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Caratteri e categorie dei diritti reali

Tradizionalmente si ritiene che i diritti reali siano caratterizzati:


• Dall’ «immediatezza», ossia dalla possibilità, per il titolare, di esercitare
direttamente il potere sulla cosa, senza necessità della cooperazione di terzi
2. Dall’ «assolutezza», ossia dal dovere di tutti i consociati di astenersi
dall’interferire nel rapporto fra il titolare del diritto reale ed il bene che ne è
oggetto
3. Dall’ «inerenza», ossia dalla opponibilità del diritto a chiunque possieda o vanti
diritti sulla cosa
Pur in difetto di un’espressa previsione normativa al riguardo, si ritiene
tradizionalmente che i diritti reali costituiscano un numerus clausus
Nell’ambito dei diritti reali si è soliti distinguere tra, da un lato, la proprietà (ius in re
propria) e, da altro lato, i c.d. «iura in re aliena»: cioè, i diritti reali che gravano su beni
di proprietà altrui e che sono destinati a coesistere, comprimendolo, con il diritto del
proprietario (così ad es. su un medesimo fondo possono gravare il diritto di proprietà
di Tizio ed una servitù di passaggio a favore del fondo di Caio)
I «diritti reali in re aliena», si distinguono, a loro volta, in:
• «Diritti reali di godimento» (superficie, enfiteusi, usufrutto, uso, abitazione, servitù
prediali)
• «Diritti reali di garanzia» (pegno, ipoteca)
I primi attribuiscono al loro titolare il diritto di trarre dal bene talune delle utilità che lo
stesso è in grado di fornire.
I secondi attribuiscono al loro titolare il diritto di farsi assegnare, con prelazione
rispetto agli altri creditori, il ricavato dall’eventuale alienazione forzata del bene, in
caso di mancato adempimento dell’obbligo garantito
Collegate a situazioni di diritto reale son le c.d. «obbligazioni propter rem», che si
caratterizzano per il fatto che il soggetto obbligato viene individuato in base alla
titolarità di un diritto reale su un determinato bene: si pensi ad es., all’obbligo di
sostenere le spese necessarie per la conservazione ed il godimento della cosa
comune, che grava su ciascun comproprietario
Da non confondere con l’ «obbligazione reale» è l’ «onere reale», in forza del quale il
creditore, per il pagamento di somme di denaro o altre cose generiche da prestarsi in
relazione ad un determinato bene immobile, può soddisfarsi sul bene stesso,
chiunque ne diventi proprietario o acquisti diritti reali di godimento o garanzia su di
esso.

