DIETOLOGIA
DIETOLOGIA
Programma
- Scheda di anamnesi
- Reazioni avverse agli alimenti
- Differenze tra allergie ed intolleranze alimentari
- Metodo Kousmine
- Dieta Mediterranea
- Dieta proteica
- Dieta vegetariana
- Dieta chetogenica
Scheda di anamnesi
Serietà, professionalità e preparazione di un Personal Trainer (PT) emergono fin dal
primo appuntamento. Tutti sappiamo che una dettagliata raccolta dati sul cliente
risulta fondamentale per poter sviluppare un programma di lavoro efficace e
personalizzato. Pertanto, quanto più questa è esaustiva, tanto più ci sarà utile.
Non bisogna però sottovalutare anche il fatto che probabilmente l'anamnesi
costituisce uno dei primi elementi su cui li cliente si farà un'opinione sulle nostre
competenze. Per questo motivo dev'essere preparata con ancora maggiore cura.
Molto spesso, però, le schede proposte si concentrano solo su alcuni aspetti, pur
rilevanti, risultando lacunose nel registrare altri elementi - come ad esempio
patologie, allergie e quadro farmacologico - che possono rivelarsi altrettanto
indispensabili per il successo della programmazione. Un’anamnesi il più completo
possibile potrà fornire una guida nella raccolta dati.
Di seguito si commentano le sue principali componenti.
Anamnesi del Cliente: è la parte iniziale della scheda in cui si registrano i Dati
Anagrafici e la Professione.
Anamnesi Generale: rileva informazioni di carattere generale utili alla
programmazione, come ad esempio disponibilità alla frequenza degli allenamenti,
tempo a disposizione, stile di vita e finalità ricercate.
Anamnesi Sportiva: si concentra sugli sport praticati dal soggetto negli anni passati.
E' importante sapere per quanto tempo sono stai praticati e da quanto tempo sono stati
eventualmente interrotti. Quest'anamnesi, seppur non ancora specifica, aiuterà
comunque il PT a farsi un'idea generale del livello di coordinazione motoria del
soggetto, del suo rapporto con il proprio corpo, nonché delle sue condizioni fisiche.
Anamnesi Clinica: affronta uno dei punti più importanti della raccolta dati poiché
fornisce informazioni sullo stato di salute del soggetto, che risulteranno fondamentali
per lo sviluppo del programma di lavoro. Dovrebbe anzitutto rilevare eventuali
patologie remote e/o attuali, l'assunzione di farmaci (in particolar modo i loro principi
attivi), se il soggetto è fumatore, se si fa uso di alcolici. Potrebbe spingersi ad
eventuali analisi ematiche, ECG di base o dinamico, per completarsi con un'anamnesi
patologica familiare.
Anamnesi Alimentare: è volta a definire lo stile alimentare del cliente: i cibi che
abitualmente assume (sia liquidi che solidi), gli orari di assunzione, eventuali
integrazioni e supplementazioni, intolleranze e allergie. Propone un quadro generale
della sua "cultura alimentare".
Anamnesi Fisiologica: è il primo "approccio pratico". Attraverso specifiche
misurazioni permette di inquadrare il soggetto a livello morfologico e biotipo-
costituzionale. Comporta uno screening Plicometrico e/o Bioimpedenziometrico per
l'analisi della composizione corporea.
Anamnesi Posturale: valuta il cliente, attraverso opportuni test sul grado di mobilità
articolare di caviglie, ginocchia, anca, tratto lombare della colonna e cingolo
scapolare. Successivamente valuta la presenza di dismorfismi e/o paramorfismi.
L'anamnesi è così conclusa, tuttavia si sottolinea un aspetto molto importante: una
raccolta dati cosi dettagliata deve essere obbligatoriamente corredata da foglio
informativo della legge sui diritti della privacy; dal consenso da parte del cliente per
il trattamento dei dati personali sensibili, semisensibili, e giudiziari; della relativa
legge sulla modalità di archiviazione di tali documenti.
È altresì opportuno e utile potersi avvalere della collaborazione di qualcuna o di tutte
le figure mediche specializzate nei vari tipi di anamnesi alle quali il soggetto è stato
sottoposto, in modo da pervenire alla più corretta interpretazione possibile delle
informazioni raccolte ed ottenere eventuali indicazioni utili alla programmazione del
lavoro.
Reazioni avverse agli alimenti
Allergie ed intolleranze alimentari rientrano nella categoria delle reazioni avverse
agli alimenti, che comprende, a sua volta, tutte le malattie ed i disturbi causati
dall'ingestione di determinati cibi, additivi o contaminanti alimentari. Queste risposte
avverse possono essere classificate in due grandi gruppi, quello delle reazioni
tossiche e quello delle reazioni non tossiche. Quest'ultime non sono dovute alla
presenza di particolari sostanze avverse ma, pur risultando innocue per la maggior
parte delle persone, possono causare gravi problemi a taluni individui.
Le allergie alimentari sono un classico esempio di reazioni avverse di tipo non
tossico.
L'organismo dei soggetti allergici è sensibilizzato nei confronti di alcune sostanze di
origine alimentare, comunemente definite allergeni o antigeni. Dire che una persona
è sensibilizzata nei confronti di un antigene di natura alimentare equivale ad
affermare che il suo organismo produce anticorpi verso alcune sostanze, normalmente
innocue, contenute in uno o più cibi.
Le reazioni avverse di tipo allergico sono quindi mediate dal sistema immunitario.
C'è chi sviluppa un'allergia alle arachidi, chi al kiwi e chi al latte, ma la maggior parte
delle persone può consumare questi alimenti senza avere problemi.
L'allergia è una reazione avversa a molecole estranee all'organismo, dette antigeni o
allergeni, mediata dal sistema immunitario; nel caso delle allergie alimentari
l'antigene è rappresentato dalle proteine naturalmente contenute in determinati
alimenti.
Le allergie alimentari possono dividersi in non IgE mediate ed in IgE mediate. Queste
ultime sono le più comuni, dal momento che molte manifestazioni allergiche
coinvolgono le immunoglobuline di tipo E (dette IgE o reagine).
La seconda categoria di reazioni avverse agli alimenti, in cui rientrano le
manifestazioni di tipo tossico o "da avvelenamento", è legata alla presenza, in un dato
cibo o prodotto alimentare, di una o più tossine, come quelle contenute del pesce
palla, nelle patate germogliate (solanina), nell'Amanita Phalloides ed in alcune
conserve non adeguatamente sterilizzate (botulino). In questo caso la tossicità è
comune a tutti gli individui, a condizione che venga ingerita una dose di tossina
sufficiente per scatenare la sintomatologia.
Le reazioni tossiche agli alimenti sono sempre collegate alla dose, non coinvolgono il
sistema immunitario e danno reazioni proporzionali alla quota ingerita.
In altre situazioni, come succede per l'intolleranza al lattosio, un alimento risulta
tossico solo per alcuni individui. Chi è intollerante al lattosio, per esempio, potrà
sopportare dosi abbastanza basse di latte che, qualora venisse assunto a dosaggi
straordinariamente elevati, risulterebbe tossico per la stragrande maggioranza degli
individui. La stessa acqua può risultare tossica ed addirittura letale se assunta in
grandi quantità (superiori ai 10-12 litri al giorno). In ogni caso, dal momento che le
intolleranze scaturiscono dal consumo di alimenti privi di tossine, rientrano nella
categoria delle reazioni avverse di tipo non tossico.
Reazioni pseudoallergiche
Intolleranza od allergia alimentare?
Dal momento che una "semplice" intolleranza alimentare può causare alcuni sintomi
tipici delle allergie alimentari - come nausea, vomito, diarrea e crampi addominali -
molte persone tendono a confondere i due termini. In realtà, le intolleranze
alimentari, a differenza delle allergie, sono sempre legate ad una dose, che ogni
individuo dovrebbe conoscere per evitare di sorpassarla. Un'altra differenza
fondamentale è che nell' intolleranza alimentare non viene mai coinvolto il sistema
immunitario, anche se in molti casi la sintomatologia, per certi aspetti sovrapponibile
a quella delle allergie, lascia pensare il contrario.
Nella maggior parte dei casi, l'intolleranza alimentare è legata a disfunzioni di tipo
enzimatico, quindi alla carenza o alla mancanza di enzimi necessari per digerire
talune sostanze; particolarmente noto è il deficit di lattasi, una proteina necessaria per
la digestione dello zucchero del latte e la cui carenza porta alla diffusissima
intolleranza al lattosio.
Incidenza
Nonostante molte persone manifestino reazioni avverse a determinati cibi, le malattie
allergiche vere e proprie sono meno comuni di quanto si possa pensare. Nonostante
ciò, il numero di persone che soffrono di allergie alimentari è in continuato aumento.
