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Sallustio

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SALLUSTIO

Prima di Sallustio la storia era prima di tutto un’opera oratoria (mezzo di dimostrare le
proprie capacità oratorie). Sallustio è il primo storico che racconta la storia in prosa, prima di
lui ne Nevio (utilizzava il Saturnio, un verso arcaico), ne Ennio (scriveva in esametri, negli
Annales), ne Catone (le origines), il censore e Cesare hanno mai fatto un’opera in prosa.
Cornelio Nepote fu un altro storico dell’epoca, ma la sua opera è andata perduta.
Sallustio è modello ispiratore per l’opera storiografica, prima di lui ci furono Livio e Tacito (2
storici). Egli non era obiettivo/imparziale.
Con la caduta di Cartagine ha inizio per Roma un periodo florido, non era più minacciata dal
nemico, ma nonostante questo i cittadini erano rimasti corrotti; critica la nobiltà (Catilina) che
non risulta più un esempio da seguire.
La vita
Sallustio era un homo novus (ceto medio), senza tradizione politica alle spalle.
Sallustio nacque nell'86 a.C. ad Amiterno, in Sabina, da famiglia benestante, Gaio Sallustio
Crispo trascorse una giovinezza inquieta a Roma, frequentando gli ambienti più in vista.
Intorno alla metà del secolo, intraprese la carriera politica appoggiandosi ai populares, il
partito che si contrapponeva all'oligarchia del senato in nome degli interessi dei ceti meno
abbienti. In qualità di tribuno della plebe, nel 52 a.C.
condusse una violenta campagna contro Milone, uccisore dell'agitatore Clodio, e contro il
suo difensore Cicerone, attirandosi la vendetta della parte oligarchica, che nel 50 a.C. lo
fece espellere dal senato con l'accusa di immoralità. Questo fatto portò Sallustio a schierarsi
in favore di Cesare, grazie a cui fu riammesso in senato e ottenne la pretura. Nel 46 a.C.,
dopo la vittoria di Cesare a Tapso, in Africa, ottenne il governo della Numidia e approfittò
della carica per accumulare ingenti ricchezze, che investì nella costruzione di una sontuosa
villa tra il Pincio e il Quirinale. Qui si ritirò a vita privata, quando ormai un'accusa di
malversazione per gli abusi commessi in Africa e la morte di Cesare avevano sancito la fine
della sua carriera politica. Sallustio si dedicò per un decennio all'attività di storiografo, finché
mori nel 35/34 a.C.
Le opere
La prima opera di Sallustio, il De coniuratione Catilinae, fu scritta negli anni
immediatamente successivi alla morte di Cesare, dal 43 al 40 a.C. È una monografia storica
dedicata a un tentativo di eversione che si inscrive in un momento cruciale della storia di
Roma.
Lucio Sergio Catilina, un nobile decaduto e spregiudicato, dopo avere percorso parte del
cursus honorum e aver tentato ripetutamente di ottenere il consolato, si era visto respinto
per i suoi metodi demagogici e violenti. Approfittando del vuoto di potere lasciato
dall'assenza di Pompeo, impegnato in Oriente nella guerra contro i pirati e poi contro
Mitridate, nel 63 a.C. Catilina decise di tentare l'insurrezione armata, sfruttando il disagio
seminato dalla dittatura sillana tra la plebe in miseria e gli aristocratici indebitati. Scoperta la
congiura grazie a una delazione, il console
Cicerone arrestò i responsabili e li fece giustiziare senza concedere loro il diritto di appello al
popolo previsto per la condanna a morte di cittadini. Catilina, intanto, che aveva raggiunto in
Etruria il suo luogotenente Manlio a capo di un esercito che avrebbe dovuto marciare su
Roma, affrontò con coraggio la milizia governativa e cadde combattendo valorosamente
nella battaglia di Pistoia.
La congiura era una delle più vistose manifestazioni della crisi della repubblica: rientrava in
una serie di episodi di turbolenza politica che erano partiti dalla crisi graccana ed erano
destinati a sfociare nelle guerre civili tra Cesare e Pompeo e tra Ottaviano e Antonio.
