Purga To Rio
Purga To Rio
PUNTO DI VISTA SOCIALE: il Purgatorio è l’unico regno che rappresenta una classe media, infatti prima questa
classe media non esisteva: o eri un salvato o un dannato, ma nel basso medioevo vengono rivendicate nuove
classi sociali che vengono dal nulla, e si forma la classe media, overro i pentitenti. Nel 1274 durante il concilio
di Lione viene confermata l’esistenza del Purgatorio per la prima volta.
CONDIZIONE DEI PENTINENTI: si presentano assieme, è quindi presenti l’idea di COLLETTIVITÀ e del pentimento
insieme, infatti si spalleggiano e sono presenti molte similitudini e metafore che ricordano la Bibbia. Inoltre
cantano e pregano insieme e c’è sintonia tra di loro. Quando vedono Dante, che è vivo, si accalcano verso di
lui perché le preghiere dei vivi rendono più veloce l’espiazione dei peccati e ai penitenti non come nell’inferno
che i dannati si avvicinavano per raccontare la loro vita, ora si avvicinano e chiedono di ricordare loro stessi ai
parenti per farli pregare. Contrasto
Le pene sono basate sulla legge del contrappasso per analogia, ad esempio i superbi devono correre una
cornice con un peso sulla testa, o per contrasto, come i golosi che sono colpiti da una magrezza spaventosa.
Dante è più conciliante con le tendenze peccaminose a cui è più vicino, mentre più crudele con quelle che gli
sono totalmente strane, per esempio punisce gli invidiosi in modo orrendo: hanno le palpebre chiuse da un
filo di ferro e si reggono appoggiati l’uno all’altro sulle pareti del Purgatorio.
Dante riesce a riconoscere i penitenti perché nel Purgatorio sono riconoscibili, nell’inferno più brutti e nel
paradiso più belli.
LINGUA: c’è più MEDIETAS, il linguaggio è più compatto rispetto all’inferno, e più lineare. Prevalgono le
similitudini, più simboli che allegorie.
TEMA DELLA POESIA: nel Purgatorio Dante incontra molti poeti, e nel 24º canto definisce il Dolce Stil novo,
incontra sia poeti contemporanei lui, sia poeti e oratori antichi. il Purgatorio è il regno che gli consente meglio
di dire che la poesia è la chiave di lettura della vita e dell’aldilà. Per lui la poesia è lo strumento per raccontare
il suo viaggio nelle tre cantiche per salvarsi. Nel paradiso dirà che cercherà di dire tutto quello che ha capito,
che si ricorda e che riesce a dire perché le parole umane non riescono ad esprimere tale meraviglia.
TEMA DELL’AMICIZIA: nel Purgatorio Dante incontra molti amici, è quindi presente l’idea di coralità che
sottintende un’idea di fraternità e di amicizia.
CANTO I: CATONE
PROEMIO: nel proemio Dante indica l’argomento della cantica, il viaggio nel Purgatorio, e poi invoca le Muse
chiedendo loro aiuto, in particolare a Calliope, famosa per il canto melodioso con il quale sconfisse le “Piche
misere”, ossia le nove figlie del re di Macedonia che avevano sfidato le Muse in una competizione canora,
ritenendosi superiori alle dee. Con questo richiamo mitologico Dante esprime la superbia, a causa della quale
le Piche vennero poi trasformate in gazze dalle Muse.
DESCRIZIONE DEL CIELO: Dopo il proemio, Dante prosegue descrivendo il cielo che. Scorge il pianeta Venere
nel cielo azzurro, nella parte orientale, quella della costellazione dei Pesci, questi segni secondo la mentalità
del Medioevo indicavano la predisposizione favorevole al suo viaggio. Dante si accorge poi di altre quattro
stelle, che solo Adamo e Eva, prima della cacciata dall’Eden, poterono vedere.
