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Leopardi

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LA VITA

Nel 1798 nasce a Recanati nelle Marche, uno degli stati più arretrati d’Italia (quello pontificio), lontano dai fermenti politici,
sociali e culturali in Italia.
Giacomo Leopardi primogenito di una nobile casata, il padre è il conte Monaldo e la madre Adelaide Antici.
Il padre è un gentiluomo di provincia, sostenitore ecclesiastico e contro ogni riforma politica, bibliofilo erudito, intellettuale
conservatore, è affettuoso quanto possessivo e fin dalla giovinezza di Leopardi sostiene la sua inclinazione letteraria. Possiede
infatti una notevole biblioteca (opere classiche, filosofiche e teologiche).
La madre, molto rigida e religiosa, per via della sua istruzione bigotta e in quanto deve tener d’occhio il marito per le sue spese.
Giacomo comunque non ha un’infanzia infelice, anzi gioca con i fratelli Carlo e Paolina (10 figli tra cui la maggior parte muoiono)
ai quali racconta favole ispirate alla sua innata fantasia.

Giacomo mostra subito eccezionali doti intellettuali. I precettori a cui viene affidato presto non gli bastano più e si forma come
autodidatta nella biblioteca patera. (1808_1815 STUDIO MATTO E DISPERATISSIMO)
Scrivi i primi versi e saggi eruditi di vario argomento.

DALL’ERUDIZIONE ALLA POESIA


Nel 1817 grazie a Pietro Giordani, con cui stringe un’amicizia epistolare, inizia per Leopardi la fase della “CONVERSIONE
LETTERARIA” ossia dal cambiamento di visione politico-filosofica e di passaggio dallo studio all’attività creativa.
Inizia nel 1819 a scrivere i primi Idili.

MALINCONIA E DISPERAZIONE
Leopardi è cagionevole di salute, soffre di scoliosi, febbre e disturbi agli occhi.
Emergono i primi segni di malessere e insoddisfazione soprattutto per il paese, per l’isolamento in cui vive.
L’amicizia con Giordani fa crescere in lui il desiderio di uscire dall’anonimato e di confrontarsi con una cultura più ampia e
moderna.
Ha un progetto di abbandonare il paese, nel 1819, tenta invano la fuga da Recanati, spinto dal desiderio di sottrarsi alla noia e
alla disperazione, ma il passaporto che si era proccurato segretamente, finisce nelle mani del padre, e perciò il suo piano fallisce.

DAL BELLO AL VERO


Si allontana anche dalla fede religiosa (inculcatagli dalla madre) e abbraccia il pensiero materialista di tradizione illuministica,
attuando una CONVERSIONE FILOSOFICA.

IL SOGGIORNO ROMANO
Fra il 1822 e il 1823, trascorre 5 mesi dallo zio Carlo Antici.
Leopardi così ha cercato di coronare il suo sogno, cioè quello di conoscere dal vivo e non solo dalle pagine del libro, realtà
diverse, che secondo lui gli avrebbero permesso di sfuggire alla morsa della sofferenza esistenziale.
Suo zio si era impegnato di fargli ottenere un posto presso la Curia, ma il progetto non va in porto e porta il Leopardi una grande
amarezza nel contrastare la città immaginata con quella reale che era vuota, corrotta, dissipata.
Al ritorno a Recanati il poeta ha scoperto la sensazione della propria infinita solitudine.

UN SOFFERTO VAGABONDAGGIO 1825-1828


Motivato da un pessimismo assoluto scrive un primo gruppo di OPERE MORALI e abbandona di nuovo Recanati.
Si reca a Milano, Bologna, Firenze (conosce Manzoni) e a Pisa.

TRA PISA E RECAANTI


Fra il 1828 e il 1830 compone i GRANDI IDILLI (canti pisano-recanatesi) , vengono infatti composti tra Pisa e Recanati, dove il
poeta è costretto a tornare a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute e dove vive fino al 1830.

LE DELUSIONI FIORENTINE
Nel 1830 lascia per sempre Recanati e si stabilisce a Firenze, dove frequenta gli intellettuali che si riuniscono intorno alla rivista
“ANTOLOGIA”, nonostante la sua distanza dall’ideologia liberale progressiva del gruppo, A Firenze conosce Fanny di cui si
innamora ma non viene corrisposto.

