Kierkegaard
Nel 1840 Kierkegaard presenta come tesi di laurea la dissertazione Sul concetto
dell’ironia con particolare riguardo a Socrate: citando Socrate, che seguiva l’ideale
di una ricerca mai esaurita della verità, fa una critica velata nei confronti di Hegel,
che era “certo” della sua dottrina, infatti è uno dei poeti anti-hegeliani.
Kierkegaard ha una doppia visione dell’ironia, da un lato la valorizza perché
consiste nel “non prendere sul serio” il finito distaccandosi da esso, dall’altro la
critica perché questa rischia di diventare un’indebita “infinitizzazione
dell’interiorità”.
Fa una contrapposizione tra ironia e umorismo: la principale differenza tra essi sta
nel diverso atteggiamento della coscienza verso il finito. L’umorismo deriva da
una certezza religiosa, che vince il dubbio e spinge l’uomo ad agire.
Molti dei temi della filosofia di Kierkegaard sono opposti a quelli dell’idealismo
hegeliano e romantico, ad esempio la difesa della singolarità dell’uomo, la
rivalutazione dell’esistenza concreta, della libertà come possibilità e della
categoria della possibilità.
La prima principale caratteristica del pensiero di Kierkegaard è quella di poter
ricondurre la comprensione dell’esistenza umana alla categoria della possibilità.
Egli, al contrario di Kant che evidenziava l’aspetto positivo, evidenzia l’aspetto
negativo di ogni possibilità. Qualunque possibilità implica la minaccia del nulla.
Kierkegaard incarna la figura del “discepolo dell’angoscia”, in quanto sente il
peso di tutte quelle possibilità negative e distruttive dell’esistenza. Tutti i momenti
più importanti della sua vita, come il rapporto con la famiglia o il fidanzamento, sono
pieni di alternative terribili.
Introduce il concetto di “punto zero”, ossia la permanente indecisione e l’instabile
equilibrio tra le alternative di fronte a qualsiasi possibilità. Kierkegaard parla di
“scheggia nelle carni”, ossia l’impossibilità di fare una scelta definitiva tra diverse
alternative, arrivando alla conclusione che l’unità della personalità sta in una
condizione di indecisione e instabilità.
La seconda caratteristica è lo sforzo di chiarire le possibilità che si presentano
all’uomo, ovvero quei momenti in cui l’uomo è chiamato a scegliere, la sua attività è
quindi quella di un contemplativo.
La terza caratteristica è quella del cristianesimo, l’unica religione in cui il filosofo
vede salvezza: infatti il cristianesimo può offrire all’uomo una via per sfuggire
dall’angoscia attraverso l’aiuto della fede.
Tutta la filosofia di Kierkegaard è caratterizzata dall’anti-hegelismo, e di fronte alla
Ragione di Hegel, egli presenta l’istanza del singolo, cioè dell’esistente come tale,
mentre Hegel aveva trasformato il genere dell’uomo in un genere animale, ma negli
animali il genere è superiore al singolo, mentre per quanto riguarda il genere
umano il singolo è superiore al genere: da questo assunto parte lo scontro con la
filosofia hegeliana e le filosofie che ritengono di avvalersi di una riflessione
oggettiva. “La verità è una verità soltanto quando è una verità per me”. La
riflessione di Kierkegaard non è oggettiva, ma soggettiva, appassionata, e il
singolo è direttamente coinvolto. Tanto credeva nell’importanza del singolo che
sulla propria tomba non fece scrivere il suo nome, ma “quel singolo”.
L’idealismo di Hegel, invece, abolisce l’individuo: poiché solo l’assoluto può
pensare l’assoluto, l’uomo quando pensa l’assoluto diventa egli stesso assoluto,
perdendo la sua singolarità.
Nonostante Kierkegaard accetti una divisione tra pensiero ed esistenza concreta e
ammetta i gradi di astrazione, egli afferma che quest’astrazione non potrà mai
essere totale, cosa che invece accade in Hegel, che parte dall’astrazione del
concetto di “essere”, ma allora “chi” è a pensare tale idea? Perciò in Hegel manca
il soggetto concreto del pensiero.
L’abolizione dell’individualità di Hegel è un errore anti-umano e anti-cristiano,
oltre ad essere illogico. Nell’individualità c’è un’esperienza religiosa ed esistenziale
irripetibile.
