Kant
Kant è stato definito un “Giano bifronte”:
è una grande personalità che vive a cavallo tra due civiltà
Illuminismo Romanticismo.
La caratteristica dell’Illuminismo che Kant riprende ed esalta è la fiducia nella
razionalità. Kant porta questa fiducia all’estremo, nel senso che la ragione, dopo
avere giudicato con l’Illuminismo la storia, la religione, l’autorità della tradizione, i
miti, le credenze dei popoli, adesso sottopone anche se stessa a giudizio.
Infatti, la Critica della ragion pura è una sorta di tribunale in cui il giudice delle
capacità conoscitive dell’uomo è la razionalità stessa
La ragione illuministica, però, si limita alla conoscenza del mondo finito (la
massima impresa illuministica, l’Enciclopedia, consiste nel mettere assieme
l’immagine del mondo come un mosaico con tante tessere, perché il mondo è
concepito dagli illuministi come composto di tante entità separate, di tante entità
finite). L’Illuminismo aveva dato per scontato che la ragione non si può
avventurare in campi come l’assoluto, la metafisica; Kant è un grandissimo
illuminista, ma va oltre l’Illuminismo perché si confronta con la metafisica, e
anche se riconoscerà che per le vie tradizionali il discorso metafisico non si può
affrontare, aprirà una strada diversa per tentare un discorso su Dio, sull’anima,
sul mondo, quindi sui grandi oggetti della metafisica.
Con la filosofia kantiana, il Criticismo (bilancio critico delle facoltà conoscitive
umane), l’Illuminismo raggiunge il suo culmine (e viene superato), ma raggiunge
il suo culmine anche la filosofia moderna; con quest’ultima, l’attenzione si era
spostata dal mondo, dall’oggetto, al soggetto della conoscenza, vale a dire
all’uomo e alle sue strutture conoscitive. Questo era stato vero per il
razionalismo, ma era stato vero in gran parte anche per l’empirismo, la cui opera
maggiore è il Saggio sull’intelletto umano di Locke, che segnala già nel titolo
un’attenzione alle facoltà conoscitive umane.
Kant conclude la filosofia moderna e apre quella contemporanea con un
discorso sulle facoltà conoscitive dell’uomo.
Il Criticismo implica un profondo riesame delle filosofie precedenti e un bilancio
delle facoltà conoscitive umane quali erano state identificate dalla filosofia dei
secoli precedenti: per questo è importante partire dalle critiche che egli rivolge
all’empirismo e al razionalismo.
L’empirismo, che vuole fondarsi sulla conoscenza sensibile, sulla conoscenza
delle cose materiali per la via che sembra più concreta, paradossalmente era
andato a sfociare nello scetticismo (questo si può capire agevolmente: se mi
affido alla conoscenza sensibile è chiaro che non riuscirò mai ad arrivare a una
conoscenza che sia universale e necessaria, sarò sempre costretto a riferirmi a
qualche cosa di estremamente limitato e, in fondo, alla mia stessa esperienza
personale. Affidarsi ai sensi sembra un punto di forza, in realtà è fonte di
estrema debolezza: Hume con la critica dell’idea di causalità aveva sgretolato le
basi stesse della scienza che si fonda sul principio di causalità e sull’aspirazione
ad arrivare ad affermazioni che siano valide per tutti e in ogni tempo (universali
e necessarie). L’empirismo portava a un naufragio della scienza, a non poter
affermare niente di sicuro, niente di universale (Hume giunge a dire che soltanto
affidandosi al buon senso si può dire che domani sorgerà il sole). Dalla
prospettiva dell’empirismo non si può avanzare nessuna previsione sui fenomeni
futuri, ma la scienza invece pretende proprio questo, di giungere a leggi
universali, necessarie, che ci permettano di predire anche come andranno i
fenomeni domani e dopodomani, oltre a sapere come sono andati oggi e ieri.
l razionalismo era arrivato a uno scacco di carattere diverso, ma ugualmente
dannoso per la scienza: con il suo metodo del tutto opposto, fondato sulle
conoscenze a priori, non riusciva a spiegare come si può operare il salto dalle
costruzioni a priori della mente al mondo a posteriori dell’esperienza. Esso si
poneva su un piano di universalità, ma di un’universalità astratta. Se l’empirismo
portava allo scetticismo, il razionalismo riusciva a conseguire universalità, ma
un’universalità non accettabile da parte della scienza, perché consistente in
costruzioni a priori, non verificabili nell’esperienza stessa.
Kant, nella Critica della ragion pura, demolisce e supera
empirismo e razionalismo.