RITO DI PURIFICAZIONE: Prima di sparire, chiede a Virgilio di lavare il viso a Dante e cingergli la vita con un
giunco. Il rito si svolge su una spiaggia in riva al mare (evoca l’immagine del Mar Rosso, il mare per
antonomasia per i credenti), nella completa solitudine e nel silenzio Virgilio toglie la caligine infernale con la
rugiada formatasi sull’erba nella notte e coglie un giunco in riva al mare, che ricresce subito, per cingere la
vita di Dante.
CANTO II: CASELLA
DESCRIZIONE DELL’ALBA: sono circa le sei di mattina il sole sorge all’orizzonte, mentre due poeti si trovano
ancora sulla spiaggia del Purgatorio.
APPARIZIONE DELL’ANGELO: Dante e Virgilio sono ancora sul bagnasciuga, pensando al cammino che devono
intraprendere, quando al poeta pare di vedere sul mare una luce che si muove rapidissima verso la riva.
Dante distoglie un attimo lo sguardo per parlare a Virgilio, e quando torna a guardare la luce la vede più
splendente e più grande. In seguito ai lati di essa compare qualcosa di bianco e un altro biancore al di sotto: il
maestro resta in silenzio, fino a quando capisce che il primo biancore sono delle ali e allora grida a Dante di
inginocchiarsi e di unire le mani in preghiera, perché si avvicina un angelo del Paradiso. Virgilio spiega a Dante
che l'angelo non usa remi né vele o altri strumenti umani, ma tiene le ali aperte e dritte verso il cielo,
fendendo l'aria con penne eterne che non cadono mai.
INCONTRO CON LE ANIME: man mano che l'angelo si avvicina e diventa più visibile a Dante, questi non riesce a
sostenerne lo sguardo e deve volgere gli occhi a terra. Poi il nocchiero celeste viene a riva spingendo una
barchetta così leggera che non affonda minimamente nell'acqua; l'angelo sta a poppa e nella barca ci sono più
di 100 anime, che intonano a una voce il Salmo In exitu Israel de Aegytpo. L'angelo fa loro il segno della croce,
quindi le anime si gettano sulla spiaggia e il nocchiero riparte con la stessa velocità con cui è giunto. La folla
delle anime si guarda intorno, come qualcuno inesperto di un luogo, mentre il sole è ormai alto e la
costellazione di Capricorno sta già declinando dalla metà del cielo. I nuovi arrivati si rivolgono ai due poeti
chiedendo di mostrargli la via per il monte, ma Virgilio li informa che anch'essi sono appena arrivati in quel
luogo, attraverso una via talmente aspra che l'ascesa del monte sembrerà uno scherzo. Le anime si accorgono
che Dante respira ed è vivo, impallidendo per lo stupore: esse si accalcano intorno a lui per la curiosità, come
fa la gente attorno al messaggero che porta notizie di pace, quasi dimenticandosi di accedere al monte per
purificarsi dai loro peccati.
L'enorme differenza tra questo traghettatore e Caronte, che trasportava le anime dannate al di là
dell'Acheronte: è che l'angelo non usa strumenti umani, non ha remi né vele, si limita a spingere da poppa la
barca che non affonda nell'acqua e dentro la quale più di cento anime intonano il Salmo che rievoca la fuga
degli Ebrei dall'Egitto (allegoria della liberazione dal peccato).