A NAPOLI CON ANTONIO RANIERI


Nel 1832 si trasferisce a Napoli con Ranieri, scrittore napoletano conosciuto negli anni fiorentini. A Napoli vive fino alla morte nel
1837. Il suo corpo viene salvato per poco dalla fossa di morte per colera.
1938 i suoi resti vengono traslati a Mergellina nel parco Piedigrotta.

LE OPERE

VOCAZIONE AUTOBIOGRAFICA

MEMORIE (O DIARIO) DEL PRIMO AMORE


Composto alla fine del 1817 e ispirato all’amore per la giovane cugina Gertrude Cassi Lazzari, descrive il primo sentimento di
ingenua passione provato per una donna.

Ricordi d’Infanzia e di adolescenza e Storia di un’anima


Titolo attribuito da Francesco Flora, troviamo brogliaccio di appunti e materiali frammentari allestito da Leopardi nella
primavera del 1819 in vista di una futura opera autobiografica mai realizzata.

Lo stesso progetto incompiuto è alla base del secondo testo, dove l’autore camufula la propria identitò sotto la maschera di un
editore di nome Giulio Rivalta. Il modello doveva essere quello autobiografico di Alfieri, il poeta ci lavora intorno al 1825 ma non
andrà mai oltre l’incipit e il primo capitolo.

ZIBALDONE DI PENSIERI
Con il titolo Zibaldone di pensieri, Leopardi riunisce l’enorme mole delle sue annotazioni scritte dal 1817 al 1835, ben 4526
facciate oggi conservate presso la Biblioteca Nazionale di Napoli e pubblicate postume tra il 1898 e il 1900 (cura di Carducci)

Il termine “ZIBALDONE” è un alterato di “ZABAIONE” e indica una vivida composta da una mescolanza di ingredienti diversi.
Leopardi annota, senza ordine e in uno stile vario e immediato, notizie, riflessioni, estratti di lettere, schemi, abbozzi.
Come in un diario personale, nello Zibaldone il poeta riserva e condensa i segmenti del suo pensiero.
Sono presenti note di grammatica, critica letteraria, filologia e riflessioni autobiografiche. = OFFICINA DELL’INTELLETTUALE E
UOMO LEOPARDI.
Carattere frammentario
Natura aperta e problematica.

PENSIERI
Temi filosofici e politici
Tra il 1831 e il 1835
111 brevi prose

EPISTOLARIO
Più di 900 lettere, indirizzate a familiari ma anche persone intellettuali come Giordani e Monti

SAGGI E DISCORSI
Scritti ideali per intervenire su tematiche di varia natura nel dibattito intellettuale dei primi decenni dell’Ottocento.

Leopardi interviene nella polemica letteraria fra Classicisti e Romantici con due testi in difesa del Classicismo, entrambi postumi.

- Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica


- Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani (spietata diagnosi della situazione culturale italiana, deplora la
decadenza dei costumi della società in cui vive)
- Crestomazia italiana della prosa e Crestomazia italiana poetica (lettore e critico, presso Stella editore di Milano)

LA PRODUZIONE POETICA
Oltre ai canti che escono nel 1848 a cura di Antonio Ranieri, Leopardi scrive in versi negli anni napoletani, un poemetto e una
satira.
- Paralipomeni della Batracomiomachia (traduzione e continuazione, poemetto eroicomico con protagonisti animali che
simboleggiano forze antagoniste presenti nella società italiane del suo tempo)
- I nuovi credenti (satira che prende di mira gli intellettuali napoletani, 2 critiche intorno alla rivista “Il progresso”)

OPERETTE MORALI
Le 24 prose raccolte sotto il titolo di Operette Morali sono per lo più scritte in forma di dialogo.
Sono state scritte tra il 1824 e il 1827.
Pubblicate:
- 1827 a Milano presso l’editore Stella e comprende 20 prose
- 1834 viene ristampata dall’editore fiorentino Piatti con l’aggiunta di 5 testi composti tra il 1825 e il 1832
- 1848 versione definitiva con 24 prose a cura di Ranieri

Il filo conduttore della raccolta è la visione pessimistica e materialistica della vita di Leopardi.
L’ispirazione può nascere da un ricordo erudito, da una riflessione annota nella Zibaldone, favole e mitti riletti o rienterpretati
per far comprendere ai lettori, con tono satirico e distaccato, lee verità che la vita giorno dopo giorno ha svelato all’autore.
Protagonisti sono l’io poetico e la sua visione della vita, dell’infelicità della condizione umana.

Stile classico (patina arcaica e una sintassi complessa) e periodare complesso.


