1 Introduzione
In queste pagine presenteremo in modo semplice gli strumenti formali più
importanti che verranno utilizzati nel resto delle Lezioni. Non sarà una
rassegna rigorosa (per la quale sarebbe necessario ricorrere a un testo di
matematica); essa serve solo a familiarizzare il lettore col significato e con
l’uso di alcuni strumenti matematici che facilitano molto lo studio della teoria
e della politica economica.
L’impiego degli strumenti matematici in economia deriva in gran parte
dal fatto che molti ragionamenti economici si svolgono, quasi di necessità,
per via di astrazione. Noi osserviamo la realtà e intendiamo spiegarne alcuni
aspetti che ci appaiono significativi; tuttavia non tutti gli aspetti della realtà
sono egualmente rilevanti per la spiegazione che intendiamo dare. Né, d’al-
tra parte, sarebbe possibile e utile tener conto di tutto ciò che osserviamo.
Decidiamo allora di trascurare alcuni di questi elementi, per fissare l’atten-
zione su quelli che riteniamo decisivi. In questo modo inizia, in genere, la
costruzione di un modello economico: esso è semplicemente una struttura
teorica che contiene al suo interno solo quegli elementi e quelle relazioni tra
elementi che sembrano utili e rilevanti ai fini del ragionamento e del proble-
ma che stiamo affrontando. Ora, una via che è possibile seguire per formu-
lare adeguatamente un modello economico è di impiegare appunto strumenti
matematici. Questi ci consentono infatti di precisare con particolare cura le
nostre idee e, al contempo, rendono disponibile un corpo di conoscenze di cui
possiamo proficuamente servirci.
2 Variabili e funzioni
Una volta deciso quali sono gli elementi che vogliamo includere nel modello,
dobbiamo indicare quali sono le relazioni che intercorrono tra questi elementi.
Un concetto molto importante al riguardo è quello di funzione. Una funzione
è semplicemente una regola che descrive la relazione esistente tra alcuni e-
lementi del modello. Gran parte di essi ha una dimensione quantitativa: a
essi sono associati dei numeri e questi numeri possono variare. Per esempio,
il prezzo di un bene può assumere diversi valori. Si dice allora che questi
elementi del modello sono delle variabili. Così, possiamo anche dire che una
funzione è una regola matematica che descrive la relazione esistente tra le
variabili considerate. A ogni valore di una variabile, che indichiamo con
x , la funzione fa corrispondere secondo la regola assegnata un unico valore
di un’altra variabile, che indichiamo con y (naturalmente si possono usare
anche altri simboli). Per esempio, la funzione y = 4 − 2·x descrive la seguente
1
regola per ottenere y: «si deve moltiplicare per 2 il valore assegnato alla x e
sottrarlo da 4».
In questo esempio la regola ha una precisa forma algebrica. Accade spesso,
tuttavia, che si voglia indicare che esiste un nesso funzionale tra due variabili
senza che si sia in grado di precisarlo completamente. In questo caso si usa
una nozione più generica e sintetica: si scrive y = f(x), che si legge «y
dipende da x» oppure «y è funzione di x». Questa notazione sintetica ci
dice semplicemente che esiste una relazione funzionale tra x e y descritta
dalla regola f (·). Naturalmente, invece che f, possiamo usare altre lettere
per indicare una funzione, come g, h, F ecc. Scriveremo così y = g(x)
oppure y = h(x) e così via. Un esempio di funzione generica è costituito
dall’affermazione che la quantità domandata di un certo bene dipende dal
suo prezzo. Indicando con q la prima variabile e con p la seconda, questa
funzione può essere sintetizzata dalla formula q = D(p).
In ogni caso, poiché i valori della y dipendono dai valori che diamo alla x
(nell’ultimo esempio i valori della q dipendono dai valori della p), alla y viene
dato il nome di variabile dipendente mentre alla x si dà quello di variabile
indipendente. Può darsi spesso il caso che la y dipenda da più variabili
indipendenti. Se queste ultime sono due la formula della funzione può essere
scritta nel modo seguente: y = f (x1 , x2 ), dove x1 e x2 sono le due variabili
indipendenti. In questo caso, l’indice deponente serve appunto a distinguere
tra loro le due variabili.
I grafici
Un modo conveniente per visualizzare una funzione è quello di rappresentarla
su un grafico. Nella 1 troviamo il grafico della funzione y = 4 − 2x.
Per ottenerlo si riporta sull’asse orizzontale, o delle ascisse, un valore (a
piacere) assegnato alla x (per esempio x = 1); sull’asse verticale, o delle
ordinate, si riporta il valore corrispondente ottenuto per la y (che è, come il
lettore può controllare, y = 2); l’intersezione delle perpendicolari innalzate
da ciascuno di questi valori è un punto del grafico della funzione (si tratta
del punto A della figura). Ripetendo questo procedimento, possiamo ricavare
tutti i punti che desideriamo del grafico della funzione.1
1
In generale, il grafico di una funzione può essere definito anche per valori negativi della
variabile indipendente (della x ) e può assumere valori negativi della variabile dipendente
(della y). Questo è il caso della retta della 1, che è stata tracciata anche per
valori negativi della x e che assume valori negativi della y quando x diventa maggiore di
2. Tuttavia, molto spesso le variabili economiche non possono avere valori negativi: per
esempio, una quantità prodotta negativa, o un prezzo negativo non hanno alcun significato
(ma un profitto negativo lo ha: è una perdita). Perciò molto spesso disegneremo soltanto
2
Figura 1
Il grafico della retta
y
4
2 A
y = 4 − 2x
0 1 2 x
Poiché nel caso specifico siamo in presenza di una retta, sappiamo dalla
geometria elementare che è sufficiente disporre di due punti per ottenere
l’intero grafico. Naturalmente le cose non sono sempre così semplici, ma il
procedimento descritto è del tutto generale. Il lettore provi per esercizio a
ricavare il grafico della funzione y = x2 .
Il grafico fornisce un’immagine visiva, e perciò di grande efficacia, della
funzione, ovvero della relazione tra le due variabili. Nell’esempio appena fatto
ci dice che, man mano che la variabile x assume valori sempre più grandi,
la variabile y assume valori sempre più piccoli, e che la diminuzione della y
avviene con regolarità. Ci permette pure di calcolare, anche senza conoscere
l’esatta forma algebrica della funzione, quale valore di y corrisponde a ogni
valore assegnato alla x. A questo scopo è sufficiente partire dal valore della
x, cioè da un punto sull’asse delle ascisse: si traccia la perpendicolare a quel
punto fino a incontrare la curva della funzione e, arrivati qui, si traccia la pa-
rallela all’asse delle ascisse fino a incontrare l’asse delle ordinate, identificando
così il valore di y che andavamo cercando.
una parte del grafico, il cosiddetto “primo quadrante”, in cui le variabili hanno valori
positivi o nulli. C’è un’altra avvertenza da fare: le unità di misura sui due assi di un
grafico possono essere diverse (anche se nella . 1 non lo sono): 1 sull’asse delle ascisse
può essere un segmento più lungo (o più corto) di 1 sull’asse delle ordinate. Questo modo
di procedere è del tutto legittimo quando le grandezze misurate sui due assi non sono
omogenee, cosa che in economia avviene molto spesso. Per esempio, possiamo avere la
quantità di un bene sull’asse delle ascisse e il suo prezzo su quello delle ordinate; oppure
quantità di due beni diversi sui due assi.
3
Le equazioni
Molto spesso le relazioni tra le variabili che compaiono all’interno di un mo-
dello sono descritte da equazioni. Un’equazione afferma semplicemente che
due espressioni matematiche sono uguali. Eccone degli esempi: (i) −5 =
4 − 2x; (ii) x2 = 25; (iii) 2x + y = 4; (iv) x2 − y 2 = (x + y)(x − y).
Ne discende che un’equazione può definire una funzione (ma una funzione
può anche essere definita in altri modi: uno di essi è una tabella dei valori
della x e della y). Di fatto, l’esempio (iii) è una riscrittura della funzione
della 1. In questo caso ci sono infinite coppie di valori di x e y che
soddisfano l’equazione, che cioè verificano l’uguaglianza. Il lettore provi a
identificarne alcune, sempre per l’esempio (iii). Gli esempi (i) e (ii) sono
stati invece ottenuti imponendo alla funzione, ossia alla y, particolari valori.
In questi casi solo certi valori della x soddisfano le equazioni. Se disponiamo
dei grafici, possiamo ricavarli partendo dal valore delle y e rintracciando i
valori della x che vi corrispondono. Infine, l’equazione (iv) costituisce un
esempio di identità, che è un’eguaglianza che risulta soddisfatta per ogni
coppia di valori che assegniamo alla x e alla y.
Un modello economico si compone in genere di più equazioni e prende
in considerazione quindi più variabili. Quelle il cui valore viene determinato
all’interno del modello vengono dette variabili endogene. Vi sono invece al-
tre variabili che nel modello hanno un valore prefissato, imposto dall’esterno.
Esse vengono chiamate variabili esogene. Per esempio, la quantità doman-
data di un bene può dipendere dal suo prezzo e dal reddito dei consumatori
(in formula si avrebbe q = D(p, R)). Se decidiamo di analizzare solo la re-
lazione tra quantità e prezzo, il reddito R va assunto come un dato esterno
al modello: è appunto una variabile esogena.
Abbiamo visto inoltre che nelle equazioni compaiono termini che hanno un
preciso valore numerico, che non varia. Questi termini sono detti costanti.
Quando le costanti sono moltiplicate per una variabile vengono chiamate
coefficienti. Nell’esempio y = 4 − 2x, il numero 4 è una costante e il numero
2 è un coefficiente. Generalizzando un poco, possiamo indicare le costanti
e i coefficienti attraverso simboli, come a, b ecc. In questo caso si parla
di costanti parametriche, o, più in breve, di parametri. Si noti però che,
mentre la costante ha sempre un valore numerico prefissato, i parametri, pur
essendo dei dati, possono variare (in questo finiscono col somigliare molto
alle variabili esogene).
4
3 La retta
Un tipo di funzione che si incontra molto di frequente nei modelli economici
è la funzione lineare, che può essere sempre ridotta alla seguente equazione:
y = a + bx
dove, come già sappiamo, y e x sono rispettivamente la variabile dipendente
e la variabile indipendente, mentre a e b sono i parametri della funzione.
Siccome questa funzione ha sempre come rappresentazione grafica una linea
retta, l’equazione appena scritta viene chiamata equazione della retta, o anche
equazione lineare. È possibile che l’equazione della retta sia scritta in forma
diversa. Su questo punto torneremo più avanti. Comunque un esempio è
quello del caso (iii) del . 2
Il parametro a viene detto intercetta oppure termine noto, e misura (come
è immediato verificare) l’ordinata del punto in cui x = 0, ossia l’ordinata del
punto in cui il grafico della funzione incontra l’asse verticale. Più grande è
il parametro a, più in alto si trova questo punto. Se il parametro a è uguale
a zero, la funzione passa per l’origine degli assi, e la sua formula diventa
y = bx.
Il parametro b viene detto coefficiente angolare oppure inclinazione, o
anche pendenza. Esso può essere (come del resto il parametro a) positivo,
negativo o nullo. Se è positivo la retta è crescente (si dice che tra y e x c’è
una relazione diretta, o appunto positiva); se è negativo la retta è decrescente
(si dice che tra y e x c’è una relazione inversa, o appunto negativa); se infine
b = 0 allora il grafico risultante è una retta orizzontale: quale che sia il valore
assunto dalla x, la y ha sempre lo stesso valore (e precisamente y = a); in
questo caso y è indipendente da x.
Per disegnare il grafico di una retta si segue il procedimento generale
descritto prima: basta scegliere due valori di x, calcolare con la formula
y = a + bx i due corrispondenti valori di y, riportare le coppie di valori di x e
y sul grafico, identificando due punti, e tracciare la retta che passa per quei
due punti. La scelta dei due valori di x da cui partire è del tutto arbitraria,
ma di solito è molto comodo scegliere per uno dei due il valore x = 0, da cui
si ricava subito y = a.
Il lettore si eserciti a disegnare i grafici di diverse rette partendo da valori
a piacere di a e b. In particolare provi a disegnare su un grafico delle rette
che hanno lo stesso valore di b e che differiscono solo per il valore di a.
Verificherà agevolmente che queste rette sono tutte parallele (hanno cioè la
stessa inclinazione). Faccia poi l’esercizio di disegnare su un grafico delle rette
che differiscono solo per il valore di b (che hanno cioè la stessa intercetta).
Verificherà che, se i valori di b che ha scelto sono maggiori di zero, queste
5
rette sono crescenti e tanto più ripide quanto più alto è il valore di b; se invece
i valori di b che ha scelto sono negativi, otterrà delle rette decrescenti e tanto
più ripide quanto più grande è il valore assoluto di b, ossia il valore numerico
di b che si ha trascurando il segno meno. Questo esercizio conferma appunto
che il parametro b è una misura dell’inclinazione della retta.
