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Cefeidi

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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI CAMERINO

Scuola di Scienze e Tecnologie


Corso di laurea in Fisica

Le stelle variabili Cefeidi

Relatore: Laureando:

Prof. Angelo Angeletti Nicola Tosoni

Anno Accademico 2023/2024


Introduzione
In questo elaborato verranno descritte in dettaglio le principali classi di stelle variabili,
con particolare attenzione alle Cefeidi in quanto sono utilizzate come candele stan-
dard per la determinazione delle distanze nell’universo, grazie alla relazione periodo-
luminosità scoperta da Henrietta Swan Leavitt (1868-1921) nel 1912. Lavorando per
Edward Pickering (1846-1919) presso l’osservatorio di Harvard, si trovò ad analizzare
varie immagini della Piccola Nube di Magellano con lo scopo di individuare le stelle
variabili presenti. Ciò che notò fu la regolarità con cui certe stelle variavano. Queste
erano stelle Cefeidi e il loro flusso sembrava salire rapidamente e scendere più lentamen-
te per poi ricominciare lo stesso ciclo. Leavitt calcolò la durata di un ciclo, arrivando
cosı̀ a definire la sua relazione. Questa lega la magnitudine assoluta della stella con il
logaritmo del suo periodo di variazione.
Dopo una sintetica descrizione della struttura e dell’evoluzione stellare, verranno de-
scritti i principali tipi di stelle variabili. Successivamente verranno studiate le equazioni
delle pulsazioni radiali e la loro applicazione a modelli di stelle adiabatiche e non, de-
scrivendo anche i meccanismi di trasferimento dell’energia. Infine nell’ultimo capitolo
si descriveranno le variabili Cefeidi nelle loro tipologia principali.

1
Indice

1 Capitolo 1: Generalità sulle stelle 3


1.1 Evoluzione stellare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
1.2 Equazioni fondamentali della struttura stellare . . . . . . . . . . . . . . 7

2 Capitolo 2: Classificazione delle stelle variabili 9


2.1 Variabili estrinseche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9
2.2 Variabili intrinseche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11

3 Capitolo 3: Pulsazione stellare 18


3.1 Equazioni fondamentali della pulsazione stellare radiale . . . . . . . . . 20
3.2 Oscillazioni adiabatiche lineari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21
3.2.1 Linear Adiabatic Wave Equation (LAWE) . . . . . . . . . . . . 21
3.3 Teoria non adiabatica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
3.4 L’equazione d’onda lineare non adiabatica . . . . . . . . . . . . . . . . 26
3.5 Meccanismi di trasferimento di energia . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27
3.5.1 Il meccanismo ϵ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27
3.5.2 I meccanismi κ e γ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28

4 Capitolo 4: Cefeidi 32
4.1 Cefeidi classiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
4.1.1 Evoluzione e cambiamento di periodo . . . . . . . . . . . . . . . 35
4.1.2 Curve di luce . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37
4.2 Cefeidi di tipo II . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
4.2.1 Relazione periodo-luminosità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40
4.2.2 Evoluzione e cambiamenti di periodo . . . . . . . . . . . . . . . 42
4.3 Cefeidi anomale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42
4.3.1 Evoluzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43

2
1 Capitolo 1: Generalità sulle stelle
Una stella può essere definita come un’enorme sfera autogravitante di gas caldissimo
(principalmente idrogeno ed elio), che produce energia attraverso processi di fusione
nucleare e la riemette sotto forma di radiazione. Hanno temperature superficiali com-
prese tra 2500 K e oltre 50000 K e masse da 0.08 e 200M⊙ (M⊙ = 1.98855 × 1030 kg
è la massa del Sole). Infatti al di sotto di 0.08M⊙ non sarebbero possibili reazioni di
fusione nucleare adatte a produrre energia sufficiente a mantenere la stella in equilibrio,
mentre al di sopra delle 200M⊙ si supererebbe il limite di Eddington1 .
All’interno sia ha l’equilibrio tra le due principali forze agenti in direzione radiale, la
gravità verso il centro e la pressione verso l’esterno. La struttura interna è caratterizza-
ta da vari strati ben definiti. Al di sopra del nucleo dove di solito avvengono le reazioni
nucleari e che rappresenta la regione più interna, calda e densa della stella si hanno una
zona radiativa ed una convettiva. La zona radiativa è quella in cui l’energia viaggia
verso l’esterno per mezzo della radiazione, in particolare sotto forma di fotoni. Qui il
plasma non subisce perturbazioni né spostamenti di massa. Nella zona convettiva inve-
ce l’energia viene trasportata tramite moti convettivi, il plasma caldo risale dall’interno
cedendo man mano energia e raffreddandosi. A un certo punto comincerà a ricadere.
La posizione di queste zone dipende dalla massa e dalla fase evolutiva della stella. Per
stelle con massa varie volte quella solare la zona convettiva è posta a ridosso del nucleo,
mentre quella radiativa parte subito sopra la convettiva. Invece per stelle con masse
simili a quella del Sole le due zone sono invertite. Infine al disotto di 0, 5M⊙ è presente
solamente una zona convettiva che previene l’accumulo di un nucleo di elio (figura 1.1).

Figura 1.1: Distribuzione delle varie zone in base alla massa. I numeri indicano quante
volte la massa è quella solare

Sopra queste due zone c’è la porzione visibile della stella, la fotosfera. Qui il plasma
diventa trasparente ai fotoni permettendo la propagazione della radiazione nello spazio.
Oltre c’è l’atmosfera stellare che rappresenta la regione gassosa più esterna della stella.
1 M
LEdd = 33000 M ⊙
L⊙ . Esso è il limte alla luminosità di una stella in equilibrio idrostatico tra la
forza di gravità e la pressione di radiazione. Se venisse superato la pressione di radiazione sarebbe
cosı̀ forte da generare un vento stellare in grado di espellere gli strati più esterni della stella. Il corpo
tenderebbe a dissolversi e ciò provocherebbe una diminuzione della sua produzione di energia, e un
riabbassamento della luminosità al di sotto di tale limite.

3
Essa è costituita principalmente da idrogeno e in parte minore di elio. Si può suddi-
videre in due zone: la cromosfera e la corona. La prima è la parte più bassa, ha uno
spessore di qualche centinaio di chilometri e la sua temperatura cresce molto rapida-
mente andando verso l’esterno. La corona invece si estende per milioni di chilometri al
di sopra della cromosfera fino allo spazio esterno. Il plasma che la costituisce è a bassa
densità e temperatura elevatissima (oltre il milione di gradi). Cromosfera e corona sono
separate dalla zona di transizione.

La classificazione delle stelle è basata principalmente sulla temperatura superficiale


in quanto da essa dipendono il colore del corpo e varie caratteristiche spettrali. Le
principali classi sono riportate nella tabella 1.

Classe Temperatura (K) Colore Massa (M⊙ )


O 28000-50000 Blu-Azzurro 16-150
B 9600-28000 Bianco-Azzurro 3,1-16
A 7100-9600 Bianco 1,7-3,1
F 5700-7100 Bianco-Giallo 1,2-1,7
G 4600-5700 Giallo 0,9-1,2
K 3200-4600 Arancione 0,4-0,9
M 1700-3200 Rosso 0,08-0,4

Tabella 1: Classi spettrali

Ciascuna di queste classi è ulteriormente suddivisa in dieci sottoclassi numerate da 0 a


9, 0 la più calda e 9 la più fredda. Esistono poi alcune altre classi spettrali utilizzate
per descrivere dei tipi particolari di stelle: L e T utilizzate per le nane rosse meno mas-
sicce più fredde e scure (che emettono principalmente nell’infrarosso) e le nane brune;
importanti sono anche C, R e N, utilizzate per le stelle al carbonio, e W, utilizzata per
le caldissime ed evolute stelle di Wolf-Rayet.

Uno strumento fondamentale per lo studio delle stelle, in particolare l’evoluzione, è


il diagramma H-R (Hertzsprung-Russell). Questo mette in relazione la temperatura
superficiale o la classe spettrale in ascissa con la luminosità o magnitudine assoluta in
ordinata. In tale diagramma la temperatura diminuisce spostandosi verso destra men-
tre la luminosità aumenta salendo lungo l’ordinata.
La maggior parte delle stelle si trovano lungo la diagonale (sequenza principale) che
parte dall’angolo in alto a sinistra (dove si trovano le stelle più massicce, calde e lumi-
nose) fino all’angolo in basso a destra (dove si posizionano le stelle meno massicce, più
fredde e meno luminose). In basso a sinistra si trovano le nane bianche, corpi celesti con
alte temperature superficiali ma poco luminose; mentre sopra la sequenza principale,
verso destra, si dispongono le giganti rosse e le supergiganti, corpi molto luminosi ma
a basse temperature (figura 1.2).

4
Figura 1.2: Diagramma H-R

1.1 Evoluzione stellare


Nell’evoluzione di una stella massa e composizione chimica giocano un ruolo fondamen-
tale. Le fasi principali sono:
• Protostella: la vita di una stella ha inizio all’interno delle nubi molecolari, ovvero
regioni di gas (principalmente idrogeno ed elio) a bassa densità. Quando questa
nube inizia a mostrare segni di instabilità, dovuti ad esempio alle onde d’urto di
una supernova, può iniziare il suo collasso, e ciò porta alla formazione di densi
agglomerati di gas e polveri al centro della nube. Durante il collasso l’energia
potenziale gravitazionale viene convertita in energia termica con un conseguente
aumento della temperatura. Si forma cosı̀ una protostella, circondata da un disco
di accrescimento.

• Sequenza principale: per protostelle con massa superiore alle 0,08M⊙ l’au-
mento della temperatura e della densità porta all’innesco delle reazioni di fusione
dell’idrogeno in elio nel nucleo. Per stelle di bassa sequenza (M < 1.1M⊙ ) la
fusione avviene prevalentemente attraverso la catena p-p, processo nel quale nu-
clei di idrogeno (protoni) vengono trasformati in un nucleo di elio, mentre per
quelle di alta sequenza mediante il ciclo CNO, in cui carbonio, azoto e ossigeno si
comportano come catalizzatori per la fusione di quattro nuclei di idrogeno. Que-
sta fase rappresenta circa il 90% della vita della stella. La durata dipende dalla
quantità di combustibile disponibile e dalla velocità con cui esso viene consumato.

