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155

6
Introduzione alla relatività

Questo capitolo è un’introduzione alla cosiddetta relatività “ristretta” (o “spe-


ciale”). La relatività ristretta descrive l’influenza del moto relativo degli osservato-
ri sulle loro misure di lunghezza e tempo, estendendo e generalizzando il principio
classico della relatività galileiana, incompleto perché non adatto, ad esempio, a
descrivere i fenomeni elettromagnetici. Essa pone le basi di una nuova visione
della fisica, in cui spazio e tempo sono unificati in un continuo quadridimen-
sionale. Questa nuova concezione dello spazio-tempo costituisce il fondamento
della più complessa teoria della relatività “generale”, essenzialmente una teoria
della gravitazione, basata sul principio di equivalenza tra massa inerziale e massa
gravitazionale.
Seguiremo come filo conduttore l’evoluzione storica dei concetti della fisica
classica verso la loro moderna riformulazione relativistica, cercando di dare
un’idea di quale straordinaria rivoluzione concettuale fu rappresentata
dall’avvento della teoria di Einstein.
Dopo l’enunciazione dei principi della relatività ristretta, mostreremo in detta-
glio come da queste nuove idee fondamentali si ricavano le equazioni di trasfor-
mazione che, dato un qualsiasi fenomeno fisico, mettono tra loro in relazione le
diverse prospettive con cui tale fenomeno è percepito da osservatori in moto.
Nell’illustrare le principali conseguenze della teoria, metteremo in luce il suo
ruolo nella soluzione dei gravi problemi concettuali che provocarono la crisi della
fisica classica alla fine del diciannovesimo secolo e quello, attuale, di fondamento
indiscusso della fisica contemporanea. Ci soffermeremo inoltre su quegli aspetti
che, discostandosi in maniera significativa dalle previsioni della meccanica classi-
ca e sfuggendo alla possibilità di un nostro personale riscontro nella vita quotidia-
na, costituiscono una sorta di paradosso per il nostro intuito.

Cominciamo col richiamare i principi fondamentali della meccanica classica,


già esposti nel capitolo 4.

6.1. I principi della meccanica classica

Il primo principio della dinamica (principio d'inerzia) postula l'esistenza dei


cosiddetti sistemi di riferimento inerziali, nei quali un punto materiale abbastanza
lontano da tutti gli altri corpi da non risentire di alcuna influenza esterna o rimane
in quiete o si muove di moto rettilineo e uniforme. Viene dunque istituita una dif-
156 Introduzione alla relatività

ferenza sostanziale tra due categorie di sistemi di riferimento, quelli inerziali e


quelli non inerziali.
La relatività ristretta eredita dalla meccanica classica il concetto di sistema di
riferimento inerziale come luogo “privilegiato” in cui osservare i fenomeni fisici.
In un riferimento inerziale, da un lato, la misura dell’accelerazione di un corpo è
indicazione della presenza di forze “reali” (cioè dovute all’interazione con altri
corpi) agenti su di esso. Viceversa, un osservatore può in linea di principio stabili-
re, misurando l’accelerazione di un corpo su cui non agiscano forze reali, se il rife-
rimento in cui egli si trova è o non è inerziale: se il corpo possiede
un’accelerazione, egli ne attribuirà la causa all’effetto delle cosiddette forze “appa-
renti” (o “fittizie”), provocate dal moto accelerato del sistema di riferimento.

Il secondo principio della dinamica pone in una relazione


r esplicita di propor-
zionalità l’accelerazione di un corpo e la forza totale F su di esso agente. In modo
equivalente, esso stabilisce che la forza totale è uguale alla derivata temporale del-
la quantità di moto del corpo:
r
r dQ
F= . (6.1)
dt

Vedremo in seguito che la traduzione di questa espressione nel linguaggio della


meccanica relativistica porterà ad una relazione funzionale tra accelerazione e for-
za diversa da quella di semplice proporzionalità, facendo comparire una dipenden-
za dalla velocità del corpo.

Il terzo principio della meccanica classica istituisce un’ulteriore differenzia-


zione tra forze reali e forze fittizie: una forza reale, dovuta cioè all’interazione
esercitata da un corpo su un altro corpo, ha sempre associata una corrispondente
forza di reazione vettorialmente opposta e con la stessa retta d’azione. Azione e
reazione sono considerate fasi esattamente simultanee del processo d’interazione
tra i due corpi.
Si pensi, ad esempio, all’attrazione (o repulsione) coulombiana tra due cariche
elettriche di segno opposto (o dello stesso segno). Il terzo principio ci dice che,
qualsiasi sia la distanza che separa le due cariche, sia pure essa molto grande, cia-
scuna di esse risente istantaneamente della forza esercitata dall’altra carica e istan-
taneamente risponde con una forza di uguale intensità.
La “comunicazione” istantanea di azione e reazione tra due corpi distanti che
interagiscono diventa un concetto incompatibile con la fisica moderna, secondo la
quale, come si vedrà, nessun segnale (includendo nella categoria dei segnali
l’interazione esercitata da un corpo su un altro) può propagarsi con velocità infini-
ta. Anche la formulazione del terzo principio dovrà quindi essere rivista nella trat-
tazione della meccanica relativistica.
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 157

6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere

La nozione di relatività del moto fu introdotta da Galileo nel Dialogo sopra i


due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano (1632): esperimenti
uguali compiuti da osservatori in moto traslatorio rettilineo ed uniforme l'uno
rispetto l'altro danno uguali risultati; non è quindi possibile dedurre dai risultati
degli esperimenti quale dei due osservatori è in moto e quale è fermo.
Divenuto uno dei fondamenti della meccanica classica, questo principio di rela-
tività viene oggi enunciato in una forma più generale in termini di riferimenti iner-
ziali: le leggi della meccanica sono le stesse in tutti i sistemi di riferimento inerzia-
li; nessun esperimento meccanico eseguito all’interno di un determinato sistema di
riferimento inerziale potrà mai mettere in evidenza il moto di questo rispetto ad
altri riferimenti inerziali.
Analizziamo più in dettaglio il significato del principio di relatività. Se due
osservatori inerziali in moto l’uno rispetto all’altro misurano dalle loro distinte po-
stazioni i parametri del moto di un corpo (essenzialmente posizione, velocità e
orientazione del corpo in funzione del tempo), essi in generale, possedendo una
velocità relativa non nulla, non troveranno gli stessi risultati. Ma quando essi cer-
cheranno di dedurre dai dati cinematici raccolti nel proprio particolare sistema di
riferimento qual è la legge fondamentale che regola il moto del corpo (ad esempio,
quale tipo di forza ne causa l’accelerazione osservata e come questa forza dipende
da posizione, velocità e orientazione del corpo), entrambi dovranno giungere alle
stesse conclusioni. Anticipando il linguaggio proprio della teoria della relatività,
possiamo dire che le quantità che parametrizzano il moto di un corpo si trasforma-
no in modo “covariante” nel passaggio da un sistema di riferimento inerziale ad un
altro, cioè che esse, pur variando singolarmente, nel variare mantengono immutate
certe loro relazioni reciproche, determinate solamente dalle leggi fisiche fonda-
mentali. Delle stesse leggi fisiche, che devono mantenere inalterata la dipendenza
funzionale dalle variabili del moto indipendentemente dalla prospettiva di osserva-
zione da cui vengono studiate, si dice che esse sono “covarianti” per cambiamento
del sistema di riferimento inerziale.
Il principio di relatività ha quindi come prima accezione quella della covarianza
delle leggi della meccanica. Ma c’è un altro modo di intenderlo, che ne mette in
risalto le implicazioni riguardanti la natura dei sistemi di riferimento e quindi dello
spazio-tempo: tutti i sistemi di riferimento inerziali sono equivalenti (anzi, indi-
stinguibili) come luoghi d’osservazione del moto dei corpi. Non esiste perciò un
sistema di riferimento inerziale considerabile come riferimento assoluto, rispetto al
quale tutti gli altri siano da ritenere in moto assoluto. Al tempo di Galileo, la nega-
zione del concetto di moto assoluto aveva la portata di una rivoluzione: l’idea era
in aperto contrasto con tutte le concezioni cosmologiche allora esistenti, partico-
larmente con quelle che, per un pregiudizio ideologico ereditato da Aristotele, con-
tinuavano ad identificare la terra con il centro immobile dell’universo.
158 Introduzione alla relatività

La relatività galileiana riguarda, in verità, il solo moto dei corpi, cioè un sot-
toinsieme dei fenomeni naturali. E’ quindi spontaneo domandarsi: il principio di
relatività è una legge strettamente connessa ai soli fenomeni meccanici o una legge
di natura valida per tutti i fenomeni e, in particolare, anche per quelli elettroma-
gnetici?
Per rispondere a questa domanda prenderemo in considerazione semplici esem-
pi particolari, in rappresentazione prima delle leggi della meccanica e poi di quelle
dell’elettromagnetismo. Nel primo caso verificheremo esplicitamente ciò che ci
aspettiamo, cioè che le leggi della meccanica sono invarianti nel passaggio da un
sistema di riferimento inerziale ad un altro. Nel secondo caso assumeremo per va-
lida una delle principali leggi dell’elettromagnetismo e vedremo come questa si
comporta quando ad essa si applicano le regole classiche di trasformazione delle
coordinate spazio-temporali.
Cominciamo col fissare le idee sulla forma delle trasformazioni tra due sistemi
di riferimento inerziali in
meccanica classica. Conside-
y
t y′ riamo per semplicità la situa-
t′
zione in cui i due sistemi di

riferimento S e S′, con origini
u in O e O′, hanno gli assi x e x′
sovrapposti e gli altri assi a
O x
due a due paralleli (figura
S O′ x′ r
S′
6.1). Sia u la velocità, co-
z
z′
stante e diretta come l’asse x,
con cui S′ trasla rispetto a S.
Figura 6.1 - Rappresentazione dei sistemi di riferimento S e S′.
Supponiamo che gli orologi
dei due osservatori siano sin-
cronizzati in modo che entrambi misurino tempo zero nell’istante in cui le origini
dei due sistemi di riferimento coincidono:

t = t′ = 0 ⇔ O = O′ . (6.2)

Sia dato un generico evento che si verifichi nel punto P dello spazio (ad esem-
pio, il passaggio di un oggetto per quel punto). Ciascuno dei due osservatori iden-
tifica l’evento con una quaterna di coordinate spazio-temporali: S con ( x, y, z , t ) , S′
con ( x′, y ′, z ′, t ′) .
La trasformazione di coordinate dal sistema di riferimento inerziale “fisso” S a
quello “mobile” S′, che trasla rispetto a S con moto rettilineo uniforme, è, in fisica
classica, descritto dalle cosiddette trasformazioni di Galileo:
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 159

⎧⎪ x′ = x − u t
⎪⎪
⎪⎪ y ′ = y
⎨ (6.3)
⎪⎪ z ′ = z
⎪⎪
⎪⎪⎩ t ′ = t

Queste relazioni, apparentemente ricavabili dalla semplice identità geometrica


che esprime il crescere della distanza tra i piani yz e y′z′ linearmente col tempo (fi-
gura 6.1), sottendono in verità un’ipotesi di fondo sulle proprietà dello spazio-
tempo: nella fisica classica le misure di lunghezza spaziale e di intervallo tempora-
le sono quantità assolute, indipendenti dal sistema di riferimento, cioè dal moto
dell’osservatore che compie le misure: se in S si osservano due eventi successivi
separati da una distanza spaziale Δx e da un intervallo temporale Δt, si suppone
che anche in S′ i due eventi vengano rilevati a distanza Δx l’uno dall’altro e con un
ritardo temporale Δt. E’ proprio su questa visione dello spazio e del tempo, consi-
stente con il nostro senso comune della realtà, che la teoria della relatività di Ein-
stein avrà le sue più radicali (e suggestive) ripercussioni.
Dalle trasformazioni di coordinate (6.3) si ricavano, derivando una e due volte
rispetto al tempo ogni membro delle prime tre equazioni, le corrispondenti tra-
sformazioni della velocità e dell’accelerazione (compiamo questa operazione as-
sumendo, di nuovo, che l’incremento temporale infinitesimo Δt sia lo stesso nei
due sistemi di riferimento; non sarà così nella relatività ristretta):

⎧⎪vx′ = vx − u
⎪⎪
⎪⎨v′ = v (6.4)
⎪⎪ y y

⎪⎪ vz′ = vz

e
⎪⎧⎪ ax′ = ax
⎪⎪
⎨a ′y = a y (6.5)
⎪⎪
⎪⎪ az′ = az

r
Nel caso più generale in cui la velocità u ha componenti lungo tutti e tre gli assi,
la trasformazione delle velocità, scritta in forma vettoriale, diventa
r r r
v′ = v − u . (6.6)

Vogliamo dunque verificare l’invarianza delle leggi della meccanica rispetto al-
le trasformazioni di Galileo. Come esempio tipico della meccanica classica, consi-
deriamo la forza di attrazione gravitazionale tra due masse m1 e m2 che si trovino
ferme nel sistema di riferimento S, occupando le posizioni P1 e P2 di coordinate
160 Introduzione alla relatività

( x1 , y1 , z1 ) e ( x2 , y2 , z2 ) . L’espressione della forza attrattiva esercitata su m2 da m1


è, misurata in S,
r r
m1m2 r12
F12 = −γ 2 , (6.7)
r12 r12
r
essendo r12 = P2 − P1 il vettore diretto da m1 a m2, di coordinate
( x2 − x1 , y2 − y1 , z2 − z1 ) , e r12 il suo modulo. E’ facile rendersi conto che
l’espressione di questa forza in S′ è la stessa. Le masse, considerate proprietà in-
trinseche degli oggetti, sono per definizione invarianti per cambiamento del siste-
ma di riferimento. Viste da S′, esse hanno, secondo le equazioni (6.3), coordinate
spaziali ( x1 − ut , y1 , z1 ) e ( x2 − ut , y2 , z2 ) , cioè non sono ferme come in S, ma
r
traslano di moto rettilineo uniforme lungo l’asse x′ con velocità −u . Tuttavia il
r
vettore r12′ che le congiunge ha coordinate

( x2′ − x1′, y2′ − y1′, z2′ − z1′) = ( ( x2 − ut ) − ( x1 − ut ), y2 − y1 , z2 − z1 )


(6.8)
= ( x2 − x1 , y2 − y1 , z2 − z1 )
r r
uguali a quelle di S. Quindi r12′ = r12 e r12′ = r12 . Che, del resto, la distanza tra le due
masse rimanga invariata è conseguenza dell’ipotesi che le misure di lunghezza
siano indipendenti
r dal sistema di riferimento. In conclusione, in S′ si misura una
forza F12′ agente su m2 identica a quella vista da S:
r r
r m1m2 r12′ m1m2 r12 r
F12′ = − γ = −γ 2 = F12 . (6.9)
r12′2 r12′ r12 r12
r r
Per la (6.5), inoltre, indicando con a2 e a2′ rispettivamente l’accelerazione di m2
misurata in S e quella misurata in S′,
r r
a2′ = a2 . (6.10)

Insieme la (6.9) e la (6.10) ci forniscono il risultato cercato: quando, studiando il


moto della massa m2, l’osservatore di S verifica la validità del secondo principio,
altrettanto fa l’osservatore di S′ (e viceversa):
r r r r
F12′ = m2 a2′ ⇔ F12 = m2 a2 . (6.11)

Dalle (6.9) risulta poi immediatamente evidente che ciascuna delle relazioni
r r
F21 = −F12 (6.12)
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 161

e r r
F21′ = −F12′ (6.13)
r
(dove F21 è la forza esercitata da m2 su m1 in S) implica l’altra, cioè anche il terzo
principio vale in S′ se e solo se esso vale in S.
Utilizzando un esempio particolare abbiamo dunque verificato in modo detta-
gliato (e forse un po’ pedante) una proprietà di cui in verità ci si può rendere conto
con un ragionamento generale e intuitivo. Ogni misura di forza si riconduce o alla
misura di un’accelerazione (misura dinamica) o alla misura di una lunghezza
(l’allungamento di un dinamometro in una misura statica). Ci siamo già resi conto
che, secondo la relatività galileiana, le misure di accelerazione (6.5) e quelle di
lunghezza (6.8), contrariamente a quelle di velocità (6.4), danno entrambe risultati
indipendenti dal particolare sistema di riferimento inerziale in cui ci si trova. I
principi e le forze della meccanica classica, essendo espressi in termini di accele-
razioni e di lunghezze, ma non di velocità, sono quindi covarianti rispetto alle tra-
sformazioni di Galileo. Si usa anche dire che essi ubbidiscono al principio di rela-
tività di Galileo.