La dialettica di Kierkegaard è “qualitativa”, perché non si sviluppa da un vuoto
ragionamento, ma dalla tragica concretezza della vita e non si compie
silenziosamente nella sintesi hegeliana dell’et-et, ma in una imposizione di un
aut-aut, nella tensione tra contrari.
Aut-aut è il nome degli scritti che presentano l’alternativa tra i primi due stadi
dell’esistenza (modi fondamentali di vivere): la vita estetica e la vita morale. Tra
questi stadi c’è un “abisso”, un “salto”, e ogni stadio forma una vita a sé.
Lo stadio estetico è la forma di vita di chi esiste nell’attimo velocissimo e
irripetibile, ossia l’esteta, che rifiuta tutte le banalità e le cose insignificanti.
o Non ci sono le ripetizioni e la monotonia di chi vive una vita regolare.
o Johannes, il protagonista del Diario di un seduttore, è un esempio di una vita
nello stadio estetico.
o Tuttavia lo stadio estetico porterà alla noia e alla disperazione, sintomo
dell’ansia dell’esteta per l’esistenza di un’eventuale una vita differente:
ad esempio il Don Giovanni di Mozart rimane sempre insoddisfatto, a causa
della sua incapacità di trovare in una donna l’infinità di piacere e la
realizzazione che cerca.
Scegliendo però la disperazione, si può rompere l’involucro della vita estetica,
passando con un salto allo stadio etico, caratterizzato da una vita stabile e
continua, con il dominio della riaffermazione di sé, del dovere e della fedeltà a se
stessi, e quindi della libertà.
o Se la vita estetica è rappresentata dal seduttore, quella etica è
rappresentata dal marito: il matrimonio è l’espressione dell’eticità.
o Colui che vive nello stadio etico vive del proprio lavoro, ossia la sua
vocazione.
o L’uomo dello stato etico fa una scelta assoluta, ossia la scelta della libertà.
o Una volta fatta questa scelta, l’individuo si rende conto di possedere una
storia, ma non può rinunciare a nulla della propria storia, tanto meno agli
aspetti più dolorosi.
Nel riconoscersi in questi aspetti più dolorosi, l’uomo si pente. Il pentimento è
l’ultimo momento della vita etica, che non è più sufficiente. Perciò è necessario
passare con un salto allo stadio religioso.
o Kierkegaard spiega come tra questo stadio e quello precedente non ci sia
possibilità di conciliazione in Timore e tremore, dove racconta la vicenda di
Abramo. Egli visse per 70 anni nel rispetto della legge morale, ma ricevette
l’ordine di uccidere il figlio Isacco. Divette adempire, eseguendo un comando
divino e rompendo la legge morale per la quale era vissuto.
o La fede è un rapporto privato tra l’uomo e Dio. È il dominio della
solitudine, un luogo in cui non si entra in compagnia e non si sentono voci
umane.
o Ma come può l’uomo sapere di essere colui al quale Dio concede la
sospensione dell’etica? La risposta a questa domanda sta nell’angoscia di
chi si pone questa domanda, infatti la fede è “certezza angosciosa”, e
quest’angoscia è la garanzia di un rapporto nascosto con Dio.
o La fede è insieme paradosso e scandalo. Il simbolo ne è lo stesso Cristo,
che allo stesso tempo si deve riconoscere come Dio, mentre soffre come un
uomo.
o L’uomo si trova di fronte a un bivio: “credere o non credere?”. Ma se da un
lato questa scelta starebbe al singolo, dall’altro l’iniziativa del singolo è
esclusa perché è da Dio che deriva la fede. Perciò la vita religiosa è vittima
di questa contraddizione ineliminabile.
Kierkegaard afferma che l’uomo si trova in una perenne situazione di radicale
incertezza, instabilità e dubbio, a causa del suo modo di essere.
L’angoscia è generata dal possibile ed è connessa col peccato. Adamo è
innocente finché è inconsapevole delle proprie possibilità, ma è proprio in questa
inconsapevolezza che c’è l’elemento che determina la caduta. Questo
elemento è il niente, ma è proprio il niente che genera l’angoscia. A differenza
della paura, che si prova di fronte a una situazione determinata, l’angoscia è il
puro sentimento della possibilità, non è altro che libertà finita, limitata.