La proprietà
L’art. 832 c.c. enuncia il principio secondo cui al proprietario spetta «il diritto di godere
e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo»
La proprietà attribuisce dunque, al titolare:
▪ Il potere di godimento del bene, per tale intendendosi il potere di trarre dalla cosa
le utilità che la stessa è in grado di fornire, decidendo se, come e quando
utilizzarla: o direttamente o indirettamente
▪ Il potere di disposizione del bene, per tale intendendosi il potere di cedere ad altri,
in tutto o in parte, diritti sulla cosa ad es. il proprietario può vendere
l’appartamento, donarlo, locarlo, farne oggetto di usufrutto, concederlo in
comodato, ecc.
Da qui l’idea che la proprietà sia- in linea di principio- caratterizzata dai connotati:
• Della pienezza, ossia dell’attribuzione al proprietario del diritto di fare della cosa
tutto ciò che vuole, persino distruggerla: al punto che il diritto di proprietà è stato
definito come ius utendi et abutendi
• Della esclusività, ossia dell’attribuzione al proprietario del diritto di vietare ogni
ingerenza di terzi in ordine alle scelte che, in tema di godimento e di disposizione
del bene, il proprietario si riserva di effettuare con totale arbitrio e discrezionalità:
ius excludendi omnes alios
Peraltro, anche l’attuale Costituzione dichiara solennemente che «la proprietà privata
è riconosciuta e garantita dalla legge» (art. 42 comma 2 Cost.): tale garanzia implica
non soltanto che non è consentito al legislatore ordinario di sopprimere l’istituto della
proprietà privata, ma che sarebbe altresì in contrasto con i principi costituzionali
un’eventuale trasformazione del nostro sistema i un ordinamento in cui i beni siano
prevalentemente collettivizzati
È tuttavia pacifico che il legislatore ben potrebbe escludere l’ammissibilità della
proprietà privata per quanto riguarda una o più determinate categorie di beni: anzi, è
lo stesso art. 43 Cost. ad espressamente prevedere che « a fini di utilità generale la
legge può riservare o trasferire allo Stato, ad enti pubblici o comunità di lavoratori o di
utenti determinate imprese o categorie di imprese che si riferiscano a servizi pubblici
essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di
preminente interesse generale»
A ciò si aggiunga che, sempre con riferimento alla proprietà privata, la Costituzione–
all’art. 42 comma 2- demanda espressamente al legislatore ordinario il compito di
determinare «i modi di acquisto, di godimento ed i limiti, allo scopo di assicurarne la
funzione sociale e di renderla accessibile a tutti»
In altre parole , il legislatore è legittimato ad intervenire per delineare– con riferimento
alle singole categorie di beni- il contenuto dei poteri che competono al proprietario
In sintesi :
• La conformazione dei poteri dominicali compete, in via esclusiva, al legislatore (c.d.
riserva di legge);
• Il legislatore è legittimato a prevedere compressioni dei poteri dominicali solo se
giustificate dalla necessità di garantire che gli stessi non vengano esercitati in
contrasto con l’utilità sociale
La proprietà si ritiene tradizionalmente caratterizzata dai connotati:
▪ Dell’elasticità: invero, i poteri che normalmente competono al proprietario
possono essere compressi in virtù della coesistenza sullo stesso bene di altri
diritti reali o di vincoli di carattere pubblicistico; tali poteri sono però destinati a
riespandersi automaticamente non appena dovesse venire meno il diritto reale o il
vincolo pubblicistico concorrente
▪ Della imprescrittibilità: sebbene l’art. 948, comma 3, c.c. riferisca
l’imprescrittibilità non alla proprietà, ma all’azione di rivendicazione, è peraltro
pacifico che anche la proprietà non si può perdere per «non uso», bensì soltanto
per l’usucapione che altri abbia a perfezionare a proprio favore
▪ Della perpetuità: è opinione diffusa che quella di una proprietà ad tempus sarebbe
una contraddizione in termini

