RINASCIMENTO FERRARESE
Stile che matura tra gli spunti fiorentini, importati dagli artisti che si spostarono da Firenze verso varie città
italiane, e una declinazione personale di questi che caratterizzerà la produzione artistica della città
divenendo un linguaggio autonomo. L’arte si ispira ai modelli cavallereschi, dando più importanza ai riti
legati a questo mondo rispetto che alla persona, (contestualizzando Ferrara è sempre stata particolarmente
legata alla Francia e al mondo medievale) interpretati come definisce Longhi in maniera “stalagmitica” per il
suo rifarsi alla resa degli smalti e le pietre preziose. La corte Estense si consolida con Niccolò III, e i suoi figli
illegittimi: Lionello, prima, e poi Borso d’Este (quest’ultimo il primo a ricevere il titolo ducale prima
dall’imperatore e poi dal papa). Lionello era stato il principe, che allievo di Guarino Veronese (grande
umanista del tempo), e aveva improntato la cultura della corte su una direzione tardogotica, continuata poi
dal fratello Borso. La grandezza di Borso d’Este e di Ercole (questo figlio legittimo di Niccolò III) starà
nell’integrare l’arte proveniente da Firenze e l’arte fiamminga (Roger van der Weyden fu ospite della corte
estense). La città si svilupperà con Borso a partire dal 1451, con dei lavori che riguardo la parte sud della
città, ma la vera espansione la si avrà nel 1492 con Ercole che darà una fortissima spinta, acquistando ed
espropriando terreni privati. L’ultima espansione cittadina sarà realizzata secondo una griglia ortogonale,
ricca di edifici pubblici (in generale bassi e regolari), piazze e grandi direttrici stradali. In chiave di questi
progetti, la figura che li guiderà sarà Biagio Rossetti.
-Palazzo dei Diamanti, 1492
Stilisticamente riconducibile ai modi fiorentini (sia Brunelleschi, sia Alberti), nella chiarezza compositiva e
nella regolarità dei volumi di massa, appena impreziositi da elementi archeologici, (così come si era diffuso
anche a Padova) nell’interesse per la ricerca di questi dettagli antichi e classici. Elementi archeologici che
riconosciamo nei timpani delle finestre al secondo piano che si contrappongono alla terminazione piana
delle finestre a pian terreno, poi dalle candelabre negli stipiti del palazzo che vengono replicate nel portale
del palazzo, e quest’ultimo trattato come un piccolo arco di trionfo. Per generare questo senso di regolarità
in tutto il palazzo, fornendo anche una forte vibrazione luministica, inserirà questo rivestimento di bugne a
forma di diamante (questo uno dei simboli della casata d’Este)
SCUOLA FERRARESE
Caratteristiche riprese dal mondo rinascimentale contemporaneo:
- ripresa della prospettiva, della correttezza anatomica e del valore volumetrico (modello in questo, Piero
della Francesca che secondo Vasari fu a Ferrara nel 1450 per gli affreschi nel Palazzo Belfiore, tuttavia
questi affreschi sono andati perduti quindi non si ha certezza su questo dato)
- Attenzione al gusto archeologico e antiquario, mutuato dal mondo classico
- Tendenza alla resa espressionistica e alla dinamicità delle composizioni
Rielaborate in tal modo:
-Tendenza all’astrazione e al congelamento delle scene
-Sovrabbondanza di particolari e dettagli decorativi
-Forte accento espressivo ed esasperazione delle pose
-Colori forti, brillanti e smaltati, accostati fra loro in modo estremo
-Disegno quasi spigolo, reso da un aspetto delle superfici che pare essere metallico
Cosmè Tura
Considerabile il primo dei pittori ad interpretare in maniera nuova le tecniche artistiche che si erano
addensate nella città.