INCONTRO CON CASELLA: Dante vede una delle anime farsi avanti per abbracciarlo, il che spinge il poeta a fare
altrettanto, ma i suoi 3 tentativi sono vani in quanto le braccia attraversano lo spirito, inconsistente, e
tornano al suo petto. Dante è stupito e l'anima sorride, invitandolo a separarsi dagli altri penitenti. Il poeta lo
segue e i due si appartano, finché Dante lo riconosce come l'amico Casella e lo prega di fermarsi un poco a
parlargli: il penitente risponde dicendo che gli vuole bene da morto come da vivo, e gli chiede perché si trova
in quel luogo. Dante risponde che fa questo viaggio per salvarsi l'anima e chiede a sua volta a Casella perché
giunga solo ora in Purgatorio dopo la sua morte. Il penitente spiega che non gli è stato fatto alcun torto se
l'angelo nocchiero gli ha negato più volte di condurlo lì, poiché la sua volontà è conforme a quella di Dio. In
realtà, spiega, da tre mesi l'angelo ha raccolto tutti quelli che hanno voluto salire sulla barca: è stato allora
che Casella è stato preso alla foce del Tevere, dove si raccolgono tutte le anime non destinate all'Inferno e
dove l'angelo si è diretto dopo aver lasciato la spiaggia del Purgatorio. A questo punto Dante prega Casella, se
una nuova legge non glielo vieta, di confortarlo col suo canto come faceva quand'era in vita, poiché il poeta è
giunto lì con tutto il corpo ed è quindi particolarmente affaticato.
CANTO DI CASELLA E RIMPROVERO DI CATONE: Casella inizia a intonare la canzone Amor che ne la mente mi
ragiona, cantando con tale dolcezza che essa è ancora presente nell'animo di Dante. Non solo lui, ma anche
Virgilio e tutte le anime stanno ad ascoltare il canto di Casella, contenti e appagati come se non avessero altri
pensieri. Sono tutti attenti alle note, quando ricompare all'improvviso Catone che rimprovera aspramente le
anime, accusandole di lentezza e negligenza e spronandole a correre al monte per purificarsi dai peccati che
impediscono loro di vedere Dio. Le anime fuggono disordinatamente verso il monte, come quando i colombi,
che stanno beccando tranquillamente il loro pasto, sono spaventati da qualcosa e volano via d'improvviso, e
anche i due poeti scappano allo stesso modo.
CANTO III: SCOMUNICATI E MANFREDI DI SVEVIA
PENA: gli scomunicati devono stare nell’antipurgatorio un tempo pari a 30 volte il loro tempo da scomunicati
RIPRESA DEL CAMMIINO: Dopo i rimproveri di Catone e la fuga precipitosa delle anime verso la montagna,
Dante si stringe a Virgilio, senza la cui guida fidata non potrebbe certo proseguire il viaggio. Il maestro sembra
essere punto dalla propria coscienza, così monda e dignitosa che anche il più piccolo errore le provoca un
forte rimorso. Quando Virgilio prende a camminare senza la fretta che toglie decoro a ogni gesto, Dante inizia
a guardarsi attorno e osserva la montagna, che si erge verso il cielo più alta di qualunque altra. Il sole brilla
rossastro dietro di lui e proietta l'ombra davanti, dal momento che Dante ne scherma i raggi col proprio
corpo.
PAURA DI DANTE E RIMPROVERO DI VIRGILIO: Dante vede all'improvviso che c'è solo la sua ombra sul terreno e
non quella di Virgilio, quindi si volta a lato col terrore di essere abbandonato: il maestro ovviamente è lì e lo
rimprovera perché continua a diffidare e non crede che sia accanto a lui per guidarlo. Virgilio spiega che il
corpo mortale nel quale lui faceva ombra riposa a Napoli, dove fu traslato da Brindisi e dove adesso è già sera,
quindi Dante non deve stupirsi che la sua anima non proietti un'ombra proprio come i cieli non fanno schermo
al passaggio della luce. La giustizia divina fa in modo che i corpi inconsistenti delle anime soffrano tormenti
fisici, in un modo che non vuole che si sveli agli uomini, per cui è folle chi spera con la sola ragione umana di
poter capire i misteri della fede. La gente deve accontentarsi di ciò che è stato rivelato, perché se avesse
potuto veder tutto non sarebbe stato necessario che Gesù nascesse. Grandi filosofi hanno desiderato
vanamente di conoscere questi misteri, e il loro ingegno glielo avrebbe permesso se ciò fosse stato possibile,
mentre ora tale desiderio è la loro pena. Virgilio parla di Aristotele, di Platone e molti altri; poi resta in
silenzio, china la fronte e rimane turbato.