Espropriazione e indennizzo
L’art. 42, comma 3, Cost. dispone che «la proprietà privata può essere, nei casi
previsti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale»
La norma tende a ricercare un punto di equilibrio fra- da un lato- l'interesse del
proprietario alla conservazione dei suoi diritti sul bene e -dall'altro lato- il
contrapposto interesse della collettività ad utilizzarlo, ove occorra, a fini di pubblico
interesse
A tal fine, la Costituzione prevede che la posizione del privato possa essere sacrificata
solo in presenza:
• Di un interesse generale
• Di una previsione legislativa che lo consenta
• Di un indennizzo che compensi il privato del sacrificio che subisce nell’interesse
della collettività
Due i punti nodali attorno ai quali si è sviluppato il dibattito suscitato dalla disciplina
costituzionale in materia di espropriazione per pubblico interesse: che cosa si debba
intendere per «espropriazione» e che cosa si debba intendere per «indennizzo».
Quanto al primo problema, senz'altro superata è la concezione tradizionale secondo
cui si avrebbe «espropriazione» solo nel caso di trasferimento della titolarità di un
bene dal precedente proprietario (espropriato) ad un altro soggetto, pubblico o privato
(beneficiario dell'espropriazione): c.d. «espropriazione traslativa».
La Corte costituzionale da oltre mezzo secolo insegna infatti che rientrano nella
nozione di «espropriazione» anche quelle limitazioni che -pur non determinando per il
proprietario la perdita del suo diritto -siano comunque «tali da svuotare di contenuto il
diritto di proprietà, incidendo sul godimento del bene tanto profondamente da
renderlo inutilizzabile in rapporto alla destinazione inerente alla natura del bene
stesso o determinando il venir meno una penetrante incisione del suo valore di
scambio»: «espropriazione larvata» o «limiti espropriativi».
Quanto al secondo problema la Corte costituzionale ha escluso, attesi i fini di
interesse generale che i provvedimenti espropriativi perseguono, che l'indennizzo
debba necessariamente consiste in un «integrale risarcimento» del pregiudizio
economico sofferto dell'espropriato; con la conseguenza che non è richiesto che
l'indennizzo sia pari al valore venale (o di mercato del bene). Di contro, la stessa Corte
costituzionale ha però escluso che l'indennizzo possa essere dal legislatore stabilito
in termini meramente simbolici o irrisori, dovendo piuttosto rappresentare un serio
ristoro del pregiudizio conseguente all'espropriazione.
Dal canto suo, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha preso ad interpretare l’art. 1
del Protocollo addizionale della CEDU nel senso che «in numerosi casi di
espropriazione legittima, come l'espropriazione singola di un terreno per la
costruzione di una strada o per altri scopi di pubblica utilità, solo un indennizzo
integrale può essere considerato idoneo a mantenere un giusto equilibrio tra le
necessità dell'interesse generale della collettività e gli imperativi della salvaguardia
dei diritti fondamentali dell'individuo»; mentre solo «scopi legittimi di pubblica utilità,
come quelli che si perseguono con misure di riforma economica o di giustizia sociale,
possono giustificare un rimborso inferiore al pieno valore di mercato.
Era così destinato ad avviarsi al tramonto la fin troppo lunga stagione in cui il
legislatore nazionale, a tutela delle esigenze di bilancio degli enti esproprianti, si era
esibito nell’escogitare criteri di quantificazione degli indennizzi fortemente
penalizzanti per l’espropriato,
Tant’è che oggi il DPR 327/2001 (artt. 32 ss) contempla una serie di meccanismi di
quantificazione dell’indennità di esproprio miranti a ragguagliarla, in ipotesi di
espropriazione traslativa, al valore venale del bene espropriato e, in ipotesi di vincolo
espropriativo o di espropriazione parziale, al pregiudizio effettivamente sofferto
dall’espropriato
Peraltro, quando l’espropriazione è finalizzata ad attuare interventi di riforma
economico-sociale, l’indennità è ridotta del 25%.
Al fine di incentivare la «cessione volontaria» della proprietà del bene
dall’espropriando al beneficiario dell'espropriazione, senza necessità di addivenire ad
un formale decreto di esproprio, la legge prevede che il corrispettivo della cessione
sia, di regola, maggiore rispetto all'indennizzo.
I rapporti di vicinato
Le singole proprietà immobiliari sono necessariamente destinate a convivere fianco a
fianco. L'eventuale riconoscimento, in capo a ciascuno dei titolari, di un potere di
godere del proprio fondo in modo pieno (art. 832 c.c.) darebbe inevitabilmente luogoa
conflitti tra i contrapposti interessi di cui gli stessi sono portatori.
Proprio al fine di contemperare i contrapposti interessi dei proprietari di fondi
contigui- disciplinando i c.d. «Rapporti di vicinato»- il codice detta tutta una serie di
regole in materia di:
• atti emulativi (art. 833)
• immissioni (art. 844)
• distanze (art. 873, 878 ss)
• muri (artt. 874 ss)
• luci e vedute (artt. 900 ss)
• acque (908 ss)
Gli atti emulativi
Al proprietario sono preclusi gli «atti di emulazione», per tali intendendosi quelli che
non hanno altro scopo che quello di nuocere o arrecare molestia ad altri (art. 833
c.c.).
Secondo l’opinione prevalente, il divieto costituirebbe espressione particoalre del
principio di carattere generale che vieta il c.d. «abuso di diritto»
Perché l’atto di godimento di un bene sia vietato, debbono concorrere–come risulta
dall’art. 833 c.c.- due presupposti:
• Uno oggettivo, ossia l’assenza di utilità per chi lo compie
• L’altro soggettivo, ossia l’intenzione di nuocere o arrecare molestia ad altri
Si ritiene che non incorra nel divieto di «atti» emulativi un comportamento omissivo
del proprietario, quand’anche finalizzato a nuocere al vicino

