Giovinezza (37-48)
Nato ad Anzio il 15 dicembre 37, da Agrippina Minore e Gneo Domizio Enobarbo, il futuro
imperatore Nerone era discendente diretto di Augusto e della Gens Giulia , e della famiglia
di Tiberio, la Gens Claudia. Il padre apparteneva alla famiglia dei Domizi Enobarbi, una
stirpe considerata di "nobiltà plebea", mentre la madre era figlia dell'acclamato condottiero
Germanico, nonché sorella dell'imperatore Caligola che quindi era suo zio materno.
Nel 39 sua madre, amante del potere e descritta da molti come spietatamente ambiziosa, fu
scoperta coinvolta in una congiura contro il fratello Caligola e venne quindi mandata in esilio
nell'isola di Pandataria nel mar Tirreno, nell'arcipelago pontino. In quegli anni il piccolo Lucio
visse con la zia Domizia Lepida, che egli amò più della madre e dalla quale avrebbe
imparato l'amore per lo spettacolo e per la danza.
Essendo la zia di non elevata condizione economica, in questi primi anni i precettori furono
un barbiere ed un ballerino, i quali anch'essi aiutarono Lucio a coltivare l'amore per le arti e
la cultura.
Nel 41 Caligola venne assassinato, così Agrippina poté ritornare a Roma ad occuparsi del
figlio dell'età di quattro anni, attraverso il quale aveva intenzione di attuare la propria opera
di rivalsa. Lucio venne affidato a due liberti greci, Aniceto e Berillo, per poi proseguire gli
studi con due sapienti dell'epoca, Cheremone d'Alessandria e Alessandro di Ege, grazie ai
quali il giovane allievo sviluppò il proprio filoellenismo.
Ascesa al potere (49-54)
Nel 49 Agrippina Minore sposò l'imperatore Claudio, che era suo zio, ed ottenne la revoca
dell'esilio di Seneca, allo scopo di servirsi del celebre filosofo quale nuovo precettore del
figlio. Inoltre, visto che il giovane Lucio dimostrava maggior affetto verso la zia Domizia
Lepida, Agrippina, per gelosia, la fece accusare di avere complottato contro l'imperatore,
ottenendone da Claudio la condanna a morte. Nell'occasione, l'undicenne Lucio fu
minacciato e costretto dalla madre a testimoniare contro la zia. Poco dopo, gli fu imposto il
fidanzamento con Ottavia, figlia di Claudio, di otto anni.
L'adolescente Lucio fu adottato ufficialmente dal prozio e patrigno Claudio nel 50,
Claudio morì nel 54 per un avvelenamento da funghi, forse ordinato da Agrippina stessa, e
poco dopo, nel 55, la stessa sorte sarebbe toccata al figlio Britannico, affetto da epilessia e
per questo forse escluso dalla successione dal suo stesso padre. Nerone divenne quindi
imperatore all'età di quasi 17 anni, inizialmente sotto la tutela della madre e di Seneca, con
Sesto Afranio Burro, pragmatico e abile politico, come prefetto del pretorio.
L’ascesa al trono di Nerone, divenuto Cesare nel 54 d.C. alla giovane età di sedici anni (il
più precoce dei Giulio–Claudii), fu il coronamento di un’accorta strategia dinastica, il cui
merito va senz’altro attribuito alla madre, Agrippina, sostenuta da due potenti alleati:
Pallante, liberto dell’imperatore Claudio e suo segretario a rationibus (responsabile cioè
delle finanze imperiali), e Lucio Vitellio, ter consul nel 49 d.C., ascoltatissimo consigliere,
nonché abilissimo uomo di corte
Quinquennium Neronis
I suoi primi cinque anni di governo sono descritti in tutte le fonti come anni felici: sotto
l’influenza di Seneca e del prefetto del pretorio Afranio Burro, Nerone seguì una politica
favorevole al Senato, tesa a garantire i privilegi e le immense ricchezze di questo influente
gruppo di potere e del ceto dei liberti affaristi; gli insegnamenti di Seneca, inoltre,
sollecitavano nel giovane e influenzabile imperatore l’amore per la cultura greca che
sarebbe esploso nella seconda parte del suo regno.