5
Le stelle più massicce bruciano idrogeno più velocemente e quindi hanno una vita
più breve.

• Fase post-sequenza principale: Quando l’idrogeno nel nucleo sta per esaurisr-
si l’energia prodotta dalla fusione non è sufficiente a controbilanciare la pressione
degli strati esterni della stella. Di conseguenza, il nucleo comincia a contrarsi e
riscaldarsi, accelerando la fusione dell’idrogeno restante e dando il via alla fusione
di elio in carbonio. Questo produce un sovra-riscaldamento della stella, che deve
contemporaneamente espandere gli strati più esterni per dissipare l’energia in ec-
cesso. La temperatura superficiale della stella diminuisce e il suo colore si fa via
via più rosso, mentre la luminosità complessiva aumenta. La stella diventa cosı̀
una gigante rossa, fase in cui la fusione dell’idrogeno avviene in un guscio attorno
ad un nucleo di elio in contrazione. Quando la temperatura centrale raggiunge i
100 milioni di gradi, i nuclei di elio cominciano a fondersi, tramite processo 3α2 .
La stella si sposta dalla regione delle giganti rosse nuovamente verso la sequenza
principale. Se ha una massa inferiore a circa due volte la massa del Sole, la sua
evoluzione attiva termina qui.
Per masse maggiori quando l’elio sta per esaurirsi, il nucleo si contrae e gli strati
esterni si espandono, per la minore produzione di energia all’interno. La stella
si sposta nuovamente verso il ramo delle giganti rosse. A questo punto diventa
instabile e gli strati esterni iniziano a pulsare. Proprio in questa fase si trovano
le Cefeidi (figura 1.3).
Le stelle più massicce ripetono più volte il ciclo di contrazione ed espansione,
innescando ogni volta la fusione di un elemento più pesante, all’esaurirsi del com-
bustibile precedente, mentre il loro nucleo si riscalda sempre più. A 800 milioni di
gradi incomincia la fusione dei nuclei di carbonio, che dà origine ad elementi come
l’ossigeno, il magnesio e il neon. A circa 1.4 miliardi di gradi i nuclei di ossigeno si
fondono, formando silicio, zolfo, fosforo. Solo stelle con massa di almeno 12-13M⊙
arrivano a sintetizzare il ferro, dopodiché la catena si interrompe: la fusione del
ferro in elementi più pesanti è infatti endoenergetica, invece di liberare energia ne
assorbe.

• Fase finale: questa fase dipende dalla massa della stella. Per stelle fino a 8M⊙
il nucleo collassa e la stella perde massa fino al di sotto di quella Chandrasekar3 .
Si forma quindi una nana bianca, ovvero un oggetto sostenuto dalla pressione di
degenerazione elettronica. Per masse fino a 18M⊙ l’enorme pressione degli strati
sovrastanti porta al collasso del nucleo di ferro. Questo comporta la fusione di
protoni con elettroni creando neutroni e antineutrini. Il collasso del nucleo viene
bloccato dalla pressione di degenrazione dei neutroni, portando alla creazione di
una stella di neutroni. Infine per masse superiori, nulla riesce a fermare il collasso
e si arriva ad un buco nero.
2
Processo in cui tre nuclei di elio (particella α) si fondono per formarne uno di carbonio.
3
Rappresenta la massa non rotante limite che può opporsi al collasso gravitazionale, sostenuta dalla
pressione di degenerazione degli elettroni. Il suo valore è di circa 1,44M⊙

6
Figura 1.3: Diagramma H-R

1.2 Equazioni fondamentali della struttura stellare


Di seguito sono riportate le equazioni fondamentali della struttura stellare. Sono scritte
assumendo simmetria sferica e assenza di rotazione e campi magnetici, in modo che le
varie grandezze fisiche possono essere espresse in funzione della distanza dal centro.
• Equazione di continuità: descrive come la massa si distribuisce all’interno della
stella.
dr 1
= (1.1)
dm 4πr2 ρ
• Equazione di equilibrio idrostatico: esprime in ogni punto della stella il
bilancio tra le forze agenti in direzione radiale. In particolare la pressione verso
l’esterno e la forza di gravità verso l’interno.
d2 r 1 ∂P Gm
= − − (1.2)
dt2 ρ ∂r r2

• Equazione di conservazione dell’energia: descrive il bilancio tra l’energia


prodotta e quella irraggiata dalla stella.
dL
= 4πr2 ρ(ϵ − ϵv − ϵg ) (1.3)
dr
• Equazione di trasferimento dell’energia: rappresenta il gradiente di tempe-
ratura in funzione del raggio. Descrive quindi, come la temperatura varia man

7
mano che ci si sposta verso l’esterno, dipende dalla modalità con cui l’energia
viene trasportata.
dT GmρT
=− ∇ (1.4)
dr P r2
Nelle precedenti equazioni P è la pressione, T la temperatura, ρ la densità, r la distanza
dal centro della stella, L la luminosità, ∇ ≡ ∂∂ ln
ln T
P
è il gradiente di temperatura il quale
dipende dal tipo di trasporto, se radiativo o convettivo. ϵ è il tasso di produzione di
energia per unità di massa, ϵv il tasso di perdita di energia per unità di massa a causa
dell’emissione di neutrini e ϵg il tasso di variazione dell’energia gravitazionale per unità
di massa. Quest’ultimo diventa importante nel caso di stelle pulsanti ed è legato alla
conversione dell’energia potenziale gravitazionale in calore durante fasi di contrazione
(o il contrario in caso di espansione)

Un’ulteriore equazione da tenere in considerazione è l’equazione di stato, la quale


permette di legare la pressione con la densità. Nella sua forma più generica è:
ρkB T 1
P = + aT 4 (1.5)
µmh 3
con mH la massa di un atomo di idrogeno, kB la costante di Boltzmann e µ il peso
molecolare medio. Il primo termine è il contributo alla pressione delle particelle del gas
il secondo quello dei fotoni.

8
2 Capitolo 2: Classificazione delle stelle variabili
Le stelle variabili sono stelle che variano più o meno periodicamente la loro lumino-
sità. Ne esistono due specie fondamentali: quelle estrinseche nelle quali la variabilità è
causata da fenomeni esterni quali ad esempio l’eclissi della stella da parte di un’altra
oppure la rotazione stellare e quelle intrinseche nelle quali invece la causa è da ricercare
in variazioni fisiche della stella.

2.1 Variabili estrinseche


Tra le variabili estrinseche si trovano:

• Variabili a eclisse: sono sistemi binari il cui piano orbitale è prossimo alla
linea di vista dell’osservatore. A causa delle reciproche occultazioni tra le due
stelle, si osservano variazioni periodiche della luminosità totale del sistema. Alcuni
di questi sistemi presentano due minimi, uno più importante quando la stella
secondaria eclissa la primaria, l’altro meno accentuato quando è la primaria a
eclissare la secondaria. Lo stesso fenomeno può essere causato da un transito
planetario.
Di questo gruppo fanno parte le seguenti classi di variabili:

– Algol: le componenti di un sistema binario di questo tipo hanno forma


sferica o leggermente ellissoidale. Presentano una luminosità costante in-
tervallata da uno o due minimi. Il periodo che intercorre fra due minimi è
molto regolare perché dipendente dal moto di rivoluzione del sistema: esso
è di solito breve in quanto per eclissarsi le due componenti devono essere
abbastanza vicine fra loro. Le due stelle di questo sistema possono essere di
qualunque classe spettrale. Esempio di curva di luce in figura 2.1.

Figura 2.1: Curva di luce di OGLE-BLG-ECL-183535

– β Lyrae: essendo le componenti molto vicine tra loro, la reciproca forza


di attrazione distorce nettamente la forma delle due stelle che diventa ellis-
soidale ed inoltre esiste uno scambio di materiale fra le due componenti. A

9
causa della vicinanza e dello scambio di gas la luminosità cambia continua-
mente nel tempo. Il periodo tra i minimi coincide con quello di rivoluzione,
e data la grande vicinanza è molto breve, solitamente qualche giorno. Le
componenti sono tipicamente appartenenti alle classi B o A. Esempio di cur-
va di luce in figura 2.2.

Figura 2.2: Curva di luce di OGLE-BLG-ECL-217270

– W Ursae Majoris: sono stelle binarie a contatto. A causa dell’elevata at-


trazione la forma è nettamente ellisoidale. Presentano periodi di variazioni
molto brevi, fra 6 ore e un giorno, dovuti alla vicinanza delle due componen-
ti. Inoltre la curva di luce è molto arrotondata, con variazioni continue nel
tempo, rendendo impossibile stabilire l’inizio e la fine delle eclissi. I minimi
hanno quasi uguale profondità. Esempio di curva di luce in figura 2.3

Figura 2.3: Curva di luce di OGLE-BLG-ECL-141832

• Variabili rotanti: sono stelle che ruotano attorno ad un proprio asse ed hanno
una luminosità superficiale non uniforme. Se ne possono individuare quattro
classi:

– Ellisoidali rotanti: sono sistemi composti da stelle molto vicine tra loro
che, a causa delle reciproche attrazioni gravitazionali, assumono forme el-
lissoidali. Non sono binarie a eclisse, la variabilità è dovuta alla diversità
dell’area delle superfici stellari visibili rivolte verso l’osservatore durante il

10
movimento delle componenti nelle loro orbite. I picchi di luminosità avven-
gono quando la stella rivolge all’osservatore superfici con aree maggiori. Il
periodo tipico è di circa 4 giorni.
– α Canum Venaticorum: sono stelle che presentano intensi campi ma-
gnetici non allineati con l’asse di rotazione. Pertanto il campo magnetico
sembrerà avere valori differenti mentre la stella ruota su se stessa perché
verranno esposte di volta in volta all’osservatore parti differenti di esso. Ciò
produce un’apparente variazione di luminosità. Il periodo è compreso tra 0.5
e 160 giorni.
– BY Draconis: sono variabili nane rosse che mostrano una variabilità quasi
periodica con periodi variabili da alcune ore a 120 giorni. Sono dovute a
zone di luminosità non uniformi che entrano ed escono dalla vista mentre la
stella ruota attorno al proprio asse. Esempio di curva di luce in figura 2.4.

Figura 2.4: Curva di luce di Gragvar014

– Pulsar: stelle di neutroni in rapidissima rotazione con imponenti campi ma-


gnetici che irradiano nelle onde radio, nell’ottico e nei raggi X. Le variazioni
luminose coincidono con il periodo di rotazione (da 0.001 a 4 secondi) mentre
l’ampiezza luminosa può arrivare a 0.8 mag V (V sta ad indicare che ci si
trova nel visibile). Esempio di curva di luce in figura 2.5.

