Superstizioni Grammaticali: Grammatical Superstition
Superstizioni Grammaticali: Grammatical Superstition
it
[Link] ISSN 2704-8128
Superstizioni grammaticali
ADRIANO COLOMBO
Grammatical superstition
The article proposes a revision of some current ideas in Italian grammar textbooks,
which are not supported by an in-depth analysis of data. An example is the the so-
called comparative and superlative degrees of adjectives, presented as a
morphological phenomenon, while in Italian it is a syntactic phenomenon and does
not concern only adjectives. Another problematic case are modal verbs in Italian
(also called “servili”), which are often associated with aspectual verbs as well as
causative and perceptive constructions. These verbs are currently described as
forming a single composite predicate with the main verb. However, this analysis can
be questioned by some counter-arguments, and should therefore be revised. These
examples lead to the conclusion that grammar teaching in school should be based on
reflection on linguistic data, rather than grammatical rules.
Il contributo propone una revisione di alcune distinzioni e regole ripetute senza ri-
flettere nelle grammatiche scolastiche, che, a un esame più approfondito, appaiono
prive di fondamento. Un esempio è la distinzione dei “gradi dell’aggettivo”, presenta-
ti come fatto morfologico mentre in italiano si tratta di un procedimento sintattico e
non specifico dell’aggettivo. Un altro campo problematico è quello dei verbi “servili”,
spesso associati ai verbi aspettuali e alle costruzioni fattitive e percettive; in tutti
questi casi, si afferma perentoriamente, il verbo reggente e l’infinito formerebbero
un predicato unico composto. Questa analisi va incontro ad obiezioni e dovrebbe es-
sere quanto meno problematizzata. Con questi esempi l’autore sostiene l’idea che la
grammatica a scuola dovrebbe essere “riflessione” e non “catechismo”.
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1. Introduzione
Chi circa un mezzo secolo fa ha cominciato a usare l’espressione “rifles-
sione sulla lingua” al posto di “insegnamento della grammatica”, lo ha fatto
con l’auspicio che la grammatica a scuola cessasse di essere un catechismo di
definizioni e prescrizioni presentate come verità di fede, ma diventasse ap-
punto un riflettere, una costruzione di ipotesi da verificare sui dati della lin-
gua: un’esperienza di metodo scientifico (dove “scientifico” non significa ac-
certato una volta per tutte, ma sottoposto a verifica e controversia)1. Pur-
troppo l’editoria scolastica, con rare e non fortunate eccezioni, ha preferito
adagiarsi nella ripetizione di un approccio dogmatico, dove le affermazioni
non si presentano come il risultato di una generalizzazione di dati, esempi e
controesempi; dove le “tre analisi” (grammaticale, logica, del periodo) sem-
brano lo scopo supremo, ma che si possano dare criteri di verifica della cor-
rettezza di un’analisi è l’ultimo dei pensieri2.
In queste note (che saranno, se un dio lo vorrà, le prime di una piccola
serie) intendo discutere non le grandi scelte che orientano una descrizione
grammaticale (come il modello di riferimento, valenziale o altro, l’approccio
più o meno formale o nozionale, ecc.), ma alcuni punti particolari della gram-
matica italiana che sono nei testi luoghi comuni, ripetuti da tutti senza pen-
sarci (e questo preoccupa); a volte mi sembrano del tutto privi di fondamento
(e per questi userò il termine “superstizioni grammaticali”, che sono grato a
Matteo Viale di avermi suggerito); altre volte passibili di dubbi, approfondi-
menti, revisioni, sul piano teorico (dove sono oggetto di dibattito) e/o sul
piano didattico.
scolastici, mi è risultato che la parola “verificare” compariva in tutto una sola volta in un solo
manuale; cfr. Colombo 2015: § 6.3.