Ancora sul significato del parametro b
Vedremo ora che il parametro b ha anche un altro significato. Possiamo
ragionare così. Partiamo da un esempio particolare di retta scelta a piacere,
e precisamente da:
y = 5 + 3x
Calcoliamo il valore di y che corrisponde a x = 4; sostituendo tale valore
nella formula si ottiene y = 5 + 3 × 4 = 17. Aumentiamo ora di una unità il
valore di x (prendiamo cioè x = 5) e calcoliamo il nuovo valore di y; si ottiene
y = 5 +3 × 5 = 20. Se facciamo la differenza tra i due valori di y così ottenuti
ricaviamo 20 −17 = 3. In altri termini, quando x aumenta di una unità, si ha
che, data la formula della funzione, y aumenta di tre unità. Se ripetiamo lo
stesso calcolo per due valori successivi di x qualsiasi, ad esempio per x = 30
e x = 31, otteniamo ancora una differenza tra i due corrispondenti valori di y
che è pari a 3; in altri termini, ogni volta che x aumenta (o diminuisce) di una
unità, si ottiene che y aumenta (o diminuisce) di 3 unità. Non è un caso che
si trovi sempre il valore 3. Questo dipende dal fatto che nel nostro esempio
abbiamo scelto b = 3. Se avessimo scelto b = 7 (l’equazione sarebbe stata
y = 5 + 7x), avremmo trovato sempre il valore 7; se avessimo scelto b = −2
avremmo trovato sempre il valore −2; in quest’ultimo caso, a fronte di un
aumento unitario di x, avremmo ottenuto una diminuzione di y di due unità
(il lettore verifichi questi risultati per esercizio). In conclusione, il parametro
b (il coefficiente angolare della retta) misura di quanto varia (in aumento o
diminuzione) il valore di y quando x varia di una unità, e ciò quale che sia il
valore di x da cui si decide di partire.
È utile disporre di una notazione sintetica per quanto riguarda le varia-
zioni delle variabili x e y. Scriveremo perciò ∆x per indicare la variazione
della variabile x, ossia la differenza tra il suo valore di arrivo e il suo valore
di partenza (l’espressione ∆x si legge «delta x»); e scriveremo ∆y per indi-
care la corrispondente variazione della variabile y (l’espressione ∆y si legge
«delta y»). Utilizzando questa notazione per sintetizzare quanto detto nel
capoverso precedente, possiamo dire che, quando ∆x = 1, allora ∆y = b. Se
consideriamo una variazione di x diversa da uno (più grande o più piccola)
allora anche la variazione di y sarà diversa da b. Riprendendo la retta del-
6
l’esempio, se partiamo ancora da x = 4 (e perciò da y = 17) e consideriamo
come secondo valore x = 6 (ossia ∆x = 2), otteniamo y = 23 e ∆y = 6. Tut-
tavia, se facciamo il rapporto (la divisione) tra ∆y e ∆x, otteniamo ancora
6 ÷ 2 = 3 = b. Questo risultato è vero per qualsiasi livello di partenza di x
e per qualsiasi variazione di x (per qualsiasi valore di ∆x); ossia è sempre
∆y
vero che b = ∆x . Si provi, per esempio, a partire da x = 10 considerando
∆y
∆x = 0.5; si otterrà ancora ∆x = 3. Il rapporto tra la variazione di y e la
variazione di x viene chiamato anche rapporto incrementale (è il rapporto tra
le due variazioni, o “incrementi”).
Figura 2
Il calcolo del coefficiente angolare
y
B
y’’
∆y A
y’ H
∆x
0 x’ x’’ x
Se si dispone del grafico di una retta e non se ne conoscono i parametri, e
se si vuole calcolare il parametro b (il coefficiente angolare), si può usare il
seguente metodo, detto “metodo del triangolo”. Si scelgono due valori di x
a piacere (per esempio x′ e x′′ ); si avrà ovviamente ∆x = x′′ − x′ . I due
corrispondenti valori di y sono rispettivamente y ′ e y ′′ (con ∆y = y ′′ − y ′ ).
Guardando il grafico della 2 si vede che ∆x è uguale alla lunghezza
del segmento AH, mentre ∆y è uguale alla lunghezza del segmento BH ;
pertanto il coefficiente angolare b è uguale al rapporto tra il cateto verticale
e il cateto orizzontale del triangolo rettangolo ABH ed è tanto più grande
quanto maggiore è l’angolo B ÂH (chi sa un po’ di trigonometria verificherà
facilmente che il coefficiente angolare è pari alla “tangente trigonometrica”
di quell’angolo). Se la retta è decrescente, b può essere sempre ottenuto come
rapporto tra i due cateti, con l’avvertenza che questa volta esso va preceduto
dal segno meno (la retta è decrescente e perciò ha inclinazione negativa),
come del resto è logico, perché questa volta y ′′ è minore di y ′ , sicché ∆y
risulta essere negativo. Questo metodo permette di calcolare il coefficiente
angolare di qualsiasi retta.
7
Un’altra forma della equazione della retta
Nel corso di queste dispense non incontreremo soltanto rette scritte nella
forma y = a + bx. Spesso le incontreremo scritte in un’altra forma (detta
forma implicita), ossia scritte nel modo seguente:
a1 x1 + a2 x2 = k
dove x1 e x2 sono le due variabili, mentre a1 , a2 e k sono i tre parametri
dell’equazione.2 Ora è sempre possibile trasformare un’equazione della retta
scritta in forma implicita in un’equazione scritta nella forma consueta. Sup-
ponendo che x2 sia la variabile dipendente e x1 sia la variabile indipendente, è
possibile risolvere l’equazione scritta sopra per l’incognita x2 : si tratta prima
di tutto di sottrarre a1 x1 dai due lati dell’eguaglianza (ciò equivale a portare
a1 x1 al secondo membro cambiandone il segno); fatto ciò, si divide primo e
secondo membro per a2 ; si ottiene così:
k a1
x2 = − x1
a2 a2
che è l’equazione della retta scritta nella forma consueta, dove x2 sta al posto
di y (è la variabile dipendente), ak2 sta al posto di a (è l’intercetta della retta),
− aa12 sta al posto di b (è l’inclinazione della retta) e infine x1 sta al posto di
x (è la variabile indipendente).
Tuttavia, per costruire il grafico di una retta scritta in forma implicita
non è necessario scrivere prima la forma esplicita. È possibile, e più semplice,
procedere direttamente dalla forma implicita. Assumendo di misurare x2
sull’asse delle ordinate e x1 su quello delle ascisse, basta calcolare le due
intercette, quella con l’asse delle ordinate e quella con l’asse delle ascisse, e
poi tracciare la retta che passa per questi due punti.
Il calcolo delle due intercette è molto semplice: per la prima si pone nella
equazione scritta in forma implicita x1 = 0 e si ottiene subito x2 = ak2 (che dà
il valore di x2 quando appunto x1 è nullo); per la seconda si pone x2 = 0 e si
ottiene dopo un semplicissimo calcolo x1 = ak1 (che dà il valore di x1 quando
2
Si faccia attenzione alla terminologia: in questo paragrafo x1 e x2 rappresentano due
diverse variabili, ciascuna delle quali può assumere diversi valori specifici. In altre occa-
sioni, invece, x1 e x2 possono rappresentare due specifici valori della medesima variabile x.
In altre parole, un indice deponente può, di volta in volta, indicare o un valore specifico di
una certa variabile distinto da un altro valore della stessa variabile, oppure, come avviene
in questo paragrafo, due variabili diverse che appartengono alla stessa famiglia di variabili
(per esempio due beni diversi o due prezzi). Questo discorso vale anche per le costanti:
nell’esempio considerato, a1 e a2 sono due diverse costanti (sono i due coefficienti delle
due variabili). In altre occasioni, invece, a1 e a2 potranno rappresentare due diversi valori
dello stesso parametro.
8
il valore di x2 è nullo). Se k, a1 e a2 sono tutti positivi si ottiene il grafico di
una retta decrescente.
Il calcolo del coefficiente angolare (dell’inclinazione della retta) può essere
ottenuto col metodo del triangolo. Si può scegliere il triangolo costituito dalle
due intercette e dall’origine. Facendo il rapporto tra i due cateti si ottiene:
∆x2 k k a1
=− / =−
∆x1 a2 a1 a2
Questa formula dice che il coefficiente angolare della retta scritta in for-
ma implicita è uguale al rapporto cambiato di segno tra il parametro che
moltiplica la variabile misurata sull’asse delle ascisse (a1 ) e il parametro che
moltiplica la variabile misurata sull’asse delle ordinate (a2 ). Il lettore può
controllare che questo è appunto lo stesso valore del coefficiente angolare che
avevamo ottenuto quando avevamo trasformato l’equazione della retta dalla
forma implicita a quella esplicita.
4 Le funzioni non lineari
Le relazioni tra variabili che troviamo nei modelli economici non sono sempre
lineari, non hanno sempre la forma grafica di una retta. Spesso queste re-
lazioni hanno la forma di una curva. Vediamo due semplici esempi di funzioni
non lineari.
La parabola. Uno è costituito dalla cosiddetta funzione quadratica, che
nella sua forma più generale ha la seguente espressione:
y = ax2 + bx + c
Questa funzione si caratterizza per il fatto di contenere la variabile indipen-
dente, la x, elevata al quadrato. Graficamente essa ha la forma di una
parabola, sicché l’equazione scritta prima viene chiamata anche equazione
della parabola. Il coefficiente a non può essere nullo (se così fosse tornerem-
mo al caso della retta). Se a è negativo, la curva prima sale e poi discende
(cfr. 3a). Il punto della parabola che ha l’ordinata più elevata viene
chiamato punto di massimo (nel grafico è stato etichettato come ) .
Viceversa, se il coefficiente a è positivo, la curva prima scende e poi sale
(cfr. 3b). Il punto della curva che ha l’ordinata più piccola viene
chiamato punto di minimo (nel grafico è stato etichettato come ). I co-
efficienti b e c possono invece essere anche uguali a zero. Analogamente a
quanto avviene nel caso della retta, un coefficiente, precisamente c, misura
9
Figura 3
Due possibili andamenti grafici della parabola
y (a) y (b)
MAX
0 x 0 x1 x2 x
MIN
l’intercetta sull’asse delle ordinate (il lettore spieghi perché). Se c è uguale a
zero, la parabola passa per l’origine degli assi (è il caso del grafico a).
Si noti infine che, se poniamo y = 0, otteniamo la forma generale di un’equa-
zione di secondo grado. Siccome y è uguale a zero lungo l’asse delle ascisse,
le soluzioni dell’equazione di secondo grado sono individuate sul grafico dai
punti di intersezione della parabola con l’asse delle ascisse (essi sono stati
indicati con x1 e x2 nel grafico b). Per quei valori della x, infatti, l’equazione
di secondo grado risulta soddisfatta.
L’iperbole equilatera. Facciamo un altro esempio di funzione non lineare.
Si consideri la seguente equazione:
xy = k
dove k è una costante positiva. La rappresentazione grafica di questa fun-
zione è un’iperbole equilatera, ossia una curva che discende continuamente
da sinistra verso destra (cfr. 4). L’equazione dell’iperbole afferma
semplicemente che il prodotto delle due variabili, x e y, è sempre costante.
Per questo motivo la curva non tocca mai nessuno dei due assi. Per quanto
piccolo diventi il valore assunto da una delle due variabili, esso non può mai
annullarsi giacché il loro prodotto deve essere sempre positivo. I due assi
delle ascisse e delle ordinate sono gli asintoti della funzione, le due rette cui
la funzione si avvicina continuamente senza mai toccarle.3
3
A rigore, quello rappresentato nella 4 è solo una parte del grafico della fun-
zione, precisamente quello che si ottiene quando si assume che x e y siano entrambi positivi.
Spesso, quando x e y rappresentano delle variabili economiche, le cose stanno effettiva-
mente così. In generale, tuttavia, le variabili possono essere anche negative e, come sap-
piamo dall’algebra elementare, il prodotto di due numeri negativi è positivo («meno per
meno fa più»). Perciò il valore positivo k può essere ottenuto anche come prodotto tra
una x negativa e una y negativa. Come è fatto il grafico della funzione xy = k quando
10
Figura 4
Il grafico dell’iperbole equilatera
y
xy = k
0 x
L’inclinazione di una curva
Abbiamo visto prima come calcolare il coefficiente angolare di una retta. Ci
occuperemo ora di come calcolare l’inclinazione di una curva. La caratte-
ristica di una curva che più ci interessa in questa sede è il fatto che la sua
inclinazione varia in ogni suo punto (al contrario delle rette che hanno sempre
la stessa inclinazione, pari appunto al valore del parametro b). Abbiamo
anche visto che nella retta l’inclinazione ha un importante significato: misura
di quanto varia il valore di y (o di x2 se ci riferiamo al caso della retta scritta
in forma implicita) quando x (rispettivamente x1 ) varia di una unità; oppure,
il che è lo stesso, misura il rapporto tra ∆y e ∆x (rispettivamente il rapporto
∆x2
∆x1
) quando ∆x (rispettivamente ∆x1 ) è diverso da uno. Perciò è il caso di
vedere se è possibile generalizzare questi significati alle funzioni i cui grafici
sono rappresentati da curve, superando la difficoltà connessa al fatto che
l’inclinazione non è più costante in ogni punto della funzione.