Conoscere, dice Kant, è giudicare: si ha una conoscenza quando si collega un
soggetto con un predicato. Il giudizio è appunto unione di un soggetto con un
predicato. La conoscenza scientifica consiste in una concatenazione di termini.
La più elementare concatenazione di termini è il giudizio. Kant, analizzando
come funzionano i giudizi nell’empirismo e nel razionalismo, ne riesce a mettere
in rilievo la debolezza. L’empirismo, col suo metodo induttivo, cioè col metodo
che va dal particolare all’universale, e si fonda sui sensi, dava luogo a
giudizi sintetici a posteriori (es. “il corpo è pesante”: il giudizio è sintetico perché
unisce due termini non necessariamente collegati fra loro, ed è a
posteriori perché lo posso enunciare soltanto dopo che l’ho verificato con i
sensi), che hanno il vantaggio di essere produttivi, di ampliare la conoscenza,
ma presentano lo svantaggio di non raggiungere l’universalità e la necessità in
quanto sono fondati sui sensi, sono soggettivi. Il razionalismo, con il suo metodo
deduttivo, per cui si parte da affermazioni universali e si cerca di arrivare a
conoscenze più particolari, si fonda su giudizi analitici a priori (es. “il corpo è
esteso”: è un giudizio analitico in quanto analizzando il nome-soggetto ritrovo il
predicato, ed è a priori perché non ho bisogno di verificare con i sensi
l’estensione di un corpo -che un corpo è esteso lo posso sapere prima
dell’esperienza sensibile per via di ragionamento, senza né vederlo né toccarlo).
Il giudizio razionalistico presenta quindi questo vantaggio: è un giudizio
assolutamente necessario, visto che nel predicato non faccio altro che ripetere
quello che è già presente nel nome-soggetto, ma… non è produttivo.
Kant sostiene che esistono giudizi che sono sintetici e a priori insieme
Giudizi sintetici, quindi produttivi di conoscenza, che ampliano il sapere, ma,
nello stesso tempo, essendo a priori, sono universali e necessari, quindi
rispondono al canone scientifico dell’assolutezza e della necessità.
Come fa Kant a sostenere che esistono giudizi universali, necessari e insieme
estensivi del sapere, cioè giudizi sintetici a priori? Per arrivare ad affermare
questo, egli deve capovolgere le prospettive della conoscenza come erano state
interpretate fino ai suoi tempi, deve dare luogo a quella che egli stesso ha
definito “rivoluzione copernicana” della conoscenza
Che cosa vuole dire questo paragone che Kant stesso istituisce con Copernico?
Fino a Kant c’era stato un dogma – come Kant stesso dice – cioè una credenza
non dimostrata: che il mondo fosse ordinato, che la natura, la realtà, avesse
leggi, ordine in se stessa. L’uomo va alla ricerca, alla scoperta di queste leggi; ci
può andare col metodo induttivo degli empiristi o col metodo deduttivo dei
razionalisti, ma in ogni caso il soggetto sta di fronte al mondo e deve cercare in
qualche modo di svelare quali sono le leggi del mondo. Con Kant, invece, la
prospettiva è capovolta: il soggetto conoscente ha in sé meccanismi di
funzionamento, leggi, forme, che proietta nell’oggetto conosciuto. Come,
secondo il paragone, per Copernico l’uomo si muove con la terra e proietta
questo movimento in un movimento che egli immagina sia degli astri, lo proietta
all’esterno, nell’oggetto, negli astri, così per Kant l’uomo ha leggi nelle proprie
facoltà conoscitive, leggi che egli poi proietta sulla realtà. L’insieme delle facoltà
conoscitive umane, ovvero la ragione, per Kant, è come una forma che si va
a stampigliare sui contenuti di conoscenza che il mondo ci offre.
Compito del filosofo è quello di indagare le strutture conoscitive umane, che
Kant chiama nel loro insieme “ragione”, e che sono articolate in intuizione,
intelletto e ragione propriamente detta.
Per Kant, è l’uomo il legislatore della natura, non è la natura ad avere in sé
una legge che l’uomo deve andare a ricercare. «L’io è il legislatore della
natura».
