triste o spaventoso è sempre preferibile alla
sua assenza. Scuse, giustificazioni, spiegazioni svolgono funzione omeostatica cioè
permettono al sistema di trovare un nuovo adattamento e ristabilire l’equilibrio a
fronte del cambiamento introdotto dal comportamento per il quale vengono date le
spiegazioni.

L’etnometodologia ci mostra come il nostro stile di ragionamento pratico abbia come


obiettivo principale quello di non complicarci la vita ossia percepire come ordinaria e
prevedibile una realtà che non lo è.
Il nostro stile di ragionamento pratico non si basa su una razionalità profonda e complessa
ma mira a semplificare le interpretazioni della realtà.
Questo ci suggerisce che il modo in cui stiamo nel mondo e nelle relazioni sociali, risente dei
nostri limiti cognitivi e che ha a che fare solo in parte con la razionalità.

Quando la rottura di tali routine è attribuibile al comportamento di qualcuno, nei confronti di


questo viene riversata rabbia, come la rabbia riversata dai membri di un gruppo a coloro
che, mancando di rispetto ai simboli collettivi, minacciano la stabilità del legame sociale.

Perché l'alfabeto è in quell’ordine? Perché è stato deciso arbitrariamente in maniera


convenzionale.
Gli esseri umani, attraverso un accordo intersoggettivo, hanno adottato quel tipo di
successioni per le lettere.
L’ordine alfabetico non lo abbiamo inventato noi, lo abbiamo trovato nel mondo in cui siamo
nati e cresciuti e lo abbiamo interiorizzato; tuttavia, se nessuno usasse più quell’ordine, esso
cesserebbe di esistere; pertanto, esso resta in vita solo perchédi uso corrente.

La realtà quotidiana allo stesso modo è un sistema costruito socialmente che le persone
esperiscono al tempo stesso come oggettivamente fattuale e soggettivamente significante.

BERGER E LUCKMANN
La costruzione sociale della realtà, secondo Berger e Luckmann, avviene attraverso
3 processi in costante relazione dialettica tra loro:

1. esteriorizzazione: è il processo con cui la realtà sociale viene creata e ricreata


tramite l’azione dei soggetti; da un lato le persone sono in grado di creare una nuova
realtà sociale (una relazione di coppia, un’associazione di volontariato ecc) dall’altro
con la loro azione continuano a riprodurla e la mantengono così in vita.
Quella realtà non esisterebbe se non fosse stata creata dall’azione umana e
smetterebbe di esistere se non venisse da questa costantemente riprodotta;
2. oggettivazione: è il processo con cui la realtà sociale nata dall’azione umana
assume una propria autonomia retroagendo sulle persone e imponendo loro vincoli e
richieste (es. il rapporto di coppia richiede che si dedichi tempo e amore all’altro,
l’attivitàimprenditoriale mi impone di pagare i dipendenti ecc)
→ la coppia diventa entità autonoma rispetto alla quale gli altri devono rapportarsi,
ciò vale sia per i 2 partners che per i terzi che vengono a contatto con la coppia;

3. interiorizzazione: è il processo con cui facciamo nostre le realtà create e ricreate


socialmente con l’esteriorizzazione e divenute parzialmente autonome con
l’oggettivazione; ciò avviene innanzitutto tramite il processo di socializzazione, in cui
apprendiamo gli elementi che compongono il mondo sociale nel quale siamo nati e
cresciamo. È un processo di abitualizzazione, di routinizzazione delle attività
quotidiane.

Per i due studiosi Berger e Luckmann il passaggio chiave nella costruzione sociale della
realtà è il concetto di istituzionalizzazione che consiste nella tipizzazione reciproca di
azioni consuetudinarie da parte di gruppi di esecutori.

Gli autori parlano di gruppi di esecutori perché per loro non bastano due soli individui che
diano forma ad una relazione per avere un'istituzione.
Due persone che cominciano una relazione sono libere di organizzarla come vogliono, ma
prima o poi avvertiranno una certa pressione ad adattarla in relazione ai modelli sociali già
esistenti.
Tuttavia, all’inizio siamo in presenza di un’istituzione allo stato nascente che rimane
oggettiva fin quando le persone che l’hanno creata continuano a mantenerla in vita.
La sua oggettività è perciò fragile e soggetta a mutamento.

L’istituzionalizzazione ha dunque a che fare con il trasferimento di una determinata realtà


sociale alle generazioni successive.
Poiché queste non condividono la memoria biografica dell’atto creativo originario che ha
dato vita a tale realtà, essi la percepiscono come oggettiva.

Es:
Un uomo che dal nulla costruisce un’impresa, anche quando l’impresa diventerà
grandissima si ricorderà degli sforzi fatti e non darà per scontato che la sua azienda stia in
piedi da sola, mentre i suoi figli invece che la trovano già alla nascita, la percepiranno in
modo diverso.
Più banalmente non è sempre stato ovvio che agli incroci stradali ci si fermi col rosso e si
passi col verde.

Il tentativo di Berger e Luckmann è quello di mantenere insieme la dimensione


soggettiva ed oggettiva dell’ordine sociale.
La società è un prodotto umano; la società è una realtà soggettiva; l’uomo è un
prodotto sociale.

La frase di Berger e Luckmann evoca le potenzialità creative delle persone in quanto


generatrici di novità.
In verità gli studiosi sembrano riferirsi non tanto alla creazione ex novo di realtà sociali
quanto alla costante azione di riproduzione dell’ordine istituzionale esistente.

Il pensiero dei due autori risulterebbe più chiaro se i 3 concetti venissero posti
nell’ordine: interiorizzazione, esteriorizzazione, oggettivazione.
Essi sostengono che non si tratta di 3 momenti distinti e successivi, ma di 3
dinamiche simultanee e interrelate.

Poiché ogni persona subentra in un mondo in cui già altri vivono, il processo di
socializzazione la costringe ad adattare la propria soggettività all'ordine costituito che le è
preesistente e le viene presentato come oggettivo.
Ci sono comunque sempre elementi di realtà soggettiva che non derivano dalla
socializzazione come ad es. la consapevolezza del proprio corpo.
La vita sociale dipende dalla continua sottomissione della resistenza di origine biologica
nell’individuo.
La questione cruciale diventa quella della legittimazione dell’ordine sociale agli occhi dei
suoi membri in modo che non si rifiutino di adeguarsi ad esso.
Mentre chi ha creato ex novo un elemento della realtà sociale conserva la memoria
biografica dei motivi e delle scelte che hanno giustificato tale creazione, coloro che
interiorizzano tale elemento nella socializzazione hanno bisogno di una qualche
formulazione che spieghi loro perché devono far propria quella realtà.

→ Un 1° elemento di trasmissione intergenerazionale dell’ordine sociale è costituito dal


linguaggio.
→ Un 2° elemento è costituito dai ruoli sociali che rappresentano l’ordine istituzionale
riaffermando.

I processi e i meccanismi di legittimazione sono una sorta di meta istituzioni che consentono
sia di integrare la totalità dell'ordine istituzionale sia di rendere significativa la totalità della
vita dell’individuo.

La legittimità dei significati sociali viene riprodotta su diversi livelli:


1. oggettivazioni linguistiche (le parole riproducono dei significati);
2. affermazioni teoretiche, ovvero teorie specifiche che intendono un sistema
istituzionale come corpo di conoscenze differenziate;
3. l’universo simbolico, il quadro generale entro il quale tutta l’esperienza umana
assume significato.

