cap 10
Il fratello di mio padre, Amedeo, era maestro. Negli anni
Quaranta, subito dopo la guerra, si occupava di teatro. Era un critico competente,
informato, equanime. Poi, rinunciò. Dovevo vivere - mi disse. I Mazzucco avevano la
convinzione che il teatro, la scrittura, la poesia, la musica, siano dei piaceri -
appagati i quali resta la fame. Era loro proibito lamentarsi, confessar-si,
manifestare debolezza, ignoranza, fragilità - proibito essere bocciati a un esame,
in amore, nella salute. Se si scoprivano ma-
lati, dovevano soffrire in silenzio fino a che il ricovero in ospedale si rivelava
inevitabile. Molti sono morti prima del ricovero, gli altri erano disperatamente
ipocondriaci. I Mazzucco temevano i piaceri. Se li sono sempre negati: non so
perché. Forse, al-
l'origine, c'è qualcuno che se li è concessi tutti e, per qualche ragione a me
incomprensibile, se ne è pentito. Tutti hanno praticato un culto ossessivo per la
rettitudine, la lealtà, la disciplina, la cultura, la conoscenza (Entità suprema
che nella famiglia laica e atea aveva sostituito Dio), il sacrificio di sé fino
all'autodi-struzione. Lo strano intreccio di queste istanze fra loro inconciliabili
ha generato nevrosi, dolore e pazzia. Mio nonno, mio pa-dre, io stessa, abbiamo
convissuto con la certezza (o la paura) di impazzire: spiandoci continuamente per
cogliere l'esatto momento in cui la pazzia si sarebbe impadronita di noi.
lormentato fin dalla giovinezza da una lunga serie di dolorosissime malattie,
affrontate con uno stoicismo degno di un saggio antico, il fratello di mio padre
era ormai immobilizzato sulla poltrona del suo salotto, in un appartamento di
Monteverde nuovo. Non usciva mai. Durante la bella stagione, la poltrona veniva
spostata sul balcone, sospeso sulla trafficatissima strada sottostante. Un
alberello di limone sprigionava un profumo osti-nato, e mio zio lo aspirava con gli
occhi chiusi. Se il limone si fosse ammalato, se ne sarebbe accorto subito. La sua
situazione familiare lo aveva reso simile a un personaggio di Thomas Behard, ma lui
non lo sapeva. Stava diventando cieco, e non poteva più leggere. Era stato un
lettore formidabile. Pare che
Tuti i Mazzucco Lo fosscro, Chissa quale demone esorcizzavano
leggendo. Perfino Antonio, che aveva frequentato solo la prima clementare, leggeva
furiosamente. Mio zio era il primogenito, e aveva ricevuto il nome del fratello
prediletto di Diamante, Ame-deo. Lo zio ne è sempre stato fiero, pur sapendo che
quel nome evocava una vita spezzata e incompiuta, che ha finito per riverberare
un'ombra anche sulla sua. Quando andai a parlargli, nel 1998, aveva settantotto
anni. I suoi capelli crespi, folti, erano di un bianco abbagliante, di una bellezza
candida, di una purezza che non ho mai ritrovato. Aveva lineamenti delicati, labbra
grandi e carnose, limpidi, vitrei occhi azzurri, e sopracciglia aggrottate come a
esprimere un perenne dissenso. Quelle sopracciglia, quel dissenso, sono l'unica
caratteristica fisica che si è perpetuata nella famiglia, e il suo segno
distintivo.
Mi disse subito che la sua memoria era confusa. Siccome non poteva leggere, il suo
cervello si stava indebolendo, non riceveva stimoli, come una pianta priva di luce.
Eppure, i suoi giudizi risultarono netti, insieme commossi e inesorabili. Il suo
punto di vista disincantato e amaro. Nel corso dei nostri sporadici incontri, che
si sono ripetuti per anni - 10 immobile, gli occhi fissi sul fascinoso biancore dei
suoi capelli, lui immobile sulla sua poltrona, gli occhi fissi su qualcosa che non
saprei definire - mi resi conto che, se il presente gli appariva ormai come un
sogno confuso e irreale, un universo fitto di trame e segni insensati, nel passato
si muoveva liberamente. Mentre par-lava, non era con me, prigioniero della sua
immobilità e delle sue ombre, ma altrove - esattamente nel tempo in cui io cercavo
di inseguirlo. In esso, Amedeo non era paralizzato né cieco.