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due termini (detti primo e secondo termine di paragone) rispetto a una certa
qualità». Esempio «Stefano è più bello di Marco» (Zordan 2016: 170). In alto
nella pagina una testatina ci avverte che siamo nella parte del libro «3. Morfo-
logia». La mia obiezione è: che cosa c’è di morfologico nel preporre a un ag-
gettivo un avverbio (più, o il suo corrispettivo meno), come si può fare con
cento altri avverbi? (da molto a poco, a straordinariamente…). Certo, più e
meno esigono di aggiungere un termine di paragone, creano cioè una struttu-
ra sintattica di comparazione. La quale è forse prevalente, ma non certo
esclusiva degli aggettivi. Alcune grammatiche ammettono che la compa-
razione può riguardare un avverbio (“Stefano corre più forte di Marco”), nes-
suno ricorda che può investire un complemento avverbiale (“Stefano abita
più in alto di Marco”), un nome (“Stefano ha più soldi di Marco”), un verbo
(“Stefano ha bevuto più di Marco”). Perché non si dice che negli ultimi due
esempi il nome soldi o il verbo bere si trovano in un particolare “grado”?
Bisogna risalire all’Ottocento per trovare chi abbia dubitato di questa fa-
vola. In quel secolo Severino Fabriani, un pio sacerdote modenese che si era
dedicato all’insegnamento della lingua orale ai sordomuti (e per questo fondò
un ordine di suore e un istituto che funzionano tuttora), scrisse una Gram-
matica della lingua italiana, pubblicata postuma nel 1875, ispirata ai princìpi
della “grammatica ragionata” sviluppata dagli illuministi francesi. Nella sua
grammatica Fabriani non parla di gradi dell’aggettivo; nel capitolo dedicato
alle «parole qualificanti» (l’autore rinnova tutta la terminologia delle parti del
discorso nel tentativo di renderla più razionale e trasparente), si limita a os-
servare che «le parole qualificanti formali, terminanti in –iore mostrano una
comparazione nella misura di quantità o qualità comune a diversi oggetti»
(Fabriani 1875: 19); in sostanza, tratta come comparativi le sole forme mag-
giore, minore, migliore e peggiore, quelle che l’italiano ha ereditato dal com-
parativo morfologico del latino; lo stesso già aveva fatto nella sua Grammati-
ca ragionata (1771) il primo e maggiore grammatico italiano di questa ten-
denza, Francesco Soave.
Fabriani aveva esposto i princìpi a cui doveva ispirarsi una grammatica
ragionata in certe sue Lettere logiche edite nel 1838. In queste non aveva toc-
cato la questione dei comparativi; ma quando nel 1857 un suo nipote pure
prete, Pio Sirotti, le ripubblicò, vi aggiunse una Nota alla lettera IV che chiari-
sce le ragioni della scelta. Criticando l’affermazione di Salvatore Corticelli
(autore di una fortunata grammatica italiana uscita nel 1745 e in uso fin oltre
la metà dell’Ottocento) secondo cui «i comparativi nella nostra lingua si for-
mano con aggiungere le particelle più o meno le quali significano accre-
scimento o diminuzione» (1773: 11), Sirotti osserva: «Tutta la comparazione
adunque sta in quelle particelle, e quindi è falso che gli aggettivi, ossia le qua-
lificanti, nella nostra lingua abbiano il grado di comparazione» (Fabriani
1857: 73).
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Non si poteva dire meglio. In effetti, l’idea dei gradi dell’aggettivo è trat-
tata con cautela nelle grammatiche italiane di riferimento (quelle cioè non
destinate direttamente alla scuola, ma agli studiosi e agli studenti uni-
versitari) uscite dal 1988 in poi. Solo la «grammatica ragionevole» di Lo Duca
e Solarino (2004) ripete le formule delle grammatiche scolastiche. Luca Se-
rianni, nella sua Grammatica italiana, sembra non volersene assumere la re-
sponsabilità: «Fermo restando che le possibilità di intensificare una qualità,
sul piano linguistico-espressivo, sono virtualmente illimitate, per l’aggettivo
qualificativo la grammatica ha codificato tre modalità funzionali di espres-
sione della qualità, ossia tre tipi di gradazione (o gradi)» (Serianni 1988: 178
V.56). La Nuova grammatica italiana di Salvi e Vanelli nomina «il cosiddetto
“grado comparativo” degli A» (Salvi, Vanelli 2004: 171). La Grande grammatica
italiana di consultazione curata da Lorenzo Renzi e Giampaolo Salvi, nel capi-
tolo dedicato al sintagma aggettivale, scritto da Maria Teresa Guasti, si limita
a questa secca annotazione: «Altri modificatori, come meno, più, hanno la
funzione di mettere a confronto il grado della qualità espressa dall’aggettivo»
(Guasti 1991: 321); dunque, come diceva don Sirotti, la comparazione sta tut-
ta in quegli avverbi modificatori.