INCONTRO CON LE ANIME DEGLI SCOMUNICATI: I due poeti sono giunti ai piedi del monte: la parete è così ripida
che è impossibile scalarla, tanto che la roccia più impervia della Liguria sarebbe un'agevole scala al confronto.
Virgilio si ferma e si chiede da quale parte ci sia un accesso più facile al monte; e mentre lui riflette e Dante
osserva la montagna, da sinistra appare un gruppo di anime che si muovono lentissime verso di loro. Virgilio
esorta il discepolo ad andare verso di esse poiché si muovono piano, e lo invita a rafforzare la speranza poiché
saranno loro a fornire indicazioni. Dopo mille passi le anime sono ancora molto lontane, quando esse si
accorgono dei due poeti e si stringono alla roccia. Virgilio chiede loro dove sia l'accesso al monte, dal
momento che essi non vogliono perdere tempo. Le anime iniziano ad avanzare, simili alle pecorelle che
escono dal recinto una dietro l'altra senza sapere dove vanno e perché, poi le prime vedono che Dante
proietta l'ombra e si arrestano, tirandosi indietro e inducendo le altre a fare lo stesso. Virgilio le rassicura
dicendo che Dante è effettivamente vivo, ma non è certo contro il volere divino che egli cerca di scalare il
monte. I penitenti fanno cenno con le mani di tornare indietro e procedere nella loro stessa direzione.
INCONTRO CON MANFREDI: Una delle anime si rivolge a Dante e lo invita a guardarlo, per capire se lo ha mai
visto sulla Terra. Il poeta lo osserva e lo guarda con attenzione, vedendo che è biondo, bello e di nobile
aspetto, e ha uno dei sopraccigli diviso da un colpo. Dopo che il poeta gli ha risposto di non averlo mai visto, il
penitente gli mostra una piaga che gli attraversa la parte alta del petto, quindi si presenta come Manfredi di
Svevia, nipote dell'imperatrice Costanza d'Altavilla. Egli prega Dante, quando sarà tornato nel mondo, di dire a
sua figlia Costanza la verità sul suo stato ultraterreno. Manfredi racconta che dopo essere stato colpito a
morte nella battaglia di Benevento, piangendo si pentì dei suoi peccati e nonostante le sue colpe fossero
gravissime fu perdonato dalla grazia divina. Male fece il vescovo di Cosenza, istigato da papa Clemente IV, a
far disseppellire il suo corpo che giaceva sotto un mucchio di pietre vicino a un ponte e a farlo trasportare a
lume spento fuori dai confini del regno di Napoli, lungo il fiume Liri. La scomunica della Chiesa infatti non
impedisce di salvarsi finché c'è un po' di speranza, anche se chi muore in contumacia deve poi attendere
nell'Antipurgatorio un tempo superiore trenta volte al periodo trascorso come scomunicato, a meno che
qualcuno con le sue preghiere non accorci questo periodo. Manfredi prega dunque Dante di rivelare tutto
questo alla figlia Costanza, perché lei con le sue preghiere abbrevi la sua permanenza nell'Antipurgatorio.
CANTO V: TARDI A PENTIRSI, IACOPO DE CASSERO, BUONCONTE DA MONTEFELTRO, PIA DE’ TOLOMEI
RIPRESA DEL CAMMINO: Dante e Virgilio hanno appena lasciato le anime dei pigri nell'Antipurgatorio, quando
una di esse si accorge che Dante proietta un'ombra e lo addita agli altri, come un uomo vivo. Dante si volta e
vede le anime che continuano a indicarlo, finché il maestro gli chiede perché si attardi nell'ascesa badando
alle chiacchiere di quelle anime; lo esorta a seguirlo senza ascoltare nessuno, come una torre che resta salda
nonostante i venti, perché l'uomo che si perde in troppi pensieri non raggiunge l'obiettivo che si è proposto.
Dante accetta il rimprovero e segue Virgilio, col viso cosparso di rossore.
