Introduzione Alla Relatività: Qualsiasi
Introduzione Alla Relatività: Qualsiasi
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Introduzione alla relatività
La relatività galileiana riguarda, in verità, il solo moto dei corpi, cioè un sot-
toinsieme dei fenomeni naturali. E’ quindi spontaneo domandarsi: il principio di
relatività è una legge strettamente connessa ai soli fenomeni meccanici o una legge
di natura valida per tutti i fenomeni e, in particolare, anche per quelli elettroma-
gnetici?
Per rispondere a questa domanda prenderemo in considerazione semplici esem-
pi particolari, in rappresentazione prima delle leggi della meccanica e poi di quelle
dell’elettromagnetismo. Nel primo caso verificheremo esplicitamente ciò che ci
aspettiamo, cioè che le leggi della meccanica sono invarianti nel passaggio da un
sistema di riferimento inerziale ad un altro. Nel secondo caso assumeremo per va-
lida una delle principali leggi dell’elettromagnetismo e vedremo come questa si
comporta quando ad essa si applicano le regole classiche di trasformazione delle
coordinate spazio-temporali.
Cominciamo col fissare le idee sulla forma delle trasformazioni tra due sistemi
di riferimento inerziali in
meccanica classica. Conside-
y
t y′ riamo per semplicità la situa-
t′
zione in cui i due sistemi di
→
riferimento S e S′, con origini
u in O e O′, hanno gli assi x e x′
sovrapposti e gli altri assi a
O x
due a due paralleli (figura
S O′ x′ r
S′
6.1). Sia u la velocità, co-
z
z′
stante e diretta come l’asse x,
con cui S′ trasla rispetto a S.
Figura 6.1 - Rappresentazione dei sistemi di riferimento S e S′.
Supponiamo che gli orologi
dei due osservatori siano sin-
cronizzati in modo che entrambi misurino tempo zero nell’istante in cui le origini
dei due sistemi di riferimento coincidono:
t = t′ = 0 ⇔ O = O′ . (6.2)
Sia dato un generico evento che si verifichi nel punto P dello spazio (ad esem-
pio, il passaggio di un oggetto per quel punto). Ciascuno dei due osservatori iden-
tifica l’evento con una quaterna di coordinate spazio-temporali: S con ( x, y, z , t ) , S′
con ( x′, y ′, z ′, t ′) .
La trasformazione di coordinate dal sistema di riferimento inerziale “fisso” S a
quello “mobile” S′, che trasla rispetto a S con moto rettilineo uniforme, è, in fisica
classica, descritto dalle cosiddette trasformazioni di Galileo:
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 159
⎧⎪ x′ = x − u t
⎪⎪
⎪⎪ y ′ = y
⎨ (6.3)
⎪⎪ z ′ = z
⎪⎪
⎪⎪⎩ t ′ = t
⎧⎪vx′ = vx − u
⎪⎪
⎪⎨v′ = v (6.4)
⎪⎪ y y
⎪⎪ vz′ = vz
⎩
e
⎪⎧⎪ ax′ = ax
⎪⎪
⎨a ′y = a y (6.5)
⎪⎪
⎪⎪ az′ = az
⎩
r
Nel caso più generale in cui la velocità u ha componenti lungo tutti e tre gli assi,
la trasformazione delle velocità, scritta in forma vettoriale, diventa
r r r
v′ = v − u . (6.6)
Vogliamo dunque verificare l’invarianza delle leggi della meccanica rispetto al-
le trasformazioni di Galileo. Come esempio tipico della meccanica classica, consi-
deriamo la forza di attrazione gravitazionale tra due masse m1 e m2 che si trovino
ferme nel sistema di riferimento S, occupando le posizioni P1 e P2 di coordinate
160 Introduzione alla relatività
Dalle (6.9) risulta poi immediatamente evidente che ciascuna delle relazioni
r r
F21 = −F12 (6.12)
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 161
e r r
F21′ = −F12′ (6.13)
r
(dove F21 è la forza esercitata da m2 su m1 in S) implica l’altra, cioè anche il terzo
principio vale in S′ se e solo se esso vale in S.
Utilizzando un esempio particolare abbiamo dunque verificato in modo detta-
gliato (e forse un po’ pedante) una proprietà di cui in verità ci si può rendere conto
con un ragionamento generale e intuitivo. Ogni misura di forza si riconduce o alla
misura di un’accelerazione (misura dinamica) o alla misura di una lunghezza
(l’allungamento di un dinamometro in una misura statica). Ci siamo già resi conto
che, secondo la relatività galileiana, le misure di accelerazione (6.5) e quelle di
lunghezza (6.8), contrariamente a quelle di velocità (6.4), danno entrambe risultati
indipendenti dal particolare sistema di riferimento inerziale in cui ci si trova. I
principi e le forze della meccanica classica, essendo espressi in termini di accele-
razioni e di lunghezze, ma non di velocità, sono quindi covarianti rispetto alle tra-
sformazioni di Galileo. Si usa anche dire che essi ubbidiscono al principio di rela-
tività di Galileo.
1
μ0ε 0 = . (6.15)
c2
162 Introduzione alla relatività
che permette di calcolare, attraverso la seconda legge della dinamica, il moto della
carica q in una regione di spazio in cui è presente un campo elettromagnetico. Si
r
noti la dipendenza della forza dalla velocità v della carica: già questo è un ele-
mento di diversità rispetto alle leggi della meccanica, per le quali abbiamo motiva-
to la covarianza rispetto alle trasformazioni di Galileo proprio con l’assenza di
forze dipendenti dalla velocità.
Questa presentazione delle nozioni dell’elettromagnetismo è ovviamente molto
riduttiva, perché non rende conto né della complessità dei fenomeni interessati, né
dello straordinario valore concettuale della sintesi teorica rappresentata dalle equa-
zioni formulate da James Clerk Maxwell (1831-1879) nel suo Trattato su elettrici-
tà e magnetismo. Nel Trattato, pubblicato nel 1873, si riassumevano tutte le prece-
denti conoscenze sui fenomeni elettromagnetici e se ne prevedevano di nuovi, tra
cui l’esistenza delle onde elettromagnetiche, completando la formalizzazione di
una delle teorie fisiche ancor oggi meglio fondate e dai più importanti risvolti ap-
plicativi.
Richiedendo un ulteriore sforzo nell’accettare nuove nozioni senza adeguata
giustificazione fisica, introduciamo una seconda possibile formulazione
r r delle e-
quazioni dell’elettromagnetismo, basata, anziché sui vettori E e B , sui cosiddetti
r
“potenziale vettore” ( A ) e “potenziale scalare” (V ), definiti dalle relazioni
r
r r ∂A
E = −∇V − ,
∂t (6.17)
r r r
B = ∇ ∧ A.
E’ infatti una particolarità del campo gravitazionale il fatto che la “carica” ad esso
soggetta (cioè la massa gravitazionale) coincida con la massa inerziale (principio
di equivalenza). L’analisi approfondita delle conseguenze di questa particolarità
tutt’altro che banale e casuale è il punto di partenza della teoria della relatività ge-
nerale.
Utilizzando il principio di sovrapposizione e passaggi matematici che vanno ol-
tre lo scopo di questo testo, si può dimostrare che le proprietà più generali del
r
campo g sono esprimibili in una forma sintetica, scritta in termini di rotore e di-
164 Introduzione alla relatività
r
vergenza, simile a quella vista per il campo elettromagnetico. Il campo g generato
da una distribuzione di massa qualsiasi avente densità ρ M ( x, y, z , t ) , funzione delle
coordinate spaziali e del tempo, soddisfa infatti le relazioni:
r r
∇ ⋅ g = −4πγ ρ M ,
r r r (6.23)
∇ ∧ g = 0.