I portatori di definizione della realtà alternativa rispetto a quella ufficiale vengono considerati
come una minaccia e sottoposti a repressione.

I due autori mostrano che i processi di riproduzione sociale si basano su relazioni di


potere in quanto non dipendono da meccanismi automatici bensì dall’azione di attori
coalizzati che hanno il fine di mantenere la definizione ufficiale della realtà su cui
regge l’ordine costituito.
Più che interessarsi ai meccanismi di repressione i due si concentrano sui concetti usati
per legittimare tale repressione.
Processi di reificazione: alcune realtà istituzionali non vengono più percepite come prodotti
oggettivati dell'attività di esteriorizzazione umana, ma come se fossero fatti di natura, risultati
di leggi cosmiche o manifestazioni di volontà divina.

Nel modello di Berger e Luckmann il cambiamento sociale è possibile tanto quanto la


conservazione.

Le loro analisi mettono in luce le resistenze che i soggetti e i gruppi oppongono al


cambiamento evidenziandone 2 caratteristiche:
- il mantenimento dell’ordine risponde a un’esigenza di semplificazione della
complessitàe dell’ansia
- le coalizioni per il mantenimento del potere che si sviluppano in ogni sistema
sociale tendono ad alimentare la legittimità dello status quo.

La teoria della costruzione sociale della realtà ci permette di capire come l’ordine sociale
non esista di per sé ma solo in quanto esito dell’incessante processo con cui viene riprodotto
e modificato dall’interazione intersoggettiva.
La realtà che ci circonda acquista un senso a partire dalla relazione che instauriamo con
essa e con gli altri individui.

Attraverso l’interazione con gli altri apprendiamo, creiamo e attribuiamo continuamente


significato a ciò di cui facciamo esperienza quotidianamente.
È importante particolarmente il linguaggio: la vita sociale è soprattutto vita con e per mezzo
del linguaggio che condivido col mio prossimo.
Il linguaggio è il mezzo attraverso cui ego (la coscienza individuale) codifica ed esprime il
senso del suo agire verso e della relazione con alter o con i membri della società a cui
appartiene.
È ciò che ci permette di rendere il nostro flusso di coscienza accessibile agli altri con cui
interagiamo e in questo modo di condividere una comune appartenenza alla medesima
realtà.

La funzione di mediazione del linguaggio fa da medium tra la mente e il mondo.


Il linguaggio è però ambivalente.
La lingua è il sistema di regole che organizza i suoni e le parole secondo regole
precise, mentre la parola è l’espressione individuale che noi scegliamo di usare ogni
volta che dobbiamo descrivere uno stato d’animo o una particolare situazione.

Nell’enunciazione, modalità di espressione che si riferisce a scopi ben precisi e soggettivi,


ritroviamo la libertà di espressione che appartiene ad ognuno di noi.
Senza un codice condiviso non ci sarebbero le basi per potersi esprimere; quindi, se
possiamo farlo è solo grazie al carattere di determinatezza del linguaggio che permette alla
nostra vita quotidiana di scorrere tranquilla.
Secondo lo studioso Crespi, a fronte della libertà d'azione che acquistiamo grazie al
linguaggio, questo si rivela una specie di gabbia perché non permette di esprimere
l’esperienza immediata che facciamo del mondo e degli altri.
CAP. 4° - LA LINEA DELL’ARCO E LE PIETRE

Quando Colombo è arrivato in America ha tentato di rivolgersi agli indigeni come fa con la
natura → le sue certezze lo rendono incapace di comprendere i segni e le parole degli
indigeni e di dialogare con loro.
Egli si approccia agli altri umani come fa con la natura.
Egli considera la lingua come un dato naturale ed ha una concezione del linguaggio
considerata ingenua da Todorov, nella quale si radica la sua profonda incapacità a
comprendere la lingua.
Gli sfugge la dimensione dell’intersoggettività.

Quando Colombo dichiara davanti a tutti che egli prende in possesso l’isola a nome del re e
della regina di Spagna, e inizia a nominare tutto ciò che vede gli capita di nominare lo stesso
luogo due volte con nomi differenti.
Applica etichette e classifica: questa è la sua azione originaria nel contatto con l’altro.
Le certezze di Colombo lo rendono incapace di cogliere i segni e di ascoltare quindi di
comprendere l’altro e di dialogare.
Egli classifica qualcosa come giusto o sbagliato senza tener conto del significato simbolico
dei gesti.

Dall’altra parte, invece, Il re Montezuma tratta lo straniero come una divinità ed è oggetto di
discorso rituale e profetico più che suo destinatario.
Gli stranieri sono percepiti come elementi previsti ed attesi all’interno di un mondo
caratterizzato dalla circolarità del tempo.
Il re azteco raccoglie informazioni sugli stranieri ma evita lo scambio con loro.
In sintesi, l’uno guarda al mondo della natura, l’altro al mondo del divino ed entrambi
distolgono lo sguardo dall’umano, non prestano attenzione alla relazione tra umani.
___________

Cortès al contrario cerca di interpretare e comunicare con gli indigeni allo scopo di
sottometterli, riuscirà a dominare la situazione per mezzo della manipolazione e del controllo
delle informazioni, sollecitando l’identificazione con il divino.
Cortes vuole oltre alle ricchezze, la sottomissione del regno.

Il primo gesto che egli compie è quello di cercare un interprete ed è significativo.


Ha presente la dimensione umana e intersoggettiva della comunicazione ed è molto attento
alla raccolta di info come alla produzione di simboli.
Cortes vince tenendo presente il piano umano della comunicazione: grazie al possesso e al
controllo dei suoi segni.

Le vicende della conquista dell’America interpretate in questa chiave mostrano come il


contatto tra culture, mondi, dimensioni differenti sia innanzitutto un incontro tra differenti
sistemi di produzione di significato: Colombo usa il rapporto con la natura, Montezuma la
ripetizione della tradizione del discorso e Cortes la costruzione di simboli.
L’incontro tra mondi passa sempre in contatto con altre entità appartenenti a mondi diversi.
È quello che avviene nel film di Spielberg Incontri ravvicinati del terzo tipo in cui il contatto
tra esseri umani ed extraterrestri si concretizza come primo atto in un gesto di
comunicazione intersoggettiva che trascende o varca i confini e genera un terreno comune
attraverso una danza di gesti.
________________

L’approccio olistico condivide alcuni aspetti con quello sistemico, in particolare nell’ambito
della teoria generale dei sistemi.

Dopo la 2° guerra, si apre un periodo di forte tensione verso il cambiamento, le scienze,


l'ingegneria e la psicologia iniziano a fondere insieme le loro conoscenze.
L’approccio sistemico però non si organizza come una scuola di pensiero ordinata in maestri
ed allievi, e non ha un andamento lineare ed ordinato, ma piuttosto esplodono idee e
prospettive nuove che si fondono coi saperi già noti → metafora del vulcano in eruzione che
con la lava incandescente emerge, fonde, solidifica.
Dalla fusione vengono generate più teorie e prospettive d’analisi → parliamo quindi di teorie
dei sistemi.

Un sistema è un'unità, un insieme, una totalità di parti di natura differente che con una
qualche sorta di organizzazione sono in interazione tra loro ossia in relazione di
interdipendenza reciproca.