Cercheremo ora di farci un’idea il più possibile concreta del comportamento


differente delle leggi dell’elettromagnetismo rispetto a quelle della meccanica.
Non potendo contare su preesistenti nozioni di elettromagnetismo, ci sforzeremo
di accettare la validità dei suoi principi fondamentali così come sono formulati
matematicamente nelle cosiddette equazioni di Maxwell. L’insieme delle quattro
equazioni di Maxwell
r rappresenta una descrizione
r completa delle proprietà del
campo elettrico E e del campo magnetico B , della stretta relazione in cui essi si
trovano e di come essi vengono generati nello spazio da cariche elettriche ferme
(distribuite secondo la funzione densità ρ ) e da cariche elettriche in movimento
r
(rappresentate dal vettore “densità di corrente” J , prodotto tra la velocità di tali
cariche ed il loro numero per unità di volume):
r r r r r
∇ ⋅ E = ρ ε0 , ∇ ⋅ B = 0,
r r
r r ∂B r r r ∂E (6.14)
∇∧E =− , ∇ ∧ B = μ0 J + μ0ε 0 .
∂t ∂t

L’operatore nabla applicato scalarmente ad un vettore è detto “divergenza”. In


queste relazioni compaiono le due costanti fondamentali μ0 ed ε 0 , dette rispetti-
vamente permeabilità magnetica e costante dielettrica del vuoto, legate alla veloci-
tà della luce c (circa 300 000 km/s) dalla relazione

1
μ0ε 0 = . (6.15)
c2
162 Introduzione alla relatività

Alle equazioni di Maxwell si affianca l’espressione della forza agente su di una


carica elettrica puntiforme q, r r r r
F = q ( E + v ∧ B) , (6.16)

che permette di calcolare, attraverso la seconda legge della dinamica, il moto della
carica q in una regione di spazio in cui è presente un campo elettromagnetico. Si
r
noti la dipendenza della forza dalla velocità v della carica: già questo è un ele-
mento di diversità rispetto alle leggi della meccanica, per le quali abbiamo motiva-
to la covarianza rispetto alle trasformazioni di Galileo proprio con l’assenza di
forze dipendenti dalla velocità.
Questa presentazione delle nozioni dell’elettromagnetismo è ovviamente molto
riduttiva, perché non rende conto né della complessità dei fenomeni interessati, né
dello straordinario valore concettuale della sintesi teorica rappresentata dalle equa-
zioni formulate da James Clerk Maxwell (1831-1879) nel suo Trattato su elettrici-
tà e magnetismo. Nel Trattato, pubblicato nel 1873, si riassumevano tutte le prece-
denti conoscenze sui fenomeni elettromagnetici e se ne prevedevano di nuovi, tra
cui l’esistenza delle onde elettromagnetiche, completando la formalizzazione di
una delle teorie fisiche ancor oggi meglio fondate e dai più importanti risvolti ap-
plicativi.
Richiedendo un ulteriore sforzo nell’accettare nuove nozioni senza adeguata
giustificazione fisica, introduciamo una seconda possibile formulazione
r r delle e-
quazioni dell’elettromagnetismo, basata, anziché sui vettori E e B , sui cosiddetti
r
“potenziale vettore” ( A ) e “potenziale scalare” (V ), definiti dalle relazioni
r
r r ∂A
E = −∇V − ,
∂t (6.17)
r r r
B = ∇ ∧ A.

Si può dimostrare che le equazioni di Maxwell sono equivalenti


r alle seguenti due
equazioni (una vettoriale, l’altra scalare) per i potenziali A e V :
r
r 1 ∂2 A r
∇2 A − 2 = − μ 0 ,
J
c ∂t 2
(6.18)
1 ∂ 2V ρ
∇ 2V − 2 =− ,
c ∂t 2
ε0
r r
dove il simbolo ∇2 ≡ ∇⋅∇ indica l’operatore “laplaciano” che agisce su di una
funzione f ( x, y, z ) nel seguente modo:
∂2 f ∂2 f ∂2 f
∇ f = 2 + 2 + 2 .
2
(6.19)
∂x ∂y ∂z
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 163
r r
La formulazione in termini di potenziali è alternativa a quella in termini di E e B ,
nel senso che, una volta risolte le equazioni (6.18) per un determinato r problema
che ha come dati le distribuzioni di cariche er di correnti r ρ e J , dalle soluzioni
r
A( x, y, z , t ) e V ( x, y, z , t ) si possono calcolare E e B usando le (6.17).

Per essere in grado di evidenziare con efficacia le differenze tra elettromagneti-


smo e meccanica, vogliamo prima cercare di istituire un certo grado di similitudine
tra le due teorie. Il fatto che le leggi dell’elettromagnetismo, nella loro forma più
completa e generale, coinvolgano i campi, quando quelle della meccanica classica
sono sempre state viste in termini di forze, potrebbe infatti disorientare. Tuttavia la
formulazione in termini di campi non è una proprietà specifica
dell’elettromagnetismo ed è anzi applicabiler anche all’interazione gravitazionale.
Così come, ad esempio, il campo elettrico E generato nello spazio da una carica
puntiforme Q è definito a partire dalla famosa espressione della forza di Coulomb,
dividendo la forza per la carica q che subisce l’azione del campo,
r r r
r 1 qQ r r F r 1 Qr
FCoulomb = ⇒ E≡ ⇒ E= , (6.20)
4πε 0 r 2 r q 4πε 0 r 2 r
r
allo stesso modo è possibile definire il campo gravitazionale g generato da una
massa puntiforme M dividendo la forza di Newton per la “carica gravitazionale” m
su cui essa agisce:
r r r
r mM r r FNewton r M r
FNewton = −γ 2 , g≡ ⇒ g = −γ 2 . (6.21)
r r m r r

Tutti i problemi sull’interazione gravitazionale possono essere trattati in termini


r
del campo g , che, quando la forza di gravitazione è l’unica agente, coincide con
l’accelerazione del punto di massa m:
r r r r r r r
FNewton = mg , FNewton = FTOT = ma ⇒ g = a. (6.22)

E’ infatti una particolarità del campo gravitazionale il fatto che la “carica” ad esso
soggetta (cioè la massa gravitazionale) coincida con la massa inerziale (principio
di equivalenza). L’analisi approfondita delle conseguenze di questa particolarità
tutt’altro che banale e casuale è il punto di partenza della teoria della relatività ge-
nerale.
Utilizzando il principio di sovrapposizione e passaggi matematici che vanno ol-
tre lo scopo di questo testo, si può dimostrare che le proprietà più generali del
r
campo g sono esprimibili in una forma sintetica, scritta in termini di rotore e di-
164 Introduzione alla relatività

r
vergenza, simile a quella vista per il campo elettromagnetico. Il campo g generato
da una distribuzione di massa qualsiasi avente densità ρ M ( x, y, z , t ) , funzione delle
coordinate spaziali e del tempo, soddisfa infatti le relazioni:
r r
∇ ⋅ g = −4πγ ρ M ,
r r r (6.23)
∇ ∧ g = 0.

La seconda delle equazioni (6.23) esprime la proprietà, già nota come proprietà
r
della forza, secondo cui il campo g è irrotazionale: esiste quindi una funzione sca-
lare ϕ tale che
r r
g = −∇ϕ . (6.24)

Sostituendo la (6.24) nella prima delle (6.23), si trova l’equazione soddisfatta dal
potenziale gravitazionale:

∇ 2ϕ = 4πγ ρ M . (6.25)

Dopo questa digressione sul campo elettromagnetico e sulla riformulazione della


legge di gravitazione nel linguaggio dei campi abbiamo qualche strumento in più
per comprendere la differenza tra le leggi della meccanica e quelle
dell’elettromagnetismo. Le equazioni (6.14) e (6.23), (6.16) e (6.22), (6.17) e
(6.24), (6.18) e (6.25) stabiliscono un parallelismo tra le equazioni fondamentali
dell’elettromagnetismo e quelle dell’interazione gravitazionale. Anche se le prime
coinvolgono due campi vettoriali anziché uno, le due formulazioni, considerate sia
in termini di campi che in termini di potenziali, denotano ora un certo grado di
somiglianza formale. Possiamo così, finalmente, rivolgere la nostra attenzione in
modo più efficace al loro diverso comportamento. Consideriamo in particolare
l’equazione per il potenziale scalare del campo elettromagnetico [seconda equa-
zione in (6.18)] e quella per il potenziale gravitazionale (6.25). La loro differenza
fondamentale (a parte i segni e le costanti) è che solo la prima contiene un termine
con derivata temporale. E’ proprio questo il termine che fa la differenza. Verifi-
chiamo che cosa accade quando si applicano le trasformazioni di Galileo (6.3) al
termine con le derivate spaziali (comune alle due equazioni) e a quello con la deri-
vata temporale. Per far ciò, consideriamo il potenziale visto nel sistema di riferi-
mento S′ come funzione di funzioni:

V ′( x ′, y ′, z ′, t ′) = V ′[ x ′( x, y, z , t ), y ′( x, y, z , t ), z ′( x, y, z , t ), t ′( x, y, z, t )] . (6.26)

Notiamo inoltre che, fissati un punto dello spazio ed un istante di tempo, descritti
dalle coordinate ( x, y, z , t ) in S e ( x ′, y ′, z ′, t ′) in S′, il potenziale, come qualsiasi
altra quantità osservabile, deve essere lo stesso per entrambi gli osservatori:
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 165

V ′ ( x ′, y ′ , z ′ , t ′ ) = V ( x , y , z , t ) . (6.27)

Calcoliamo dunque le relazioni tra le derivate del potenziale in S′ e quelle in S, te-


nendo conto anche delle espressioni delle trasformazioni di Galileo (6.3):

∂V ∂V ′ ∂x′ ∂V ′ ∂t ′ ∂V ′
= + =
∂x ∂x′ ∂x ∂t ′ ∂x ∂x′
∂ 2V ∂ ⎛ ∂V ⎞ ∂ ⎛ ∂V ′ ⎞ ∂ ⎛ ∂V ′ ⎞ ∂x′ ∂ ⎛ ∂V ′ ⎞ ∂t′ ∂ V ′
2
= ⎜ ⎟ = ⎜ ⎟ = ⎜ ⎟ + ⎜ ⎟ =
∂x 2 ∂x ⎝ ∂x ⎠ ∂x ⎝ ∂x′ ⎠ ∂x′ ⎝ ∂x′ ⎠ ∂x ∂t ′ ⎝ ∂x′ ⎠ ∂x ∂x′2
∂ 2V ∂ 2V ′ ∂ 2V ∂ 2V ′
= , =
∂y 2 ∂y′2 ∂z 2 ∂z′2
∂V ∂V ′ ∂x′ ∂V ′ ∂t ′ ∂V ′ ∂V ′
= + = −u +
∂t ∂x′ ∂t ∂t ′ ∂t ∂x′ ∂t ′
∂ 2V ∂ ⎛ ∂V ′ ∂V ′ ⎞
= ⎜ −u ′ + ′ ⎟
∂t 2 ∂t ⎝ ∂x ∂t ⎠
∂ ⎛ ∂V ′ ∂V ′ ⎞ ∂x′ ∂ ⎛ ∂V ′ ∂V ′ ⎞ ∂t ′
= ⎜ −u ′ + ′ ⎟ + ⎜ −u + ⎟
∂x′ ⎝ ∂x ∂t ⎠ ∂t ∂t ′ ⎝ ∂x′ ∂t ′ ⎠ ∂t
∂ 2V ′ ∂V ′ ∂ 2V ′
= u2 − 2u +
∂x′2 ∂x′∂t ′ ∂t ′2
(6.28)

Queste espressioni, ottenute facendo uso solo delle trasformazioni di Galileo e del-
le proprietà delle derivate, valgono ovviamente anche per il potenziale gravitazio-
nale φ. Ricordando anche la (6.19), nel passaggio da S a S′ otteniamo le seguenti
trasformazioni delle leggi del potenziale scalare elettromagnetico e del potenziale
gravitazionale:

1 ∂ 2V ρ ⎫S S ′⎧ 2 1 ⎧ ∂ 2V ′ 2 ∂ V′
2
∂ 2V ′ ⎫ ρ
∇ V − 2 2 =− ⎪ ⎪∇ V ′ − 2 ⎨ 2 + u − 2u ⎬=−
2

c ∂t ε0 ⎬ ⇒ ⎨ c ⎩ ∂t ′ ∂x′ 2
∂x′∂t ′ ⎭ ε0
∇ 2ϕ = 4πγ ρ M ⎪⎭ ⎪ 2
⎩∇ ϕ ′ = 4πγ ρ M
(6.29)

Da un lato, dunque, ritroviamo, anche in questa nuova formulazione, una conferma


della covarianza della legge di gravitazione, già da noi verificata in termini della
forza. Dall’altro, abbiamo un esempio di come le leggi dell’elettromagnetismo,
invece, non siano covarianti rispetto alle trasformazioni di Galileo. Nel sistema di
166 Introduzione alla relatività

riferimento mobile la legge del potenziale scalare acquista una dipendenza esplici-
r
ta dalla velocità u di S′ rispetto ad S. Da ciò è spontaneo dedurre che esiste un so-
lo sistema di riferimento inerziale privilegiato, in questo caso S, in cui le leggi
dell’elettromagnetismo hanno la forma descritta dalle equazioni di Maxwell e che,
in generale, i fenomeni elettromagnetici sono regolati da leggi sempre diverse a
seconda del sistema di riferimento (sia pur inerziale) nel quale si compiono le mi-
sure. Tale conclusione può addirittura essere considerata incompatibile con il con-
cetto basilare di ripetibilità della misura, su cui si fonda la moderna fisica speri-
mentale. Ciò che, tuttavia, fece dell’ipotesi dell’esistenza di un sistema di riferi-
mento privilegiato l’unica possibilità presa in considerazione dallo stesso Ma-
xwell, e dall’intera comunità scientifica per alcuni decenni, fu la constatazione del-
la natura ondulatoria del campo elettromagnetico. Cerchiamo di spiegare questo
concetto. Consideriamo la legge del potenziale vettore [la prima delle (6.17)] in
una regione di spazio “vuoto”, in cui cioè non siano presenti cariche ferme o in
r r r
movimento ( ρ = 0 , J = 0 ): per ciascuna delle tre componenti di A otteniamo
1 ∂ 2 Ax
∇ Ax − 2
2
= 0,
c ∂t 2
1 ∂ Ay
2

∇ Ay − 2
2
= 0, (6.30)
c ∂t 2
1 ∂ 2 Az
∇ Az − 2 2 = 0.
2

c ∂t

La forma matematica di queste equazioni è ben nota nella fisica classica: è quella
caratteristica dell’equazione delle onde

1 ∂ 2ψ ( x, y, z , t )
∇ 2ψ ( x, y, z , t ) − = 0, (6.31)
v2 ∂t 2

che descrive matematicamente il propagarsi di ogni genere di onde “materiali” (il


suono, le onde del mare, le vibrazioni della corda tesa di uno strumento ad arco o
della colonna d’aria contenuta nella camera di uno strumento a fiato) e dove v rap-
presenta la velocità di propagazione dell’onda. Guardando ora le (6.30), ci si rende
conto che le componenti del potenziale vettore (e quindi quelle dei campi elettrico
e magnetico) si propagano secondo le equazioni delle onde con una velocità c, pari
a quella della luce. Di qui l’altra grande scoperta che ebbe origine dalla formula-
zione delle equazioni di Maxwell: la luce è radiazione elettromagnetica.
La propagazione delle onde materiali richiede la presenza di un mezzo. Si pensi
alla vibrazione delle corde (fatte di metallo o budello) di un violino quando ven-
gono sfregate o pizzicate. Le vibrazioni vengono trasmesse all’aria circostante e,
soprattutto, al legno d’acero ed abete della cassa armonica, dove si trasformano in
vibrazioni dell’aria e da dove, riflesse e amplificate, si diffondono come onde so-
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 167

nore nello spazio della stanza, fino a raggiungere e mettere in vibrazione la mem-
brana del timpano all’interno del nostro orecchio. Il mezzo condiziona la propaga-
zione delle onde: ad esempio, la trasmissione del suono sotto la superficie del ma-
re è molto diversa da quella possibile in aria e dipende da profondità, temperatura,
salinità, conformazione del fondale. Senza mezzo in cui propagarsi le onde sonore
non esistono: lo spazio lontano dall’atmosfera è un luogo privo di suoni, dove non
è possibile far sentire la propria voce o godere dell’ascolto della musica.
Non è quindi sorprendente il fatto che Maxwell non esitasse ad ipotizzare anche
per le onde elettromagnetiche l’esistenza di un mezzo elastico e invisibile che
permeasse il mondo e, vibrando, consentisse la loro propagazione. Egli riprese il
concetto di “etere”, che era stato introdotto da Huygens nel suo Trattato sulla luce
(1690) ed era ritenuto alla base dei fenomeni ottici studiati da Young e Fresnel
all’inizio del secolo. In analogia con i fenomeni di propagazione delle onde mate-
riali, l’etere assumeva quindi il ruolo di sistema di riferimento privilegiato, non
solo per la propagazione delle radiazioni elettromagnetiche, ma in generale per le
leggi dell’elettromagnetismo. Il mondo scientifico sembrò quindi accettare il fatto
che tali leggi non rispettassero il principio di relatività valido per quelle della mec-
canica.

