Kierkegaard
Discepolo dell’angoscia
Kierkegaard nasce a Copenaghen, mel 1813, si laureò e da quel momento era in grado di
esercitare la professione di pastore ma decise di non intraprendere mai quella professione.
Si innamorò di Regina Olsen e i due si sarebbero dovuti sposare ma Kierkegaard mandò a monte
tutto il matrimonio.
Kierkegaard, durante la sua vita, accenna ad un evento che lo ha portato a cambiare totalmente
prospettiva delle cose, come un castigo che ha iniziato a gravare sulla sua famiglia, e da questo
momento in poi non fu più in grado di vivere la sua vita, per colpa di questo castigo. Si deduce
quindi, che questa sia la ragione principale del perché non abbia mai fatto il sacerdote e non si
sia mai sposato con Regina Olsen. Durante tutta la sua vita ebbe quindi questo senso perenne di
essere come paralizzato, bloccato da questa minaccia oscura.
BASI FILOSOFICHE DI KIERKEGAARD
Una parte importante della filosofia di Kierkegaard è senza dubbio la critica all’hegelismo e al
romanticismo e all’idealismo. Per Hegel, la realtà aveva una struttura razionale e tutto ciò che è
reale è razionale, per Kierkegaard, al contrario la realtà non ha una struttura razionale, ognuno di
noi deve fare la propria scelta personale e nessuno ti aiuta, non esiste la provvidenza.
Per Kierkegaard, inoltre, si deve ricondurre la comprensione dell’intera esistenza umana alle
possibilità che però, vanno intese in modo diverso rispetto a Kant che vedeva in esse soltanto il
positivo: per Kierkegaard ogni possibilità può significare sia “può-essere-che-si” che
“può-essere-che-no” e questo significa che ogni possibilità porta con sé la minaccia del nulla.
Questa eventualità angoscia tantissimo il filosofo, tanto che è considerato “discepolo
dell’angoscia proprio per questo motivo”.
La difficoltà principale della vita risulta quindi essere il decidere una sola possibilità, sceglierne
una tra le tantissime alternative e trovare un equilibrio tra esse.
Solo il cristianesimo, soltanto la fede risulta essere l’unico modo per salvarsi da questa eterna
indecisione e dall’angoscia.
CRITICA ALL’HEGELISMO
Il primo punto di differenza tra Hegel e Kierkegaard è la differenza di percezione
dell’individualismo. Per Hegel si raggiungeva la perfezione in cui tutti eravamo omologati, per
Kierkegaard invece, la cosa più importante è l’esistenza del singolo e dell’individuo in quanto
tale ed è questa la cosa che ci differenzia dal genere animale: negli animali il genere è superiore
all’individuo, nell’uomo l’individuo è superiore al genere. Kierkegaard, dirà infatti che Hegel ha
reso l’uomo un animale dicendo che il genere è più importante dell’individuo.
Secondo Kierkegaard, infatti è come se ognuno avesse la propria strada e una verità è considerata
tale nel momento in cui lo è per me.
Un altro punto fondamentale è che si insisteva sul collegare l’uomo e dio quando in realtà essi
siano estremamente differenti e ci sia un’enorme differenza tra il finito e l’infinito (dentro di lui
Kierkegaard sente come una pulsione verso l’infinito e questa è una cosa tipica del
romanticismo, a cui lui ovviamente apparteneva).
Nella filosofia kierkegaardiana, è importantissima la scelta e le scelte del singolo che si
sottraggono a quella che Hegel, credeva che esistesse e considerava, la grande ragione
universale.
GLI STADI DELL’ESISTENZA
L’opera principale di Kierkegaard è senza dubbio Aut-Aut, una delle opere in cui si contrappone
maggiormente alla visione di Hegel, che è una visione Et-Et, ovvero “E-E” = tutto si
ricongiunge, Aut-Aut significa invece “O-O” ovvero niente si ricongiunge.
In questi scritti si parla dei primi due stati fondamentali dell’esistenza ovvero:
1. Vita estetica: (caratterizzato dalla musica) forma di chi vive nel momento, nell’attimo. È
l’esteta, colui che vive di lusso, arte, bellezza e valori fugaci. Per rappresentare il punto
massimo dello stato estetico Kierkegaard parla di Johannes, protagonista dell’opera
Diario di un seduttore, il quale non cerca in modo sfrenato il piacere ma sceglie i piaceri
più intensi e appaganti (a differenza ad esempio della figura del Dongiovanni). Questa
vita però porterà inevitabilmente alla disperazione, chi vive da esteta sarà sempre
disperato, a volte non ne è consapevole ma lo sarà sempre. Lasciandosi andare totalmente
alla disperazione si può compiere un salto dall’alternativa estetica all’alternativa etica.
Attraverso la disperazione si può quindi scegliere la vita etica.
2. Vita etica: (caratterizzato dalla parola) lo stadio etico è la riaffermazione di sé, la vita
etica è rappresentata dalla figura del marito. Il matrimonio è infatti il punto massimo
della vita etica, ogni coppia di sposi infatti raggiungerà la felicità. La persona etica inoltre
vive del proprio lavoro e quindi, lavorerà sempre con piacere. Dal momento in cui
l’individuo passa quindi allo stato etico riconosce la propria identità con se stesso e
proprio per questo l’uomo, nel momento in cui sembra essersi isolato, si unisce sempre di
più agli altri. Il pentimento è infine l’ultimo momento della vita etica, riconoscersi
peccatori porta a riconoscere l’insufficienza dello stato etico e l’intenzione di passare alla
vita religiosa. Dal momento in cui capisco che sono stato salvato da Dio e che Dio ci ha
redenti posso passare alla vita religiosa.
La differenza tra la vita estetica e la vita etica è che la prima è incarnata dal verbo avere e la
seconda dal verbo essere (esprimere la propria personalità). Solo le persone etiche hanno davvero
dei rapporti sociali perché i rapporti sociali li può avere solo chi ha una personalità e solo chi è
etico ce l’ha.
STADIO RELIGIOSO (caratterizzato dal silenzio)
Tra stadio etico e stadio religioso c’è un abisso ancora più grande rispetto a quello che c’è tra
estetico e etico. Nello stadio religioso l’ordine divino sovverte l’etica, chi vuole avere una vita
religiosa deve abbandonare la morale, come possiamo vedere nel momento in cui Dio ordina ad
Abramo di uccidere suo figlio Isacco. Tra il principio etico e religioso non c’è possibilità di
collegamento o sintesi in alcun modo, ed anche questa è una critica ad Hegel.
Secondo Kierkegaard essere angosciati e un indice di fede, in quanto la fede è una certezza
angosciosa perché non sarò mai sicuro di sta facendo la cosa giusta seguendo i comandi divini e
sovvertendo alla morale. L’uomo è quindi posto davanti a un bivio netto: credere o non credere.
Non ci sono assolutamente elementi razionali che giustificano il credere a Dio.