La seconda delle equazioni (6.23) esprime la proprietà, già nota come proprietà
r
della forza, secondo cui il campo g è irrotazionale: esiste quindi una funzione sca-
lare ϕ tale che
r r
g = −∇ϕ . (6.24)
Sostituendo la (6.24) nella prima delle (6.23), si trova l’equazione soddisfatta dal
potenziale gravitazionale:
∇ 2ϕ = 4πγ ρ M . (6.25)
V ′( x ′, y ′, z ′, t ′) = V ′[ x ′( x, y, z , t ), y ′( x, y, z , t ), z ′( x, y, z , t ), t ′( x, y, z, t )] . (6.26)
Notiamo inoltre che, fissati un punto dello spazio ed un istante di tempo, descritti
dalle coordinate ( x, y, z , t ) in S e ( x ′, y ′, z ′, t ′) in S′, il potenziale, come qualsiasi
altra quantità osservabile, deve essere lo stesso per entrambi gli osservatori:
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 165
V ′ ( x ′, y ′ , z ′ , t ′ ) = V ( x , y , z , t ) . (6.27)
∂V ∂V ′ ∂x′ ∂V ′ ∂t ′ ∂V ′
= + =
∂x ∂x′ ∂x ∂t ′ ∂x ∂x′
∂ 2V ∂ ⎛ ∂V ⎞ ∂ ⎛ ∂V ′ ⎞ ∂ ⎛ ∂V ′ ⎞ ∂x′ ∂ ⎛ ∂V ′ ⎞ ∂t′ ∂ V ′
2
= ⎜ ⎟ = ⎜ ⎟ = ⎜ ⎟ + ⎜ ⎟ =
∂x 2 ∂x ⎝ ∂x ⎠ ∂x ⎝ ∂x′ ⎠ ∂x′ ⎝ ∂x′ ⎠ ∂x ∂t ′ ⎝ ∂x′ ⎠ ∂x ∂x′2
∂ 2V ∂ 2V ′ ∂ 2V ∂ 2V ′
= , =
∂y 2 ∂y′2 ∂z 2 ∂z′2
∂V ∂V ′ ∂x′ ∂V ′ ∂t ′ ∂V ′ ∂V ′
= + = −u +
∂t ∂x′ ∂t ∂t ′ ∂t ∂x′ ∂t ′
∂ 2V ∂ ⎛ ∂V ′ ∂V ′ ⎞
= ⎜ −u ′ + ′ ⎟
∂t 2 ∂t ⎝ ∂x ∂t ⎠
∂ ⎛ ∂V ′ ∂V ′ ⎞ ∂x′ ∂ ⎛ ∂V ′ ∂V ′ ⎞ ∂t ′
= ⎜ −u ′ + ′ ⎟ + ⎜ −u + ⎟
∂x′ ⎝ ∂x ∂t ⎠ ∂t ∂t ′ ⎝ ∂x′ ∂t ′ ⎠ ∂t
∂ 2V ′ ∂V ′ ∂ 2V ′
= u2 − 2u +
∂x′2 ∂x′∂t ′ ∂t ′2
(6.28)
Queste espressioni, ottenute facendo uso solo delle trasformazioni di Galileo e del-
le proprietà delle derivate, valgono ovviamente anche per il potenziale gravitazio-
nale φ. Ricordando anche la (6.19), nel passaggio da S a S′ otteniamo le seguenti
trasformazioni delle leggi del potenziale scalare elettromagnetico e del potenziale
gravitazionale:
1 ∂ 2V ρ ⎫S S ′⎧ 2 1 ⎧ ∂ 2V ′ 2 ∂ V′
2
∂ 2V ′ ⎫ ρ
∇ V − 2 2 =− ⎪ ⎪∇ V ′ − 2 ⎨ 2 + u − 2u ⎬=−
2
c ∂t ε0 ⎬ ⇒ ⎨ c ⎩ ∂t ′ ∂x′ 2
∂x′∂t ′ ⎭ ε0
∇ 2ϕ = 4πγ ρ M ⎪⎭ ⎪ 2
⎩∇ ϕ ′ = 4πγ ρ M
(6.29)
riferimento mobile la legge del potenziale scalare acquista una dipendenza esplici-
r
ta dalla velocità u di S′ rispetto ad S. Da ciò è spontaneo dedurre che esiste un so-
lo sistema di riferimento inerziale privilegiato, in questo caso S, in cui le leggi
dell’elettromagnetismo hanno la forma descritta dalle equazioni di Maxwell e che,
in generale, i fenomeni elettromagnetici sono regolati da leggi sempre diverse a
seconda del sistema di riferimento (sia pur inerziale) nel quale si compiono le mi-
sure. Tale conclusione può addirittura essere considerata incompatibile con il con-
cetto basilare di ripetibilità della misura, su cui si fonda la moderna fisica speri-
mentale. Ciò che, tuttavia, fece dell’ipotesi dell’esistenza di un sistema di riferi-
mento privilegiato l’unica possibilità presa in considerazione dallo stesso Ma-
xwell, e dall’intera comunità scientifica per alcuni decenni, fu la constatazione del-
la natura ondulatoria del campo elettromagnetico. Cerchiamo di spiegare questo
concetto. Consideriamo la legge del potenziale vettore [la prima delle (6.17)] in
una regione di spazio “vuoto”, in cui cioè non siano presenti cariche ferme o in
r r r
movimento ( ρ = 0 , J = 0 ): per ciascuna delle tre componenti di A otteniamo
1 ∂ 2 Ax
∇ Ax − 2
2
= 0,
c ∂t 2
1 ∂ Ay
2
∇ Ay − 2
2
= 0, (6.30)
c ∂t 2
1 ∂ 2 Az
∇ Az − 2 2 = 0.
2
c ∂t
La forma matematica di queste equazioni è ben nota nella fisica classica: è quella
caratteristica dell’equazione delle onde
1 ∂ 2ψ ( x, y, z , t )
∇ 2ψ ( x, y, z , t ) − = 0, (6.31)
v2 ∂t 2
nore nello spazio della stanza, fino a raggiungere e mettere in vibrazione la mem-
brana del timpano all’interno del nostro orecchio. Il mezzo condiziona la propaga-
zione delle onde: ad esempio, la trasmissione del suono sotto la superficie del ma-
re è molto diversa da quella possibile in aria e dipende da profondità, temperatura,
salinità, conformazione del fondale. Senza mezzo in cui propagarsi le onde sonore
non esistono: lo spazio lontano dall’atmosfera è un luogo privo di suoni, dove non
è possibile far sentire la propria voce o godere dell’ascolto della musica.
Non è quindi sorprendente il fatto che Maxwell non esitasse ad ipotizzare anche
per le onde elettromagnetiche l’esistenza di un mezzo elastico e invisibile che
permeasse il mondo e, vibrando, consentisse la loro propagazione. Egli riprese il
concetto di “etere”, che era stato introdotto da Huygens nel suo Trattato sulla luce
(1690) ed era ritenuto alla base dei fenomeni ottici studiati da Young e Fresnel
all’inizio del secolo. In analogia con i fenomeni di propagazione delle onde mate-
riali, l’etere assumeva quindi il ruolo di sistema di riferimento privilegiato, non
solo per la propagazione delle radiazioni elettromagnetiche, ma in generale per le
leggi dell’elettromagnetismo. Il mondo scientifico sembrò quindi accettare il fatto
che tali leggi non rispettassero il principio di relatività valido per quelle della mec-
canica.
Solo nel sistema di riferimento assoluto e immobile dell’etere doveva dunque esse-
re possibile verificare l’esatta validità delle leggi di Maxwell. In particolare, ogni
osservatore in moto rispetto a questo sistema di riferimento avrebbe dovuto misu-
rare una velocità della luce (cioè delle onde elettromagnetiche) diversa dal valore
della costante che compare nelle equazioni di Maxwell,
1
c= ≅ 299792 km/s, (6.32)
μ0ε 0
interpretata come la velocità della luce nell’etere. Doveva perciò essere possibile,
per un osservatore a riposo sulla superficie terrestre, concepire un esperimento che
gli consentisse di rendersi conto del proprio movimento rispetto al sistema di rife-
rimento dell’etere. Secondo la ragionevole ipotesi che tale riferimento fosse ap-
prossimato meglio da quello del sistema solare che da quello della terra, la com-
ponente principale del moto rispetto all’etere sarebbe stata quella dovuta alla rivo-
luzione della terra attorno al sole, che si compie con una velocità media uT di circa
30 km/s (la velocità di un punto della superficie terrestre dovuta alla rotazione del-
la terra attorno al proprio asse è molto inferiore: meno di 0.5 km/s all’equatore).
Un esperimento di misura della velocità della luce in un laboratorio terrestre a-
vrebbe quindi dovuto fornire (assumendo la validità delle trasformazioni di Gali-
168 Introduzione alla relatività
Tra i numerosi esperimenti compiuti sul finire del 1800 per dare una risposta al
problema, il primo a raggiungere una precisione adeguata all’entità dell’effetto
cercato fu quello realizzato da Albert Michelson ed Edward Morley nel 1887.
L’esperimento doveva sfruttare l’elevata precisione raggiungibile nella misura dei
fenomeni di “interferenza” della luce, con lo scopo di rivelare una seppur piccola
velocità del laboratorio rispetto all’etere. L’idea era quella cui abbiamo già accen-
nato e che adesso vogliamo spiegare in maggior dettaglio. Rispetto all’etere, per
definizione, un raggio di luce ha sempre velocità di modulo c (la velocità “assolu-
ta” della luce) qualunque sia la sua direzione; invece rispetto al laboratorio (sup-
posto in moto rispetto all’etere) raggi di luce mandati in direzioni diverse avranno
velocità in modulo diverse, poiché, secondo le trasformazioni di Galileo, compor-
ranno diversamente la propria velocità “assoluta” con quella del laboratorio rispet-
to all’etere. Chiamando il riferimento fisso dell’etere S e il laboratorio S′, la veloci-
tà della luce nel laboratorio sarà (6.6)
r r r
v′ = v − u , (6.33)
r
dove v , in modulo uguale a c, è la velocità della luce nell’etere. Calcoliamo come
r r
il modulo di v ′ dipende dalla velocità u del laboratorio e dalla direzione del rag-
gio di luce nel laboratorio:
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 169
r r r
v = v′ + u
r r r r r
| v |2 = c 2 = (v′ + u ) ⋅ (v′ + u ) = v′2 + u 2 + 2 v′ u cosϑ ′
(6.34)
v′2 + 2 ( u cosϑ ′ ) v′ − ( c 2 − u 2 ) = 0
v′ = c 2 − u 2 + u 2 cos 2 ϑ ′ − u cosϑ ′
ϑ ′ = 0 ⇒ v′ = c − u (6.35)
ϑ ′ = 180o ⇒ v′ = c + u (6.36)
ϑ ′ = ± 90o ⇒ v′ = c 1 − u 2 c 2 (6.37)
Con una misura di laboratorio in cui si mandino raggi di luce in diverse direzioni e
se ne misurino le velocità, dovrebbe dunque essere possibile, confrontando i diver-
si risultati, stabilire il valore della velocità u del laboratorio rispetto all’etere. Ma
se la misura della velocità desse sempre lo stesso risultato per ogni direzione del
raggio di luce,r bisognerebbe concludere che il laboratorio è immobile rispetto
r
all’etere ( u = 0 ), oppure che le ipotesi fatte – la validità delle trasformazioni di
Galileo e/o l’esistenza stessa dell’etere – sono sbagliate.