6.3. L’esperimento di Michelson-Morley

Solo nel sistema di riferimento assoluto e immobile dell’etere doveva dunque esse-
re possibile verificare l’esatta validità delle leggi di Maxwell. In particolare, ogni
osservatore in moto rispetto a questo sistema di riferimento avrebbe dovuto misu-
rare una velocità della luce (cioè delle onde elettromagnetiche) diversa dal valore
della costante che compare nelle equazioni di Maxwell,

1
c= ≅ 299792 km/s, (6.32)
μ0ε 0

interpretata come la velocità della luce nell’etere. Doveva perciò essere possibile,
per un osservatore a riposo sulla superficie terrestre, concepire un esperimento che
gli consentisse di rendersi conto del proprio movimento rispetto al sistema di rife-
rimento dell’etere. Secondo la ragionevole ipotesi che tale riferimento fosse ap-
prossimato meglio da quello del sistema solare che da quello della terra, la com-
ponente principale del moto rispetto all’etere sarebbe stata quella dovuta alla rivo-
luzione della terra attorno al sole, che si compie con una velocità media uT di circa
30 km/s (la velocità di un punto della superficie terrestre dovuta alla rotazione del-
la terra attorno al proprio asse è molto inferiore: meno di 0.5 km/s all’equatore).
Un esperimento di misura della velocità della luce in un laboratorio terrestre a-
vrebbe quindi dovuto fornire (assumendo la validità delle trasformazioni di Gali-
168 Introduzione alla relatività

leo) risultati compresi tra c − uT e c + uT , a seconda dell’allineamento della dire-


zione della luce con quella della terra. Qualunque fosse in realtà il moto (a priori
ignoto) della terra rispetto all’etere (la terra avrebbe anche potuto trovarsi istanta-
neamente in quiete rispetto all’etere), i cambiamenti di direzione tra notte e giorno
e da stagione e stagione avrebbero dovuto consentire ad esperimenti effettuati in
tempi diversi di rivelare una qualche variazione del valore misurato della velocità
della luce.
L’effetto da misurare era piuttosto piccolo, essendo il valore di uT, per quanto
grande rispetto alle velocità che si osservano quotidianamente sulla terra, diecimila
volte inferiore a quello di c. Si era consapevoli del fatto che la sua misura non a-
vrebbe certo influito in modo significativo sulle interpretazioni dei dati sperimen-
tali allora esistenti, come quelli forniti dagli studi su generazione e ricezione delle
onde elettromagnetiche con cui Heinrich Hertz confermò negli anni 1880 la validi-
tà delle conseguenze previste dalle equazioni di Maxwell. Ma la questione
dell’esistenza di un sistema di riferimento privilegiato per lo studio dei fenomeni
fisici rivestiva un interesse di carattere filosofico ancor più che scientifico, senza
contare le speculazioni, sconfinanti nell’alchimia, su quali fossero le proprietà
meccaniche dell’etere (trasparente, fluido, ma anche così rigido da resistere alle
più elevate frequenze di radiazione, privo di massa e di struttura microscopica, in-
compressibile, non viscoso).

Tra i numerosi esperimenti compiuti sul finire del 1800 per dare una risposta al
problema, il primo a raggiungere una precisione adeguata all’entità dell’effetto
cercato fu quello realizzato da Albert Michelson ed Edward Morley nel 1887.
L’esperimento doveva sfruttare l’elevata precisione raggiungibile nella misura dei
fenomeni di “interferenza” della luce, con lo scopo di rivelare una seppur piccola
velocità del laboratorio rispetto all’etere. L’idea era quella cui abbiamo già accen-
nato e che adesso vogliamo spiegare in maggior dettaglio. Rispetto all’etere, per
definizione, un raggio di luce ha sempre velocità di modulo c (la velocità “assolu-
ta” della luce) qualunque sia la sua direzione; invece rispetto al laboratorio (sup-
posto in moto rispetto all’etere) raggi di luce mandati in direzioni diverse avranno
velocità in modulo diverse, poiché, secondo le trasformazioni di Galileo, compor-
ranno diversamente la propria velocità “assoluta” con quella del laboratorio rispet-
to all’etere. Chiamando il riferimento fisso dell’etere S e il laboratorio S′, la veloci-
tà della luce nel laboratorio sarà (6.6)
r r r
v′ = v − u , (6.33)
r
dove v , in modulo uguale a c, è la velocità della luce nell’etere. Calcoliamo come
r r
il modulo di v ′ dipende dalla velocità u del laboratorio e dalla direzione del rag-
gio di luce nel laboratorio:
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 169
r r r
v = v′ + u
r r r r r
| v |2 = c 2 = (v′ + u ) ⋅ (v′ + u ) = v′2 + u 2 + 2 v′ u cosϑ ′
(6.34)
v′2 + 2 ( u cosϑ ′ ) v′ − ( c 2 − u 2 ) = 0

v′ = c 2 − u 2 + u 2 cos 2 ϑ ′ − u cosϑ ′

(un’analoga soluzione dell’equazione con segno meno davanti alla radice è da e-


scludere, perché porta alla condizione non fisica v ′ = −c per u → 0 ). Abbiamo
indicato con ϑ ′ l’angolo formato dalla direzione della luce nel laboratorio con
quella del moto del laboratorio stesso. Dall’espressione finale si ricavano, ad e-
sempio, i seguenti valori per la velocità della luce misurata nel laboratorio:

ϑ ′ = 0 ⇒ v′ = c − u (6.35)
ϑ ′ = 180o ⇒ v′ = c + u (6.36)
ϑ ′ = ± 90o ⇒ v′ = c 1 − u 2 c 2 (6.37)

Con una misura di laboratorio in cui si mandino raggi di luce in diverse direzioni e
se ne misurino le velocità, dovrebbe dunque essere possibile, confrontando i diver-
si risultati, stabilire il valore della velocità u del laboratorio rispetto all’etere. Ma
se la misura della velocità desse sempre lo stesso risultato per ogni direzione del
raggio di luce,r bisognerebbe concludere che il laboratorio è immobile rispetto
r
all’etere ( u = 0 ), oppure che le ipotesi fatte – la validità delle trasformazioni di
Galileo e/o l’esistenza stessa dell’etere – sono sbagliate.
L’esperimento di Michelson-Morley si proponeva quindi di rivelare variazioni
nella misura della velocità della luce al variare della sua direzione nel laboratorio.
Per comprendere
a fondo il metodo
onde onde
usato, bisogne- in fase fuori fase
rebbe conoscere
le proprietà della
destinazione
sorgente

luce e le leggi
dell’ottica. Cer-
cheremo di dare
solo qualche idea t sfasamento Δt
fondamentale che
consenta di intui- Figura 6.2 – Illustrazione intuitiva di come si crea lo sfasamento tra due onde
re il procedimen- che percorrono tragitti di diversa lunghezza.
to. Un’onda lu-
minosa durante il suo percorso “oscilla” secondo fluttuazioni regolari e periodiche
caratterizzate da una certa frequenza (ad oscillare sono proprio il campo elettrico e
il campo magnetico di cui l’onda è costituita). Due raggi luminosi, provenienti dal-
170 Introduzione alla relatività

la stessa sorgente, che si rincontrino dopo aver percorso due tragitti di diversa lun-
ghezza possederanno, in generale, due diverse “fasi” d’oscillazione: è facile ren-
dersene conto rappresentando le onde come funzioni periodiche sinusoidali del
tempo (figura 6.2). Viceversa, se tra due onde luminose provenienti dalla stessa
sorgente si misura uno sfasamento temporale Δt, se ne può attribuire la causa a una
delle seguenti circostanze (o ad entrambe):
1) le due onde hanno percorso tragitti L1 e L2 di lunghezza diversa, e quindi
Δt = ( L2 − L1 ) / v′ ;
2) se, invece, i percorsi compiuti dai due raggi luminosi sono lunghi uguali
( L2 = L1 = L ), devono essere diverse le velocità con cui i due percorsi sono
stati compiuti: Δt = L / v2′ − L / v1′ .
Il caso più interessante per la nostra discussione è quest’ultimo. La misura della
differente velocità di due onde luminose che si propagano in direzioni diverse si
riconduce quindi alla misura dello sfasamento temporale dell’una rispetto l’altra. Il
metodo per misurare lo sfasamento tra due onde luminose si basa sul fenomeno
noto in ottica con il nome di interferenza. Due onde della stessa frequenza che si
sovrappongono “mescolando” le proprie oscillazioni disegnano, proiettandosi su
uno schermo piano, una caratteristica alternanza di righe illuminate e righe oscure
(le cosiddette “frange d’interferenza”). La forma della figura che si crea sullo
schermo dipende dal rapporto Δt T tra lo sfasamento reciproco delle due onde ed
il loro periodo di oscillazione: le frange prodotte dall’interferenza di due onde tra
loro sfasate ( Δt ≠ 0 ) sono spostate di una quantità ben calcolabile rispetto a quelle
generate da due onde perfettamente in fase ( Δt = 0 ).
L’apparato di misura è
schematizzato (in una for-

ma semplificata) in figura specchio S1 u
6.3. Gli sperimentatori velocità del
montarono tutti i compo- laboratorio
nenti sopra una base di pie- nell’etere
tra girevole, così da poter specchio
periodicamente riallineare semi-
l’apparato con quella che si riflettente specchio
presumeva fosse la direzio- S S2
ne del moto del laboratorio
rispetto all’etere, cioè la sorgente
velocità di rivoluzione della
r
terra ( u ). Tale direzione
cambia, ovviamente, al va- rivelatore
riare delle stagioni, ma an- dell’interferenza
che dal giorno alla notte, a
causa della rotazione terre- Figura 6.3 – Rappresentazione schematica dell’esperimento di
stre. Michelson-Morley.
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 171

Una sorgente luminosa, fissa rispetto al resto dello strumento, produce un’onda
r
che si propaga nella direzione di u e incontra uno specchio semi-riflettente S.
Quest’ultimo in parte riflette, in parte rifrange (cioè si lascia attraversare come un
vetro trasparente), suddividendo così la luce incidente in due componenti proietta-
r
te in direzioni distinte, quella di u e quella ad essa perpendicolare. Ciascuna delle
due onde, dopo aver compiuto un percorso lungo l, incide su uno specchio (S1/S2) e
viene riflessa all’indietro. Ritornate allo specchio semi-riflettente, le due onde
riassumono la stessa direzione e raggiungono insieme il dispositivo per
l’osservazione delle frange d’interferenza (ad esempio una lente che focalizza la
luce sulla superficie di uno schermo). Tra i due fasci di luce ci si aspetta di osser-
vare uno sfasamento dovuto alle diverse velocità di percorrenza dei tratti SS1 e SS2:
r
il tratto SS1 è infatti percorso parallelamente a u con velocità di modulo c − u in
andata (6.35) e c + u al ritorno (6.36), mentre il tratto SS2 è percorso perpendico-
r
larmente a u con velocità (6.37) pari a c 1 − u 2 c 2 (sia all’andata e al ritorno).
Ricordiamo che queste sono le velocità rispetto al laboratorio ottenute convertendo
la velocità della luce nell’etere (c) tramite le trasformazioni di Galileo. Il fascio
r
che percorre il braccio parallelo a u impiega dunque il tempo

l l
t|| = tandata + tritorno = +
( v′ ) ( v′ )
andata ritorno
 
(6.38)
l l 2lc 2l 1
= + = 2 = ,
c − u c + u c − u2 c 1 − u 2 c2
r
mentre lungo il braccio perpendicolare a u il tempo di percorrenza è

l l
t⊥ = t⊥andata + t⊥ritorno = +
( v⊥′ ) ( v⊥′ )
andata ritorno

(6.39)
l l 2l 1
= + = .
c 1 − u2 c2 c 1 − u 2 c2 c 1 − u 2 c2

Le due onde ritornano in S avendo accumulato il ritardo reciproco

2l ⎡ 1

1 ⎤
Δt = t− t⊥ = ⎢ ⎥, (6.40)
c ⎢⎣1 − u c
2 2
1 − u 2 c 2 ⎥⎦

che è non nullo se e solo se u ≠ 0 . La posizione delle frange d’interferenza proiet-


tate sullo schermo permetterebbe di rivelare questo sfasamento. Ad esempio, per
u = 30 km/s e l = 11 m (lunghezza dei bracci usati nell’esperimento), lo sfasamen-
172 Introduzione alla relatività

to atteso sarebbe Δt 3.7 ⋅ 10−13 s, da confrontare con il periodo d’oscillazione della


luce usata T 2 ⋅ 10−12 s (1).
Le osservazioni furono compiute di giorno e di notte e ripetute in tutte le sta-
gioni dell’anno. Il risultato complessivo delle misure fu la determinazione di un
limite superiore per l’entità dello sfasamento, pari a un quarantesimo di quello at-
teso. I risultati mostravano con sconcertante precisione che l’effetto cercato non
esisteva.
Quanto l’esito di queste misure deludesse le aspettative del mondo scientifico è
testimoniato dalle numerose riproposizioni dell’esperimento, in varianti sempre
più sofisticate, nei cinquant’anni successivi. Ma il continuo affinamento delle tec-
niche sperimentali e il conseguente miglioramento della precisione delle misure
non fecero che rafforzare sempre di più la significatività del risultato.

6.4. La contrazione di Fitzgerald-Lorentz

La battaglia per la strenua difesa del concetto di etere continuava nel frattempo
anche sul fronte delle possibili spiegazioni teoriche.

Tra le interpretazioni del risultato dell’esperimento di Michelson-Morley ce


n’era una immediata, ma non priva di inquietanti connotazioni: la terra doveva ef-
fettivamente essere in quiete rispetto all’etere. L’ipotesi, che sembrava resuscitare
antiche visioni cosmologiche, venne giustificata con l’esistenza di un meccanismo
di trascinamento di strati superficiali dell’etere da parte dei corpi materiali in mo-
vimento. Questo meccanismo, grazie al quale la terra si sarebbe trovata localmente
ferma nel riferimento dell’etere, avrebbe potuto ridurre l’entità dello sfasamento
atteso come risultato dell’esperimento fino ad un valore compatibile con il limite
sperimentale. Da un lato, però, l’ipotesi era incompatibile con la spiegazione che
la fisica classica dava del fenomeno dell’aberrazione stellare. Non mancarono poi
verifiche sperimentali dirette del meccanismo di trascinamento: ad esempio,
l’esperimento di Michelson-Morley fu ripetuto molto più tardi (1935) da G. W.
Hammar racchiudendo uno solo dei due bracci tra pesanti blocchi di piombo, che,
esercitando la loro forza di trascinamento sull’etere, avrebbero dovuto creare

1
Esiste in verità una complicazione tecnica: di fatto è impossibile raggiungere la condizione sperimentale
in cui i due bracci SS1 e SS2 abbiano lunghezza esattamente uguale. Basterebbe una differenza di lun-
ghezza Δl piccolissima, pari anche solo ad una frazione della “lunghezza d’onda” λ (il “passo”
dell’oscillazione, legato al periodo dalla relazione λ = c ⋅ T ) della luce usata ( λ 5 ⋅ 10−7 m), per produrre
uno sfasamento Δt = Δl v′ che maschererebbe completamente quello dovuto alla velocità del laboratorio,
oggetto della misura. Per eliminare la dipendenza da questo effetto non voluto, nell’esperimento di Mi-
chelson-Morley ogni rilevazione veniva in realtà ripetuta una seconda volta dopo una rotazione
dell’intero apparato di 90°, tale da scambiare tra di loro i due bracci. Scopo della misura diventava quindi
determinare la differenza tra i due sfasamenti, cioè uno spostamento delle frange d’interferenza tra prima
e dopo la rotazione, risultato che avrebbe significato univocamente la presenza di una velocità di deriva
non nulla del laboratorio.
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 173

un’asimmetria tra i due bracci e modificare il risultato dell’esperimento. Ma l’esito


dell’esperimento fu che la presenza del piombo non aveva alcuna influenza sulla
misura.