2.2 Variabili intrinseche


Tra queste si distinguono:

• Variabili eruttive: queste stelle variano la propria luminosità in seguito a violen-


ti flares che avvengono nella loro cromosfera e nella corona. Le variazioni luminose
sono di solito accompagnate da emissioni di materia sottoforma di vento stellare.
Le classi che fanno parte di questo gruppo sono:

11
Figura 2.5: Curva di luce della pulsar Vela

– FU Orionis: sono stelle giovani (pre-sequenza) con la più grande ampiezza


di variazione in questo gruppo. Sono caratterizzate da un graduale aumento
della luminosità fino anche a 6 magnitudini. Una volta al massimo vi possono
rimanere anche per decenni oppure svanire lentamente. Il loro spettro si
colloca tra le classi A e G.
– UV Ceti: sono nane rosse di pre-sequenza che mostrano improvvisi brilla-
menti i quali durano pochi secondi. Il brillamento produce la stessa energia
di un tipico brillamento solare ma sulla superficie di una stella di luminosità
inferiore produce un aumento di luminosità fino a 4-6 magnitudini.
– γ Cassiopeiae: stelle in rapida rotazione con perdita di materiale a partire
dalla zona equatoriale che produce la formazione del disco accompagnata da
un calo di luminosità la cui ampiezza può arrivare a 1.5 magnitudini.
– T Tauri: sono stelle di pre-sequenza che mostrano fluttuazioni irregolari di
luminosità. Hanno meno di 10 milioni di anni e masse inferiori a 3 masse
solari. Si trovano solo nelle nebulose o in ammassi molto giovani. Anche il
Sole ha attraversato questa fase circa 4.6 miliardi di anni fa.
– S Doradus: Stelle rare e altamente luminose che mostrano variazioni su
tempi scala che vanno da giorni a decadi. Denominate anche LBV (lumi-
nous blue variable), sono stelle eruttive supergiganti con variazioni luminose
irregolari (alcune volte cicliche) aventi un’ampiezza da 1 a 7 magnitudini.
– R Corona Borealis: sono supergiganti, povere di idrogeno e ricche di carbo-
nio. Sono allo stesso tempo variabili eruttive e pulsanti. Presentano cadute
di luminosità senza nussuna periodicità con un’ampiezza da 1 a 9 magnitudi-
ni in poche decine o centinaia di giorni. A queste variazioni si sovrappongono
pulsazioni cicliche con un’ampiezza di alcuni decimi di magnitudine e una pe-
riodicità che varia da 30 a 100 giorni. Esempio di curva di luce in figura 2.6.

12
Figura 2.6: Curva di luce di R Corona Borealis

• Variabili cataclismiche: sono stelle che mostrano esplosioni causate da reazio-


ni termonucleari sia in superficie (tipo novae) sia nel nucleo (tipo supernovae).
La maggior parte di queste variabili sono sistemi binari semi-staccati, ma molto
stretti, in cui in genere la componente primaria è una nana bianca e la secondaria
è una stella di sequenza principale. I periodi orbitali sono molto brevi, per cui le
componenti sono molte vicine. La forza gravitazionale della nana bianca modifica
la forma della secondaria, che trasferisce materiale alla nana bianca attraverso un
disco di accrescimento. Si possono dividere in quattro classi:

– U Geminorum: si tratta di sistemi binari vicini costituiti da una nana e


una subgigante di tipo spettrale K o M. I periodi orbitali variano da 0.05
a 0.5 giorni. Nel caso delle U Geminorum, quando il plasma del disco di
accrescimento raggiunge una temperatura critica, modifica la sua viscosità
e collassa sulla nana bianca, rilasciando una grande quantità di energia po-
tenziale gravitazionale. Sono anche dette novae nane. Esempio di curva di
luce in figura 2.7.

Figura 2.7: Curva di luce di SS Cygni

– Novae: sono sistemi binari costituiti da una nana bianca ed una stella mas-
siccia normale. Quando la stella supera il proprio limite di Rochè inizierà
a far cadere idrogeno sulla nana bianca, dove a causa dell’elevata accellera-
zione gravitazione si va a disporre su un sottile strato in superficie. Man
mano che l’idrogeno si accumula la densità e la temperatura sulla base di
tale strato aumentano fino ad innescare la fusione dell’idrogeno in elio. Si
ha cosı̀ il lampo dell’idrogeno e la stella diviene una novae, producendo un

13
importante aumento di luminosità. Tale evento è ricorrente, con intervalli
tanto più lunghi quanto maggiore è stata la violenza del fenomeno. Esempio
di curva di luce in figura 2.8.

Figura 2.8: Curva di luce della novae V1500 Cygni

– Supernovae: rappresentano la fine della vita di una stella molto massiccia


il cui nucleo collassa a formare una stella di neutroni o buco nero. Questi
fenomeni possono raggiungere magnitudini assolute comprese tra -15 e -20,
e svaniscono lentamente. Esempio di curva di luce in figura 2.9.

Figura 2.9: Curva di luce della supernova 1987A

– Simbiotiche: sono sistemi binari stretti costituiti da una gigante/supergigante


ed una nana bianca. Il loro spettro durante la fase di quiescenza mostra sia
le bande di assorbimento della prima, sia le intense righe di emissione do-
vute all’eccitazione dei gas nebulari a causa della radiazione ultravioletta
proveniente dalla nana bianca. La luminosità del sistema varia in maniera
irregolare con un’ampiezza che può arrivare fino a 4 magnitudini. Le stelle
simbiotiche sono progenitori di nebulose planetarie bipolari e supernovae di
tipo Ia. Esempio di curva di luce in figura 2.10.

14
Figura 2.10: Curva di luce nella banda B di CI Cygni. I diversi colori si riferiscono ai
diversi telescopi utilizzati. Le frecce in basso indicano le epoche delle eclissi della nana
bianca da parte della gigante fredda.

• Variabili pulsanti: sono stelle in cui regolarmente si verifica un’espansione e una


contrazione degli strati esterni dell’atmosfera stellare (pulsazione). Le pulsazioni
possono essere radiali, viene quindi mantenuta la forma sferica, e non radiali, in cui
l’espansione non è simmetrica e pertanto alcune parti della stella si contraggono
verso l’interno e altre si espandono verso l’esterno.
Tra le stelle pulsanti in modo radiale si hanno le seguenti classi:

– Cefeidi: vengono trattate in dettaglio più avanti.


– Mira Ceti: sono stelle giganti relativamente stabili di classe spettrale avan-
zata, con periodi abbastanza lunghi da 100-1000 giorni con la maggior par-
te compresa tra 150 e 450 giorni. Ampiezze di variabilità da 2.5 a 11
magnitudini. Esempio di curva di luce in figura 2.11.

Figura 2.11: Curva di luce di OGLE-BLG-LPV-218244

– RV Tauri: sono stelle supergiganti gialle le cui curve di luce mostrano


un’alternanza tra minimi più o meno profondi. L’ampiezza della variabilità
può arrivare fino a 3-4 magnitudini. Sono di classe spettrale da F a G al
massimo e da K a M al minimo. Il periodo va dai 30 ai 150 giorni. Esempio
di curva di luce in figura 2.12.

15
Figura 2.12: Curva di luce di OGLE-LMTC-T2CEP-091

– Semi-regolari (SR): sono stelle giganti o supergiganti di tipo spettrale M,


C, S. Hanno una notevole periodicità nei loro cambiamenti di luce, talvolta
interrotti da varie irregolarità. I periodi sono compresi tra 20 e più di 2000
giorni, mentre le forme delle curve di luce sono piuttosto diverse e variabili, e
le ampiezze possono variare da alcuni centesimi a diverse magnitudini. Molto
simili alle Mira, ma con, appunto, un’irregolarità e un’ampiezza di variazione
di luminosità minore.
– RR Lyrae: sono stelle giganti con periodi rapidi che vanno da 0.2 a 1.2
giorni, e ampiezze comprese tra 0.2 e 2 magnitudini. Hanno esaurito l’Idro-
geno ed ora stanno bruciando l’Elio. Le masse tipiche sono intorno a 0, 5M⊙ .
Esempio di curva di luce in figura 2.13.

Figura 2.13: Curva di luce di una RR Lyrae di tipo ab

– W Virginis: la loro luminosità va da 0.3 a 1.2 magnitudini e hanno periodi


che vanno da 0.8 a 35 giorni. Come con le Cefeidi classiche, il loro tipo
spettrale alla massima luce è F e al minimo varia da G a K.
Curve di luce in figura 4.10 e 4.11.
Invece per quanto riguarda quelle pulsanti in modo non radiale si distinguono:
– ZZ Ceti: sono delle nane bianche con un periodo di variazione compreseo
tra i 30 secondi e i 25 minuti. Una varibilità tra 0.001 e 0.2 magnitudini.

16
– γ Doradus: sono stelle aventi una classe spettrale A5–F8, una variazione
luminosa molto esigua e un periodo compreso tra 0.5 e 4 giorni (tipicamen-
te da 0.8 a 1 giorno). Sono una classe di variabile pressochè sconosciuta.
Esempio di curva di luce in figura 2.14.
– α Cygni: sono stelle supergiganti di classe spettrale B-A aventi pulsazioni
non radiali. Di fatto in questa categoria ci sono anche stelle di classe spettrale
O purché si trovino nella stessa sequenza evolutiva. La luminosità varia
con un’ampiezza di 0.1 magnitudini in visuale in maniera apparentemente
irregolare essendo queste variazioni causate dalla sovrapposizione di varie
oscillazioni con periodi simili. Si sono osservati periodi da pochi giorni ad
alcune settimane.

Si possono trovare anche stelle che pulsano sia modo radiale che non. Ad esempio
le classi:

– β Cephei: le β Cephei sono stelle variabili pulsanti azzurre di classe spet-


trale compresa tra B0 e B3 che si collocano a tre quarti della sequanza
principale (magnitudine assoluta tra -3 e -5). Il periodo di variazione tipico
di queste variabili si trova tra i 0.16 e 0.3 giorni presentando frequentemente
vari periodi simultanei.
– δ Scuti: sono di classe spettrale da A a F, hanno brevi periodi che vanno da
0.01 a 0.2 giorni e ampiezze comprese tra 0.003 e 0.9 in magnitudine. Una
particolarità è che molte di queste stelle sono multi periodiche. FG Virginis,
ad esempio, pulsa in 79 modalità diverse. Questo, insieme a le loro piccole
ampiezze, rendono molto difficile determinarne i periodi.

Figura 2.14: Curva di luce di OGLE-BLG-DSTC-03642

17
3 Capitolo 3: Pulsazione stellare
Dal momento che si capı̀ che alla base della variabilità c’era un fenomeno oscillato-
rio si comprese che esso non poteva essere solo di natura elettromagnetica ma doveva
comprendere anche movimenti macroscopici della superficie della stella. Infatti si mi-
surarono variazioni di velocità radiale, causate da effetto Doppler4 , le quali mostrarono
chiaramente che la superficie si avvicinava e allontanava ciclicamente con periodi uguali
a quelli con cui variava la luminoistà.
Pertanto le oscillazioni meccaniche sono alla base del fenomeno.
Una prima cosa importante che va definita è la relazione periodo-densità media di
Ritter. Per ricavarla si può partire definendo la velocità di propagazione del suono
all’interno di una stella variabile, la quale è data da:
s s
P Γ1 T kB Γ1
vs = = (3.1)
ρ mH µ
Dove la seconda uguaglianza viene dal fatto che si considera l’equazione di stato per un
gas ideale. Nella 3.1 Γ1 è il primo coefficiente adiabatico.
Utilizzando per le abbondanze: X=0.71, Y=0.27, Z=0.02; si ricava µ ≈ 0.6. Se per Γ1
si prende il rapporto tra calore specifico a pressione costante e volume costante di un
gas perfetto γ = 5/3 e per T quella di seconda ionizzazione dell’elio, ovvero circa 45000
K, si ricava:

vs ≈ 32.2 km s−1

A questo punto si è in grado di definire il tempo di propagazione delle onde sonore


all’interno della stella, P, grazie alla relazione:
2R
P∼ (3.2)
vs
Questa può essere riscritta in termini di energia potenziale gravitazionale della stella:

−GM 2
U∼ (3.3)
R
sfruttando il teorema di viriale la 3.3 diventa:
Z
P
U = −3 dm (3.4)
M ρ
4
L’effetto Doppler descrive come la lunghezza d’onda della luce emessa da un oggetto in movimento
cambia in base alla direzione del suo moto rispetto all’osservatore. Quindi analizzando la luce emessa
da una stella, lo spostamento delle lunghezze d’onda dovuto a tale effetto permette di misurare la
velocità radiale, ossia quanto rapidamente la superficie stellare si sta avvicinando o allontanando
dall’osservatore.