Ci sono state diverse interpretazioni del concetto di sistema:


● un complesso di elementi che stanno in interazione;
● una regione delimitata nel tempo e nello spazio,
● un insieme di parti connesse tra di loro in cui le varie componenti possono avere
natura differente ed essere materiali o ideali, organismi informazioni, emozioni ecc

Ogni realtà conosciuta, ogni evento o situazione può essere concepita come sistema.

Ad esempio, la relazione tra Colombo e gli indigeni costituisce un sistema, come pure quella
tra Montezuma e gli stranieri.
Il concetto di sistema diventa così una categoria, uno strumento utile per comprendere
gli aspetti relazionali e di interdipendenza dei processi sociali.

L’approccio sistemico consiste nella tendenza a considerare l’oggetto di studio come


un sistema ovvero una totalità in cui elementi che sono in relazione gli uni con gli altri
si influenzano reciprocamente.

E’ caratterizzato da 3 aspetti:
- l’obiettivo di Van Bertalanffy (colui che ha dato impulso all’approccio sistemico) è
trovare elementi comuni a tutte le scienze intese come sistemi di sapere, e
identificare dei principi fondamentali (cornici interpretative) comuni allo scopo di
comprendere l’esistenza umana come una totalità integrata → le teorie che si rifanno
ad una prospettiva sistemica condividono lo sforzo di fondere insieme prospettive
maturate in differenti tradizioni intellettuali.
Si puòdire che la prospettiva sistemica ha nei suoi fondamenti una tensione inter- o
trans-disciplinare che la rende al suo interno composita; in quest’ottica, la comunicazione è
vista non come dominio di un’unica forma di sapere, ma come un territorio dalle molteplici
sfaccettature che per essere compreso richiede il contributo di ambiti eterogenei come la
biologia, la sociologia, la fisica ecc
Un esempio è quando noi balbettiamo ciò che accade per il coinvolgimento di aspetti emotivi
che incidono su quelli cognitivi, manifestati a loro volta in situazioni con caratteristiche
specifiche.
Un altro esempio è il caso di Cortes che nel suo agire utilizza elmenti religiosi connessi ad
aspetti emotivi e che nella costruzione di simboli indirizza strategicamente l’uso della
violenza fisica.

- In secondo luogo, la prospettiva sistemica contribuisce a rendere centrale la


riflessione sulla comunicazione e sulle relazioni in quanto componenti costitutive del
sistema stesso → le differenti parti che compongono un sistema sono tenute unite da
relazioni di reciproca interdipendenza come l’arco che unisce le pietre del ponte; le
pietre comunicano tra loro attraverso spinte, forze, appoggi, sostegni reciproci e
nell’insieme creano la relazione dalla quale nasce l’arco.
L’approccio sistemico apre alla possibilità di guardare in modo peculiare alla relazione tra
soggetti entità o parti come sistema.

- In terzo luogo, la prospettiva sistemica si sforza di cogliere la dimensione strutturale


delle relazioni, cioè i modelli di interdipendenza che si creano nei rapporti e che,
ripetuti nel tempo, creano vincoli o opportunitàper i comportamenti dei soggetti
coinvolti nei contesti comunicativi.

È proprio nel concretizzare questi 3 aspetti che nell’ambito dell’approccio sistemico si


delineano diverse prospettive teoriche, in particolare 2 che si trovano ai due poli dell’asse
soggettività-istituzionalizzazione:

1. abbiamo le teorie caratterizzate da prospettiva intersoggettiva (Bateson, Morin,


Crozier):
• irriducibilitàdella soggettivitàumana ai vincoli sociali;
• le relazioni fra individui sono centrali nei processi di strutturazione dei rapporti
sociali;
• la dinamica comunicativa èriconosciuta come ambito di scambio fondante
l’organizzazione sociale;

2. teorie caratterizzate da prospettiva istituzionale (Parsons, Luhmann, Habermas):


essi privilegiano l’analisi dell’assetto sociale e dei vincoli istituzionali come elementi
dati, in cui un soggetto risulta interamente inscritto e può solo operare una scelta tra
opzioni stabilite a priori; la questione della soggettivitàviene meno.
Da questa prospettiva viene fuori una rapp di sistemi senza soggetti nei quali l’essere
umano si annichilisce, si dissolve e si disperde nelle strutture.

Per quanto riguarda la prospettiva intersoggettiva, apre interrogativi su cosa avvenga negli
incontri tra individui e guarda alla comunicazione interpersonale come a un campo (non
strutturato in partenza) risultato di un processo di strutturazione compiuto dai soggetti nel
corso dell’interazione.
E’ una prospettiva nella quale è necessario fare continuamente la spola tra aspetti soggettivi
e strutturali, non come dimensioni separate ma sempre in relazione tra loro e inscindibili →
PROSPETTIVA OLISTICA.

N.B. L’olismo è considerato da alcuni, un ripiegamento della realtà, una teoria


eccessivamente orientata verso l’astratto, in opposizione al riduzionismo caratterizzato
invece da eccessiva semplificazione.
In altre parole, è come se l’olismo e il riduzionismo corrispondessero a due vie di fughe:
l’una verso l’astratto e l’altra verso il fatto.

La prospettiva olistica come proposta da Bateson, parte invece dalla complessità


delle relazioni; l’olismo rappresenta una proprietà nel modo di agire e osservare che afferra
sia l’insieme delle relazioni che i modi della loro organizzazione.
La prospettiva olistica tiene conto sia dell’insieme, che delle parti e delle relazioni tra
esse.

Morin lo vede come approccio alla complessità cioè la considerazione che un tutto è
più della somma delle parti che lo costituiscono e che allo stesso tempo ciascun
elemento ha qualità che non si manifestano pienamente nel tutto: il tutto è meno della
somma delle sue parti.
Il concetto di sistema rappresenta per lui uno strumento analitico interpretativo che non
spiega quanto avviene nella comunicazione interpersonale ma fornisce una sorta di cassetta
per gli “attrezzi”.
L’es. del ponte: il ponte è nell'insieme più che un semplice ammontare di pietre che,
separate e buttate nel fiume non avrebbero creato un ponte; il ponte è meno del complesso
delle pietre, ciascuna infatti ha caratteristiche proprie.

Si può dire che l'organizzazione sistemica produce qualità o proprietà specifiche ignote a
partire dalle parti concepite isolatamente.
I presupposti della società sono individuabili in almeno 3 condizioni che sono anche
dei processi:
1. nell’ esistenza di un gruppo (il tutto) nel quale l’individuo partecipa e viene
socializzato, è il noi che costituisce la totalità.
2. unicità e contingenza dei soggetti, loro soggettività.
Infatti l’individuo non mostra le sue proprietà nel tutto ma parte delle sue qualità resta
inespressa.
3. tessuto sociale che nasce da processi nei quali gli aspetti strutturali conferiti dal tutto
e l’unicità dell’individuo si combinano insieme.
Ad esempio, nel corso di una lezione universitaria si costruisce un noi costituito dalla
relazione specifica tra il docente e lo studente.

Simmel disegna sempre un rapporto basato su soggetto e soggetto, lo spazio vuoto


per lui è il luogo dove si esprimono determinate relazioni.
Nella prospettiva adottata il sistema, quindi, non va considerato se ci riferiamo a quel tipo di
sistema oggettivo e impostato secondo bisogni e strutture satbili, ma in questo caso il
concetto di sistema rappresenta uno strumento analitico interpretativo utilizzato per
comprendere la complessitàdella realtà.