Due anni dopo l’esperimento di Michelson-Morley, George Fitzgerald e poi, in-


dipendentemente, Hendrik Lorentz proposero un’altra spiegazione del dato speri-
mentale che lasciava inalterata l’idea di etere in quiete assoluta. L’ipotesi prevede-
va che un corpo viaggiante con velocità v rispetto all’etere subisse una contrazione
di un fattore 1 − u 2 c 2 nella direzione del proprio moto. L’effetto della contra-
zione non era direttamente riscontrabile dallo stesso osservatore in moto, poiché
anche l’unità campione da lui usata per compiere una misura di lunghezza avrebbe
dovuto subire una contrazione della stessa entità.
Secondo questa ipotesi, nell’interpretazione dell’esperimento di Michelson-
r
Morley il cammino ottico nella direzione di u , e quindi il tempo di percorrenza t
(6.38), dev’essere contratto del fattore 1 − u 2 c 2 :

2l 1 − u 2 c 2 1
t =
c 1 − u2 c2
2l 1
= (6.41)
c 1 − u2 c2
= t⊥

e diventa perciò uguale al tempo di percorrenza del braccio perpendicolare (6.39),


che invece non subisce contrazione. Di conseguenza, lo sfasamento risultante è ora
r
nullo qualsiasi sia la velocità u del laboratorio, in accordo con l’esito
dell’esperimento.

Grazie ad un intervento correttivo ad hoc, la teoria dell’etere era di nuovo salva.


Ma gli aspetti concettuali più importanti rimanevano privi di spiegazioni soddisfa-
centi. La ragione della contrazione sembrava essere attribuita a reali effetti elet-
tromagnetici prodotti dal moto dei corpi nell’etere, effetti ai quali però non si dava
un inquadramento coerente nell’ambito degli studi, evidentemente correlati, sulla
relazione tra campo elettromagnetico, moto dei portatori di carica e struttura dei
corpi materiali, che lo stesso Lorentz stava compiendo. Tanto meno si riteneva di
poter risolvere il problema della diversità di comportamento delle leggi
dell’elettromagnetismo rispetto a quelle della meccanica. Ma, soprattutto,
l’esistenza di un sistema di riferimento privilegiato per lo studio dei fenomeni fisi-
ci non era messa in discussione. Il problema della “disparità” tra il riferimento
dell’etere e quelli in moto rispetto ad esso sembrava essere addirittura aggravato
dall’esistenza del fenomeno della contrazione. Il meccanismo della contrazione
174 Introduzione alla relatività

spaziale annullava, secondo le intenzioni di chi l’aveva proposto, qualsiasi effetto


dovuto alla velocità del laboratorio rispetto all’etere. Ma, in questo modo, diventa-
va impossibile stabilire con una misura quale fosse il riferimento dell’etere. Da un
lato, quindi, ci si aspettava che le leggi dell’elettromagnetismo potessero essere
verificate esattamente solo rispetto all’etere; dall’altro, sembrava che l’etere fosse
sperimentalmente indistinguibile dagli altri sistemi di riferimento.
L’ipotesi della contrazione era stata formulata con l’espresso intento di elimina-
re una “spiacevole” contraddizione tra la teoria dell’etere e l’evidenza sperimenta-
le. Anche per il modo in cui era nata, essa possedeva quindi un evidente carattere
di artificiosità. La sua validità generale sarebbe poi stata confutata, molti anni do-
po, dall’esperimento di Kennedy e Thorndike (1932), compiuto come test della
teoria della relatività ristretta. Utilizzando un apparato come quello
dell’esperimento di Michelson-Morley, ma adottando questa volta due bracci di
lunghezze tra loro significativamente diverse, i due scienziati avrebbero mostrato
che l’ipotesi della contrazione spaziale non era da sola sufficiente a rendere conto
dei risultati ottenuti al variare della velocità dello strumento di misura rispetto ad
un ipotetico etere.

Negli anni precedenti alla pubblicazione (1905) della relatività ristretta, stavano
prendendo forma, grazie al lavoro degli scienziati Joseph Larmor, Woldemar
Voigt e soprattutto dello stesso Lorentz, le corrette equazioni di trasformazione di
coordinate rispetto le quali le leggi dell’elettromagnetismo sono covarianti – note,
appunto, come trasformazioni di Lorentz. La forma completa di queste equazioni,
che dovevano affiancare ma non sostituire le trasformazioni di Galileo (6.3), con-
siderate ancora valide per i fenomeni meccanici, è la seguente:

⎧ ′ x − ut
⎪x =
⎪ u2
1− 2
⎪ c
⎪ y′ = y

⎨ z′ = z (6.42)

⎪ u
t− 2 x
⎪ t′ = c
⎪ u2
⎪ 1− 2
⎪⎩ c

Più tardi mostreremo come queste equazioni derivino dai principi fondamentali
della relatività ristretta, di cui costituiscono lo strumento matematico principale.
Tuttavia esse furono introdotte con un significato completamente diverso da quello
che avrebbero poi assunto nella teoria di Einstein. Esse rappresentano infatti il
punto di arrivo di diversi tentativi che furono compiuti alla ricerca delle trasforma-
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 175

zioni che dovevano lasciare invariate le equazioni di Maxwell nel passaggio dal
riferimento dell’etere ad uno in movimento. Il meccanismo della contrazione delle
lunghezze, precedentemente postulato per rendere conto del risultato dell’esperi-
mento di Michelson-Morley, era incorporato in queste equazioni. Il concetto di
sistema di riferimento privilegiato rimaneva inalterato e anzi, si connotava di ulte-
riori elementi di artificiosità, come l’introduzione del meccanismo della dilatazio-
ne del tempo, che si affiancava così a quello della contrazione delle lunghezze. A
causa della peculiare interdipendenza tra coordinate spaziali e coordinata tempora-
le presente nelle equazioni di trasformazione, gli intervalli temporali misurati in
un laboratorio in movimento sembravano infatti dover subire una dilatazione ri-
spetto a quelli misurati nell’etere. La misura del tempo, come già quella della lun-
ghezza, diventava così un’ulteriore ragione di disparità tra etere e riferimenti in
moto. Vedremo nel seguito come la teoria della relatività porterà ad un vero e pro-
prio ribaltamento di prospettiva nell’interpretazione di questi concetti.
Anche in questa occasione, i tentativi di risolvere le contraddizioni esistenti
senza rinunciare al concetto di etere stavano comportando una progressiva deriva
verso idee sempre meno intuitive e sempre più difficili da giustificare con teorie
fisicamente accettabili.
Utili a capire come venisse inteso il significato della contrazione della lunghez-
za e della dilatazione del tempo sono le parole di Larmor (Etere e Materia, 1900):
“Se le forze interne di un sistema materiale nascono da azioni elettrodinamiche
tra i sistemi di elettroni che costituiscono gli atomi, allora l’effetto dell’impartire
ad un sistema materiale rigido un’uniforme velocità di traslazione è di produrre
una contrazione uniforme del sistema nella direzione del moto, della quantità ε−1 2
[ = 1 − u 2 c 2 ]”.
Le trasformazioni di Lorentz erano considerate come una conseguenza delle in-
terazioni elettromagnetiche e quindi una loro proprietà esclusiva. Rispetto a feno-
meni come il moto dei pianeti o la caduta dei gravi, per i quali dovevano continua-
re a valere le trasformazioni di Galileo, la fisica dei processi elettromagnetici co-
stituiva ancora un mondo a parte.

6.5. I postulati della relatività ristretta

Mai come alla fine del 1800 si poteva guardare al complesso delle acquisizioni
della mente umana come ad una trionfale consacrazione del metodo “scientifico”
fondato da Galileo. Nel corso del secolo, l’insieme delle conoscenze della fisica
aveva assunto l’aspetto di una costruzione imponente: la meccanica, fondata sulle
leggi di Newton, prediceva con grande precisione il moto di qualsiasi corpo; erano
state formulate le leggi che descrivono i fenomeni termici stabilendone la connes-
sione con le applicazioni meccaniche ed erano già state proposte le idee per una
loro interpretazione in termini statistici (Maxwell, Boltzmann); la concezione ato-
176 Introduzione alla relatività

mica della materia, sebbene considerata ancora non più che un’ipotesi, era alla ba-
se di ben consolidate leggi della chimica. Ma, soprattutto, i fenomeni connessi con
l’elettricità ed il magnetismo, dopo essere stati oggetto di intensa ricerca da parte
di un numero sempre crescente di studiosi (Coulomb, Gauss, Oersted, Ohm, Am-
père, Faraday, ecc.), avevano trovato nel fondamentale lavoro di Maxwell una trat-
tazione di completezza e sintesi mirabili. La scoperta, che ne derivò, della natura
ondulatoria dei campi elettrici e magnetici era destinata a segnare in modo deter-
minante la successiva evoluzione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche.
Basti menzionare i primi esperimenti sulla trasmissione di segnali condotti da
Heinrich Hertz e da Guglielmo Marconi, che già nel 1901 dimostrò di essere in
grado di far viaggiare un segnale su una distanza di oltre tremila chilometri attra-
verso l’Atlantico. Gli ultimi anni del secolo videro inoltre la scoperta dei raggi X
(Rontgen), che avrebbe presto rivoluzionato la diagnostica medica, e quella della
radioattività (Becquerel, Curie).
Tuttavia, proprio la nuova formulazione dell’elettromagnetismo ad opera di
Maxwell fece emergere gravi problemi concettuali che, alle soglie del ventesimo
secolo, determinarono la crisi della teoria classica e della concezione corrente del-
lo spazio-tempo. Da un lato, come abbiamo visto, la natura ondulatoria dei campi
sembrava presupporre, in contrasto con il principio di relatività su cui era fondata
la meccanica di Galileo e Newton, l’esistenza di un sistema di riferimento prefe-
renziale, quello del mezzo di propagazione, per la descrizione dei fenomeni elet-
tromagnetici. Esisteva poi un’intera classe di fenomeni, connessi con l’emissione e
l’assorbimento della radiazione da parte della materia (le righe spettrali
dell’atomo, la radiazione di corpo nero), per i quali l’interpretazione nell’ambito
della teoria maxwelliana dava risultati non consistenti con la realtà o addirittura
paradossali. Ciascuno di questi problemi era come una sfida lanciata alla comunità
scientifica. Gli sforzi compiuti per cercarne le risposte sfociarono all’inizio del
ventesimo secolo in una rivoluzione concettuale senza precedenti nella storia di
tutte le scienze, portando alla formulazione della teoria della relatività da parte di
Einstein e alla proposizione delle prime idee della meccanica quantistica, cui lo
stesso Einstein diede contributi fondamentali.

Il 1905 fu l’annus mirabilis di Albert Einstein (1879-1955). Egli pubblicò


sugli Annalen der Physik, a breve distanza l’uno dall’altro, quattro scritti destinati
a cambiare per sempre la visione che l’uomo ha dell’universo. Il primo riguardava
aspetti della teoria cinetica molecolare del calore ed includeva una spiegazione te-
orica del cosiddetto moto browniano (il movimento disordinato e imprevedibile
delle particelle sospese in un fluido). Con il secondo scritto Einstein aprì la strada
alla teoria corpuscolare della luce e quindi alla meccanica quantistica, postulando
che la luce fosse costituita di singole quantità elementari, successivamente chiama-
te fotoni; riuscì così a spiegare il fenomeno, scoperto da Hertz, in cui una lamina
metallica irraggiata dalla luce emette elettroni (il cosiddetto effetto fotoelettrico).
Questa interpretazione, confermata poi dagli esperimenti di Robert Millikan, gli
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 177

sarebbe valsa il premio Nobel. Gli ultimi due scritti, Sull’elettrodinamica dei corpi
in movimento e L’inerzia di un corpo dipende dal suo contenuto energetico? con-
tengono, rispettivamente, l’enunciazione completa della teoria della relatività ri-
stretta e la derivazione di alcune sue implicazioni, tra cui la famosa equazione di
equivalenza tra massa ed energia. La nuova teoria discende interamente da due soli
postulati, che possono essere così formulati:

1) Le leggi della fisica hanno la stessa forma in tutti i sistemi inerziali (princi-
pio di relatività).
2) La luce si propaga nello spazio vuoto con una velocità che ha lo stesso valo-
re c in tutti i sistemi inerziali.

Il primo postulato recupera il concetto di relatività come principio universal-


mente valido non solo per le leggi della meccanica, ma per tutte le leggi della fisi-
ca, quindi anche quelle dell’elettromagnetismo e dell’ottica. Come vedremo, infat-
ti, la relatività ristretta fornisce la piena giustificazione delle trasformazioni di Lo-
rentz, estendendone la validità alla meccanica; allo stesso tempo essa non è in con-
traddizione con la meccanica newtoniana e con le trasformazioni di Galileo, che ne
costituiscono il caso limite per velocità piccole rispetto a quella della luce.
Il secondo postulato eleva, di fatto, a principio il risultato dell’esperienza di Mi-
chelson-Morley (tuttavia non citata da Einstein), eliminando ogni riferimento
all’etere: le onde elettromagnetiche si propagano nel vuoto.

Ci apprestiamo a dimostrare che i principi fondamentali della relatività implica-


no le trasformazioni di Lorentz (6.42) come le corrette equazioni che permettono
di passare da un sistema di riferimento all’altro – di qualsiasi natura sia il fenome-
no descritto.

6.6. Il nuovo concetto di tempo

Per prima cosa è necessario rivedere il significato di tempo. Il fatto che la luce ab-
bia la stessa velocità in tutti i sistemi di riferimento ha infatti una prima, importan-
te conseguenza: lo scorrere del tempo non è lo stesso in tutti i riferimenti, ragion
per cui sarà necessario considerare coordinate temporali distinte ( t ≠ t ′ ) nei due
sistemi inerziali S e S′ tra i quali si opera la trasformazione. Ci si può rendere con-
to di questa proprietà attraverso un semplice esempio di “esperimento pensato”.
Consideriamo come laboratorio il vagone di un treno (sistema di riferimento S′),
r
in moto rispetto a terra (riferimento S) con velocità u costante e diretta verso “de-
stra” (v. figura 6.4). Una sorgente di luce posta in quiete nel punto di mezzo del
vagone emette, all’istante t = 0 , due segnali in direzioni opposte. I due segnali si
propagano con la stessa velocità c in entrambe le direzioni. Essi raggiungono
quindi la parete dell’estremità destra e quella dell’estremità sinistra del vagone,
178 Introduzione alla relatività

poste alla stessa distanza dalla sorgente, simultaneamente. Vediamo ora cosa
succede se lo stesso fenomeno
viene osservato da un osservato-
S′ →
u re fermo sulla terra. Sappiamo,
per postulato, che anche in S la
velocità del segnale luminoso è
uguale a c, in entrambe le dire-
S zioni. Tuttavia, mentre il segna-
le si propaga, l’osservatore di S
Figura 6.4 – Relatività della simultaneità: l’esempio della vede il vagone spostarsi verso
sorgente di luce all’interno del vagone di un treno.
destra: la parete di sinistra va
quindi incontro al segnale, quella di destra sfugge da esso. L’osservatore di S con-
clude che il segnale raggiunge la parete di sinistra prima di quella di destra:
l’arrivo del segnale alle due estremità del vagone è simultaneo per l’osservatore
del vagone, ma non per l’osservatore fermo a terra.
La simultaneità diventa un concetto relativo. E’ quindi necessario abbandonare
la nozione di tempo assoluto. Mentre le trasformazioni di Galileo possono sempre
essere descritte scegliendo la condizione t = t ′ , per dedurre le nuove equazioni di
trasformazione sarà essenziale assumere che ciascun riferimento sia dotato di un
proprio orologio.