Per Kant, la conoscenza della cosa quale essa è in se stessa (il “noumeno”),
non è mai raggiungibile. Vediamo le cose soltanto quali appaiono a noi.
conosciamo il “fenomeno”. A questo punto sembrerebbe che siamo ricaduti in
una posizione ancora peggiore dello scetticismo di Hume, ma non è così,
perché Kant sostiene che è vero che trasformiamo ogni conoscenza del mondo
esterno, ma ognuno di noi opera una trasformazione analoga, identica a quella
degli altri (anche in questo senso Kant è fortemente illuminista: per gli illuministi
la ragione è una struttura universale, è propria cioè di tutti gli uomini); quindi tutti
gli uomini operano una deformazione della realtà esterna o, meglio, danno
forma alla realtà, ma tutti lo fanno nella stessa maniera. Quello specchio
deformante che è la nostra coscienza, che è la nostra ragione, opera in maniera
identica in ogni uomo: è vero che si tratta di una deformazione della realtà
esterna, ma questo nulla toglie all’universalità. Questa è una delle difficoltà che
presenta la comprensione della novità del pensiero kantiano. Fino a Kant ciò
che è soggettivo è personale, è arbitrario, ecc., mentre ciò che è oggettivo è
universale. In Kant invece si raggiunge l’universalità all’interno della
soggettività: le strutture soggettive (intuizione, intelletto e ragione), essendo
uguali in tutti gli uomini, danno luogo a conoscenze universali (fino a Kant, di
solito, si intende che “oggettivo” è uguale a “universale”, invece per Kant
“soggettivo” è uguale a “universale”).
Per Kant ogni conoscenza, da quella più elementare a quella più complessa, è
sempre frutto di due componenti, cioè di un elemento materiale e di un
elemento formale. L’elemento materiale è quello che viene dall’esterno, ma ad
esso è inevitabilmente aggiunto un elemento formale, che è un apporto della
nostra ragione. È come se, in tre fasi successive, avvenisse una donazione di
forma alla materia (che ci viene dall’esterno). Ci sono come tre rielaborazioni, tre
filtraggi successivi della conoscenza, che avvengono ad opera dell’intuizione,
dell’intelletto e della ragione.
Critica della Ragion pura: Estetica trascendentale
Partiamo dalla conoscenza più elementare, che è quella intuitiva, cioè
percettiva, è quella del mondo sensibile. Secondo Kant, anche nella conoscenza
sensibile più elementare c’è già la forte presenza di una forma dovuta alla nostra
facoltà dell’intuizione. Infatti, non appena apriamo gli occhi sul mondo,
collochiamo gli oggetti in uno spazio, collochiamo le cose a destra, a sinistra,
avanti, dietro, in alto, in basso, “spazializziamo” gli oggetti, i quali non si trovano
di per se stessi nello spazio. La conoscenza, pur essendo soggettiva, perché è il
soggetto, l’uomo conoscente che inserisce la relazione spaziale, è però una
conoscenza universale. Qualunque osservatore compie la stessa operazione di
spazializzazione. La prima forma che viene data agli oggetti esterni
attraverso l’intuizione è quella dello spazio, che è una forma a priori della
conoscenza, ma è una forma a priori presente nella stessa maniera in tutti gli
uomini, in termini kantiani è una forma a priori trascendentale.
A tutte le forme a priori della conoscenza Kant aggiunge sempre l’aggettivo
“trascendentale”, termine cardine della sua filosofia, in cui si condensa la novità
del suo pensiero. Infatti il trascendentale di Kant è opposto sia all’empirico, sia
all’a priori dei razionalisti, è una via di mezzo rispetto all’a posteriori sensibile
degli empiristi e all’a priori dei razionalisti. Che cosa significa che lo spazio è
una forma a priori trascendentale? Significa che lo spazio non è empirico, non è
ricavato dall’esperienza, non è nelle cose: tolto l’uomo, lo spazio non esiste.
Kant respinge la visione newtoniana dello spazio come una sorta di grande
recipiente in cui avvengono i movimenti dei corpi studiati dalla meccanica, dalla
fisica. Lo spazio però non è neppure a priori nel senso razionalistico, che
prescinde dall’esperienza: l’a priori dei razionalisti (basti pensare alle idee innate
di Cartesio) è qualche cosa che conosco, che ho in mente in maniera
indipendente dall’esperienza; invece lo spazio di Kant non è qualche cosa che
sta al di fuori dell’esperienza, come una idea innata posseduta a prescindere
dall’esperienza. Lo spazio è una facoltà spazializzatrice del soggetto, che entra
in moto quando il soggetto si trova due oggetti da collocare in reciproca
posizione l’uno rispetto all’altro. Lo spazio non c’è né empiricamente nella realtà
oggettiva, né nella mente come un’idea a priori: esso c’è nel momento in cui la
ragione, più specificamente la facoltà dell’intuizione, si incontra con gli oggetti e
li colloca uno a destra e l’altro a sinistra, uno in alto e l’altro in basso, uno avanti
e l’altro dietro, ecc. Lo spazio quindi non è né nell’esperienza, nell’oggetto, né
nel soggetto, bensí è “trascendentale”, è una forma a priori trascendentale in
quanto esiste soltanto nell’incontro tra soggetto e oggetto. Ogni volta che Kant
usa il termine “trascendentale” vuole con questo sottolineare che si tratta di
qualche cosa che nasce dall’incontro tra il soggettivo e l’oggettivo, oppure, in
altri termini, tra la forma e la materia del conoscere, cioè tra la forma conoscitiva
del soggetto e il contenuto oggettivo, il dato. Quando si incontrano questi due
elementi scocca la scintilla del trascendentale.