Correva, e vedeva lucidamente - Diamante, Antonio, il limone,
Tufo, le fionde, i sassi. Il mare.
Andò in America in primavera, mi disse.
Che anno era?
Il 1903.
Ne sei sicuro? Papà scrisse che aveva quindici anni.
Ci siamo sempre sentiti più grandi della nostra età. E il corpo ci capiva. A
vent'anni, io avevo già i capelli bianchi. No, era il 1903. Fu l'anno che morì il
papa.
Perse il treno che doveva portarlo a Cleveland. Non so perché. Non ce l'ha mai
detto.
A Cleveland poi ci andò. Cleveland gli sembrò uno sbaglio orribile.
Cosa diceva di New York?
Non gliel'ho mai chiesto. Da ragazzi, io e tuo padre divoravamo i fumetti e i libri
d'avventura. Molti erano ambientati in America. C'erano i Cheyenne, i cow-boy, le
praterie, i bisonti.
C'era Matiru il Re dei Pellirossa. Ecco, noi ce la immaginavamo così, l'America,
quando lui ce ne parlava. Non ci siamo mai resi conto che aveva vissuto in una
grande città - una metropoli.
Non ci siamo nemmeno resi conto che quell'America era abitata non dai pellerossa né
dai bisonti, ma dagli americani. Degli americani non parlava mai. Parlava degli
italiani - con un pes-sinismo che non prevedeva riscatto. Però, proprio per questo,
cercò varie volte di morire per loro.
Perché?
Aveva scelto l'Italia. La amava, anche se non fu mai ricam-biato.
Cercò di convincermi ad andare a New York, almeno una volta. Diceva che aver visto
molti paesi significa arrivare giovani all'età matura.
Ti disse mai qualcosa della pensione di Prince Street?
Disse che la gestiva una vecchia parente di suo zio. Una napoletana di
settant'anni. Brutta. Sporca. Mi pare che si chiamasse Maddalena, o Lena. Qualcosa
del genere.
Amedeo ricordava tutto: la pensione, la Mano Nera, il cugino Geremia, le ferrovie,
i compiti del waterboy. Nei suoi racconti, tuttavia, mancava una persona. Non mi ha
mai nominato Vita.
Quando, nell'archivio di Ellis Island, consultai la lista passeggeri della nave
Republic, a bordo della quale Diamante arrivò in America, scoprii il nome delle
2200 persone che viaggiarono con lui. Ora posso dire di conoscerli uno a uno. La
nave - che dopo la sosta a Napoli fece scalo a Gibilterra - trasportava italiani e
turchi. Ma la parola "turchi" , nel 1903, ai tempi dell'impero Ottomano,
significava molte cose: ebrei, greci, arme-ni, albanesi, siriani, libanesi, slavi,
berberi. A Ellis Island sbarcò per primo Athanapos Kapnistos, sedicenne di Creta,
poi Marie Kepapas, diciannovenne di Salonicco. Quindi, in successione, gruppi di
Beirut, di Rodi, della Macedonia, di Samo, Vasto, Fa-no; poi decine di ragazzi da
Platì e Gioiosa Jonica, Gerace, Po-listena, Scilla, Agropoli, Nicastro, Nocera,
Teramo, Castellab bate. La maggior parte aveva meno di vent'anni. I passeggeri
ragazzi di quella nave - e di tutte le altri navi di quegli anni - non
corrispondono all'immagine che mi è stata tramandata. Alle orografie che ho visto
nelle mostre e nei musei, e che si sono impresse così profondamente nella mia
memoria da condizionare la mia immaginazione, Figure dolenti e incomprensibili,
comunque lontane, distanti. Ho negli occhi i volti tristi dei con-radini, le loro
mogli tristi, vestite di nero, i loro bambini tristi, ho negli occhi i loro tristi
fagotti, che contengono tutto il loro niente. Forse ho negli occhi uno stereotipo.