Riguardo alla misura del tempo bisogna compiere alcune precisazioni. Cosa si-
gnifica dotare di orologio un sistema di riferimento? In verità, ogni punto dello
spazio all’interno di un sistema di riferimento deve teoricamente possedere un oro-
logio, se si vuole essere in grado di registrare l’istante in cui un qualsiasi evento
(ad esempio il passaggio di un corpo per quel punto) si verifichi. In generale è
quindi necessario dotare il riferimento di un “reticolo” di orologi tra loro sincro-
nizzati. E qual è la procedura giusta per operare la sincronizzazione? Non è corret-
to pensare di trasportare tutti gli orologi nello stesso punto (ad esempio l’origine)
del riferimento, sincronizzarli e poi riportarli nelle sedi ad essi assegnate, poiché lo
spostamento degli orologi in generale ne altera la marcia. Si tratta di un effetto non
necessariamente connesso con la relatività della simultaneità: anche in meccanica
classica è prevedibile che ciò possa accadere. Lo spostamento di un orologio com-
porta infatti il suo trasferimento temporaneo su di un sistema di riferimento non
inerziale (ad esempio a bordo di un treno che lo trasporti da una città ad un’altra):
la partenza e l’arrivo, per lo meno, implicano un’accelerazione del mezzo di tra-
sporto. Nei momenti di non inerzialità del moto dell’orologio, le leggi fisiche che
ne determinano il funzionamento vengono alterate. Ad esempio, un orologio a
pendolo potrebbe mutare il proprio periodo di oscillazione se sottoposto ad altre
forze (apparenti) oltre alla forza peso. Il metodo più giusto e “naturale” di sincro-
nizzare gli orologi è basato sul secondo postulato della relatività ristretta ed è, di
fatto, quello utilizzato per la messa a punto della rete oraria mondiale. L’orologio
posto, ad esempio, nell’origine viene scelto come quello che fornisce l’orario di
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 179

riferimento, rispetto al quale tutti gli altri si devono sincronizzare. L’osservatore


che lo possiede spedisce, all’istante t = 0 da lui misurato, un segnale elettromagne-
tico, avente velocità c. Il generico osservatore, conoscendo la propria posizione e
quindi la propria distanza d dalla sorgente del segnale, all’istante della ricezione sa
che è trascorso un tempo Δt = d c dall’emissione ( t = 0 ) e regola quindi il proprio
orologio in modo che esso segni l’ora t = d c . Un secondo segnale, spedito ad un
successivo tempo fissato t0 , consente al generico osservatore (che si aspetta di ri-
ceverlo all’istante t0 + d c ) di verificare, ed eventualmente correggere, la propria
sincronia di marcia con quello di riferimento.

Anticipiamo qui un ulteriore elemento di novità nella concezione dello spazio-


tempo rispetto alla relatività di Galileo. Se, come abbiamo visto, la percezione del-
la simultaneità di due eventi è ora un fatto relativo, perde automaticamente validità
anche un’altra ipotesi classica, quella dello spazio assoluto. Pensiamo al procedi-
mento di misura della lunghezza di un’asta (cioè della distanza tra due punti dello
spazio): se l’asta si muove rispetto all’osservatore, per misurarne la lunghezza egli
deve localizzarne simultaneamente i due estremi vedendoli passare davanti a sé.
Ma sappiamo che il modo in cui un osservatore giudica la simultaneità di due e-
venti dipende dal sistema di riferimento. Allora anche la misura della lunghezza
dipende dal sistema di riferimento.

6.7. Le trasformazioni di Lorentz

Possiamo finalmente mostrare come la forma matematica delle trasformazioni di


Lorentz (6.42) derivi dai due postulati della relatività ristretta, oltre che da assun-
zioni del tutto generali sull’omogeneità e l’isotropia del continuo spazio tempora-
le. Ci riferiamo alla stessa scelta particolare di orientazioni e posizioni reciproche
degli assi già utilizzata per illustrare le trasformazioni di Galileo e rappresentata
nella figura 6.1. Vogliamo trovare le nuove relazioni

⎧ x′ = x′( x, y, z , t )

⎪ y′ = y′( x, y, z , t )
⎨ (6.43)
⎪ z′ = z′( x, y, z , t )
⎩⎪ t ′ = t′( x, y, z , t )

che permettono di passare dalle coordinate di S a quelle di S′.

Cominciamo con l’osservare che esse devono essere lineari. Trasformazioni non
lineari violerebbero infatti una proprietà dello spazio-tempo che non è messa in
180 Introduzione alla relatività

discussione: la sua omogeneità. Qualunque esperimento deve dare gli stessi risul-
tati se viene ripetuto nelle stesse condizioni fisiche in punti diversi dello spazio e
in tempi diversi.
Supponiamo, ad esempio, che la coordinata x si trasformi secondo la relazione
quadratica x′ = a x 2 e verifichiamo cosa succede quando l’osservatore di S′ misura
la lunghezza di un’asta collocata a riposo lungo l’asse x nel riferimento S. Suppo-
niamo che la lunghezza misurata dall’osservatore di S sia, ad esempio, unitaria. In
un primo caso l’osservatore di S pone l’asta con estremi in x1 = 1 e x2 = 2 : la sua
lunghezza viene misurata da S′ come

l ′ = x2′ − x1′ = a ( x22 − x12 ) = a (4 −1) = 3a (6.44)

(non deve necessariamente stupirci che la lunghezza misurata in S′ sia diversa da


quella misurata in S, poiché i due riferimenti sono in moto l’uno rispetto l’altro e
sappiamo già che la misura di una lunghezza dipende dal sistema di riferimento).
Se la stessa asta viene collocata adesso dall’osservatore di S in un altro punto dello
spazio, per esempio con estremi in x1 = 4 e x2 = 5 , l’osservatore di S′ misurerà
questa volta la lunghezza

l ′ = x2′ − x1′ = a ( x22 − x12 ) = a (25 −16) = 9a. (6.45)

Quindi, anche se la lunghezza dell’asta è sempre unitaria in S, la misura compiuta


dall’osservatore di S′ dà risultati diversi a seconda del punto dello spazio in cui
l’asta è stata posta. Ci si può rendere conto, ripetendo l’esercizio ad esempio con
la relazione x′ = a x , che ciò non succede se la trasformazione è lineare nelle co-
ordinate.

Le trasformazioni cercate sono dunque descritte da equazioni di primo grado:

⎧ x′ = a11 x + a12 y + a13 z + a14t


⎪ y′ = a x + a y + a z + a t
⎪ 21 22 23 24
⎨ (6.46)
⎪ z′ = a31 x + a32 y + a33 z + a34t
⎪⎩ t ′ = a41 x + a42 y + a43 z + a44t

Rispetto alla forma più generale delle possibili trasformazioni lineari, abbiamo tra-
lasciato i termini costanti, che si annullano per la condizione scelta (6.2), secondo
cui gli orologi sono sincronizzati allo stesso tempo t = t ′ = 0 quando i due riferi-
menti coincidono. Ci sono altre semplificazioni che possiamo applicare in base
alla geometria specifica dei sistemi di riferimento S e S′. Guardando la figura 6.1,
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 181

vediamo che il piano x′y′ (luogo dei punti tali che z ′ = 0 ) coincide sempre con il
piano xy ( z = 0 ). Vale quindi la condizione

z = 0 ⇔ z ′ = 0 qualsiasi siano x, y e t, (6.47)

che implica l’annullamento di tre su quattro dei coefficienti nella terza equazione:

a31 = a32 = a34 = 0 . (6.48)

Analogamente, poiché il piano x′z′ coincide sempre con il piano xz,

y=0 ⇔ y ′ = 0 qualsiasi siano x, z e t, (6.49)

e quindi
a21 = a23 = a24 = 0 . (6.50)

Seconda e terza equazione sono adesso così semplificate:


⎪ y ′ = a22 y

⎨ (6.51)

⎩ z ′ = a33 z

Applicando ora il principio di relatività, possiamo determinare a22 e a33 . Illustria-


mo il procedimento per a22 . Immaginiamo di invertire contemporaneamente le di-
rezioni degli assi x, z, x′ e z′. L’equazione per y non cambia. Tuttavia possiamo
renderci conto, con alcuni passaggi, che i ruoli di S e S′ risultano scambiati. Fac-
ciamo seguire all’inversione degli assi una rotazione collettiva dei due riferimenti:

y y′ y′ y
→ y y′ →
u → u
u
x x′ z z′ x′ x

z z′ x x′ z′ z

Per l’ipotesi di isotropia dello spazio, nulla deve cambiare quando si osserva
l’intero sistema da una prospettiva ruotata. Adesso applichiamo il principio di re-
latività: poiché tutti i riferimenti inerziali sono equivalenti, la traslazione degli os-
servatori di S′ rispetto a S è equivalente alla traslazione, con velocità uguale e op-
posta, degli osservatori di S rispetto a S′:
182 Introduzione alla relatività

y′ y y′ y
→ →
u u

x′ x x′ x

z′ z z′ z

Abbiamo così ottenuto una configurazione che differisce da quella di partenza solo
per lo scambio tra simboli “apostrofati” e simboli non apostrofati. Se è vera la
prima delle (6.51) (che continua a valere perché l’inversione degli assi ha lasciato
invariati gli assi y e y′), dev’essere quindi vera anche la

y = a22 y ′ . (6.52)
Insieme esse implicano che

y ′ = a22 a22 y ′ ⇒ a22


2
= 1 ⇒ a22 = +1, (6.53)

dove la scelta del segno tiene conto del fatto che per t = t ′ = 0 gli assi y e y′ devono
essere sovrapposti e concordi. Con procedimento del tutto analogo, partendo
dall’inversione degli assi x, y, x′ e y′, si giunge al risultato a33 = +1 . In conclusio-
ne, le coordinate y e z, corrispondenti alle due direzioni trasversali rispetto al moto
relativo dei due sistemi di riferimento, rimangono invariate: abbiamo ottenuto la
seconda e la terza delle equazioni di trasformazione cercate:

⎧⎪ y ′ = y
⎪⎨ (6.54)
⎪⎪⎩ z ′ = z

Le rimanenti equazioni per le coordinate x e t possono essere semplificate utiliz-


zando di nuovo l’ipotesi d’isotropia dello spazio. L’inversione simultanea delle
direzioni degli assi y, z, y′ e z′ porta infatti ad una configurazione che, con un op-
portuno cambiamento di prospettiva, risulta identica a quella di partenza:

y z z′ y y′
y′
→ →
u u
x x′
x x′ x x′

u
z z′ z z′
y y′

Le equazioni di trasformazione devono quindi essere invarianti per cambiamento


simultaneo dei segni di y, z, y′ e z′: in altre parole devono essere contemporanea-
mente valide la relazione
x′ = a11 x + a12 y + a13 z + a14t
(6.55)
e la x′ = a11 x − a12 y − a13 z + a14t ,
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 183

così come la
t ′ = a41 x + a42 y + a43 z + a44t
(6.56)
e la t ′ = a41 x − a42 y − a43 z + a44t.

Sommando due a due le precedenti espressioni (ciascuna moltiplicata per 1 2 ), i


termini in y e in z si elidono:

⎪ x ′ = a11 x + a14t

⎨ (6.57)


⎩ t ′ = a41 x + a44 t

Possiamo inoltre esprimere i parametri della trasformazione di x in funzione della


velocità u di S′ rispetto a S, osservando (figura 6.1) che la coordinata x dell’origine
di S′ ( x ′ = 0 ) è uguale a ut:
x = ut ⇒ x′ = 0
0 = a11u t + a14t = (a11u + a14 )t (6.58)
⇒ a11u + a14 = 0 ⇒ a14 = −a11u .

Le equazioni di partenza sono ora ridotte alle seguenti:


⎪ x′ = a11 ( x − ut )



⎪ y′ = y

⎨ (6.59)

⎪ z′ = z


⎩ t ′ = a41 x + a44t

Esse rappresentano la forma più generale di trasformazioni compatibili, allo stesso


tempo, con le ipotesi di omogeneità e isotropia dello spazio e con il principio di
relatività. Le trasformazioni di Galileo (6.3) ne sono un caso particolare, ottenibile
richiedendo, in aggiunta, il sussistere della nozione di tempo assoluto

Δt ′ = a41Δx + a44Δt

⎪a41 = 0 (6.60)
= Δt ⇒ ⎨⎪ ⇒ t ′ = t (Δt = 0)
⎪⎪⎩a44 = 1

e di quella di spazio assoluto


Δx′ = a11 (Δx − uΔt )
(6.61)
= Δx ⇒ a11 = 1.
184 Introduzione alla relatività

Il fatto che le trasforma-


y zioni di Galileo, come ab-
y′

u
biamo visto, non preservino
t la forma delle equazioni di
t′ Maxwell implica che i con-
r=
ct cetti di spazio assoluto e
ct ′ tempo assoluto sono in-
O r′ =
O′ x compatibili con le leggi
x′
dell’elettromagnetismo. Es-
z si violano quindi il princi-
z′ pio di relatività nella sua
forma più generale, che po-
stula l’universalità di tutti i
Figura 6.5 – L’esperimento delle sfere di luce.
fenomeni fisici. La relativi-
tà di Einstein sostituisce
queste idee, evidentemente troppo radicali, con un altro tipo di vincolo sulle pro-
prietà dello spazio-tempo: l’invariabilità della velocità della luce nel passaggio da
un sistema di riferimento ad un altro. Non ci resta che imporre che questa proprietà
sia soddisfatta dalle (6.59). Per far ciò consideriamo un altro esperimento “pensa-
to”. Supponiamo che all’istante t = t ′ = 0 , quando i due riferimenti sono sovrappo-
sti, dall’origine comune venga emesso un segnale elettromagnetico, ad esempio un
impulso luminoso. Quest’ultimo forma un’onda sferica, che si propaga in tutto lo
spazio circostante con la stessa velocità c in entrambi i riferimenti e in ogni dire-
zione (v. figura 6.5 – rimandiamo al paragrafo 6.9 per un commento sulla difficol-
tà di rappresentare intuitivamente questo processo). Il fronte d’onda, come visto in
S, è rappresentato dalla superficie sferica centrata in O e di raggio crescente line-
armente col tempo t, secondo l’espressione r = ct . In S′ la sfera di luce è centrata
in O′ e si espande accrescendo il proprio raggio proporzionalmente a t′ ( r ′ = ct ′ ).
Valgono quindi, simultaneamente, le relazioni

⎧⎪ r 2 ≡ x 2 + y 2 + z 2 = c 2t 2
⎨ 2 (6.62)
⎪⎩r ′ ≡ x′ + y′ + z′ = c t′
2 2 2 2 2

Riesprimiamo la seconda di queste equazioni in termini delle coordinate non apo-


strofate, usando le (6.59):

a112 ( x − ut ) + y 2 + z 2 = c 2 ( a41 x + a44t ) .


2 2
(6.63)

Sviluppiamo e raccogliamo i termini in x, y, z, t

(a 2
11 − c 2 a41
2
) x 2 + y 2 + z 2 − 2 ( ua112 + c2a41a44 ) xt = ( c2a442 − u 2a112 ) t 2 (6.64)
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 185

e confrontiamo il risultato, termine per termine, con la prima delle (6.62):

⎧ a112 − c 2 a41
2
=1
⎪ 2
⎨ua11 + c a41a44 = 0
2
(6.65)
⎪ 2 2
⎩ c a44 − u a11 = c
2 2 2

Per risolvere il sistema, cominciamo col ricavare a41 dalla seconda equazione per
sostituirlo nella prima. Arrangiando i termini si ottiene

c 2 a44
2 2
a11 = u 2 a114 + c 2 a44
2
. (6.66)

Moltiplichiamo poi entrambi i membri della terza equazione per a112 :

c 2 a44
2 2
a11 = u 2 a114 + c 2 a112 . (6.67)

Dal confronto delle due precedenti espressioni otteniamo le soluzioni

1 1
a112 = a44
2
= ⇒ a11 = a44 = , (6.68)
1 − u2 c2 1 − u2 c2

dove nell’estrarre le radici abbiamo scelto le soluzioni positive (gli assi x e x′, t e t′
devono essere concordi). Ricaviamo infine a41 dalla seconda equazione:

u 1
a41 = − . (6.69)
c2 1 − u 2 c2

Sostituendo nella (6.59) le soluzioni (6.68) e (6.69), otteniamo le trasformazioni di


Lorentz (6.42), che riscriviamo, definendo

1
γ= , (6.70)
1 − u2 c2

nella notazione sintetica


186 Introduzione alla relatività

⎧ x′ = γ ( x − ut )

⎪⎪ y′ = y
⎨ z′ = z (6.71)

⎪ t′ = γ ⎛ t − u x ⎞
⎪⎩ ⎜ 2 ⎟
⎝ c ⎠

Le trasformazioni inverse si possono ottenere, oltre che invertendo algebricamente


le precedenti, anche, più semplicemente, applicando il principio di relatività, che
impone la reciprocità del moto relativo dei due sistemi di riferimento: come ab-
biamo già visto, scambiare tra loro coordinate apostrofate e coordinate non apo-
strofate, invertendo contemporaneamente il verso della velocità relativa, deve con-
durre a relazioni altrettanto valide:

⎧ x = γ ( x′ + ut ′ )

⎪⎪ y = y′
⎨ z = z′ (6.72)

⎪ t = γ ⎛ t ′ + u x′ ⎞
⎪⎩ ⎜ ⎟
⎝ c2 ⎠

Anticipiamo qui un’importante conseguenza dei postulati della relatività ristretta,


della quale rimandiamo la discussione ai paragrafi seguenti. La relazione (6.68)
ammette soluzioni reali solo per u < c : la velocità della luce rappresenta quindi un
limite superiore per la velocità di traslazione tra sistemi di riferimento.