Le immissioni
Il diritto di godere del bene in «modo esclusivo», riconosciuto al proprietario dall’art.
832 c.c., importa che lo stesso è legittimato ad opporsi a qualsiasi attività materiale di
terzi che abbia a svolgersi sul suo fondo: c.d. immissioni materiali.
Egli non può invece opporsi, almeno di regola, ad attività che si svolgano–
lecitamente- sul fondo del vicino.
È peraltro frequente–specie in un sistema di produzione industriale- che tali ultime attività
importino la
produzione di fumi, calore, esalazioni, rumori,… destinati a propagarsi nelle proprietà
circostanti: c.d.
immissioni immateriali.
• In questo caso occorre distinguere:
• Se le immissioni rimangono al di sotto della soglia della «normale tollerabilità», chi le
subisce deve
sopportarle: non ha diritto né di farle cessare né di vedersi riconosciuto ristoro per il disagio
eventualmente
sofferto.
• Se le immissioni superano, invece, tale soglia ma sono tuttavia giustificate da «esigenze
della produzione»,
chi le subisce non ha diritto di farle cessare, ma può ottenere un «indennizzo» in denaro per
il pregiudizio
sofferto.
• Se le immissioni superano la soglia della «normale tollerabilità» senza essere giustificate
da esigenze della
produzione, chi le subisce ha diritto che ne cessi la prosecuzione(posso bloccare un’attività)

Secondo la giurisprudenza posso proteggermi dalle situazioni che vanno oltre la normale
tollerabilità

Le distanze legali
Al fine di impedire che, fra immobili che si fronteggiano da fondi appartenenti a
proprietari diversi, possano crearsi anguste intercapedini, art. 873 c.c. dispone che
«le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute
a distanza non minore a 3 metri» tra loro
Articolo 844
Le norme codicistiche in tema di distanze legali sono derogabili mediante convenzioni
tra privati.
Non così le prescrizioni contenute negli strumenti urbanistici locali, se dettate a tutela
dell'interesse generale ad un prefigurato un modello urbanistico. Le norme urbanistiche ha
interesse pubblico non sono derogabili

Se la costruzione realizzata risulta a distanza inferiore, il vicino può agire per la


rimozione dell'opera abusivamente realizzata: c.d. tutela ripristinatoria; nonché per il
risarcimento del danno sofferto: c.d. tutela risarcitoria
L’azione ripristinatoria e imprescrittibile, salvi gli effetti dell'eventuale usucapione, da parte
del
confinante, del diritto di mantenere la costruzione a distanza inferiore rispetto a quella
legale.
• La tutela ripristinatoria va proposta nei confronti dell'attuale proprietario della costruzione
illegittima e non nei confronti del suo autore materiale, infatti, solo il primo può essere
destinatario dell'ordine di demolizione, che tale azione tende a conseguire.
Con tutela risarcitoria può invece essere azionata anche nei confronti di chi materialmente
realizzato l'opera.
L’art. 873 c.c. fa salva l'ipotesi in cui gli strumenti urbanistici locali richiedono una
distanza superiore ai 3 m previsti dal Codice civile. In quest'ultimo caso occorre
distinguere:
• se la previsione degli strumenti urbanistici risulta destinata a disciplinare proprio le
distanze tra costruzioni nei rapporti intersoggettivi di vicinato, la sua violazione
legittima il vicino ad agire per la rimozione dell'opera abusivamente realizzata
(tutela ripristinatoria) e per il risarcimento del danno sofferto (tutela risarcitoria)
• se la previsione degli strumenti urbanistici risulta invece dettate esclusivamente
per la tutela di interessi generali la sua violazione legittima il vicino ad agire solo per
il risarcimento del danno, e non anche per la riduzione in pristino.
Nel sistema delineato dal codice, il confinante che costruisce per primo finisce con il
condizionare le scelte del
vicino che successivamente voglia, a sua volta, costruire c.d. principio di prevenzione. Chi fa
prima detta le regole del gioco.
Invero, a chi edifica per primo è aperta una triplice alternativa:
• costruire rispettando una distanza dal confine pari ad almeno la metà di quella imposta
dalla legge
• costruire sul confine
• costruire ad una distanza dal confine inferiore alla metà di quella prescritta
Il vicino che edifica successivamente: nell'ipotesi 1 deve costruire ad una distanza tale da
rispettare il prescritto
distacco legale dalla costruzione preesistente;
nell'ipotesi 2 può chiedere la comunione forzosa del muro di confine ex art. 874 c.c., o
realizzare il proprio
manufatto in aderenza allo stesso ex art. 877 c.c., ovvero ancora arretrare il suo edificio in
misura pari all'intero
distacco legale; costruisce attaccato ma chiede.
nell'ipotesi 3 può chiedere la comunione forzosa del muro ed avanzare la propria
costruzione fino ad esso,
occupando lo spazio intermedio, dopo aver interpellato il proprietario se preferisca estendere
il muro a confine o
procedere alla sua demolizione.
Il codice contempla poi tutta una serie di disposizioni aventi ad oggetto i muri che si
trovino sul confine o nei pressi del confine fra proprietà limitrofe. Posso chiedere la
coproprietà che prevede oneri e doveri (ad esempio se il muro si rovina entrambe le parti
devono contribuire alla manutenzione)
In particolare va segnalata la previsione secondo cui il proprietario confinante ha
diritto di acquisire- mediante sentenza costitutiva, ove l'altro proprietario non vi
consenta- la comproprietà del muro che si trovi sul confine.