La prospettiva olistica evita i 2 slittamenti possibili:


- verso l’alto (nell’assumere la posizione di un dio)
- verso il basso (nel limitarsi alla meccanica mondana) per far propria invece la
possibilità di una comunicazione tra esseri umani che tenga presente i collegamenti
tra differenti dimensioni senza eluderli e accogliendone la complessità.

Infine, la prospettiva olistica rivela come la comunicazione sia sempre una questione di
contatto con l’Altro diverso da sé anche quando viene rappresentata in qualità di rapporto tra
differenti sistemi o dimensioni, come ad esempio lo scontro di civiltà o tra culture.

La comunicazione interpersonale viene considerata nel suo insieme . sia negli aspetti
verbali che non verbali

Bateson sostiene che l’intera comunicazione verbale, non verbale, preverbale è


caratterizzata da metafore, aiutando a vedere come il linguaggio verbale si radichi nel non
verbale.
In particolare la comunicazione verbale contiene metafore che diventano prosa e assumono
tutte le possibilità ma anche le limitazioni del linguaggio verbale.

In sintesi, la prospettiva di Bateson (fatta propria dalla Scuola di Palo Alto) mostra come
qualsiasi relazione sia comunicazione e come non vi sia modo di sottrarsi al fatto che nel
corso di un’interazione il nostro comportamento comunica, in modo più o meno
convenzionale.
Quindi la conversazione si muove sempre tra intelletto ed emozione e ha sempre a che fare
con la relazione e la comunicazione all’interno di ciascun sistema.

Ogni comunicazione è un processo che mette in relazione tra loro differenti parti come
emozione e intelletto, preverbale e verbale, parti che possono essere all’interno della stessa
totalitàcome soggetto oppure parti che appartengono alla totalitàche connettono tra loro le
diverse componenti come la medicina e la religione.

Nell’interazione radicata su un piano umano e vista in modo globale entrano in gioco una
complessità di processi.

La comunicazione è vista come il passaggio del messaggio da un emittente ad un ricevente


destinatario.
Qualsiasi fenomeno di comunicazione è percepito come risultato di un rapporto
causa-effetto, accade quindi che nelle relazioni giustifichiamo le nostre azioni andando alla
ricerca della causa e della colpa che hanno determinato le nostre azioni.
La spiegazione di un evento si sviluppa attraverso la ricerca delle cause ultime, dei fatti che
hanno provocato un accadimento attraverso una relazione di necessità.
I soggetti non sono più percepiti come emittenti o riceventi, ma sia come emittenti che
come riceventi nello stesso istante.
Sguardi e gesti costituiscono l’elemento di feedback che insieme allo scambio verbale
contribuisce a creare un clima nel quale la relazione prende forma verso il “naufragio” o
verso un esito piacevole.

La comunicazione è quindi un processo nel quale tutti i soggetti in interazione sono coinvolti
in molteplici forme.

La circolarità di un’azione comunicativa sposta l’attenzione sul processo nel suo insieme, sul
contributo di ciascun soggetto.
Può succedere che una sequenza di passi comunicativi si ripeta sempre uguale a se stessa
come ad esempio quando due soggetti litigano sempre per la stessa ragione e nello stesso
modo.
Si parla dunque di circolarità di tipo meccanico ovvero in cui si realizza un feed-back ottuso
nel quale lo schema si ripete uguale a séstesso; si tratta di veri loop comunicativi cioè nodi
in cui si realizzano sequenze circolari apparentemente senza via di uscita.

Affinché qualcosa cambi, bisogna che la circolarità diventi un modo per correggere le
posizioni assunte inizialmente, cioè produrre un cambiamento: si parla allora di feedback
intelligente.
I feedback intelligenti alimentano i passi della relazione in modo da poter cambiare
direzione.
Una conseguenza della circolarità della comunicazione è che ciascun soggetto non è buono,
bello, bravo ecc. in termini assoluti e oggettivi, ma nel contesto di una particolare relazione
che lo rende tale ogni occhi dell’interlocutore in base ai feedback che vengono scambiati tra
i partecipanti.

Possono prodursi dinamiche comunicative che valorizzano le capacità di un soggetto


oppure che le deprimono.
Bateson individua 2 tipologie di scambio:

- simmetrico: a partire da posizioni e comportamenti simili tra pari, si sviluppano


dinamiche di competizione o rivalità nelle quali l’accentuazione di un comportamento
da parte di un soggetto provoca un ulteriore rafforzamento dello stesso
comportamento nell’altro soggetto; un esempio di scambio simmetrico è la situazione
di corteggiamento in cui i pavoni di turno cercano di fare la ruota più bella per essere
scelti. Ogni “concorrente” cerca di apparire il più bello, sorridente, con i vestiti giusti
ecc

- complementare: gli scambi nei quali le posizioni, i comportamenti dei 2 soggetti sono
dissimili ma si integrano a vicenda; sono caratterizzate dalla gerarchia nelle posizioni
assunte dai soggetti: l’accentuazione del comportamento dell’uno provoca il
rafforzamento del comportamento corrispondente e di completamento nell’altro, e
viceversa. Capita quando una parte dimostra debolezza mentre l’altra aumenta la
forza e il dominio. Può capitare che durante una discussione aumenti la tensione ed
una di quelle due parti inizi ad urlare mentre l’altra si mette a piangere.
L’analisi delle relazioni complementari o simmetriche non si riferisce semplicemente ai ruoli
assunti dai soggetti né a patologie individuali ma piuttosto rivela modelli di relazione nei quali
ciascun soggetto partecipa mettendo in gioco e sviluppando alcune caratteristiche; un
soggetto non è vittima o carnefice per nascita, ma può diventare vittima o carnefice
nell’ambito di una relazione.
I capri espiatori sono soggetti sui quali vengono proiettate le colpe, i malesseri di un intero
gruppo ritenuti colpevoli di rovine e fallimenti e per questo vengono emarginati.

Introducendo un po’ di complementarietà nella simmetria e viceversa, si contribuisce alla


stabilizzazione della situazione; le 2 tipologie, simmetrica e complementare, rappresentano il
contrario logico dell’altra.
Sono strutture relazionali in antitesi tra loro e nella nostra vita quotidiana.
Le nostre relazioni contengono elementi sia dell’uno sia dell’altro.
Quando una dinamica prevale sull’altra, per far in modo che la situazione non degeneri, è
sufficiente introdurre elementi della dinamica opposta.
In pratica il messaggio di feedback deve essere usato per cambiare la struttura che regola il
processo stesso e non di incrementarla.

Si parla infatti di feed-back o retroazione di tipo negativo, quando è necessario rafforzare


la possibilità di correggere l’intero sistema relazionale che assume così un carattere
auto-correttivo: se qualcosa aumenta, qualcos’altro diminuisce.

Il sistema auto-correttivo è orientato alla ricerca di uno stato stazionario che si realizza
attraverso aggiustamenti successivi in modo da mantenere o raggiungere lo stato voluto,
cioè tende a ristabilire uno stato di equilibrio.

In sintesi, per comprendere i significati dei messaggi nello scambio non basta conoscere i
contenuti, le informazioni, ma è necessario capire il contesto relazionale cioè
l'organizzazione, la forma entro cui l’informazione viene veicolata.

La prospettiva olistica ci invita a riflettere partendo dall’idea che in una relazione è il contesto
a definire il contenuto e molto dipende dal modo in cui la relazione si sta costruendo.
Diventa allora difficile attribuire significati in modo univoco.