La prima scintilla trascendentale è quella dello spazio. Ognuno di noi non
appena fa esperienza colloca gli oggetti spazialmente, attraverso la forma a
priori trascendentale di spazio.
La seconda forma trascendentale dell’intuizione è quella del tempo, che è
la forma a priori trascendentale dell’esperienza non più esterna bensí interna.
Ho desideri, atti di volontà, sensazioni, ricordi, ecc. e tutti questi stati interiori li
ordino in successione, gli uni prima e gli altri dopo. Per esempio: avverto un
rumore dalla strada, rimango scosso, questo mi fa venire in mente ricordi; allora:
il fastidio del rumore, l’irritazione, il ricordo, poi magari il nascere di un desiderio
in base a questo… possiamo immaginare tante catene di stati psichici che si
succedono gli uni agli altri. Per Kant anche il tempo non è qualche cosa di
oggettivo, un ritmo oggettivo della realtà com’era per Newton, che permette di
misurare temporalmente tutti i movimenti, tutti i fenomeni: il tempo è qualche
cosa che noi aggiungiamo alla realtà. Kant sottolinea che il tempo è più
estensivo dello spazio, in quanto, mentre lo spazio si applica soltanto agli oggetti
esterni, il tempo si applica sia agli stati interiori, sia agli oggetti esterni. Ogni
evento esterno, essendo inquadrato dalla nostra intuizione, viene assorbito dalla
nostra facoltà intuitiva. Mentre gli atti di volontà, i desideri, ecc. non vengono
collocati spazialmente, le percezioni che vengono dal mondo esterno vengono
da noi interiorizzate e collocate in successione nel tempo. Tutte le sensazioni,
sia esterne sia interne, sono messe in successione dalla forma del tempo:
mentre la forma dello spazio è limitata solo agli oggetti esterni, la forma del
tempo è estesa invece a tutte le nostre percezioni, sia esterne sia interne.
Critica della Ragion pura: Logica trascendentale
Una volta che i fenomeni sono stati inquadrati nelle forme dello spazio e del
tempo essi subiscono un’ulteriore rielaborazione: vengono unificati dall’ intelletto.
L’in- telletto è una facoltà capace di emettere giudizi, e quindi di conoscere
in maniera piena, infatti, come abbiamo detto prima, per Kant conoscere è
giudicare, connettere termini fra di loro. Ora, l’intelletto opera queste
connessioni, cioè emette giudizi, e in questo senso arriva alla conoscenza
piena. Per la prosecuzione del discorso va sottolineato che l’intelletto, essendo
una facoltà che unisce soggetto e predicato, si muove in una dimensione
limitata, cioè unisce un singolo soggetto con un singolo predicato, dà luogo
quindi a una visione del mondo atomizzata, non riesce ad arrivare alla grande
sintesi delle conoscenze che invece costituisce l’ambizione della ragione. La
distinzione tra intelletto e ragione è questa: l ’intelletto è una facoltà analitica, che
si ferma a un mondo frammentario, mentre invece la ragione in senso stretto ha
l’ambizione di cogliere la totalità del mondo, la totalità delle conoscenze, cioè di
operare grandi sintesi. Come fa l’intelletto a operare le limitate sintesi di
soggetto e predicato? Mediante dodici categorie o concetti, cioè dodici modi di
connessione dei fenomeni tra di loro. Come giunge Kant ad affermare che sono
dodici? Lo ricava dalla storia della conoscenza umana: considera i giudizi
storicamente dati, e sostiene che tutti i giudizi si possono raggruppare in giudizi
di quantità, di qualità, di modalità e di relazione. Ognuno di questi quattro tipi si
articola in tre caratterizzazioni, si giunge così a dodici tipi di giudizi, in cui si
possono catalogare tutti i giudizi conoscitivi possibili. Se ci sono dodici tipi
di giudizi ci devono essere dodici modi per connettere soggetti e predicati, cioè
dodici categorie: Kant chiama categorie o concetti questi modi di
connessione del soggetto col predicato.