Un problema importante, dunque, che attualmente colpisce circa il 2-7% degli adulti
ed il 6-13% dei bambini.
Molto superiore risulta essere l'incidenza delle intolleranze alimentari (quella al
lattosio, per esempio, raggiunge, in alcune etnie, valori superiori al 90%), ma come
abbiamo avuto modo di ripetere in più occasioni, non devono essere confuse con le
allergie perché non coinvolgono il sistema immunitario.
Alimenti transgenici
Nella preparazione di una pianta transgenica vengono spesso inseriti frammenti di
DNA provenienti da un'altra specie botanica. Se questo frammento di DNA codifica
per una sequenza epitopica può accadere che la pianta transgenica acquisisca un
potere allergizzante, normalmente assente nella sua controparte naturale.
Un esempio è quello della soia di origine transgenica. Si sono infatti registrati casi di
persone non allergiche alla soia che alimentandosi con essa hanno subìto una
manifestazione allergica. Si è poi visto che tale reazione era in realtà dovuta ad
un'allergia nei confronti della noce del brasile, il cui DNA era stato utilizzato per la
produzione di soia transgenica.
Con la sempre maggiore diffusione degli alimenti OGM, per un allergico diventa
quindi difficile capire cosa può e cosa non può mangiare. Tutto ciò a discapito della
sua salute, dal momento che un'allergia è pericolosa non tanto per l'alimento in sé,
quanto per la possibilità di venire a contatto, senza saperlo, con l'alimento
allergizzante.
Sintomi
La sintomatologia delle allergie alimentari è piuttosto variabile per localizzazione ed
intensità; coinvolge tipicamente l'apparato gastrointestinale, quello respiratorio e la
cute. I mastociti, che in seguito all'interazione con le IgE rilasciano istamina
(molecola responsabile di molti effetti associati alla manifestazione allergica), sono
infatti particolarmente abbondanti a livello di organi come naso, gola, polmoni, pelle
e tratto gastro-intestinale.
La conseguenza più temibile di un'allergia alimentare è lo shock anafilattico, che
nelle forme più gravi può condurre all'occlusione delle vie respiratorie, al coma ed
alla morte dell'individuo e necessita, per questo, di un intervento precoce con
epinefrina o adrenalina.
Segni e sintomi di allergia alimentare, che fortunatamente sono fastidiosi ma non
sempre così pericolosi, insorgono mediamente da pochi minuti fino ad un'ora dopo il
termine del pasto.
Nei bambini allergici, le reazioni più frequenti (70%) riguardano l'apparato
gastrointestinale, ma possono verificarsi anche disturbi cutanei (24%) e respiratori
(6%). La conseguenza più temibile è lo shock anafilattico, che spesso può essere
scatenato da quantità minime di alimento.
Non trova invece alcun fondamento scientifico la credenza secondo cui le allergie
alimentari favorirebbero il sovrappeso e l'obesità. Caso mai è vero il contrario, dal
momento che la limitazione delle scelte alimentari è nota da tempo come una delle
più efficaci strategie per combattere il sovrappeso (topi alimentati in modo
automatico, secondo meccanismi "self service", rispondono in modo diverso a
seconda del numero di cibi a disposizione. Quando il topolino viene alimentato con
un solo tipo di cibo, anche se particolarmente gradito, è perfettamente in grado di
sospenderne l'assunzione. Al contrario quando lo stesso animale può scegliere tra cibi
vari ed appetibili, mangia più del necessario ed ingrassa).
Diagnosi
La diagnosi di allergia alimentare si basa su test clinici di varia natura e su un'attenta
analisi della storia clinica del paziente. In generale, si preferisce iniziare con test
cutanei, valutando la comparsa di reazioni allergiche dopo somministrazione sotto
cute di antigeni di diversa natura. Una volta individuato l'alimento o il tipo di
allergene in questione, si possono fare dei test specifici in vitro, come il RAST o
l'ELISA, per scoprire quali sono i frammenti proteici responsabili dell'allergia.
Le tecniche diagnostiche a disposizione sono oggi numerose, con diverso grado di
complessità ed in continua evoluzione, al fine di ottenere metodi innovativi dotati di
maggiore attendibilità ed affidabilità. In molti casi, infatti, la ricerca dell'allergene
viene ostacolata da vari fattori, primo tra tutti quello della co-sensibilizzazione.
Sempre più frequenti sono le persone allergiche che risultano negative ai comuni test
diagnostici; questo fenomeno si registra in modo particolare quando l'individuo è
sensibile a sostanze diverse, ma in misura lieve, e manifesta, per questo, reazioni
allergiche solo quando viene esposto contemporaneamente a più allergeni. Da
sottolineare, inoltre, che queste allergie danno una sintomatologia attenuata,
complicandone ulteriormente l'individuazione.
Può anche succedere che una persona sia allergica all'alimento crudo ma non a quello
cotto, dal momento che molti allergeni, essendo di natura proteica, sono inattivati dal
calore. Un altro fattore che può complicare l'identificazione diagnostica dell'allergene
è rappresentato dall'utilizzo di alimenti complessi, cioè costituiti da molti ingredienti
ed additivi alimentari.
Una volta diagnosticata l'allergia, l'alimento o gli alimenti in questione devono essere
eliminati dalla dieta.
Cura e terapia
Come anticipato, la terapia dell'allergia alimentare si basa sull'eliminazione dalla
dieta dell'alimento a cui il soggetto è sensibilizzato. Questo particolare regime
alimentare, definito dieta di esclusione, non deve necessariamente durare tutta la vita
in quanto, soprattutto nei bambini piccoli, la sintomatologia tende a scomparire con il
passare del tempo.
In presenza di un'allergia importante, il dottore può prescrivere epinefrina iniettabile,
che la persona allergica deve portare con sé per fronteggiare l'eventuale comparsa di
uno shock anafilattico.
Allergie alimentari con basso grado di severità possono essere controllate attraverso
l'utilizzo di antistaminici, da assumersi dopo l'esposizione all'allergene per attenuare
le manifestazioni indesiderate.
Alimenti implicati nelle reazioni allergiche
La FAO (Food and Agricolture Organization), in collaborazione con la Commissione
Europea, ha stilato una lista degli alimenti più allergizzanti.
Il 90% delle reazioni allergiche su base alimentare sono causate da otto alimenti,
vediamoli nel dettaglio.
1. Latte: l'allergia alle proteine del latte vaccino è la prima causa di allergia
alimentare e colpisce soprattutto i bambini. Può dare origine a reazioni anche molto
gravi, persino attraverso la semplice inalazione di particelle di latte in polvere.
L'allergia alimentare può insorgere come malattia lavorativa, frequente tra le persone
impiegate in stabilimenti dove si lavora, ad esempio, il latte in polvere. In questi
reparti, per evitare la sensibilizzazione, è obbligatorio l'utilizzo della mascherina.
2. Soia: è un altro alimento fortemente allergenico; alcuni bambini allergici al latte
vaccino lo diventano anche alla soia, in quanto il "latte" che si ricava per spremitura
dai suoi semi è spesso usato come alternativa anallergica al latte.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che alcuni componenti della soia, quali la lecitina e
gli idrolizzati proteici, sono ampiamente utilizzati come additivi alimentari e possono
quindi rendere pericoloso il consumo degli alimenti a cui vengono aggiunti.
3. Uova: l'uovo contiene moltissime proteine dotate di potenziale effetto allergico.
Tra queste, le principali sono tre: l'ovomucoide, l'ovoalbumina e l'ovotransferrina;
solo le ultime due sono labili al calore e si denaturano con la cottura, perdendo la
capacità di produrre manifestazioni allergiche.
Conoscere a quale proteina si è sensibilizzati risulta quindi essenziale per impostare
una dieta di esclusione adeguata.
Gli stessi allergeni presenti nell'uovo sono contenuti anche nella carne ed in
particolare in quella di pollo, che può essere consumata tranquillamente a patto che
sia cotta.
L'allergia alle uovaè comune in età pediatrica ma, fortunatamente, regredisce con
facilità.
4. Pesce: è una delle allergie alimentari più frequenti nei Paesi scandinavi, dove
"spopola" quella al merluzzo. Sulla possibile origine professionale della malattia vale
lo steso discorso fatto per il latte (il rischio è maggiore per le persone che lavorano a
stretto contatto con l'alimento, ad esempio in stabilimenti dove si producono farine di
pesce). A livello intestinale, infatti, sono presenti immunoglobuline IgA secretorie,
capaci di impedire l'assorbimento sistemico degli allergeni, mentre la stessa
protezione non sussiste a livello respiratorio (per questo motivo si rende necessario
l'utilizzo di mascherine).