L’esperimento di Michelson-Morley si proponeva quindi di rivelare variazioni
nella misura della velocità della luce al variare della sua direzione nel laboratorio.
Per comprendere
a fondo il metodo
onde onde
usato, bisogne- in fase fuori fase
rebbe conoscere
le proprietà della
destinazione
sorgente
luce e le leggi
dell’ottica. Cer-
cheremo di dare
solo qualche idea t sfasamento Δt
fondamentale che
consenta di intui- Figura 6.2 – Illustrazione intuitiva di come si crea lo sfasamento tra due onde
re il procedimen- che percorrono tragitti di diversa lunghezza.
to. Un’onda lu-
minosa durante il suo percorso “oscilla” secondo fluttuazioni regolari e periodiche
caratterizzate da una certa frequenza (ad oscillare sono proprio il campo elettrico e
il campo magnetico di cui l’onda è costituita). Due raggi luminosi, provenienti dal-
170 Introduzione alla relatività
la stessa sorgente, che si rincontrino dopo aver percorso due tragitti di diversa lun-
ghezza possederanno, in generale, due diverse “fasi” d’oscillazione: è facile ren-
dersene conto rappresentando le onde come funzioni periodiche sinusoidali del
tempo (figura 6.2). Viceversa, se tra due onde luminose provenienti dalla stessa
sorgente si misura uno sfasamento temporale Δt, se ne può attribuire la causa a una
delle seguenti circostanze (o ad entrambe):
1) le due onde hanno percorso tragitti L1 e L2 di lunghezza diversa, e quindi
Δt = ( L2 − L1 ) / v′ ;
2) se, invece, i percorsi compiuti dai due raggi luminosi sono lunghi uguali
( L2 = L1 = L ), devono essere diverse le velocità con cui i due percorsi sono
stati compiuti: Δt = L / v2′ − L / v1′ .
Il caso più interessante per la nostra discussione è quest’ultimo. La misura della
differente velocità di due onde luminose che si propagano in direzioni diverse si
riconduce quindi alla misura dello sfasamento temporale dell’una rispetto l’altra. Il
metodo per misurare lo sfasamento tra due onde luminose si basa sul fenomeno
noto in ottica con il nome di interferenza. Due onde della stessa frequenza che si
sovrappongono “mescolando” le proprie oscillazioni disegnano, proiettandosi su
uno schermo piano, una caratteristica alternanza di righe illuminate e righe oscure
(le cosiddette “frange d’interferenza”). La forma della figura che si crea sullo
schermo dipende dal rapporto Δt T tra lo sfasamento reciproco delle due onde ed
il loro periodo di oscillazione: le frange prodotte dall’interferenza di due onde tra
loro sfasate ( Δt ≠ 0 ) sono spostate di una quantità ben calcolabile rispetto a quelle
generate da due onde perfettamente in fase ( Δt = 0 ).
L’apparato di misura è
schematizzato (in una for-
→
ma semplificata) in figura specchio S1 u
6.3. Gli sperimentatori velocità del
montarono tutti i compo- laboratorio
nenti sopra una base di pie- nell’etere
tra girevole, così da poter specchio
periodicamente riallineare semi-
l’apparato con quella che si riflettente specchio
presumeva fosse la direzio- S S2
ne del moto del laboratorio
rispetto all’etere, cioè la sorgente
velocità di rivoluzione della
r
terra ( u ). Tale direzione
cambia, ovviamente, al va- rivelatore
riare delle stagioni, ma an- dell’interferenza
che dal giorno alla notte, a
causa della rotazione terre- Figura 6.3 – Rappresentazione schematica dell’esperimento di
stre. Michelson-Morley.
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 171
Una sorgente luminosa, fissa rispetto al resto dello strumento, produce un’onda
r
che si propaga nella direzione di u e incontra uno specchio semi-riflettente S.
Quest’ultimo in parte riflette, in parte rifrange (cioè si lascia attraversare come un
vetro trasparente), suddividendo così la luce incidente in due componenti proietta-
r
te in direzioni distinte, quella di u e quella ad essa perpendicolare. Ciascuna delle
due onde, dopo aver compiuto un percorso lungo l, incide su uno specchio (S1/S2) e
viene riflessa all’indietro. Ritornate allo specchio semi-riflettente, le due onde
riassumono la stessa direzione e raggiungono insieme il dispositivo per
l’osservazione delle frange d’interferenza (ad esempio una lente che focalizza la
luce sulla superficie di uno schermo). Tra i due fasci di luce ci si aspetta di osser-
vare uno sfasamento dovuto alle diverse velocità di percorrenza dei tratti SS1 e SS2:
r
il tratto SS1 è infatti percorso parallelamente a u con velocità di modulo c − u in
andata (6.35) e c + u al ritorno (6.36), mentre il tratto SS2 è percorso perpendico-
r
larmente a u con velocità (6.37) pari a c 1 − u 2 c 2 (sia all’andata e al ritorno).
Ricordiamo che queste sono le velocità rispetto al laboratorio ottenute convertendo
la velocità della luce nell’etere (c) tramite le trasformazioni di Galileo. Il fascio
r
che percorre il braccio parallelo a u impiega dunque il tempo
l l
t|| = tandata + tritorno = +
( v′ ) ( v′ )
andata ritorno
(6.38)
l l 2lc 2l 1
= + = 2 = ,
c − u c + u c − u2 c 1 − u 2 c2
r
mentre lungo il braccio perpendicolare a u il tempo di percorrenza è
l l
t⊥ = t⊥andata + t⊥ritorno = +
( v⊥′ ) ( v⊥′ )
andata ritorno
(6.39)
l l 2l 1
= + = .
c 1 − u2 c2 c 1 − u 2 c2 c 1 − u 2 c2
2l ⎡ 1
−
1 ⎤
Δt = t− t⊥ = ⎢ ⎥, (6.40)
c ⎢⎣1 − u c
2 2
1 − u 2 c 2 ⎥⎦
La battaglia per la strenua difesa del concetto di etere continuava nel frattempo
anche sul fronte delle possibili spiegazioni teoriche.
1
Esiste in verità una complicazione tecnica: di fatto è impossibile raggiungere la condizione sperimentale
in cui i due bracci SS1 e SS2 abbiano lunghezza esattamente uguale. Basterebbe una differenza di lun-
ghezza Δl piccolissima, pari anche solo ad una frazione della “lunghezza d’onda” λ (il “passo”
dell’oscillazione, legato al periodo dalla relazione λ = c ⋅ T ) della luce usata ( λ 5 ⋅ 10−7 m), per produrre
uno sfasamento Δt = Δl v′ che maschererebbe completamente quello dovuto alla velocità del laboratorio,
oggetto della misura. Per eliminare la dipendenza da questo effetto non voluto, nell’esperimento di Mi-
chelson-Morley ogni rilevazione veniva in realtà ripetuta una seconda volta dopo una rotazione
dell’intero apparato di 90°, tale da scambiare tra di loro i due bracci. Scopo della misura diventava quindi
determinare la differenza tra i due sfasamenti, cioè uno spostamento delle frange d’interferenza tra prima
e dopo la rotazione, risultato che avrebbe significato univocamente la presenza di una velocità di deriva
non nulla del laboratorio.
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 173
2l 1 − u 2 c 2 1
t =
c 1 − u2 c2
2l 1
= (6.41)
c 1 − u2 c2
= t⊥
Negli anni precedenti alla pubblicazione (1905) della relatività ristretta, stavano
prendendo forma, grazie al lavoro degli scienziati Joseph Larmor, Woldemar
Voigt e soprattutto dello stesso Lorentz, le corrette equazioni di trasformazione di
coordinate rispetto le quali le leggi dell’elettromagnetismo sono covarianti – note,
appunto, come trasformazioni di Lorentz. La forma completa di queste equazioni,
che dovevano affiancare ma non sostituire le trasformazioni di Galileo (6.3), con-
siderate ancora valide per i fenomeni meccanici, è la seguente:
⎧ ′ x − ut
⎪x =
⎪ u2
1− 2
⎪ c
⎪ y′ = y
⎪
⎨ z′ = z (6.42)
⎪
⎪ u
t− 2 x
⎪ t′ = c
⎪ u2
⎪ 1− 2
⎪⎩ c
Più tardi mostreremo come queste equazioni derivino dai principi fondamentali
della relatività ristretta, di cui costituiscono lo strumento matematico principale.