La Scuola di Palo Alto ha formalizzato un 2° assioma: ogni comunicazione ha un aspetto


di contenuto e un aspetto di relazione di modo che il 2° classifica il 1° ed è quindi
metacomunicazione.
Insomma, è la natura della relazione che ci dà indicazioni e ci dice come percepire il
significato di quanto avviene nella situazione.

Nella prospettiva olistica l’attenzione si sposta dal significato in sé considerato come dato
ovvero al modo di percepire il mondo.
Emerge come rivelante non tanto la cosa ma il come percepiamo lo stile, le modalità e le
forme utilizzate per costruire la relazione.
Sono i principi generativi delle informazioni ad essere importanti.
Le informazioni esistono dal momento in cui ci sono degli esseri viventi che comunicano tra
loro e interpretano i loro segni; ma prima della vita, l’informazione non esiste.
Quindi l’informazione in natura nel mondo preverbale non esiste di per sé, é attraverso
un’azione di organizzazione di punteggiatura del fluire che emergono segni cui attribuiamo il
valore di informazione.

Essa fonda da un lato la sicurezza con la quale ci muoviamo nel mondo dall’altro costituisce
un limite alle possibilità di cambiamento, di esplorazione, di comunicazione con l’altro.
In altre parole, si tratta di tenere presente che la possibilità di cambiare le cornici attraverso
le quali osserviamo il mondo è una questione di sensibilità alle differenze.

Per Bateson l’informazione è la notizia di una differenza, si tratta di riconoscere la


differenza ed il problema diventa una questione di sensibilità, percezione.

Il tema della sensibilità alle differenze è fondamentale se si pensa al fenomeno della


SERENDIPITY che si riferisce all’esperienza dell’osservare un dato imprevisto,
anomalo, strategico che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria, o lo
sviluppo e l’ampliamento di una teoria giàesistente.
Il modello della serendipity mette in evidenza come la capacità di comprendere l’info diventi
rilevante nel corso di un’esperienza di osservazione in cui l’osservatore è sensibilizzato a
cogliere differenze impreviste non pensate in precedenza e anomale e strategiche ossia
generative di un cambiamento.

L’informazione che noi ricaviamo dal mondo non esiste nel mondo ma è il risultato del
processo dell’osservatore e dipende dal suo punto di vista, dalle sue premesse, dalla sua
punteggiatura ecc.

La prospettiva olistica invita a considerare il mondo in cui viviamo e quello che facciamo
quotidianamente come generato da un particolare punto di vista che può essere adattato
agli imprevisti solo in base alla capacitàdi cogliere o meno le differenze, ossia all’apertura o
chiusura verso la possibilità del cambiamento.

Un sistema si dice
- chiuso = quando non attiva scambi di materia/energia con l’esterno,
- aperto = quando riceve, elabora e produce a sua volta informazioni, in pratica
attiva scambi.
Un sasso ed un tavolo possono essere considerati come un sistema chuso che non effettua
alcuno scambio con l’ambiente circostante, mentre una pianta può essere intesa come un
sistema aperto perché assorbe CO2 e dall’altro libera ossigeno all’esterno.

Apertura e chiusura si riferiscono a caratteristiche del sistema relative alle dinamiche, ai


processi di scambio con l’esterno, con l’Altro.
Stabilire se un sistema è aperto o chiuso significa in pratica osservare in che modo i suoi
componenti operano: se sono in riferimento gli uni con gli altri, il sistema è chiuso; se invece
attuano forme di interazione continua con l’esterno, il sistema è aperto.
- Esempio:
io posso essere aperta e parlare di qualunque cosa con gli amici al bar, ma allo
stesso tempo essere chiusa nel raccontare la propria esperienza, al condividere le
proprie emozioni o sentimenti.
Apertura e chiusura sono quindi strumenti interpretativi utili a circoscrivere aspetti della
relazione o regioni, nello spazio e nel tempo per osservare come si realizza lo scambio.
Se da un lato la chiusura può sembrare una risposta forte, di raggiunto equilibrio che mette
al riparo da patologie e devianze nella prospettiva olistica invece si mette in evidenza come
sia proprio la chiusura, l’isolamento a generare e degenerare l’inasprirsi di dinamiche interne
al sistema.
Ad esempio, genitori particolarmente protettivi possono dare origine a figli ansiosi incapaci di
stare in relazioni sociali.

Nell’interazione si stabilisce un flusso comunicativo incessante attraverso lo scambio di


input (informazioni in entrata) ed output (informazioni in uscita), tra interno ed esterno.
Nel corso di un’interazione i soggetti scambiano chiacchiere, opinioni, sguardi, emozioni.
La chiusura allo scambio produce il degrado del sistema; in realtà la chiusura crea
l’impressione di un’immobilità stabile e pertanto dà parvenza di equilibrio.
La chiusura è fondamentale quanto l’apertura.
E’ nell’apertura, rappresentata dalla relazione con l’altro, che nascono idee e pensieri
individuali; ci vogliono capacità, momenti, spazi, situazioni di chiusura in cui stare da soli,
pensare con la propria testa, ascoltare i propri sentimenti: proprio in questi momenti si
genera l’auto (- nomia, -organizzazione, -consapevolezza).
Vita e morte partecipano allo stesso processo, proprio come apertura o chiusura.

Una parte del sistema per mantenere le sue strutture deve chiudersi al mondo esterno ma
tale chiusura è possibile proprio perché il sistema si sviluppa attraverso l’apertura.
Nella prospettiva olistica gli esseri viventi non sono sistemi chiusi: per vivere hanno bisogno
di essere aperti o meglio di combinare apertura e chiusura.
La nostra mente, il nostro corpo, gli aspetti emotivi, mentali, biologici, fisici costituiscono un
tutt’uno al cui interno le diverse parti si influenzano reciprocamente.
L’aspetto biologico è specifico e distinto da quello emotivo ma allo stesso tempo si considera
come i processi biologici ed emotivi si influenzano reciprocamente in condizioni di
dipendenza.
L’aspetto olistico all’opposto guarda all'unità dell'essere umano come all’insieme dei
differenti aspetti connessi da processi di apertura e di chiusura nello scambio, che sono il
principio organizzativo delle relazioni tra parti.
- Ad esempio: quando siamo stressati per un esame non è solo la nostra mente ad
essere affaticata e tesa ma spesso capita di avere sintomi a livello fisico come il mal
di testa, di stomaco ecc. ciò dimostra come questi ultimi siano legati ad elementi
culturali, i processi biologici ed emotivi si influenzano reciprocamente.

La prospettiva olistica si occupa della vita che scorre e non delle forme morte e bloccate;

Nella prospertiva olistica diventano rilevanti i processi di auto-organizzazione,


auto-regolazione ecc. in cui l’accento è posto sull’auto- ovvero a partire da sé stesso.
Ciascun sistema organizza la propria chiusura e propria apertura ovvero stabilisce livelli di
condivisione e scambio oppure di esclusione.
- Ad esempio, siamo noi che decidiamo a chi confidare i nostri sentimenti o dubbi. Nel
corso della stessa conversazione ciascun soggetto riceve informazioni a seconda dei
processi di organizzazione del flusso.
L’auto-nomia, ovvero la capacità di pensare e di agire secondo logiche interne rispetto
all’ambiente, risulta strettamente connessa alle condizioni culturali e sociali delle quali si
formano la nostra percezione e la nostra capacità di interpretazione.