I concetti o categorie kantiane sono qualcosa di rivoluzionario e assolutamente
diverso dalla maniera aristotelica e classica di intendere le categorie. Non sono i
frutti supremi dell’astrazione, l’ultimo residuo dell’astrazione dal particolare
all’universale, le nozioni supreme, bensí meccanismi di connessione dei dati,
sono funzioni del nostro intelletto che appunto connettono soggetti con
predicati. A questo proposito rientra in gioco con forza il termine
“trascendentale”: le categorie sono trascendentali. Vale a dire che esse – ne
enunciamo qualcuna: l’esistenza, la negazione, la causalità, la sostanza, ecc. –
sono meccanismi di connessione che si esercitano soltanto su un materiale
già elaborato nelle forme dello spazio e del tempo. In altri termini, le
categorie non sono idee che abbiamo nella nostra mente, ma meccanismi di
funzionamento del nostro intelletto che entrano in gioco quando hanno un
materiale concreto da poter riordinare, da poter mettere insieme. Se non
c’è materia del conoscere, l’intelletto non entra in movimento: esso entra in
azione soltanto quando si può mettere a lavorare sui dati e li può connettere
unificando un soggetto con un predicato. Questo fatto è caratterizzato dal
termine “trascendentale”.
Si pone a questo punto il problema di come le categorie a priori dell’intelletto
possano applicarsi a ciò che è a posteriori, ai dati sensibili. In una parte molto
complessa della Critica della ragion pura, intitolata “Schematismo
trascendentale”, Kant cerca di evitare che possa essergli rivolta quella stessa
accusa di dogmatismo da lui indirizzata ai razionalisti. Egli identifica un ponte
fra intuizione e intelletto, un elemento comune alle esperienze intuite e alle
categorie che colmi l’abisso che sembra separare il sensibile dalle categorie
dell’intelletto: questo ponte è dato dal tempo. Il tempo è omogeneo tanto al dato
sensibile intuito quanto alla categoria. In termini semplici questo è quanto Kant
rileva: il tempo è la forma trascendentale a priori dell’intuizione che dà forma a
tutte le esperienze, sia quelle interiori, sia quelle esterne in quanto interiorizzate.
Non c’è dato sensibile che non sia fornito dall’intuizione all’intelletto in una
forma temporale. Ma il tempo è anche lo schema costitutivo delle categorie,
ognuna delle quali può essere ricondotta a uno schema temporale: per esempio
la sostanza corrisponde alla permanenza nel tempo, la causalità
alla successione nel tempo, la reciproca azione alla simultaneità, e così via.
Nel tempo Kant identifica dunque il fattore intermedio che lega insieme dati
sensibili e categorie dell’intelletto, realtà empirica concreta e astratte
categorie mentali.
Lettura di Kant:
«Chiamiamo sensibilità la ricettività del nostro spirito, ossia la sua capacità di
ricevere rappresentazioni, quando esso è in un qualche modo modificato [la
sensibilità implica ancora una certa passività, la ricettività rispetto al
dato]; intelletto è invece la facoltà di produrre da sé rappresentazioni [concetti],
ossia la spontaneità della conoscenza. – Nessuna di queste due facoltà può
anteporsi all’altra. Senza la sensibilità nessun oggetto ci sarebbe dato, senza
l’intelletto nessun oggetto sarebbe pensato. I pensieri senza contenuto
[sensibile] sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche .Quindi è
altrettanto necessario rendere sensibili i propri concetti (cioè riferirli
all’intuizione) quanto rendere intelligibili le proprie intuizioni (cioè trasformarle in
concetti)».
Questa importante affermazione ci riporta all’inizio del discorso: abbiamo detto
che la Critica della ragion pura è un tentativo di bilancio delle facoltà
conoscitive; a questo punto possiamo dire che Kant afferma la validità
scientifica della matematica e della fisica: la matematica si basa sulle forme
a priori di spazio e tempo, è concretamente fondata su queste forme a priori
universali e necessarie, in quanto la geometria si fonda sulle relazioni spaziali,
quindi sulla forma di spazio; l’aritmetica, con tutto quello che ne consegue, in
quanto fondata sulla successione dei numeri, nasce dalla successione del
tempo, e il tempo è altrettanto una forma trascendentale a priori dell’intuizione.
Questo è un primo frutto del bilancio fatto da Kant. Il secondo scaturisce dalla
valutazione dell’intelletto: la categoria di causalità, che, presa nei termini
tradizionali, era stata rifiutata da Hume, ora viene riproposta come una categoria
a priori dell’intelletto, quindi la fisica, che si fonda sulla categoria di causalità, è
anch’essa giustificata, perché si fonda sulle categorie, cioè sulle forme che sono
a priori e quindi danno luogo ad una conoscenza universale e necessaria.