Possibile che tutti questi ragazzi senza bagaglio - S, single, nella casella
relativa allo stato coniugale - siano partiti per non tornare? Scorro l'elenco
interminabile di quei nomi - Saverio Ricci da Brodolone, 17 anni, Aniceto Ricco da
Montefegato, 17 anni, Annibale Spasia-
ni da Sgurgola, 16 anni, Giuseppe Vecchio da S. Coseno, 14 an-
₽.
...— e comincio a pensare che per un'intera generazione di ragazzi l'America non
fosse una meta né un sogno. Era un luogo favoloso e insieme familiare - dove si
compiva, con 1l consenso degli adulti, un rito di passaggio, un rito di
iniziazione. Altre generazioni ebbero il servizio militare, la guerra in trincea,
le bande partigiane, la contestazione. I ragazzi nati negli ultimi decenni
dell'Ottocento ebbero l'America. A quattordici, sedi-ci, diciott'anni (qualcuno
prima, qualcuno dopo), in gruppo, con i cugini, i fratelli, gli amici, dovevano
compiere la traversata - morire - se volevano crescere, se volevano sopravvivere.
Risorgere. Dovevano affrontare l'America come i ragazzi delle tribù australiane, di
Papua e della Nuova Guinea affrontavano il mitico mostro che li inghiottiva per
rivomitarli uomini. Dovevano essere pianti, essere persi, essere considerati morti.
E dovevano tornare indietro. Solo una parte lo fece realmente: il protagonista di
molte favole iniziatiche, viaggiando, spingendosi al di là dei confini del mondo
noto finisce per trovare un regno preferibile a quello da cui è partito - e per
restarvi, cominciando un'altra vita.
Quasi per ultime sbarcarono dal Republic ventidue persone che dichiararono di
provenire da Minturno. I loro nomi figurano a pagina 95 e 96. E un gruppo
eterogeneo. Ci sono dieci uomini d'età compresa tra i 24 e i 38 anni, una donna di
31, otto ragazzi (Pietro Ciufo di 14, Ferdinando Astane di 15, Angelo Ciufo e
Giuseppe Tucciarone di 16, Antonio Rasile, Pasquale Tucciarone e Alessandro Caruso
di 17, Giuseppe Forte di 19), una bambina (Filippa Ciufo, di s anni) e due ragazze
(Elisabet ta e Carmina Ciufo, di 17 e 21 anni). Ben due adulti si chiamano Leonardo
Mazzucco, e almeno uno deve essere zio di Dia-
mante. Dichiarano di essere diretti a Cleveland.
Diamante non aveva mai raccontato di essere partito con al. tre persone (la
solitudine costituiva l'elemento epico del suo viaggio), e perciò questa scoperta
mi sorprese. Ancora più sorprendente scoprire che Diamante non sbarcò con Pasquale
e Giuseppe, due cugini poco più grandi di lui che avrebbe ritrovato alle ferrovie
anni dopo. Entrambi tornarono in Italia. Dalla corrispondenza di Diamante ho
appreso che Giuseppe rimase disperso sul Piave nel 1917 e che la sua morte lo
sconvolse.
Ma nel 1903 Diamante volle dimostrare di sapersela cavare senza di loro. Quando i
ventidue di Minturno furono sbarcati, scese una famiglia di libanesi: Sabart David
con la moglie e i dieci figli, l'ultimo dei quali Habil di sei anni. I passeggeri
seguenti sono Diamante e una bambina di nove anni: Vita Mazzucco.
Nei racconti di mio padre, che con ostinazione cercavo di ri-cordare, ma che
apparivano ormai irrimediabilmente frammen-tari, slegati, contraddittori, Vita
sbucava all'improvviso accanto a Diamante. Era già in America, come fosse sempre
stata lì. C'e-ra, e svaniva. Forse per una forma di rispettosa censura, forse per
distrazione. Una ostinata amnesia impediva alla sua figura di uscire dalla nebbia
leggendaria - di essere qualcosa di più di un nome perduto.
