ANDATE
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Nella Bibbia riscontriamo spesso questo mandato. Pensiamo al profeta
Giona che è inviato da Dio a Ninive e cerca di fuggire; alla richiesta di
Jaweh a Mosè nel roveto ardente di scendere dal monte ed andare dal
faraone per liberare il popolo oppresso; alla richiesta di Gesù ai suoi
discepoli che invia in una prima missione quando “li mandò ad annunciare
il regno di Dio” alle case di Israele (Lc 9,2) e quindi dopo la risurrezione e
prima di ascendere al cielo: “Andate in tutto il mondo e proclamate il
Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15). Non era una missione facile; non
conoscevano nemmeno quanto fosse vasto il mondo; non avevano carte
geografiche, non conoscevano lingue né godevano di appoggi all’estero…
ma partirono.
Avevano compreso che non siamo nati per il nulla ed ancora meno siamo
battezzati, cioè partecipi della vita del Cristo, solo per sopravvivere. Inseriti
con il sacramento nella vita di un Dio che non è un solitario e immobile,
ma dono dinamico fra tre divine persone, nemmeno il cristiano può
starsene al balcone o sul sofà, come ci spiega papa Francesco. Gesù
richiamò infatti che il nostro dovere missionario viene dalla stessa grazia
che santifica la nostra vita: “Come tu Padre hai mandato me nel mondo,
anche io ho inviato loro nel mondo” (Gv 17,18). La missionarietà non è
un’aggiunta al nostro essere cristiani, ma una dimensione essenziale della
comunione con Dio; siamo tutti dei chiamati (ecclesia: comunità dei
chiamati) e nello stesso tempo inviati (Chiesa apostolica, cioè degli inviati,
perché apostolo questo significa).
Le difficoltà non raffrenarono la generosità dei primi cristiani, subito
compresero questa caratteristica. Seppero avanzare insieme, cioè seguire un
“syn-odos”, cammino comunitario. San Paolo scriveva alla comunità di
Filippi: “Rendo grazie al mio Di ogni volta che mi ricordo di voi. Sempre
quando prego per voi lo faccio con gioia a motivo della vostra
cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente” (Fil 1,3-6).
Quanto richiama una semplice parola: “Andate”! Ci interroga se abbiamo
uno spirito missionario, se siamo cristiani “in uscita”… La comunione di
cuore e di spirito tra Bernadette e Maria è proposta ad ogni battezzato, a
ciascuno di noi.
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Non era una missione facile quella che Maria le aveva affidato.
Bernadette frequentava la messa domenicale, ma incontrava molte
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difficoltà nel memorizzare le risposte del catechismo; non aveva ancora
imparato a leggere e scrivere; non proveniva da una famiglia che diremmo
era vicina alla parrocchia, anche se si nutriva di fede. Il parroco, a cui
doveva rivolgere una domanda inattesa, l’abate Peyramale, generoso ma di
carattere piuttosto brusco e scontroso, incuteva in lei tremore nel doverlo
incontrare. Ma Bernadette viveva una fede intensa, quella che Gesù
proponeva ai suoi discepoli: “Se avrete fede pari a un granello di senape,
direte a questo monte spostati… e nulla vi sarà impossibile” (Mt 17,20).
Incontrò il Parroco, pur con un cuore titubante, e trasmise il messaggio.
Non pretese che le credessero, ma che lo accogliessero; il resto lo fa il
Signore. Dimostrò così la sua straordinaria tenacia e la sua totale fiducia
nella parola della Signora, e senza aver studiato missiologia, assunse la
vita sempre come una missione, anche negli anni successivi. Tra le Suore
della Carità di Nevers dichiarava nel 1876: “Quel che Dio vuole, come lui
vuole e per quanto vuole. Mi abbandono a lui e ripongo la mia gioia
nell’essere la vittima del cuore di Gesù”; e in un’altra occasione: “Non si
farà mai abbastanza per la conversione dei peccatori”. Era profondamente
convinta che il sommo bene che possiamo avere e che possiamo
trasmettere, con la grazia di Dio, era la comunione con Gesù Cristo.