Le luci e le vedute
Le aperture nel muro contiguo al fondo finitimo si distinguono in:
• Vedute, che sono quelle che consentono in condizioni di sufficiente comodità e sicurezza,
non
solo di guardare sul fondo del vicino senza l'ausilio di mezzi meccanici, ma anche di
sporgere il
capo su di esso per vedere di fronte (vedute dirette), obliquamente (vedute oblique) e
lateralmente (vedute laterali). Il proprietario può sempre aprire vedute nel muro contiguo al
fondo altrui ma deve rispettare le distanze minime dal confine indicate negli articoli 905 e
906
c.c.
• Luci, che sono quelle aperture che pur consentendo il passaggio d’aria e di luce non
permettono
tuttavia la vista o quantomeno l'affaccio sul fondo del vicino. Il proprietario ha sempre la
facoltà
di aprire delle luci nel suo muro tuttavia il vicino, può in ogni tempo, chiuderle, ma solo se
costruisce in aderenza o in appoggio al muro nel quale le luci risultano aperte. Più innocue

Modi di acquisto della proprietà


Nell'ambito dei modi di acquisto della proprietà si suole distinguere tra:
• modi d'acquisto a titolo derivativo, che importano la successione nello stesso
diritto già appartenente ad altro soggetto, per cui gli eventuali vizi che inficiavano il
titolo del precedente proprietario si riverberano anche sull’avente causa. Contratto, vendita,
eredità a causa di morte.
• modi di acquisto a titolo originario, che determinano invece la nascita di un nuovo
diritto, del tutto indipendente rispetto a quello prima eventualmente spettante sullo
stesso bene ad altro precedente proprietario. Usucapione e occupazione.
Modi di acquisto della proprietà a titolo derivativo sono, come indica l’art. 922 cc:
il contratto e la successione a causa di morte oltre che l'espropriazione per pubblica utilità, la
vendita forzata dei beni del debitore, ecc.
Modi di acquisto della proprietà a titolo originario sono invece:
• l'occupazione (artt 923 ss)
• l'invenzione (artt 927 ss)
• l’accessione (artt 934 ss)
• l’usucapione (artt 1158 ss)
• il possesso in buona fede di beni mobili (artt 1153 ss)