Se dopo un pasto a base di pesce si avvertono disturbi riconducibili alle allergie
alimentari è importante eseguire una serie di test diagnostici per scoprire se si tratta di
una reazione pseudoallergica o di una vera e propria allergia (molti pesci contengono
sostanze istaminoliberatrici o sono essi stessi fonte di istamina).
5. Arachidi e noci: l'allergia alle arachidi fino a pochi anni fa era un problema
ristretto agli USA, ora si sta diffondendo anche in Europa e sta diventando una delle
principali allergie del bambino.
6. Molluschi: sono molto rare. Di particolare interesse sono le reazioni ad alcune
specie di chiocciole di terra, dette impropriamente "lumache", che si manifestano in
soggetti sensibili ai dermatofagoidi.
7. Grano: la farina di frumento solo eccezionalmente provoca manifestazioni
allergiche. L'allergia al grano non va confusa con la celiachia, che pur coinvolgendo
il sistema immunitario, essendo una patologia su base autoimmune rappresenta una
malattia totalmente diversa.
8. Frutta: alimenti come banana, avocado, castagna, melone, kiwi, fragole, possono
dare reazioni allergiche. Ma anche verdure come il sedano, che rappresenta uno degli
alimenti più frequentemente responsabili di allergie.
In questo caso chi è allergico ad un frutto deve eseguire test clinici precisi anche per i
frutti appartenenti alla stessa famiglia botanica.
Alcuni frutti ed ortaggi freschi sono in grado si scatenare una lieve reazione allergica
a livello orale, caratterizzata da un fastidioso senso di prurito al palato e alla gola, che
compare al contatto con l'alimento. Si tratta di un tipico esempio di cross-reattività (o
reattività crociata), quel fenomeno secondo cui alimenti diversi possono causare
manifestazioni allergiche simili perché contengono antigeni con sequenze
amminoacidiche affini. In particolare, gli allergeni presenti in alcuni frutti ed ortaggi
sono simili a quelli contenuti in alcuni pollini. Ad esempio, le persone allergiche
all'ambrosia, possono esserlo anche ai meloni, così come i soggetti allergici al polline
di betulla manifestano spesso reazioni allergiche alle mele.
Anche gli additivi presenti negli alimenti possono causare reazioni allergiche o di
intolleranza.
Salicilati: naturalmente presenti in alcuni alimenti come frutta secca, frutti di bosco,
arance, uva, erbe aromatiche, vini e liquori. Possono essere causa di forme di orticaria
cronica.
Tartrazina: è un colorante di sintesi, segnalato in etichetta con il suo nome o codice
E102, addizionato agli alimenti per conferire loro un piacevole colore giallo limone.
Presente in svariate preparazioni tra cui diverse bevande, maionesi e budini, può
essere causa di orticaria e asma;
Anidride solforosa: utilizzata da sempre per il trattamento dell'uva e dei mosti, è un
additivo che si può trovare in numerosi alimenti tra cui marmellate, succhi di frutta,
aceto, macedonie e insalate trattate nei ristoranti con spray per mantenere un aspetto
più fresco;
Solfiti, metasolfiti e bisolfiti: addizionati ai prodotti preconfezionati come
conservanti e/o come antiossidanti, pericolosi soprattutto per le persone asmatiche.
Soltanto il rosso carminio, di largo impiego nell'industria alimentare (aperitivi,
gelati), cosmetica e farmaceutica, ha un potere allergenico riconosciuto.
Metodo Kousmine
Il metodo Kousmine è un sistema dietetico fondato sull'esperienza che la [Link]
Catherine Kousmine ha maturato in tema di approfondimenti ed applicazioni
nutrizionali.
La ricercatrice sovietica - nata nel 1904 a Hvalynsky, e qualificata in medicina presso
l'università di Losanna (Svizzera) - ha dedicato la sua vita (conclusa nel 1992) a
trovare il modo di combattere il cancro, le malattie degenerative e quelle autoimmuni,
mediante l'alimentazione; fin da subito, nelle sue sperimentazioni con i topi (e
successivamente anche sull'uomo), la [Link] Kousmine percepì che il cancro
aumenta la propria distruttività grazie ad un modello di nutrizione così detto
"devitalizzato", mentre subisce negativamente l'influsso benefico (si perdoni il gioco
di parole) degli alimenti buoni, definiti "vivi".
Nasce così il metodo Kousmine, un regime nutrizionale basato su cibi ricchi di
molecole funzionali ed attive (soprattutto vitamine), considerato utile come
prevenzione e (secondo la [Link]) come vera e propria arma terapeutica;
ovviamente, Kousmine ammette che il trattamento alimentare sortisce effetti molto
differenti in base allo stadio delle varie malattie; il divario tra disturbi funzionali in
fase iniziale e quelli gravi degenerativi non è semplice da colmare. Tuttavia, il
metodo Kousmine è stato (e viene tutt'ora) applicato ottenendo notevoli
miglioramenti dello stato di salute, anche di soggetti caratterizzati da quadri clinici
avanzati, mediante l'ausilio di alimenti scelti e il rinforzo con: integratori alimentari,
igiene intestinale, mantenimento dell'equilibrio acido-base ed immuno-modulazione.
Per la sua tendenza ad analizzare in maniera alternativa la patologia e ad applicare in
modo altrettanto alternativo la medicina, la [Link] Kousmine e il suo metodo sono
stati oggetto di forti contrasti da parte della comunità scientifica mondiale (soprattutto
oncologi e neurologi), che non ha mai accettato di validarne il metodo; ciò
nonostante, col trascorrere degli anni e con l'incremento della conoscenza
sperimentale, diversi medici hanno intrapreso il sistema Kousmine riunendosi
nell'AssociationMédicaleKousmineInternationale.
Il metodo Kousmine si prefigge l'obbiettivo di contrastare patologie tumorali,
degenerative e autoimmuni (sclerosi multipla, colite ulcerosa, morbo di Crohn,
spondilite anchilosante, artrite reumatoide, lupus eritematoso ecc.) mediante
l'alimentazione. L'obbiettivo pratico del metodo Kousmine è quello di:
Eliminare l'acidosi dell'organismo che, secondo la [Link] Kousmine, è la
fonte principale di squilibrio organico
Diminuire le tossine che aggravano l'affaticamento del sistema immunitario
mediante l'igiene intestinale
Fornire all'organismo (mediante l'apporto equilibrato di lipidi), le sostanze
necessarie alla costruzione delle sostanze disinfiammanti naturali e delle
membrane cellulari
Garantire (mediante una corretta alimentazione) la materia prima ottimale al
ricambio tessutale
Integrare le vitamine che sono carenti a causa di un assorbimento insufficiente,
provocato da disordini intestinali, cure antibiotiche, chemioterapie ecc.,
aggiungendo i microelementi di cui l'organismo ha bisogno
Eliminare i fattori di rischio come fumo, abuso alcolico, esposizione ai
pesticidi, a sostanze tossiche e ad onde elettromagnetiche
Diminuire lo stress da fatica eccessiva, ritmi di vita frenetici ed esposizione a
gravi situazioni emotive.
In sintesi, il metodo Kousmine si basa su 4 pilastri più 1:
Sana alimentazione: fornisce nutrienti essenziali e necessari, minimizza il flusso di
sostanze tossiche, alleggerisce dal carico di lavoro il sistema immunitario
Igiene intestinale: restituisce al colon l'integrità funzionale, riduce i fenomeni
putrefattivi e modera le tossine assorbite
Complementarità degli alimenti: introduce le sostanze che dovrebbero essere prodotte
da un organismo sano e fornisce tutti i nutrienti che scarseggiano nei cibi impoveriti
dai processi lavorativi/conservativi dell'industria alimentare
Lotta contro l'acidificazione dell'organismo: ripristina la flora batterica intestinale,
favorisce gli scambi intracellulari e diminuisce la produzione di radicali liberi
Facoltativa: produce una immuno-modulazione del sistema immunitario
Dal punto di vista delle scelte alimentari, il metodo Kousmine impone di: consumare
al massimo un bicchiere di vino rosso al giorno, diminuire al massimo i grassi
animali e quelli idrogenati, eliminare gli oli spremuti a caldo, prediligere olio
extravergine d'oliva fortificato in polinsaturi, eliminare lo zucchero aggiunto,
eliminare tutti i cibi light, prediligere (eventualmente) lo zucchero integrale o il
miele, prediligere (come bevanda) i succhi di frutta naturali, eliminare TUTTA la
pasticceria industriale (concesso il cioccolato fondente puro), ridurre il consumo di
carne, prediligere il pesce e la carne bianca, ridurre il consumo di latte, prediligere i
latti vegetali, ridurre il latticini e i formaggi stagionati, prediligere le leguminose
associate ai cereali come fonte proteica, prediligere i cereali integrali, ridurre il caffè,
concessi tofu e tempeh, bere almeno un 1,5 litri di acqua al dì, diminuire il consumo
di sale, evitare tutti gli alimenti conservati, quindi "morti": farine, fiocchi di cereali,
precotti ecc.