Cominciamo innanzitutto col definire l’inclinazione di una curva in un
particolare punto. Essa viene misurata dall’inclinazione della retta tangente
alla curva in quel punto. Per esempio, se si vuole calcolare l’inclinazione della
f (x) della 5 nel punto A, si traccia prima di tutto la retta t, che è la
retta tangente alla f (x) nel punto in questione, e poi si calcola il coefficiente
angolare di quella retta (per esempio, col metodo del triangolo). Confrontan-
do (anche solo mentalmente) i coefficienti angolari delle tangenti ai vari punti
di una curva, si ottiene una stima dell’andamento dell’inclinazione della curva
nei vari punti.
Supponiamo che il coefficiente angolare della retta t della 5 sia
pari a 3. Sappiamo che questo significa che, se si accresce di una unità il
appunto k è positivo ma x e y sono entrambi negativi? Lasciamo al lettore il compito di
trovare la risposta costruendo il grafico.
11
valore di x (rispetto al valore di partenza x′ ), il valore di y, lungo la retta
t, aumenta di 3. Ma a noi interessa sapere di quanto aumenta la y lungo la
curva; ed è facile rendersi conto che l’aumento è un po’ meno di 3 (sarebbe un
po’ più di 3 se la curva, invece di essere concava, fosse convessa). Tuttavia,
se l’unità di misura della variabile x è molto piccola, se cioè i due valori di x,
facendo la differenza tra i quali si calcola ∆x, quasi si confondono, allora dire
che in questo caso ∆y lungo la curva è pari a 3 diventa un’approssimazione
assolutamente soddisfacente (così è, per esempio, quando un quadretto sul
grafico rappresenta 100 unità, o 1000 unità).
Figura 5
L’inclinazione di una curva
y
t
B
f(x)
y'' C
∆y A
y' D
∆x
0 x' x'' x
In questi casi — e nei grafici che faremo supporremo che le unità di misura
delle variabili siano sempre piccole — si può pertanto dire che il coefficiente
angolare della retta t tangente alla curva nel punto considerato misuri quale
è il valore di ∆y quando ∆x = 1, ossia misuri di quanto aumenta la y
a fronte di un aumento unitario della x ; oppure, il che è lo stesso, misuri il
∆y
rapporto ∆x (il rapporto incrementale). Naturalmente, siccome l’inclinazione
della curva cambia in ogni suo punto, il rapporto incrementale assume valori
diversi in ogni punto della curva. In particolare: in tutti i punti in cui la
curva è crescente il rapporto incrementale è positivo (e viceversa nei punti in
cui la curva è decrescente); se, scegliendo a piacere due punti A e B lungo la
curva, nel punto A la curva è più “ripida” che nel punto B, il valore assoluto
del rapporto incrementale in A sarà maggiore che in B; accade naturalmente
il contrario se in A la curva è meno ripida che in B; ed è chiaro che il
rapporto incrementale sarà lo stesso se nei due punti la curva avrà la stessa
pendenza; infine, se la curva ha un punto di massimo o di minimo, in quel
punto il rapporto incrementale è nullo (la retta tangente è, in entrambi i casi,
orizzontale).
Il calcolo dell’inclinazione di una curva ci consente di definire con preci-
sione, quanto meno graficamente, la convessità o la concavità di una funzione.
12
Diremo cioè che una funzione è convessa (rispettivamente, concava) quando,
in qualsiasi punto si sia tracciata la retta tangente, il grafico della funzione
giace interamente al di sopra (rispettivamente, al di sotto) della tangente
stessa. Per esempio, usando questo metodo, si verifica immediatamente che
la curva della 5 è concava.
La derivata
Siamo ora pronti a far la conoscenza con uno degli strumenti più importanti
dell’analisi matematica, il concetto di derivata. Chi ha studiato le pagine
precedenti non dovrebbe incontrare alcuna difficoltà, perché — come vedremo
— la derivata è una “parente” molto stretta del rapporto incrementale.
Se si chiedesse a un matematico che cos’è la derivata, egli risponderebbe
più o meno così: «La derivata è il limite del rapporto incrementale quando
l’incremento della variabile indipendente tende a zero». Espressa con parole
meno rigorose, questa definizione non significa altro che questo: «La derivata
coincide col rapporto incrementale quando ∆x è un numero molto piccolo,
così piccolo da essere, ai fini pratici, approssimabile con lo zero, anche se non
è proprio zero» (come sappiamo, la divisione per zero non si può fare, e ∆x
è un divisore).
Si torni ancora alla 5. Quel che abbiamo detto a proposito della
derivata significa semplicemente questo: l’incremento ∆x è così piccolo che il
punto C si trova così vicino al punto A da essere praticamente sovrapposto
a quel punto, sicché, se noi tracciamo una retta che passa per i punti A e
C, di fatto otteniamo la retta tangente nel punto A. Possiamo dare allora
la seguente definizione di derivata, che è del tutto equivalente a quelle date
prima, ma che ha il pregio di essere semplice e intuitiva: «Data una funzione
(qualsiasi) e dato un punto di questa funzione, la derivata non è altro che il
coefficiente angolare della retta tangente in quel punto».4
Partiamo da una funzione f (x) e supponiamo che in ogni suo punto si
possa tracciare la tangente e calcolarne il coefficiente angolare, ovvero che
la funzione sia derivabile. Dato che noi possiamo fare questa operazione per
ogni valore di x, si può dire che noi otteniamo una nuova funzione, “derivata”
da quella di partenza, che fa corrispondere a ogni x il coefficiente angolare
della retta tangente in quel punto alla funzione di partenza: questa nuova
funzione è appunto la derivata (tra l’altro, adesso si capisce perché viene
chiamata così).
Per ricordare il suo legame con la funzione di partenza, la derivata viene
indicata col simbolo f ′ (x). Per ricordare il suo stretto legame col rapporto
4
Ammesso, naturalmente, che in quel punto si possa tracciare una tangente, ossia che
in quel punto la funzione sia “derivabile”.
13
dy
incrementale, la derivata viene indicata anche col simbolo dx o anche con
quello equivalente dx f (x), dove appunto le “d” sostituiscono i “∆”, ricor-
d
dandoci appunto che le variazioni considerate quando si ha a che fare con le
derivate sono piccolissime (i matematici dicono che sono “infinitesime”).
5 Come si calcolano le derivate
Abbiamo visto che la derivata può essere considerata come un rapporto tra
due variazioni quando appunto la variazione della variabile indipendente (del-
la x) è molto piccola (infinitesima) e di conseguenza è molto piccola anche la
conseguente variazione della variabile dipendente (della y).5 Come appunto
dicono i matematici, la derivata è il limite del rapporto incrementale. Nelle
pagine precedenti abbiamo abbiamo considerato molto spesso delle variazioni
(incrementi) di una variabile, e le abbiamo indicate con ∆x, quando voleva-
mo riferirci a una generica variabile indipendente, con ∆y, quando voleva-
mo riferirci a una generica variabile dipendente (a una generica funzione),
con ∆q, ∆p ecc., quando volevamo riferirci a variabili o a funzioni speci-
fiche, come quantità, prezzi ecc. essa ci sono servite, tra l’altro per definire
il rapporto incrementale e poi la derivata. In altre parole, abbiamo visto
moltissime espressioni in cui compare l’operatore ∆, che significa appunto
“variazione”. Diventa importante, allora, essere capaci di calcolare le vari-
azioni delle funzioni, naturalmente quando conosciamo le formule di queste
ultime. Qui di seguito cercheremo di impratichirci con alcune regole semplici
che ci serviranno in molte occasioni nelle prossime pagine.
Alcune utili regole
La funzione lineare. Cominciamo, come al solito, col caso più facile, ossia
con la retta. Sappiamo che la formula di questa funzione è y = a + b x. Come
si calcola ∆y? Ricordiamo la definizione di ∆y: essa è
∆y = y1 − y0
dove y0 è il livello iniziale della variabile e y1 è invece il livello finale della vari-
abile, quello che si ha appunto dopo la variazione.6 Applicando la definizione
5
Il fatto che le due variazioni siano piccolissime non implica che sia piccolissimo an-
che il loro rapporto, che può benissimo risultare un numero grande. Un esempio: sia
∆x = 0, 0001 e sia ∆y = 0, 01. Abbiamo due numeri piuttosto piccoli (anche se non
∆y
“piccolissimi”), ma il loro rapporto non lo è. Abbiamo infatti ∆x 0.01
= 0.0001 = 100.
6
Questo è appunto un caso in cui gli indici deponenti 0 e 1 identificano due valori
diversi della stessa variabile e non due variabili diverse.
14
di funzione abbiamo perciò y0 = a + b x0 e y1 = a + b x1 . Possiamo allora
fare la sottrazione dei secondi membri in modo da ottenere appunto, con un
calcolo elementare, l’espressione che cerchiamo per ∆y:
∆y = y1 − y0 =
= (a + b x1 ) − (a + b x0 ) =
= b (x1 − x0 ) = b∆x
Nel caso della retta, cioè, la variazione della y è data dal prodotto del co-
efficiente angolare della retta moltiplicato per ∆x. Si noti che il valore del
parametro a non compare nel risultato; conta solo il coefficiente angolare.
Possiamo scrivere questo nostro primo risultato nel modo seguente:
∆ (a + b x) = b∆x (1)
Da esso possiamo ricavare facilmente altre due regole per calcolare le vari-
azioni.
La variazione di una costante. Per ottenere la prima poniamo b = 0 al
primo e al secondo membro. Otteniamo:
∆a = 0 (2)
Questa regola dice una cosa piuttosto ovvia: la variazione di una costante è
nulla.
La variazione di una costante moltiplicativa. Per ottenere la seconda
regola poniamo nella (1) a = 0. Otteniamo
∆ (b x) = b∆x (3)
Questa regola dice che la variazione del prodotto di una costante per una
variabile è uguale al prodotto della costante per la variazione della variabile.
La variazione di una somma. Vediamo ora qual è la regola per calcolare
la variazione della somma di due variabili. Cerchiamo cioè la formula per
calcolare ∆ (x + y). Non è difficile trovarla: basta ricordare la definizione di
variazione. Nel nostro caso abbiamo
∆ (x + y) = (x1 + y1 ) − (x0 + y0 )
Raccogliamo i termini in modo diverso:
∆ (x + y) = (x1 − x0 ) + (y1 − y0 )
15
La prima parentesi al secondo membro è ∆x e la seconda è ∆y. Questo ci
dà la terza regola:
∆ (x + y) = ∆x + ∆y (4)
Essa afferma che la variazione della somma di due variabili è uguale alla
somma delle variazioni di quelle variabili. Questa regola vale, come è agevole
verificare, anche quando le variabili sono più di due.
La variazione di un prodotto. Un’altra regola importante riguarda il
calcolo della variazione di un prodotto di due variabili. La formula per
calcolare ∆ (x y) è la seguente:
∆ (x y) = x∆y + y∆x (5)
Si tratta di una regola che dà un risultato approssimato, ma tanto più preciso
quanto più piccola è la dimensione delle variazioni. Per la sua dimostrazione
si può ragionare così.7 Si parte scrivendo ∆ (x y) = x1 y1 −x0 y0 . Poi si cambia
un po’ la terminologia ponendo x0 = x e x1 = x + ∆x (e facendo lo stesso
per y). La nostra formula diventa allora ∆ (x y) = (x + ∆x) (y + ∆y) − xy.
Svolgendo i prodotti al secondo membro abbiamo: ∆ (x y) = xy + x∆y +
y∆x + ∆x∆y − xy = x∆y + y∆x + ∆x∆y. I primi due addendi sono quelli
della formula (5). Il terzo è un prodotto di due variazioni, ed è perciò un
numero piccolo, tanto più piccolo quanto più piccole sono le due variazioni.
Possiamo perciò trascurarlo e scrivere ∆ (x y) ≈ x∆y + y∆x, dove il segno
di uguale “arrotondato” ci ricorda appunto che si tratta di una eguaglianza
non esatta ma approssimata. L’approssimazione è tanto migliore quanto più
piccolo è ∆x (e, di conseguenza, quanto più piccolo è anche ∆y). Noi ne
faremo uso, di solito, come se fosse un’eguaglianza esatta.
Della formula (5) si può anche avere un’intuizione grafica facendo ricorso
al procedimento descritto nella 6. Il prodotto x y può essere visua-
lizzato come l’area di un rettangolo la cui base è un segmento di lunghezza
x0 e la cui altezza è un segmento di lunghezza y0 . Se ora aumentiamo la base
di ∆x e l’altezza di ∆y, otteniamo un rettangolo più grande. La variazione
del prodotto tra le due variabili (appunto ∆ (x y)) sarà data dalla differenza
tra le due aree. Si vede subito che tale differenza è data dalla somma delle
aree di tre rettangoli: quello indicato con A ha per base x0 e per altezza ∆y;
quello indicato con B ha per base ∆x e per altezza y0 ; infine quello indicato
con C ha per base ∆x e per altezza ∆y. Quest’ultimo rettangolo è più piccolo
7
Seguire i passi della dimostrazione è molto utile (ci si abitua a ragionare con le formu-
le). Il lettore che ha fretta può saltarla e fidarsi del risultato, ma è molto meglio non
fidarsi (si impara molto di più seguendo i ragionamenti della dimostrazione)
16
Figura 6
Il calcolo della variazione del prodotto
y
y1 ∆x
A C ∆y
y0
B
0 x0 x1 x
degli altri, e lo è tanto di più quanto più piccole sono le variazioni ∆x e ∆y.