Bellum Iugurthinum, seconda monografia che risale agli anni successivi alla morte di
Cesare, 40 a.C., illustra una tra le prime manifestazioni della rivalità tra l'oligarchia senatoria
e il partito dei populares. Si tratta della guerra che fu combattuta tra il 111 e il 105 a.C. contro
il re di Numidia Giugurta, il quale, dopo aver usurpato il regno a danno dei cugini Aderbale e
lempsale, aveva messo a dura prova la compattezza della classe dirigente romana. Questa
si divise tra l'intervento bellico voluto dai ceti popolari e mercantili, favorevoli a un
espansionismo commerciale, e la connivenza, pagata al senato dall'oro del re, per
approfittare di una condotta indecisa della guerra. Secondo lo storico, la scandalosa vicenda
da un lato dimostrava la corruzione e la debolezza del senato, dall'altro prospettava
l'esistenza di forze sane, capaci di un vero rinnovamento, nella parte democratica: di queste
forze era espressione anzitutto Mario, l'homo novus che era stato l'artefice della vittoria.
La lettera più nota è quella in cui Mitridate, re del Ponto, cerca di indurre Arsace, re dei
parti, a una coalizione antiromana. In essa Sallustio vuole condividere quelle tematiche di
propaganda antiromana e antimperialistica che, diffuse particolarmente nella parte orientale
dell'impero, avrebbero trovato larga eco nella storiografia di opposizione di età augustea e
anche oltre, per esempio nel discorso di Calgaco nell'Agricola di Tacito.
La figura di Sallustio è segnata dalla crisi profonda che pervadeva la sua epoca e che
avrebbe determinato, dopo una serie di guerre civili, il passaggio dalla repubblica al
principato. I dati biografici vedono Sallustio adolescente negli anni che scontavano le
conseguenze del regime sillano. La costituzione di Silla non aveva fatto altro che tamponare
le numerose falle del governo oligarchico, che si rifiutava di aprire il senato ai ceti emergenti,
aveva provocato la proletarizzazione dei piccoli proprietari, aveva legittimato un
amministrazione improduttiva e corrotta, rapace nel governo delle province. Sallustio non
visse che il ricordo degli anni sillani, ma certo aveva ben presenti le conseguenze del
regime, che ripetutamente nel De coniuratione Catilinae addita come l'inizio del processo
degenerativo della tarda repubblica. Proprio agli anni successivi al 70 a.C., quando Pompeo
e Crasso smantellarono la riforma sillana e ripristinarono l'autorità dei tribuni, Sallustio
attribuisce la radicalizzazione della lotta politica nel regime dei partiti, individuato come la
principale causa di malessere della sua epoca. Sono note le vicende che seguirono: nel 63
a.C. la congiura di Catilina, nel 58 a.C. l'esilio di Cicerone, poi gli atti terroristici e gli scontri
tra le bande armate di Milone e Clodio, fino all'uccisione di Clodio nel 52 a.C., in un
crescendo di avvenimenti sempre più gravi, dalla marcia di Cesare su Roma nel 49 a.C. alla
battaglia di Farsàlo nel 48 a.C. e alla successiva dittatura a vita di Cesare.
Degli avvenimenti successivi alla morte di Cesare Sallustio fu solo spettatore, essendo
rimasto privo di legami con un qualche gruppo politico dopo la dissoluzione del vecchio
partito dei populares. L’opposizione tra optimates e populares non va intesa come uno
scontro fra due partiti, ciascuno con una propria ideologia: in realtà, gli optimates non
aspiravano ad altro che a conservare i propri privilegi; i populares, invece, cercavano
appoggio del popolo solo come strumento per la conquista del potere, ben lungi dall'avere
un programma di riforme in favore del popolo stesso. Sallustio scelse di schierarsi con i
populares e con Cesare, in cui vedeva l'uomo provvidenziale in grado di salvare lo Stato dal
malgoverno del senato.