Eppure, quel nome leggendario corrispondeva a una persona in carne e ossa - la cui
immagine reale differiva profondamente da quella dei racconti. Era una signora
americana che, negli anni Sessanta, mandò puntualmente pacchi dono colmi di cibarie
e vestiti a mia madre, a mia sorella Silvia e poi anche a me. Lo non l'ho mai
vista, ma mia madre l'aveva incontrata. Poco dopo la nascita di Silvia era venuta a
casa nostra "per conoscere la figlia di Roberto". Aveva fatto parecchia strada...
«Par-lava inglese e l'italiano non lo capiva tanto bene. Era generosa.
Una persona semplice, direi. Piuttosto intelligente. Tuo padre diceva che non era
mai andata a scuola. Lei gli voleva molto be-ne.» Perché? «Come un figlio.»
Una donna della quale la sorella di mio padre conservava una fotografia firmata -
il timbro sbiadito di un laboratorio di stampe di Minturno rivela la data: agosto
1950. Una piccola donna paffuta. Con un sorriso contagioso e solare. Un corpo
formoso - morbido e accogliente. Così diversa dai cipigli dei Mazzucco e dal lirico
smarrimento di Emma. Eppure anche lei era una Mazzucco. C'era forse un altro modo,
un'altra possibi-lia. Quella dura teoria di maschi - narratori e spaccapietre -
comprendeva anche una donna. Che non era una poetessa, né una santa, né una
puritana. E io volevo trovare il suo posto, nella sua storia e nella mia.
Cercai i ventidue compagni di viaggio di Diamante. Ero in ritardo. Erano tutti
morti da tempo. I loro discendenti dispersi in un
altro continente. Irreperibili. I Ciufo sono rimasti in America; qualche Tucciarone
è tornato e ha comprato le terre nelle quali mio padre da bambino imparò a
detestare la campa-gna. Di Ferdinando Astane non ho trovato alcuna traccia.
Quanto a Caruso, mi dissero che era tornato anche lui, ma solo dopo la Seconda
guerra mondiale. Era vissuto cinquant'anni negli Stati Uniti. Purtroppo era morto
negli anni Sessanta. Se mi poteva interessare, una sua nipote viveva in un
pensionato sui monti Aurunci. Ero incerta. Se le avessi detto che stavo cercando
una ragazzina partita per l'America quasi cent'anni fa, non avrebbe nemmeno capito
di chi parlavo.
L'ospizio ricordava un campo nomadi, formato com'era da arrugginiti container che
risalivano forse ai tempi del terremoto dell'Irpinia. Sorgeva ai margini
dell'abitato, in un terreno incolto che non si sforzava nemmeno di somigliare a un
giardino. Dall'altra parte della strada, qualcuno aveva gettato un vecchio
frigorifero, un materasso e il sedile anteriore di un'automobile. Nessuno si era
preoccupato di ritirarli. Marianna Zinicola era nata negli Stati Uniti e la
conversazione procedette fra sbalzi e silenzi, lampi e malintesi. In quel gennaio
del 1999 aveva novantatré anni. Mi disse che le donne di Tufo sono rinomate per la
longevità. Settanta su cento superano il secolo. Osservai che era un peccato che io
non fossi di Tufo. Rise. Era una donna robusta e sospettosa, con grandi occhi
scuri, zigomi sporgenti e mani rovinate dall'artrite. Le sue compagne facevano
l'uncinetto in un vasto salone spoglio, ornato da un crocifisso e qualche stampa a
colori. Una riproduceva i girasoli di Van Gogh. Era la fine di gennaio, e fuori
pioveva. L'erba aveva un colore grigiastro. Al tavolo accanto, quattro anziani
ospiti giocavano a briscola. Cercai di spiegarle chi fossi, ma non ne venimmo a
capo. Aveva conosciuto troppi Mazzucco. In America o qui? In America. In America
dove? A New York.
Aveva mai sentito nominare una certa Vica Mazzucco? Mariana Zinicola si guardò le
mani, rigirò la tede sul dito gonfio.