La matematica e la fisica sono scienze a pieno titolo, sono investite di nuova
validità alla luce delle scoperte di Kant. La sua ambizione però era di
verificare la possibilità della metafisica. È chiaro che ci avviamo verso un
discorso per cui la metafisica nel senso tradizionale è impossibile, in quanto le
categorie dell’intelletto, che danno luogo alla conoscenza, sono trascendentali,
cioè si applicano solo a concreti contenuti di esperienza. Nella citazione che
abbiamo letto esse sono «vuote»: non possono funzionare se non hanno un
contenuto sensibile, cioè un contenuto già inquadrato a sua volta nello spazio e
nel tempo. Ora, gli oggetti tradizionali della metafisica, Dio, l’anima, il
mondo nella sua interezza, non sono oggetto di intuizione, non sono
inquadrati nello spazio e nel tempo; non essendo oggetto di intuizione,
non possono essere oggetto di elaborazione da parte dell’intelletto e
quindi di conoscenza. Di conseguenza la metafisica non è una scienza,
come invece lo sono la matematica e la fisica.
Lettura:
«Ogni nostra intuizione non è che la rappresentazione di un fenomeno. Le cose
che noi intuiamo non sono in se stesse quali noi le intuiamo, né i loro rapporti
sono cosiffatti come ci appariscono; e se sopprimessimo il nostro soggetto o
anche solo la natura subbiettiva dei sensi in generale, tutte le proprietà, tutti i
rapporti degli oggetti, nello spazio e nel tempo, anzi lo spazio stesso e il tempo
sparirebbero, poiché come fenomeni non possono esistere in sé, ma soltanto in
noi. Quale possa essere la natura degli oggetti considerati in sé e separati dalla
recettività dei nostri sensi, ci rimane interamente ignoto».
A questo punto Kant definisce il concetto di cosa in sé. Possiamo
conoscere la realtà quale ci appare, ma la realtà quale è in se stessa ci
sfugge irrimediabilmente. Kant la chiama cosa in sé e la considera
inattingibile, irraggiungibile. Il fatto che la realtà in sé non sia conoscibile non
implica che non possa essere pensata. Pensare non significa conoscere;
si può pensare anche qualche cosa di fantastico o di immaginario. Kant chiama
perciò la cosa in sé anche noumeno (noûs in greco significa mente): la cosa in
sé è una realtà pensabile, ma non conoscibile. Si comincia a delineare in Kant
un dualismo tra fenomeno e noumeno.
Lettura:
«Noi non conosciamo se non il nostro modo di percepirli, che ci è peculiare, e
che non è neanche necessario che appartenga ad ogni essere, sebbene
appartenga a tutti gli uomini».
Ci sono specie animali, e si possono ipotizzare creature superiori agli uomini,
con forme di inquadramento spazio-temporale, concettuale, diverse dalle nostre.
Noi vediamo il mondo come è filtrato dalle nostre strutture conoscitive, strutture
conoscitive che non è detto che appartengano a ogni essere, sebbene
appartengano, però, a tutti gli uomini. Esse sono quindi universali e vengono da
Kant indicate anche con la formula: “Io penso”. Con questa espressione Kant
vuol sottolineare che esistono dodici categorie, ma le dodici categorie sono pur
sempre categorie adoperate da un unico soggetto: l’“Io penso” è il soggetto
portatore di tutte le categorie. È l’elemento che unifica la conoscenza. La
conoscenza è unificata non più nel concetto di mondo oggettivo, bensí nel
concetto di Io penso, che è l’insieme delle dodici categorie, ma soprattutto –
per il fatto or ora sottolineato che queste dodici categorie sono identiche in ogni
uomo – è la struttura conoscitiva umana dell’uomo con la “U” maiuscola.
C’è ,quindi ,una universalità delle strutture conoscitive.
Lettura:
L’intelletto quindi, pel fatto stesso che ammette i fenomeni, ammette anche
l’esistenza di cose in sé, e pertanto noi possiamo dire che la rappresentazione
di questi esseri che stanno a fondamento dei fenomeni e cioè la
rappresentazione di puri esseri intelligibili [noumeni] non solo è legittima, ma è
inevitabile».
Dall’Analitica alla Dialettica trascendentale
L’uomo non può raggiungere il mondo noumenico, il mondo delle cose
come sono in loro stesse, ma c’è, dice Kant, un’illusione trascendentale di
poterlo fare. La suprema facoltà conoscitiva dell’uomo, vale a dire la ragione in
senso stretto, ha l’ambizione di cogliere sinteticamente che cos’è il mondo, che
cos’è l’anima, che cos’è Dio. Mentre le forme trascendentali dell’intelletto
sono le categorie dell’intelletto, quelle della ragione sono tre idee: Dio,
anima e mondo, le quali sono grandi direttrici di sintesi delle conoscenze.