6.8. Il principio di corrispondenza

Prima di analizzare i principali elementi di novità della teoria di Einstein, è impor-


tante chiarire in che modo essa raccolga l’eredità della meccanica classica.
La proposizione di nuove teorie segue come naturale linea guida quello che nel
linguaggio della fisica moderna è noto come “principio di corrispondenza”. Tale
principio ricevette una formulazione esplicita quando Niels Bohr lo utilizzò, ai
primordi della meccanica quantistica, per sviluppare la sua teoria atomica (1923).
Noi lo enunciamo attraverso le parole dello stesso Einstein: “Ogni teoria, prima o
poi, viene smentita. Ma se nella teoria c’è del buono, quel buono dev’essere ripre-
so e incorporato nella teoria successiva.”
Tra le idee che guidarono Einstein verso la nuova teoria ci fu certamente la ne-
cessità di mantenere una continuità con la meccanica di Galileo e Newton, il cui
ruolo nella descrizione dei moti dei corpi sulla terra e dei pianeti rimaneva indi-
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 187

scusso. Sia la teoria dell’etere, sia i tentativi di Lorentz ed altri di spiegarne gli in-
successi, andavano decisamente nella direzione di creare una netta separazione tra
meccanica (per la quale continuavano ad essere usate le trasformazioni di Galileo)
ed elettromagnetismo (compatibile solo con le trasformazioni di Lorentz, esse
stesse considerate alla stregua di concreti effetti elettromagnetici). Einstein com-
prese invece che le regole con cui le leggi della natura si trasformano da un riferi-
mento all’altro risiedono unicamente nelle proprietà dello spazio-tempo e devono
quindi essere uguali per tutti i fenomeni. Egli dedusse le nuove equazioni di tra-
sformazione avendo in mente un postulato implicito (una sorta di “principio ze-
ro”), secondo cui esse avrebbero dovuto includere come caso limite la relatività di
Galileo ed essere quindi applicabili alle leggi della meccanica oltre che a quelle
dell’elettromagnetismo.
Il confine di validità tra relatività galileiana e relatività einsteiniana è rappresen-
tato da una transizione graduale e continua. Il parametro di transizione è la veloci-
tà: le trasformazioni di Lorentz si riducono a quelle di Galileo nel limite in cui la
velocità è piccola rispetto a quella della luce:

x′ = γ ( x − ut ) ⎫
⎧ x′ = x − ut
y′ = y
⎪ ⎪ y′ = y
⎪ u c→0 ⎪

z =z ⎬ ⎯⎯⎯⎯⎯ → ⎨ (6.73)
⎛ u ⎞⎪ ⎪ z′ = z
t′ = γ ⎜ t − 2 x ⎟⎪ ⎪⎩ t ′ = t
⎝ c ⎠⎭

Abbiamo qui utilizzato la condizione γ ⎯⎯⎯ u c →0


→1. Il significato della (6.73) è che
la descrizione classica del moto dei corpi continua ad essere valida come appros-
simazione della più rigorosa trattazione relativistica. Tale approssimazione è anzi
molto buona per la maggior parte delle applicazioni, grazie al fatto che tutti i corpi
che si muovono sulla terra e gli stessi pianeti hanno velocità piccolissime rispetto a
quella della luce. Abbiamo già visto come una delle velocità più grandi che si in-
contrano nella meccanica classica, quella della rivoluzione della terra, è solo un
decimillesimo di quella della luce. Ci si può fare un’idea quantitativa della lenta e
progressiva deviazione delle previsioni della relatività di Einstein da quella di Ga-
lileo all’aumentare della velocità del moto guardando la figura 6.6. In essa il “fat-
tore relativistico” o “fattore di Lorentz” γ = 1 1 − v 2 c 2 è rappresentato grafica-
mente in funzione del rapporto v c , dove v è la velocità del corpo considerato
(ovvero del sistema di riferimento solidale con esso). Il valore del fattore di Lo-
rentz, che tende a 1 per piccoli valori del rapporto v c e a + ∞ per v c tendente a
1, è un indice di quanto, per una data velocità, le equazioni di Lorentz sono diverse
dalle trasformazioni di Galileo. Più grande è il fattore di Lorentz, più gli effetti re-
lativistici diventano non trascurabili. Per l’asse orizzontale abbiamo adottato una
scala logaritmica, in modo da rendere tra loro distinguibili i punti corrispondenti
188 Introduzione alla relatività

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o S
p oll oluzi stre
C A riv rre
te

v c
Figura 6.6 – L’andamento del fattore di Lorentz γ, che esprime la deviazione della relatività ristretta
rispetto alla meccanica classica, in funzione del rapporto v/c. I punti sovrapposti alla curva corrispondo-
no ad alcuni valori tipici del rapporto v/c.

alle velocità tipiche dell’uomo e dei suoi mezzi di trasporto, di diversi ordini di
grandezza inferiori a quella della luce. Infatti, come si può vedere, esiste un grande
divario tra il “regime” delle basse velocità, ben descritto dalla meccanica classica,
e quello delle velocità “relativistiche” proprie delle particelle subatomiche. Il fatto
che l’andamento in funzione di v c sembri piatto, nella scala adottata, fino a quasi
v c 10−1 , non deve però fuorviare: anche piccolissime deviazioni di γ da 1, ben-
ché non rappresentabili nel grafico, possono condurre al manifestarsi di fenomeni
relativistici ben rilevabili.
Al regime dei valori di γ molto diversi da 1 (detto regime “ultra-relativistico”)
appartengono le particelle elementari prodotte ed accelerate ad altissime energie
nei grandi laboratori della fisica subnucleare, come, per citarne solo alcuni, il
CERN (Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare) di Ginevra, il DESY
(Deutsches Elektronen-synchrotron) di Amburgo e il Fermilab (Fermi National
Accelerator Laboratory) di Chicago. Per funzionare, le macchine usate in questi
laboratori devono essere progettate tenendo conto di tutti gli effetti previsti dalla
relatività ristretta. L’uso quotidiano che si fa della relatività ristretta e delle tra-
sformazioni di Lorentz negli esperimenti di fisica subnucleare costituisce una delle
verifiche più convincenti di questa teoria.
Ma non dimentichiamo che in verità siamo quotidianamente circondati da fe-
nomeni prettamente relativistici: la luce e tutti i fenomeni elettromagnetici. Anche
questi fenomeni possono essere pensati in termini di oggetti in movimento: i co-
siddetti fotoni o “quanti di luce”, che possiedono velocità esattamente uguale a c.

Vogliamo ora ripetere l’esercizio con cui nel paragrafo 6.2 abbiamo dimostrato
la non covarianza dell’elettromagnetismo rispetto alle trasformazioni di Galileo,
usando questa volta le trasformazioni di Lorentz. Le derivate del potenziale scalare
(6.28) diventano adesso (tralasciando qualche passaggio intermedio)
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 189

∂ 2V 2 ∂ V′ 2 u ∂V ′ 2 u ∂ V′
2 2 2
=γ − 2γ 2 +γ 4
∂x 2 ∂x′2 c ∂x′∂t ′ c ∂t′2
∂ 2V ∂ 2V ′ ∂ 2V ∂ 2V ′
= , = (6.74)
∂y 2 ∂y′2 ∂z 2 ∂z′2
∂ 2V 2 2 ∂ V′ ∂V ′ 2 ∂ V′
2 2
= γ u − 2γ 2
u + γ
∂t 2 ∂x′2 ∂x′∂t ′ ∂t ′2

L’equazione del potenziale scalare dell’elettromagnetismo è quindi, come atteso,


covariante:

ρ 1 ∂ 2V
− =∇ V − 2 2
2

ε0 c ∂t
∂ 2V ′ ⎡ 2 ⎛ u 2 ⎞ ⎤ ∂ 2V ′ ∂ 2V ′ 1 ⎡ 2 ⎛ u 2 ⎞ ⎤ ∂ 2V ′
= ⎢γ ⎜1 − ⎟ ⎥ + + − ⎢γ ⎜ 1 − ⎟ ⎥ (6.75)
∂x′2 ⎣ ⎝ c 2 ⎠ ⎦ =1 ∂y′2 ∂z′2 c 2 ⎣ ⎝ c 2 ⎠ ⎦ =1 ∂t ′2

1 ∂ 2V ′
= ∇ V′−
2

c 2 ∂t ′2

Abbiamo dunque verificato con un esempio che le trasformazioni di Lorentz la-


sciano invariate le leggi dell’elettromagnetismo.
Quando applichiamo le trasformazioni di Lorentz all’equazione del potenziale
gravitazionale, scopriamo qualcosa di inatteso:

∂ 2ϕ ′ ∂ 2ϕ ′ ∂ 2ϕ ′
4πγ ρ M = ∇ ϕ =2
+ +
∂x′2 ∂y′2 ∂z′2
∂ 2ϕ ′ ∂ 2ϕ ′ ∂ 2ϕ ′ 2 u ∂ϕ ′ 2 u ∂ ϕ′
2 2
=γ2 + + − 2γ + γ (6.76)
∂x′2 ∂y′2 ∂z′2 c 2 ∂x′∂t ′ c 4 ∂t′2
u c→0
⎯⎯⎯⎯ → ∇ 2ϕ ′

La legge di gravitazione di Newton (di cui, ricordiamo, la precedente equazione è


una riscrittura nel linguaggio dei campi) è covariante solo nel limite non relativi-
stico, ma non lo è esattamente e in generale. Bisogna concludere che anch’essa è,
in verità, solo un’approssimazione di una teoria più generale.
La relatività di Einstein risolve, da una lato, il problema della non covarianza
delle leggi dell’elettromagnetismo e, dall’altro, arriva a mettere in discussione
quella che è stata una delle teorie di maggior successo nella storia della fisica, ca-
pace di descrivere con apparentemente infallibile accuratezza i moti di tutti i costi-
tuenti del sistema solare e di prevedere, ad esempio, il verificarsi delle eclissi con
190 Introduzione alla relatività

un anticipo di centinaia di anni. Anche questo problema trova la sua soluzione


all’interno stesso dell’opera scientifica di Einstein. E’ di dieci anni successiva alla
nascita della relatività ristretta la formulazione della relatività generale, una nuova
e affascinante teoria della gravitazione, di forma covariante, che ottenne immedia-
tamente i suoi primi successi con la spiegazione della precessione dell’orbita di
Mercurio, di entità ingiustificabilmente grande secondo la teoria newtoniana, e con
la previsione, subito confermata, dell’incurvamento della luce stellare transitante
in prossimità del sole. Come esempio dell’importanza attuale della nuova teoria, ci
limitiamo a menzionare il fatto che i sistemi di navigazione satellitare (GPS) pos-
sono raggiungere la precisione oggi richiesta solo grazie a correzioni nella misura
del tempo calcolate con le equazioni della relatività generale. Ma le più profonde
implicazioni della relatività generale sulla natura dello spazio-tempo (buchi neri,
onde gravitazionali) sfuggono ancora oggi alla possibilità di verifica da parte
dell’uomo.

6.9. I “paradossi” della relatività

Ritorniamo ora all’esperimento delle sfere di luce per una considerazione. Que-
sto semplice esempio, forse l’illustrazione più immediata che si può dare del po-
stulato sulla velocità della luce, mette in evidenza come tale postulato sia in realtà
piuttosto lontano dalle nostre capacità di rappresentazione intuitiva. Viene infatti
spontaneo domandarsi: com’è possibile che gli osservatori dei punti O e O′, men-
tre si allontanano l’uno dall’altro, abbiano entrambi ragione nell’affermare di esse-
re al centro della sfera di luce che si espande (figura 6.5)?
Questo dubbio rappresenta uno dei numerosi paradossi con cui la relatività ten-
de a mettere in discussione la nostra idea di spazio-tempo. La parola “paradossi”
deve essere qui intesa nel suo significato etimologico di situazioni che vanno al di
là del nostro modo di sentire. Ne abbiamo già incontrati due, la relatività della si-
multaneità e quella delle misure di lunghezza, che riprenderemo in maggior detta-
glio nei paragrafi seguenti. La “spiegazione” di questi paradossi è sempre la stessa:
il secondo postulato della relatività (che oggi non abbiamo ragione di mettere in
discussione di fronte a numerose conferme sperimentali, cominciate con
l’esperimento di Michelson-Morley) implica che osservatori di diversi sistemi di
riferimento hanno una diversa percezione dello spazio e del tempo.
Poiché, a questo punto, abbiamo già accettato il concetto di relatività della si-
multaneità (l’esperimento del vagone), l’esempio delle sfere di luce dovrebbe ri-
sultare un po’ più plausibile se si ragiona nel seguente modo: all’istante t′
l’osservatore in O′ vede una sfera di luce di raggio r′. In particolare, egli vede la
luce raggiungere all’istante t′ i punti +r' e −r' sull’asse x'. Ma dal punto di vista di
O la sfera di luce non raggiunge il punto +r' allo stesso istante t in cui essa rag-
giunge il punto −r'.
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 191

E’ vero, dunque, che la teoria prevede circostanze che contraddicono il nostro


senso comune. Ma non c’è conflitto. Il senso comune non è nient’altro che
un’intuizione che ci deriva dall’esperienza quotidiana. Tutti i paradossi della rela-
tività nascono quando osservatori in moto relativo con velocità confrontabili con
quella della luce confrontano le proprie esperienze, mentre la velocità massima
raggiungibile oggi dall’uomo e dalle sue macchine è ben al di sotto della velocità
della luce. Non si tratta quindi di fenomeni di cui possiamo avere un’esperienza
diretta paragonabile a quella, seppur straordinaria, dello spettacolo offerto da
un’eclissi di sole, o della visione, possibile grazie agli strumenti ottici, della vita
microscopica all’interno del tessuto di una foglia.
Nel caso specifico, non ci capiterà mai di vivere nella realtà un’esperienza come
quella delle sfere di luce: non potendo noi muoverci, nemmeno con un mezzo, a
velocità confrontabili con quella della luce, vedremmo infatti il fronte d’onda rag-
giungere l’infinito senza, praticamente, esserci ancora spostati. In altre parole, gli
osservatori O e O′ della realtà quotidiana non arrivano mai a considerarsi osserva-
tori “distinti” l’uno dall’altro nel momento dell’osservazione dell’onda luminosa.
Se, nel futuro, capiterà all’uomo di viaggiare tra le stelle con velocità prossime
a quella della luce, allora egli sarà nella prospettiva giusta per avere un’esperienza
personale di aspetti dello spazio-tempo per noi oggi incomprensibili. In quel mo-
mento egli potrà ammirare con i propri occhi la grandezza del mondo descritto dal-
la teoria di Einstein.