18
Inserendo la 3.1 nella 3.4 si ottiene:
R vs2
dm vs2
 
M Γ1
U = −3 R M = −3 M (3.5)
M
dm Γ1
<> indica una media. Da qui: r
U ⟨Γ1 ⟩
vs ≈ − (3.6)
3M
A questo punto utilizzando la 3.2, si ricava:
s
3 √ √
r
2R Iosc
P∼ ∼2 M R2 −U ∼ (3.7)
vs ⟨Γ1 ⟩ −U

Nella 3.9 Iosc è il momento d’inerzia oscillatorio definito come segue:


Z
Iosc = r2 dm(r) (3.8)
r

Tuttavia la velocità del suono all’interno della stella non è costante a causa della diversa
densità della stella stessa. Al posto della 3.2 si può quindi utilizzare:
Z R Z R Z R
dr dr
P=2 dt(r) = 2 =2 p (3.9)
0 0 vs (r) 0 Γ1 (r)P (r)/ρ(r)
Per integrare correttamente la 3.9 bisognerebbe conoscere P (r), ρ(r) e Γ1 (r). Ci si può
limitare a considerare il caso omogeneo in cui sia la densità che Γ1 sono costanti.
Sotto tali ipotesi, considerando l’equazione di equilibrio idrostatico:
dP Gmρ Gρ 4 4πρ2 Gr
= − 2 = − 2 ( πρr3 ) = − (3.10)
dr r r 3 3
integrando si ricava:
2πρ2 Gr2
P (r) = − + cost (3.11)
3
dove il valore della costante è definito dal valore della pressione sulla superficie P (R),
la quale può essere supposta nulla poichè di molti ordini di grandezza inferiore a quella
interna alla stella. Quindi:
2πρ2 G 2
P (r) = − (R − r2 ) (3.12)
3
Dopodichè inserendola nella 3.9 e ricordando che Γ1 e ρ(r) = ⟨ρ⟩ sono costanti, si trova:
Z R s Z R s
dr 3 dr 3π
P=2 p =2 p =
0
2 2
Γ1 G2π ⟨ρ⟩ (R − r )/3 2π ⟨ρ⟩ Γ1 G 0 2 2
(R − r ) 2Γ1 G ⟨ρ⟩
(3.13)

19
Tale relazione può anche essere riscritta nella forma:
r
p 3π
P ⟨ρ⟩ = (3.14)
2Γ1 G
Questa è la prima formulazione della relazione periodo-densità media, proposta da Rit-
ter nel 1879 la quale afferma che le stelle pulsanti più dense hanno periodi di pulsazione
più brevi rispetto a quelle meno dense.
La 3.14 può anche essere semplificata come segue:
p
P ⟨ρ⟩ = Q (3.15)
con Q detta costante di pulsazione.

3.1 Equazioni fondamentali della pulsazione stellare radiale


Le equazioni della pulsazione radiale sono fondamentalmente le stesse che descrivono
la struttura e l’evoluzione stellare, solo che in questo caso i tempi sono molto brevi
e pertanto ci sono alcuni fenomeni che possono essere trascurati, come ad esempio le
variazioni di composizione chimica dovute alle reazioni nucleari. C’è anche un’altra
considerazione che porta a variazioni nelle equazioni, con le stelle pulsanti, il più delle
volte si ha a che fare con sistemi che sono in oscillazione attorno a un certo stato ”di
equilibrio”. Si può di conseguenza adottare come riferimento una soluzione delle equa-
zioni di struttura stellare e studiare solo le deviazioni da questo stato di riferimento.
Di seguito vengono trascurati, oltre alle variazioni di composizione chimica, gli effetti
dovuti a campi magnetici, turbolenze e viscosità.

Le equazioni fondamentali per la pulsazione stellare, ottenute linearizzando opportuna-


mente quelle per la struttura stellare tramite la teoria delle perturbazioni, sono riportate
di seguito:
• Equazione della conservazione dell’energia:
     
∂ δP ∂ δρ ρ0 ∂L
= Γ1,0 + (Γ3,0 − 1)δ ϵef f − (3.16)
∂t P0 ∂t ρ0 P0 ∂m
oppure
     
∂ δT ∂ δρ ρ0 −1 ∂L
= (Γ3,0 − 1) + (cV,0 T ) δ ϵef f − (3.17)
∂t T0 ∂t ρ0 P0 ∂m
• Equazione di continuità:
δρ ∂ζ
= −3ζ − 4πr03 ρ0 (3.18)
ρ0 ∂m
• Equazione di equilibrio idrostatico:

∂ 2ζ
   
2 δP dP0 2 ∂ δP
r0 2 = −4πr0 4ζ + − 4πr0 P0 (3.19)
∂t P0 dm ∂m P0

20
• Equazione di trasferimento dell’energia:
   −1  
δL ∂T δkR ∂ ln T ∂ δT
= 4ζ + 4 − + (3.20)
L T kR ∂m ∂m T

Nelle precedenti equazione ζ ≡ δr(m, t)/r0 è lo spostamento radiale relativo, Γ1,0 e


Γ3,0 sono il primo e terzo coefficiente adiabatico, i quali rappresentano, il primo il
rapporto tra la variazione infinitesima di pressione e quella di densità, il secondo invece
tra temperatura e densità. Lo 0 sta ad indicare che si è in condizioni di equilibrio.
Sono coefficienti fondamentali per descrivere come la stella reagisce ai processi interni
di compressione ed espansione.

3.2 Oscillazioni adiabatiche lineari


Nella teoria adiabatica si ipotizza che i singoli elementi di massa della stella non perdano
ne acquistino energia durante la pulsazione. Pertanto si ha:
dQ
=0 (3.21)
dt
o equivalentemente5 :  
∂L
δϵef f = δ (∀m) (3.22)
∂m

3.2.1 Linear Adiabatic Wave Equation (LAWE)


La principale differenza tra la teoria adiabatica e non adiabatica è che nel primo caso
le equazioni 3.16 e 3.17 si semplificano notevolmente. Infatti imponendo la condizione
adiabatica data da 3.22 diventano rispettivamente:
δP δρ
= Γ1,0 (3.23)
P0 ρ0
δT δρ
= (Γ3,0 − 1) (3.24)
T0 ρ0
Adesso bisogna combinare la 3.23 e 3.24 con le equazioni di continuità e dell’equilibrio,
in modo da ricavare un’equazione d’onda che possa essere risolta in termini di frequenze
di pulsazione.
Come prima cosa si inserisce il valore di δP/P0 , ricavato dalla 3.23, in 3.19. Dopodichè
le perturbazioni di densità possono essere scritte in termini di perturbazione di ζ uti-
lizzando l’equazione 3.18. Cosı̀ si ottiene:

∂ 2ζ
 
5 d 1 ∂ 2 6 ∂ζ
r0 2 = 4πr0 ζ [(3Γ1,0 − 4)P0 ] + 16π Γ1,0 P0 ρ0 r0 (3.25)
∂t dm r0 ∂m ∂m
5 dQ ∂L
Poichè dt = ϵef f − ∂m

21
Si risolve questa equazione con il metodo della separazione delle variabili, cercando
soluzioni nella forma:
ζ(m, t) = η(m)eiσt (3.26)
Eliminando i pedici 0 e riorganizzando si arriva a:
 
1 d 4 dη 1 d
− 4 Γ1 P r − [(3Γ1 − 4)P ]η = ησ 2 (3.27)
ρr dr dr ρr dr

La 3.27 è l’equazione d’onda lineare adiabatica (LAWE). Questa non può essere risolta
analiticamente ma solo numericamente fornendo delle opportune condizioni al contorno.
Al centro della stella deve essere presente un nodo, poiché una particella di estensione
infinitesimale che si trova in quel punto non può muoversi da nessuna parte senza violare
la condizione di simmetria radiale, ciò implica:

δr = 0 a r = 0

Tuttavia ciò non spiega come si comporta η, la quale è la quantità che si vuole ottenere
come soluzione della LAWE, al centro della stella. Per rispondere a tale domanda si
può di nuovo considerare l’equazione 3.27. Se si espande il primo termine del membro
a sinistra si avrà un termine
Γ1 P d2 η Γ1 P dη
accanto a
ρ dr2 rρ dr
Ma quest’ultimo sarà finito solo se si richiede che:

= 0 al centro.
dr
Dato che tutti gli altri termini che compaiono in questa equazione sono finiti o nulli al
centro, segue che, a meno che:

dη d2 η
= 0 al centro, divergerà li, e quindi anche η.
dr dr2
Pertanto una condizione al centro deve essere:

=0 a r=0
dr

Mentre per la condizione al contorno sulla superficie si ha:

σ 2 R03
 
δP
4+ η+ =0 a r=R
GM0 P0

in cui R0 e M0 sono il raggio superficiale e la massa totale all’equilibrio. Tale condizio-


ne (oltre che essere valida anche nel caso non adiabatico) può anche essere riscritta in

22
termini di pendenza di η, usando innanzitutto la condizione adiabatica 3.23 per espri-
mere δP/P0 in termini di δρ/ρ0 e poi l’equazione di continuità linearizzata 3.18, per
esprimere δρ/ρ0 in termini di dη/dr. Tutto ciò porta alle seguente condizione:
 2 3 
dη η σ R0
= − (3Γ1 − 4) a r=R
dr R Γ1 R0 GM0
Questa è la condizione al contorno esterna per l’equazione 3.27.
Infine, si nota che la LAWE è un’equazione omogenea, il che implica che l’ampiezza è
fondamentalmente indeterminata nel caso di un’equazione lineare. Pertanto è necessario
normalizzare le soluzioni. L’approccio tipicamente utilizzato è il seguente:
δr
η= =1 a r=R
r
Con le condizioni al contorno specificate, il problema è completamente risolto.
Si possono comprendere molte cose solo osservando la forma effettiva di queste equa-
zioni, senza risolverle esplicitamente. Questo perché la LAWE, con le condizioni al
contorno fornite, è un’equazione di Sturm-Liouville. Infatti può essere riscritta come
segue:
L(η) = σ 2 η (3.28)
definendo l’operatore:
   
1 d 4 dη 1 d
L(η) ≡ − 4 Γ1 P r − [(3Γ1 − 4)P ] η (3.29)
ρr dr dr ρr dr
Tra le proprietà più importanti della LAWE, che vengono dal fatto di essere una Sturm-
Liouville, vi sono:
• C’è un numero infinito di soluzioni della LAWE, ma sono ammessi solo alcuni
2
valori specifici di σm che soddisfano le condizioni al contorno. A ciascuno di questi
valori, detti autovalori, è associata una soluzione dettagliata, o autofunzione,
ηm (r). m indica l’ordine radiale.
• Gli autovalori σm
2
sono sempre reali. Particolarmente interessante è il caso σ > 0
che corrisponde al caso oscillatorio con periodo:

P= (3.30)
σ

• L’autovalore corrispondente a m = 0 (modo fondamentale) è il più basso, e in


particolare σm < σm+1 con m > 0. Cioè il fondamentale è quello a frequenza più
bassa e quindi a periodo più lungo, all’aumentare dell’ordine del modo il periodo
diminuirà sempre più.
• Le autofunzioni per σm > 0 corrispondono ad onde stazionarie nella stella. Il
numero di nodi all’interno di essa è m, quindi il fondamentale non ha nodi
nell’intervallo 0 < r < R, il primo ne ha uno e cosı̀ via.