• L’occupazione consiste nella presa di possesso, con l’intenzione di acquisirle in via


permanente e definitiva (animus occupandi), di cose mobili che non sono di proprietà di
alcuno (res nullius) o che sono abbandonate dall’avente diritto con l’intenzione di
disfarsene
• L’invenzione riguarda solo le cose mobili smarrite: queste devono essere restituite al
proprietario ,o qualora non se ne conosca l’identità, consegnate al sindaco; trascorso un
anno, se la cosa è stata consegnata al sindaco e non si presenta il proprietario, la proprietà
spetta a colui che l’ha trovata. Se invece si presenta il proprietario, quest’ultimo deve un
premio al ritrovatore proporzionale al valore della cosa smarrita, ovvero, se la cosa non ha
un valore commerciale, un premio nella misura fissata dal giudice
L’accessione opera in caso di stabile incorporazione di beni di proprietari diversi: il
proprietario della cosa
principale acquista la proprietà delle cose che vengono in essa incorporate.
Bisogna distinguere tra:
-accessione di mobile ad immobile «qualunque piantagione, costruzione od opera esistente
sopra o sotto il
suolo appartiene al proprietario di questo»
-accessione di immobile ad immobile si articola nelle seguenti figure:
• L’alluvione, che consiste nell’accrescimento dei fondi rivieraschi di fiumi e torrenti per
l’azione naturale
dell’acqua corrente: tali terrenti alluvionali appartengono al proprietario del fondo
incrementato
• L’avulsione, che consiste nell’unione al fondo rivierasco di porzioni di terreno, considerevoli
e riconoscibili,
staccarsi da altro fondo per forza istantanea dell’acqua corrente: dette porzioni di terreno
appartengono al
proprietario del fondo incrementato, che è tenuto a pagare all’altro proprietario un’indennità
nei limiti del
maggior valore recato al suo fondo dall’avulsione
-accessione di mobile a mobile da luogo alle seguenti figure:
• L’unione o commistione, che si ha quando cose mobili appartenenti a proprietari diversi
vengano unite o mescolate in modo da formare un insieme inseparabile, pur senza dar
luogo
ad un sol tutto, cioè ad una cosa nuova (es. vino proveniente da produttori diversi versato in
unica botte) l’insieme risultante diviene di proprietà comune in proporzione del valore delle
cose originariamente spettanti a ciascuno. Se però una delle cose si può considerare
principale o di molto superiore di per valore, il suo proprietario acquista la proprietà del
tutto, salvo obblighi di corrispondere all’altro una somma di denaro calcolata secondo
art.939 cc. Se invece le cose mobili di proprietari diversi risultano separabili senza
deterioramento, i singoli beni continuano ad appartenente al loro proprietario originario, che
ha diritto ad ottenere la separazione
• La specificazione, che consiste nella creazione di una cosa del tutto nuova con beni
mobili appartenenti ad altri: qui si ha la trasformazione delle materia mediante
l’opera umana. Il codice attribuisce importanza centrale al fattore «lavoro»: infatti:
la proprietà del nuovo bene spetta allo specificatore, tranne nell’ipotesi in cui il
valore della materia sorpassi notevolmente quello della mano d’opera , in questo
caso la proprietà del bene spetta al proprietario delle materia

Perdita ed estinzione della proprietà

La proprietà si perde in forza di un atto di disposizione posto in essere dal suo titolare, che
ne
determini il trasferimento a favore di terzi, che la acquisiscono a titolo derivativo.
Essa si estingue in conseguenza dell’acquisto che altri ne faccia a titolo originario.
Si tende ad ammettere che la proprietà posso altresì estinguersi per rinuncia da parte del
suo
titolare, che intenda disfarsi definitivamente del bene. In seguito alla rinuncia, il bene mobili
diviene res derelicta suscettibile di acquisto per occupazione; il bene immobile viene invece
acquisito ex lege al patrimonio dello Stato a titolo originario

Azioni a difesa della proprietà


A difesa della proprietà sono esperibili le c.d. «azioni petitorie»: le azioni petit sono diverse
dalle azioni possessorie.
• L’azione di rivendicazione (art. 948 cc)
• L’azione di meri accertamento della proprietà
• L’azione negatoria (art.949)
• L’azione di regolamento di confini (art. 950 cc)
• L’azione per apposizione di termini (art. 951 cc)