6.10. La velocità limite

Abbiamo già notato in precedenza che il postulato sulla costanza della velocità
della luce ha tra le sue conseguenze l’esistenza di un limite superiore per il modulo
r
della velocità ( u ) di traslazione reciproca dei sistemi di riferimento. Il fattore di
r
Lorentz γ non è infatti definito per | u | > c . Oltretutto esso diverge all’infinito per
r
| u | → c , confermando l’idea che la velocità della luce sia un limite invalicabile.
Per comprendere meglio questi aspetti è utile conoscere le equazioni di trasforma-
zione della velocità di un punto materiale. Per ricavarle, scriviamo le trasforma-
zioni di Lorentz in forma differenziale

⎛ u ⎞
dx′ = γ ( dx − u dt ) , dy′ = dy , dz′ = dz , dt ′ = γ ⎜ dt − 2 dx ⎟ (6.77)
⎝ c ⎠

e calcoliamo le velocità come rapporti incrementali:


192 Introduzione alla relatività

dx
−u
dx′ γ ( dx − u dt ) v −u
v′x = = = dt = x
dt ′ ⎛ u ⎞ u dx u
γ ⎜ dt − 2 dx ⎟ 1 − 2 1 − 2 vx
⎝ c ⎠ c dt c
dy
dy′ dy 1 dt 1 vy
v′y = = = = (6.78)
dt ′ ⎛ u ⎞ γ u dx γ
1− 2
u
1 − 2 vx
γ ⎜ dt − 2 dx ⎟
⎝ c ⎠ c dt c
dz
dz′ dz 1 dt 1 vz
v′z = = = =
dt ′ ⎛ u ⎞ γ u dx γ
1− 2
u
1 − 2 vx
γ ⎜ dt − 2 dx ⎟
⎝ c ⎠ c dt c

Di nuovo, le trasformazioni inverse si ottengono, per il principio di relatività,


cambiando il segno alla velocità di traslazione. Riassumiamo i risultati per le tra-
sformazioni dirette e inverse:

⎧ v −u ⎧
⎪ v′x = x ⎪ v = v′x + u
⎪ u ⎪ x u
1 − 2 vx 1 + 2 v′x
⎪ c ⎪ c
⎪ vy ⎪
⎪v′y =
1
⎪v = 1 v′y
⎨ γ 1− u v ⎨ (6.79)
y
γ 1 + u v′
⎪ c2
x ⎪ x
⎪ ⎪ c2
⎪ v′ = 1 vz ⎪ 1 v′z
⎪ z
γ 1− u v ⎪ vz = γ u
⎪ x ⎪ 1 + 2 v′x
⎩⎪ c2 ⎩⎪ c

E’ immediato verificare che nel limite u c → 0 si riottengono le leggi di composi-


zione classiche della velocità [(6.4) e le ovvie relazioni inverse].
Vediamo ora cosa succede quando si compongono tra di loro due velocità “rela-
tivistiche” (cioè abbastanza vicine a quella della luce), considerando alcuni casi
rappresentativi, illustrati nella figura 6.7.

1º esempio. Una particella si muove lungo l’asse x del sistema di riferimento S con
velocità di modulo v = 0.7c . S′ è in moto rispetto a S con velocità u di modulo
0.5c. Consideriamo due casi: nel primo sia u diretta in verso concorde con v, nel
secondo in verso opposto: u = ± 0.5c . Quanto vale la velocità v′ della particella
rispetto a S′ nei due casi? Usando le trasformazioni di Galileo otterremmo i risulta-
ti che l’intuito ci suggerirebbe:
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 193

1º esempio 2º esempio
S S

v = 0.7c v=c
x x

u = -0.5c S′ u = - βc S′

v′ = 0.89c v′ = c
x′ x′

S′ u = +0.5c S′ u = +βc

v′ = 0.31c v′ = c
x′ x′

Figura 6.7 – Illustrazione degli esempi discussi nel testo sulla composizione relativistica delle velocità.

⎧0.2c

vGalileo = v − u = 0.7c − (± 0.5c) = ⎨ (6.80)
⎩1.2c

Applicando invece la legge di composizione relativistica (componente x), trovia-


mo:
v−u 0.7c − (± 0.5c) ⎧0.31c

vEinstein = = =⎨ (6.81)
u (± 0.5c) ⎩ 0.89c
1− 2 v 1− 0.7c
c c2

In particolare, nel secondo caso, la velocità risultante è minore di c, contrariamente


alla previsione classica: secondo la meccanica relativistica è impossibile, andando
velocemente incontro ad un oggetto che si muove, aumentare la propria velocità
relativa rispetto ad esso oltre la velocità della luce.

2º esempio. Ripetiamo l’esempio precedente nel caso limite in cui una o entrambe
le velocità che si compongono siano in modulo proprio uguali a c. Sappiamo già
cosa dobbiamo trovare, come diretta conseguenza del postulato della velocità della
luce. Verifichiamo, comunque, esplicitamente che le trasformazioni delle velocità
rispettano questo principio. Abbiamo in questo caso v = c in S. Possiamo pensare
ad esempio all’osservazione di un fotone, particella che si muove appunto con ve-
locità c. Senza specificare numericamente quanto vale la velocità di S′ rispetto a S,
la indichiamo genericamente con u = ± β c , dove β può assumere tutti i valori
194 Introduzione alla relatività

compresi tra 0 e 1. Nel caso classico e in quello relativistico troviamo quindi, ri-
spettivamente,

vGalileo = v − u = c − (± β c) = (1 m β ) c
v−u c − (± β c) c (1 m β ) (6.82)

vEinstein = = = =c
u ( ± β c) 1 m β
1− 2 v 1− c
c c2

La velocità del fotone vale dunque sempre c nella meccanica relativistica, qualsia-
si sia β, cioè in qualsiasi sistema di riferimento in moto rispetto a S. Secondo la
meccanica classica, invece, essa dipende dal modulo e dalla direzione della veloci-
tà relativa tra i sistemi di riferimento.

La velocità della luce rappresenta quindi una barriera che non può essere oltre-
passata nemmeno componendo tra di loro velocità prossime o uguali a quelle della
luce. Nell’universo osservato, del resto, non sono mai stati scoperti particelle o se-
gnali che si propaghino nel vuoto con velocità superiori a quella della luce.
Abbiamo visto che le differenze tra meccanica relativistica e meccanica newto-
niana si annullano quando tutte le velocità sono piccole rispetto a quella della luce.
In maniera forse concettualmente più efficace, si può identificare l’essenza della
diversità tra le due teorie proprio con il concetto di velocità limite, assente nella
meccanica di Newton. Con successive applicazioni delle trasformazioni di Galileo
per le velocità, è infatti sempre possibile arrivare a porsi in un sistema di riferi-
mento inerziale in cui la velocità del moto che si sta osservando diventi grande a
piacere. D’altra parte, il limite u c → 0 , che fa passare con continuità dalle tra-
sformazioni di Lorentz a quelle di Galileo, può anche essere riletto come limite in
cui la massima velocità consentita, c, tende all’infinito.
Come abbiamo accennato nel paragrafo 6.1, secondo il terzo principio di New-
ton un corpo che risente di un’influenza esterna è in grado di trasmettere la propria
reazione all’istante, indipendentemente dalla distanza alla quale si trova la sorgen-
te dell’interazione. Questa interpretazione del fenomeno dell’interazione tra due
corpi è accettabile solo in una teoria che ammetta la presenza di entità fisiche che
si propaghino con velocità infinita e possano quindi attraversare lo spazio in un
tempo nullo. La fisica moderna spiega l’interazione elettromagnetica, quella “de-
bole” e quella nucleare o “forte” con la presenza di particelle mediatrici che ven-
gono scambiate tra gli oggetti interagenti. Ad esempio, l’interazione elettromagne-
tica tra due particelle cariche consiste, a livello fondamentale, nello scambio di fo-
toni. Come i fotoni, anche le altre particelle mediatrici (i “bosoni vettori”, che tra-
smettono l’interazione debole, e i “gluoni”, che trasmettono l’interazione forte)
sono soggette alle stesse limitazioni dello spazio-tempo che regolano il moto delle
particelle “materiali” e, in particolare, non possono propagarsi nello spazio con
velocità superiore a quella della luce. Nella meccanica relativistica cessa quindi di
valere la terza legge della dinamica nella sua formulazione tradizionale, legata alle
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 195

idee di azione e reazione. Viene quindi ereditato direttamente come principio quel-
lo della conservazione della quantità di moto. Mostreremo in seguito qual è la cor-
retta definizione di quantità di moto che, generalizzando quella classica come ri-
chiesto dal principio di corrispondenza, rende relativisticamente covariante il prin-
cipio di conservazione.

6.11. La contrazione delle lunghezze

Abbiamo già accennato a come la nuova nozione di relatività della simultaneità si


rifletta anche sul concetto di misura di lunghezza. Ora che conosciamo le equazio-
ni di trasformazione delle coordinate, possiamo esaminare un po’ più in dettaglio
questo aspetto.
Consideriamo i soliti sistemi di riferimento S e S′ in moto traslatorio rettili-
neo e uniforme l’uno rispetto all'altro. Supponiamo che in S′ sia posta, ferma lungo
l'asse x', un'asta rigida di lunghezza l0, le cui estremità coincidano con i punti di
ascisse x1′ e x2′ . Per gli osservatori di S′ la lunghezza dell’asta è

l0 = x2′ − x1′ (6.83)

Quanto vale la lunghezza della stessa asta come misurata dagli osservatori del rife-
rimento S, che la vedono traslare davanti a loro con velocità u in direzione
dell’asse x? Per rispondere alla domanda, utilizziamo le espressioni che mettono in
relazione le coordinate degli estremi dell’asta nei due sistemi di riferimento:

x1′ = γ ( x1 − ut1 ), x′2 = γ ( x2 − ut2 ) . (6.84)

Compiere “al volo” la misura di un’asta che si muove vuol dire annotare simulta-
neamente le coordinate che i due estremi assumono ad un qualsiasi istante t (l’asta
è rigida e quindi la sua lunghezza non varia nel tempo):

t1 = t2 = t . (6.85)
Si ha dunque
( )
x2′ − x1′ = γ x2 − ut − x1 + ut = γ ( x2 − x1 )
l0 = γ l (6.86)
l = l0γ −1 = l0 1 − u 2 c 2 < l0

Gli osservatori di S misurano quindi una lunghezza minore di quella misurata dagli
osservatori di S′. Conseguenza generale della teoria della relatività ristretta è quin-
di che la lunghezza di un corpo misurata da un osservatore rispetto quale il corpo
196 Introduzione alla relatività

si muove è contratta, nella direzione del moto, del fattore γ −1 = 1 − u 2 c 2 rispetto


alla lunghezza misurata nel riferimento solidale con il corpo. La lunghezza l0 è
detta “lunghezza a riposo” o “lunghezza propria” del corpo. Se un corpo viene vi-
sto viaggiare ad una velocità prossima a quella della luce, esso subisce la massima
contrazione:
u →c
l = l0 1 − u 2 c 2 ⎯⎯⎯ →0 . (6.87)

Il lettore avrà già notato che l’entità della contrazione è esattamente quella che
fu ipotizzata da Lorentz come tentativo di giustificare l’esito dell’esperimento di
Michelson-Morley. Conviene quindi approfondire il significato profondamente
diverso di quell’ipotesi. A parte il considerare l’effetto come dovuto ad una sorta
d’interazione tra il materiale del corpo in movimento e quello dell’etere, essa asse-
gnava (intenzionalmente) ad uno ed un solo riferimento un ruolo privilegiato. Ri-
vediamo, nell’ottica della teoria dell’etere, il procedimento di misura della lun-
ghezza di un’asta in movimento. Supponiamo prima che l’asta sia in quiete in un
riferimento M che si muove rispetto all’etere (riferimento E). L’osservatore M ne
misura la lunghezza e trova che essa vale l0 . L’osservatore E, invece, vede l’asta
traslare davanti a lui con velocità u. Per il meccanismo della contrazione di Lo-
rentz, egli misura quindi la lunghezza contratta l = l0 1− u 2 c 2 < l0 . Invertendo il
ruolo dei due osservatori, sia adesso l’asta in quiete rispetto all’etere e sia l0 la
sua lunghezza come misurata dall’osservatore E. L’osservatore M misura la lun-
ghezza dell’asta, vedendola passare davanti a sé, utilizzando un “regolo campio-
ne”, che i “laboratori dell’etere” hanno fabbricato certificandone l’unitarietà della
lunghezza. Ma il regolo campione, quando viene usato da M, a causa del suo moto
rispetto l’etere non è più di lunghezza unitaria: esso si è contratto di un fattore
1 − u 2 c 2 . Perciò la misura ottenuta confrontando l’asta (non contratta perché a
riposo nell’etere) con il regolo (contratto) fornisce all’osservatore M un valore più
grande: l = l0 1− u 2 c 2 > l0 . In conclusione, l’osservatore dell’etere è sempre il
solo ed unico osservatore che ha il “privilegio” di vedere contratti gli oggetti che
si muovono rispetto a lui. Tutti gli altri osservatori vedono invece come allungati
gli oggetti che si trovano nell’etere.
Nella relatività ristretta la logica è ribaltata. La contrazione delle lunghezze è
una sorta di limitazione imposta dalla natura dello spazio-tempo al moto dei corpi,
quando questi assumono velocità che si avvicinano a quella massima consentita. Il
fenomeno rispetta in pieno il principio della reciprocità delle osservazioni com-
piute da diversi sistemi di riferimento: ogni osservatore inerziale vede contratte le
lunghezze degli oggetti che si trovano a riposo nei riferimenti che si muovono ri-
spetto a lui, in confronto a quelle degli oggetti che egli vede fermi nel proprio si-
stema di riferimento. I sistemi di riferimento rimangono tutti fra loro equivalenti,
non c’è un osservatore privilegiato. Può essere utile pensare all’analogia con la
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 197

regola della prospettiva: vediamo le persone lontane sempre più piccole di quelle a
noi vicine (e di quanto esse stesse si vedano se si guardano allo specchio); con-
temporaneamente, da lontano siamo noi a sembrare più piccoli.

6.12. La dilatazione dei tempi e il paradosso dei gemelli

Forse più ancora del fenomeno, quasi prospettico, della contrazione delle lunghez-
ze, ci stupisce e ci affascina, sollecitando la nostra immaginazione, il concetto di
relatività del tempo. Vediamo ora più in dettaglio quali siano le sue conseguenze.
Riferiamoci di nuovo ai due sistemi in moto reciproco S e S′. Consideriamo la
misura della durata di un evento che ha luogo in una posizione x′ fissa del riferi-
mento S′. L’orologio posto in x′ (fermo rispetto a S′) misura il tempo t1′ quando
l’evento ha inizio e t2′ quando l’evento termina. La durata dell’evento misurata da
S′ è quindi
T0 = t2′ − t1′ . (6.88)

Vogliamo calcolare come viene misurata la durata dello stesso evento dagli osser-
vatori di S, rispetto al quale il punto in cui si verifica l’evento si muove con veloci-
r
tà u . Usiamo le trasformazioni di Lorentz inverse:

⎛ u ⎞ ⎛ u ⎞
t1 = γ ⎜ t1′ + 2 x1′ ⎟ , t2 = γ ⎜ t2′ + 2 x2′ ⎟ . (6.89)
⎝ c ⎠ ⎝ c ⎠

Poichè x1′ = x′2 = x′ (inizio e fine dell’evento hanno luogo per ipotesi nello stesso
punto di S′), sottraendo le due equazioni troviamo

⎛ u u ⎞
t2 − t1 = γ ⎜ t2′ + 2 x′ − t1′ − 2 x′ ⎟ = γ ( t2′ − t1′ )
⎝ c c ⎠
T0 (6.90)
T = γ T0 = > T0
2
u
1− 2
c