23
• La base delle funzioni ηm (r) è completa e può qundi essere utilizzata per esprimere
la soluzione generale del problema delle pulsazioni anche nel caso non lineare e
non adiabatico.

• L’operatore L è autoaggiunto. Gli operatori complessi autoaggiunti che soddisfano


opportune condizioni al contorno sono anche detti hermitiani, ed L è hermitiano.

• L’autovalore σm
2
può in linea di principio essere calcolato con la seguente espres-
sione: Z M
1
2
σm = ζ ∗ (Lζm )r2 dm (3.31)
Jm 0 m
in cui il momento d’inerzia oscillatorio per il modo m è:
Z M
Jm ≡ |ζm |2 r2 dm (3.32)
0

• Per grandi m la spaziatura tra i vari σm diventa costante. In particolare:

σm − σm−1 = π (3.33)

3.3 Teoria non adiabatica


La teoria adiabatica ha fondamentalmente due problemi: il primo è che non riesce a
spiegare i ritardi di fase che spesso si osservano tra le diverse quantità fisiche, inoltre
non può prevedere quali stelle pulseranno e perchè. Cosı̀ interviene la teoria non adia-
batica.
Per comprendere come tale teoria sia in grado di dire in quali stelle possono essere ecci-
tati i modi di pulsazione si parte dall’equazione dell’equilibrio idrostatico moltiplicando
entrambi i membri per ∂r/∂t:

∂r ∂ 2 r ∂r ∂P Gm ∂r
2
= −4πr2 − 2 (3.34)
∂t ∂t ∂t ∂m r ∂t
Da qui considerando l’uguaglianza:

∂r ∂ 2 r ∂ν 1∂ 2
2
=ν = (ν ),
∂t ∂t ∂t 2 ∂t
integrando su tutta la stella, si ottiene:
Z Z  
1∂ 2 dU ∂ 2 ∂r
(v ) dm = − + P 4πr dm (3.35)
M 2 ∂t dt M ∂m ∂t

Utilizzando l’equazione di continuità 1.1:


Z Z  
1∂ 2 dU ∂ 1
(v ) dm = − + P dm (3.36)
M 2 ∂t dt M ∂t ρ

24
con U l’energia potenziale gravitazionale totale della stella. Se si integra questa equazio-
ne su un intero ciclo di pulsazioni, si ottiene il lavoro meccanico totale che si trasforma
in energia cinetica degli strati stellari. Infine facendo la media su un intero ciclo di
pulsazione si ha:   Z Z  
dW W 1 ∂ 1
≡ = dt P dm (3.37)
dt P P P M ∂t ρ
Se questa quantità è maggiore di 0 la stella pulsa, viceversa se è minore di 0 la stella
non sarà in grado di mantenere la pulsazione e qualunque perturbazione di questo tipo
verrà smorzata.
Se si indica con ψ l’energia totale di pulsazione della stella, una scala temporale per la
crescita o smorzamento della perturbazione sarà dato da:

1 dW/dt
τ ≡− (3.38)
2 ψ

dove il fattore 1/2 viene dal fatto che l’energia di un sistema oscillante dipende dal-
l’ampiezza al quadrato.
Associato a questo tempo si può definire anche il coefficiente di stabilità o tasso di
crescita κ, definito come:
κ ≡ (τ )−1 (3.39)
Sulla base del segno nella 3.38, κ > 0 implica smorzamento e quindi stabilità, viceversa
κ < 0 comporta un’instabilità crescente nel tempo e quindi la stella pulsa.

Tuttavia nella stella vi sono regioni che contribuiscono positivamente all’integrale nel
membro di destra della 3.37 (strati guida) e altri invece negativamente (strati di smor-
zamento). Resta da determinare quali regioni contribuiscono alla pulsazioni e quali
invece la ostacolano.
Bisogna quindi modificare la 3.37. Dalla prima legge della Termodinamica:
Z   Z Z Z Z
∂ 1 dQ ∂E dQ P dQ
P dt = dt + dt = dt + (E)0 = dt (3.40)
P ∂t ρ P dt P ∂t P dt P dt

(E)P0 = 0 poichè E è una variabile di stato.


Pertanto:   Z Z
dW 1 dQ
= dt dt (3.41)
dt P P M dt

Dall’equazione di conservazione dell’energia, inserendo:


dQ ∂L
= ϵef f − (3.42)
dt ∂m
con ϵef f = ϵ − ϵv il tasso di produzione di energia efficace, si arriva a:

∂ ln P ∂ ln ρ ρ dQ
= Γ1 + (Γ3 − 1) (3.43)
∂t ∂t P dt

25
Se si considerasse la massima compressione, ∂ ln ρ/∂t = 0:
 
∂ ln P ρ dQ
= (Γ3 − 1) (3.44)
∂t [Link] P dt

Da notare che risulta ρ/P (Γ3 −1) > 0. Quindi se uno strato acquista calore (dQ/dt > 0)
durante la massima compressione ci sarà anche un aumento della pressione (∂P/∂t > 0),
e ciò implica che la pressione sarà più alta nella fase di espansione rispetto alla contra-
zione, come richiesto per mantenere la pulsazione. In una tale regione è soddisfatta la
condizione: Z Vmax Z Vmin
P dV > − P dV (3.45)
Vmin Vmax

con Vmin e Vmax il volume minimo e massimo.

3.4 L’equazione d’onda lineare non adiabatica


Fin qui è stato spiegato solo come capire se le pulsazioni possono verificarsi o no.
Tuttavia per descriverle correttamente è necessario capire come le perturbazioni variano
nel tempo. In un contesto lineare ciò può essere fatto tramite l’equazione d’onda lineare
non adiabatica (LNAWE).
Per ricavare tale equazione si può partire dalla 3.19 e ricordando che:
dm
= 4πr2 ρ
dr
diventa:    
δP 1 dP0 P0 ∂ δP
r0 ζ̈ = − 4ζ + − (3.46)
P0 ρ0 dr ρ0 ∂r P0
Facendo la derivata rispetto al tempo e ricordando che si può scrivere δP/P0 in ter-
mini di δρ/ρ0 e dei termini non adiabatici utilizzando l’equazione della conservazione
dell’energia linearizzata 3.16, l’equazione risultante contiene un termine con la derivata
temporale dell’ampiezza di fluttuazione della densità relativa che a sua volta si può
esprimere in termini di ζ con la 3.18. Si arriva cosı̀ a:
" #
... ζ̇ ∂ 1 ∂ ∂ ˙
ξ 1 ∂
 
∂L

4
ζ− [(3Γ1 − 4)P ] − 4 r Γ1 P + ρ(Γ3 − 1)δ ϵeff − =0
rρ ∂r r ρ ∂r ∂r rρ ∂r ∂m
(3.47)
Per risolvere un’equazione di questo tipo si ipotizza di nuovo una soluzione del tipo
ζ(m, t) = η(m)eiσt , solo che ora le frequenze hanno anche una componente immaginaria
e possono essere scritte nella forma:

σ = ω + iκ (3.48)

Allora:
ζ(m, t) = η(m)eiσt e−κt (3.49)

26
con κ coefficiente di stabilità, il quale è reale proprio come ω. A questo punto si può
utilizzare la teoria quasi-adiabatica per comprendere gli effetti non adiabatici. In tale
teoria il coefficiente di stabilità per il modo m si può scrivere come segue:

(δT /T )[Link] δϵeff − ∂δL dm′


R 
M ∂m m
κm = − 2 J
(3.50)
2ωm m

in cui il momento d’inerzia per le oscillazioni adiabatiche è:


Z
Jm ≡ 2
η[Link] r2 dm′ (3.51)
M

Anche per le altre variabili (δρ/ρ, δL/L, δP/P ) si assume che abbiano una dipendenza
dal tempo e che l’ampiezza di pulsazione vari come eiσt . Tuttavia nel caso non adiabati-
co, le fasi di oscillazione dipendono in generale dalla posizione nella stella ed inoltre non
saranno uguali tra le varie grandezze fisiche. Pertanto sorgono naturalmente i ritardi
di fase.
Per descrivere completamente le oscillazioni, è necessario specificare, per ogni variabi-
le, il comportamento radiale delle sue componenti reali e immaginarie. Il problema è
quindi del quarto ordine per le variabili complesse di pulsazione e dell’ottavo per le cor-
rispondenti variabili reali e quindi devono essere specificate otto costanti di integrazione
reali. Un’ulteriore costante di integrazione è fornita dalla frequenza complessa σ, con
le sue componenti reali e immaginarie date dall’equazione 3.48. Otto di queste costanti
sono fornite da opportune condizioni al contorno al centro della stella e alla superficie,
ma nella teoria lineare, come già visto, è necessario normalizzare opportunamente gli
spostamenti radiali. Una volta fatto questo, si ottiene di nuovo un problema agli au-
tovalori, il cui autovalore è σ, e la soluzione del problema dà quindi, per ogni modo
di pulsazione, il periodo della variabilità di ζ, il periodo di variazione P = 2π/ω e il
coefficiente di stabilità κ.

3.5 Meccanismi di trasferimento di energia


Come prima cosa si osserva che l’integrale al numeratore dell’equazione 3.50 può essere
scritto nel seguente modo:
R  δT /T  R  δT /T  ∂δL

M m
δϵ eff dm M m ∂m m
dm
[Link] [Link]
κm = − 2 J
+ 2 J
(3.52)
2ωm m 2ωm m

Il primo termine è associato alla generazione dell’energia, il secondo invece al suo


trasferimento.