L’angoscia è radicata nel futuro, infatti il passato genera angoscia solamente
nel caso in cui questo possa ripetersi, altrimenti genererebbe pentimento, non
angoscia. L’angoscia è legata infatti a ciò che non è ma può essere, ossia la
possibilità del nulla.
L’angoscia è una categoria umana necessaria, infatti si presenta in quanto
umani. Manca o è minore nel momento in cui l’uomo si rende simile agli animali,
come nelle condizioni di troppa felicità.
Secondo Kierkegaard, “nel possibile tutto è possibile”, in riferimento in particolare al
negativo. Perciò, ogni possibilità favorevole è surclassata dall’infinità delle
possibilità sfavorevoli. Questa infinità delle possibilità rende l’angoscia
insuperabile, e ne fa la condizione fondamentale dell’uomo nel mondo.
La disperazione è la condizione in cui il possibile pone l’uomo rispetto alla sua
interiorità, se l’angoscia nasce dalla possibilità di un avvenimento, la disperazione
nasce dalla personalità stessa.
È analizzata da Kierkegaard nel saggio La malattia mortale. Se l’io vuole essere
se stesso, non può arrivare all’equilibrio e al riposo, visto che è finito e non
autosufficiente. Se invece non vuole essere se stesso, si scontrerà con
un’impossibilità, visto che questo aspetto gli è costitutivo. Queste due alternative,
che si identificano tra loro, caratterizzano la disperazione.
La disperazione non è finita, ma è una disperazione infinita che nasce dalla
consapevolezza dell’insufficienza esistenziale. E visto che l’io è sintesi di
necessità e libertà, la disperazione nasce dalla mancanza di necessità o dalla
mancanza di libertà.
Solo il credente, con la fede, possiede l’antidoto per la disperazione. Grazie alla
fede l’uomo non si illude di essere autosufficiente, ma riconosce di essere
dipendente da Dio. Perciò l’uomo deve volere la disperazione infinita, poiché
soltanto da questa disperazione nasce la ricerca della salvezza.
In realtà, la fede non solleva l’uomo dalla scelta, non si sostituisce a lui nel
momento della decisione.
La fede, però, è scandalo e paradosso, poiché è l’ammissione della finitezza e
dell’impotenza umana e l’abbandono a Dio. Tuttavia, è l’unica medicina per la
disperazione, poiché rende l’uomo in grado di comprendere di non essere
autosufficiente.
Tutte le categorie del pensiero religioso sono impensabili: la trascendenza di
Dio, che esclude qualsiasi familiarità tra l’uomo e Dio, il peccato concreto, l’idea
di un Dio che muore per l’uomo diventando carne.
Il rapporto tra l’uomo e Dio, al contrario di quello che pensava Hegel, per
Kierkegaard non si realizza nella storia, ma nell’attimo, ossia un istantaneo
inserimento della verità divinità nella vita dell’uomo.
Anche in questo caso, la fede è paradosso e scandalo, poiché significherebbe che
l’uomo vive nella non-verità
Perciò Kierkegaard contrappone il cristianesimo al socratismo: infatti Socrate
credeva che la verità risiedesse all’interno dell’uomo e che il suo compito fosse
solamente quello di trarla al di fuori di lui, mentre per il cristianesimo, inteso da
Kierkegaard, bisogna “ricreare” l’uomo, rendendolo adatto a una verità che gli
proviene dall’esterno, e non dall’interno.
L’unica definizione che si può dare a Dio, quindi, è quella di differenza
assoluta. Ma una differenza assoluta non può essere pensata, pertanto ciò
significa solamente che l’uomo non è Dio, è la non-verità ed è il peccato.
Nell’attimo si realizza il paradosso del cristianesimo, ossia la venuta di Dio nel
mondo. Perciò soltanto il cristianesimo è un fatto storico, ma è un fatto storico
particolare, senza testimoni privilegiati: infatti la storicità si ripresenta ogni
volta che un uomo riceve il dono della fede. Non esiste un discepolo di prima
mano e uno di seconda mano, in quanto la venuta nel mondo di Dio si verifica
direttamente e chi sente le testimonianze di chi ha assistito alla venuta di Dio nel
mondo, ci crede solamente nel momento in cui anche egli vive l’intervento diretto di
Dio.