L’idea di mondo è la tendenza alla sintesi di tutte le conoscenze esterne; l’idea
di anima è la tendenza alla sintesi di tutte le conoscenze interne, degli stati
interiori; l’idea di Dio è la tendenza alla sintesi di tutte le conoscenze esterne e
interne. Che questa tendenza sia legittima per Kant si vede già dal fatto che,
come emerge nella citazione precedente, egli accredita l’aspirazione dell’uomo
al noumeno, e questo aprirà la strada alla Critica della ragion pratica. Ma delle
idee della ragione, che segnalano una esigenza metafisica dell’uomo, si fa
un uso sbagliato, un uso costitutivo. La metafisica ha compiuto questo
errore: ha considerato queste tre idee come tre cose. Le tre idee, che sono
forme della ragione, le ha viste come costituenti tre entità. La tendenza a
unificare tutte le conoscenze esterne, che è un’idea, è stata vista come il
mondo; la tendenza a unificare tutte le sensazioni interiori è stata
sostanzializzata nell’anima e così si è sostanzializzata l’idea di Dio in un Dio
esistente come entità suprema.
Per Kant l’uso corretto delle idee è invece l’uso regolativo, cioè quello che
spinge a scorgere insiemi di conoscenze sempre più vasti, a superare la
limitatezza dell’intelletto, la limitatezza analitica, nello sforzo di raggiungere una
visione complessiva e organica della realtà: l’intelletto ci fornisce come le
tessere di un mosaico, che la ragione cerca di mettere insieme.
Kant precisa la sua critica alle tre parti della metafisica tradizionale: la
cosmologia razionale, la psicologia razionale e la teologia razionale.
La Cosmologia razionale
Kant enumera le quattro antinomie della cosmologia, cioè affermazioni che
sono in contrasto tra di loro e non sono conciliabili. Kant vede una dialettica
dicotomica, a due termini: una tesi e un’antitesi di cui l’una esclude l’altra. Per
Kant tesi e antitesi sono assolutamente inconciliabili, cioè sono una opposta
all’altra (a differenza di quanto sosterrà Hegel).
L’elenco delle antinomie della cosmologia è il seguente:
TESI ANTITESI
Il mondo è: Il mondo è:
a) finito nello spazio e nel a) infinito e eterno;
tempo; b) divisibile all'infinito;
b) costituito di elementi c) soggetto al determinismo che
semplici in numero finito;
c) implicante una
causa libera come
esclude ogni libertà;
cominciamento della serie dei
d) in tutto contingente e
cambiamenti;
mutevole.
d) fondato nella sua contingenza
su un essere assolutamente
necessario.
La parte della metafisica che affronta il mondo, la cosmologia razionale, si
distrugge da sé perché formula affermazioni contraddittorie;
Psicologia razionale
la parte della metafisica che affronta l’anima, la psicologia razionale, cade in un
errore fondamentale, in un paralogismo. Il paralogismo è una forma di sillogismo
sbagliato, in cui si ha l’impressione di usare il termine medio correttamente,
invece in effetti lo si usa in due accezioni diverse e quindi il sillogismo non
funziona. Il termine medio, “l’anima”, viene usato in una maniera sbagliata dalla
metafisica; essa una volta lo usa come una sostanza, e un’altra volta come una
funzione. Il concetto fondamentale qual è? Che per la metafisica le nostre
funzioni di unificazione della conoscenza, quelle che Kant chiama “Io penso”,
sono scambiate per una sostanza. L’“Io penso” invece è anch’esso
trascendentale come tutte le categorie, cioè esiste in quanto unifica, dà ordine,
dà forma all’esperienza sensibile; quando non c’è nessuna esperienza sensibile
non c’è nessun “Io penso”. Per questo Kant lo denomina anche “appercezione
trascendentale”. L’“Io penso” è una funzione che riunisce tutte le funzioni
trascendentali della ragione umana. La metafisica, con un falso ragionamento,
con un paralogismo, scambia la funzione dell’“Io penso” per una cosa, la vede
come una sostanza, sostanzializza l’“Io penso” chiamandolo “anima”, come se
fosse una cosa dotata di una sua consistenza indipendente dalla conoscenza
del mondo. La metafisica non vede l’“Io penso” come trascendentale, come
esistente nel momento in cui riordina un mondo, bensí come un qualche cosa di
esistente di per sé. Sulla base di questo errore essa finisce col dire cose
opposte sull’anima: una parte della metafisica afferma che l’anima è semplice,
un’altra che è composta; una che è mortale, l’altra che è immortale, ecc.: anche
sull’anima si finisce col dire cose contraddittorie.