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Il messaggio che portiamo è motivo di gioia per noi e per il mondo
intero, come gli angeli annunciarono ai pastori a Betlemme. Infatti, “la
gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si
incontrano con Gesù” (Evangelii Gaudium, 1). Siamo partecipi di una
realtà sorprendente, quella dell’amore di Dio per noi che include la vittoria
sulla stessa morte. Al mattino della Risurrezione il Signore Gesù scelse
Maria di Magdala, una donna, una laica – che non godeva alta reputazione
– per annunciare la grande notizia: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Salgo al
Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. Maria di Magdala andò ad
annunciare ai discepoli: Ho visto Il Signore! e ciò che le aveva detto” (Gv
20,17- 18). Non occorre dunque avere qualità speciali per essere portatori
della buona notizia del Vangelo. Bernadette diceva: “Credete che non
sappia che se la Madonna mi ha scelto è perché io ero la più ignorante?…
La Signora mi ha raccolto come un ciottolo”.
L’andare sorge da una chiamata, cioè da un dono di Dio ed è la risposta
di una sincera passione per Gesù, ma al tempo stesso è una passione per il
suo popolo. E noi Unitalsiani viviamo questa passione, toccando la miseria
umana, l’esperienza del peccato, la nostra fragilità, la carne sofferente delle
nostre sorelle e dei nostri fratelli portatori di dolori, malattie e disabilità nel
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pellegrinaggio quotidiano dell’esistenza, accanto a ciascuno di loro, là dove
vivono. In particolare, lo sperimentiamo nel pellegrinaggio a Lourdes,
Loreto, Fatima, Terra Santa. “Ogni persona malata e fragile possa vedere
nel nostro volto il volto di Gesù; e anche noi possiamo riconoscere nella
persona sofferente la carne di Cristo ” (Papa Francesco, 9 novembre 2013).
Riflettiamo bene: “Tutta la vita di Gesù, il suo modo di trattare i poveri, i
suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità, quotidiana e semplice, e infine
la sua dedizione totale, tutto è prezioso e parla alla nostra vita personale”
(Evangelii Gaudium, 265). Alla luce di questo insegnamento noi dobbiamo
andare, essere missionari nel cercare il bene del prossimo, nel desiderare la
felicità degli altri, perché la logica del Vangelo è la logica dell’incontro.
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Andare per noi è anche partecipare ai pellegrinaggi. L’esservi
fisicamente è un impegno proprio dell’unitalsiano, ma esso domanda anche
un uscire da casa nostra per inserirsi in un’esperienza di Chiesa in
cammino Sinodale, incontrare altre persone e altre testimonianze
ecclesiali. Non è una gita turistica e culturale (con tutto il rispetto per tali
attività), ma un esercizio profondo e coinvolgente di spiritualità ecclesiale,
per aprirci a realtà altre che quelle delle nostre famiglie, della propria
salute, della vita locale. Ogni pellegrinaggio ci offre grandi potenzialità di
sviluppo interiore, anche culturale certamente, ma è come un punto
culminante a cui ci innalziamo nella vita cristiana e da cui traiamo poi
profitto per la condotta quotidiana. Perciò dobbiamo avere il coraggio di
uscire da noi stessi, dal nostro io, dal nostro piccolo orticello. Non
possiamo coltivare uno spiritualismo intimista che pretende di pensare
unicamente a se stessi, o al “Si è sempre fatto così”: ci è chiesto di coltivare
e vivere una chiara corrispondenza tra vissuto spirituale e vissuto
ecclesiale, perché in questo modo la nostra vita è trasfigurata dal Signore,
dall’azione del suo Santo Spirito e assimiliamo lo stile di Gesù, l’unità
profonda della sua persona e della sua esistenza. Questo comporta: da una
parte la costante formazione spirituale e la preghiera, e dall’altra un
coraggioso impegno a metterci a servizio degli altri, in particolare delle
sorelle e dei fratelli malati.
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POSSIAMO QUINDI ESAMINARCI CON SINCERITÀ:
Come concepisco la vita cristiana? Come osservanza di alcuni
obblighi o impegno in crescita costante? L’etica per me è evitare il
male o soprattutto compiere il bene? Ritengo mio mandato
annunziare il Vangelo, o penso che sia riservato a persone particolari
nella Chiesa?
Come vivo il pellegrinaggio a Lourdes e altri pellegrinaggi?
Ritengo che anche gli infermi e i portatori di disabilità
contribuiscano al Regno di Dio o li considero soltanto persone da
assistere?