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Fedro

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Fedro ha introdotto nella letteratura latina il genere delle favole, riprendendolo dal greco Esopo, ma

adattandolo al suo stile. Per questo è considerato il più grande favolista del mondo latino. Una delle
poche certezze sulla vita di questo autore è che proveniva dalla Macedonia, che era provincia
romana, e che è stato schiavo di Augusto, che ha deciso di liberarlo per le sue capacità letterarie.
Fedro ha iniziato a scrivere fin da quando era molto giovane ed aveva una visione pessimistica della
vita

Fedro è considerato il più grande favolista del mondo latino. L'importanza di Fedro sta nell'aver
introdotto nella letteratura latina un genere letterario: la favola, appunto. Non sono pervenute molte
notizie biografiche su Fedro, perfino il nome è dubbio, non si sa se fosse Phaedrus o Phaeder. Una
delle poche certezze sulla vita di questo autore è che proveniva dalla Macedonia, che era
provincia romana, e che è stato schiavo di Augusto, che ha deciso di liberarlo per le sue
capacità letterarie. Fedro ha iniziato a scrivere fin da quando era molto giovane. Tra il 20 a.C. e il
50 d.C. ha vissuto sotto Augusto, Tiberio e Claudio.

Fedro aveva una visione pessimistica della vita: vedeva gli uomini divisi tra chi è potente (violenti,
prepotenti e autoritari) e chi si trova a dover sottostare ai primi, tacendo e subendo passivamente.
Fedro considerava questi ultimi vili per il loro comportamento, ma li giustificava in quanto
temevano, non a torto, per la propria vita. Fedro analizzava la socie

tà attraverso gli occhi di un liberto e sapeva cosa voleva dire essere schiavo dei potenti. Fedro,
tuttavia, descrivendo la realtà, non aveva alcun intento rivoluzionario: non si illudeva di poter
cambiare il mondo, ma avrebbe voluto solo correggerlo, dando dei consigli per farlo migliorare.

Fedro, per il genere, si ispirava ad Esopo, il maggiore favolista greco, anch’egli giunto in Grecia
come schiavo e poi liberato perché letterato. Fedro ha ripreso il genere favolistico sia perché lo
preferiva rispetto ad altri generi, sia perché attraverso le favole poteva esprimere, anche se non
esplicitamente, giudizi sulla sua epoca e sulla politica. Quindi era innocuo solo in apparenza, perché
in realtà descriveva la situazione socio-politica, usando metafore ed allegorie. Fedro si è
ispirato anche a Callimaco, Ennio ed Orazio.

L'opera di Fedro si compone di 93 brevi favole raccolte in cinque libri (il primo libro contiene
31 favole, il secondo 8, il terzo 19, il quarto 25 e l'ultimo 10), a cui si deve aggiungere una raccolta
di 40 favole di dubbia attribuzione, detta Appendix Perotina dal nome di Niccolò Perotti, studioso
del 1400 che le classificò come fedriane. La maggior parte delle favole tratta vicende i cui
protagonisti sono gli animali, che però rappresentano i vizi e le virtù umane, se non veri e propri
personaggi storici. Il loro fine, al contrario di Esopo, non è solo di intrattenimento, ma anche un
intento moralistico, in quanto vogliono educare il lettore.

Le favole sono strutturate in:


- prologo, anche di un solo verso, che mira a fissare il principio-base con cui deve essere letta la
favola;
- corpo centrale, la vera e propria favola;
- epilogo, conclusione che tira le somme e a volte contiene la morale.

Ci sono cinque prologhi, uno all’inizio di ogni libro, che esprimono la “poetica” di Fedro:
- 1° libro: Fedro si riferisce ad Esopo, stabilendo le differenze con l’autore greco. L'impianto alla
base delle sue favole deriva da Esopo, ma la lingua, la società descritta e la forma appartengono a
Fedro, che rivendica la sua autonomia inventiva, enunciando la differenza tra delectare (=
intrattenere, lo scopo di Esopo) e docere (= insegnare, lo scopo di Fedro);
- 2° libro: definisce come proprie la varietas (varietà dei contenuti delle favole) e la brevitas
(brevità, non solo dal punto di vista dei contenuti, ma anche per lo stile e la lingua);
- 3° libro: distingue tra semita (= sentiero, quello che ha indicato Esopo, dando il via al genere
favolistico) e via (Fedro ha percorso la strada tracciata da Esopo, ma ha elevato poi il genere
favolistico a dignità letteraria);
- 4° libro: specifica la distinzione tra “esopie” (proprie di Esopo) ed “esopiche” (le sue, che ha
ripreso il modello ma non le ha copiate);
- 5° libro: dice che Esopo ormai è divenuto per lui solo un nomen, cioè Fedro è cresciuto, non ha
più bisogno del maestro, che rimane comunque per lui un punto di riferimento.

Lo stile di Fedro è leggero, semplice e chiaro, anche se utilizza allegorie (facilmente


comprensibili) e altre figure retoriche. Le favole sono scritte in senari giambici. Per quanto riguarda
la lingua, Fedro utilizza il servo cotidianus, perché le sue favole sono rivolte ad un pubblico vasto,
fatto di letterati e di semi-analfabeti. Inoltre, essendo un liberto, è abituato a parlare con gente
umile. C’è comunque un’elaborazione formale e un attento studio delle parole che mira ad ottenere
un effetto comico sotto il quale si nasconde una verità spesso amara.

La scelta degli animali come protagonisti delle sue favole ha un'importanza essenziale, in
quanto poteva parlare della società a contadini e pastori che stavano sempre a contatto con gli
animali e quindi era più semplice farsi capire. Gli uomini dell'epoca capivano il senso di tali
similitudini riconoscendo negli animali uno specchio. A differenza delle opere mitologiche, nelle
quali gli animali si comportano come uomini, dove si trattano canoni di comportamento, nelle
favole vengono interpretati come semplici consigli. La forma allegorica permette di esprimere
una polemica molto acuta, ponendo l'attenzione sulle classi inferiori in una società dominata dai
potenti. Si nota comunque il pessimismo, dato dalla consapevolezza che è difficile un cambiamento

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