Se lo trascuriamo e sommiamo le aree degli altri due rettangoli, otteniamo
x∆y + y∆x cioè esattamente la regola (5).
La variazione di un quadrato. La regola (5) consente di trovarne altre.
Supponiamo, per esempio, di avere la funzione y = x2 , e di volerne calcolare
la variazione, ossia ∆y. Possiamo riscrivere la funzione come y = x · x e
applicare la regola della variazione del prodotto (5). Al secondo membro
otteniamo
∆ (x·x) = x∆x + x∆x = 2x∆x
Ne deriva perciò la seguente regola per la variazione del quadrato:
∆ x2 = 2x∆x (6)
E si può andare avanti.
La variazione di una potenza. Per esempio, è facile controllare che 8
∆ x3 = 3x2 ∆x
e, più in generale, che vale la seguente regola per il calcolo della variazione
di una potenza qualsiasi:
∆ (xa ) = a xa−1 ∆x (7)
dove a è un numero qualsiasi, purché costante.
8
Basta scrivere ∆(x3 ) = ∆(x2 x) e applicare la regola (5). Si ottiene ∆(x2 x) = x ·
2x∆x + x2 ∆x = 2x2 ∆x + x2 ∆x = 3x2 ∆x.
17
Altri esempi di variazioni. Le regole (2—7) consentono di calcolare le
variazioni per un gran numero di funzioni. Facciamo qualche esempio:
• Supponiamo di voler calcolare la variazione di una parabola, ossia della
funzione y = ax2 +bx+c. È sufficiente applicare le regole (2) (variazione
di una costante additiva), (3) (variazione di una costante moltiplicati-
va), [(4) (variazione di una somma) e (6) (variazione di un quadrato),
e si ottiene subito il risultato
∆ ax2 + bx + c = 2ax∆x + b∆x
• Supponiamo di voler calcolare la variazione della funzione y = xk , ossia
di un’iperbole. Si deve prima di tutto riscrivere la funzione nel seguente
modo:9 y = k x−1 . Poi si applicano la regola (7), ponendo a = −1, e
la solita regola (3). Si ottiene
k k
∆ = ∆k x−1 = −k x−2 ∆x = − 2 ∆x
x x
• Supponiamo di√voler calcolare la variazione di una radice, ossia della
funzione y = x. Si deve prima di tutto riscrivere la funzione nel
seguente modo:10 y = x1/2 . Poi si applica la regola (7), ponendo
a = 12 , e si ottiene
√ 1 1
∆ x = ∆x1/2 = x−1/2 ∆x = √ ∆x
2 2 x
Il calcolo delle derivate
Ora ci serviremo delle regole che abbiamo appena illustrato per imparare a
calcolare le derivate. La strategia è semplice. Innanzitutto vedremo che le
regole del paragrafo precedente permettono di calcolare facilmente i rapporti
incrementali. Il successivo passaggio alle derivate è semplice e immediato.
9
Si applica la proprietà delle potenze per cui un numero elevato a un esponente negativo
è uguale al reciproco di quel numero elevato allo stesso esponente, ma positivo. In formule:
x−a = 1/xa .
10
Si applica la proprietà delle potenze per cui un numero elevato a un esponente
frazionario è uguale a una radice il cui grado è misurato dal denominatore della frazione e
in cui l’esponente√del numero sotto radice è misurato dal denominatore della frazione. In
formule: xa/b = b xa .
18
Il calcolo del rapporto incrementale. Sappiamo calcolare la variazione
di y in funzione della variazione di x; sappiamo cioè ottenere una espressione
in cui ∆y (al primo membro) è uguale a un’espressione che moltiplica ∆x
(al secondo membro). Per esempio, siamo in grado di verificare che, se si ha
11
y = f (x) = ax + x , si ha anche ∆y = 2ax − x2 ∆x. A questo punto il
2 b b
calcolo del rapporto incrementale diventa facilissimo: basta dividere primo e
secondo membro per ∆x. Nel caso specifico si otterrà
∆y b
= 2ax − 2
∆x x
Più in generale, ogni volta che siamo in grado di ottenere una espressione
per la variazione di una funzione y = f (x) ossia una espressione per ∆f (x),
possiamo immediatamente ottenere la formula del rapporto incrementale: è
sufficiente dividere quella espressione per ∆x.
Dal rapporto incrementale alla derivata
Abbiamo già fatto tutto: basta sostituire in tutte le formule precedenti dy
al posto di ∆y e dx al posto di ∆x e, invece di trovare i rapporti incre-
mentali, abbiamo trovato le derivate. Ricordiamo infatti che, per ottenere
quelle regole, abbiamo sempre fatto l’ipotesi che le variazioni della x fos-
sero molto piccole, e, come ormai sappiamo, in queste condizioni il rapporto
incrementale coincide con la derivata.
Un esempio. Dobbiamo calcolare la derivata della funzione
b √
y = ax2 − + x + c
x
Sappiamo calcolare la variazione di y. Si controlli che essa è
b 1
∆y = 2ax + 2 + √ ∆x
x 2 x
Scrivendo dy al posto di ∆y e dx al posto di ∆x e dividendo primo e secondo
membro per dx si ottiene la formula della derivata:
dy b 1
= f ′ (x) = 2ax + 2 + √
dx x 2 x
dove appunto f ′ (x), ossia la derivata, è proprio la formula che si ricava dalla
funzione di partenza applicando le regole che abbiamo imparato per calcolare
le variazioni. Questo procedimento è del tutto generale: dove sappiamo
calcolare una variazione sappiamo calcolare anche una derivata.
11
Il lettore è vivamente pregato di effettuare il calcolo per verificare l’esattezza del
risultato.
19
La regola della√ catena. Supponiamo di voler calcolare la derivata della
funzione y = 2x + 1. A una prima occhiata siamo in difficoltà, perché le
regole che abbiamo imparato finora non ci aiutano.
√ Servendoci della regola
(7) siamo capaci di calcolare la derivata di x (che è 2√1 x ); qui, però, sotto
la radice non c’è x ma c’è una espressione, appunto 2x + 1; servendoci della
regola (1) siamo anche capaci di calcolare la derivata di quello che c’è dentro
la radice (la derivata di 2x + 1 è 2); ma qui le due funzioni sono “intrec-
ciate”; abbiamo a che fare con una funzione composta. Possiamo esplicitarla
effettuando una sostituzione di variabile, ossia scrivendo 2x +√1 = z; con
questa sostituzione la nostra funzione di partenza diventa y = z, funzione
di cui, come si è detto prima, la derivata è facilmente calcolabile.
√ Questo
suggerisce la strada per calcolare la derivata della funzione y = 2x + 1 e di
qualsiasi altra funzione composta. Supponiamo di voler calcolare il rapporto
∆y
incrementale ∆x . Nessuno ci impedisce di scrivere
∆y ∆y ∆z
= ×
∆x ∆z ∆x
trasformando il rapporto incrementale di partenza nel prodotto di due rap-
porti incrementali (più facili da calcolare). Se invece di considerare variazioni
finite applichiamo il procedimento a variazioni infinitesime otteniamo
dy dy dz
= × (8)
dx dz dx
che è appunto la “regola della catena” per calcolare la derivata di funzioni
√
composte. Applichiamo il procedimento al nostro esempio: abbiamo y = z
e z = 2x+1. Sappiamo calcolare entrambe le derivate. Viene fuori il seguente
risultato:
dy dy dz 1 1
= × = √ ×2= √
dx dz dx 2 z 2x + 1
dove, dopo l’ultimo segno di uguale, abbiamo semplificato e sostituito nuo-
vamente al posto di z la sua espressione. Insomma, il “trucco” della regola
della catena consiste nel sostituire al calcolo di una derivata complicata un
prodotto di derivate più semplici.12
Massimi e minimi
A che servono le derivate? A molte cose. Come primo punto, ricordiamo che
la derivata misura l’inclinazione della funzione: una derivata positiva in un
12
Non è necessario fermarsi a due prodotti. Se occorre si può continuare a effettuare
sostituzioni di variabili fino a che siamo capaci di calcolare tutte le derivate dei vari
prodotti.
20
particolare punto, o in un particolare intervallo, indica che in quel punto, o
in quell’intervallo, la funzione è crescente; una derivata negativa indica che
la funzione è decrescente; una derivata nulla in un intervallo indica che la
funzione è costante.
Una derivata nulla in un singolo punto indica che ci troviamo in un punto
importante della funzione: un massimo o un minimo. Si riprenda la -
3: nel grafico (a) la derivata della funzione è positiva a sinistra del punto
etichettato come (basta idealmente tracciare le varie rette tangenti e
vedere che i loro coefficienti angolari sono positivi) ed è negativa a destra
di quel punto; se invece tracciamo la retta tangente proprio nel punto
troviamo una retta orizzontale, che ha dunque un coefficiente angolare nullo.
Un ragionamento simmetrico può essere fatto per il grafico (b). La derivata ci
permette allora di identificare i punti di massimo e di minimo delle funzioni,
e — come vedremo — questo in economia è molto importante.
Un esempio. Vediamo come si calcola il massimo di una funzione in un
caso specifico. Supponiamo di cercare il massimo della funzione y = f (x) =
60x − 3x2 . Per prima cosa dobbiamo calcolare la derivata. Applicando le
regole che abbiamo imparato per calcolare i rapporti incrementali (e che,
dy
come abbiamo detto, valgono anche per calcolare le derivate) otteniamo dx =
dy
60 − 6x. Poi dobbiamo scrivere la condizione dx = 0, perché appunto nel
massimo (o nel minimo) la derivata è nulla. Otteniamo così l’equazione
60 − 6x = 0, la cui soluzione è x∗ = 10. Il massimo della funzione è allora
f (10) = 300.
La condizione del secondo ordine. Ma come facciamo a sapere che si
tratta di un massimo e non di un minimo? Possiamo controllare la cosa
in molti modi. Il più semplice è questo: se calcolo il valore della derivata
dy
dx
per x < x∗ , ottengo in questo caso un numero positivo, mentre se lo
calcolo per x > x∗ ottengo un numero negativo; questo significa che prima
di x∗ , essendo la derivata positiva, la funzione è crescente, e che dopo di
x∗ la funzione è decrescente; perciò x∗ è un massimo; nel caso contrario
sarebbe stato un minimo. Un metodo più standard, proposto dai matematici,
è quello di calcolare la derivata della funzione derivata, ossia di calcolare la
cosiddetta derivata seconda, e di verificarne il segno in corrispondenza di x∗ :
se in quel punto la derivata seconda è negativa abbiamo un massimo, se è
positiva abbiamo un minimo. Il simbolo per scrivere la derivata seconda
2
è ddyy2 . Effettuiamo il calcolo per il nostro esempio. Abbiamo visto che la
dy
formula della funzione derivata è dx = 60 − 6x. È immediato verificare che
2
d y
la derivata di questa funzione è dx2 = −6 < 0. Nel caso in esame la derivata
21
seconda è costante ed è negativa. Il che conferma che il valore trovato di x∗
identifica un massimo della funzione y = 60x − 3x2 . Il controllo del segno
della derivata seconda viene chiamato condizione del secondo ordine.
6 Variazione percentuale ed elasticità
Abbiamo visto che il rapporto incrementale e la derivata di una funzione ci
dicono di quanto varia la y al variare della x a partire da un determinato
punto : il rapporto incrementale considera una variazione finita della x (indi-
cata con ∆x), mentre la derivata considera una variazione infinitesima, ossia
“piccolissima”, della x (indicata con dx). Sia l’uno che l’altra sono misure
della variazione della y quando la x aumenta (o diminuisce) di una unità
(finita o infinitesima). Ma il rapporto incrementale e la derivata soffrono di
un inconveniente: il loro valore dipende dalle unità di misura adottate.
Un esempio ci aiuterà a chiarire questo punto. Supponiamo di voler pren-
dere in esame la funzione che lega la quantità di salsiccie domandata da un
individuo al loro prezzo (la cosiddetta curva di domanda individuale). Sup-
poniamo che questa curva ci dica che quando il prezzo aumenta di una unità
la quantità domandata diminuisce di due unità. Dobbiamo evidentemente
specificare quali unità di misura adottiamo per il prezzo e la quantità; al-
trimenti l’affermazione fatta prima è priva di significato. Stabiliamo, per
esempio, che il prezzo venga misurato in euro e la quantità in etti. La curva
di domanda ci dice dunque che quando il prezzo aumenta di un euro per etto
(di una unità) la quantità domandata diminuisce di due etti (di due unità).
In altri termini, visto che la quantità è la variabile dipendente e il prezzo è la
variabile indipendente, il rapporto incrementale è pari a (meno) due. Cosa
accade però se la quantità viene misurata in chili invece che in etti? In questo
caso un aumento unitario del prezzo (un euro) conduce a una diminuzione
di 0,2 kg della quantità, e il rapporto incrementale scende a 0,2! Il rapporto
incrementale richiede perciò che ogni volta si specifichino le unità di misura.