3.5.1 Il meccanismo ϵ
Una prima regione della stella che viene presa in considerazione è quella in cui av-
vengono le reazioni termonucleari. Questo perchè i tassi di generazione dell’energia

27
di tali reazioni dipendono fortemente dalla temperatura, in particolare all’aumentare
della temperatura aumentano i tassi. Pertanto è ipotizzabile che se le fluttuazioni di
temperatura nelle regioni di generazione di energia sono sufficientemente elevate allora
anche la fornitura di energia fluttuerà nel tempo e sarà quindi in grado di mantenere
la pulsazione. Questo è il cosidetto meccanismo ϵ, dove ϵ è il tasso di generazione di
energia nucleare. Tuttavia questo meccanismo non è in grado di spiegare il comporta-
mento pulsante dei tipici pulsatori come δ Cefeidi o RR Lyrae.
Infatti considerando una RR Lyrae si possono avere fluttuazione di temperatura che
possono andare dai 1000-1500 K a i 2000-3000 K. Tuttavia anche prendendo un’ampiez-
za di temperatura al limite superiore dell’intervallo, l’ampiezza della fluttuazione della
temperatura nella regione di generazione dell’energia nucleare, risulta estremamente
piccola, δT /T ≈ 4 × 10−8 nel punto più vicino al bordo del guscio di combustione del-
l’idrogeno e ≈ 3.5 × 10−9 per l’elio. Ciò si traduce in una fluttuazione di circa 1 K e
0.5 K rispettivamente. Quindi si hanno fluttuazioni molti ordini di grandezza inferiori
rispetto a ciò che è richiesto dal meccanismo ϵ (figura 3.1).

Figura 3.1: Fluttuazioni della temperatura superficiale normalizzata per una stella RR
Lyrae

Pertanto nei pulsatori classici il meccanismo ϵ non svolge un ruolo importante.

3.5.2 I meccanismi κ e γ
Come già noto si ha pulsazione quando κ < 0. Il secondo termine della 3.52 richiede
che, durante la massima compressione, ∂δL/δm sia negativo, il che implica un aumento
di δL all’aumentare di m. Questo significa che affinchè avvenga la pulsazione alcuni
strati devono acquistare energia durante la compressione e cederla durante l’espansione.

28
Nel caso di assorbimento libero in un gas non degenere e completamente ionizzato, si
può applicare la legge di opacità di Kramer6 , con n ≈ 1 s ≈ 7/2:
7
κR ∝ ρT − 2 (3.53)

Figura 3.2: κR vs log T

Per temperature sufficientemente alte, l’opacità segue una legge di questo tipo. Tut-
tavia mostra anche che 3.53 non è valida in tutta la stella. In particolare si posssono
notare (figura 3.2) alcune protuberanze nell’opacità per temperature attorno ai 20000
e 40000 K, causate dalla ionizzazione dell’idrogeno e parziale ionizzazione dell’elio. In
particolare in queste regioni l’opacità tende ad aumnetare con la temperatura. Ma
se l’opacità aumenta durante la compressione la conseguenza immediata è che questa
regione argina l’energia durante la compressione e la rilascia più facilmente durante la
successiva espansione. Questo, per quanto già detto è ciò che è necessario per azionare
la pulsazione.
Tale aumento dell’opacità è solitamnete definito come meccanismo κ.
La maggiore capacità degli stessi strati che partecipano al processo κ di guadagnare
calore durante la compressione è detto processo γ. Ciò può essere spiegato sulla base
del comportamento dell’esponente adiabatico Γ3 , poichè è quello che controlla effettiva-
mente di quanto un determinato strato stellare può scaldarsi durante la compressione.
.
Intorno alle zone di parziale ionizzazione dell’idrogeno ed elio, Γ3 diventa significativa-
mente più piccolo rispetto a quello dei loro dintorni, tali regioni pertanto si riscalderanno
6 ρn
κR ∝ Ts

29
Figura 3.3: Andamento dei coefficienti Γ1 e Γ3

meno durante la compressione ma si raffrederanno anche meno durante l’espansione (fi-


gura 3.3).
Quindi i meccanismi κ e γ operano insieme e talvolta vengono considerati come un
unico meccanismo, detto ’meccanismo di calore’.
A questo punto tornando all’equazione 3.52, affinchè le pulsazioni vengano eccitate dai
meccanismi κ e γ c’è bisogno che il secondo termine sia negativo. Per vedere se è
davvero possibile ottenere ciò nelle regioni a parziale ionizzazione occorre trovare un’a-
deguata espressione per ∂δL/∂m. Si può partire dall’equazione del trasferimento di
energia linearizzata 3.20. Nel caso di una legge dell’opacità del tipo κR ∝ ρn T −s , che
in forma lineare diventa:
δκR δρ δT
=n −s (3.54)
κR ρ T
Si ha:      −1  
δL δρ δT ∂ ln T ∂ δT
= 4ζ − n + (s + 4) + (3.55)
L ρ T ∂m ∂m T
Si può ora trascurare il termine contenente la derivata spaziale della perturbazione della
temperatura (in quanto più piccolo degli altri) ed utillizzare per ζ la 3.18 (trascurando
sempre le derivate spaziali). Questo dà:
        
δL 4 δρ δρ δT 4 δρ δT
≈ −n + (s + 4) =− +n + (s + 4) (3.56)
L 3 ρ ρ T 3 ρ T
A questo punto nella teoria quasi adiabatica ed utilizzando l’equazione 3.24:
   4  
δL 3
+n δT
≈ (s + 4) − (3.57)
L qa Γ3 − 1 T

30
Al di fuori delle zone di generazione dell’energia, in cui ∂L/∂m = 0, si ha:
   4   
∂δL ∂ 3
+n δT
∝L (s + 4) − (3.58)
∂m qa ∂m Γ3 − 1 T

Sicuramente ∂δL/δm non sarà negativo nelle regioni in cui è valida la legge di Kramers,
infatti in queste zone, per n ≈ 1 s ≈ 27 e Γ3 ≈ 1.6, si ottiene +3.6 dalla 3.58. Quindi
le regioni in cui è valida la legge di Kramer sono regioni di smorzamento. Invece dei
buoni candidati ad essere degli strati guida sono quelli in cui s è negativo (ovvero
dove l’opacità aumneta all’aumentare della temperatura, meccanismo κ) e Γ3 è piccolo
(meccanismo γ). Entrambe queste condizioni sono soddisfatte nelle regioni di parziale
ionizzazione dell’idrogeno ed elio.

31
4 Capitolo 4: Cefeidi
Nel seguito verrano trattate nel dettaglio le variabili Cefeidi che, sopratutto quelle
classiche, hanno un’utilissima applicazione come candele standard7 .
Come detto nell’introduzione Henrietta Swan Leavitt notò una dipendenza lineare tra
la magnitudine apparente8 e il logaritmo del periodo di variabilità:

m = a + b log P (4.1)

Quindi stelle con periodo più lungo hanno magnitudini minori e viceversa. L’esistenza
di una relazione tra la magnitudine apparente e periodo implica l’esistenza di una
relazione tra magnitudine assoluta e periodo:

M = a′ + b′ log P (4.2)

Generalmente dalle osservazioni si ottengo le curve di luce magnitudine apparente-


tempo da cui è possibile ricavare il periodo. A questo punto dalla 4.2 si calcola la
magnitudine assoluta. Infine dalla relazione tra magnitudine assoluta e distanza:

M = m − 5 log d + 5 (4.3)

si ha:
m−M +5
d = 10 5 (4.4)

d è in parsec.
I paramentri a e b della 4.1 si ricavano dalla curva di luce fatta con le osservazioni,
creando coppie di dati (log P, m) e facendo una regressione lineare per adattarli alla
forma 4.1. Invece per a′ e b′ della 4.2 si utilizzano Cefeidi in ammassi globulari o galassie
di cui è nota la distanza e dalla 4.3 si calcola M . A questo punto come prima si creano
delle coppie (log P, M ) e tramite regressione lineare si ottengono i parametri.

7
Oggetti astronomici dei quali è nota la luminosità intrinseca e quindi dalla loro luminosità
apparente è possibile risalire alla distanza
8
La magnitudine apparente è la luminosità di un corpo celeste osservato dalla Terra, dipende quindi
dalla distanza. Invece quella assoluta è la sua luminosità intrinseca, ovvero quella che avrebbe se fosse
posto a 10 parsec dal Terra. Quest’ultima è indipendente dalla distanza.

32
4.1 Cefeidi classiche
Le Cefeidi classiche o δ Cefeidi sono stelle che pulsano radialmente. La loro classe spet-
trale varia con la temperatura efficace durante il ciclo di pulsazione, generalmente da
tipo F per quelle più deboli (MV = −2) a tipo G o K per quelle più brillanti (MV = −6).
Solitamente i periodi sono compresi tra 1 e 100 giorni, anche se è possibile che se ne
verifichino di più brevi o più lunghi, come nella Grande Nube di Magellano in cui ne è
stata osservata una di periodo 0,5 giorni.
Sono stelle di massa intermedia solitamente da 2 a 20M⊙ . La maggior parte delle Ce-
feidi classiche della Via Lattea hanno masse tra 4 e 9M⊙ . Stelle cosı̀ massicce sono
relativamente giovani, tra 107 e 108 anni, pertanto è possibile trovarle solo in sistemi
che hanno avuto recenti esperienze di formazione stellare.
Nel diagramma H-R si trovano nella fascia d’instabilità tra le RR Lyrae e le supergi-
ganti (figura 1.3).
I meccanismi principali alla base della pulsazione sono κ e γ, con la regione in cui l’elio
passa da essere singolarmente ionizzato a doppiamente ionizzato che è la più importante
per l’azionamento della pulsazione.

La relazione di Leavitt può essere ricavata partendo dalla legge di Stefan-Boltzamann:

L = 4πR2 σTef
4
f (4.5)

Nella 4.5 L è la luminosità, R il raggio della stella, Tef f la temperatura efficace della
stella, σ = 5.6704 × 10−8 W m−2 K−4 è la costante di Stefan-Boltzmann.
Se espressa in unità di magnitudine bolometrica9 la legge diventa10 :

Mbol = −5 log R − 10 log Tef f + cost (4.6)

Esprimendo in forma logaritmica la relazione di Ritter 3.15 si ha:

log P = −0.5 log ⟨ρ⟩ + log Q (4.7)

Ricordando che:
3M
⟨ρ⟩ = (4.8)
4πR3
e sostituendo nella 4.7 si ha:

log P + 0, 5 log M − 1.5 log R = log Q + cost (4.9)

Usando la 4.9 si può eliminare il log R in 4.6, ottenendo:

log P + 0.5 log M + 0.3Mbol + 3 log Tef f + cost = log Q (4.10)


9
La magnitudine bolometrica di una stella è una misura della sua luminosità totale, considerando
tutte le lunghezze d’onda dello spettro elettromagnetico, non solo quelle visibili.
10
Partendo dalla relazione Mbol = Mbol,⊙ − 2, 5 log(L/L⊙ ) vi si sostituisce la 4.5 e semplicando si
arriva alla 4.6

33
Se M fosse funzione della magitudine bolometrica la si potrebbe eliminare dall’equazio-
ne. Come risaputo dall’equazione nella nota 10 si potrebbe scrivere:

Mbol = −2.5 log L + cost (4.11)

Sapendo che L ∝ M 3.5 , si ottiene approssimando:

Mbol = −8 log M + cost (4.12)

Allora si ricava:
log P = −0.24Mbol − 3 log Tef f + log Q + cost (4.13)
Dalla 4.13 si può notare che il periodo non dipende solo dalla luminosità ma anche dal-
la temperatura. Quindi Cefeidi con stessa luminosità ma temperatura efficace diversa
avranno periodi diversi..