Calliope (o la Primavera), 1458-60 (National Gallery, Londra)
Si ritiene che prima si trovasse nello studiolo di Borso d’Este, al castello di Belfiore. Lo studiolo di Borso
d’Este fu progettato da Guarino Veronese, utilizzando una volgarizzazione ai suoi giorni delle opere di
Esiodo, accostando ad ogni mese una musa diversa. Questo tema ritornerà anche nella decorazione degli
affreschi nel Palazzo Schifanoia (ripreso dal mondo romanico, di cui ne abbiamo un esempio del periodo
proprio a Ferrara, nel portale dei pellegrini della cattedrale della città). Forte torsione rispetto il punto di
vista che si apre all’osservatore con il trono frontale, pur facendo rientrare la figura all’interno di una griglia
prospettica accurata. L’uso del colore è del tutto innaturale, con le vesti in particolare che sembrano quasi
essere scolpite piè che dipinte. Tale caratteristica è una degli elementi principali dell’arte Ferrarese del
periodo, con questa resa quasi smaltata dei volumi, a partire dalle superfici fino ai dettagli che sembrano
degli inserti di oreficeria. Nell’attenzione ai dettagli notiamo l’influenza dell’arte fiamminga in generale
(ricordando anche il soggiorno in città di Roger van der Weyden). La ricchezza delle figure, dagli ornamenti
all’interpretazione del soggetto stesso è ricollegabile all’ideologia cortese ancora viva nella tradizione
ferrarese, e a confermare ciò è il riscontro con la predilezione del tema di San Giorgio fra quelli piè proposti
(come in generale nel nord Italia, ricordando Paolo Uccello o il castello dei Gonzaga da cui prende il nome).
San Giorgio e il Drago, 1469 (Museo dell’opera del Duomo di Ferrara)
Posto di lato all’annunciazione, è un tema assolutamente cortese quello del santo cavaliere che viene
trattato da Cosmè Ture con una luce diffusa in grado di armonizzare le composizioni (influenza di Domenico
Veneziano e Piero della Francesca) con il chiaro scuro forte per sottolineare i dettagli e una dinamicità e
un’espressività dei volti così marcata da far percepire umana anche l’espressione del cavallo. I colori sono
acidi, si potrebbe dire accostati in maniera innaturale, con calligrafismo acceso come ad esempio per le
redini del cavallo (ricordando anche Simone Martini) che definiscono il corpo dell’animale.
Polittico Roverella, 1470-74 (Londra, National Gallery)
La madonna si presenta con punto di vista ribassato, con una forte espressività che rimane comunque
innaturale con un panneggio quasi “raggelato”. I personaggi sono inquadrati in un’architettura albertiana
come la volta a botte ma ricca di minuziosi dettagli lenticolari che sembrano scolpiti, dai putti all’uva, dai
capitelli all’intera ornamentazione che avvolge la parte superiore del trono. Ripresa dell’antiquario che si
evince in quest’opera ad esempio nei due pannelli incastonati ai lati del trono della vergine con le incisioni
in ebraico. La scena è inquadrata in una griglia prospettica, così come la cimasa, in cui i volumi sono ben
regolati ma resi innaturali ancora una volta dai colori (interscambiati fra i soggetti ai lati della madonna
probabilmente per dare un senso di ritmicità alla composizione).
Annunciazione della Pala dell’Osservanza, 1467-69 (Dresda)
Intenso citazionismo archeologico, quasi con l’intento di ricostruire una città ideale classica
Francesco del Cossa
Mantiene le linee guide del caposcuola Cosmè Tura, tuttavia ammorbidendo le linee fortemente plastiche
che lo avevano caratterizzato. Si sposterà a Bologna dopo le polemiche con Borso d’Este che lo pagava
troppo poco secondo lui.
Polittico Griffoni, Santa Lucia, 1472-73 (Washington)
Santa Lucia resa quasi un bisquets, con colori diafani e le linee di contorno demarcate. Fondo oro, a
riprendere la tradizione gotica, consentendo di rendere il soggetto come sospeso ed essere coerente con la
resa quasi innaturale della scuola ferrarese.
Pala dei Mercanti, 1474 (Bologna, Pinacoteca Nazionale)
Opera tempera su tela, in cui notiamo come la resa volumetrica sia più curata in senso realistico una volta
ammorbidite le linee. Da questo punto di vista l’artista è più riconducibile a Piero della Francesca, e
fortemente classico. Dettaglio interessante è il modellino della città, con la torre degli asinelli e la garisenda,
fra le mani di San Petronio
Ercole de’ Roberti
Allievo di Francesco del Cossa, avrà una breve carriera artistica per via della sua morte prematura.
Pala in Santa Maria del Porto, (o Pala Portuense) 1479-81 (Milano, Pinacoteca di Brera)
Olio su tela, realizzata per la chiesa sul porto di Ravenna. Cogliamo una ponderazione, un equilibrio già
maturo nonostante la giovane età dell’artista, dai toni molto classici all’interno di una scenografia
albertiana. La campata è aperta e dà su una campagna, da cui notiamo il primo dettaglio particolare ovvero
l’apertura del trono sotto la madonna che lascia intravedere il paesaggio retrostante in cui possiamo
identificare chiaramente la città di Ravenna con il suo porto, la bruma e il mare in tempesta. Zona
retrostante la scena principale che si ricollega direttamente con la vita del santo alla nostra sinistra, San
Petronio che era stato il fondatore della chiesa come ex voto per essere scampato a un nubifragio. Secondo
dettaglio importante sono i bassorilievi sulla base del trono, ispirati probabilmente ai modelli donatelliani.
