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Storia Della Lingua Italiana - IV Anno - Prof - Ssa Nermin Hamdy

Storia dell lingua italiana

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Storia della lingua italiana – IV anno – Prof.

ssa Nermin Hamdy

6- I PRIMI DOCUMENTI NEI VOLGARI ITALIANI

Come abbiamo detto, nell'Alto Medioevo la differenza fra la lingua scritta e


la lingua parlata era divenuta grandissima. Si scriveva cioè in latino e si parlava in
lingue non molto lontane dai dialetti italiani moderni. Tuttavia quelli che sapevano
scrivere si trovavano spesso costretti a porre nelle loro scritture latine anche qualche
parola e qualche frase in volgare. Immaginiamo un notaio che mette per iscritto la
vendita di un terreno: scrive in latino, ma quando deve indicare i confini di quel
terreno è costretto a indicare in volgare i soprannomi di persone, i nomi di località,
di fiumi e così via; immaginiamo lo stesso notaio che deve indicare in un atto di
vendita i mobili e tutto quanto è contenuto in una casa: scrive in latino, ma di molte
delle «cose» di una abitazione medievale il notaio non sa il nome latino, ed allora le
indica con parole in volgare.
In questa maniera i letterati si abituavano a scrivere in volgare parole e frasi
isolate; spesso poi non sapevano bene il latino e allora scrivevano in una lingua latina
scorretta e mescolata di volgare.
Le masse popolari premono da tutte le parti con le loro nuove lingue; il latino
è sempre più lontano dalla vita giornaliera, dalle necessità pratiche dei mestieri e del
lavoro. Così, dopo il Mille, i documenti più diversi scritti in volgare sono abbastanza
numerosi. Alcuni vengono dalle grandi Abbazie benedettine. I monaci benedettini
hanno come obbligo del loro ordine il lavoro; ed anche se spesso tale lavoro era
copiare libri e documenti, essi vivono in mezzo al popolo e sentono la necessità di
usare la nuova lingua nella scrittura. Così, uno dei più antichi testi scritti in volgare
è la traduzione di una formula per la confessione, fatta da un monaco benedettino
umbro.
Naturalmente in questi documenti tradotti dal latino si hanno spesso parole e
frasi trasportate di peso dal latino nella nuova lingua. Invece la nuova lingua, anzi,
le nuove lingue, sono usate in maniera molto più sicura nei documenti che vengono
dai cantieri navali, dai commercianti, dai banchieri.
Dopo il Mille tutta la vita italiana si rinnova e riprende attivamente. La lotta
contro gli Arabi per la conquista del mare volge al meglio per le repubbliche
marinare: esse hanno ben presto basi militari e commerciali nel Mediterraneo
centrale e orientale e fin nel Mar Nero. I Normanni unificano tutta l'Italia
meridionale, cacciando gli Arabi dalla Sicilia e i Greci bizantini dalla Puglia e dalla
Calabria. Bisogna ricordare tuttavia che proprio in quei secoli si diffondono in Italia
e in Europa molte parole di origine araba, in relazione alla grande civiltà araba del
Mediterraneo: parole che vengono dalla scienza araba, come cifra, zero, algebra;
parole che derivano dalla abilità agricola, commerciale e tecnica degli arabi, come
arsenale, magazzino, dogana, zucchero, cotone, limoni, arance, melanzane,
albicocche.
Le città del centro e del nord dell'Italia si organizzano in comuni: il
commercio, l’artigianato, l'industria fioriscono rapidamente. È il momento in cui le
nostre città risorgono: vengono costruite nuove mura per proteggerle, nuove strade,
nuovi quartieri, grandi edifici pubblici (chiese, palazzi comunali, fontane).
Il più antico documento in volgare toscano è un conto delle spese per costruire
una galera pisana del tempo della prima crociata. In questo, come in tanti altri
documenti scritti da commercianti e da banchieri, il latino è lontano e dominano le
parole e i modi linguistici della vita di ogni giorno.
Tutti i documenti di cui si è parlato sono scritti nel volgare della propria città,
perché appunto rispondono alle necessità pratiche del popolo. Ci sono così
documenti scritti in volgare piemontese, lombardo, veneto, umbro, siciliano, sardo
e così via. E ci sono differenze chiare fra i testi scritti, per esempio, a Siena e quelli
scritti a Firenze, fra quelli di Padova e quelli di Treviso, fra quelli di Macerata e
quelli di Ascoli Piceno, e così via e così via. Quando poi si voleva scrivere anche
per chi non era della propria regione, si scriveva in latino.

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