Spesso la temperatura di una stella è espressa in termini di indici di colore, ad esempio


B-V11 . Quindi in alcuni casi la legge di Leavitt è espressa come relazione periodo-
luminosità-colore:
MV = α log P + β(B − V )0 + γ (4.14)
Nella 4.14 (B − V )0 è la media dell’indice di colore ed α, β e γ delle costanti.

Uno dei maggiori problemi riguardo tale legge è quello della calibrazione. Al giorno
d’oggi la relazione più utilizzata è:

MV = −(2.77 ± 0.08)(log P − 1) − (4.08 ± 0.04) (4.15)

La relazione periodo-luminosità per queste Cefeidi è riportata nel grafico di figura 4.1.
Qui appare evidente che le relazioni periodo-luminosità per le Cefeidi che pulsano di
primo modo12 sono spostate verso periodi più brevi rispetto, invece, alle Cefeidi che
pulsano di modo fondamentale. I rapporti esatti tra i periodi di primo modo e modo
fondamentale dipendono dalle specifiche proprietà della stella in esame, solitamente si
hanno valori vicini a 0.72. Invece il rapporto tra i periodi di secondo e primo modo
sono attorno a 0.8. Vi è un esempio nella tabella 2.

11
B e V rappresentano le bande del blu e del violetto. B-V è l’indice di colore, la differenza tra le
magnitudini misurate nelle due bande.
12
Una Cefeide di modo fondamentale pulsa in modo sincrono. Nel primo modo invece, la stella
si espande e contrae in due regioni principali che si comportano in modo diverso. Una parte più
esterna e una parte più interna oscillano con fasi diverse, creando un nodo all’interno della stella
dove non c’è movimento radiale. Con il secondo modo ci sono due nodi interni, e la stella si divide
in tre zone che si muovono in fase diversa. Alcune parti della stella si espandono mentre altre si
contraggono. Osservativamente le Cefeidi di modo fondamentale hanno periodi più lunghi e curve di
luce asimmetriche, mentre aumentando i modi i periodi diminuiscono e le curve di luce diventano via
via più simmetriche.

34
Figura 4.1: Relazione periodo-luminosità per varie classi di Cefeidi

Modo m Pm Pm /P0
Fondamentale 0 0.052 1
Primo 1 0.038 0.738
Secondo 2 0.029 0.570
Terzo 3 0.024 0.461

Tabella 2: Stella con R = 1.26R⊙

4.1.1 Evoluzione e cambiamento di periodo


Come già visto nel capitolo 1, le Cefeidi classiche sono stelle post-sequenza principale.
L’inizio della fase di fusione di idrogeno in un guscio attorno a un nucleo di elio inerte
provoca l’espansione della stella e la sua evoluzione verso la fase di gigante rossa. La
stella si raffredda e si espande, spostandosi verso la parte superiore destra del diagram-
ma H-R. Una stella diventa una Cefeide classica durante una fase transitoria quando
attraversa la cosidetta striscia di instabilità. In questa fase i meccanismi κ e γ azionano
le pulsazioni.
Nel diagramma di figura 4.3 i punti blu scuro rappresentano le cefeidi di modo fonda-
mentale, quelli rossi le cefeidi di primo modo, i punti verdi quelle di secondo modo, i
punti azzurri rappresentano le Cefeidi che pulsano simultaneamente nel modo fonda-
mentale e nel primo, e i punti rosa le Cefeidi che pulsano simultaneamente nel primo e
nel secondo modo. I punti neri sono le stelle in sequenza principale e le giganti rosse
al di fuori della fascia di instabilità. Come previsto queste Cefeidi sono confinate nella
fascia di instabilità tra la sequenza principale e le giganti rosse.
Queste entrano una seconda volta nella fascia di instabilità quando inizia la combustio-
ne dell’elio nel nucleo. Infatti si trovano in un loop che le portano dalla regione delle
giganti rosse al blu e di nuovo nella fascia di instabilità (figura 4.3).

35
Figura 4.2: diagramma colore-magnitudine

Quando queste stelle raggiungono il punto più blu del loop possono evolvere di nuovo
a rosso e passare una terza volta nella fascia di instabilità. Le stelle a questo punto si
avvicinano alla fine della combustione dell’elio nel nucleo.
Pertanto attraversano la fascia di instabilità ogni qualvolta vi è un cambiamento signi-
ficativo della struttura interna.
In generale il secondo e terzo attraversamento della fascia d’instabilità durano meno
rispetto al primo.

L’evoluzione lungo il diagramma H-R porta a variazioni nel periodo, anche se la massa
rimane costante. L’equazione 3.14 può essere riscritta come segue:

p P M
P ⟨ρ⟩ = q =Q (4.16)
4 3
3
πR

Turner, Abdel-Sabour Abdel-Latif e Berdnikov[8] nel 2006 notarono che Q non è total-
mente costante ma ha una piccola dipendenza dal periodo. Quindi seguendo la loro
formulazione e assumnedo che non ci sia una significativa perdita di massa, la velocità
di cambiamento del periodo di pulsazione, Ṗ, può essere scritta:
! !
Ṗ 5 L̇ 5 Ṫeff
= − (4.17)
P 8 L 2 Teff

36
Figura 4.3: Percorso evolutivo di stelle di massa intermedia

e quindi l’evoluzione verso luminosità più brillanti o temperature più basse comporta
un incremento del periodo, mentre andando verso luminosità minori o temperature più
alte il periodo diminuisce.

4.1.2 Curve di luce


Le maggior parte delle Cefeidi classiche hanno una curva di luce con un’ascesa molto
ripida fino al massimo ed una discesa meno accentuata al minimo (figura 4.4).

Figura 4.4: Curva di luce di OGLE-LMC-CEP-0728

Si ritiene che le Cefeidi classiche pulsino radialmente di modo fondamentale, quindi la


stella si espande e contrae in modo sincrono.
Esistono però altre Cefeidi classiche con ampiezze di variazione minori e curve di luce

37
più simmetriche. Queste presentano un’ascesa più graduale e un declino meno lento
rispetto alle precedenti (figura 4.5). Sono dette s-Cefeidi (Small amplitude Cepheids).
Le cefeidi di tipo s hanno periodi inferiori a 7 giorni e si suppone che pulsino sempre
radialmente ma di primo modo, quindi l’espansione e la contrazione non avvengono in
modo uniforme in tutta la stella.

Figura 4.5: Curva di luce di OGLE-BLG-CEP-24

Tuttavia non tutte le Cefeidi classiche hanno curve di luce cosı̀ regolari. Infatti vi è un
sottogruppo le cui curve di luce presentano un’increspaturta (bump), la cui posizione
dipende dal periodo. Per i periodi intorno ai 6 giorni si trova nel ramo discendente della
curva di luce, mentre all’aumentare del periodo si avvicina progressivamente al massi-
mo per poi oltrepassarlo per periodi di 10 giorni. Dopodichè aumentando ulteriormente
il periodo si muove lungo il ramo ascendente, scomparendo per periodi superiori a 16
giorni (figure 4.6 e 4.7).
Tale fenomeno, noto come Progressione di Hertzsprung, è probabilmente dovuto ad
effetti di risonanza tra il modo fondamentale ed il secondo. Tale risonanza si verifica
quando il rapporto tra i periodi di modo fondamentale e secondo sono di 2 a 1. Questa
sincronizzazione crea un’interferenza tra i due modi ed un’alterazione della distribuzione
dell’energia.

4.2 Cefeidi di tipo II


Le Cefeidi di tipo II sono stelle vecchie, evolute e di massa piccola (0.5 − 0.6M⊙ ). Il
loro periodo va da circa uno a 25 giorni.
Sono un tipo di stella variabile piuttosto raro rispetto ad esempio alle RR Lyrae che
sono comunque stelle evolute di piccola massa. Nonostante ciò sono molto utili per
stimare le distanze di vecchi sistemi stellari.
Inizialmente non si credeva potessero esistere più tipi di Cefeidi. Tuttavia nel 1937 Joy
notò righe di emissione di Idrogeno nella Cefeide W Virginis, caratteristica che non si
verificava in tutte le altre Cefeidi conosciute a quel tempo. Tre anni dopo, nel 1940,
osservò cambiamenti simili nello spettro di V154. Pertanto giunse alla conclusione che

38
Figura 4.6: Curva di luce di OGLE-LMC- Figura 4.7: Curva di luce di OGLE-LMC-
CEP-1678 CEP-0800

W Virgins non era unica, ma stelle simili possono trovarsi all’interno degli ammassi glo-
bulari. Tuttavia nonostante le osservazioni spettroscopiche indicassero che ci potessero
essere differenze tra le Cefeidi, fu solo in seguito all’identificazione delle popolazioni
stellari da parte di Badee che ci si convinse che ci fossero due diverse popolazioni di
Cefeidi con corrispondenti relazioni periodo-luminosità. Infatti le Cefeidi di tipo II sono
stelle di popolazione II, una popolazione stellare più antica e povera di metalli rispet-
to alle Cefeidi classiche che sono stelle di poolazione I. La loro composizione chimica
riflette le condizioni dell’Universo primordiale o di regioni galattiche povere di metalli.
I due elementi più abbondanti sono quindi l’Idrogeno e l’Elio, i quali rappresentano il
rispettivamente 70-75% e il 20-25% della massa della stella. Nel 2007, utilizzando la
spettroscopia ad alta risoluzione vennero studiate le composizioni chimiche di 19 varia-
bili di questo tipo, riscontrando che la maggior parte di queste aveva valori di [F e/H]13
che variava da quello solare ad un centesimo di esso.
L’analisi delle abbondanze hanno rilevato inoltre che le atmosfere stellari delle Cefeidi
di tipo II sono contaminate dai prodotti del processo 3α e del ciclo CNO.

Le Cefeidi di tipo II si trovano sempre nella fascia di instabilità, sopra le stelle RR


Lyrae ma più deboli delle stelle RV Tauri.