L’autopoiesi è la parola usata per sintetizzare la capacità del sistema di essere autonomo e
autoreferente, di autodeterminare l’organizzazione e di creare le proprie conoscenze rispetto
all’ambiente.
Il concetto di autopoiesi consente di vedere apertura e chiusura non in modo dicotomico ma
come modalità che cooperano insieme.
I sistemi sono autopoietici nel senso che sono chiusi in quanto autonomi, allo stesso tempo
sono aperti in quanto dipendenti ed influenzati dall’ambiente circostante attraverso gli
scambi che attuano.
E’ l’elemento di chiusura a determinare l’elemento di apertura ovvero ad attribuire il
significato agli stimoli esterni tramite la percezione delle differenze nell’ambiente.
Si considerano insieme apertura e chiusura come parti di uno stesso processo di autopoiesi
del sistema, ovvero di autogenerazione e di autoregolazione interne che influenzano la
relazione con l’esterno.

Interfaccia: termine usato da Bateson per indicare la superficie che costituisce il


luogo di incontro di 2 regioni che sostituisce la nozione di confine in un contesto
tridimensionale.
Le 2 regioni che si incontrano non sono viste come entità ben definite ma come entità dai
confini sfumati.
Il concetto di interfaccia mette al centro l’idea dell’incontro come spazio della relazione,
superficie in cui esso avviene.
Le interfacce costituiscono le dimensioni in cui avviene il contatto tra diversi tipi di
sistemi; sono in un certo senso i luoghi di frontiera tra le differenti regioni: è un ponte, un
canale per la trasmissione di messaggi.
Ma all’interno di ciascun soggetto esistono interfacce tra diversi sistemi come, ad esempio,
tra il mondo fisico, materiale e sociale da un lato e quello dei sogni e delle fantasie dall’altro.

L’essere in una relazione di scambio, l’essere in apertura non assicura la riuscita di esiti
certi, voluti.
Nell’interfaccia avviene quindi l’incontro, lo scambio, la messa in comunicazione di differenti
regioni.

La teoria del doppio vincolo (o teoria del doppio legame) mostra come all’interno di una
relazione emotivamente significativa ci si possa trovare in situazioni che sembrano essere
senza via d’uscita, nelle quali si ècostretti a scegliere tra 2 situazioni reciprocamente
invalidanti e in cui le dinamiche comunicative sono caratterizzate da messaggi contraddittori
tra differenti livelli comunicativi o all’interno dello stesso linguaggio.
In altre parole, mostra come i modi da noi utilizzati nell'interfacciare ovvero nel mettere in
relazione differenti regioni abbiano conseguenze pratiche nelle nostre esistenze.
Il doppio legame può verificarsi nel rapporto tra genitori e figli ma anche all’interno di una
coppia, di un’amicizia ecc.
Viviamo in mondi caratterizzati spesso da una comunicazione schizofrenica, ossia
contraddittoria su differenti piani comunicativi.
Essa, infatti, rappresenta una modalitàparticolare di scambio comunicativo che è possibile
riscontrare in qualsiasi relazione purchè caratterizzata dalla presenza di alcune condizioni:
- rapporto significativo
- alta dipendenza
- chiusura verso l’esterno della relazione
- impossibilitàdi smentire il rapporto chiaramente
- impossibilitàdi abbandonare il campo della comunicazione che equivarrebbe a
interrompere la relazione.

Non è sufficiente etichettare un rapporto per sapere quale comunicazione avviene al suo
interno.
La questione che si pone è come uscire da una relazione a doppio vincolo?; per
scardinare lo schema d’interazione del doppio vincolo bisogna passare ad un altro livello
comunicativo superiore in cui discriminare in modo critico i differenti livelli di comunicazione
e ripristinare l'unità del messaggio. Bisogna metacomunicare, cioè comunicare sulle
relazioni tramite messaggi relativi ad altri messaggi.
Es con il naso rosso evochiamo nell’altro l’idea del pagliaccio.

Sclavi afferma che “per comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha
ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva”; più facile
dirsi che a farsi dato che nel corso di un conflitto ciascun antagonista punta ad aver ragione;
sono frasi come “mi dici come vedi la situazione?” che possono togliere dai grovigli.

Le emozioni si rivelano centrali per capire i processi che inibiscono o facilitano le possibilità
di apprendimento e comprensione dei soggetti, sia a livello affettivo che cognitivo.

Quando siamo chiusi dentro i nostri schemi mettiamo in atto il ”cambiamento 1” o di


1° livello ossia modifichiamo tutte le variabili possibili nella situazione senza uscire
dal punto di vista iniziale; giochi di questo tipo invece ci invitano a cambiare le premesse
implicite da cui partiamo; ci spingono ad abbandonarli per sperimentarne altri ossia a
mettere in atto un cambiamento radicale (“cambiamento 2” o di 2° livello).

Abbiamo appreso modelli a livelli inconsapevoli che in alcune situazioni possono facilitarci la
vita ma che di fronte al nuovo possono ingarbugliarcela.
Tutte queste storie invitano a trasformare il proprio punto di vista, le premesse che reggono
alla costruzione del senso e quindi spiazzano sollecitando un cambiamento di 2° livello nel
modo di stare nelle nostre relazioni.

Generalmente però, nelle società occidentali si cerca di estromettere le emozioni


considerandole effetti indesiderati e incontrollabili.
Siamo abituati a pensare a soggetti prigionieri delle emozioni.
Vige una sorta di determinismo emotivo per cui cause esterne provocano emozioni che a
loro volta producono comportamenti.

La chiave della riuscita personale è la capacità di controllare le emozioni per andare


d’accordo con gli altri, sviluppare le capacità di empatia e costruire un’immagine di sé
adeguata alla situazione.
Il limite è che il proprio sentire viene represso e accantonato per entrare nei panni dell’altro e
manipolarlo.
La consapevolezza emotiva invece propone di ascoltare le emozioni e di farne strumento di
relazione.
Si tratta di attivare processi riflessivi, nei quali apprendere come interfacciare attraverso
l’esplorazione delle proprie sensazioni che vuol dire aprire uno spazio di incontro con le
emozioni considerate come un insieme di processi in cui siamo attivi.

Sclavi invita alla costruzione di un terreno comune dove abbia spazio il sentire di tutti i
soggetti coinvolti e sia possibile anche la gestione dei conflitti e delle contraddizioni tra
differenze.
Il concetto centrale non è empatia ma exotopia cioè riconoscimento dell’altro nelle sue
differenze.

Al centro della riflessione c'è quindi la questione di come entriamo in contatto e conosciamo
l’altro, ossia del processo del conoscere della capacità di cogliere le differenze.

In un saggio intitolato "Finalità cosciente e natura” di Bateson, mette in evidenza come nei
processi di percezione i sistemi sono per molti aspetti auto-correttivi ossia conservativi dello
status quo come modo per garantire la loro sopravvivenza.

Tutti noi tendiamo a controllare e correggere gli aspetti che ci creano disordine o
rappresentano irregolarità.
In questo senso il sistema si rivela come autocorrettivo di tutto ciò che disturba il normale
funzionamento e seleziona le informazioni in modo da controllare e correggere ogni
elemento fastidioso.

Si tratta di una operazione di occultamento, analoga a quella compiuta dalla madre che
attua il doppio vincolo nei confronti del figlio quando lo accusa di avere freddo o di non
esserle riconoscente per i maglioni.