Tuttavia esse furono introdotte con un significato completamente diverso da quello
che avrebbero poi assunto nella teoria di Einstein. Esse rappresentano infatti il
punto di arrivo di diversi tentativi che furono compiuti alla ricerca delle trasforma-
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 175
zioni che dovevano lasciare invariate le equazioni di Maxwell nel passaggio dal
riferimento dell’etere ad uno in movimento. Il meccanismo della contrazione delle
lunghezze, precedentemente postulato per rendere conto del risultato dell’esperi-
mento di Michelson-Morley, era incorporato in queste equazioni. Il concetto di
sistema di riferimento privilegiato rimaneva inalterato e anzi, si connotava di ulte-
riori elementi di artificiosità, come l’introduzione del meccanismo della dilatazio-
ne del tempo, che si affiancava così a quello della contrazione delle lunghezze. A
causa della peculiare interdipendenza tra coordinate spaziali e coordinata tempora-
le presente nelle equazioni di trasformazione, gli intervalli temporali misurati in
un laboratorio in movimento sembravano infatti dover subire una dilatazione ri-
spetto a quelli misurati nell’etere. La misura del tempo, come già quella della lun-
ghezza, diventava così un’ulteriore ragione di disparità tra etere e riferimenti in
moto. Vedremo nel seguito come la teoria della relatività porterà ad un vero e pro-
prio ribaltamento di prospettiva nell’interpretazione di questi concetti.
Anche in questa occasione, i tentativi di risolvere le contraddizioni esistenti
senza rinunciare al concetto di etere stavano comportando una progressiva deriva
verso idee sempre meno intuitive e sempre più difficili da giustificare con teorie
fisicamente accettabili.
Utili a capire come venisse inteso il significato della contrazione della lunghez-
za e della dilatazione del tempo sono le parole di Larmor (Etere e Materia, 1900):
“Se le forze interne di un sistema materiale nascono da azioni elettrodinamiche
tra i sistemi di elettroni che costituiscono gli atomi, allora l’effetto dell’impartire
ad un sistema materiale rigido un’uniforme velocità di traslazione è di produrre
una contrazione uniforme del sistema nella direzione del moto, della quantità ε−1 2
[ = 1 − u 2 c 2 ]”.
Le trasformazioni di Lorentz erano considerate come una conseguenza delle in-
terazioni elettromagnetiche e quindi una loro proprietà esclusiva. Rispetto a feno-
meni come il moto dei pianeti o la caduta dei gravi, per i quali dovevano continua-
re a valere le trasformazioni di Galileo, la fisica dei processi elettromagnetici co-
stituiva ancora un mondo a parte.
Mai come alla fine del 1800 si poteva guardare al complesso delle acquisizioni
della mente umana come ad una trionfale consacrazione del metodo “scientifico”
fondato da Galileo. Nel corso del secolo, l’insieme delle conoscenze della fisica
aveva assunto l’aspetto di una costruzione imponente: la meccanica, fondata sulle
leggi di Newton, prediceva con grande precisione il moto di qualsiasi corpo; erano
state formulate le leggi che descrivono i fenomeni termici stabilendone la connes-
sione con le applicazioni meccaniche ed erano già state proposte le idee per una
loro interpretazione in termini statistici (Maxwell, Boltzmann); la concezione ato-
176 Introduzione alla relatività
mica della materia, sebbene considerata ancora non più che un’ipotesi, era alla ba-
se di ben consolidate leggi della chimica. Ma, soprattutto, i fenomeni connessi con
l’elettricità ed il magnetismo, dopo essere stati oggetto di intensa ricerca da parte
di un numero sempre crescente di studiosi (Coulomb, Gauss, Oersted, Ohm, Am-
père, Faraday, ecc.), avevano trovato nel fondamentale lavoro di Maxwell una trat-
tazione di completezza e sintesi mirabili. La scoperta, che ne derivò, della natura
ondulatoria dei campi elettrici e magnetici era destinata a segnare in modo deter-
minante la successiva evoluzione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche.
Basti menzionare i primi esperimenti sulla trasmissione di segnali condotti da
Heinrich Hertz e da Guglielmo Marconi, che già nel 1901 dimostrò di essere in
grado di far viaggiare un segnale su una distanza di oltre tremila chilometri attra-
verso l’Atlantico. Gli ultimi anni del secolo videro inoltre la scoperta dei raggi X
(Rontgen), che avrebbe presto rivoluzionato la diagnostica medica, e quella della
radioattività (Becquerel, Curie).
Tuttavia, proprio la nuova formulazione dell’elettromagnetismo ad opera di
Maxwell fece emergere gravi problemi concettuali che, alle soglie del ventesimo
secolo, determinarono la crisi della teoria classica e della concezione corrente del-
lo spazio-tempo. Da un lato, come abbiamo visto, la natura ondulatoria dei campi
sembrava presupporre, in contrasto con il principio di relatività su cui era fondata
la meccanica di Galileo e Newton, l’esistenza di un sistema di riferimento prefe-
renziale, quello del mezzo di propagazione, per la descrizione dei fenomeni elet-
tromagnetici. Esisteva poi un’intera classe di fenomeni, connessi con l’emissione e
l’assorbimento della radiazione da parte della materia (le righe spettrali
dell’atomo, la radiazione di corpo nero), per i quali l’interpretazione nell’ambito
della teoria maxwelliana dava risultati non consistenti con la realtà o addirittura
paradossali. Ciascuno di questi problemi era come una sfida lanciata alla comunità
scientifica. Gli sforzi compiuti per cercarne le risposte sfociarono all’inizio del
ventesimo secolo in una rivoluzione concettuale senza precedenti nella storia di
tutte le scienze, portando alla formulazione della teoria della relatività da parte di
Einstein e alla proposizione delle prime idee della meccanica quantistica, cui lo
stesso Einstein diede contributi fondamentali.
sarebbe valsa il premio Nobel. Gli ultimi due scritti, Sull’elettrodinamica dei corpi
in movimento e L’inerzia di un corpo dipende dal suo contenuto energetico? con-
tengono, rispettivamente, l’enunciazione completa della teoria della relatività ri-
stretta e la derivazione di alcune sue implicazioni, tra cui la famosa equazione di
equivalenza tra massa ed energia. La nuova teoria discende interamente da due soli
postulati, che possono essere così formulati:
1) Le leggi della fisica hanno la stessa forma in tutti i sistemi inerziali (princi-
pio di relatività).
2) La luce si propaga nello spazio vuoto con una velocità che ha lo stesso valo-
re c in tutti i sistemi inerziali.
Per prima cosa è necessario rivedere il significato di tempo. Il fatto che la luce ab-
bia la stessa velocità in tutti i sistemi di riferimento ha infatti una prima, importan-
te conseguenza: lo scorrere del tempo non è lo stesso in tutti i riferimenti, ragion
per cui sarà necessario considerare coordinate temporali distinte ( t ≠ t ′ ) nei due
sistemi inerziali S e S′ tra i quali si opera la trasformazione. Ci si può rendere con-
to di questa proprietà attraverso un semplice esempio di “esperimento pensato”.
Consideriamo come laboratorio il vagone di un treno (sistema di riferimento S′),
r
in moto rispetto a terra (riferimento S) con velocità u costante e diretta verso “de-
stra” (v. figura 6.4). Una sorgente di luce posta in quiete nel punto di mezzo del
vagone emette, all’istante t = 0 , due segnali in direzioni opposte. I due segnali si
propagano con la stessa velocità c in entrambe le direzioni. Essi raggiungono
quindi la parete dell’estremità destra e quella dell’estremità sinistra del vagone,
178 Introduzione alla relatività
poste alla stessa distanza dalla sorgente, simultaneamente. Vediamo ora cosa
succede se lo stesso fenomeno
viene osservato da un osservato-
S′ →
u re fermo sulla terra. Sappiamo,
per postulato, che anche in S la
velocità del segnale luminoso è
uguale a c, in entrambe le dire-
S zioni. Tuttavia, mentre il segna-
le si propaga, l’osservatore di S
Figura 6.4 – Relatività della simultaneità: l’esempio della vede il vagone spostarsi verso
sorgente di luce all’interno del vagone di un treno.
destra: la parete di sinistra va
quindi incontro al segnale, quella di destra sfugge da esso. L’osservatore di S con-
clude che il segnale raggiunge la parete di sinistra prima di quella di destra:
l’arrivo del segnale alle due estremità del vagone è simultaneo per l’osservatore
del vagone, ma non per l’osservatore fermo a terra.
La simultaneità diventa un concetto relativo. E’ quindi necessario abbandonare
la nozione di tempo assoluto. Mentre le trasformazioni di Galileo possono sempre
essere descritte scegliendo la condizione t = t ′ , per dedurre le nuove equazioni di
trasformazione sarà essenziale assumere che ciascun riferimento sia dotato di un
proprio orologio.