Ovviamente, non è possibile riassumere il metodo Kousmine in poche righe ma,
quelle sopra riportate, sono di certo le indicazioni alimentari di massima per
comprendere l'intento della [Link] e
dell'AssociationMédicaleKousmineInternationale.
Dieta Mediterranea
Si parla spesso di dieta mediterranea. Il termine dieta è comunque improprio poiché,
più che di un vero e proprio programma dietetico, si tratta di uno stile alimentare fatto
di regole e di abitudini ispirate alla tradizione mediterranea.
Negli anni '50 del secolo scorso, Ancel Keys, un nutrizionista americano, si accorse
che le popolazioni del bacino mediterraneo erano meno suscettibili ad alcune
patologie rispetto agli statunitensi.
Da questa osservazione nacque l'ipotesi che la dieta mediterranea fosse in grado di
aumentare la longevità di chi la seguiva.
Lo stesso studioso, tornato in patria, proseguì per anni tali ricerche, che culminarono
nella stesura del libro “Eatwell and stay well, the Mediterranean way”.
In questo libro furono riportati i risultati del famoso "Seven CountriesStudy", che per
vent'anni monitorò dieta e condizioni di salute di 12.000 persone di età compresa tra i
40 ed i 60 anni, residenti in diversi Paesi come Giappone, USA, Olanda, Jugoslavia,
Finlandia e Italia.
L'ipotesi iniziale di Keys era a quel punto confermata e la dieta mediterranea fu
proposta al mondo intero come il regime alimentare ideale per ridurre l'incidenza
delle cosiddette "malattie del benessere".
A partire dagli anni '70 si cercò pertanto di diffondere le abitudini alimentari tipiche
della dieta mediterranea anche negli Stati Uniti. Cereali, verdure, frutta, pesce ed olio
di oliva furono proposti come alternativa ad una dieta troppo ricca di
grassi, proteine e zuccheri.
Per riassumere tutti i princìpi della dieta mediterranea e far presa sulla popolazione fu
proposta negli anni '90 una semplice piramide alimentare che riportava la
distribuzione in frequenza e quantità degli alimenti nell'arco della giornata. In
particolare alla sua base si trovavano gli alimenti da consumare più volte al giorno
mentre all'apice venivano riportati i cibi da limitare.
Nell'immagine è riportata la Piramide Alimentare della Dieta Mediterranea rivisitata
in chiave moderna.
Nota bene: i cereali alla base della piramide, da consumare ad ogni pasto, sono
considerati integrali. Quelli raffinati e le patate sono invece inclusi tra gli alimenti da
consumare con moderazione.
Considerando i pasti principali (pranzo e cena) si potrebbe per esempio, basarne 4 sul
consumo di carni bianche, 2 su quelle rosse, 3 sul pesce, 4 sui legumi ed una
sui formaggi.
Dagli stessi Stati Uniti, che per anni hanno elogiato le virtù della dieta mediterranea,
sono arrivate in questi ultimi tempi decine di diete con regole per molti versi
diametralmente opposte.
Queste diete contrappongono al tradizionale consumo di pasta e pane, un elevato
ricorso ad alimenti iperproteici ed iperlipidici (carni, anche grasse, formaggi e
condimenti), con bassissime percentuali di cereali e derivati, peraltro da consumarsi
rigorosamente integrali.
Grazie a questo stratagemma, tali diete (metabolica, chetogenica, Atkins ecc.)
promettono di dimagrire assicurando benessere e vitalità a chi le segue.
In realtà gli effetti negativi di un simile approccio dietetico sono ampliamente
documentati.
La loro efficacia deriva in sostanza dalla limitazione calorica complessiva, favorita
dall'elevato apporto proteico e lipidico che diminuisce complessivamente il senso di
fame e costringe l'organismo a spendere parecchie calorie per metabolizzarli.
La dieta mediterranea non è superata ma ha assolutamente bisogno di adattarsi ai
tempi e ricevere una sferzata di buon senso e criticità. Nonostante tutto, questa dieta
rimane infatti uno dei modelli alimentari più salutari e maggiormente raccomandati
da medici e nutrizionisti di tutto il mondo.
Per adeguarsi alle moderne conoscenze in campo alimentare dovrebbe comunque
subire alcune piccole modifiche:
aumentare la quota lipidica dal 25 al 30-35% dell'apporto calorico totale;
aumentare la quota proteica dal 10 al 15-20% dell'apporto calorico totale;
puntare maggiormente sulla limitazione calorica e sull'attività fisica;
scoraggiare al massimo il consumo di alimenti idrogenati e carni conservate;
lanciare importanti campagne di informazione per sensibilizzare la popolazione
sulla correlazione tra dieta mediterranea, salute e qualità di vita.
Dieta proteica
Le seguenti indicazioni hanno scopo ESCLUSIVAMENTE informativo e non
intendono sostituire il parere di figure professionali come medico, nutrizionista o
dietista, il cui intervento si rende necessario per la prescrizione e la composizione di
terapie alimentari PERSONALIZZATE.
La dieta proteica per dimagrire è un regime nutrizionale, verosimilmente ipocalorico,
che predilige una maggior quota proteica rispetto alla ripartizione tradizionale dei
macronutrienti, sfruttando le caratteristiche positive delle proteine sul dimagrimento,
che sono:
> Azione Dinamico Specifica - ADS
< Indice Insulinico
> supporto plastico per i muscoli
... a discapito dell'equilibrio nutrizionale:
> apporto di gruppi azotati e > lavoro epatico e renale
> cheto-acidosi, soprattutto in concomitanza di una riduzione drastica
dei carboidrati
Peggioramento del PRAL
> degli acidi grassi saturi e del colesterolo alimentare
< glucosio per l'eventuale prestazione sportiva e, di conseguenza, >
catabolismo muscolare
< fibra alimentare
> affaticamento gastrico
Possibile alterazione della flora batterica fisiologica intestinale - ecc
Ovviamente, la salubrità o la nocività della dieta proteica per dimagrire dipendono
esclusivamente dalla tecnica con la quale viene calcolata; in poche parole,
l'incremento proteico può essere assoluto o percentuale, dove per "assoluto" si
intende un incremento quantitativo delle proteine alimentari rispetto
al fabbisogno REALE (e NORMOcalorico), e per "percentuale" si intende un
aumento della frazione di proteine alimentari rispetto all'energia IPOcalorica
(verosimilmente ottenuto riducendo le grammature di grassi - zuccheri per abbassare
le calorie, ma conservando quella dei peptidi).
Nell'aumento assoluto delle proteine, il coefficiente proteico scelto risulta SEMPRE
eccessivo rispetto alle reali necessità della persona.
Questo genere di dieta si basa principalmente sul fatto che la maggior parte delle
calorie giornaliere provengono da fonti proteiche piuttosto che da carboidrati. Ci
hanno sempre insegnato che il rapporto migliore da assumere giornalmente prevede
una quota del 60% di carboidrati, 20-30% di grassi e circa il 15-10% di proteine.
Invece, qui il livello degli zuccheri scende drasticamente fino al 25% o anche meno.
Questo si traduce in minori quantità di farinacei (pasta, pane, ecc.) e frutta e in
maggiore quantità di carne (soprattutto quella bianca), pesce, uova, verdura, legumi e
grassi buoni (semi oleosi, olio extravergine di oliva, ecc.)
Di conseguenza la maggior parte dell'energia che incameriamo deve provenire da
proteine e grassi. In realtà, le diete proteiche in base a come sono strutturate possono
prevedere anche una quota di grassi molto bassa, in modo che le proteine
rappresentino praticamente l'unica fonte energetica ma queste diete sono abbastanza
dure da seguire e vengono applicate solo sotto stretto controllo specialistico e in
condizioni particolari come negli stati di forte obesità, in cui è fondamentale scendere
di peso per far rientrare nella norma i valori vitali per il corpo, come per esempio la
glicemia.
I vantaggi di una dieta proteica non si limitano solo alla perdita di peso. Infatti,
utilizzare le proteine come principale combustibile fa in modo di mantenere inalterata
la massa magra che compone i muscoli. Questo significa che la perdita di peso
riguarderà esclusivamente il grasso mentre la struttura muscolare rimarrà sana; tutto
questo si traduce in un aspetto sodo e tonico ma non solo. Una dieta di questo tipo
elimina tutti quei fastidi che sono propri di una dieta che eccede in carboidrati:
sonnolenza, stanchezza cronica, senso di pesantezza, difficoltà di concentrazione.