Come per le altre Cefeidi i meccanismi κ e γ sono quelli più importanri per la pul-
sazione .
Dalla figura 4.1 si può vedere come il periodo più breve per queste Cefeidi sia 1 giorni,
anche se il limite inferiore è leggermente più basso, 0.75 − 0.80 giorni. A questi periodi
c’è una sovrapposizione tra le Cefeidi di tipo II a periodo più breve e le RR Lyrae a
periodo più lungo. Pertanto per distinguerle si utilizza lo stato evolutivo della stella,
limitando le seconde a quelle in cui c’è combustione dell’elio nel nucleo mentre le prime
a quelle in cui c’è combustione dell’elio solo nel guscio.
Anche il limite superiore è oggetto di dibattito, in quanto tra 20 − 30 giorni si può avere
13
é la metallicità di una stella, ovvero la quantità di ferro in confronto all’idrogeno, espressa su una
scala logaritmica rispetto al valore solare. Questo parametro è utilizzato come indicatore generale della
quantità di elementi più pesanti dell’elio. Si calcola [F e/H] = log( N NF e
NH ) − log( NH )⊙ . Gli N sono le
Fe

abbondanze di Ferro e idrogeno

39
la sovrapposizione con i periodi più brevi delle stelle RV Tauri.

Le Cefeidi di tipo II possono poi essere ulteriormente suddivise in base al periodo,


distinzione proposta da Joy nel 1949. Egli distinse le Cefeidi di periodo 1-3 giorni, di
circa una magnitudine più luminose rispetto alle stelle RR Lyrae, e quelle di periodo
13-19 giorni più luminose e simili a W Virgins. Quelle a periodo breve vengono dette
stelle BL Herculis mentre le altre prendono il nome di W Virginis.
Le stelle con periodi intermedi (tra 4 e 12 giorni) sono escluse da questa classificazione
in quanto molto rare.
Per queste due classi di Cefeidi di tipo II si possono osservare diverse curve di luce. Le
BL Herculis presentano delle protuberanze che si manifestano sul ramo discendente per
i periodi più brevi e che progrediscono all’indietro in fase fino al ramo ascendente per
periodi più lunghi. Questo fenomeno è analogo alla Progressione di Hertzsprung nelle
Cefeidi classiche. Per periodi di circa 3 giorni le protuberanze scompaiono (figure 4.8 e
4.9).

Figura 4.8: Curva di luce di OGLE-BLG- Figura 4.9: Curva di luce di OGLE-BLG-
T2CEP-184 T2CEP-247

Invece i periodi e le ampiezze delle stelle W Virginis variano spesso in modo irregola-
re da un ciclo all’altro. Le curve di luce mostrano cambiamenti sistematici di forme
e ampiezze medie con i periodi. Quelle di periodo più breve mostrano un’ascesa più
rapida verso il massimo e una caduta più lenta. Questa asimmetria diminuisce con il
periodo e per un periodo di circa 8 giorni le curve di luce delle stelle W Virginis sono
approssimativamente simmetriche. Per le tipiche stelle W Virginis di periodo più lungo,
il ramo discendente delle curve di luce è più ripido del ramo ascendente (figure 4.10 e
4.11).

4.2.1 Relazione periodo-luminosità


Vi sono notevoli differenze tra le relazioni periodo luminosità delle Cefeidi classiche e
quelle di tipo II, come mostrato nei grafici in figura 4.1 e 4.12.
Come si può notare in entrambi i grafici le Cefeidi classiche definiscono due diverse
relazioni periodo-luminosità, una superiore per quelle di primo modo, un’altra invece
inferiore per quelle di modo fondamentale. Invece quelle di tipo II definiscono solo una

40
Figura 4.10: Curva di luce di OGLE- Figura 4.11: Curva di luce di OGLE-
BLG-T2CEP-139 BLG-T2CEP-24

Figura 4.12: Magnitudine media della banda K nell’infrarosso per le Cefeidi della Gran-
de Nube di Magellano, croci per Cefeidi Classiche e cerchietti per le tipo II

relazione (solo modo fondamentale) più debole e con una pendenza leggermente infe-
riore rispetto alle Cefeidi classiche.
La principale causa di questa differenza è la differente massa. Infatti se si considerasse-
ro due Cefeidi con uguali temperatura efficace media e raggio medio ci si aspetterebbe
dalla legge di Stefan-Boltzmann la stessa luminosità. Se si suppone che entrambe ob-
bediscano all’equazione della pulsazione di Ritter e che le costanti di pulsazioni non
differiscano notevolmente, l’unica differenza deve essere tra le masse. Se ad esempio
una ha massa pari a 6M⊙ e l’altra pari a 0.6M⊙ , dall’equazione di Ritter il periodo
aspettato per la Cefeide a massa minore sarà 3 volte più lungo di quello della Cefeide
a massa maggiore. Ciò è causato della differente densità tra le due stelle. Pertanto per
le Cefeidi di tipo II la relazione periodo-luminosità deve essere spostata su periodi più
lunghi per una data luminosità rispetto alla relazione per le Cefeidi classiche.

41
4.2.2 Evoluzione e cambiamenti di periodo
Per quanto riguarda l’evoluzione delle Cefeidi di tipo II bisogna fare una distinzione tra
le due sottoclassi, BL Herculis e W Virginis.
Infatti entrambe si sviluppano a partire da stelle di piccola o media massa che hanno
esaurito l’idrogeno nei nuclei. Tuttavia le prime stanno bruciando elio in un guscio
attorno a un nucleo inerte di carbonio e ossigeno. Si trovano tipicamente sopra il ramo
delle sub-giganti o proprio all’inizio del ramo delle giganti nel diagramma H-R. La pul-
sazione delle Cefeidi di tipo BL Herculis è dovuta a instabilità termiche nel loro strato
esterno, il che provoca variazioni periodiche nella loro luminosità. Invece le W Virginis
si trovano in una fase evolutiva successiva rispetto alle BL Herculis. Generalmente, si
trovano nel ramo delle giganti asintotiche o stanno uscendo da questa fase. Durante
questo periodo, le stelle sperimentano pulsazioni dovute a instabilità termiche in strati
più profondi rispetto a quelle delle BL Herculis. Queste pulsazioni diventano più rego-
lari e con periodi più lunghi man mano che la stella si evolve.
In entrambi i casi le pulsazioni sono dovute al meccanismo κ.

Per quanto riguarda i periodi le stelle BL Herculis non mostrano cambiamenti impor-
tanti, infatti si tratta di 20 giorni per milione di anni. Invece le W Virginis subiscono
cambiamenti più significativi del periodo a causa dell’espansione della stella e della
diminuzione della densità nei suoi strati esterni.

4.3 Cefeidi anomale


Le Cefeidi anomale sono stelle con caratteristiche intermedie tra le Cefeidi classiche e
quelle di tipo II. Ad esempio non appartengono chiaramente né alla Popolazione I né
alla Popolazione II, ma rappresentano una popolazione stellare intermedia.

La scoperta delle Cefeidi anomale è associata a quella di stelle variabili nelle picco-
le galassie compagne della Via Lattea, in particolare in galassie sferoidali nane. Le
prime due di queste galassie vennero scoperte da Shapley (1939), ed erano Fornax e
Sculptor. Nella nana sferoidale Sculptor vennero osservate circa 40 variabili, la maggior
parte delle quali si scoprı̀ essere del tipo RR Lyrae. Tuttavia ne erano presenti due
insolitamente luminose. Shapley riuscı̀ a fare una stima del loro periodo.
Solo nel 1950 Thackeray riuscı̀ a determinare in modo affidabile i periodi di queste va-
riabili. La maggior parte erano RR Lyrae, mentre 3 avevano magnitudini più brillanti
e periodi tra 0.92 e 1.4 giorni.
Baade tornò a studiare le variabili delle galassie sferoidali nane solo quando vennero
scoperte altre galassie di questo tipo satelliti della Via Lattea più facilmente osservabili.
Insieme a Swope scoprı̀ oltre 260 variabili nella galassia sferoidale nana del Draco, di cui
la maggior parte erano ancora del tipo RR Lyrae. Tuttavia 4 avevano una luminosità
di una magnitudine maggiore rispetto alle altre e un periodo compreso tra 0.9 e 1.6

42
giorni.
Man mano che vennero studiati altri sistemi sferoidali nani vennero scoperte altre va-
riabili di questo tipo. Nel 1968 Swope, in una rassegna, ha elencato 13 stelle con periodi
tra 0.4 e 1.6 giorni con una relazione periodo-luminosità intermedia tra le Cefeidi clas-
siche e quelle di tipo II. Successivamente l’intervallo di periodo venne esteso fino a 2.4
giorni.
Zinn e Searle (1976) proposero il nome Cefeidi anomale per queste variabili. Il catalogo
generale delle stelle variabili propose invece il nome BL Boote.

Nella figura 4.1 si può individuare l’andamento della relazione periodo-luminosità per
le Cefeidi anomale della Grande Nube di Magellano.

Le Cefeidi anomale possono pulsare in diversi modi. Quelle che pulsano di modo fonda-
mentale hanno periodi da poche ore a oltre 2 giorni. Hanno curve di luce asimmetriche
con un rapido aumento al massimo e un lento declino. Molti dei pulsatori di questo tipo
mostrano una piccola protuberanza appena prima dell’ascesa alla massimo. Le curve
di luce delle Cefeidi anomale sono molto simili alle curve di luce delle Cefeidi classiche
(per periodi superiori a 1 giorno) e delle stelle RR Lyrae (inferiori a 1 giorno), (figura
4.13).

Figura 4.13: Curva di luce per una Cefeide anomala di modo fondamentale

Quelle pulsanti di primo modo hanno periodi da circa 0.3 giorni a poco più di 1 giorno.
Generalmente hanno curve di luce più morbide rispetto ai pulsatori di modo fonda-
mentale con massimi e minimi arrotondati, figura 4.14. Infine è stata osservata una
Cefeide anomala pulsante di triplo modo, in cui sono contemporaneamente eccitati il
fondamentale, il primo e il secondo, figura 4.15.

4.3.1 Evoluzione
Le Cefeidi anomale hanno origine da stelle di massa intermedia tra 1.3 e 2M⊙ .
La teoria più accreditata sulla nascita delle Cefeidi anomale è che derivino da fusioni
stellari di sistemi binari stretti. Pertanto sarebbero il prodotto della fusione di due

43
Figura 4.14: Curva di luce per una Cefeide anomala di modo fondamentale

Figura 4.15: Curva di luce associate ai tre diversi modi di OGLE-GAL-ACEP-091

stelle minori, che hanno perso energia orbitale e si sono fuse in una singola stella più
massiccia e luminosa. La fusione aumenterebbe la massa totale della stella, ma il
sistema sarebbe più giovane rispetto a una stella massiccia classica. Durante la fusione
la stella acquisisce massa e cambia la sua composizione interna, entrando in uno stadio
evolutivo più avanzato. Questo squilibrio provoca instabilità termodinamiche nel suo
strato convettivo, specialmente nella zona parzialmente ionizzata dell’elio. Ciò aziona
i meccanismi κ dando inizio alle pulsazioni.
Queste stelle si trovano generalmente al termine della sequenza principale o sul ramo
delle giganti blu. Possono aver già attraversato una fase di bruciatura dell’idrogeno
e, in alcuni casi, stanno bruciando elio nel nucleo o in un guscio attorno a un nucleo
inerte.

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Riferimenti bibliografici
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