Riguardo alla misura del tempo bisogna compiere alcune precisazioni. Cosa si-
gnifica dotare di orologio un sistema di riferimento? In verità, ogni punto dello
spazio all’interno di un sistema di riferimento deve teoricamente possedere un oro-
logio, se si vuole essere in grado di registrare l’istante in cui un qualsiasi evento
(ad esempio il passaggio di un corpo per quel punto) si verifichi. In generale è
quindi necessario dotare il riferimento di un “reticolo” di orologi tra loro sincro-
nizzati. E qual è la procedura giusta per operare la sincronizzazione? Non è corret-
to pensare di trasportare tutti gli orologi nello stesso punto (ad esempio l’origine)
del riferimento, sincronizzarli e poi riportarli nelle sedi ad essi assegnate, poiché lo
spostamento degli orologi in generale ne altera la marcia. Si tratta di un effetto non
necessariamente connesso con la relatività della simultaneità: anche in meccanica
classica è prevedibile che ciò possa accadere. Lo spostamento di un orologio com-
porta infatti il suo trasferimento temporaneo su di un sistema di riferimento non
inerziale (ad esempio a bordo di un treno che lo trasporti da una città ad un’altra):
la partenza e l’arrivo, per lo meno, implicano un’accelerazione del mezzo di tra-
sporto. Nei momenti di non inerzialità del moto dell’orologio, le leggi fisiche che
ne determinano il funzionamento vengono alterate. Ad esempio, un orologio a
pendolo potrebbe mutare il proprio periodo di oscillazione se sottoposto ad altre
forze (apparenti) oltre alla forza peso. Il metodo più giusto e “naturale” di sincro-
nizzare gli orologi è basato sul secondo postulato della relatività ristretta ed è, di
fatto, quello utilizzato per la messa a punto della rete oraria mondiale. L’orologio
posto, ad esempio, nell’origine viene scelto come quello che fornisce l’orario di
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 179
⎧ x′ = x′( x, y, z , t )
⎪
⎪ y′ = y′( x, y, z , t )
⎨ (6.43)
⎪ z′ = z′( x, y, z , t )
⎩⎪ t ′ = t′( x, y, z , t )
Cominciamo con l’osservare che esse devono essere lineari. Trasformazioni non
lineari violerebbero infatti una proprietà dello spazio-tempo che non è messa in
180 Introduzione alla relatività
discussione: la sua omogeneità. Qualunque esperimento deve dare gli stessi risul-
tati se viene ripetuto nelle stesse condizioni fisiche in punti diversi dello spazio e
in tempi diversi.
Supponiamo, ad esempio, che la coordinata x si trasformi secondo la relazione
quadratica x′ = a x 2 e verifichiamo cosa succede quando l’osservatore di S′ misura
la lunghezza di un’asta collocata a riposo lungo l’asse x nel riferimento S. Suppo-
niamo che la lunghezza misurata dall’osservatore di S sia, ad esempio, unitaria. In
un primo caso l’osservatore di S pone l’asta con estremi in x1 = 1 e x2 = 2 : la sua
lunghezza viene misurata da S′ come
Rispetto alla forma più generale delle possibili trasformazioni lineari, abbiamo tra-
lasciato i termini costanti, che si annullano per la condizione scelta (6.2), secondo
cui gli orologi sono sincronizzati allo stesso tempo t = t ′ = 0 quando i due riferi-
menti coincidono. Ci sono altre semplificazioni che possiamo applicare in base
alla geometria specifica dei sistemi di riferimento S e S′. Guardando la figura 6.1,
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 181
vediamo che il piano x′y′ (luogo dei punti tali che z ′ = 0 ) coincide sempre con il
piano xy ( z = 0 ). Vale quindi la condizione
che implica l’annullamento di tre su quattro dei coefficienti nella terza equazione:
e quindi
a21 = a23 = a24 = 0 . (6.50)
⎧
⎪ y ′ = a22 y
⎪
⎨ (6.51)
⎪
⎩ z ′ = a33 z
⎪
y y′ y′ y
→ y y′ →
u → u
u
x x′ z z′ x′ x
z z′ x x′ z′ z
Per l’ipotesi di isotropia dello spazio, nulla deve cambiare quando si osserva
l’intero sistema da una prospettiva ruotata. Adesso applichiamo il principio di re-
latività: poiché tutti i riferimenti inerziali sono equivalenti, la traslazione degli os-
servatori di S′ rispetto a S è equivalente alla traslazione, con velocità uguale e op-
posta, degli osservatori di S rispetto a S′:
182 Introduzione alla relatività
y′ y y′ y
→ →
u u
x′ x x′ x
z′ z z′ z
Abbiamo così ottenuto una configurazione che differisce da quella di partenza solo
per lo scambio tra simboli “apostrofati” e simboli non apostrofati. Se è vera la
prima delle (6.51) (che continua a valere perché l’inversione degli assi ha lasciato
invariati gli assi y e y′), dev’essere quindi vera anche la
y = a22 y ′ . (6.52)
Insieme esse implicano che
dove la scelta del segno tiene conto del fatto che per t = t ′ = 0 gli assi y e y′ devono
essere sovrapposti e concordi. Con procedimento del tutto analogo, partendo
dall’inversione degli assi x, y, x′ e y′, si giunge al risultato a33 = +1 . In conclusio-
ne, le coordinate y e z, corrispondenti alle due direzioni trasversali rispetto al moto
relativo dei due sistemi di riferimento, rimangono invariate: abbiamo ottenuto la
seconda e la terza delle equazioni di trasformazione cercate:
⎧⎪ y ′ = y
⎪⎨ (6.54)
⎪⎪⎩ z ′ = z
y z z′ y y′
y′
→ →
u u
x x′
x x′ x x′
→
u
z z′ z z′
y y′
così come la
t ′ = a41 x + a42 y + a43 z + a44t
(6.56)
e la t ′ = a41 x − a42 y − a43 z + a44t.
⎧
⎪ x′ = a11 ( x − ut )
⎪
⎪
⎪
⎪ y′ = y
⎪
⎨ (6.59)
⎪
⎪ z′ = z
⎪
⎪
⎩ t ′ = a41 x + a44t
⎪
⎪
Δt ′ = a41Δx + a44Δt
⎧
⎪a41 = 0 (6.60)
= Δt ⇒ ⎨⎪ ⇒ t ′ = t (Δt = 0)
⎪⎪⎩a44 = 1
⎧⎪ r 2 ≡ x 2 + y 2 + z 2 = c 2t 2
⎨ 2 (6.62)
⎪⎩r ′ ≡ x′ + y′ + z′ = c t′
2 2 2 2 2
(a 2
11 − c 2 a41
2
) x 2 + y 2 + z 2 − 2 ( ua112 + c2a41a44 ) xt = ( c2a442 − u 2a112 ) t 2 (6.64)
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 185
⎧ a112 − c 2 a41
2
=1
⎪ 2
⎨ua11 + c a41a44 = 0
2
(6.65)
⎪ 2 2
⎩ c a44 − u a11 = c
2 2 2
Per risolvere il sistema, cominciamo col ricavare a41 dalla seconda equazione per
sostituirlo nella prima. Arrangiando i termini si ottiene
c 2 a44
2 2
a11 = u 2 a114 + c 2 a44
2
. (6.66)
c 2 a44
2 2
a11 = u 2 a114 + c 2 a112 . (6.67)
1 1
a112 = a44
2
= ⇒ a11 = a44 = , (6.68)
1 − u2 c2 1 − u2 c2
dove nell’estrarre le radici abbiamo scelto le soluzioni positive (gli assi x e x′, t e t′
devono essere concordi). Ricaviamo infine a41 dalla seconda equazione:
u 1
a41 = − . (6.69)
c2 1 − u 2 c2
1
γ= , (6.70)
1 − u2 c2
⎧ x′ = γ ( x − ut )
⎪
⎪⎪ y′ = y
⎨ z′ = z (6.71)
⎪
⎪ t′ = γ ⎛ t − u x ⎞
⎪⎩ ⎜ 2 ⎟
⎝ c ⎠
⎧ x = γ ( x′ + ut ′ )
⎪
⎪⎪ y = y′
⎨ z = z′ (6.72)
⎪
⎪ t = γ ⎛ t ′ + u x′ ⎞
⎪⎩ ⎜ ⎟
⎝ c2 ⎠
scusso. Sia la teoria dell’etere, sia i tentativi di Lorentz ed altri di spiegarne gli in-
successi, andavano decisamente nella direzione di creare una netta separazione tra
meccanica (per la quale continuavano ad essere usate le trasformazioni di Galileo)
ed elettromagnetismo (compatibile solo con le trasformazioni di Lorentz, esse
stesse considerate alla stregua di concreti effetti elettromagnetici). Einstein com-
prese invece che le regole con cui le leggi della natura si trasformano da un riferi-
mento all’altro risiedono unicamente nelle proprietà dello spazio-tempo e devono
quindi essere uguali per tutti i fenomeni. Egli dedusse le nuove equazioni di tra-
sformazione avendo in mente un postulato implicito (una sorta di “principio ze-
ro”), secondo cui esse avrebbero dovuto includere come caso limite la relatività di
Galileo ed essere quindi applicabili alle leggi della meccanica oltre che a quelle
dell’elettromagnetismo.