La variazione percentuale
Se vogliamo evitare questo riferimento nel misurare le variazioni, dobbiamo
modificare il rapporto incrementale così da renderlo indipendente dalle unità
di misura. L’idea è di far ricorso alle variazioni percentuali. Supponiamo
che inizialmente il prezzo delle salsiccie sia di 2 euro per etto (o di 20 euro
per chilo). Dire che il prezzo aumenta di un euro per etto (o di 10 euro per
chilo) equivale in termini percentuali ad affermare che il prezzo è aumentato
del 50%. Infatti, chiamando p il prezzo, possiamo calcolare il rapporto ∆p p
,
22
ovvero la variazione divisa per il livello di partenza della variabile. Questo
rapporto (moltiplicato per 100) viene chiamato variazione percentuale oppure
tasso di variazione e lo indicheremo col simbolo della variabile sormontato
da una tilde (p̃). Nel nostro esempio abbiamo
∆p 10
p̃ = = = 0, 5 = 50%
p 20
La quantità inizialmente domandata sia 5 etti (ovvero 0,5 kg). Se misuriamo
la quantità in etti, la sua variazione percentuale (q̃), trascurando il segno
meno, sarà:
∆q 2
q̃ = = = 0, 40 = 40%
q 5
Quando misuriamo la quantità in chili, invece che in etti, otteniamo lo stesso
risultato:
∆q 0, 2
q̃ = = = 0, 40 = 40%
q 0, 5
Dunque, misurando le variazioni in termini percentuali, possiamo fare a meno
di specificare le unità di misura. L’operazione che abbiamo compiuto è stata
semplicemente quella di misurare ciascuna variazione nei termini del livello
assunto inizialmente dalla variabile considerata, ovvero di assumere come
unità di misura di ciascuna variabile il suo livello di partenza.
Due proprietà dei tassi di variazione
Abbiamo appena visto la definizione del tasso di variazione (o variazione
percentuale): per una qualsiasi variabile x essa è x̃ = ∆xx
. Nelle lezioni suc-
cessive ci potrà essere utile conoscere come si calcolano il tasso di variazione
di un prodotto e quello di un quoziente. In altri termini, se la variabile z è il
prodotto delle due variabili x e y, che relazione c’è tra il tasso di variazione
di z e quelli di x e y? Una domanda analoga può essere posta quando z è
uguale al rapporto di quelle due variabili. Le regole che abbiamo imparato
ci consentono di trovare le risposte.
Il tasso di variazione di un prodotto. Cominciamo dal caso del prodot-
to: per ipotesi abbiamo cioè z = x y. Possiamo applicare la regola della
variazione del prodotto, ottenendo, come sappiamo, ∆z = y∆x + x∆y. Ora
dividiamo primo e secondo membro per z, tenendo conto che, per ipotesi, si
ha z = x y. Otteniamo quanto segue:
∆z y∆x x∆y ∆x ∆y
= + = +
z xy xy x y
23
Questa è la risposta che cercavamo: al primo membro abbiamo z̃ e al secondo
la somma di x̃ e ỹ:
z̃ = x̃ + ỹ (9)
In conclusione, cioè, il tasso di variazione di un prodotto è uguale alla somma
dei tassi di variazione dei due fattori.
Il tasso di variazione di un quoziente. Nel caso del quoziente, come si
sarà probabilmente intuito, si arriva a un risultato analogo. Questa volta,
invece della somma, abbiamo una differenza. In altri termini, se si ha z = xy ,
allora per quanto riguarda i tassi di variazione si ha
z̃ = x̃ − ỹ (10)
In conclusione, cioè, il tasso di variazione di un rapporto è uguale alla dif-
ferenza tra il tasso di variazione del numeratore e quello del denominatore.13
L’elasticità
A questo punto possiamo introdurre il concetto di elasticità di una funzione.
Essa è una misura della sensibilità della variabile dipendente (della y) al
variare della variabile indipendente (della x). Solo che, invece di fare il
rapporto tra le due variazioni espresse nelle loro unità di misura (come nel
rapporto incrementale), si fa il rapporto tra le due variazioni percentuali.
Indicando col simbolo η il valore dell’elasticità, si può scrivere la seguente
formula:
∆y ∆x ỹ
η= / = (11)
y x x̃
In precedenza abbiamo fatto un esempio sulla domanda di salsiccie in cui
la variabile dipendente era q e la variabile indipendente era p, ma la for-
mula è valida in generale e perciò l’abbiamo scritta usando i simboli y e x.
Nell’esempio il valore dell’elasticità è η = 40%
50%
= 0, 8.
Per chiarire e qualificare meglio l’argomento dell’elasticità vanno fatte
alcune considerazioni.
(i) La prima è che, come rapporto tra due variazioni percentuali, l’elasticità
è indipendente dalle unità di misura ovvero è, come anche si dice, un numero
adimensionale.
13
La strada più semplice per controllare questo risultato è la seguente: da z = x/y si
ricava subito l’espressione equivalente x = zy. Applicando la regola del tasso di variazione
del prodotto si ottiene x̃ = z̃ + ỹ. Risolvendo questa eguaglianza per z̃ si ottiene z̃ = x̃ − ỹ,
appunto il risultato che cercavamo.
24
(ii) La seconda è che, per convenzione, quando si ha a che fare con fun-
zioni sempre decrescenti, sicché l’elasticità assume sempre valori negativi, il
segno meno viene tralasciato, ossia l’elasticità viene misurata in valore asso-
luto. Nel precedente esempio della curva di domanda avremmo dovuto dire
che l’elasticità è pari a −0, 8, poiché quando il prezzo aumenta la quantità
domandata diminuisce. Nel tralasciare il segno meno abbiamo seguito la
convenzione appena detta. Naturalmente, quando l’elasticità può assumere
valori sia positivi che negativi, il segno non può più essere trascurato.
(iii) La terza è che l’elasticità (considerandone il valore assoluto quando la
funzione è descrescente) oscilla attorno al valore di uno, che si ha appunto
quando il numeratore e il denominatore della (11) sono uguali, ossia quando
sono uguali (eventualmente in valore assoluto) le due variazioni percentuali
della variabile indipendente (della x) e di quella dipendente (della y). Se la
y varia in percentuale più della x allora il rapporto è minore di uno, e si dice
che (nel punto, o nel tratto considerato) la funzione è elastica. Se invece la
y varia in percentuale meno della x, sicché il rapporto è maggiore di uno,
si dice che la funzione è anelastica (o rigida). Si parla infine di elasticità
unitaria quando il rapporto è proprio uno, ovvero quando le due variazioni
percentuali sono uguali.
(iv ) L’ultima considerazione è che, come abbiamo fatto quando siamo pas-
sati dal rapporto incrementale alla derivata, anche nel caso dell’elasticità si
possono considerare delle variazioni infinitesime della variabile indipendente
(dx invece ∆x) e della variabile dipendente (dy invece che ∆y). In questo
caso la formula dell’elasticità diventa:
dy dx dy x
η= / = (12)
y x dx y
dy 14
in cui compare esplicitamente la derivata dx
.
Il calcolo grafico dell’elasticità è relativamente semplice. Guardando
alla formula (12) dell’elasticità, si vede che questa è uguale alla derivata (o,
∆y
se consideriamo variazioni finite, al rapporto incrementale ∆x ) divisa per il
rapporto tra i livelli delle due variabili xy .15 Siccome sappiamo già calcolare
14
Apparentemente, parlare di elasticità in un punto sembra un controsenso, visto che
abbiamo a che fare con una variazione della x (e della corrispondente variazione della
y). Se però l’unità di misura della x è molto piccola relativamente al suo livello, allora il
livello di partenza della x diventa praticamente indistinguibile dal livello d’arrivo, sicché i
due punti finiscono praticamente col coincidere, riducendosi a un punto soltanto. Si tratta
dello stesso ragionamento che è alla base della nozione di derivata.
15
Molto spesso gli economisti chiamano la derivata della funzione (della y) in un punto
con l’espressione valore marginale della funzione. Esso misura appunto, come abbiamo
25
graficamente la derivata e il rapporto incrementale (col metodo del triangolo)
e siccome dal grafico è facile ricavare anche il rapporto tra i livelli, si possono
agevolmente combinare i due risultati per ottenere la misura dell’elasticità.
Si veda la 7. Vogliamo calcolare l’elasticità nel punto B, quella che
si ha quando la x aumenta di una unità (finita o infinitesima) rispetto al
livello 0C. La derivata (o il rapporto incrementale) ottenuta col metodo del
triangolo è pari ad BHAH
= AH
0C
.16 Il rapporto tra i livelli è pari a 0H
0C
. Perciò
l’elasticità può essere calcolata come segue:
dy x AH 0C AH
η= × = ÷ =
dx y 0C 0H 0H
Insomma il valore dell’elasticità dipende da come il punto H divide il segmen-
Figura 7
Il calcolo grafico dell’elasticità
y
A
B
H
0 C x
to 0A. Se H si trova vicino ad A, il valore dell’elasticità è basso (come
sappiamo, in questo caso si dice che nel punto B la curva è anelastica); se
H si trova vicino a 0, il valore dell’elasticità è alto (e si dice che nel punto
B la curva è elastica). Per trovare il valore della x in corrispondenza del
quale l’elasticità della funzione è unitaria basta cercare il punto di mezzo
del segmento 0A e identificare sull’asse delle ascisse il valore di x che gli
corrisponde.
Ovviamente quando il grafico della funzione non è una retta ma una curva,
si deve prima tracciare la retta tangente alla curva nel punto considerato e poi
visto, la variazione della y a fronte di una variazione infinitesima della x, ovvero quel che
succede alla funzione “al margine”. Anche il rapporto y/x ha un nome; viene chiamato
valore medio della funzione y. Esso è appunto la media di tutti i valori della x fino a quel
punto. Usando questa terminologia, l’elasticità è uguale al rapporto tra il valore marginale
e il valore medio della funzione.
16
Dato che la funzione è una retta, la derivata e il rapporto incrementale sono uguali,
coincidendo entrambi col coefficiente angolare della retta.
26
seguire il procedimento grafico appena illustrato. Inoltre, quando si calcola
greficamente l’elasticità vanno tenuti presenti due avvertimenti.
Il primo riguarda le funzioni crescenti (cfr. 8): in questo caso il
lettore può verificare che l’elasticità nel punto B è data da BH
AH
÷ BH
0H
0H
= AH ; ne
segue che nell’esempio considerato la curva è anelastica perché il numeratore
è inferiore al denominatore.
Figura 8
Il calcolo dell’elasticità quando la funzione non è lineare
y
y = f(x)
A 0 H x
Il secondo avvertimento riguarda il fatto che molto spesso nei grafici dei
modelli economici gli assi sono invertiti: la variabile dipendente è misurata
sull’asse delle ascisse mentre quella indipendente è misurata sull’asse delle or-
dinate. Questo è il caso, per esempio, delle curve di domanda q = D(p), dove
q è misurata sull’asse delle ascisse e p su quello delle ordinate (cfr. 9).
In questo caso, la derivata (il rapporto incrementale) è data da BH AH
mentre
il rapporto tra i livelli è dato da 0H . Perciò l’elasticità è uguale al rapporto
BH
AH
0H
. In questo caso quello che conta è come viene suddiviso dal punto H il
segmento sull’asse delle ascisse.
Figura 9
Il calcolo dell’elasticità quando gli assi sono invertiti
p
q = D(p)
0 H A q
27
Il calcolo della formula dell’elasticità. Sappiamo già praticamente tut-
to quel che ci occorre: basta ricordare la formula (12) che riscriviamo qui
per comodità di lettura:
dy x
η=
dx y
L’elasticità, cioè, può essere ottenuta come prodotto tra la derivata e il rap-
porto xy (che, come abbiamo visto in precedenza è il reciproco del valore
medio). Dato che ora sappiamo calcolare la derivata e che y = f (x), il cal-
colo dell’elasticità diventa piuttosto semplice. Ci limiteremo a un paio di
esempi:
• Calcoliamo l’elasticità di una funzione lineare decrescente, ossia della
funzione y = a − b x, dove a e b sono costanti positive. Applichiamo la
formula (12): la derivata della funzione è, come sappiamo, −b. Perciò
la formula dell’elasticità diventa:
x bx
η = −b =−
a − bx a − bx
Questa formula mostra che l’elasticità è negativa (cosa che non sor-
prende dato che la funzione f (x) è decrescente) e che il suo valore
assoluto (prescindendo cioè dal segno) aumenta al crescere della x: per
x = 0 vale zero anche l’elasticità; man mano che x cresce, aumenta
anche il valore dell’elasticità. Ricordando il significato dell’elasticità
possiamo dire che, in questo caso, la sensibilità della y, per una data
variazione percentuale della x, aumenta in valore assoluto (pur restando
negativa) man mano che cresce il valore di partenza della x.