• L’azione di rivendicazione è concessa a chi si afferma proprietario di un bene, ma


non ne ha il possesso, al fine di ottenere l’accertamento del suo diritto di proprietà
sul bene e la condanna di chi lo detiene alla sua restituzione. Legittimato
attivamente è chi sostiene di essere il proprietario del bene senza trovarsi nel
possesso della cosa. Legittimato passivamente è colui che avendo il possesso o la
detenzione della cosa, ha la c.d. Facultas restituendi.
• Il detentore ove sia convenuto con la rivendicatio, può chiedere di essere
estromesso dal giudizio indicando il soggetto in nome del quale egli detiene la cosa.
Per quel che riguarda la prova, l’attore ha l’onere di dimostrare il suo diritto di
proprietà. Se l’acquisto è a titolo originario, gli sarà sufficiente fornire la prova di tale
titolo . Se l’acquisto è a titolo derivativo, non basterà la produzione in giudizio del suo
titolo di acquisto, in quanto l’alienante potrebbe non essere stato il proprietario del
bene e, quindi, legittimato a trasferirne la titolarità all’acquirente; l’attore dovrà dare la
prova anche del titolo di acquisto dei precedenti titolari, fino ad arrivare ad un
acquisto a titolo originario
In proposito, soccorrono due istituti:
-rispetto ai beni mobili, sarà sufficiente che l’attore provi che–quand’anche avesse
acquistato la cosa da chi non ne era il legittimo proprietario- ne avrebbe comunque
acquistato la proprietà per effetto della regola «possesso vale titolo»
-rispetto ai beni immobili occorrerà che l’attore provi che quand’anche avesse
acquistato da chi non ne era il legittimo proprietario, avrebbe comunque acquisito la
proprietà della cosa per usucapione
L’azione di rivendicazione è imprescrittibile, perché anche il non uso è una
manifestazione dell’ampiezza di poteri che spettano al proprietario.
Dall’azione di rivendicazione si distingue l’azione di restituzione: la prima presuppone
che colui che si afferma proprietario pretenda la consegna del bene proprio per il fatto
di esserne proprietario ; l’azione di restituzione presuppone che l’attore agisca in
giudizio vantando un diritto alla restituzione nascente da un rapporto contrattuale,
ovvero alla sua risoluzione, ovvero alla sua scadenza, ecc
Dall’azione di rivendicazione si distingue anche l’azione di ripetizione, cui è legittimato
chi abbia consegnato ad altri un bene senza giustificazione, senza cioè esservi tenuto.
• L’azione di mero accertamento della proprietà è dalla giurisprudenza riconosciuta a chi ha
interesse ad una
pronuncia giudiziale che affermi, con efficacia del giudicato, il suo diritto di proprietà su un
determinato bene:
l’azione è rivolta non a recuperare la cosa ma a rimuovere la situazione di incertezza
venutasi a creare in ordine
alla proprietà di essa.
• L’azione negatoria è concessa al proprietario di un bene al fine di ottenere l’accertamento
dell’inesistenza di diritti
reali vantati da terzi sul bene stesso, in considerazione del suo carattere reale, l’azione
negatoria va promossa nei
confronti del proprietario del preteso fondo dominante. Per quel che riguarda la prova –
poiché l’azione è diretta al
riconoscimento della libertà del bene da diritti di terzi- l’attore non deve fornire la prova
rigorosa della proprietà
sul bene stesso. È sufficiente che dimostri un valido titolo di acquisto; sarà il convenuto a
dover dimostrare
l’esistenza del diritto che vanta. L’azione negatoria è imprescrittibile
• L’azione di regolamento di confini presuppone l’incertezza del confine tra due fondi:
i rispettivi titoli di proprietà delle parti non sono contestati; incerta è solo
l’estensione delle proprietà contigue e quindi l’esatta allocazione della linea di
confine. La prova dell’ubicazione del confine può essere fornita con ogni mezzo; in
mancanza di altri elementi il giudice si atterrà al confine delineato dalle mappe
catastali. Anche tale azione è imprescrittibile
• L’azione di apposizione di termini presuppone la certezza del confine e serve a far
apporre i segni lapidei, simboli di confine tra due fondi
Le azioni fin qui esaminate si chiamano azioni petitorie per distinguerle da quelle a
tutela del possesso c.d. «azioni possessorie»

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