Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
7 visualizzazioni5 pagine

Socrate

Filosofia

Caricato da

martina correddu
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
7 visualizzazioni5 pagine

Socrate

Filosofia

Caricato da

martina correddu
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

3.

Alle radici della nostra civiltà: Socrate


Socrate nacque ad Atene nel 469 a.C. Fu educato alla maniera dei giovani benestanti,
frequentando le palestre e praticando musica e poesia. Sposato con Santippe, raffigurata
insopportabile dalla tradizione, ebbe tre figli. Nel 404, quando erano al potere i Trenta
tiranni, Socrate si oppose al volere di Crizia, un giovane aristocratico che gli comandava di
arrestare un giovane innocente appartenente al partito democratico. Caduti i Trenta nel 403
e ritornati al potere i democratici, Socrate venne condannato a morte con l’accusa di
introdurre divinità nuove e corrompere i giovani. Era la primavera del 399 a.C.

Il contesto in cui vive è opera Socrate


La sofistica, con il suo relativismo, corrose definitivamente le antiche certezze.
Questo produsse un diffuso malcontento presso le classi conservatrici, che cominciarono a
guardare con ostilità non solo i sofisti, ma anche l’insieme dei filosofi.
È in questo difficile clima che vive e opera Socrate, il quale da un lato si propone di
combattere le posizioni relativiste della sofistica,e dall’altro deve subire l’ostilità delle classi
conservatrici che assimilavano in modo superficiale la sofistica, nei suoi aspetti più negativi.
Un esempio di tale diffidenza verso la filosofia è fornito dalla commedia “Le nuvole del
conservatore Aristofane” (450-385 a.C), in cui Socrate è rappresentato come un
personaggio strano, dedito a inutili ricerche, che filosofeggia alla maniera dei sofisti di
ultima generazione giocando con le parole.
Alla fine della commedia, un cliente deluso, non quanto non ha appreso da Socrate né
nuove conoscenze né una nuova arte, compie un gesto che molti dei contemporanei della
classe di Senofane avrebbero voluto fare: incendia il pensatoio (si libera dei filosofi).
Questa scena prefigura il dramma di Socrate, l’uomo giusto e saggio che nel 399 a.C sarà
condannato a morte dal tribunale di Atene. Per capire il processo a Socrate, dobbiamo
interrogarci sul personaggio Socrate, sul suo carattere e qualità morali. C’è quindi una
totale compenetrazione tra filosofia e vita; è questa coincidenza che fa di Socrate il
filosofo per eccellenza.

La straordinaria figura di Socrate


Socrate non scrisse nulla, e dunque, non lascio testimonianza diretta di sé. Egli preferiva
il contatto immediato con le persone, in particolare i giovani, ed era solito parlare a ciascuno
di essi, senza la mediazione della scrittura.
Sulla figura e sul pensiero di questo personaggio, abbiamo molte testimonianze indirette, tra
cui spicca quella di Platone, il più attendibile interprete del pensiero del maestro.
Socrate è anche il protagonista di altri scritti, detti “Discorsi socratici” , in cui troviamo
notizie sulla vita e sul pensiero di un uomo che doveva essere visto come una figura fuori
dell’ordinario. Platone ci presenta un Socrate “scopritore del concetto” e teorico della “virtù
come scienza”. Dunque, ricaviamo una notevole quantità di informazioni su Socrate, a
partire dall’aspetto fisico per continuare con l’esposizione del pensiero e la descrizione di
una vita dedita all’educazione dei giovani e alla riflessione.

Perché Socrate fu condannato a morte?