La nostra sensibilità si forma attraverso processi culturali di socializzazione e di


apprendimento rispetto a cosa è fastidioso.
Quando nell’interazione faccia a faccia utilizziamo pregiudizi e stereotipi nella valutazione
dell’altro gli stiamo costruendo un guscio intorno che consente di non contraddire le nostre
rappresentazioni.
“uno stereotipo è una rappresentazione preconfezionata, un fast food nella mente.”
la potenza di uno stereotipo vive nella sua capacità di non far notare aspetti della realtà che
potrebbero contraddirlo.
Uno stereotipo non si sceglie, si conforma o si disubbidisce.
In altre parole lo stereotipo e il pregiudizio ci disabituano alle differenze, alla riflessione di
fronte ai nostri fastidi, alla possibilitàche le cose non siano come appaiono.

In conclusione, la prospettiva olistica invita il sociologo a lavorare nel senso di sviluppare la


capacitàdi cogliere la complessità degli elementi in gioco in una situazione, e di generare
immagini e interpretazioni che permettano di uscire dai blocchi comunicativi disegnando
anche le altre possibilitàsino allora inespresse.
Far questo vuol dire da un lato lavorare sulla paura, sempre presente, del cambiamento e
dall’alto accogliere l’idea che il nostro mondo non sia l’unico né il migliore; si tratta di
imparare a convivere con la mancanza di certezze assolute.
La prospettiva olistica invita ad assumere l’incertezza continua dell’esistenza e la
complessità come caratteristiche imprescindibili dello stare nel mondo.
Inoltre, la prospettiva olistica, invita a sviluppare “una saggezza sistemica”, ricordandoci che
nel gioco tra il tutto e le parti caratterizzato dallo scambio continuo e circolare di reciproche
influenze facciamo continuamente i conti con l’incertezza dell’esistenza e non abbiamo mai il
controllo o potere totale sul sistema di cui siamo parte.

In un certo senso, come Bateson afferma, noi non siamo in alcun modo capitani della
nostra anima. Abbiamo bisogno di visioni che salvino il nostro amore e la nostra ragione, la
poesia e la riflessione, il riso e il pianto, il corpo e la mente come unità integrate in continua
comunicazione nel creare la vita.

CAP. 5° - LE FORME DEI CRISTALLI


La questione del rituale può essere analizzata in dimensione macro (es. guarda come si
muove una folla a una manifestazione per la pace e come lo fa rispetto ad altre nel pianeta)
o micro (va a vedere cosa accade tra i soggetti).

Sono le dinamiche delle micro-relazioni alla base dell’esistenza della società.

Goffmann nota come, all’interno della società, l’oggetto di culto sia il self
cioèl’individuo
→ ogni interazione nella vita contemporanea è un rituale che afferma la sacralità
dell’individuo, così come le funzioni religiose affermano di volta in volta la sacralità dei
simboli religiosi.
Sempre secondo Goffman ogni interazione è volta a confermare una certa impressione
di sé che si vuole dare agli altri (salvare la “faccia”).

I micro rituali sono specifiche situazioni quotidiane nelle quali ciascuno deve destreggiarsi
ad assumere un comportamento per difendere la faccia in una certa circostanza.

Goffaman afferma che sono i rituali piccoli e apparentemente insignificanti della quotidianità,
più che le grandi cerimonie pubbliche, a dare sacralità alle interazioni.
Le situazioni di interazioni micro rituali hanno delle regole per selezionare le azioni che i
soggetti possono o meno mettere in atto a seconda delle situazioni stesse.
La forma assunta dalla società ricorda un agglomerato di cristalli che si presentano con
forme precise e regolari composti da diverse facciate precise; l’incontro tra le facciate di ogni
cristallo consente la formazione dell’agglomerato che chiamiamo società.

Se ogni cristallo non presenta la faccia della forma giusta, non può dare forma regolare
all’agglomerato e tutto si sfalda, come se un individuo non presenta all’altro la faccia giusta
nell’interazione, la società si sfalda.
Secondo Simmel invece, mantenendo sempre la metafora dei cristalli, si immagina
che i cristalli abbiano sì delle facciate ma non sono rigidamente fisse, variano
nell’incontro con le altre facciate, quindi, danno origine ad agglomerati con forme
diverse.

Simmel parte da un interrogativo macro per poi calarsi a cercare risposte a livello micro,
attraverso l’osservazione delle dinamiche interrelazionali e prestando attenzione alle minime
sfumature tra le varie relazioni sociali, nel loro continuo farsi e disfarsi.
Egli osserva come alcune dinamiche che esse assumono si mantengono, si ripetono dando
così origine a forme sociali.

Qualche decina di anni dopo invece Goffman afferma che gli incontri sono possibili
attraverso forme di interazione molto precise e costanti che egli chiama rituali di
interazione.
Per lui tutte le interazioni assumono una forma secondo certe regole di comunicazione e
danno una caratteristica cerimoniale ad ogni interazione che viene così riconosciuta come
rituale.

Elias sottolinea come i comportamenti degli individui siano basati per la maggior parte
sulla repressione e sul dominio delle pulsioni, dei sentimenti, delle passioni; processo
che si è sviluppato con la civilizzazione.
Un es. che porta Elias è la caccia alla volpe: prima era necessaria, poi trasformata in gioco
per sfogare l’aggressività, infine per piacere che non sta nello sfogo diretto
all’aggressivitàbensi nella tensione verso lo sfogo.

Collins propone invece un passo in una direzione un po diversa dagli autori precedenti.
Egli esplora la potenzialità del movimento tra le interazioni elaborando una teoria relativa a
come i rituali di interazione si concatenano, parla appunto di interaction ritual chains,
ossia catene di rituali di interazione.

Secondo Goffman, viviamo come se interpretassimo una parte: in ogni interazione


ognuno interpreta una parte e fa di tutto per costruire e mantenere la faccia che vuole
presentare agli altri, ognuno cerca di curare le apparenze in funzione dell’altro e del ruolo
che si sostiene in una data ambientazione.
Egli descrive la società come se la realtà sociale fosse un teatro.

Per ciascuna interazione ognuno interpreta una parte e fa di tutto per costruire e mantenere
la faccia che vuole presentare agli altri.
Ognuno cerca di curare le apparenze e di mostrare un certo comportamento in una
situazione in funzione dell’altro e del ruolo che si sostiene in una data ambientazione.
Il comportamento di ogni individuo in relazione con gli altri è tutto volto al controllo delle
impressioni.

Come scrive Oscar Wilde: “non avremo mai un’altra occasione di fare una buona
impressione”.
Ciascuno davanti a un pubblico si definisce e abbandona la pretesa di essere diverso,
vincolato in un ruolo.
Questo implica delle dinamiche di carattere morale: egli rinuncia ad essere ciò che non
appare, ossia diventa come appare, non è mai in modo altro rispetto a come appare e
richiede di essere trattato come sono trattate le persone di quel tipo.

E’ definita “ribalta” lo spazio di rappresentazione, come in un teatro; ogni attività sulla ribalta
ha le sue regole in relazione alla rappresentazione che si sta inscenando: si tratta delle
regole di cortesia che un attore assume, insieme ad un modo di comportarsi, ossia una
facciata di maniera, di decoro che mantiene l’attore curandosi dell’apparenza.

Elias si è soffermato a studiare la società di corte.