INCONTRO CON LE ANIME DEI MORTI PER MORTE VIOLENTA: Intanto un’altra schiera di anime che cantano
il Miserere vengono incontro ai due poeti: quando si accorgono che Dante proietta un'ombra, emettono
un’esclamazione di stupore e due di loro corrono incontro ai due chiedendo loro di spiegare la propria
condizione. Virgilio risponde dicendo che Dante è vivo ed è in carne e ossa, e li invita a riferire il messaggio ai
loro compagni in quanto ciò potrà essergli utile. Le anime corrono su per il balzo rapidissime, come stelle
cadenti nel cielo notturno o lampi al calar del sole, quindi insieme agli altri penitenti raggiungono
velocemente i due poeti. Virgilio raccomanda a Dante di essere breve, dato il gran numero di anime, e di
limitarsi ad ascoltare le loro preghiere senza arrestarsi.
I penitenti seguono Dante e lo esortano a rallentare un po’, invitandolo a guardarli e dire se in vita ha mai
visto qualcuno di loro. Essi, spiegano, furono tutti morti per morte violenta e peccatori fino all'ultima ora,
quando si pentirono delle loro colpe e morirono in grazia di Dio. Dante li osserva uno a uno, ma non ne
riconosce nessuno; tuttavia li invita a parlare e, se potrà fare qualcosa per loro, sarà ben lieto di esaudire ogni
loro richiesta in nome di quella pace di cui egli stesso è in cerca.
COLLOQUIO CON IACOPO DEL CASSERO: Uno degli spiriti (Iacopo del Cassero) dice che essi si fidano di Dante
senza bisogno di giuramenti, quindi lo prega, se mai andrà nel paese posto tra la Romagna e il regno
di Napoli (la Marca Anconetana), di pregare a sua volta i suoi conoscenti a Fano affinché essi preghino per
abbreviare la sua permanenza nell'Antipurgatorio. Lui è originario di Fano, ma le ferite che lo hanno ucciso gli
furono inferte a Padova, dove credeva di essere al sicuro: il colpevole fu Azzo d'Este, adirato con lui ben al di
là del lecito. Se lui fosse fuggito verso la Mira, sul Brenta, quando fu raggiunto dai suoi assassini ad Oriago,
sarebbe ancora vivo; invece rimase impigliato nella palude e cadde a terra vedendo spargersi il suo sangue.
Iacopo fu politico e uomo d’arme, schierato dalla parte dei guelfi.
COLLOQUIO CON BONCONTE DI MONTEFELTRO: Un altro spirito prende la parola, augurando a Dante di
raggiungere la sommità del monte e pregandolo di aiutarlo. Si presenta come Bonconte da Montefeltro, la cui
vedova non si cura di lui sulla Terra, per cui il penitente va con la fronte bassa. Dante gli chiede quale
circostanza fece sì che il suo corpo non fosse mai ritrovato dopo la sua morte nella battaglia di Campaldino: il
penitente risponde che ai piedi del Casentino scorre un fiume di nome Archiano, che nasce in Appennino e
sfocia in Arno. Qui Bonconte arrivò con la gola squarciata, a piedi e sanguinante, e prima di morire si pentì
nominando Maria: una volta morto, la sua anima fu presa da un angelo, mentre un diavolo protestava perché,
a causa del suo tardivo pentimento, non poteva portarlo all' Inferno. Il demone infierì però sul suo corpo:
Bonconte spiega che nell'atmosfera si raccoglie l'umidità che si trasforma in pioggia a causa del freddo, per cui
il diavolo usò il suo potere per scatenare una terribile tempesta che coprì di nebbia tutta la pianura e riversò
una gran quantità d'acqua a terra. Il suolo non la poté assorbire tutta ed essa riempì i fossati confluendo poi
nei fiumi, fino all'Arno; le acque dell'Archiano, con la sua corrente rapinosa, trascinarono via il corpo di
Bonconte nell'Arno, sciogliendo il segno della croce che lui aveva fatto in punto di morte, quindi il suo
cadavere fu seppellito sul fondale del fiume.