Una dieta proteica, dopo un periodo di adattamento in cui il corpo deve abituarsi alla
diminuzione degli zuccheri, consente di sentirsi più vivaci, positivi e molto più
carichi di energia.
Una dieta proteica dimagrante consente effettivamente di perdere peso in tempi
relativamente brevi, a patto che venga seguita da un periodo di mantenimento in cui
venga rialzata la quota di carboidrati e che non si torni a mangiare in modo non
equilibrato, altrimenti inesorabilmente si riprenderanno tutti i chili persi. Inoltre,
questo tipo di dieta non è utile solo quando si deve perdere peso, ma anche ai fini
sportivi: i principi della dieta proteica vengono spesso usati in palestra da chi vuole
aumentare la propria massa muscolare o definirsi maggiormente.
Negli anni la dieta proteica è stata accusata di essere fortemente sbilanciata e di
predisporre a carenze nutrizionali di vario tipo. L'idea che i carboidrati potessero
scendere oltre la quota universalmente accettata è stata per lungo tempo respinta dagli
esperti. Uno dei principali attacchi fatti a questo genere di dieta riguardano
l'eccessivo lavoro a cui andrebbero incontro i reni per smaltire la maggiore quota
proteica e relativo affaticamento a cui sarebbero sottoposti.
Tuttavia, c'è da fare una serie di precisazioni: in una dieta di questo tipo, la quota
proteica non è mai eccessiva ma è sempre commisurata alle esigenze del corpo. Ecco
perché è fondamentale non cominciare mai una dieta proteica se non si è seguiti da un
nutrizionista, in quanto sarà lui a calcolare i reali fabbisogni corporei e a stabilire le
giuste quantità degli alimenti che li compenseranno. Decidere di fare da soli,
mangiando arbitrariamente solo carne e pesce, andando a occhio sulle quantità ed
eliminando totalmente i carboidrati non vuol dire seguire una dieta proteica ma solo
mangiare in modo sbilanciato.
Questo atteggiamento può portare a gravi carenze. Inoltre, l'accusa di sovraccarico
renale può essere attribuita alle diete iperproteiche, in cui la quantità di proteine
previste è maggiore rispetto al fabbisogno della persona. Questo tipo di dieta può
effettivamente rivelarsi pericolosa per la salute e dovrebbe essere evitata. Nella dieta
proteica, però, questo non succede in quanto, oltre al fatto che la quantità di proteine
assunte è commisurata a ciò che serve, è necessario anche bere due litri di acqua al
giorno, che aiutano i reni nel loro lavoro stimolando l'effetto drenante e alleggerendo
così il loro compito.
Quindi, perdere peso con una dieta proteica è possibile, a patto di essere seguiti
pedissequamente da un nutrizionista e di non farla diventare uno stile alimentare
continuo. Essa deve essere seguita per un periodo di tempo limitato e poi seguita da
un mantenimento riequilibrante. Solo in questo modo si potrà perdere peso in modo
sano e senza effetti collaterali.
Dieta vegetariana
L'interesse nei confronti della dieta vegetariana è aumentato molto in questi ultimi
anni, anche grazie allo scalpore suscitato da recenti vicende come l'influenza aviaria,
la cosiddetta "mucca pazza", il rapporto tra carne rossa e tumori, o i reiterati episodi
di maltrattamenti animali negli allevamenti intensivi.
Molte persone aderiscono a questo modello alimentare spinte da considerazioni
ideologiche, altre soltanto perché la ritengono una dieta particolarmente efficace e
salutare.
Nell'immaginario comune, la dieta vegetariana viene spesso intesa come un regime
alimentare semplice, privo di prodotti di origine animale.
In realtà il concetto è ben più ampio, dato che nella grande famiglia del
vegetarianesimo si possono far rientrare diversi modelli alimentari; vediamoli nel
dettaglio:
DIETA LATTO-OVO VEGETARIANA
La dieta latto-ovo-vegetariana concede di nutrirsi di vegetali, di microorganismi
(muffe e batteri) e di alimenti derivanti dagli animali, come uova, latte, formaggi
e miele. Esclude invece il consumo di carne e prodotti della
pesca (molluschi e crostacei compresi).
E' bene ricordare che alcuni formaggi si ottengono con l'aggiunta di caglio di origine
animale (enzimi dello stomaco dei vitelli); come tali, dovrebbero essere esclusi da
qualunque regime vegetariano.
Di recente, molte aziende casearie si sono adattate alle necessità dei vegetariani
sostituendo il caglio di origine animale con uno vegetale.
DIETA LATTO-VEGETARIANA
La dieta latto-vegetariana esclude anche le uova, ma sono concessi il latte e i derivati;
il consumo di miele è a discrezione.
DIETA OVO-VEGETARIANA
La dieta ovo-vegetariana esclude anche il latte e i derivati ma non le uova; il consumo
di miele è a discrezione.
DIETA VEGANA
La dieta vegana rinuncia a tutti i prodotti che implicano il coinvolgimento animale,
comprese le uova e i derivati, come i latticini e il miele. Rappresenta la dieta
vegetariana "in senso stretto".
DIETA CRUDISTA
È una dieta vegana basata sul solo consumo di frutta e verdure crude o lavorate a
temperature non superiori ai 40°C.
DIETA FRUTTISTA
È una dieta vegana che ammette solo il consumo di frutti carnosi
(mela, pera, arancia, peperone, pomodoro, melanzana, zucchina, melone, anguria), i
semi oleosi (noci, nocciole, pinoli, pistacchi, mandorle) e semi germogliati (soia,
carota, orzo, arachidi ecc).
DIETA ECO-VEGANA
È una dieta vegana simile alla tradizionale, ma che impone il consumo di soli
alimenti vegetali provenienti da coltivazioni biologiche o bio-dinamiche.
Secondo i suoi sostenitori, la dieta vegetariana (in tutte le sue tipologie) è in grado, da
sola e senza integrazioni, di soddisfare le raccomandazioni per tutti i nutrienti. Come
vedremo in seguito, si tratta di un'affermazione quantomeno discutibile.
Di sicuro può avere un impatto metabolico positivo e favorire, per certi versi, il
mantenimento dello stato di salute.
La dieta vegetariana, associata a uno stile di vita salutare, riduce il rischio di queste
malattie legate allo stile di vita moderno:
SOVRAPPESO E OBESITÀ
La dieta vegetariana non è sempre correlata a un indice di massa
corporea normale.
Al contrario, molte forme di vegetarianesimo disorganizzate e mal gestite
possono favorire il sovrappeso.
E' il caso dei regimi nutrizionali che si basano principalmente sul consumo
di pasta e pane bianchi, patate, formaggi grassi, semi oleosi e oli da
condimento in abbondanza.
Al contrario, le diete vegetariane ricche di verdura fresca e con il giusto
quantitativo di frutta, formaggi, uova, cereali, oli, semi oleosi e tuberi,
dovrebbero favorire il mantenimento di un BMI compreso tra 18,5 e 25,0
(normale).
DIABETE MELLITO TIPO 2 E IPERTRIGLICERIDEMIA
Associamo questi due scompensi metabolici poiché i trigliceridi nel
sangue aumentano a causa dell'iperglicemia, il fattore caratteristico del diabete
mellito tipo 2 e del pre-diabete.
Non tutte le diete vegetariane sono preventive contro il diabete mellito tipo 2 e
l'ipertrigliceridemia.
Sono considerate benefiche solo quelle ricche di frutta e
verdura fresche, cereali e derivati integrali, e leguminose non decorticate.
L'ipertrigliceridemia viene migliorata dall'abbondanza in acido alfa
linolenico (polinsaturo omega 3 essenziale).
Al contrario, le diete vegetariane monotematiche a base di cereali e derivati
raffinati possono determinare un incremento della glicemia,
della trigliceridemia e favorire l'insorgenza di diabete (oltre che di sovrappeso).
IPERCOLESTEROLEMIA LDL
Le diete vegetariane, soprattutto quelle vegane, permettono di abbassare
notevolmente il colesterolo LDL e totale.
Ciò avviene grazie alla scarsità di colesterolo e di grassi saturi negli alimenti
consumati, ma anche in merito alla ricchezza di acidi grassi benefici
(soprattutto l'essenziale polinsaturo omega 6 acido linoleico) e altri fattori
nutrizionali che esercitano un impatto metabolico positivo (antiossidanti
polifenolici, vitamine A, C, E, lecitine vegetali e fitosteroli).
Le diete vegetariane che includono gli alimenti fritti e appartenenti alla
categoria dei junk food (snack dolci e salati) si caratterizzano invece per
l'abbondanza di oli tropicali (tendenzialmente saturi) e/o di acidi grassi
idrogenati (che hanno lo stesso impatto metabolico dei saturi).