Finito il governo illuminarono di Pericle, la città dovette infatti subire la dittatura dei Trenta
tiranni, e alla loro caduta, il ritorno di un governo democratico. Socrate fu messo a morte
proprio durante il periodo della restaurata democrazia. Egli fu condannato, dunque, in una
fase di crisi della politica e della democrazia, in cui il potere avvertiva come una grave
minaccia le istanze critiche di un personaggio popolare come lui.
Socrate fu accusato e riconosciuto colpevole di non onorare gli dei della sua città, anzi
di aver importato nuove divinità, e di aver corrotto i giovani. Tali accuse in realtà,
nascondevano la forte preoccupazione del governo per un personaggio che poteva minare
le basi già instabili del sistema politico.
Inoltre, non è da escludere un sentimento generale di rancore e di ostilità verso gli
intellettuali da parte di strati molto ampi della popolazione, che consideravano i filosofi
responsabili dello stato di crisi in cui versava la pólis. Non si dimentichi, infatti, che Socrate
non fu condannato da un gruppo ristretto di persone, ma dalla maggioranza.
C’è da aggiungere che la morte fu il sigillo estremo della grandezza spirituale di
Socrate. Se infatti si fosse mostrato meno deciso nel ribadire di fronte al tribunale le sue
tesi o avesse accettato, la sentenza probabilmente non sarebbe stata emessa. Inoltre è
significativo il modo in cui il filosofo affrontò la situazione: la condanna fu eseguita soltanto
dopo un mese.
Egli trascorse serenamente in carcere quel periodo di attesa, rifiutandosi di evadere, il
quale avrebbe potuto corrompere il carceriere. L’ultimo giorno, dopo essersi lavato per
giungere all’ora decisiva, appena tramontato il sole, bevve con serenità la coppa di veleno.
La morte di Socrate può essere interpretata, dunque, come l’atto conclusivo di il
coronamento di un’esistenza vissuta all’insegna del rigore morale e del perfezionamento
interiore.

Storia di una vita dedicata alla ricerca


L’opera comincia con il responso dell’oracolo di Delfi, che indica in Socrate l’uomo più
saggio e suscita nel filosofo perplessità e imbarazzo. Socrate inizia la sua ricerca presso
gli uomini che avevano fama di grande sapienza, innanzitutto presso un uomo politico
importante. Si intrattiene con lui in una incalzante conversazione, giungendo a comprendere
che quest’uomo, pur ritenendosi molto saggio, in realtà non lo è. Il filosofo si sente allora in
dovere di mettere a nudo tale ignoranza e per questo attira l'ostilità dei suoi interlocutori. Ma
in definitiva perché proprio lui, Socrate, è da considerarsi il più saggio?
Socrate è il più saggio perché sa di non sapere. Socrate si sente investito di una
missione divina: scuotere gli uomini dal loro torpore spirituale. Probabilmente Socrate
è stato condannato anche per questa sua modalità di pungolare incessantemente gli
uomini e costringerli a dubitare delle loro incertezze. Il fragile governo democratico non
poteva gradire un personaggio che sembrava mettere in dubbio le verità consolidate e la
stessa religiosità tradizionale, per affermare una nuova libertà e una nuova cura, quella
dell’anima.