• Calcoliamo l’elasticità della funzione y = f (x) = xk2 , il cui grafico ha
la forma di una specie di iperbole. Applichiamo la solita formula (12):
la derivata della funzione è (come il lettore avrà cura di controllare)
dy
dx
= − 2k
x3
. Perciò la formula dell’elasticità diventa:
2k x 2k x3
η=− = − = −2
x3 k/x2 x3 k
Il risultato che abbiamo trovato ci dice che l’elasticità è negativa (pre-
visto: la funzione di partenza è decrescente) e che il suo valore assoluto
è costante. Questo è appunto un esempio di funzione con elasticità
costante. In questo caso, la sensibilità della y per una data variazione
percentuale della x è sempre la stessa ed è indipendente dal valore di
partenza della x.
28
Quello appena considerato non è l’unico caso di funzione con elasticità costante.
Per esempio, il lettore calcoli i valori delle elasticità delle funzioni y = a x e
y = kx e controlli appunto che hanno entrambe un’elasticità costante.17
7 Esponenziale e logaritmo
La funzione esponenziale. Ci sono due funzioni molto importanti in
economia (e non solo in economia) che è bene conoscere e di cui è bene saper
calcolare le derivate. La prima è la funzione esponenziale la cui formula è
y = ax
dove il coefficiente a è un numero positivo. Il grafico della funzione espo-
nenziale è descritto nella 10. Se il coefficiente a è maggiore di 1, la
Figura 10
Il grafico della funzione esponenziale
y
a<1 a>1
1
0 x
funzione è crescente,18 mentre se è minore di 1 la funzione è decrescente.19
In entrambi i casi l’intercetta con l’asse delle ordinate è pari a 1 (qualsiasi
17
Chi avrà effettuato il calcolo troverà che in entrambi i casi, a parte il segno (positivo
per la prima funzione e negativo per la seconda) si ottiene lo stesso risultato: η = 1.
Abbiamo due esempi di curve con elasticità unitaria.
18
Poniamo x = t (dove t indica il tempo). La funzione esponenziale diventa y = at ; essa
ha la caratteristica che il valore della y ci mette sempre lo stesso tempo a raddoppiarsi. Per
esempio, poniamo a = 2. quando t = 0 si ha y = 20 = 1; dopo un periodo si ha y = 21 = 2
(si è raddoppiato); dopo un altro periodo si ha y = 22 = 4 (si è raddoppiato ancora); nel
successivo periodo si ha y = 23 = 8 (ancora un raddoppio); e così via. Naturalmente, se si
ha a < 2 il tempo che ci vuole per ottenere ogni raddoppio è più lungo, mentre se a > 2
il tempo per il raddoppio è più corto. Per esempio, se si ha a = 1.5 il raddoppio si ha per
t ≈ 1.7.
19
In questo caso nella funzione y = at è il tempo di dimezzamento che è costante (si
faccia la prova con a = 0.5 e si verificherà facilmente che in ogni periodo il valore della y
si dimezza).
29
numero a elevato a zero dà appunto 1). Una seconda caratteristica rilevante
è che il valore di y che si ricava dalla funzione esponenziale è sempre positivo:
al crescere di x quando α < 1 (o al diminuire di x quando a > 1) la cur-
va si avvicina sempre di più all’asse delle ascisse senza però raggiungerlo.20
Vi sono due esempi di funzioni esponenziali che si ritrovano anche nelle cal-
colatrici tascabili: una è 10x ; l’altra è ex , dove e è un numero irrazionale
(e ≈ 2.7183) con interessanti proprietà matematiche che viene usato come
base dei logaritmi naturali (vedi qui sotto).21
La funzione logaritmica. Sappiamo, per averlo studiato a scuola, che il
logaritmo di un numero è l’esponente a cui occorre elevare un determinato
numero, detto “base”, per ottenere il numero dato. La “base” può essere un
numero qualsiasi. La più comoda è un particolare numero detto e.22 Quando
si usa come base questo numero, il logaritmo viene detto “logaritmo naturale”
e viene indicato col simbolo “ln”. Noi supporremo che i nostri siano sempre
logaritmi naturali (anche se talvolta ci potrà capitare di scrivere “log” invece
di “ln”).23
Ai nostri fini, tuttavia, saper esattamente cosa sia un logaritmo interessa
relativamente poco. Quelle che ci interessano sono alcune proprietà dei loga-
ritmi, che consentono di semplificare enormemente le formule dei modelli.
Qui di seguito elencheremo (senza dimostrazione) le principali proprietà di
cui potremo fare uso.24
(i) Il logaritmo di uno è zero; il logaritmo di un numero maggiore di uno
è positivo; il logaritmo di un numero minore di uno è negativo; il logaritmo
di un numero negativo non esiste.25
(ii) I logaritmi consentono di trasformare i prodotti in somme, i rapporti
20
I matematici dicono che l’asse delle ascisse è un asintoto della funzione esponenziale.
21
Un altro famosissimo esempio in cui compare una funzione esponenziale è la formula
dell’interesse composto, che dice come aumenta nel tempo una somma iniziale k0 se viene
investita al tasso di interesse costante i. La formula è k (t) = k0 (1 + i)t dove si ha a = 1+i
e x = t; k (t) è appunto il valore della somma dopo t anni.
22
Nella scuola secondaria, come base per i logaritmi, si usava soprattutto il numero 10.
Però i logaritmi naturali hanno proprietà matematiche più comode, e perciò vengono usati
di più.
23
Spesso (soprattutto in macroeconomia) si fa uso della seguente notazione: quando la
variabile è indicata con una lettera maiuscola, il logaritmo di quella variabile verrà indicato
con la corrispondente lettera minuscola. Per esempio, il prodotto nazionale viene in genere
indicato con Y ; perciò il logaritmo del prodotto nazionale verrà indicato così: ln Y = y.
Analogamente avremo ln M = m, ln P = p ecc.
24
Il lettore potrà controllare queste proprietà facendo qualche prova con la calcolatrice
tascabile.
25
A rigore, il logaritmo di un numero negativo non è un “numero reale”. Inoltre, man
mano che il numero si avvicina allo zero, il suo logaritmo si avvicina a meno infinito.
30
in differenze, le potenze in prodotti e le radici in rapporti. Facciamo qualche
esempio. Supponiamo che si abbia la relazione, in livelli, z = xy; passando ai
logaritmi abbiamo ln z = ln x + ln y. Se invece la relazione è z = xy , passando
ai logaritmi si ha ln z = ln x − ln y. Supponiamo infine di avere la relazione
y = xa ; passando ai logaritmi abbiamo ln y = a ln x. Ovviamente si possono
fare moltissimi altri esempi. Ne facciamo un altro soltanto: la funzione
esponenziale y = ex . Che succede quando si passa ai logaritmi? Abbiamo,
ovviamente ln y = x ln e = x;26 la funzione logaritmica è la funzione inversa
delle funzione esponenziale (e vale ovviamente anche il reciproco).
(iii) Il grafico della funzione logarimica y = ln x è una curva crescente
con una inclinazione che diminuisce costantemente.27 Si veda la 11.
Figura 11
La funzione logaritmica
y
lnx
1
0 x
La funzione incontra l’asse delle ascisse nel punto x = 1 e non incontra mai
l’asse delle ordinate; man mano che la x si avvicina a zero il valore di y
(che per x < 1 è ovviamente negativo) diventa in valore assoluto sempre più
grande.28
(iv) In queste lezioni faremo talvolta uso della seguente importante pro-
prietà (che non viene insegnata nelle scuole secondarie): ln (1 + x) ≈ x.
L’approssimazione è tanto più “buona” quanto più “piccolo” è il valore della
variabile x. Per esempio, è un’approssimazione eccellente quando x è una per-
centuale (come 5% = 0, 05). Questa proprietà consente di esprimere i tassi di
26
Questo risultato dipende dalla definizione di logaritmo: a quale esponente si deve
elevare il numero e per ottenere il numero e? Ovviamente si deve elevare a uno; perciò
ln e = 1.
27
Come sappiamo, l’inclinazione di una funzione è misurata dalla sua derivata. Come
dy
vedremo tra poco, la derivata della funzione ln x è dx = x1 che è positiva (la funzione è
appunto crescente) ma in valore assoluto diventa sempre più piccola (man mano che la x
aumenta la y aumenta sempre di meno).
28
L’asse delle ordinate è un asintoto della funzione logaritmica.
31
variazione dei livelli come differenze tra i loro logaritmi. Chiariamo la cosa
con un esempio. Sappiamo che il tasso di variazione di una variabile, poniamo
si tratti del prezzo p, è definito dalla formula p̃ = p1p−p
0
0
= pp10 − 1. Possiamo
perciò scrivere 1 + p̃ = pp10 e, passando ai logaritmi, ln(1 + p̃) = ln p1 − ln p0 ;
ora applichiamo la proprietà al primo membro; otteniamo p̃ ≈ ln p1 − ln p0 .
Possiamo ottenere una formula analoga per il tasso di variazione di qualsiasi
variabile: x̃ = ln x1 − ln x0 .29
Derivate. In vari problemi di teoria economica può rivelarsi utile saper
calcolare le derivate della funzione esponenziale e della funzione logaritmi-
ca. Le formule di queste derivate sono particolarmente semplici nel caso
della funzione ex e del logaritmo naturale ln x. Le diamo entrambe senza
dimostrazione.
dy
Per la funzione esponenziale y = ex abbiamo la derivata dx = ex . In
altri termini la derivata della funzione ex è la stessa funzione ex . Per la
dy
funzione y = ln x abbiamo la derivata dx = x1 (la derivata del logaritmo
è un’iperbole equilatera).30 . Per calcolare le derivate di funzioni composte
come per esempio eλx o come ln (λ + x), dove λ è un coefficiente dato, si deve
usare la “regola della catena. Si ottiene rispettivamente:31
d λx d 1
e = λeλx e ln (λ + x) =
dx dx λ+x
Prima di lasciare l’argomento delle esponenziali e dei logaritmi, facciamo
ancora un piccolo esempio. Supponiamo di avere la funzione y = f (x) e
di volerne calcolare l’elasticità quando x passa dal valore x0 al valore x1 .
Possiamo sfruttare una delle proprietà dei logaritmi illustrate prima, e pre-
cisamente quella per cui la variazione percentuale è (approssimativamente)
uguale alla differenza tra i logaritmi. Dato che l’elasticità è un rapporto tra
29
Vediamo un’applicazione che riprende l’esempio trattato nella 21. Supponiamo
di conoscere la somma investita inizialmente k0 e la somma maturata dopo t anni e di voler
sapere quale è stato il tasso di interesse. Partiamo dalla formula dell’interesse composto
kt = k0 (1 + i)t . La nostra incognita è il valore del tasso di interesse i. Per trovarlo
passiamo ai logaritmi primo e secondo membro, ottenendo ln kt = ln k0 + t ln (1 + i). Se
ci si accontenta dell’approssimazione si può porre ln (1 + i) = i e si ottiene facilmente
i = ln kt −ln
t
k0
.
30
Quando, invece di avere come base il numero e, si assume un generico coefficiente
a si hanno le seguenti derivate: la derivata della funzione esponenziale f (x) = ax è
f ′ (x) = ax ln a; la derivata della funzione f (x) = loga x è f ′ (x) = x1 ln1a ; ponendo a = e
si trovano i risultati presentati nel testo.
31
Il lettore controlli la correttezza dei risultati.
32
variazioni percentuali, possiamo scrivere quanto segue:
ln y1 − ln y0
η≈
ln x1 − ln x0
l’approssimazione è tanto più buona quanto più piccola è la differenza x1 −x0.
8 Sistemi di equazioni
Abbiamo detto all’inizio di queste pagine che un modello economico si com-
pone in genere di più relazioni e quindi di più equazioni. In questi casi si
parla di sistemi di equazioni. Il problema che si pone è allora quello di de-
terminare il valore delle variabili incognite all’interno del modello, ossia delle
variabili endogene. Il modo più semplice per risolvere un sistema di equazioni
è di procedere per sostituzione. L’idea è di ottenere da una equazione un’e-
spressione per una variabile in termini delle altre (come funzione delle altre),
sostituire questa espressione in un’altra equazione e di... ricominciare da
capo da quest’ultima fino a giungere a una equazione in una sola incognita.
Per chiarire quanto appena detto ci aiutiamo come al solito con un esem-
pio. Supponiamo che il modello sia composto dalle seguenti equazioni:
(i) y = a + bx
(ii) z = c+dx (13)
(iii) y=z
Nel sistema (13) x, y e z sono le tre variabili incognite (le grandezze di cui
si cerca il valore), mentre a, b, c e d sono i parametri, ovvero fanno parte dei
dati del problema. Notiamo che il numero delle equazioni è uguale a quello
delle incognite. Questo è il primo requisito da controllare per poter sperare
di giungere a un’unica soluzione; il sistema deve avere tante equazioni per
quante sono le incognite.