Teologia razionale
Infine Kant analizza la teologia razionale e critica le prove dell’esistenza di Dio.
Queste per Kant sono riducibili a tre, ma il loro schema di ragionamento in fondo
è uno solo: il famoso argomento ontologico di Sant’Anselmo, poi ripreso da
Cartesio. Le altre prove sono quella cosmologica, cioè la prova che risale
dall’esistenza di cose contingenti, che possono esserci o non esserci, a un ente
necessario, e la prova fisico-teologica, legata a un finalismo del mondo da cui si
risale a Dio che lo avrebbe posto. Kant in effetti le riconduce tutt’e tre alla prova
ontologica: qual è il loro comune difetto? Esse applicano in maniera arbitraria a
un’idea la categoria di esistenza, che appunto è una categoria trascendentale a
priori dell’intelletto, come tale applicabile soltanto a oggetti che siano già
inquadrati nello spazio e nel tempo. L’argomento ontologico di Sant’Anselmo
sostiene: dato che chiunque (anche l’ateo che la nega) è in possesso dell’idea di
suprema perfezione, cioè dell’idea di Dio, l’idea di suprema perfezione non può
mancare di quella parte della perfezione che è l’esistenza, e di conseguenza
dall’idea di Dio si può passare all’esistenza reale di Dio. Kant a questo proposito
ricorre a una famosa frase ironica: «Cento talleri [i talleri erano la moneta
prussiana] nella mia mente non sono cento talleri nella mia tasca». Vuole dire
ovviamente che alle idee non corrispondono necessariamente le cose. Kant cioè
nega che si possa applicare la categoria dell’esistenza a un’entità puramente
ideale come l’idea di perfezione, l’idea di Dio.
Cade così anche la teologia, parte culminante della metafisica: la metafisica
tradizionale non è possibile come scienza.
Lettura:
Dice Kant: «Io intendo per idea un concetto necessario della ragione, al quale
non può esser dato nessun oggetto corrispondente nella realtà sensibile. Le
idee sono concetti della ragione pura, perché esse considerano ogni
conoscenza empirica come determinata da una totalità di condizioni. Non sono
invenzioni arbitrarie, ma sono imposte alla ragione dalla loro stessa natura. E
sono trascendenti, perché trascendono i limiti di ogni esperienza, non potendosi
dare in questa un oggetto che sia adeguato all’idea trascendentale. Le idee
sono tre: l’idea del soggetto assoluto, sostanziale [l’anima, come essere
permanente attraverso il variare degli stati dell’esperienza interna], l’idea della
serie assoluta delle condizioni [il mondo come tutto, come serie compiuta o
sistema chiuso di tutte le condizioni della connessione dei fenomeni
dell’esperienza della natura], la determinazione di tutti i concetti nell’idea di una
totalità assoluta del possibile [Dio, come il principio della totalità assoluta
dell’essere, nel quale tutti gli esseri si unificano e si accomunano]. La prima idea
è psicologica (anima), la seconda cosmologica (mondo), la terza teologica
(Dio)».
Kant ammette un uso regolativo delle idee, ma nega che possa essere
fatto un uso costitutivo di esse.
Kant è un pensatore complesso: nel momento in cui nega la metafisica, ci tiene
però a dire: «Guardate che non per questo sono un materialista; su Dio non si
può dire niente sulle basi della metafisica, non si può dire né che è, né che è
causa del mondo, però non si può dire neppure l’inverso. Non si può dire che
Dio non esiste e non è causa del mondo. «...e per questa via aprono alle idee
morali un libero campo al di là di quello della speculazione. Questa è, mi
sembra, la spiegazione adeguata di quella disposizione naturale alla
metafisica».
Le tre idee trascendentali di Dio, anima e mondo, usate male dalla
metafisica, sono però il segnale che l’uomo aspira e può aspirare a un
mondo diverso, può entrare in contatto col mondo superiore del noumeno.
Non riesce ad accedere a questo mondo per via conoscitiva. L’analisi delle
facoltà conoscitive si è chiusa. Il bilancio, da positivo che era per matematica e
fisica, è diventato totalmente negativo per la metafisica. L’uomo con la
conoscenza non si può mettere in relazione con Dio e con l’anima, ma la
presenza in lui di queste idee trascendentali lascia intravedere uno
spiraglio per cui può aspirare, per altra via, a entrare in contatto con
queste entità. C’è nell’uomo una disposizione naturale alla metafisica e Kant
tenterà di fondarla in un modo completamente nuovo nella Critica della Ragion
pratica