COLLOQUIO CON PIA’ DE TOLOMEI: Appena Bonconte ha terminato di parlare, prende la parola l'anima di una
penitente: costei chiede a Dante, quando sarà tornato nel mondo e si sarà riposato del suo lungo cammino, di
ricordarsi di lei, Pia de' Tolomei: era nata a Siena e poi morì violentemente in Maremma, come ben sa l'uomo
che l'aveva chiesta in sposa e le aveva dato l'anello nuziale.
CANTO VI: MORTI PER MORTE VIOELNTA, SORDELLO DA GOLFO e INIETTIVA CONTRO L’ITALIA
AFFOLAMENTO DI ANIME INTORNO A DANTE: inizia in medias res, Dante spiega che quando finisce il gioco della
zara, il perdente resta solo e impara a sue spese come comportarsi nella prossima partita, mentre tutti si
affollano intorno al vincitore, attirando la sua attenzione; quello non si ferma, ma si difende dalla calca dando
retta a tutti e porgendo la mano all'uno e all'altro. Lo stesso fa il poeta circondato dalle anime dei morti per
forza, rivolgendosi ora a questo ora a quello, e si allontana promettendo. Tra le anime c'è quella dell'Aretino
che fu ucciso da Ghino di Tacco e Guccio de' Tarlati che morì annegato; ci sono Federico Novello e il pisano
che fece sembrare forte il padre Marzucco; ci sono il conte Orso degli Alberti e l'anima di Pierre de la Brosse,
che dice di essere stato ucciso per invidia e non per colpa, per cui Maria di Brabante dovrebbe pentirsi per
evitare di finire tra i dannati.
EFFICACIA DELLA PREGHIERA: Non appena Dante riesce a liberarsi dalle anime che lo pressano, si rivolge
a Virgilio e gli ricorda come in alcuni suoi versi dell’Eneide egli nega alla preghiera il potere di piegare un
decreto divino. (si tratta dell’episodio in cui la Sibilla dice a Palinuro, che insepolto chiede di essere portato
aldilà dell’Acheronte, smettere di sperare di piegare e con le preghiere i decreti fatali degli dei). Queste anime
si augurano proprio questo, quindi Dante non sa se la loro speranza è vana, oppure se non ha capito bene ciò
che Virgilio ha scritto. Il maestro risponde che i suoi versi sono chiari e la speranza di tali anime è ben riposta,
a patto di giudicare con mente sana: infatti il giudizio divino non si piega solo perché l'ardore di carità della
preghiera compie in un istante ciò che devono scontare queste anime. Nei versi dell'Eneide in cui Virgilio
parlava di questo, inoltre, la colpa non veniva lavata dalla preghiera, poiché questa era disgiunta da Dio.
Virgilio esorta Dante a non tenersi il dubbio e ad attendere più profonde spiegazioni da parte di Beatrice, che
illuminerà la sua mente e lo aspetta sulla cima del monte. A questo punto Dante invita il maestro ad affrettare
il passo, essendo molto meno stanco di prima e osservando che è pomeriggio. Virgilio dice che procederanno
sino alla fine del giorno, quanto più potranno, ma prima di arrivare in cima, infatti, Dante vedrà il sole
tramontare e poi risorgere.
INCONTRO CON SORDELLO: Virgilio indica a Dante un'anima che se ne sta in disparte e guarda verso di loro, che
potrà indicare la via più rapida per salire. Raggiungono quell'anima che sta con atteggiamento altero e muove
gli occhi in modo assai dignitoso. Lo spirito non dice nulla e lascia che i due poeti si avvicinino, guardandoli
come un leone in attesa. Virgilio si avvicina a lui e lo prega di indicargli il cammino migliore, ma quello non
risponde alla domanda e gli chiede a sua volta chi essi siano e da dove vengano. Virgilio non fa in tempo a dire
«Mantova...» che subito l'anima va ad abbracciarlo e si presenta come Sordello, originario della sua stessa
terra. Sordello seguirà i due poeti fino al IX canto.
