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234 L’ETÀ DEL RINASCIMENTO Capitolo 3 | L’anticlassicismo 235


Indice
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reca a Venezia per riprendersi la moglie che l’ha tradito con un ricco possidente, il vecchio
Andronico. Il rifiuto da parte di costui di restituirgli la moglie spinge Bìlora, con un gesto 
#PIGNQ$GQNEQ disperato, all’assassinio del rivale.
In entrambi i dialoghi viene delineato anche il contrasto tra città e campagna: la città è il
Risorse
Risorse FGVVQ4W\CPVG
Il contrasto tra città
e campagna luogo della promozione sociale e del benessere, perciò in città si rifugiano le due donne, le
mogli di Ruzante e di Bìlora, per scampare alle ataviche condizioni di fame e miseria; ma la
LA VITA Angelo Beolco (detto Ruzante, dal nome del protagonista di alcune sue comme- città è anche il luogo in cui il contadino, a contatto diretto con le classi superiori, può speri- 
die) nacque a Padova intorno al 1500, figlio illegittimo di un medico proprietario di terre, mentare più duramente la sua condizione di oppresso ed emarginato, ed in cui patisce la
L’esordio che assicurò al giovane una buona formazione culturale e una discreta agiatezza. Nel 1520 sua definitiva sconfitta.
come attore e egli esordì come attore a Venezia, recitando in una commedia di ambientazione rusticana;
commediografo La naturalità Protagonisti assoluti di questi dialoghi sono i villani (Ruzante e Bìlora, impersonati sulla
nel frattempo aveva già cominciato a dedicarsi all’attività di commediografo e poco dopo
fondò insieme ad alcuni amici una delle prime compagnie teatrali semiprofessioniste.
del villano scena da Beolco stesso), che si esprimono nel “pavano rustico”. Anche la scelta di questo
linguaggio, rozzo ma ricco di intensa forza espressiva, ha un valore di contestazione nei

Intorno al 1525 strinse amicizia con il nobile letterato veneto Alvise Cornaro (1475-1566), confronti della letteratura ufficiale, specie del linguaggio classicistico codificato dal
che gli assicurò poi sempre la sua protezione e il suo sostegno. Bembo nelle Prose della volgar lingua e praticato rigorosamente dai letterati. Attraverso il lin-
Venezia e Ferrara Dopo il periodo veneziano (1520-26), Ruzante ritornò a Padova per qualche tempo, dedi- guaggio passa anche la contestazione sociale e culturale. Il personaggio del villano si con-
candosi alla cura del patrimonio familiare e svolgendo incarichi di fiducia per la famiglia
Cornaro. Tra il 1529 e il 1532 svolse un’intensa attività teatrale a Ferrara. Qui collaborò an-
trappone infatti agli «sletran» (letterati), che vivono in un mondo falso e artificioso, e in
opposizione ad esso cerca di affermare gli autentici valori naturali su cui deve fondarsi un

che con Ludovico Ariosto, responsabile dell’allestimento degli spettacoli teatrali presso la nuovo «roesso mondo» (espressione dialettale che allude sia all’«universo mondo» sia al
corte degli Este. Negli anni successivi lavorò quasi stabilmente presso la villa padovana dei «mondo rovesciato»). Torna spesso sulla bocca di Ruzante l’esaltazione dello «snaturale», di
Cornaro, curando la rappresentazione di commedie composte da lui stesso o da altri autori. ciò che è naturale, contro ogni artificio delle classi elevate e colte.
Morì a Padova nel 1542. La presenza del È evidente come la visione idillica della campagna, tipica della letteratura umanistico-rina- ©
folclore e del scimentale, quale è proposta esemplarmente dall’Arcadia di Sannazaro (› A, p. 116), venga
carnevalesco
La scelta LE OPERE Tutta la produzione teatrale di Ruzante è scritta in dialetto: non il veneziano del tutto rifiutata. Con il personaggio del villano, Beolco riprende la cultura contadina im-
del dialetto delle classi colte, lingua raffinata e di alta dignità letteraria, ma il “pavano rustico”, il dia- pregnata di tradizioni folcloriche e legata al fenomeno del carnevale, come momento di
letto parlato dai contadini delle campagne padovane. Tale soluzione non deriva, come per libertà e di autoaffermazione da parte dei ceti inferiori, di rovesciamento dei valori e del-
molto tempo ha sostenuto una certa tradizione critica, da sprovvedutezza culturale, ma da le gerarchie tradizionali. Gli smisurati eccessi nel campo del cibo e del sesso, a cui il villa-