IPERTENSIONE
L'esclusione delle carni e dei pesci conservati (salumi, insaccati da
cuocere, tonno in scatola ecc.) ha un effetto positivo sull'insorgenza
dell'ipertensione sodio-sensibile.
Inoltre, l'acido grasso polinsaturo essenziale omega 3 acido alfa linolenico,
abbondante in certi semi oleosi e oli, ha uno spiccato effetto ipotensivo.
Le diete vegetariane sono anche ricche di potassio e magnesio, due minerali
che ostacolano l'azione del sodio in eccesso a vantaggio della pressione
sanguigna.
Tuttavia, bisogna specificare che le diete vegetariane esercitano un ruolo
preventivo contro l'ipertensione solo quando permettono di mantenere il peso
normale e non fanno un uso abbondante di formaggi stagionati, alimenti
conservati e sale aggiunto.
MALATTIE VASCOLARI
I dati scientifici sono difficilmente interpretabili.
Il consumo di frutta e verdura sembra associato alla riduzione del rischio di
insorgenza per le patologie vascolari.
Questo perché, per varie ragioni, le diete vegetariane migliorano le patologie
metaboliche e diminuiscono il processo di aterosclerosi.
Inoltre, potrebbero avere un effetto positivo sulla fluidità del sangue e
diminuire il rischio di aggregazione piastrinica; ciò previene l'agglomerazione
di trombi potenzialmente responsabili di embolia e ictus. Il regime vegetariano
diminuisce statisticamente la mortalità per questa malattia.
Tuttavia alcuni reputano che le diete vegetariane possano essere responsabili
di iperomocisteinemia (per carenza di vitamina B12), un fattore di rischio
molto importante per le malattie vascolari.
CANCRO
I dati bibliografici che interessano la correlazione tra dieta e cancro non sono
del tutto chiari e talvolta risultano addirittura contrastanti.
Ad esempio, molti reputano che il consumo di proteine di origine animale
possa favorire la comparsa di certi tumori. In tal caso, le diete vegetariane
eserciterebbero senz'altro un ruolo preventivo.
D'altro canto le evidenze scientifiche in merito non sono assolutamente chiare
o ben definite.
È invece dimostrato che la ricchezza di fibre e antiossidanti vegetali (vitamine,
polifenoli ecc) possa avere un effetto preventivo contro le neoplasie del tubo
digerente.
Quali sono gli aspetti negativi delle diete vegetariane?
I classici problemi della dieta vegetariana riguardano la presunta carenza di ferro,
vitamina B12, vitamina D, proteine e calcio (soltanto nel caso vengano eliminati dalla
dieta anche latte e derivati). Se è vero che è possibile soddisfare i bisogni di questi
nutrienti evitando il ricorso a prodotti animali, occorre tener conto di alcuni aspetti
molto importanti:
1. Non tutte le persone possiedono approfondite conoscenze in campo alimentare
e dietetico; in assenza di tali basi, è molto facile cadere in errore, basta infatti
discostarsi anche di poco dai modelli alimentari proposti per ridurre l'apporto
di nutrienti al di sotto dei valori consigliati. Ad esempio, sostituendo
il radicchio verde con quello rosso si genererebbe un importante deficit
di ferro (ammesso che, come vedremo nel punto 4, il ferro del radicchio possa
avere un'importanza nutrizionale rilevante).
2. Gli stessi sostenitori del vegetarianesimo si tirano da soli la zappa sui piedi
quando, dopo aver affermato che la dieta vegana è salutare e completa,
suggeriscono il ricorso a integratori o alimenti fortificati per evitare
specifiche carenze vitaminiche o minerali. Soprattutto per uno sportivo, per
una donna gravida, per una nutrice, per un bambino piccolo e per un anziano,
la dieta vegana non è facile da “equilibrare” ed è normale che richieda
un'integrazione; sarebbe maturo, da parte della comunità vegana, ammettere di
essere potenzialmente soggetti a certe carenze nutrizionali. È un prezzo tutto
sommato ragionevole da pagare per difendere i propri principi e ideologie.
Nota: i sostenitori della dieta vegetariana puntano spesso il dito verso le proteine
animali, ritenute colpevoli di "acidificare" l'organismo, aumentando la perdita
di calcio con le urine. In realtà tale effetto - che si manifesterebbe soprattutto nel caso
di una dieta iperproteica ricca di junk-foods e povera di vegetali freschi - viene
almeno parzialmente compensato sia dall'effetto positivo dei peptidi
sull'assorbimento intestinale del minerale, sia dal loro stimolo sulla secrezione
di ormoni anabolici con effetto trofico sull'osso.
Non dobbiamo poi dimenticare che la mineralizzazione ossea non dipende solo dal
calcio, ma anche dalla vitamina D, dal fosforo, magnesio e potassio e anche dai livelli
di sodio e dalle condizioni generali dello stato nutrizionale (una dieta povera
di calorie e la magrezza eccessiva favoriscono la demineralizzazione ossea).
EPA e DHA
L'acido eicosapentaenoico (EPA) e l'acido docosaesaenoico (DHA) sono due lipidi
semiessenziali appartenenti alla famiglia omega 3.
Possono essere sintetizzati nell'organismo a partire dall'omega 3 essenziale
vegetale acido alfa-linolenico, di cui le diete vegetariane sono ricche.
D'altro canto, si ipotizza che, per ragioni metaboliche, l'organismo (soprattutto in
caso di gestazione, senescenza e accrescimento) non sia sempre capace di soddisfare
interamente le necessità.
EPA e DHA esibiscono moltissime funzioni di grande importanza (metabolica e
strutturale nervosa). Abbondano nei prodotti della pesca. Recentemente se n'è
scoperta la presenza nelle alghe, anche se, per ragioni strettamente culturali, solo una
piccola fetta di popolazione sceglie di inserirle nella dieta abituale.
Iodio
Lo iodio è contenuto principalmente nei prodotti della pesca di mare e nelle alghe. E'
responsabile della funzione tiroidea.
Il raggiungimento della razione raccomandata è difficile anche nella dieta abituale.
Per quel che concerne l'apporto di iodio con le alghe, vale lo stesso discorso fatto per
gli AGE omega 3.
Alcuni alimenti (cavolo, rapa, manioca, cipolla e noci) contengono sostanze che
ostacolano l'assorbimento di iodio. Se a tale aspetto aggiungiamo l'esclusione del
pesce dalla dieta vegetariana e il ridotto consumo di sale iodato, non è difficile
ipotizzare carenze di questo minerale, con tutte le conseguenze del caso (disfunzioni
tiroidee come il gozzo).
Vitamina B2 o Riboflavina
Contenuta soprattutto nel latte e derivati,è una vitamina idrosolubile che sta alla base
dei cofattori enzimatici FAD e FMN.
Ha quindi un'importanza primaria nei metabolismi cellulari.
La carenza è comunque un'eventualità molto RARA e generalmente si correla a
malnutrizione generalizzata. Può manifestarsi più facilmente nei fruttisti.
Altre Possibili Carenze
A tutte queste carenze vanno aggiunti possibili deficit di vitamina D, acidi
grassi omega tre (specie nelle diete vegane in cui non si consumano alghe, semi
ed olio di semi di lino o altri oli ricchi di acido alfa linolenico), zinco (il cui
assorbimento è, similmente a quello di calcio e ferro, inibito dalla presenza di fitati)
e carnitina.
Difficile, ma non impossibile, una carenza proteica, dato che gli alimenti di origine
vegetale sono spesso carenti di uno o più amminoacidi essenziali.
Ovviamente tutte queste possibili mancanze sono tanto più probabili quanto più la
dieta è ristretta, per cui se la dieta vegetariana appare tutto sommato salutisticamente
accettabile, altrettanto non si può dire per quella vegana e ancor meno per quella
crudista o fruttista, che appaiono ancor più inadeguate in periodi "delicati" della vita
come l'infanzia, la gravidanza, l'allattamento e la terza età.
Nessun cibo è in grado di fornire da solo tutti i nutrienti nelle giuste proporzioni; per
questo, il consumo di un'ampia gamma di alimenti è una delle caratteristiche più
importanti per decretare efficacia e razionalità di una dieta.
Benefici del Vegetarianesimo
Se è vero che esistono moltissimi studi che attribuiscono alla dieta vegetariana una
buona efficacia nel diminuire l'incidenza di alcune malattie, occorre tener presente
che altre ricerche smentiscono tali ipotesi, e altre ancora le ribaltano completamente
(maggior incidenza di alcuni tumori nelle persone vegetariane).
Bisogna inoltre considerare che tendenzialmente il vegetariano è una persona attenta
alla propria salute, normopeso e che adotta stili di vita salutari (spesso non fuma e fa
un moderato uso di alcol).