Seneca in particolare, intellettuale di grande reputazione perlomeno dall’inizio del regno di
Caligola, svolse una duplice funzione: si impegnò da un lato in una sapiente mediazione
diplomatica tra la Domus Augusta e il Senato, ispirando l’azione di conciliazione di Nerone
tra monarchia e rispetto della residua libertas aristocratica; elaborò dall’altro una teoria di
regalità che traeva caratteri peculiari dal modello del buon re ellenistico, ovvero il ripudio
della tirannia, la clementia del principe e la sua generosa [Link] queste qualità
pongono il princeps a un livello superiore del potere, e questa era una concezione ben
lontana dalla tradizione oligarchica romana, che non ammetteva la superiorità formale di un
individuo sugli altri, o meglio, di un aristocratico sugli altri aristocratici.
Era del tutto evidente però, che in una prospettiva simile la conservazione del delicato
equilibrio tra assolutismo e libertas dipendeva soprattutto dalla capacità diplomatica del
principe e dal suo autocontrollo. Nerone dimostrò di essere all’altezza del compito per
almeno cinque anni, cioè almeno fino a quando non conobbe la bellissima Poppea Sabina,
moglie di Salvio Otone, uno dei suoi più stretti confidenti.
La caduta di Agrippina
Invaghitosi della giovane nobildonna, Nerone si scontrò immediatamente con la madre, che
si oppose fermamente al divorzio e al ripudio di Ottavia. Afranio Burro contribuì a sostenere
le posizioni di Agrippina, ma in gioco c’era ben di più di una semplice diatriba familiare
Nerone si rese protagonista di un drastico e drammatico avvicendamento nella cerchia
ristretta dei suoi consiglieri: nel 59 fece uccidere la madre Agrippina, l’anno successivo esiliò
Ottavia (eliminata poi tre anni dopo). Seguirono nell’ordine la morte di Burro (62 d.C.) e
l’allontanamento di Seneca. Al fianco dell’imperatore emergeva intanto la figura del nuovo
prefetto del pretorio, il famigerato Ofonio Tigellino.
L’anno del matricidio (58-59) fu l’anno della svolta nella politica dell’imperatore. Nerone si
svincolò dai suoi consiglieri per intraprendere una politica demagogica – fatta di grandi
giochi per il popolo e di distribuzioni di pane e di denaro – che si sarebbe via via accentuata
nel corso del regno.
Per colpire il lusso sfrenato della classe senatoria e dei potenti liberti imperiali Nerone attuò
una riforma monetaria tesa a favorire il potere di acquisto della moneta d’argento – che
circolava soprattutto nelle mani della classe media, dell’esercito e della burocrazia imperiale
– sulla moneta d’oro, che era posseduta soprattutto da senatori e dai liberti imperiali. Questa
politica si rivelò utile ed efficace, ma alienò per sempre all’imperatore i favori della classe
senatoria, che fu in particolare colpita dalla riforma.
L’incendio di Roma e la congiura di Pisone
Allo scoppio del grande incendio di Roma del 64, l'imperatore si trovava ad Anzio, ma
raggiunse immediatamente l'Urbe per conoscere l'entità del pericolo e decidere le
contromisure, organizzando in modo efficiente i soccorsi, partecipando in prima persona agli
sforzi per spegnere l'incendio.
Si trattò di uno dei tanti incendi che minacciavano continuamente la popolosa capitale
dell’Impero, ma l’odio contro il tiranno da parte di senatori e di cristiani, nonché il fatto che
Nerone approfittò dell’incendio per intraprendere la costruzione di un’immensa reggia – la
Domus aurea – portò alla diceria che l’incendio fosse stato opera dello stesso imperatore.
Nerone mise sotto accusa i Cristiani residenti a Roma, per sviare le dicerie che lo
accusavano direttamente. Dai duecento ai trecento cristiani vennero messi a morte. Tra i
cristiani uccisi ci furono anche san Pietro e san Paolo: Nerone avrebbe ordinato la
decapitazione di Paolo di Tarso e, più tardi (o prima), secondo la tradizione cattolica, anche
la crocifissione di Pietro.
Per quanto oramai gli studiosi siano abbastanza concordi nel ritenere che il grande incendio
di Roma dell'anno 64 d.C. non fu causato da Nerone, che anzi si diede molto da fare per
prestare soccorso alla popolazione colpita dalla tragedia e che in seguito si occupò
personalmente della ricostruzione, la falsa immagine dell'imperatore che suona la lira dal
punto più alto del Palatino mentre Roma bruciava è ancora assai radicata nell'immaginario
collettivo.