Il confine di validità tra relatività galileiana e relatività einsteiniana è rappresen-
tato da una transizione graduale e continua. Il parametro di transizione è la veloci-
tà: le trasformazioni di Lorentz si riducono a quelle di Galileo nel limite in cui la
velocità è piccola rispetto a quella della luce:
x′ = γ ( x − ut ) ⎫
⎧ x′ = x − ut
y′ = y
⎪ ⎪ y′ = y
⎪ u c→0 ⎪
′
z =z ⎬ ⎯⎯⎯⎯⎯ → ⎨ (6.73)
⎛ u ⎞⎪ ⎪ z′ = z
t′ = γ ⎜ t − 2 x ⎟⎪ ⎪⎩ t ′ = t
⎝ c ⎠⎭
l
de e
ile l in
a
e on ria
i
e
re st r particelle
b
o h) di az ll’a te ) r atomiche e
u tom km/ ereo opag o ne ione atore h utt
le subatomiche
a 00 a r
p uo n az u S
(1 s rot (eq rde ace 10 one
p o
onc
o S
p oll oluzi stre
C A riv rre
te
v c
Figura 6.6 – L’andamento del fattore di Lorentz γ, che esprime la deviazione della relatività ristretta
rispetto alla meccanica classica, in funzione del rapporto v/c. I punti sovrapposti alla curva corrispondo-
no ad alcuni valori tipici del rapporto v/c.
alle velocità tipiche dell’uomo e dei suoi mezzi di trasporto, di diversi ordini di
grandezza inferiori a quella della luce. Infatti, come si può vedere, esiste un grande
divario tra il “regime” delle basse velocità, ben descritto dalla meccanica classica,
e quello delle velocità “relativistiche” proprie delle particelle subatomiche. Il fatto
che l’andamento in funzione di v c sembri piatto, nella scala adottata, fino a quasi
v c 10−1 , non deve però fuorviare: anche piccolissime deviazioni di γ da 1, ben-
ché non rappresentabili nel grafico, possono condurre al manifestarsi di fenomeni
relativistici ben rilevabili.
Al regime dei valori di γ molto diversi da 1 (detto regime “ultra-relativistico”)
appartengono le particelle elementari prodotte ed accelerate ad altissime energie
nei grandi laboratori della fisica subnucleare, come, per citarne solo alcuni, il
CERN (Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare) di Ginevra, il DESY
(Deutsches Elektronen-synchrotron) di Amburgo e il Fermilab (Fermi National
Accelerator Laboratory) di Chicago. Per funzionare, le macchine usate in questi
laboratori devono essere progettate tenendo conto di tutti gli effetti previsti dalla
relatività ristretta. L’uso quotidiano che si fa della relatività ristretta e delle tra-
sformazioni di Lorentz negli esperimenti di fisica subnucleare costituisce una delle
verifiche più convincenti di questa teoria.
Ma non dimentichiamo che in verità siamo quotidianamente circondati da fe-
nomeni prettamente relativistici: la luce e tutti i fenomeni elettromagnetici. Anche
questi fenomeni possono essere pensati in termini di oggetti in movimento: i co-
siddetti fotoni o “quanti di luce”, che possiedono velocità esattamente uguale a c.
Vogliamo ora ripetere l’esercizio con cui nel paragrafo 6.2 abbiamo dimostrato
la non covarianza dell’elettromagnetismo rispetto alle trasformazioni di Galileo,
usando questa volta le trasformazioni di Lorentz. Le derivate del potenziale scalare
(6.28) diventano adesso (tralasciando qualche passaggio intermedio)
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 189
∂ 2V 2 ∂ V′ 2 u ∂V ′ 2 u ∂ V′
2 2 2
=γ − 2γ 2 +γ 4
∂x 2 ∂x′2 c ∂x′∂t ′ c ∂t′2
∂ 2V ∂ 2V ′ ∂ 2V ∂ 2V ′
= , = (6.74)
∂y 2 ∂y′2 ∂z 2 ∂z′2
∂ 2V 2 2 ∂ V′ ∂V ′ 2 ∂ V′
2 2
= γ u − 2γ 2
u + γ
∂t 2 ∂x′2 ∂x′∂t ′ ∂t ′2
ρ 1 ∂ 2V
− =∇ V − 2 2
2
ε0 c ∂t
∂ 2V ′ ⎡ 2 ⎛ u 2 ⎞ ⎤ ∂ 2V ′ ∂ 2V ′ 1 ⎡ 2 ⎛ u 2 ⎞ ⎤ ∂ 2V ′
= ⎢γ ⎜1 − ⎟ ⎥ + + − ⎢γ ⎜ 1 − ⎟ ⎥ (6.75)
∂x′2 ⎣ ⎝ c 2 ⎠ ⎦ =1 ∂y′2 ∂z′2 c 2 ⎣ ⎝ c 2 ⎠ ⎦ =1 ∂t ′2
1 ∂ 2V ′
= ∇ V′−
2
c 2 ∂t ′2
∂ 2ϕ ′ ∂ 2ϕ ′ ∂ 2ϕ ′
4πγ ρ M = ∇ ϕ =2
+ +
∂x′2 ∂y′2 ∂z′2
∂ 2ϕ ′ ∂ 2ϕ ′ ∂ 2ϕ ′ 2 u ∂ϕ ′ 2 u ∂ ϕ′
2 2
=γ2 + + − 2γ + γ (6.76)
∂x′2 ∂y′2 ∂z′2 c 2 ∂x′∂t ′ c 4 ∂t′2
u c→0
⎯⎯⎯⎯ → ∇ 2ϕ ′
Ritorniamo ora all’esperimento delle sfere di luce per una considerazione. Que-
sto semplice esempio, forse l’illustrazione più immediata che si può dare del po-
stulato sulla velocità della luce, mette in evidenza come tale postulato sia in realtà
piuttosto lontano dalle nostre capacità di rappresentazione intuitiva. Viene infatti
spontaneo domandarsi: com’è possibile che gli osservatori dei punti O e O′, men-
tre si allontanano l’uno dall’altro, abbiano entrambi ragione nell’affermare di esse-
re al centro della sfera di luce che si espande (figura 6.5)?
Questo dubbio rappresenta uno dei numerosi paradossi con cui la relatività ten-
de a mettere in discussione la nostra idea di spazio-tempo. La parola “paradossi”
deve essere qui intesa nel suo significato etimologico di situazioni che vanno al di
là del nostro modo di sentire. Ne abbiamo già incontrati due, la relatività della si-
multaneità e quella delle misure di lunghezza, che riprenderemo in maggior detta-
glio nei paragrafi seguenti. La “spiegazione” di questi paradossi è sempre la stessa:
il secondo postulato della relatività (che oggi non abbiamo ragione di mettere in
discussione di fronte a numerose conferme sperimentali, cominciate con
l’esperimento di Michelson-Morley) implica che osservatori di diversi sistemi di
riferimento hanno una diversa percezione dello spazio e del tempo.
Poiché, a questo punto, abbiamo già accettato il concetto di relatività della si-
multaneità (l’esperimento del vagone), l’esempio delle sfere di luce dovrebbe ri-
sultare un po’ più plausibile se si ragiona nel seguente modo: all’istante t′
l’osservatore in O′ vede una sfera di luce di raggio r′. In particolare, egli vede la
luce raggiungere all’istante t′ i punti +r' e −r' sull’asse x'. Ma dal punto di vista di
O la sfera di luce non raggiunge il punto +r' allo stesso istante t in cui essa rag-
giunge il punto −r'.
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 191
Abbiamo già notato in precedenza che il postulato sulla costanza della velocità
della luce ha tra le sue conseguenze l’esistenza di un limite superiore per il modulo
r
della velocità ( u ) di traslazione reciproca dei sistemi di riferimento. Il fattore di
r
Lorentz γ non è infatti definito per | u | > c . Oltretutto esso diverge all’infinito per
r
| u | → c , confermando l’idea che la velocità della luce sia un limite invalicabile.