Il metodo socratico: un invito a ragionare


Socrate, dunque, metteva in crisi i suoi interlocutori, insinuando in loro il dubbio, o piú
esattamente, quell’attitudine della filosofia a chiedersi sempre “che cosa è ciò?” e “perché
questo?”.
Ai suoi interlocutori, Socrate rivolgeva una domanda molto semplice: “parli del rispetto dei
genitori, del bene della città, della virtù e del coraggio, ma ti sei mai chiesto cosa
sono il bene, il rispetto, la santità, la religione, la virtù e il coraggio?” . Socrate non
arrivó a formulare concetti universali, né fu in grado di fornire la definizione di bene o di virtù.
Il suo intento fu piuttosto quello di dimostrare che coloro che si reputavano sapienti non lo
erano affatto, in quanto non conoscevano quello di cui parlavano in profondità. A tal
proposito egli adottava un metodo che si componeva di due momenti fondamentali: uno
critico e “negativo”, l’ironia; l’altro costruttivo e “positivo”, la maieutica.
Vediamo innanzitutto in cosa consiste l’ironia.
Dialogando con i suoi interlocutori, Socrate chiedeva loro di pronunciarsi su un particolare
tema e, ascoltando la risposta, mostrava in prima istanza di accettarla come valida. Egli
dichiarava di non conoscere l’argomento in questione. Poco per volta però, risultava chiaro
che anche l’interlocutore non sapeva realmente che cosa fosse ciò di cui si parlava, o
quantomeno ne possedeva una conoscenza incompleta.
A questo punto subentrava il momento maieutico, il cui fine era quello di far capire quanto
fosse importante ricercare sempre la verità. Socrate riteneva che ognuno dovesse sforzarsi
di individuare e sviluppare dentro di sé i germi della verità. Per spiegare il senso del suo
filosofare, ricorreva a un paragone della sua esperienza famigliare e affermava di svolgere lo
stesso mestiere della mamma Fenarete, che era una levatrice, con la differenza che egli
aiutava a partorire non i corpi, ma le idee. Per questo il suo compito veniva definito
“maieutico” (arte della levatrice).
Il compito che Socrate si attribuiva può essere così sintetizzato:
● Socrate, come le levatrici greche, che erano tutte anziane e dunque, non più in
grado di partorire, non poteva egli stesso generare, cioè non poteva proporre
nuove conoscenze, dal momento che “sapeva di non sapere”, non era esperto in
nulla;
● la sua missione consisteva nell’esaminare e nel mettere alla prova i giovani, in
modo da capire se le loro intelligenze fossero gravide di pensieri giusti e degni di
essere sostenuti.
● Il contesto educativo in cui questa missione si esplicava era quello del dialogo tra
amici, fatto di domande e risposte brevi. Perché il dialogo conseguisse gli esiti
desiderati era necessario che ci fosse fiducia reciproca e una comune aspirazione
alla “verità”.
Quindi Socrate concepiva la sua missione come un invito a ragionare. Quello che
proponeva non era un sapere raggiungibile in modo definitivo una volta per sempre; si
trattava piuttosto di un tipo di conoscenza che si conseguiva nell’interiorità della
propria anima e che conduceva alla consapevolezza di se stessi e dei propri limiti.
In questa prospettiva, il ruolo che Socrate si riconosceva non era di certo quello del saggio
o del professore: egli intendeva l’istruzione come uno strumento per aiutare a riflettere e
trovare una soluzione personale ai problemi.
È una visione che rivela un forte ottimismo, in quanto implica fiducia nelle risorse interiori
degli uomini. Per Socrate, chi sa ascoltare la voce dell’anima non può evitare di raggiungere
la conoscenza del bene e quindi di praticare la virtù che con essa coincide.

Una nuova concezione della virtù


Il progetto socratico mette capo più a un metodo e a un’attività che a un sistema
compatto di nozioni e conoscenze.
Anche il concetto tradizionale di “virtù” , intesa come prestazione d’eccellenza in un campo
particolare, tende ora ad acquistare un carattere più generale. Diciamo che si avverte
l’esigenza di subordinare questo sapere tecnico specifico a una virtù di carattere
superiore che porti a sintesi le virtù “particolari”.
La convinzione di Socrate è che le singole virtù non bastino per realizzare una vita
soddisfacente e che sia necessario raggiungere una visione unitaria della virtù che viene
a identificarsi con la filosofia stessa.

La virtù è conoscenza
Socrate afferma che chi conosce il bene non può commettere il male, ritenendo che la virtù
morale derivi dalla retta conoscenza del bene.
Socrate doveva essere una persona rigorosa ed equilibrata che, con ogni probabilità, era
arrivata a uno stadio di perfezionamento psicologico e morale tale da non avvertire il
conflitto tra la ragione e gli istinti. Chi si rende conto razionalmente del male, non può
seguirlo; colui che commette un’azione ingiusta, lo fa perché non ha realmente compreso
ciò che sta facendo. È proprio per la sua integrità morale che Socrate può sostenere che la
virtù è conoscenza, riferendosi a un sapere concepito come continua ricerca e riflessione
su ciò che è bene fare per se stessi e per la comunità. E il “bene” non è qualcosa di
assoluto è definito una volta per tutte, ma ciò che un’attenta analisi razionale ci fa
comprendere.
In altre parole, Socrate ritiene che non si debba agire in modo acritico e superficiale, ma che
sia necessario comportarsi sempre in modo consapevole.
La virtù diventa quindi l’obiettivo principale della filosofia intesa come realizzazione
condivisa di quella ricerca razionale che può illuminare e guidare le azioni degli
uomini.

