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Le sang d’un poète Sara Passerini

03/04/2022

Una teatralità dichiarata ed esplicita emerge fin da subito in numerosi aspetti della costruzione scenica
dell’opera di Cocteau “Le sang d’un poète”: dalla gestualità lenta e quasi caricaturale dell’attore alle
ambientazioni, dalla scelta di ripresa zenitale per la scena delle porte chiuse, in cui vediamo una vera e
propria partitura di fucilazione ripetuta più volte e un teatro d’ombra cinese, ai numerosi riferimenti
alla maschera riscontrabili durante tutto il film.
Tuttavia la finzione così dichiarata di Cocteau, che ci porta volutamente sui palchetti di un teatro nel
quarto episodio del film, a tratti vacilla e, lasciandoci sospesi tra narrazione teatrale e possibile realtà,
insinua in noi un dubbio muovendosi sul filo del surrealismo, in cui fatichiamo ad identificare ciò che è
vero e ciò che è rappresentato.

A tenerci in sospeso è soprattutto il ruolo degli oggetti che, sempre ambigui, si rivelano solo in un
primo momento per quello che dovrebbero essere diventando immancabilmente qualcosa d’altro.
Le numerose statue presenti nel film sono sculture che diventano maschere che a loro volta prendono
vita. Il bianco del cerone dei volti che vi compaiono mi ricorda il trucco teatrale del mimo, maschera
neutra pronta ad accogliere ogni possibilità espressiva. La statua, il cui viso si modella lentamente, mura
il poeta nella stanza e gli dà un’unica via di uscita: là dove c’era una porta, ovvero una soglia verso
qualcosa d’altro, ora c’è uno specchio: lo invita così a guardarsi dentro per poter uscire.
Lo specchio diventa acqua e permette un attraversamento verso un inconscio in cui possiamo solo
sbirciare attraverso i buchi di molte serrature. Anche la statua che viene distrutta nel cortile è in realtà
fatta di neve e così numerosi altri elementi ed oggetti si modificano in struttura e funzione: l’artista-
poeta si muove in un mondo di cose in continua trasformazione.

Tutto ciò mi ricorda fortemente la poetica del clown teatrale1 , figura che vive in una sorta di scarto
temporale sulla realtà, per cui gli oggetti che gli gravitano intorno sembrano vivere di vita propria,
generando flussi di inconscio vigile che lo portano ad essere stupito di uno stupore infantile e allo stesso
tempo sopraffatto dalle numerose vite di ciò che lo circonda.
Il suo approccio alla realtà e agli oggetti si rivela in un intreccio ambiguo e inquietante di comico e di
tragico, di riso e di pianto, di dolcezza e violenza, innocenza e crudeltà, realtà e finzione.
In Cocteau, nella sua narrazione, nei suoi oggetti, vedo una forte consapevolezza della precarietà, una
consapevolezza del fragile ed incoerente equilibrio che ci sostiene e che tutto sostiene.
La disposizione nel lasciarsi sorprendere ed inquietare scavando dentro l’inconscio una volta ancora è
l’unico spazio di indagine possibile.

“(..) Cyrano celebra l’unità di tutte le cose, animate o inanimate, la combinatoria di figure elementari che
determina la varietà delle forme viventi, e soprattutto egli rende il senso della precarietà dei processi che le
hanno create: cioè quanto poco è mancato perché l’uomo non fosse l’uomo, e la vita la vita, e il mondo un
mondo”
Italo Calvino, lezione su “La leggerezza”

1 Il clown è qui inteso nella visione novecentesca di moderno e caricaturale Ecce Homo, come verità tragicomica
dell’uomo contemporaneo che non ha nulla a che vedere con l’immagine edulcorata, leziosa e infantile che ne
viene spesso proposta.

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