L'imperatore aprì addirittura i suoi giardini per mettere in salvo la popolazione e si attirò
l'odio dei patrizi facendo sequestrare imponenti quantitativi di derrate alimentari per
sfamarla. Gli storici antichi lo accusano o restano incerti, o criticano comunque il suo
comportamento nell'accusare e punire i cristiani, pur essendo questi una setta detestata
dall'opinione popolare e aristocratica.
Nel 65 venne scoperta la congiura di Pisone e i cospiratori, alcuni dei quali, secondo lo
storico Giuseppe Caiati, avevano avuto una qualche parte anche nell'incendio dell'anno
precedente, vennero costretti al suicidio: il più celebre tra loro era senza dubbio Lucio Anneo
Seneca. La stessa sorte toccò anche a Petronio e Lucano, celebri esponenti della letteratura
latina.
La fine di Nerone
Di ritorno dal suo viaggio in Grecia (67 d.C.), durante il quale l’imperatore si era dedicato alle
gare poetiche e sportive, che erano la sua vera passione, ma che gli avevano anche
definitivamente alienato le simpatie dell’élites a Roma, Nerone si dimostrò del tutto
impreparato ad affrontare la catastrofe incombente. La sollevazione del governatore di rango
pretorio della Gallia Lugdunense (68 d.C.), l’aquitano Giulio Vindice, innescò la mobilitazione
dei contingenti legionari. Mentre le truppe di stanza in Germania, nonostante qualche
esitazione iniziale, si mantennero fedeli a Nerone e, guidate dal legato Verginio Rufo,
repressero la rivolta in Gallia, l’invito alla sollevazione fu accolto invece dal governatore della
Spagna Tarraconense, Servio Sulpicio Galba, che accettò l’acclamazione da parte dell’unica
legione ai suoi ordini. Isolato e senza più appoggi neppure a corte, abbandonato dai soldati
e dalla Guardia Pretoriana, Nerone fu dichiarato hostis publicus dal Senato.
Il 9 giugno del 68 d.C., il princeps si uccise
Riforma monetaria e politica sociale
Nerone godette sempre di ottima fama tra la plebe urbana, spesso gratificata con donativi ed
elargizioni di grano, oltre che principale destinataria degli intrattenimenti organizzati in
grande quantità durante il principato dell’ultimo esponente dei Giulio-Claudii. Oltre che
grande appassionato di poesia, Nerone aveva sviluppato un interesse quasi fanatico per le
corse dei carri, nelle quali spesso si cimentava direttamente. Il gusto per le competizioni
letterarie e sportive lo indusse anche a istituire dei giochi, ad imitazione delle Olimpiadi
greche, che chiamò Neronia, e che dovevano avere cadenza quinquennale.
Esempio dell’interesse dimostrato da Nerone verso gli affari dello stato, che ricalibra
l’immagine di un sovrano frivolo o, nella peggiore delle versioni, psichicamente instabile, è
sicuramente la riforma monetaria del 64 d.C., che rappresentò per molti successori un
modello di riferimento e che fu destinata ad avere un impatto duraturo sulla politica
dell’emissione e in generale sull’economia dell’impero: vennero diminuiti il peso della
moneta d’oro e di quella d’argento e anche il contenuto di metallo fino del denarius argenteo.
Anche in questo caso si discute su quale sia stata la motivazione del provvedimento e quali
le sue finalità; non è improbabile che abbia avuto un peso nella decisione imperiale la
volontà di far sì che il rapporto di valore tra la moneta aurea e la moneta argentea (di 1 a 25)
fosse meglio corrispondente al rapporto di valore tra i metalli sul mercato, in modo da evitare
le speculazioni dei privati, garantendo nel contempo un più cospicuo e regolare rifornimento
di mezzi monetari all’economia dell’impero. Ma in ogni caso, quali che fossero le finalità
della manovra, è certo che l’imperatore poteva ora coniare un maggior numero di monete da
un’invariata quantità di metallo. Aumentava quindi la liquidità per gli onerosi investimenti
previsti nel breve periodo, anche se ciò comportava, a lungo termine, un fenomeno
inflazionistico.