In conclusione, un orologio in moto rispetto all’evento ne misura una durata dila-


tata di un fattore γ rispetto a quella misurata dall’orologio “locale”. Pensando
all’evento come al trascorrere di un intervallo di tempo generico, possiamo quindi
dire che ogni orologio in moto ritarda rispetto all’orologio locale. Il tempo misu-
rato “sul posto”, che scorre sempre più velocemente, è detto “tempo proprio”. Lo
198 Introduzione alla relatività

stesso intervallo di tempo, misurato da un osservatore che si muove con velocità


prossima a quella della luce, tenderebbe addirittura all’infinito.
Come nel caso della contrazione delle lunghezze, l’effetto è completamente re-
ciproco e non determina il privilegio di nessun riferimento rispetto agli altri: ogni
osservatore inerziale constata che tutti gli orologi in moto rispetto a lui hanno una
marcia rallentata rispetto al suo.
Le conseguenze più interessanti di questo fenomeno nascono tuttavia dal fatto
che, talvolta, la reciprocità del moto relativo di due sistemi di riferimento può ve-
nir meno, quando intervengono effetti di non inerzialità del moto di uno dei due, e
il ritardo accumulato dall’orologio che ha viaggiato più velocemente può venire
drasticamente alla luce. E’ questo il fenomeno che si indica col nome di “parados-
so dei gemelli”, o, per chi vuole sottolineare che si tratta di un effetto reale e ben
compreso e non di una contraddizione concettuale, semplicemente “effetto gemel-
li”. La sua enunciazione tradizionale ha per protagonisti, appunto, due gemelli ed
una nave spaziale. Supponiamo che uno di due gemelli parta a bordo di una navi-
cella spaziale e compia un lungo viaggio con velocità costante e prossima a quella
della luce, lasciando l’altro gemello sulla Terra. Dopo alcuni anni egli ritorna sulla
Terra e si ricongiunge al fratello. Per tutto il tempo in cui è stato sulla navicella, il
gemello viaggiatore ha vissuto in un mondo in cui lo scorrere del tempo e tutti i
fenomeni, compresi i processi biologici dell’invecchiamento, erano rallentati. Al
suo ritorno sulla Terra egli sarà quindi rimasto più giovane del fratello. Se, ad
esempio, egli ha viaggiato per dieci anni, secondo quanto indicato dall’orologio
della navicella, con una velocità pari a 0.9c, per il fratello, sulla Terra, saranno tra-
scorsi 10 1 − (0.9) 2 = 23 anni. Può sorgere il dubbio che il ragionamento violi il
principio di relatività: dire che il gemello A ha viaggiato rispetto al gemello B
equivale a dire che è stato B a viaggiare, con velocità invertita, rispetto ad A. Ma
non è così: il principio di relatività vale per i sistemi inerziali; anche solo per parti-
re, invertire la marcia a metà del viaggio e atterrare, il gemello della navicella ha
dovuto trasferirsi temporaneamente “a bordo” di sistemi non inerziali, rompendo
così irreparabilmente la simmetria speculare del proprio moto rispetto a quello del
fratello. Sarà difficile che l’effetto possa un giorno essere sperimentato sugli oro-
logi “biologici” di esseri viventi, data la difficoltà di raggiungere velocità suffi-
cientemente vicine a quella della luce: ad esempio, se nel precedente esempio nu-
merico si utilizzasse la velocità massima dello Space Shuttle, si concluderebbe
che, dopo dieci anni, il gemello che ha viaggiato risulta più giovane di un decimo
di secondo. Che l’effetto sia reale è tuttavia confermato dall’esito di diversi espe-
rimenti, consistenti, ad esempio, nel confronto dei tempi misurati da un orologio
atomico lasciato a terra e da un altro fatto volare a bordo di un aereo. Incidental-
mente, questi esperimenti hanno anche confermato l’entità, predetta dalla teoria
della relatività generale, di un contributo gravitazionale alla dilatazione del tempo.
I fisici che studiano le particelle elementari verificano quotidianamente l’effetto
della dilatazione del tempo. Esiste un esempio tipico che dimostra quanto l’effetto
possa essere concreto ed importante. Quando i raggi cosmici provenienti dallo
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 199

spazio interagiscono con l’atmosfera terrestre, essi producono particelle chiamate


“muoni” (o leptoni μ). I muoni decadono (cioè si disintegrano spontaneamente)
dopo un tempo medio proprio di sopravvivenza (misurato cioè quando la particella
è a riposo in laboratorio) pari a 2.2 ⋅ 10−6 s. Se non esistesse il fenomeno della dila-
tazione del tempo, durante questa breve vita i muoni potrebbero percorrere al mas-
simo (assumendo che essi viaggino proprio alla velocità della luce) una distanza
pari a 2.2 ⋅ 10−6 × 3 ⋅ 108 = 660 m: di quelli contati sulla cima di una montagna, solo
una frazione piccolissima potrebbe quindi raggiungere il livello del mare. Di fatto,
invece, la quantità di muoni che ce la fanno è di molte volte superiore. Ciò si spie-
ga con il fatto che, per un osservatore terrestre, la vita media di un muone risulta
notevolmente dilatata, cosicché i muoni percorrono in realtà parecchi chilometri
prima di morire.

6.13. La generalizzazione relativistica delle leggi della meccanica

La formulazione relativistica della dinamica del punto materiale può essere co-
struita attraverso una sorta di metodo induttivo, che procede lungo le seguenti li-
nee guida:

1) Viene ereditato dalla meccanica classica il principio d’inerzia, che definisce


la classe dei sistemi di riferimento inerziali e ne postula l’esistenza.
2) Si richiede alla nuova formulazione di essere covariante rispetto alle tra-
sformazioni di Lorentz. Essa soddisferà così, automaticamente, il principio
di relatività ed il postulato dell’invarianza della velocità della luce.
3) Dev’essere rispettato il principio di corrispondenza: le grandezze e le leggi
fisiche, nella loro nuova formulazione, devono ricondursi a quelle classiche
nel limite di velocità piccole rispetto a quella della luce.

Accenneremo solo ad alcuni aspetti del problema, senza dare una forma rigorosa a
tutte le affermazioni. In particolare, la covarianza delle nuove leggi diventa pie-
namente riconoscibile quando esse vengono tradotte nella notazione matematica
dei “quadrivettori”, che uniscono in un’unica entità coordinate spaziali e coordina-
ta temporale da un lato, quantità di moto ed energia dall’altro. Tuttavia eviteremo,
in questa sede, l’introduzione di nuovi formalismi.
Il punto di partenza è la ricerca di una nuova definizione per la quantità di moto.
Da un lato, infatti, abbiamo visto che la seconda legge della dinamica (6.1) è cova-
riante rispetto alle trasformazioni di Galileo, che lasciano invariato il vettore acce-
G G
lerazione e quindi il secondo termine, dQ dt ≡ ma , dell’equazione. E’ immediato
verificare, derivando le trasformazioni delle velocità (6.79), che il vettore accele-
razione non è, invece, covariante rispetto alle trasformazioni di Lorentz. Abbiamo
inoltre già notato come, nello scegliere la nuova forma della terza legge della di-
200 Introduzione alla relatività

namica, si debba rinunciare a quello che nella meccanica classica era il punto di
partenza (il concetto di azione e reazione), per adottare direttamente come princi-
pio la sua più importante conseguenza, la conservazione della quantità di moto nei
sistemi isolati. La definizione classica della quantità di moto di una particella di
r G G
massa m0 e velocità v è Q=m0v . Utilizzando questa definizione e prendendo in
considerazione semplici esempi di urti elastici tra particelle identiche di massa m0 ,
è possibile dimostrare (ma non lo faremo) che il principio di conservazione della
r r
quantità di moto ( m0v1 + m0v2 = vettore costante prima e dopo l’urto) non è, in ge-
nerale, covariante rispetto alle trasformazioni di Lorentz (mentre lo è, ovviamente,
r r
rispetto a quelle di Galileo). La nuova e corretta relazione funzionale tra Q e v
viene quindi ricercata come quella capace di restituire al principio di conservazio-
ne la covarianza che, in quanto legge fisica, esso deve possedere. Con questo pro-
cedimento induttivo si arriva alla definizione relativistica di quantità di moto di
una particella:
r m0 r r
Q= v = mv (6.91)
v2
1− 2
c

Si riesce, quindi, formalmente, a riscrivere la quantità di moto in una forma simile


a quella della meccanica classica, definendo la “massa relativistica” o “massa va-
riabile”
m0
m= , (6.92)
2
v
1− 2
c

che dipende dalla velocità della particella. Essa è legata alla “massa a riposo” o
“massa invariante” m0 attraverso il fattore di Lorentz e si riduce a m0 nel limite
v c → 0 . La definizione (6.91) preserva, così, il principio di corrispondenza. Vie-
ne poi spontaneo generalizzare la seconda legge della meccanica classica (6.1)
r
semplicemente sostituendo a Q la sua espressione relativistica:
r
r dQ d r
F= = [ m (v ) v ] . (6.93)
dt dt

In meccanica classica l’energia cinetica T rdi un punto materiale avente velocità


r
v è uguale al lavoro fatto dalla forza totale F agente sulla particella per farne au-
r
mentare la velocità da zero al valore | v | (teorema delle forze vive). Mantenendo,
anche in relatività, la stessa definizione per l’energia cinetica, avremo
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 201

r r d r r r r r r r
dT = F ⋅ d s = (mv )⋅ v dt = d (mv )⋅ v = (m dv + v dm)⋅ v
dt (6.94)
r r
= mv ⋅ dv + v 2 dm.

Eleviamo ora al quadrato la (6.92),


m02c 2
m2 = ,
c2 - v2 (6.95)
m 2c 2 - m 2vx2 - m 2v 2y - m 2vz2 =m02c 2 ,

e differenziamo l’espressione risultante membro a membro ( m02c 2 è costante):

2mc 2 dm − 2mvx2 dm − 2m 2vx dvx − 2mv y2 dm − 2m 2v y dv y − 2mvz2 dm − 2m 2vz dvz = 0 .


(6.96)
Dividendo per 2m e raccogliendo, otteniamo:

c 2 dm = mv ⋅ dv + ( vx2 + v 2y + vz2 ) dm = mv ⋅ dv + v 2 dm .
r r r r
(6.97)

Calcoliamo quindi l’energia cinetica della particella integrando la (6.94):

v m( v ) m
T= ∫ ( mvr ⋅ dvr + v 2dm ) = ∫ c dm = ∫ c 2 dm
2

v =0 m( v = 0 ) m0
(6.98)
m0c 2
= mc 2 − m0c 2 = − m0c 2 .
1− v c2 2

Verifichiamo ora che nel limite v c << 1 si riottenga l’espressione classica


dell’energia cinetica. Per far ciò utilizziamo un’approssimazione che un teorema
dell’analisi matematica sull’espansione in serie delle funzioni derivabili ci forni-
sce:
1 1 v2
≅ 1+ per v c << 1 . (6.99)
1 − v2 c2 2 c2

Sostituendo nella (6.98), otteniamo immediatamente il risultato atteso:

⎡ 1 ⎤ 1
T =m0c 2 ⎢ −1⎥ v c 1
⎯⎯ ⎯→ m0v 2 . (6.100)
⎢ 1−v 2 c 2 ⎥ 2
⎢⎣ ⎥⎦
202 Introduzione alla relatività

Il principio di corrispondenza è rispettato. Notiamo anche che nel limite opposto,


cioè per v → c , l’energia cinetica tende all’infinito: in accordo con il concetto di
velocità limite, occorre un lavoro infinito per portare una particella alla velocità
della luce.
Rivediamo ora la nuova legge (6.93), generalizzazione del secondo principio di
Newton, che in meccanica relativistica descrive i moti accelerati dal punto di vista
dinamico. Sviluppiamo la derivata della quantità di moto:

r d r
r dv dm(v) r
F = [ m (v ) v ] = m + v
dt dt dt
(6.101)
r dm(v) r
= ma + v.
dt

Poiché, in generale, il modulo della velocità v in un moto accelerato dipende dal


tempo, anche la massa relativistica è una funzione del tempo e il secondo termine
nel
r r membro destro dell’equazione è non nullo. Utilizzando la relazione
F ⋅ v dt = c dm ricavabile confrontando la (6.94) con la (6.97) (quindi dm dt =
2
r r
F ×v c 2 ) abbiamo
r 1 r r r r
F - 2 ( F ×v ) v = m a . (6.102)
c

Dunque, in dinamica relativistica l’accelerazione non ha, in generale, la stessa di-


rezione della forza che la produce. La relazione funzionale tra forza e accelerazio-
ne viene complicata, rispetto alla meccanica classica, dalla presenza di un termine
dipendente dalla velocità.

Analizziamo ora l’espressione dell’energia cinetica (6.98): vi compare la diffe-


renza tra un termine che dipende dalla velocità ed un termine costante. Il primo
termine è quello che viene identificato con l’energia totale relativistica di una par-
ticella libera:
m0c 2
E = 2 2
= mc 2 . (6.103)
1- v c

L’energia totale è quindi uguale alla somma dell’energia cinetica e del termine co-
stante m0c 2 :
E = T + m0 c 2 . (6.104)

La quantità m0c 2 è detta energia a riposo, poiché rappresenta l’energia che la par-
ticella possiede quando la sua velocità è nulla. Il fatto che anche una particella pri-
va di velocità possieda un’energia non nulla non è in contrasto con la meccanica
6.2. La relatività galileiana e il problema dell’etere 203

classica, in cui l’energia è definita a meno di una costante arbitraria (il teorema
della conservazione dell’energia meccanica pone un vincolo sulla variazione
dell’energia, non sul suo valore assoluto). La relatività fissa il valore di tale co-
stante attribuendole un significato ben definito, quello di quantità di energia con-
tenuta nella massa della particella. Una parte dell’energia a riposo, o tutta, può tra-
sformarsi in energia cinetica o in un’altra forma di energia. L’equazione (6.104)
stabilisce infatti una nuova legge di conservazione dell’energia, che racchiude in
sé e generalizza le due leggi classiche di conservazione della massa e conservazio-
ne dell’energia meccanica, non più valide singolarmente. Massa ed energia sono
ora equivalenti, manifestazioni della stessa entità fisica. Anche se dimensional-
mente non sono la stessa cosa, esse differiscono solo per il quadrato della costante
universale c. Nella fisica delle alte energie è d’uso utilizzare addirittura la stessa
unità di misura per le due quantità, sottintendendo il fattore c 2 che permette di
passare dall’una all’altra. Nei processi, tipicamente relativistici, che coinvolgono
nuclei o particelle subnucleari le trasformazioni di energie a riposo in energia cine-
tica avvengono infatti continuamente. Ad esempio, una particella può decadere in
due particelle più leggere e più veloci: in questo caso, parte dell’energia a riposo
della particella madre è trasformata in energia cinetica.

L’equazione di equivalenza tra massa ed energia (6.103) è senza dubbio la con-


seguenza più nota della relatività di Einstein, e non ingiustificatamente. Essa forni-
sce la chiave per la comprensione dei più fondamentali processi dell’universo, dal
big bang al risplendere del sole. Ma, soprattutto, le sue implicazioni hanno condi-
zionato l’evoluzione della scienza e della tecnologia del ventesimo secolo, fino a
produrre conseguenze capaci di cambiare il corso della storia: il fungo atomico di
Hiroshima ne costituisce la più sconvolgente manifestazione. Senza la sua cogni-
zione non esisterebbero oggi le tecniche di datazione dei reperti archeologici e le
tecnologie spaziali, mentre la diagnostica medica, la ricerca nel campo della fisica
degli acceleratori e, naturalmente, le tecniche di produzione di energia sarebbero
ancora al loro precedente stadio evolutivo.
Come esempio di applicazione della famosa formula di Einstein, consideriamo
una delle possibili reazioni di fissione nucleare che avvengono all’interno del reat-
tore di una centrale per la produzione di energia. Quando un neutrone “lento” (cioè
avente energia cinetica trascurabile rispetto alla propria energia a riposo) è assorbi-
to da un nucleo fermo di uranio-235 ( 235 U ), quest’ultimo ha un’elevata propensio-
ne a rompersi in due “frammenti”, nuclei più piccoli, per esempio di bario-141
( 141 Ba ) e kripton-92 ( 92 Kr ), rilasciando inoltre alcuni neutroni, in questo caso tre
(v. figura 6.8). Detta T l’energia cinetica posseduta dai prodotti della reazione, la
conservazione dell’energia totale è descritta dalla seguente equazione:
235
= m0 U c 2 + m0 c2
neutrone
Einiziale
141 92
(6.105)
= = m0 2
+ m0 c 2
+ 3m0
neutrone 2
Efinale Ba
c Kr
c + T.
204 Introduzione alla relatività

L’energia cinetica T prodotta nella reazione può quindi essere calcolata come di-
minuzione della massa totale:

T = − ΔmTOT c 2
c 2 − ⎡ m0 Ba c 2 c 2 ⎤ (6.106)
235 141 92
= m0 U c 2 + m0 + m0 Kr c 2 + 3m0
neutrone neutrone

⎣ ⎦
≅ 3 ⋅ 10−11 J.

Ogni singola reazione di fis-


sione genera questa quantità
n 141Ba
di energia, piccola rispetto
all’energia a riposo del nu-
cleo di uranio (circa
−8
n 3.5 ⋅10 J ), ma enorme ri-
neutrone 235U spetto, ad esempio, ai circa
lento 6.5 ⋅10−19 J posseduti da una
cattura n molecola di biossido di car-
bonio prodotta nella combu-
stione di petrolio o carbone.
92Kr n Nel processo a catena in cui i
neutroni prodotti da ciascuna
Figura 6.8 – Una possibile reazione di fissione dell’uranio-235.
fissione innescano nuove fis-
sioni, l’energia prodotta
complessivamente nel reatto-
re raggiunge le proporzioni necessarie allo sfruttamento da parte delle attività
umane. L’energia cinetica dei prodotti della fissione si trasforma rapidamente in
calore a causa delle frequenti collisioni che essi subiscono con la materia circo-
stante. Il calore trasforma acqua in vapore e quest’ultimo muove le turbine che
producono energia elettrica. Al termine del ciclo, la piccola energia estratta dalla
massa di un nucleo contribuisce ad animare la vita di un’intera città. E gli abitanti
della città sperimentano così ogni giorno, inconsapevolmente, la potenza della teo-
ria di Einstein.

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