La cura dell’anima: un’idea chiave della tradizione filosofica europea


Per i filosofi presocratici la “psiche” equivaleva all’ultimo respiro o “soffio vitale” esalato dal
morente. Soltanto con Socrate “psiche” diventa “anima”, cioè vita interiore. Per Socrate
l’anima è la dimensione più profonda dell’uomo, è la sua personalità morale: guardando
nell’anima l’uomo scopre ciò che è veramente bene fare.
A questo proposito, dobbiamo precisare che Socrate diceva di sentire nella sua anima la
voce di un demone, il quale nei momenti decisivi della vita, lo metteva in guardia da
quello che doveva evitare.
Il demone socratico è stato interpretato dai critici come la voce della coscienza etica e
civile dell’uomo o come la voce divina.
Socrate vede quindi nella cura dell’anima la più importante delle attività umane, per il
semplice motivo che è l’anima ciò che qualifica l’uomo come tale. L’azione malvagia
rende l’uomo cattivo è infelice allo stesso tempo, sgradito alla divinità. La conclusione
socratica è che il vero male non è la morte del corpo, ma la morte dell’anima.
Riprendendo questi concetti, Platone, nel dialogo “Fedone”, ci racconta l’ultimo giorno di
vita di Socrate mentre attende la morte con straordinaria calma e serenità. Fatta
allontanare la moglie Santippe, egli rincuora i suoi amici dicendo che il vero Socrate non è
quello che sta per morire, ma quello che andrà a vivere lontano da quel luogo.
Socrate lascia in eredità alla filosofia occidentale la prima concezione dell’anima come
centro della personalità morale dell’uomo. Una “cura dell’anima” intesa soprattutto come
un compito intellettuale e morale si realizza sia attraverso la ricerca senza fine, sia
attraverso la condotta pratica della vita.

Socrate e la sofistica
Tra Socrate e la sofistica ci sono in comune delle significative convergenze di pensiero.
Socrate condivide con i maggiori esponenti della sofistica, in particolare con Protagora, il
principio secondo cui la cosa più importante nella vita è prendersi cura dell’uomo da cui
scaturisce l’interesse per i problemi linguistici, educativi e politici. Non va infatti
dimenticato che Socrate fu una figura di intellettuale militante, che dedicò la vita
all’educazione dei giovani. Egli mise al vertice delle sue preoccupazioni la cura dell’uomo,
della sua anima, della società.
Un importante punto di convergenza tra Socrate e la sofistica è rappresentato
dall’attenzione al linguaggio e al discorso. Il metodo socratico infatti, consisteva in
continue conversazioni con i giovani discepoli a cui egli impartiva lezioni passeggiando
nelle piazze e per le strade della città. La filosofia di Socrate è costituita da un incessante
dialogare, fatto di domande e risposte brevi.
Ma sono tante anche le differenze tra Socrate e la sofistica. Innanzitutto Socrate non
accettava nulla in modo passivo e sottoponeva tutto a esame critico. Quindi più che un
maestro, egli era un esaminatore.
Egli non voleva tramandare la sua sapienza nei propri allievi, ma “gettare dei semi”, i
semi della critica e del dubbio, con l’intento di portarli a “partorire” la verità in modo
autonomo, responsabile e personale.
Un altro motivo di diversità dalla sofistica è costituito dalla finalità che egli assegnava
all’educazione. Mentre i sofisti si ponevano l’obbiettivo di insegnare la retorica, Socrate
tendeva a risvegliare nell’anima di ognuno il valore del bene, del giusto, della virtù, i
valori fondamentali che danno senso alla vita.
Secondo il giudizio di Socrate i sofisti detenevano un sapere letterario retorico, incapace di
migliorare l’anima degli uomini. In questa opposizione alla sofistica, da interpretare come
una dura critica alla politica, possiamo scorgere una delle eredità più significative di
Socrate.

Potrebbero piacerti anche