La drammaticità delle storie a sua volta è smorzata da arguzia e ironia.
Il poeta sperimenta soluzioni linguistiche differenti secondo le esigenze della comunicazione.
MESCOLANZA DI STILI

I GRANDI TEMI
La politica di Leopardi spesso si sviluppa nei confronti spesso polemico, con le teorie romantiche.
Al romanticismo Leopardi imputa la perdita dell’armonia classica nel rapporto della poesia con la natura e i sensi.
La supremazia attribuita al vero a discapito dell’immaginazione e l’articiosifità dell’ispirazione.

Attraverso l’immaginazione la poesia può comunicare impressioni e sensazioni stimolate dal vago e dall’indefinito.
Anche il passato viene rievocato attraverso la rimembranza.
Classici=autenticità dell’espressione poetica.
La ricerca spirituale del senso dell’esistenza è un tratto romantico. CLASSICISMO DALLE COLORITURE ROMANTICHE.

ALL’ORIGINE DELL’INFELICITÀ
La poesia di leopardi è autobiografica, riguardanti le sue sensazioni, riflessioni, luoghi, Recanati solitudine.

Ma l’angoscia esistenziale spiegano solo in parte una poesia del carattere universale.
Proprio dolore strumento di conoscenza.

LA MILITANZA CIVILE
Non partecipa attivamente alla vita politica ma si può notare dalle sue prose e versi il suo pensiero contro il conformismo e
l’ipocrisia.
Vede la letteratura come maestra civiltà.
Leopardi si definisce malpensante per contrapporsi a coloro che benpensanti e perbenisti ingenui sostenitori dei miti del
progresso e di mistificanti visioni ottimistiche e positive dell’esistenza umana.

LO SVILUPPO DEL SUO PENSIERO


Natura benigna ricerca della ragione e del vero
Etichetta pessimista è semplicistica e fuorviante.

Fino ai anni venti, conversione filosofica, Leopardi attribuisce l’infelicità dei uomini ai motivi storici, sogni passati (rapporto con
la natura sereni)
Fase del cosiddetto pessimismo storico, della difesa delle illusioni contro la ragione che condanna l’uomo dell’infelicità perché lo
priva dell’innocenza e della fantasia.

Teoria del piacere=impulso irrefrenabile dei sensi, il piacere perché proprio infinito si scontra con la finitezza della realtà,
dunque, con la sua stessa irrealizzazione.

Verificando via via che l’infelicità non è un fatto che deriva dall’esterno, ma un dato costitutivo degli esseri viventi, pessimismo
cosmico.
Natura manig na, indifferenza al destino dell’uomo.

Rivalutazione della ragion, l’unico strumento in grado di combattere la mistificazione e le false ideologie.

- La felicità non esiste


- Il giardino del dolore (bello da fuori ma dentro sofferente, il suo pessimismo ha assunto dimensioni ccosmiche)
- Vendtiore di amamlamchi

Dolore, portà fratellanza. Dolore accumula tutti.


Nois è la mancanza di gioia, iposibbilità di realizzare i piaceriù
Noia=nobile sentimento

Canti (carattere musicale)


3 edizioni
41 componimenti
1845 definitiva
1831
1835

Ordinati in base cronologica, ma anche tematica e formale

Apertura=canzoni pattriotiche di deplorazioni


Pessimismo storico

1819-1821 piccoli idilli = genere antico , moti del proprio animo spunto dalla rappresentazione di figure e oggetti

Idillo (piccola immagine/quadretto)


Linguaggio lirico = poetica del vago e dell’indefinito

7 nuovi idili = grandi idilli (1828-1830)


Natura matrigna indifferente al destino dei suoi figli
Ricordi giovanilli
Caduta dei sogni e desideri
Pessimismo cosmico