La soluzione algebrica. Procediamo allora per sostituzione. L’equazione
(13iii) impone che, nella soluzione, la z sia uguale alla y. Se effettuiamo
questa sostituzione nella equazione (13ii) avremo:
y = c + dx (14)
Utilizzando l’equazione (13iii) abbiamo eliminato l’incognita z. Se ora guar-
diamo alle equazioni (13i) e (14) vediamo che esse hanno al primo membro
la stessa variabile (y). Se sostituiamo il secondo membro della equazione
33
(13i) nel primo membro della equazione (14) (o viceversa), rimaniamo con
una sola equazione in una sola incognita:32
a + bx = c + dx
Non ci resta che risolvere questa equazione. Fatti i semplici calcoli, si ottiene
il seguente risultato:33
c−a
x∗ = (15)
b−d
Per ricavare la y (e automaticamente anche la z che per la (13iii) è uguale
alla y) basta sostituire nella (13i) o nella (14) il valore della x∗ appena
determinato, e risolvere l’equazione risultante. In entrambi i casi si trova
facilmente la stessa soluzione, che è
bc − ad
y∗ = z ∗ =
b−d
Il risultato trovato per la x ci consente di dire quali altri requisiti debbono
essere soddisfatti perché il sistema abbia una soluzione. Se b e d sono uguali
(non solo numericamente, ma anche nel segno), il risultato per x è dato da
una frazione che ha un certo numero al numeratore e zero al denominatore.
Una frazione così composta non ha alcun senso dal punto di vista matematico:
in questo caso il sistema non ha soluzione. Se b e d sono uguali e sono uguali
(sempre in termini algebrici) anche c e a, il risultato per x è una frazione
con zero sia al numeratore che al denominatore. Anche questa frazione non
ha molto senso, ma in questo caso il sistema ha (come vedremo tra poco)
infinite soluzioni.
La soluzione grafica. Le condizioni identificate sopra divengono più intu-
itive se cerchiamo di “visualizzare” in termini grafici il sistema di equazioni
da cui siamo partiti. Le equazioni (13i) e (13ii) sono delle rette, disposte in
qualche modo sul grafico a seconda dei valori dei parametri. Una possibilità
è quella rappresentata nella 12.34 Si noti che sulle ascisse compare la
32
Alla stessa equazione si poteva arrivare con un altro procedimento di sostituzione, per
certi versi più spiccio e più intuitivo. Si potevano, cioè, sostituire i secondi membri della
(13i) e della (13ii) rispettivamente al primo e al secondo membro della (13iii).
33
Nella formula (15) che esprime la soluzione il valore della x che risolve il sistema è
stato contrassegnato con un asterisco proprio per enfatizzare il fatto che si tratta di un
valore particolare della variabile (che dipende a sua volta dai valori assunti dai parametri
a, b, c e d) e non di un valore qualsiasi. Più avanti faremo lo stesso per i valori di y e di z
che risolvono il sistema.
34
Per come è stato disegnato il grafico si ha a > 0 (la retta y ha un’intercetta positiva),
b < 0 (la retta y è descrescente), c < 0 (la retta z ha un’intercetta sotto l’asse delle ascisse),
d > 0 (la retta z è crescente).
34
Figura 12
Rappresentazione grafica di un sistema di equazioni
y,z
z = c + dx
E
y*= z*
y = a + bx
0 x* x
x, mentre sulle ordinate ci sono sia la y che la z. Abbiamo cioè sovrapposto
i grafici delle due rette (come se uno dei due fosse disegnato su un lucido).
L’equazione (13iii) ci dice che per cercare la soluzione dobbiamo trovare quel
valore di x in corrispondenza del quale la y e la z sono uguali. Ma allora la
soluzione è identificata dal punto del grafico in cui le due rette si incontrano;
la soluzione per l’incognita x è l’ascissa del punto di intersezione; quella delle
incognite y e z (che è uguale per entrambe) è identificata dall’ordinata di
quel punto. Ovviamente la soluzione ottenuta in questo modo è identica a
quella ottenuta per via algebrica.
Requisiti di esistenza e di unicità. Possiamo ora riprendere in termi-
ni grafici il discorso sui requisiti che debbono essere soddisfatti perché il
sistema abbia una soluzione determinata. Se nel sistema mancasse un’e-
quazione (per esempio l’ultima, y = z), rimanendo così con più incognite che
equazioni, non sapremmo dove cercare la soluzione, o meglio, qualsiasi valore
della x andrebbe bene; ogni volta avremmo due valori per y e z ciascuno dei
quali soddisferebbe una delle equazioni restanti; il sistema avrebbe infinite
soluzioni. Se b e d fossero uguali (sia nel valore che nel segno), le due rette
sarebbero parallele (il lettore spieghi perché) e non vi sarebbe modo, ovvia-
mente, di trovare il punto di intersezione richiesto dalla equazione (13iii): il
sistema non avrebbe alcuna soluzione. Infine se, oltre a b e d, fossero uguali
tra loro anche a e c, allora le due rette sarebbero esattamente sovrapposte e
ogni valore di x andrebbe bene; di nuovo le soluzioni sarebbero infinite.
Per concludere su questo punto, non tutti i sistemi di equazioni ammet-
tono soluzioni determinate, e queste soluzioni dipendono comunque dai valori
assunti dai parametri delle equazioni.
35
9 Funzioni in più variabili
Finora abbiamo lavorato con funzioni in cui una variabile (la y) dipendeva
dal valore di un’altra variabile (la x). Abbiamo scritto la formula che espri-
me tale dipendenza con l’espressione y = f (x) e abbiamo etichettato la x
come variabile indipendente e la y come variabile dipendente (o, appunto,
funzione).
Possiamo ora considerare funzioni in cui il valore assunto dalla variabile
dipendente (continuiamo a chiamarla y) dipende dai valori assunti da più
di una variabile indipendente, per esempio da due variabili indipendenti.
Possiamo indicarle con x1 e x2 .35 In questo caso la formula della funzione
(che esprime la dipendenza della y dai valori assunti da ciascuna delle due
variabili indipendenti) verrà scritta in questo modo:
y = f (x1 , x2 )
Come nel caso delle funzioni in una variabile l’espressione f (., .) descrive
una formula generica. Possiamo ovviamente avere formule specifiche. Ne
indichiamo due:
(i) y = a1 x1 + a2 x2
(16)
(ii) y = x1 x2
ma gli esempi possibili e i casi che incontreremo sono, ovviamente, molto
numerosi.36
I grafici
Quando abbiamo a che fare con una funzione con due variabili indipendenti
(peggio ancora se queste sono più di due) la rappresentazione grafica della
funzione su un piano presenta qualche difficoltà tecnica, perché gli asi a
disposizione sono solo due mentre le variabili sono (almeno) tre: la y e le
due variabili indipendenti x1 e x 2 . Queste difficoltà possono essere aggirate
in due modi: (i) usare una delle due variabili indipendenti (per esempio x2 )
come un parametro; (ii) costruire le “curve di livello” della funzione.
35
Facciamo la solita avvertenza: qui x1 e x2 non rappresentano due diversi valori della
stessa variabile ma due diverse variabili, ciascuna delle quali può assumere, a sua volta,
diversi valori.
36
Qualcuno ne abbiamo già incontrato nelle pagine precedenti. Per esempio, anche
la formula (15) può essere interpretata come una funzione in più variabili indipendenti
(precisamente quattro). Essa dà il valore della variabile dipendente (in questo caso x∗ ) in
funzione dei valori assunti appunto da quattro variabili indipendenti, ossia i parametri a,
b, c e d. Infatti il valore di x∗ dipende, secondo la formula (15), dai valori assunti da quei
quattro parametri.
36
Una variabile indipendente come parametro. Supponiamo di voler
rappresentare graficamente la funzione (16i). Per farlo fissiamo il valore
della seconda variabile indipendente ponendo x2 = x̄2 . In questo caso la
formula della funzione diventa
y = a1 x1 + a2 x̄2 = k + a1 x1
ossia assume la forma di una retta, dove il termine noto è pari a k = a2 x̄2
mentre il coefficiente angolare è pari a a1 . A questo punto non c’è nessuna
difficoltà a costruire il grafico di questa retta con x1 in ascissa e y in ordi-
nata (vedi 13a). La posizione della curva (e perciò il valore di y
Figura 13
Una rappresentazione grafica delle funzioni con due variabili
(a) (b)
y y
y = k2 + a1 x1
x2 = 1
k2 y = k1 + a1 x1 x2 = 0,5
k1
0 x1 0 x1
in corrispondenza di ogni dato valore di x1 ) dipende dal termine noto k, e
perciò dal valore di x2 . In breve, il valore di x2 identifica la retta mentre il
valore di x1 identifica il punto della retta. Nella 13b viene rappre-
sentata graficamente la funzione (16ii). Anche in questo caso abbiamo delle
rette,37 ma stavolta il termine noto è sempre zero e il valore di x2 controlla
il coefficiente angolare delle rette.
Le curve di livello. L’altra tecnica di costruzione del grafico misura sui
due assi le variabili indipendenti x1 e x2 . Per quanto riguarda la y, si fissa
il suo valore a un livello esogenamente dato y = ȳ. Così facendo la formula
della funzione identifica tutte le combinazioni di x1 e x2 che, inserite appunto
nella formula, danno come risultato il valore ȳ. Identifica cioè una curva di
livello della funzione, ossia tutti i punti del piano con x1 in ascissa e x2 in
ordinata in cui appunto y ha lo stesso livello.
37
Non è sempre così. La forma delle curve nel piano di ascissa x1 e di ordinata y
dipende dalla formula della
funzione
f (x1 , x2 ). Per esempio, è facile controllare che nel
caso della funzione y = ax1 − bx21 x2 la rappresentazione grafica è quella di una famiglia
di parabole, tutte che passano per l’origine e che arrivano tanto più in alto quanto maggiore
è il valore di x2 .
37
Illustriamo la cosa con un esempio. Riprendiamo la funzione (16i) e
supponiamo che i valori dei due parametri siano a1 = 1 e a2 = 2.38 La
formula della nostra funzione diventa allora y = 2x1 + x2 e, esplicitando x2,
x2 = y − 2x1 (17)
Per avere una curva di livello dobbiamo fissare il valore di y. Se, per esempio,
fissiamo y = 10 la (17) diventa una retta decrescente (il coefficiente angolare
è −2) i cui punti ci danno appunto tutte le combinazioni di x 1 e x2 cui
corrisponde il livello y = 10; ci danno appunto una curva di livello. Nel grafico
(si veda la 14a) il livello di y è misurato dall’intercetta sull’asse delle
Figura 14
Curve di livello
(a) (b)
x2 x2
x1 x2 = y''
y = 15
x1 x2 = y'
y = 10
0 x1 0 x1
ordinate. Se cambiamo il valore di y otteniamo un’altra curva di livello, che
sarà più in alto se scegliamo un valore di y più grande (nel grafico abbiamo
disegnato anche la curva di livello che si ha per y = 15), mentre sarà più in
basso se ne scegliamo uno più piccolo. Ovviamente ci sono infinite curve di
livello, una per ogni valore di y.
Nella 14b sono riportate le curve di livello della funzione (16ii).
Il procedimento è lo stesso usato in precedenza: si risolve per la variabile x2
ottenendo la formula
y
x2 =
x1
che, per ogni dato valore di y, descrive una iperbole equilatera. Nel grafico
ne sono state disegnate due, una con y = y ′ e l’altra con y = y ′′ > y ′ . Anche
in questo caso, naturalmente, vi sono infinite curve di livello, una per ogni
valore di y.
38
Ovviamente, per i due parametri avremmo potuto scegliere altri due valori qualsiasi.
38
Le derivate parziali
Quando una funzione ha più di una variabile indipendente (continuiamo a
supporre che ne abbia due), cosa succede al concetto di derivata? Sem-
plicemente avremo due derivate invece che una. Ripartiamo dalla generica
funzione in due variabili y = f (x1 , x2 ). Sappiamo che la derivata è il limite
del rapporto incrementale della funzione quando la variazione della variabile
indipendente tende a zero. Siccome qui abbiamo due variabili indipendenti
possiamo vedere cosa succede alla funzione quando ne varia una mentre l’al-
∆y
tra rimane costante, possiamo cioè calcolare due rapporti incrementali: ∆x 1
∆y
e ∆x 2
; nel primo caso teniamo fermo il valore di x 2 , nel secondo caso teniamo
fermo il valore di x1 . Quando facciamo “tendere a zero” (facciamo diventare
piccolissimo) il valore ∆x1 nel primo caso e il valore ∆x2 nel secondo, ot-
teniamo appunto le due derivate parziali. Anche in questo caso abbiamo
bisogno di simboli che le identifichino e che al tempo stesso le distinguano
dalle derivate delle funzioni in una sola variabile. Useremo questi simboli:
f1 (x1 , x2 ) e f2 (x1 , x2 ), dove l’indice in basso ci informa su quale delle due
∂y ∂y
derivate si tratti, e anche ∂x 1
e ∂x 2
, per ricordare le analogie e le differenze
dy
col simbolo dx della derivata della funzione in una sola variabile. Le regole
di calcolo delle derivate parziali sono semplicissime. Si procede esattamente
come per le derivate che conosciamo, con l’unica avvertenza che, quando si
deriva rispetto a una variabile, l’altra va considerata costante.