Non ha quindi alcun senso paragonare chi segue una dieta vegetariana con "l'uomo
medio", che più facilmente è in sovrappeso con abitudini di vita scorrette.
Imputare al consumo di carne l'insorgenza di malattie legate alle abitudini
dietetiche del mondo occidentale è quindi poco realistico, anche se ascoltando un
sostenitore della dieta vegetariana si sente spesso il contrario.
Le patologie a cui si fa riferimento sono infatti correlate a numerosi fattori
nutrizionali e, solo in parte, all'eccessivo consumo di alcuni tipi di carne.
Una bistecca, checché se ne dica, non ha mai ucciso nessuno ed è assurdo rinunciarvi
solo perché si crede di far un favore alla propria salute.
La natura non sempre è amica della nostra salute, basti pensare per esempio
alla stricnina, o alle sostanze con cui le piante si difendono dagli erbivori, uomo
compreso.
In uno studio, circa il 50% di queste sostanze ha dimostrato una tossicità più o meno
equivalente rispetto ai pesticidi di sintesi, con la differenza che quelli sintetici si
sciacquano via, mentre quelli naturali sono intrinseci nell'alimento.
Alcuni di questi "veleni naturali" hanno addirittura dimostrato un potere cancerogeno
superiore.
Il concetto di "naturale" uguale "buono positivo" sarà pure affascinante, ma di certo
ben lontano dall'essere vero.
Le aflatossine (sostanze tossiche di natura fungina) sono un altro esempio di come gli
alimenti vegetali non siano affatto privi di sostanze cancerogene e di come spesso i
problemi relativi al consumo di cibi animali originino dal regno vegetale.
La solanina delle patate, l'estragolo del basilico, il cianuro presente nei semi delle
pesche o delle mele e le microcistine presenti in alcuni integratori di alghe, sono altri
esempi di come la natura non sia sempre così generosa come qualcuno vorrebbe far
credere.
Se la scelta di seguire una dieta vegetariana è dettata da motivazioni etiche,
economiche o religiose, è giusto seguire e rispettare i propri ideali, facendosi seguire
da un medico per accertarsi che la propria alimentazione sia realmente corretta e
bilanciata.
Grazie alla supervisione di un esperto e all'eventuale assunzione di alimenti fortificati
e di integratori specifici, è possibile colmare le lacune indotte dall'allontanamento
parziale o totale degli alimenti animali dalla dieta.
Non ha invece alcun senso aderire al vegetarianesimo soltanto perché convinti che
così facendo si faccia qualcosa di positivo per la propria salute.
Piuttosto che seguire una dieta vegetariana, in questi casi è sicuramente meglio
crearsi una solida cultura alimentare, scoprendo un po' per volta le regole e i principi
di una sana alimentazione.
Dieta chetogenica
La dieta chetogenica è una strategia nutrizionale basata sulla riduzione
dei carboidrati alimentari, che “obbliga” l'organismo a produrre autonomamente
il glucosio necessario alla sopravvivenza e ad aumentare il consumo
energetico dei grassi contenuti nel tessuto adiposo.
Dieta chetogenica significa “dieta che produce corpi chetonici” (un residuo
metabolico della produzione energetica).
Regolarmente prodotti in quantità minime e facilmente smaltibili con le urine e
la ventilazione polmonare, nella dieta chetogenica i corpi chetonici raggiungono un
livello superiore alla condizione normale. L'eccesso indesiderato di corpi chetonici,
responsabile della tendenza all'abbassamento del pH sanguigno, è detto chetosi.
Anche l'attività motoria incide, positivamente o negativamente (a seconda del caso),
sulla condizione di chetoacidosi.
La presenza di corpi chetonici nel sangue esercita diversi effetti sull'organismo;
alcuni vengono considerati utili nel processo di dimagrimento, altri sono di tipo
“collaterale”.
Non esiste un solo tipo di dieta chetogenica e sono chetogenici tutti gli stili alimentari
che forniscono una quantità di carboidrati inferiore al necessario, ad esempio la dieta
Atkins o la LCHF (lowcarb, high fat - basso contenuto di carboidrati, grassi elevati).
Alcuni tipi di dieta chetogenica vengono utilizzati in ambito clinico, ma si tratta di
sistemi prevalentemente sfruttati nel campo del fitness e della cultura estetica.
La dieta chetogenica (in inglese ketogenicdiet o ketodiet) è uno schema nutrizionale:
- A basso contenuto di calorie (dieta ipocalorica)
- A basso contenuto percentuale e assoluto di carboidrati (dieta lowcarb)
- Ad alto contenuto percentuale di proteine, anche se la quantità assoluta (in
grammi) è più spesso di media entità
- Ad alto contenuto percentuale e assoluto di lipidi.
Questa strategia alimentare viene utilizzata soprattutto in tre contesti (molto diversi
tra loro):
1. Dimagrimento (meglio se sotto controllo medico)
2. Terapia alimentare di certe patologie metaboliche come l'iperglicemia e
l'ipertrigliceridemia (SOLO sotto controllo medico)
3. Riduzione dei sintomi associati all'epilessia infantile (ESCLUSIVAMENTE
quando il soggetto non risponde alla terapia farmacologica e SOLO sotto
controllo medico).
L'aspetto più importante per raggiungere lo stato di chetosi è mangiare alimenti che
non contengono carboidrati, limitare quelli che ne apportano pochi ed evitare i cibi
che ne sono ricchi.
Gli alimenti consigliati sono:
- Carne, prodotti della pesca e uova – I gruppo fondamentale degli alimenti
- Formaggi - II gruppo fondamentale degli alimenti
- Grassi e oli da condimento – V gruppo fondamentale degli alimenti
- Ortaggi – VI e VII gruppo fondamentale degli alimenti.
Gli alimenti sconsigliati invece, sono:
- Cereali, patate e derivati – III gruppo fondamentale degli alimenti
- Legumi – IV gruppo fondamentale degli alimenti
- Frutti - VI e VII gruppo fondamentale degli alimenti
- Bibite dolci, dolciumi vari, birra ecc.
In genere, si consiglia di mantenere un'assunzione di carboidrati inferiore o uguale a
50 g/die, organizzata idealmente in 3 porzioni con 20 g ciascuna.
Una linea guida piuttosto severa per una corretta dieta chetogenica prevede una
ripartizione energetica di:
- 10% da carboidrati
- 15-25% di proteine (non dimenticando che le proteine, contenendo
anche amminoacidi glucogenici, partecipano a sostenere il livello di glucosio
nel sangue)
- 70% o più da grassi.
Per identificare un eventuale stato di chetosi è possibile svolgere dei test dell'urina
(con appositi strip per l'urina), del sangue (misuratori ematici dei chetoni) o del
respiro (analizzatore dei chetoni nell'alito). Tuttavia si può anche fare affidamento a
certi sintomi “rivelatori”, che non richiedono nessun test:
- Bocca asciutta e sensazione di sete
- Aumento della diuresi (per la filtrazione di acetoacetato)
- Alito o sudore acetonico (per la presenza di acetone) che scappa attraverso il
nostro respiro
- Riduzione dell'appetito
- Spossatezza.
Non esiste una vera e propria distinzione tra chetosi e non chetosi. Il livello di questi
composti è influenzato dalla dieta e dallo stile di vita. Tuttavia, è possibile affermare
che esiste un range ottimale per il corretto funzionamento della dieta chetogenica:
- Sotto 0,5 mmol di chetoni per litro di sangue non è considerata chetosi.
- Tra 0,5-1,5 mmol/l si parla di chetosi leggera
- Con 1,5-3 mmol/l la chetosi è definita ottimale
- Valori di oltre 3 mmol/l, oltre a non essere maggiormente efficaci,
compromettono lo stato di salute (soprattutto in caso di diabete mellito tipo 1)
- Valori oltre 8-10 mmol/l sono difficili da raggiungere con la dieta. Talvolta
vengono ottenuti nelle malattie o per mezzo di attività fisica inadeguata; si
correlano a sintomi anche molto gravi.
La produzione energetica cellulare avviene grazie alla metabolizzazione di alcuni
substrati, soprattutto glucosio ed acidi grassi. Per lo più, questo processo inizia
nel citoplasma (glicolisi anaerobica – senza ossigeno) e termina nei mitocondri (ciclo
di Krebs – con ossigeno - e ricarica dell'ATP). Nota: le cellule muscolari sono anche
in grado di ossidare buone quantità di amminoacidi ramificati. Bisogna però
sottolineare due aspetti fondamentali:
- Alcuni tessuti, come quello nervoso, funzionano “quasi” esclusivamente a
glucosio
- Il corretto utilizzo cellulare degli acidi grassi è subordinato alla presenza di
glucosio che, se carente, viene prodotto dal fegato mediante neoglucogenesi (a
partire da substrati come amminoacidi glucogenici e glicerolo).