Per trovare una presa di posizione del tutto chiara bisogna infine ricor-
rere alla Grammatica della lingua italiana di Christoph Schwarze, cioè a un
autore che non ha per madrelingua l’italiano, ma una lingua come il tedesco
che (al pari dell’inglese) ha davvero per gli aggettivi un comparativo e un su-
perlativo morfologico (schön ‘bello’, schöner ‘più bello’, schönst ‘il più bello’):
«L’aggettivo italiano […] non ha procedimenti di flessione per la formazione
del comparativo e del superlativo; le due categorie corrispondenti si formano
con procedimento sintattico» (Schwarze 2009: 171); cosa che non significa
ignorare la comparazione: al contrario, nella parte di questa grammatica che
assume un punto di vista nozionale, un intero capitolo è poi dedicato
all’insieme dei procedimenti di comparazione.
Tutto quanto si è detto si estende al cosiddetto superlativo relativo, che
pure non è una forma dell’aggettivo ma un costrutto sintattico: premettendo
a più o meno l’articolo determinativo si crea un riferimento specifico ad un
singolo oggetto, e lo si paragona a tutta una classe di oggetti: “Il più avvin-
cente tra i romanzi di Camilleri”. Lo spiegava bene Francesco Soave nella cita-
ta Grammatica ragionata, dove lo chiamava «superlativo di paragone»: «In
tanto poi il superlativo di paragone richiede sempre l’articolo, in quanto ap-
punto l’oggetto, al quale egli si aggiunge, resta da lui assolutamente, e preci-
samente determinato fra tutti quegli altri, con cui egli si paragona» (Soave
1771/1802: 35-36).
Ma c’è almeno un “grado dell’aggettivo” prodotto morfologicamente, il
“superlativo assoluto” creato col suffisso –issimo (più di rado –errimo)? Natu-
ralmente esiste, ma non ha niente a che fare coi procedimenti comparativo e
superlativo relativo. Non è parallelo al superlativo delle lingue che ne hanno
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“penso di partire” esprima una relazione di tipo diverso. Quanto all’«unità in-
separabile», si riferisce in primo luogo al fatto che questi verbi reggono un in-
finito come oggetto diretto, senza preposizione. Con questi due requisiti i
confini della categoria restano sfumati: per alcuni i verbi modali o servili so-
no tre, per altri comprendono tutti i verbi che reggono un infinito senza pre-
posizione, come desiderare, preferire, osare… e c’è chi ci aggiunge «locuzioni
verbali come essere solito, essere in grado di, essere capace di» (Zordan 2016:
328).
Il problema è stato affrontato da Luca Serianni nella sua Grammatica ita-
liana non scolastica, che resta il più importante testo di riferimento di impo-
stazione tradizionale: «I verbi servili (o modali) costituiscono una categoria
piuttosto controversa e discussa, giacché non c’è accordo tra gli studiosi né
sulle unità che compongono il gruppo né sulle loro specifiche caratteristiche
funzionali» (1988: 334 XI.44). Dal canto suo Serianni ritiene di poterli identi-
ficare nei canonici potere, dovere, volere più (con alcune restrizioni) solere e
sapere nel senso di ‘essere capace’. Questi verbi condividono tre tratti, cia-
scuno dei quali è presente anche in altri verbi, ma che solo in questi sono tutti
compresenti: «a) la reggenza diretta di un infinito, b) l’identità di soggetti tra
verbo servile e infinito, c) la collocazione mobile dei pronomi atoni, come
proclitici prima del verbo servile o come enclitici dopo l’infinito (“ti devo di-
re” / “devo dirti”)» (Serianni 1988: 335 XI.44). Si noti che questo autore usa
per definire la classe caratteristiche solo formali, mentre si astiene dal darne
una definizione semantica, che sarebbe inevitabilmente vaga.