Per comprendere meglio questi aspetti è utile conoscere le equazioni di trasforma-
zione della velocità di un punto materiale. Per ricavarle, scriviamo le trasforma-
zioni di Lorentz in forma differenziale
⎛ u ⎞
dx′ = γ ( dx − u dt ) , dy′ = dy , dz′ = dz , dt ′ = γ ⎜ dt − 2 dx ⎟ (6.77)
⎝ c ⎠
dx
−u
dx′ γ ( dx − u dt ) v −u
v′x = = = dt = x
dt ′ ⎛ u ⎞ u dx u
γ ⎜ dt − 2 dx ⎟ 1 − 2 1 − 2 vx
⎝ c ⎠ c dt c
dy
dy′ dy 1 dt 1 vy
v′y = = = = (6.78)
dt ′ ⎛ u ⎞ γ u dx γ
1− 2
u
1 − 2 vx
γ ⎜ dt − 2 dx ⎟
⎝ c ⎠ c dt c
dz
dz′ dz 1 dt 1 vz
v′z = = = =
dt ′ ⎛ u ⎞ γ u dx γ
1− 2
u
1 − 2 vx
γ ⎜ dt − 2 dx ⎟
⎝ c ⎠ c dt c
⎧ v −u ⎧
⎪ v′x = x ⎪ v = v′x + u
⎪ u ⎪ x u
1 − 2 vx 1 + 2 v′x
⎪ c ⎪ c
⎪ vy ⎪
⎪v′y =
1
⎪v = 1 v′y
⎨ γ 1− u v ⎨ (6.79)
y
γ 1 + u v′
⎪ c2
x ⎪ x
⎪ ⎪ c2
⎪ v′ = 1 vz ⎪ 1 v′z
⎪ z
γ 1− u v ⎪ vz = γ u
⎪ x ⎪ 1 + 2 v′x
⎩⎪ c2 ⎩⎪ c
1º esempio. Una particella si muove lungo l’asse x del sistema di riferimento S con
velocità di modulo v = 0.7c . S′ è in moto rispetto a S con velocità u di modulo
0.5c. Consideriamo due casi: nel primo sia u diretta in verso concorde con v, nel
secondo in verso opposto: u = ± 0.5c . Quanto vale la velocità v′ della particella
rispetto a S′ nei due casi? Usando le trasformazioni di Galileo otterremmo i risulta-
ti che l’intuito ci suggerirebbe:
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 193
1º esempio 2º esempio
S S
v = 0.7c v=c
x x
u = -0.5c S′ u = - βc S′
v′ = 0.89c v′ = c
x′ x′
S′ u = +0.5c S′ u = +βc
v′ = 0.31c v′ = c
x′ x′
Figura 6.7 – Illustrazione degli esempi discussi nel testo sulla composizione relativistica delle velocità.
⎧0.2c
′
vGalileo = v − u = 0.7c − (± 0.5c) = ⎨ (6.80)
⎩1.2c
2º esempio. Ripetiamo l’esempio precedente nel caso limite in cui una o entrambe
le velocità che si compongono siano in modulo proprio uguali a c. Sappiamo già
cosa dobbiamo trovare, come diretta conseguenza del postulato della velocità della
luce. Verifichiamo, comunque, esplicitamente che le trasformazioni delle velocità
rispettano questo principio. Abbiamo in questo caso v = c in S. Possiamo pensare
ad esempio all’osservazione di un fotone, particella che si muove appunto con ve-
locità c. Senza specificare numericamente quanto vale la velocità di S′ rispetto a S,
la indichiamo genericamente con u = ± β c , dove β può assumere tutti i valori
194 Introduzione alla relatività
compresi tra 0 e 1. Nel caso classico e in quello relativistico troviamo quindi, ri-
spettivamente,
′
vGalileo = v − u = c − (± β c) = (1 m β ) c
v−u c − (± β c) c (1 m β ) (6.82)
′
vEinstein = = = =c
u ( ± β c) 1 m β
1− 2 v 1− c
c c2
La velocità del fotone vale dunque sempre c nella meccanica relativistica, qualsia-
si sia β, cioè in qualsiasi sistema di riferimento in moto rispetto a S. Secondo la
meccanica classica, invece, essa dipende dal modulo e dalla direzione della veloci-
tà relativa tra i sistemi di riferimento.
La velocità della luce rappresenta quindi una barriera che non può essere oltre-
passata nemmeno componendo tra di loro velocità prossime o uguali a quelle della
luce. Nell’universo osservato, del resto, non sono mai stati scoperti particelle o se-
gnali che si propaghino nel vuoto con velocità superiori a quella della luce.
Abbiamo visto che le differenze tra meccanica relativistica e meccanica newto-
niana si annullano quando tutte le velocità sono piccole rispetto a quella della luce.
In maniera forse concettualmente più efficace, si può identificare l’essenza della
diversità tra le due teorie proprio con il concetto di velocità limite, assente nella
meccanica di Newton. Con successive applicazioni delle trasformazioni di Galileo
per le velocità, è infatti sempre possibile arrivare a porsi in un sistema di riferi-
mento inerziale in cui la velocità del moto che si sta osservando diventi grande a
piacere. D’altra parte, il limite u c → 0 , che fa passare con continuità dalle tra-
sformazioni di Lorentz a quelle di Galileo, può anche essere riletto come limite in
cui la massima velocità consentita, c, tende all’infinito.
Come abbiamo accennato nel paragrafo 6.1, secondo il terzo principio di New-
ton un corpo che risente di un’influenza esterna è in grado di trasmettere la propria
reazione all’istante, indipendentemente dalla distanza alla quale si trova la sorgen-
te dell’interazione. Questa interpretazione del fenomeno dell’interazione tra due
corpi è accettabile solo in una teoria che ammetta la presenza di entità fisiche che
si propaghino con velocità infinita e possano quindi attraversare lo spazio in un
tempo nullo. La fisica moderna spiega l’interazione elettromagnetica, quella “de-
bole” e quella nucleare o “forte” con la presenza di particelle mediatrici che ven-
gono scambiate tra gli oggetti interagenti. Ad esempio, l’interazione elettromagne-
tica tra due particelle cariche consiste, a livello fondamentale, nello scambio di fo-
toni. Come i fotoni, anche le altre particelle mediatrici (i “bosoni vettori”, che tra-
smettono l’interazione debole, e i “gluoni”, che trasmettono l’interazione forte)
sono soggette alle stesse limitazioni dello spazio-tempo che regolano il moto delle
particelle “materiali” e, in particolare, non possono propagarsi nello spazio con
velocità superiore a quella della luce. Nella meccanica relativistica cessa quindi di
valere la terza legge della dinamica nella sua formulazione tradizionale, legata alle
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 195
idee di azione e reazione. Viene quindi ereditato direttamente come principio quel-
lo della conservazione della quantità di moto. Mostreremo in seguito qual è la cor-
retta definizione di quantità di moto che, generalizzando quella classica come ri-
chiesto dal principio di corrispondenza, rende relativisticamente covariante il prin-
cipio di conservazione.
Quanto vale la lunghezza della stessa asta come misurata dagli osservatori del rife-
rimento S, che la vedono traslare davanti a loro con velocità u in direzione
dell’asse x? Per rispondere alla domanda, utilizziamo le espressioni che mettono in
relazione le coordinate degli estremi dell’asta nei due sistemi di riferimento:
Compiere “al volo” la misura di un’asta che si muove vuol dire annotare simulta-
neamente le coordinate che i due estremi assumono ad un qualsiasi istante t (l’asta
è rigida e quindi la sua lunghezza non varia nel tempo):
t1 = t2 = t . (6.85)
Si ha dunque
( )
x2′ − x1′ = γ x2 − ut − x1 + ut = γ ( x2 − x1 )
l0 = γ l (6.86)
l = l0γ −1 = l0 1 − u 2 c 2 < l0
Gli osservatori di S misurano quindi una lunghezza minore di quella misurata dagli
osservatori di S′. Conseguenza generale della teoria della relatività ristretta è quin-
di che la lunghezza di un corpo misurata da un osservatore rispetto quale il corpo
196 Introduzione alla relatività
Il lettore avrà già notato che l’entità della contrazione è esattamente quella che
fu ipotizzata da Lorentz come tentativo di giustificare l’esito dell’esperimento di
Michelson-Morley. Conviene quindi approfondire il significato profondamente
diverso di quell’ipotesi. A parte il considerare l’effetto come dovuto ad una sorta
d’interazione tra il materiale del corpo in movimento e quello dell’etere, essa asse-
gnava (intenzionalmente) ad uno ed un solo riferimento un ruolo privilegiato. Ri-
vediamo, nell’ottica della teoria dell’etere, il procedimento di misura della lun-
ghezza di un’asta in movimento. Supponiamo prima che l’asta sia in quiete in un
riferimento M che si muove rispetto all’etere (riferimento E). L’osservatore M ne
misura la lunghezza e trova che essa vale l0 . L’osservatore E, invece, vede l’asta
traslare davanti a lui con velocità u. Per il meccanismo della contrazione di Lo-
rentz, egli misura quindi la lunghezza contratta l = l0 1− u 2 c 2 < l0 . Invertendo il
ruolo dei due osservatori, sia adesso l’asta in quiete rispetto all’etere e sia l0 la
sua lunghezza come misurata dall’osservatore E. L’osservatore M misura la lun-
ghezza dell’asta, vedendola passare davanti a sé, utilizzando un “regolo campio-
ne”, che i “laboratori dell’etere” hanno fabbricato certificandone l’unitarietà della
lunghezza. Ma il regolo campione, quando viene usato da M, a causa del suo moto
rispetto l’etere non è più di lunghezza unitaria: esso si è contratto di un fattore
1 − u 2 c 2 . Perciò la misura ottenuta confrontando l’asta (non contratta perché a
riposo nell’etere) con il regolo (contratto) fornisce all’osservatore M un valore più
grande: l = l0 1− u 2 c 2 > l0 . In conclusione, l’osservatore dell’etere è sempre il
solo ed unico osservatore che ha il “privilegio” di vedere contratti gli oggetti che
si muovono rispetto a lui. Tutti gli altri osservatori vedono invece come allungati
gli oggetti che si trovano nell’etere.