Egli mette in evidenza l’origine di alcune dinamiche di scena e retroscena, per il controllo
delle situazioni.
Egli studia come sono separati e gestiti sia gli spazi che le interazioni della corte: la struttura
e il significato delle abitazioni, la formazione e l’etichetta cerimoniale.
Tutto ciò che non viene mostrato al pubblico fa parte di un retroscena in cui l’attore può
rilassarsi e smettere di recitare il ruolo.
Gli elementi che minaccerebbero la riuscita della scena devono essere nascosti
perché non si creino dissonanze tra apparenza e realtà; pertanto, devono essere
nascosti gli elementi “sporchi”.

L’ambientazione in cui avviene la rappresentazione è molto importante.


In certe circostanze ci sono delle rappresentazioni che per avere luogo necessitano di
momenti o azioni precedenti che contraddicono fortemente quello che accade sulla scena.

La prospettiva di Goffman differisce da quella di Elias in quanto vi si afferma che ciascuno


all’interno di tali rappresentazioni, riceve un addestramento non solo per rendere possibili le
relazioni sociali in un determinato contesto ma anche per costruire una definizione
dell’ordine di interazione.

Secondo lui ciascuno viene “addestrato” per far sì che la rappresentazione abbia
successo e per affermare il proprio ruolo in modo che non venga messo in discussione.

Per mantenere la situazione sono necessarie delle accortezze:


● Segregazione del pubblico: accertarsi che durante una rappresentazione non vi sia
tra il pubblico qualcuno che ci ha visti recitare un altro ruolo.
Ognuno ha tanti "io social" quanti sono i gruppi di persone della cui opinione si
preoccupa.
● Controllo gesti e parole involontari che possono compromettere la
rappresentazione

Un individuo che dà vita ad una impressione contradditoria in una determinata situazione


può causare anche una messa in discussione anche di altri ambiti della sua attività in cui
non avrebbe nulla da nascondere.

Ogni routine rappresentata è molte volte mostrata come la principale, l’unica possibile.
Possiamo dire che ciascuno ha tanti io sociali quanti sono i gruppi di persone della cui
opinione egli si preoccupa.
Perciò affinché ciascun io sociale venga mantenuto, è necessario operare una attenta
segregazione del pubblico.
Inoltre, è importante prestare attenzione anche a eventuali gesti involontari che possono a
loro volta mettere in discussione la rappresentazione che si sta portando avanti, possono
causare imbarazzo e mettere in crisi la situazione.

Nelle situazioni è richiesta una coerenza di ruolo, per questo motivo agli attori si chiede un
certo decoro e conformità con il ruolo che si interpreta.
Spesso per costruire la facciata serve la cooperazione di alcuni partecipanti alla situazione
→ “equipe di rappresentazione” è qualsiasi complesso di individui che collaborano
nell’inscenare una singola routine.

Non tutti i partecipanti alla situazione diventano parte dell’equipe, può anche essercene uno
solo che coopera con l’attore alla definizione della situazione come pure possono esservene
molti.
Uno degli aspetti fondamentale è che tutti i membri dell’equipe devono essere al corrente
della propria posizione all’interno della rappresentazione, altrimenti si possono dire o fare
cose incongruenti ( fare delle gaffes) rischiando di rovinare la scena, o svelare dei
retroscena anche di altri elementi della rappresentazione.

Nelle interazioni ci sono distanze da rispettare secondo le norme di deferenza e contegno e


anche secondo dinamiche sceniche.
Sono quindi fondamentali per la gestione della scena:
- segregazione del pubblico
- mantenimento differenti routine davanti a spettatori diversi - separazione degli spettatori di
una stessa routine – ruoli incongruenti.

L’attore mantiene sempre una distanza dal pubblico e il pubblico a sua volta contribuisce a
mantenere delle distanze sociali: ciò preserva la sacralità dei ruoli nei rituali di interazione.

La prospettiva di Goffman differisce da quella di Elias in quanto vi si afferma che ciascuno


all’interno di tali rappresentazioni, riceve un addestramento non solo per rendere possibili le
relazioni sociali in un determinato contesto ma anche per costruire una definizione
dell’ordine di interazione. Secondo lui ciascuno viene “addestrato” per far sìche la
rappresentazione abbia successo e per affermare il proprio ruolo in modo che non venga
messo in discussione. Per mantenere la situazione sono necessarie delle accortezze: •
Segregazione del pubblico: accertarsi che durante una rappresentazione non vi sia tra il
pubblico qualcuno che ci ha visti recitare un altro ruolo. Ognuno ha tanti “io sociali” quanti
sono i gruppi di persone della cui opinione si preoccupa. • Controllo gesti e parole involontari
che possono compromettere la rappresentazione l Se ad esempio un insegnante bravi e
gentile di cui tutti i genitori sono contenti viene visto picchiare il proprio figlio per strada,
questo renderebbe la sua facciata non piùcredibile. I genitori notano nei due ruoli un
comportamento non congruente con l’altro. Un individuo che da vita ad una impressione
contradditoria in una determinata situazione puòcausare anche una messa in discussione
anche di altri ambiti della sua attivitàin cui non avrebbe nulla da nascondere. Ogni routine
rappresentata èmolte volte mostrata come la principale, l’unica possibile. Possiamo dire che
ciascun ha tanti io sociali quanti sono i gruppi di persone della cui opinione egli si
preoccupa. Perciòaffinche ciascun io sociale venga mantenuto, ènecessario operare una
attenta segregazione del pubblico. Inoltre, èimportante prestare attenzione anche a
eventuali gesti involontari che possono a loro volta mettere in discussione la
rappresentazione che si sta portando avanti, possono causare imbarazzo e mettere in crisi
la situazione. Nelle situazioni èrichiesta una coerenza di ruolo, per questo motivo agli attori
si chiede un certo decoro e conformitàcon il ruolo che si interpreta. l Spesso per costruire la
facciata serve la cooperazione di alcuni partecipanti alla situazione à “equipe di
rappresentazione” èqualsiasi complesso di individui che collaborano nell’inscenare una
singola routine. Non tutti i partecipanti alla situazione diventano parte dell’equipe, puòanche
essercene uno solo che coopera con l’attore alla definizione della situazione come pure
possono esservene molti. Uno degli aspetti fondamentale èche tutti i membri dell’equipe
devono essere al corrente della propria posizione all’interno della rappresentazione,
altrimenti si possono dire o fare cose incongruenti ( fare delle gaffes) rischiando di rovinare
la scena, o svelare dei retroscena anche di altri elementi della rappresentazione. Nelle
interazioni ci sono distanze da rispettare secondo le norme di deferenza e contegno e anche
secondo dinamiche sceniche. l Sono quindi fondamentali per la gestione della scena: -
segregazione del pubblico - mantenimento differenti routine davanti a spettatori diversi -
separazione degli spettatori di una stessa routine – ruoli incongruenti. L’attore mantiene
sempre una distanza dal pubblico e il pubblico a sua volta contribuisce a mantenere delle
distanze sociali: ciòpreserva la sacralitàdei ruoli nei rituali di interazione. E’ quello che
accade ad esempio ad un celebre attore italiano, come lui stesso racconta: prima di recitare
era solito stare con il pubblico, chiacchierare. In un teatro gli hanno fatto firmare un contratto
che prevedeva che lui rimanesse in camerino, per non farsi vedere dal pubblico prima di
andare in scena, quasi il contatto con il pubblico “profanasse” il suo ruolo di attore e andasse
a compromettere l’efficacia rituale dello spettacolo

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