Altro modello d’ispirazione probabilmente è il mausoleo di Teodorico a Ravenna. Composizione scandita
anche da un punto di vista geometrico (come in Piero della Francesca), in senso piramidale per la parte
centrale e un cerchio che inquadra la parte superiore in cui si incastra la stessa piramide, il tutto equilibrato
dalle curvature dei tendaggi che spingono verso la porzione piramidale, richiamando la circonferenza
esterna ad essi e conferendo armonia a tutta la geometria della scena. Ponderazione intensa degli sguardi,
di maniera classica, resi ancora più assorti dai diversi punti verso cui fissano ognuno di essi, a formare un
chiasmo scenico. Ogni singolo aspetto citato viene interpretato con una personalità del tutto originale da
parte di Ercole de’ Roberti, fondendosi con l’influenza e l’ideologia ferrarese, rendendo quindi quest’opera
di eccellente fattura.
Il ciclo dei mesi nel Palazzo Schifanoia
Una delle principali edilizie della corte estense, una villa suburbana poiché collocata nella parte marginale
della vecchia città. Non possiamo definirlo un ciclo di affreschi vero e proprio poiché realizzato con una
serie di tecniche (alcune anche sperimentali che purtroppo non hanno garantito la corretta conservazione)
nel tentativo di dare brillantezza alle decorazioni, che tuttavia sia per queste sia per il repertorio
iconografico si mostra estremamente ricco e interessante. Realizzato per Borso d’Este nel 1460-70, senza
intento di uniformità (vi lavorarono piè artisti) se non quello iconografico e simbolico a cui vi si dedicò
Pellegrino Crisciani (bibliotecario, astronomo e astrologo di corte). Notiamo subito come il cosmopolitismo
della corte viene impiegato nella realizzazione di questo ciclo: dai principi rinascimentali ai fondi
tardogotici, che si legano all’etica cavalleresca (rimarrà sempre il nucleo culturale principale della corte,
basti pensare ai poemi cavallereschi, del suddetto periodo e quello successivo, di Boiardo e dell’Ariosto).
Premessa: vi è un collegamento con il mondo tardogotico fuso al recupero del mondo classico sin dal
principato di Lionello d’Este, nella quale corte verranno valorizzato artisti tardogotici come ad esempio
Pisanello e di cui abbiamo anche una medaglietta, che costituisce di per sé già un collegamento con il
mondo classico romano, e un ritratto su tavola, realizzati dallo stesso Pisanello nel 1441.
Nel 1453 l’imperatore Federico III di Asburgo eleva Borso da marchese a duca di Modena e Reggio e poi nel
1471 riceverà il titolo di duca di Ferrara per mano di Paolo II. In vista di quest’ultimo avvenimento, Borso
avvia questa realizzazione per celebrare il lustro del suo dominio, anche perché Borso essendo, come
Lionello, un figlio illegittimo sente la necessità di legittimare culturalmente la sua carica. Si farà ritrarre di
profilo (anche su medagliette) per sottolineare questo suo legame con il potere, come era usuale secondo i
canoni classici romani.
Le idee di Pellegrino Crisciani mettono insieme le sequenze narrative già conosciute dall’epoca romanica e i
momenti di vita quotidiana cavallereschi ripresi dalle descrizioni già viste nelle corti tardogotiche della
Francia. Le figure sono divise in dodici ripartizioni, a loro volta poi in tre fasce che seguivano, secondo un
principio medievale dello spazio, questi criteri di collocamento: in alto il trionfo di Dio e i figli del pianeta
(intesi come coloro che si dedicano alle attività annesse a lui), il segno zodiacale corrispondente e i tre
decani (secondo Aby Warburg, sono tre figure sideree che sovrintendono alle tre decadi in cui suddivide
ogni mese) e in fine le attività stagionali e la vita di corte, in cui compare molto spesso Borso d’Este
(probabilmente a concordare questa ripartizione anche la chiara visibilità che riceveva Borso d’Este essendo
collocato in questa parte). Per quanto riguarda i decani, dagli studi fatti da Aby Warburg, sappiamo che
sono riconducibili all’astrologia egizia ed erano stati importati nel mondo italico da Pietro d’Abano col suo
trattato filosofico, tratto del Picatrix ovvero il trattato di astrologia più famoso dell’epoca.