Il tratto a) è presente anche in desiderare, preferire, intendere, osare,
amare, odiare e in qualche uso meno frequente di altri verbi; il tratto b) è co-
mune a un gran numero di verbi che possono reggere una oggettiva introdot-
ta da che nella forma esplicita, un infinito introdotto da di nella forma implici-
ta, appunto se il soggetto dell’infinito è uguale a quello della reggente (e
l’infinito è facoltativo se la frase esplicita è all’indicativo, obbligatorio se la
frase esplicita dovrebbe essere al congiuntivo: “credo che tu sia onesto”,
“credo di essere onesto”; ma non “*credo che io sia onesto”); il tratto c) è co-
mune ai verbi aspettuali: “lo comincio a capire” / “comincio a capirlo”, “ti fini-
sco di dire”, “ti continuo a spiegare” e anche ad alcuni verbi di movimento: “lo
vado a cercare”, “ti vengo a trovare”. Quest’ultima caratteristica, che i gram-
matici generativisti chiamano la “risalita del clitico”, è tipica dell’italiano ed è
un vero rompicapo per chiunque lo debba apprendere come lingua straniera;
come si vede, è distribuita irregolarmente tra un certo numero di verbi.
Stranamente Serianni non indica come tratto distintivo un’altra caratte-
ristica (di cui comunque parla diffusamente): la possibilità che hanno i tre
“servili”, che in sé prendono avere come ausiliare dei tempi composti, di as-
sumere anche essere se questo è l’ausiliare dell’infinito che reggono: “ho volu-
to questo”, “ho voluto fare”, “ho voluto andare”, ma anche “sono voluto anda-
re”. In verità questa possibilità di prendere l’ausiliare dell’infinito compare,
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cato fra gli usi dell’infinito: esso «fa sempre le veci di proposizione oggettiva
coi verbi potere, sapere (nel senso di potere), volere e il difettivo soglio […],
spesso ancora con fare e lasciare, e coi verbi di percezione» (1881/1974:
196). Se l’infinito “fa le veci di una proposizione”, bisogna intendere che costi-
tuisca una proposizione distinta da quella del verbo reggente, sia dunque un
predicato a sé. Anche Serianni, nella citata grammatica di riferimento (1988)
e nella grammatica scolastica per la secondaria superiore di cui è l’autore più
noto, non fa cenno a un predicato unico o a una proposizione unica; lo fa in-
vece in quella per la scuola media.
Ci sono diverse obiezioni all’idea che il nesso verbo modale o aspettuale
+ infinito costituisca un predicato unico in un’unica frase. Una prima, forse
non risolutiva, è che un verbo modale può reggerne un altro della stessa na-
tura, il quale a sua volta regge un infinito: «In via preliminare devo poter ri-
spondere ipoteticamente a due interrogativi» (Lumbelli 1990: 9); «Per essere
disposti sull'asse sintagmatico gli elementi linguistici possono dover subire
modificazioni» (Simone 1990: 85). Ancora, un modale può reggere un aspet-
tuale: «Il Partito deve continuare ad essere l'organo di educazione comunista»
(Gramsci, «L’ordine nuovo», 1919 ‒ DIACORIS). A rigore, si può sostenere che
queste tre forme verbali consecutive costituiscano un predicato unico, ma bi-
sogna ammettere che si tratterebbe di un predicato piuttosto ingombrante.
Una seconda obiezione riguarda il verbo volere. Esso può reggere una
frase oggettiva al congiuntivo retta da che (“Voglio che tu vada”), che si con-
verte obbligatoriamente in un infinito se c’è coincidenza del soggetto (“Voglio
andare”). È esattamente quello che accade con ogni verbo che regga una og-
gettiva al congiuntivo: “Spero che tu sia promosso”, “Spero di essere promos-
so”, ma non “*Spero che io sia promosso”. Qualcuno mi dovrebbe spiegare
perché “Voglio che tu vada” è una frase complessa di due frasi semplici, con
due verbi che fanno da predicati, mentre “Voglio andare” costituirebbe
l’unico predicato di un’unica frase semplice.
Una terza obiezione, che considero risolutiva, è che almeno alcuni tra i
verbi modali e aspettuali ammettono una negazione dell’infinito seguente di-
stinta da quella del verbo reggente. Questo riguarda in primo luogo potere: si
può dire “Posso non uscire”, che significa una cosa diversa da “Non posso
uscire”, mentre “Non posso non uscire” significa a sua volta una terza cosa.
Dove sono possibili due distinte negazioni bisogna supporre che ci siano due
distinti predicati. Questo può accadere anche con volere, almeno al condi-
zionale: “voglio non” non si dice e non avrebbe un significato diverso da “non
voglio”, ma “vorrei non” si dice: «Vorrei non essere più quello che sono» (C.