Nella relatività ristretta la logica è ribaltata. La contrazione delle lunghezze è
una sorta di limitazione imposta dalla natura dello spazio-tempo al moto dei corpi,
quando questi assumono velocità che si avvicinano a quella massima consentita. Il
fenomeno rispetta in pieno il principio della reciprocità delle osservazioni com-
piute da diversi sistemi di riferimento: ogni osservatore inerziale vede contratte le
lunghezze degli oggetti che si trovano a riposo nei riferimenti che si muovono ri-
spetto a lui, in confronto a quelle degli oggetti che egli vede fermi nel proprio si-
stema di riferimento. I sistemi di riferimento rimangono tutti fra loro equivalenti,
non c’è un osservatore privilegiato. Può essere utile pensare all’analogia con la
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 197
regola della prospettiva: vediamo le persone lontane sempre più piccole di quelle a
noi vicine (e di quanto esse stesse si vedano se si guardano allo specchio); con-
temporaneamente, da lontano siamo noi a sembrare più piccoli.
Forse più ancora del fenomeno, quasi prospettico, della contrazione delle lunghez-
ze, ci stupisce e ci affascina, sollecitando la nostra immaginazione, il concetto di
relatività del tempo. Vediamo ora più in dettaglio quali siano le sue conseguenze.
Riferiamoci di nuovo ai due sistemi in moto reciproco S e S′. Consideriamo la
misura della durata di un evento che ha luogo in una posizione x′ fissa del riferi-
mento S′. L’orologio posto in x′ (fermo rispetto a S′) misura il tempo t1′ quando
l’evento ha inizio e t2′ quando l’evento termina. La durata dell’evento misurata da
S′ è quindi
T0 = t2′ − t1′ . (6.88)
Vogliamo calcolare come viene misurata la durata dello stesso evento dagli osser-
vatori di S, rispetto al quale il punto in cui si verifica l’evento si muove con veloci-
r
tà u . Usiamo le trasformazioni di Lorentz inverse:
⎛ u ⎞ ⎛ u ⎞
t1 = γ ⎜ t1′ + 2 x1′ ⎟ , t2 = γ ⎜ t2′ + 2 x2′ ⎟ . (6.89)
⎝ c ⎠ ⎝ c ⎠
Poichè x1′ = x′2 = x′ (inizio e fine dell’evento hanno luogo per ipotesi nello stesso
punto di S′), sottraendo le due equazioni troviamo
⎛ u u ⎞
t2 − t1 = γ ⎜ t2′ + 2 x′ − t1′ − 2 x′ ⎟ = γ ( t2′ − t1′ )
⎝ c c ⎠
T0 (6.90)
T = γ T0 = > T0
2
u
1− 2
c
La formulazione relativistica della dinamica del punto materiale può essere co-
struita attraverso una sorta di metodo induttivo, che procede lungo le seguenti li-
nee guida:
Accenneremo solo ad alcuni aspetti del problema, senza dare una forma rigorosa a
tutte le affermazioni. In particolare, la covarianza delle nuove leggi diventa pie-
namente riconoscibile quando esse vengono tradotte nella notazione matematica
dei “quadrivettori”, che uniscono in un’unica entità coordinate spaziali e coordina-
ta temporale da un lato, quantità di moto ed energia dall’altro. Tuttavia eviteremo,
in questa sede, l’introduzione di nuovi formalismi.
Il punto di partenza è la ricerca di una nuova definizione per la quantità di moto.
Da un lato, infatti, abbiamo visto che la seconda legge della dinamica (6.1) è cova-
riante rispetto alle trasformazioni di Galileo, che lasciano invariato il vettore acce-
G G
lerazione e quindi il secondo termine, dQ dt ≡ ma , dell’equazione. E’ immediato
verificare, derivando le trasformazioni delle velocità (6.79), che il vettore accele-
razione non è, invece, covariante rispetto alle trasformazioni di Lorentz. Abbiamo
inoltre già notato come, nello scegliere la nuova forma della terza legge della di-
200 Introduzione alla relatività
namica, si debba rinunciare a quello che nella meccanica classica era il punto di
partenza (il concetto di azione e reazione), per adottare direttamente come princi-
pio la sua più importante conseguenza, la conservazione della quantità di moto nei
sistemi isolati. La definizione classica della quantità di moto di una particella di
r G G
massa m0 e velocità v è Q=m0v . Utilizzando questa definizione e prendendo in
considerazione semplici esempi di urti elastici tra particelle identiche di massa m0 ,
è possibile dimostrare (ma non lo faremo) che il principio di conservazione della
r r
quantità di moto ( m0v1 + m0v2 = vettore costante prima e dopo l’urto) non è, in ge-
nerale, covariante rispetto alle trasformazioni di Lorentz (mentre lo è, ovviamente,
r r
rispetto a quelle di Galileo). La nuova e corretta relazione funzionale tra Q e v
viene quindi ricercata come quella capace di restituire al principio di conservazio-
ne la covarianza che, in quanto legge fisica, esso deve possedere. Con questo pro-
cedimento induttivo si arriva alla definizione relativistica di quantità di moto di
una particella:
r m0 r r
Q= v = mv (6.91)
v2
1− 2
c
che dipende dalla velocità della particella. Essa è legata alla “massa a riposo” o
“massa invariante” m0 attraverso il fattore di Lorentz e si riduce a m0 nel limite
v c → 0 . La definizione (6.91) preserva, così, il principio di corrispondenza. Vie-
ne poi spontaneo generalizzare la seconda legge della meccanica classica (6.1)
r
semplicemente sostituendo a Q la sua espressione relativistica:
r
r dQ d r
F= = [ m (v ) v ] . (6.93)
dt dt
r r d r r r r r r r
dT = F ⋅ d s = (mv )⋅ v dt = d (mv )⋅ v = (m dv + v dm)⋅ v
dt (6.94)
r r
= mv ⋅ dv + v 2 dm.
c 2 dm = mv ⋅ dv + ( vx2 + v 2y + vz2 ) dm = mv ⋅ dv + v 2 dm .
r r r r
(6.97)
v m( v ) m
T= ∫ ( mvr ⋅ dvr + v 2dm ) = ∫ c dm = ∫ c 2 dm
2
v =0 m( v = 0 ) m0
(6.98)
m0c 2
= mc 2 − m0c 2 = − m0c 2 .
1− v c2 2
⎡ 1 ⎤ 1
T =m0c 2 ⎢ −1⎥ v c 1
⎯⎯ ⎯→ m0v 2 . (6.100)
⎢ 1−v 2 c 2 ⎥ 2
⎢⎣ ⎥⎦
202 Introduzione alla relatività
r d r
r dv dm(v) r
F = [ m (v ) v ] = m + v
dt dt dt
(6.101)
r dm(v) r
= ma + v.
dt
L’energia totale è quindi uguale alla somma dell’energia cinetica e del termine co-
stante m0c 2 :
E = T + m0 c 2 . (6.104)
La quantità m0c 2 è detta energia a riposo, poiché rappresenta l’energia che la par-
ticella possiede quando la sua velocità è nulla. Il fatto che anche una particella pri-
va di velocità possieda un’energia non nulla non è in contrasto con la meccanica
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 203
classica, in cui l’energia è definita a meno di una costante arbitraria (il teorema
della conservazione dell’energia meccanica pone un vincolo sulla variazione
dell’energia, non sul suo valore assoluto). La relatività fissa il valore di tale co-
stante attribuendole un significato ben definito, quello di quantità di energia con-
tenuta nella massa della particella. Una parte dell’energia a riposo, o tutta, può tra-
sformarsi in energia cinetica o in un’altra forma di energia. L’equazione (6.104)
stabilisce infatti una nuova legge di conservazione dell’energia, che racchiude in
sé e generalizza le due leggi classiche di conservazione della massa e conservazio-
ne dell’energia meccanica, non più valide singolarmente. Massa ed energia sono
ora equivalenti, manifestazioni della stessa entità fisica. Anche se dimensional-
mente non sono la stessa cosa, esse differiscono solo per il quadrato della costante
universale c. Nella fisica delle alte energie è d’uso utilizzare addirittura la stessa
unità di misura per le due quantità, sottintendendo il fattore c 2 che permette di
passare dall’una all’altra. Nei processi, tipicamente relativistici, che coinvolgono
nuclei o particelle subnucleari le trasformazioni di energie a riposo in energia cine-
tica avvengono infatti continuamente. Ad esempio, una particella può decadere in
due particelle più leggere e più veloci: in questo caso, parte dell’energia a riposo
della particella madre è trasformata in energia cinetica.
L’energia cinetica T prodotta nella reazione può quindi essere calcolata come di-
minuzione della massa totale:
T = − ΔmTOT c 2
c 2 − ⎡ m0 Ba c 2 c 2 ⎤ (6.106)
235 141 92
= m0 U c 2 + m0 + m0 Kr c 2 + 3m0
neutrone neutrone
⎣ ⎦
≅ 3 ⋅ 10−11 J.