Qualche esempio. Calcoliamo le derivate parziali delle funzioni (16). Ri-
cordiamo che la prima funzione è y = a1 x1 +a2 x2 . Il calcolo delle due derivate
parziali è elementare: basta tener presente che quando si deriva rispetto a x1
la variabile x2 va considerata una costante, e che quando si deriva rispetto a
x2 va considerata costante x1 . Si ottengono subito i seguenti risultati:
∂y ∂y
= a1 e = a2
∂x1 ∂x2
Anche il calcolo delle derivate parziali dell’altra funzione (16) ossia y = x1 x2
è elementare: si ottiene
∂y ∂y
= x2 e = x1
∂x1 ∂x2
Facciamo altri due esempi. Calcoliamo le derivate parziali della funzione
y = α ln x1 + β ln x2 . Si ottiene
∂y α ∂y β
= e =
∂x1 x1 ∂x2 x2
39
Calcoliamo ora le derivate parziali della funzione y = xα1 xβ2 . Si ottiene
∂y y ∂y y
= αx1α−1 xβ2 = α e = βxα1 xβ−1
2 =β
∂x1 x1 ∂x2 x2
Massimi e minimi. Le derivate parziali servono, tra l’altro, per trovare i
massimi e i minimi delle funzioni in più variabili. Per avere appunto un mas-
simo (o un minimo) occorre che siano uguali a zero tutte e due le derivate.39
Facciamo un esempio. Vogliamo trovare il minimo della funzione
y = (x1 − 4)2 + (2x2 − 6)2
Calcoliamo innanzitutto le due derivate parziali e uguagliamole a zero:
∂y
∂x1
= 2x1 − 8 = 0
∂y
∂x2
= 8x2 − 24 = 0
Risolvendo il sistema si ottiene facilmente x∗1 = 4 e x∗2 = 3. Per questi valori
si ha y ∗ = f (4; 3) = 0. Si verifica subito che, per x1 = x∗1 e/o per x2 = x∗2 si
ha y > 0. Perciò il valore trovato y ∗ = 0 è un minimo.
Il differenziale totale
Consideriamo una generica funzione in due variabili y = f (x1 , x2 ). Come
∂y ∂y
sappiamo, le derivate parziali ∂x 1
e ∂x 2
misurano l’effetto sul valore della
funzione (sulla y) del cambiamento del valore di una variabile alla volta (as-
sumendo appunto che l’altra non cambi). Se invece si vuol calcolare l’effetto
di un cambiamento del valore di entrambe le variabili indipendenti si deve
fare uso del concetto di differenziale totale. L’idea è semplice. Partiamo dal-
la funzione generica in una sola variabile y = f (x). La variazione dy della
variabile dipendente quando il valore di quella indipendente cambia di dx è,
ovviamente
dy = f ′ (x) dx
ossia è pari al prodotto della derivata per la variazione della variabile in-
dipendente (questo è, appunto, il concetto di differenziale).40 Il differenziale
39
Nel caso delle funzioni con più variabili indipendenti, il calcolo delle “condizioni del
secondo ordine” (vedi p. 21) è più complicato.
40
L’idea su cui si basa il concetto di differenziale è semplice: consideriamo un punto
di una generica funzione f (x) e tracciamo in quel punto la retta tangente; il coefficiente
angolare di questa retta è appunto la derivata f ′ (x); consideriamo ora la variazione della
funzione ∆y quando la variabile indipendente varia di ∆x; se la funzione coincidesse con
40
totale generalizza questo concetto al caso di due (o più) variabili indipen-
denti; afferma semplicemente che la variazione “totale” dy è la somma degli
effetti provocati dalle due variazioni parziali dx1 e dx2 . La formula risultante
è allora
∂y ∂y
dy = dx1 + dx2 (18)
∂x1 ∂x2
Un esempio di calcolo del differenziale totale. Riprendiamo la fun-
zione
y = α ln x1 + β ln x2
e calcoliamone il differenziale totale. Sappiamo calcolare le due derivate
∂y ∂y
parziali (lo abbiamo fatto prima); esse sono ∂x1
= xα1 e ∂x2
= xβ2 . Perciò il
differenziale totale è
α β
dy = dx1 + dx2
x1 x2
La derivata di una curva di livello. Abbiamo visto prima (vedi p. 37)
cosa sono le curve di livello di una funzione in due variabili: data una generica
funzione y = f (x1 , x2 ), si fissa un determinato valore della y al livello y = ȳ.
In questo modo la formula ȳ = f (x1 , x2 ) ci da tutte le combinazioni delle
due variabili indipendenti che, inserite nella formula della funzione, danno
appunto il valore ȳ. Riportando queste combinazioni in un grafico con x1
in ascissa e x2 in ordinata si ottiene una curva lungo la quale il valore di
y è appunto costante: si ottiene cioè una curva di livello della funzione.
Come si fa a calcolare l’inclinazione di una curva di livello? Visto che la
curva di livello può essere considerata una funzione in cui x2 (la variabile
sull’asse delle ordinate) dipende da x1 (la variabile misurata sull’asse delle
ascisse), per studiare l’andamento della curva di livello, e in particolare la
sua inclinazione, si calcola la derivata dx 2
dx1
. Un modo ovvio per calcolare
questa derivata è quello di risolvere innanzitutto la formula ȳ = f (x1 , x2 )
nell’incognita x2 ottenendo la funzione (inversa) x2 = f −1 (x1 , ȳ); una volta
ottenuta questa funzione, se ne calcola la derivata.
C’è però una strada più semplice e diretta, che è molto comoda soprat-
tutto quando non è possibile (o comunque non è facile o è lungo) calcolare
la retta tangente, la variazione sarebbe appunto esattamente ∆y = f ′ (x) ∆x; siccome
però non è la retta tangente, ∆y sarà diversa da f ′ (x) ∆x (sarà maggiore se in quel punto
la funzione è convessa e sarà minore se in quel punto è concava); tuttavia la differenza
tra ∆y e f ′ (x) ∆x sarà tanto più piccola quanto minore è la dimensione di ∆x perché
attorno al punto di tangenza la curva della funzione e quella della retta tangente tendono
a sovrapporsi; pertanto, se ∆x → 0 (ossia se ∆x = dx), allora si ha appunto ∆y = dy.
41
la funzione inversa. Questa strada fa uso del concetto di differenziale to-
tale. Lungo la curva di livello, infatti, il differenziale totale è, per definizione,
uguale a zero (perché, appunto, il valore della y lungo la curva di livello non
cambia). Possiamo scrivere perciò
∂y ∂y
dy =dx1 + dx2 = 0
∂x1 ∂x2
Da questa formula è facile ricavare la derivata della curva di livello. Con
qualche semplice passaggio algebrico si ottiene
dx2 ∂y/∂x1
=−
dx1 ∂y/∂x2
In altre parole, la derivata della curva di livello può essere ottenuta facendo
il rapporto tra le due derivate parziali della funzione preceduto dal segno
meno.41
Facciamo un esempio. Supponiamo di voler calcolare la derivata della
curva di livello della funzione y = α ln x1 + β ln x2 . È chiaro che si può
procedere risolvendo la formula per la variabile x2 , ma la formula risultante
è poco trasparente. È molto più rapido seguire l’altra strada. Abbiamo
calcolato prima le due derivate parziali. Perciò il risultato è
dx2 α/x1 α x2
=− =−
dx1 dy=0 β/x2 β x1
dx2
dove il pedice dy = 0 ci ricorda appunto che la derivata dx1
è stata calcolata
lungo la curva di livello.42
Massimi vincolati
Si ha un problema di massimo vincolato ogni volta che si deve trovare il
valore estremo (il massimo) di una funzione in più variabili con l’ulteriore
condizione che i valori accettabili per le variabili di scelta devono appunto
rispettare un “vincolo”, ossia sono legati tra loro da una funzione (implicita).
In questo caso scrivere le formule è più chiaro dell’esposizione “a parole”.
Precisamente, il problema è
max f (x1 , x2 )
x1 ,x2 (19)
s.t. g (x1 , x2 ) = 0
41
Attenzione: al numeratore va messa la derivata parziale rispetto alla variabile misurata
sull’asse delle ascisse, mentre al denominatore va messa la derivata parziale della variabile
misurata sull’asse delle ordinate.
42 β
. Si calcoli la derivata della curva di livello della funzione y = xα 1 x2
dx2 α x2
verificando che anche in questo caso si ottiene dx1 = − β x1 .
42
dove la funzione di cui si cerca il valore massimo è appunto la f (x1 , x2 ) e le
variabili di scelta sono x1 e x2 che sono appunto legate tra loro dalla funzione
implicita g (x1 , x2 ) = 0.
Esiste una tecnica collaudata che permette di risolvere il problema (19).
Essa si basa sull’idea che i valori delle variabili di scelta che risolvono il
problema di massimo vincolato sono gli stessi che risolvono il problema di
massimo (non vincolato) di una funzione, detta funzione lagrangiana, che si
ricava dal problema (19) aggiungendo alla f (x1 , x2 ) la funzione g (x1 , x2 ), che
si trova al primo membro del vincolo, moltiplicata per una nuova variabile λ
detta “moltiplicatore di Lagrange”. Pertanto la formula della lagrangiana è:
L (x1 , x2 , λ) = f (x1 , x2 ) + λg (x1 , x2 ) (20)
Prescindendo dalle “condizioni del secondo ordine” (che assumiamo soddi-
sfatte), il massimo della (20) si trova uguagliandone a zero le tre derivate
parziali e risolvendo il sistema di equazioni risultante nelle tre incognite x1 ,
x2 e λ:
∂L ∂f (x1 , x2 ) ∂g (x1 , x2 )
= +λ =0
∂x1 ∂x1 ∂x1
∂L ∂f (x1 , x2 ) ∂g (x1 , x2 )
= +λ =0 (21)
∂x2 ∂x2 ∂x2
∂L
= g (x1 , x2 ) = 0
∂λ
Si noti che la terza equazione del sistema (21) riproduce il vincolo del pro-
blema (19), sicché esso risulta soddisfatto nella soluzione. Inoltre, se si
sostituisce la terza equazione del sistema (21) nella lagrangiana (20), si
ottiene
L (x1 , x2 , λ) = f (x1 , x2 )
risultato che ci assicura appunto che il massimo trovato per la lagrangiana è
anche il massimo (vincolato) della funzione f (x1 , x2 ) del problema (19).
In pratica, per risolvere il sistema (21), conviene eliminare l’incognita
λ dalle prime due equazioni. Con un po’ d’algebra si ottiene facilmente
l’equazione
f1 g1
=
f2 g2
∂f
dove si è posto fi = ∂xi
∂g
(i = 1, 2) e gi = ∂xi
(i = 1, 2).43 Questa equazione
va appunto messa a sistema col vincolo g (x1 , x2 ) = 0.
43
Il procedimento del calcolo è il seguente: si isola λ nella prima equazione scrivendo
f1 /g1 = −λ e si fa lo stesso con la seconda equazione ottenendo f2 /g2 = −λ; poi si
uguagliano i primi membri delle due equazioni ottenendo f1 /g1 = f2 /g2 ; infine si moltiplica
primo e secondo membro per g1 e si divide per f2 ; si arriva così al risultato del testo.
43
Un esempio. Supponiamo di cercare il massimo della solita funzione
y = α ln x1 + β ln x2
col vincolo che le due variabili x1 e x2 devono rispettare la condizione
w1 x1 + w2 x2 = k
dove w1 , w2 e k sono grandezze date (sono, come anche α e β, i parametri
del problema). Abbiamo dunque il seguente problema di massimo vincolato:
max α ln x1 + β ln x2
x1 ,x2
s.t. k − w1 x1 − w2 x2 = 0
Scriviamo la lagrangiana
L (x1 , x2 , λ) = α ln x1 + β ln x2 + λ (k − w1 x1 − w2 x2 )
e uguagliamo a zero le tre derivate parziali
∂L α
= − λw1 = 0
∂x1
x1
∂L β
= − λw2 = 0
∂x2 x2
∂L = k − w x − w x = 0
1 1 2 2
∂λ
Come al solito, la terza equazione riproduce il vincolo
w1 x1 + w2 x2 = k (22)
Eliminiamo λ dalle prime due equazioni isolandolo al secondo membro delle
due equazioni e uguagliando i primi membri. Con un po’ di semplice algebra
si arriva all’equazione
α x2 w1
= (23)
β x1 w2
equazione che va messa a sistema col vincolo (22) per trovare i due valori x∗1
e x∗2 che risolvono il problema di massimo vincolato. Si noti che l’equazione
(23) afferma che l’inclinazione (in valore assoluto) della curva di livello della
funzione da massimizzare
dx2 α x2
=
dx1 dy=0 β x1
44
deve essere uguale all’inclinazione (sempre in valore assoluto) del vincolo
(22), ossia
dx2 w1
=
dx1 dk=0 w2
In altre parole, la soluzione del problema di massimo vincolato impone che
la curva di livello della funzione da massimizzare sia tangente al vincolo.
Non rimane che risolvere il sistema costituito dalla (22) e dalla (23) per
trovare appunto x∗1 e x∗2 . Procediamo per sostituzione: dalla (23) ricaviamo
w1 β
x2 = x1
w2 α
e sostituiamo questo valore nella (22) ottenendo l’equazione
w1 β
w1 x1 + w2 x1 = k
w2 α
Risolvendo l’equazione per l’unica incognita rimasta, ossia x1 , si ottiene dopo
qualche semplice calcolo,
α k
x∗1 =
α + β w1
Un’ulteriore sostituzione permette di ricavare x∗2 , che è
β k
x∗2 =
α + β w2
45