Era vedova da sessant'anni. Forse questo container, nel quale aveva trovato dei
corteggiatori e delle amiche, era preferibile alla solitudine di un ospizio in
qualche suburbio americano. O forse in America non è previsto raggiungere i cento
anni. È un paese giovane, e per i giovani. Si, aveva conosciuto missus Mazzucco a
New York. Negli anni Trenta, Vita aveva aperto un ristorante. C'era la depressione
e tutti erano rimasti senza lavoro. Marianna Zinicola non sapeva dove sbattere la
testa, voleva chiedere aiuto alla paesana che se la passava bene, ma le comari la
sconsigliavano. Vita non frequentava la gente nostra e teneva cattiva reputazione,
era scappata con un ganghe-stèr, si era sposata scandalosamente tardi. Lei però ci
era andata lo stesso. Vita - che Dio la benedica - l'aveva presa come donna di
fatica in cucina. Ah, dissi, e ci è rimasta a lungo? Finché me ne tornai - disse.
Diciassette anni. Sospirò. Forse la turbava parlare del passato. Forse le stavo
usando una violenza che non meritava. «Forse non dovrei farle tutte queste do-
mande.» Mi guardò sorpresa. La gente pensa che i ricordi rendono tristi, disse.
Invece è vero il contrario. Si diventa tristi quando si dimentica.
No, purtroppo di quel periodo della sua vita non conservava niente. Che doveva
conservare? Era inalfabeta, non ci aveva mica lettere e cartoline. Stava tutto
nella sua testa. Però teneva i picci del suo matrimonio. Li volevo vedere? Certo
che sì.
Ciabattando, scomparve nel corridoio. La luce al neon sfrigo-lava. Gli ospiti mi
gettarono un'occhiata severa: pensavano che fossi una nipote ingrata, e che avessi
abbandonato l'anziana parente alle cure della sanità pubblica. Nel salone c'era
silenzio - come in un acquario. Un'infermiera leggeva "Confidenze"; un'altra,
seduta vicino all'ingresso, tentava le parole crociate.
Marianna Zinicola tornò con una scatola di biscotti dai bordi ar-rugginiti.
Conteneva bottoni, santini, biglietti d'auguri, fiocchi, confetti pietrificati e
una pagina strappata a una guida turistica nosciuto. La traduzione è mia.
(forse il Baedeker di New York). La pagina è la 234, l'anno sco-
** VITA - 52d Street angolo Broadway.
La cucina di un tempo per i gusti di oggi. La cucina - di cui si OC cupa la
proprietaria, una piccola, loquacissima signora italiana-
propone piatti di tradizione con riguardo alla stagione rivisitati e presentati con
stile. Da non perdere le tartarughe coi piselli, il baccalà alla marinara, la
crostata con le visciole, le zeppole, i mostaccioli e la migliore oca ripiena mai
assaggiata. Sala piacevole e ariosa. Ritmo di servizio lento. Il conto è un po'
salato. Necessaria la prenotazione. Assolutamente raccomandabile.
Marianna Zinicola mi guardava compiaciuta. Era famosa, eh, disse. Ci veniva la
gente importante. Venne pure Charles Lindbérgh, quello degli aeroplani. Vita faceva
tutto da sola. Era abituata a comandare. Faceva sempre di testa sua. Ce l'aveva
dura. Un giorno ve la rompete, dicevo io. E issa rideva, e dice-
va: me la fascerò. I ganghestèr ci avevano messo la bomba, i negri ci avevano
appicciato il buro, ne aveva passate tante, ma mai si pianse addosso.
Il salone era arredato con tavoli di formica che a me ricordavano banchi scolastici
e forse lo erano. Tutto, in questo cronica-rio, era di terza, quarta, perfino
quinta mano. I mobili, i golfini, le camicie da notte, l'attenzione delle
infermiere scocciate, i vetri opachi delle tinestrelle, i pavimenti, 1 termositoni.
Eppure, mentre la immortale Marianna Zinicola stropicciava quel toglio sul
tavolino, e sorrideva ripensando ai successi e ai dolori della sua padrona e amica,
mi resi conto che sapeva tutto di Vita.