Nota: da sola, la neoglucogenesi non è in grado di soddisfare definitivamente, nel
lungo termine, le richieste metaboliche dell'intero organismo.
Ecco perché i carboidrati, pur non potendo essere definiti “essenziali”, vanno
considerati nutrienti comunque indispensabili e se ne consiglia un'assunzione minima
di 180 g/die (la quantità minima per garantire la piena funzionalità del sistema
nervoso centrale).
Spieghiamo ora come avviene la liberazione di corpi chetonici.
Durante la produzione energetica, gli acidi grassi vengono dapprima ridotti
in CoA (coenzima A) e, subito dopo, fatti entrare nel ciclo di Krebs. Qui si legano
all'ossalacetato per giungere a un'ulteriore ossidazione, fino a terminare con la
liberazione di anidride carbonica ed acqua. Quando la produzione di acetilCoA
tramite lipolisi eccede la capacità di assorbimento dell'ossalacetato, avviene la
formazione dei cosiddetti corpi chetonici.
Nota: ogni corpo chetonico è formato da due molecole di acetilCoA.
I corpi chetonici sono di tre tipi:
- Acetone
- Acetoacetato
- 3-idrossibutirrato.
I corpi chetonici possono essere ulteriormente ossidati, in particolare dalle cellule
muscolari, dal cuore e in minor parte dal cervello (che li usa soprattutto in carenza di
glucosio), oppure eliminati con le urine e con la ventilazione polmonare. Inutile
specificare che aumentando i corpi chetonici nel sangue aumenta anche il carico di
lavoro dei reni.
Se la produzione di corpi chetonici oltrepassa la capacità di smaltimento
dell'organismo, si accumulano nel sangue dando luogo alla cosiddetta chetosi.
Anche detta chetoacidosi, questa condizione abbassa il pH sanguigno definendo il
quadro tipico dell'acidosi metabolica (tipica dei diabetici non trattati). In casi estremi
l'acidosi può portare al coma e persino alla morte.
Il ruolo dell'attività motoria sulla chetoacidosi è, in un certo senso, contradditorio.
Partendo dal presupposto che il ricorso alla dieta chetogenica è comunque una
forzatura metabolica - che a lungo andare può portare a conseguenze spiacevoli,
anche in un organismo giovane e ben allenato - è doveroso specificare che:
- Da un lato, l'esercizio fisico intenso aumenta le richieste energetiche di
glucosio favorendo la produzione e l'accumulo di corpi chetonici.
- Dall'altro, l'esercizio fisico moderato aumenta l'ossidazione dei corpi chetonici
stessi opponendosi al loro accumulo e agli effetti negativi che possono
esercitare nell'organismo.
Abbiamo già detto che l'organismo ha comunque bisogno di glucosio e che, se non
viene assunto con la dieta, dev'essere prodotto con la neoglucogenesi. Indispensabile
al corretto funzionamento soprattutto del tessuto nervoso, il glucosio è anche
necessario al completamento dell'ossidazione lipidica.
La gluconeogesi è un processo che porta alla formazione di glucosio a partire dallo
scheletro carbonioso di alcuni amminoacidi (detti glucogenici, ovvero che danno
origine all'ossalacetato); in misura inferiore, anche da glicerolo e acido lattico.
Questo processo assicura un apporto costante di energia anche in condizioni di
carenza di glucosio, ma costringe fegato e reni a lavorare di più per eliminare l'azoto.
La dieta chetogenica può esercitare dei vantaggi:
- Facilita il dimagrimento grazie a:
Riduzione delle calorie totali
Mantenimento di glicemia e insulinemia costanti
Aumento del consumo di grassi a scopo energetico
Incremento del dispendio calorico globale per aumento dell'azione dinamico
specifica e del “lavoro metabolico”
- Ha un effetto anoressizzante
- Può essere utile nel contrastare i sintomi dell'epilessia che non risponde ai
farmaci, soprattutto nei bambini.
La dieta chetogenica può mostrare anche parecchi svantaggi, la maggior parte dei
quali dipende dai livelli di corpi chetonici presenti nel sangue:
- Aumento della filtrazione renale e della diuresi (escrezione dei corpi chetonici
e delle scorie azotate)
- Tendenza alla disidratazione
- Aumento del carico di lavoro dei reni
- Possibile effetto tossico sui reni da parte dei corpi chetonici
- Possibile ipoglicemia
- Possibile ipotensione
- Keto-influenza o “keto-flu” in inglese; è una sindrome legata allo scarso
adattamento dell'organismo dopo 2-3 giorni dall'inizio della dieta chetogenica.
Comprende: Mal di testa, Affaticamento, Vertigini, Nausea leggera, Irritabilità.
- Nei soggetti più sensibili, aumento della possibilità di svenimento (dovuta alle
due precedenti)
- Maggior tendenza a:Crampi muscolari, Stipsi, Sensazione di palpitazioni
cardiache
- Aumento del carico di lavoro del fegato, per incremento della neoglucogenesi,
dei processi di transaminazione e deaminazione
- In presenza di attività motoria intensa e/o prolungata, catabolismo muscolare
- È sbilanciata e tende a limitare l'assunzione di alcuni nutrienti anche molto
importanti
- Può essere particolarmente nociva per:
o I soggetti malnutriti come, ad esempio, i soggetti colpiti da disturbi
del comportamento alimentare (DCA)
o I diabetici di tipo 1
o Gravide e nutrici
o Chi già soffre di patologie epatiche e/o renali.
Osservando e comparando attentamente la lista dei vantaggi con quella degli
svantaggi, pare che la dieta chetogenica non sia una vera e propria “manna dal cielo”.
In effetti, si tratta di un metodo controindicato in parecchie situazioni; richiede anche
una certa “sensibilità individuale”, oppure l'utilizzo di strumenti analitici che
assicurano di rientrare perfettamente nell'ambito della “chetosi ideale”. È senza
dubbio una strategia alquanto macchinosa e poco spontanea. Tuttavia, è ancora oggi
molto utilizzata nell'ambito del dimagrimento e della terapia alimentare contro
l'iperglicemia cronica.
La ricerca scientifica suggerisce che, se utilizzata correttamente, la dieta chetogenica
può non solo essere utile, ma anche rimediare al alcuni danni provocati dalle diete
ricche di carboidrati (obesità, diabete mellito tipo 2, ipertrigliceridemia ecc).
Evitare di assumere glucosio tramite la dieta e costringere il corpo ad utilizzare i
meno convenienti amminoacidi è una strategia alquanto “discutibile”, perché
intossica l'intero organismo, tende ad affaticare inutilmente fegato e reni, rende meno
efficienti il sistema nervoso ed i muscoli.
D'altro canto, i potenziali effetti negativi, di GRAVE entità, delle diete chetogeniche
sono più limitati di quanto molti credano; o meglio, la sola dieta chetogenica, nel
breve termine, NON causa insufficienza renale, insufficienza epatica, riduzione
del metabolismo basale e compromissione della tiroide, demineralizzazione
ossea ecc. Quel che potrebbe invece accadere nel lungo termine rimane ancora
oggetto di studi; di certo, la dieta chetogenica non dev'essere intesa come una
strategia alimentare definitiva, soprattutto viste le controindicazioni che può avere in
certe situazioni.
E' comunque indubbio che tutto questo lavoro, oltre a mantenere bassi i livelli
glicemico-insulinici (responsabili, assieme all'eccesso calorico, del deposito
adiposo), aumenti la quantità di calorie bruciate, stimoli la secrezione di ormoni e la
produzione di metaboliti che favoriscono lo smaltimento del grasso e sopprimono
l'appetito. Per tutti questi motivi l'efficacia "dimagrante" della dieta chetogenica è
tutto sommato elevata.
La dieta chetogenica funziona nell'immediato ma sottopone l'organismo ad uno
stress continuo e non salutare. Se mal progettata, in particolare quando mal ripartita
o eccessivamente restrittiva, la dieta chetogenica dev'essere abbandonata e
rimpiazzata con altre strategie alimentari meno pericolose ed ugualmente efficaci.
Nonostante venga anche usata nel trattamento dell'epilessia che non risponde
adeguatamente ai farmaci, in altri contesti la dieta chetogenica può essere
particolarmente dannosa. E' infatti una delle strategie alimentari “estreme” più
diffuse in certi disturbi del comportamento alimentare (DCA). Se eseguita da un
soggetto colpito da diabete mellito tipo 1 (anche se effettivamente non ce ne sarebbe
alcun motivo), richiede moltissima attenzione e il supporto medico, perché potrebbe
avere gravissime conseguenze per la salute. Inoltre, essendo fortemente sbilanciata,
può compromettere la richiesta nutrizionale della donna incinta o della nutrice.