Sgorlon L’armata dei fiumi perduti, 1985 ‒ DIACORIS). Venendo ai verbi aspet-
tuali, la negazione autonoma dell’infinito è possibile almeno con cominciare:
«C'era la guerra da tre anni, si cominciava a non trovar da mangiare» (L. Ro-
mano, Le parole tra noi leggere, 1969 ‒ DIACORIS).
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4 La stessa soluzione era già stata proposta da Gunver Skytte (1983: 40 sgg.). La stessa analisi
si ritrova in Salvi e Vanelli (2004), che dipende direttamente dalla GGCI. In un articolo più re-
cente Giampaolo Salvi (2014) applica la distinzione a quella tra parole grammaticali e parole
lessicali: i veri ausiliari, che sono parole grammaticali, richiedono sempre il pronome clitico
in prima posizione (lo ha fatto, non *ha fattolo), i verbi lessicali che reggono un infinito vo-
gliono sempre il clitico attaccato a questo (crede di farlo non *lo crede di fare); un verbo come
potere ha uno statuto intermedio: può farlo, lo può fare.
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motivi teorici che portano alcuni linguisti a questa soluzione. Mi limito a os-
servare che la proposta didatticamente più praticabile non è quella (presente
nei manuali) di ridurre a predicati unici tutti i costrutti di cui qui si è parlato,
che oltre tutto non è facile enumerare in modo esauriente e condiviso. Una
vera semplificazione, comunque meno soggetta a controesempi, consistereb-
be nel lasciare che ogni sequenza di un verbo che regge un infinito fosse ana-
lizzata come composta di una frase reggente e di una subordinata, cioè di due
predicati. In altri termini: insegnare che il nesso verbo modale o aspettuale +
infinito costituisce un predicato unico è una complicazione, non una semplifi-
cazione. A parte poi sarebbe utile mostrare il fenomeno della risalita dei cliti-
ci (attenzione: dico “mostrare”, non “dare regole”).
5In questo traspare la derivazione di questo costrutto dall’accusativo con l’infinito del latino,
affermata dai più autorevoli grammatici storici: cfr. Rohlfs (1969: § 706) e Tekavćiĉ (1980: §
885.1).
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4. Implicazioni didattiche
A questo punto, sento nell’aria un’obiezione: “tutte queste precisazioni e
distinzioni saranno pure vere; ma noi dobbiamo spiegare la grammatica a dei
ragazzi in termini semplici e chiari, non possiamo complicare le cose”. Una
prima risposta è un principio pedagogico e morale: semplificare non può vo-
ler dire raccontare cose infondate; riflettere sulla lingua deve voler dire ra-
gionare sui dati della lingua così come si presentano, non inventarseli.
Ma venendo al concreto dei punti che ho affrontato, per quanto riguarda
i “gradi dell’aggettivo” e i “verbi servili” ho già risposto: propongo di elimi-
nare queste categorie e relative regole di analisi, e questo non è una compli-
cazione ma il suo contrario. La questione dei verbi fattitivi e percettivi è inve-
ce davvero complicata, ma riguarda un costrutto non molto frequente
nell’uso; non c’è nessun bisogno di affrontarlo in tutti i particolari al primo
approccio con la sintassi della frase semplice o del periodo. I particolari si po-
tranno affrontare quando li incontriamo nel leggere o analizzare ciò che scri-
viamo e diciamo; e si potranno affrontare in modo problematico, per esempio
presentando ai ragazzi liste di esempi di ciò che si dice e non si dice (e ogni
parlante nativo converrà su questo), e chiedendo di ricavarne qualche carat-
teristica di questi complicati costrutti, nello spirito degli “esperimenti gram-
maticali”.
L’importante è che chi insegna abbia qualche idea chiara; questo consen-
te la tranquillità di poter dire: “le cose possono spiegarsi così, ma c’è anche
chi le spiega diversamente”. Qualcuno potrebbe obiettare che i ragazzi (non-
ché gli adulti) hanno “bisogno di certezze”. Vorrei osservare che molti disa-
stri che avvengono e sono avvenuti intorno a noi sono stati provocati da gen-
te che aveva troppe certezze. La grammatica non può provocare disastri tan-
to gravi, ma potrebbe, nel suo piccolo, contribuire a imparare a vivere in un
mondo dove di vere certezze ce ne sono poche.
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