Sordello fu un trovatore provenzale di origine italiana, nato a Mantova, da una famiglia della piccola nobiltà,
attorno al 1200; iniziò a frequentare da giovane le corti signorili del Veneto. In seguito allo scandalo in cui
sedusse, rapì ed in seguito abbandonò Cunizza da Romano, sorella di Ezzelino e di Alberico, moglie del conte
di San Bonifacio, Sordello scappò dal Veneto per cercare salvezza in Provenza. Qui acquisì grande fama presso
i nobili della regione, ricevendo onori e benefici da Carlo I d'Angiò. Nel 1266 seguì il conte di Provenza nella
sua discesa in Italia e qui gli furono donati alcuni feudi in Abruzzo, dove trovò la morte poco dopo.
INIETTIVA CONTRO L’ITALIA: Dante poi prorompe in una violenta invettiva contro l'Italia, definita sede del
dolore e nave senza timoniere in una tempesta, non più signora delle province dell'Impero romano ma
bordello: l'anima di Sordello è stata prontissima a salutare Virgilio solo perché ha saputo che è della sua stessa
terra, mentre i cittadini italiani in vita si fanno guerra, anche quelli che abitano nello stesso Comune. L'Italia
dovrebbe guardare bene entro i suoi confini e vedrebbe che non c'è parte di essa che gode la pace. A che è
servito che Giustiniano ordinasse le leggi se poi non c'è nessuno a metterle in pratica? Gli Italiani dovrebbero
permettere all'imperatore di governarli, invece di lasciare che il paese vada in rovina, affidato a gente
incapace. Dante accusa l'imperatore Alberto I d'Asburgo di abbandonare l'Italia, diventata una bestia sfrenata,
mentre dovrebbe essere lui a cavalcarla: si augura che il giudizio divino colpisca duramente lui e i discendenti,
perché il successore ne abbia timore. Infatti Alberto e il padre (Rodolfo d'Asburgo) hanno lasciato che il
giardino dell'Impero sia abbandonato: Alberto dovrebbe venire a vedere le lotte tra famiglie rivali, gli abusi
subìti dai suoi feudatari, la rovina della contea di Santa Fiora. Dovrebbe vedere Roma che piange e si lamenta
di essere abbandonata dal suo sovrano, la gente che si odia, e se non gli sta a cuore la sorte del paese
dovrebbe almeno vergognarsi della sua reputazione. Dante si rivolge poi a Giove (Cristo), crocifisso in Terra
per noi, e gli chiede se rivolge altrove lo sguardo oppure se prepara per l'Italia un destino migliore di cui non si
sa ancora nulla. Le città d'Italia, infatti, sono piene di tiranni e ogni contadino che sostenga una parte politica
viene esaltato come un Marcello.
INIETTIVA CONTRO FIRENZE: Dante osserva ironicamente che Firenze può essere lieta del fatto di non essere
toccata da questa digressione, visto che i suoi cittadini contribuiscono alla sua pace. Molti sono giusti e
tuttavia sono restii a emettere giudizi, mentre i fiorentini non hanno alcun timore e si riempiono la bocca di
giustizia; molti rifiutano gli uffici pubblici, mentre i fiorentini sono fin troppo solleciti ad assumersi le cariche
politiche. Firenze dev'essere lieta, perché è ricca, pacifica e assennata: Atene e Sparta, città ricordate per le
prime leggi scritte, diedero un piccolo contributo al vivere civile rispetto a Firenze, che emette deliberazioni
così sottili (cioè esili) che quelle di ottobre non arrivano a metà novembre. Quante volte la città, a memoria
d'uomo, ha mutato le sue usanze! E se Firenze bada bene e ha ancora capacità di giudizio, ammetterà di
essere simile a un'ammalata che non trova riposo nel letto e cerca di lenire le sue sofferenze rigirandosi di
continuo.