Ciclo di aspasia / canti napoletani


2mpoesi sul tema della morte
Lotta titanica contro la natura matrignia, solidarietà
Caduta dell’ultima illusione, quella amorosa
Cos’è lo zibaldone
Operette morali
L’INFINITO
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte Ho sempre amato questo colle solitario
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. e questa siepe, che impedisce al mio sguardo
Ma sedendo e mirando, interminati di scorgere l’interezza dell’estremo orizzonte. Ma quando
Spazi di là da quella, e sovrumani sono qui seduto, e guardo, comincio
Silenzi, e profondissima quiete a immaginarmi spazi sterminati al di là di essa,
Io nel pensier mi fingo; ove per poco e un silenzio sovrumano, e una pace abissale,
Il cor non si spaura. E come il vento fin quasi a sentire il cuore tremante di paura. E non appena
Odo stormir tra queste piante, io quello sento il fruscio degli alberi carezzati
Infinito silenzio a questa voce 1 dal vento, questa voce paragono
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno, a quel silenzio infinito: e d’improvviso nella mia mente
E le morte stagioni, e la presente affiora l’eternità, e tutte le ere ormai trascorse,
E viva, e il suon di lei. Così tra questa e quella presente, viva, con la sua voce. Così il mio pensiero
Immensità s'annega il pensier mio: è sommerso in quest’immensità
E il naufragar m'è dolce in questo mare. ed è dolce, per me, inabissarmi in questo mare.

Formato da quindici endecasillabi sciolti


gli enjambements, ossia il verso che spezza la continuità sintattica della frase, li troviamo ai vv. 2-3; vv. 4-5; vv. 5-6; vv. 8-9; vv. 9-
10; vv. 13-14; quindi in tutta la poesia, a parte, in particolare, il primo e l’ultimo verso.

Il testo si apre con la parola “sempre”, che rimanda a una dimensione temporale indeterminata e infinita. La descrizione
paesaggistica è avviata da due elementi determinati: il colle solitario (“quest’ermo colle”, v. 1) e la siepe (“e questa siepe”, v. 2)
che accompagnano lo sguardo verso l’orizzonte, l’illusione ottica per eccellenza, raggiungibile solo con uno sforzo
immaginativo. Quindi il primo senso stimolato è quello della vista. La siepe è un ostacolo alla contemplazione dell’intero
orizzonte: lo smarrimento dell’infinito deve allora essere conquistato con l’immaginazione.

Tra i vv. 7-8 c’è lo snodo decisivo dell’idillio: l’immaginazione è spinta talmente in avanti che il cuore prova smarrimento: l’uomo,
così piccolo e limitato, può contemplare dentro sé l’immenso («Io nel pensier mi fingo», v. 7), e questa immensità, solo
immaginabile, nasce dalla percezione dei sensi

C’è un punto fermo tra i vv. 7-8, sebbene essi siano uniti nella metrica dalla sinalefe. A ben vedere, non è l’unione dei due versi
(non solo), ma l’unione strettissima delle due parti di cui si compone l’idillio, quella contemplativo-razionale e la successiva con il
conseguente smarrimento dei sensi e della mente. La sinalefe ha quindi un ruolo decisivo: infatti i due momenti (vv. 1-8; vv. 8-
15), pur distinti, sono un unico fluire.

Nel secondo momento, il vento muove le foglie degli alberi, e sembra, per il poeta, quasi che il silenzio stesso abbia una voce
propria («io quello / Infinito silenzio a questa voce / Vo comparando», vv. 9-11). Questo scatto intellettuale, altamente
soggettivo, permette di dare voce fisica, oggettiva, all’immaginazione dell’eterno come un silenzio infinito, in cui c’è lo svolgersi
di tutte le ere, tutti i tempi, anche i più remoti. Eppure l’eternità deriva dalla percezione dello spazio fisico, dell’infinità spaziale:
quindi spazio e tempo (le due categorie della conoscenza umana) sono percepite prima nel loro essere limitabili (la siepe esclude
lo sguardo del poeta; la stagione presente esclude tutte le altre). Poi, attraverso l’immaginazione, si arriva a concepire spazio e
tempo infiniti. Una spia di questa operazione ce la danno i deittici questo/quello. Il primo indica vicinanza a chi parla, il secondo
lontananza rispetto a chi parla. Nel primo verso abbiamo «quest’ermo colle», perché siamo proprio lì, e anche «questa siepe» (v.
2).

Poi capiamo bene che abbiamo attraversato il limite: «di là da quella», cioè oltre la siepe, e siamo nel regno dell’immaginazione:
l’abbiamo, in un certo senso, scavalcata. È dietro di noi. Anche gli alberi sono vicini, «queste piante» (v. 9), ma ecco che «quello /
infinito silenzio», vv. 9-10, diventa «questa voce», v. 10. Allora l’immensità stessa si fa vicina, tangibile: «questa / immensità», v.
13-14, e non “quella”, lontana. Si è fatta vicina all’io, tanto che l’io vi si immerge, appunto. E il mare infinito sommerge la
finitezza dell’uomo: «questo mare», v. 15.

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