 una precisa e consapevole scelta letteraria. Essa è da collocarsi nella scia delle esperienze
goliardiche, vive nell’area veneta e che si espressero anche nella tradizione maccheronica
(› p. 226).
no si abbandona, peraltro solo con la fantasia, sono infatti riconducibili all’immaginario
carnevalesco. 
Il rovesciamento Con questa operazione Beolco si inserisce nella tradizione letteraria della satira del villa-
La Pastoral Nella prima commedia di cui ci sia giunta notizia, la Pastoral (1519-20), l’autore spezza l’e- della satira no, risalente sino al Medioevo, che aveva l’intento di far divertire il pubblico dei signori con
del villano
leganza e la leggerezza della favola pastorale con l’immissione di forti elementi parodi- il racconto o la rappresentazione delle disavventure del rozzo personaggio; ma il significato
stici, determinati dall’ingresso in scena di rozzi contadini, che si contrappongono ai raffi- del tópos (› Glossario) letterario è radicalmente rovesciato, poiché viene adottato non il punto
La Betìa nati pastori della tradizione idillica. La Betìa (1522-25) celebra la prorompente sensualità dei di vista delle classi superiori, come nella tradizione, bensì un punto di vista interno alla
contadini in contrapposizione ai modelli amorosi platonici proposti dagli Asolani di Bembo narrazione, quello del contadino stesso, che così ha modo di esprimere la propria visione
(› A, p. 167). In quest’opera Beolco riprende lo schema del mariazo, farsa in versi destinata della realtà, a lungo ignorata, e di affermare le proprie ragioni. Di conseguenza il ritratto di
a celebrare il matrimonio, e rielabora spunti e motivi della poesia giullaresca. Con un to- questi strati bassi della società fa emergere tutta la drammatica condizione di sfruttamento
no solo apparentemente scherzoso viene rappresentata la durezza e la crudeltà che regola- e di emarginazione in cui vivono i contadini e da occasione di comicità si trasforma in un
no le leggi del mondo contadino, dominato dalla fame e dalla sofferenza, e invoca leggi documento di denuncia.
che consentano ai villani una vita meno dura. La Moscheta: Nella Moscheta, commedia composta negli stessi anni dei Dialoghi, Ruzante è alle prese
la polemica contro con l’infedeltà della moglie Betìa, che ha come amanti Menato e il soldato bergamasco To-
I due Dialoghi: Ma è nei due Dialoghi, scritti probabilmente tra il 1527 e il 1529, che lo scrittore raggiunge
il fiorentino
Parlamento de il massimo livello di drammaticità. A differenza delle commedie, i dialoghi non hanno un nin; Ruzante travestito si rivolge alla moglie in lingua “fina” (detta in dialetto pavano mo-
Ruzante e Bìlora scheta), per metterne alla prova l’onestà. La polemica qui è nuovamente contro la lingua
intreccio popolato di vari personaggi, ma consistono solo in uno scambio di battute tra po-
che figure. Nel primo dialogo, Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo (“Il di- “alta”, usata come strumento per ribadire le condizioni d’inferiorità del mondo contadino.
scorso di Ruzante tornato dal campo di battaglia”; › T, p. 236), si rappresenta la condizione La Piovana e la Con le ultime commedie, la Piovana e la Vaccaria (1532-33) Beolco tenta di avvicinarsi ai
disperata di Ruzante che, reduce dalla guerra, dopo aver salvato a fatica la pelle senza avere Vaccaria: la ripresa testi classici – fase obbligata per ogni drammaturgo del Cinquecento – traendo ispirazione
dei modelli classici
nulla guadagnato, viene abbandonato anche dalla moglie, stanca di una vita di stenti e di dal Rudens e dall’Asinaria di Plauto (III-II sec. a.C.). I modelli latini sono trasferiti nel mon-
sofferenze. Lo stesso mondo di fame, paura, dolore e sesso, visto come unico risarcimen- do contadino, la lingua è sempre il dialetto pavano; gli intrecci delle due commedie, secon-
to di tanti torti subiti, è presente nel secondo dialogo, Bìlora, dove l’omonimo contadino si do gli schemi plautini, presentano intrighi, beffe, amori.

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