Già nel Bellum Iugurthinum, la cui vicenda risale alla fine del II secolo a.C., la corruzione e
l'inadeguatezza del senato sono prospettate come i principali motivi di instabilità della res
publica. Secondo l'opinione espressa dall'autore nel De coniuratione Catilinae, l'antidoto allo
strapotere del senato non andava cercato nella sovversione totale di cui si faceva promotore
Catilina promettendo cancellazione di debiti e proscrizione di ricchi, ma nel moderatismo
sociale della politica di Cesare, fondata sul rispetto della legalità e della proprietà privata,
sulla salvaguardia dei possidenti, sulla ricerca di un compromesso fra i vari ceti.
È Sallustio stesso a giustificare, negli ampi proemi preposti alle due monografie. la scelta di
coltivare la storiografia. Per il cittadino romano era sicuramente più importante costruire la
storia con l'azione politica, ma nell'ultimo secolo della repubblica non era più possibile
realizzarsi compiutamente nella dedizione allo Stato. Da una parte l'attestarsi di istanze
individualistiche, dall'altra i cedimenti della ragione concorsero ad allentare i legami tra il
singolo e la vita pubblica.
Il De coniuratione Catilinae e il Bellum Iugurthinum appartengono al sottogenere della
monografia storica, cioè a quel tipo di trattazione incentrata su periodi di tempo ristretti, o a
fatti specifici considerati di particolare interesse.
Nell'elaborare le sue monografie, Sallustio sembra essere stato influenzato soprattutto da
tre modelli, che dovevano risultare a lui particolarmente congeniali:
● Tucidide, anzitutto, da cui Sallustio desume non solo procedimenti compositivi quali
la 'archeologia' (crisalire indietro nel tempo per individuare le cause della situazione
storica contemporanea all'autore), i discorsi e gli excursus, ma soprattutto
l'attenzione per le cause politiche e per l'analisi delle forze in campo quali elementi
del divenire storico, senza escludere l'intervento della sorte, imprevedibile.
● In secondo luogo, Sallustio fu sicuramente influenzato dalla storiografia greca di
scuola isocratea, in particolare dagli storici del IV secolo a.C. (Eforo e Teopompo), di
cui colse la tensione morale, l'introspezione psicologica e la cura dello stile.
L'influenza ellenistica si riconosce anche nel gusto per l'elemento patetico e
soprattutto nell'arte ritrattistica con cui Sallustio ama delineare molti personaggi delle
sue storie.
● Da Catone Censore derivano i tratti stilistici improntati ad arcaismo che non sono un
mero espediente retorico, ma riflettono la devota ammirazione per la moralità del
passato, assunta a modello del risanamento etico-politico auspicato per l'età
contemporanea.
I più vistosi procedimenti espressivi sallustiani sono:
★ La brevitas: è la concentrazione espressiva, raggiunta perlopiù grazie alle ellissi
(omissioni di parti del discorso non indispensabili), agli asindeti (coordinazione senza
congiunzione), all'uso frequente di termini astratti, alle concordanze a senso, alle
brachilogie (costruzioni abbreviate, quali ablativi assoluti, nessi pregnanti ecc.), agli
zeugmi (la dipendenza di più termini da un unico verbo, ciascuno dei quali
richiederebbe un verbo specifico). L'uso frequente del discorso indiretto e degli infiniti
storici o narrativi in serie e in asindeto contribuisce ad accentuare rispettivamente la
concentrazione dei concetti e l'incalzare del ritmo.
★ La variatio: consiste nel rompere la simmetria del periodo per scuotere l'attenzione
del lettore. Essa si affida soprattutto alla varietà lessicale, alla varietà dei nessi. alla
paratassi e alla disarticolazione sintattica, senza tuttavia escludere forme di
corrispondenza quali parallelismi e antitesi, anafore e riprese a distanza.
★ Attraverso lo stile antitetico, caratterizzato dal largo impiego della congiunzione
avversativa sed come semplice formula di transizione in apertura di paragrafo,
Sallustio esprime la sua stessa natura inquieta e la drammaticità dei caratteri e delle
situazioni.
★ Gli arcaismi: forniscono un riscontro stilistico alla gravità austera del giudizio morale
e si manifestano sia nel lessico sia nella sintassi.
★ Le figure retoriche: sono ampiamente ricorrenti sia le figure di parola (allitterazione,
chiasmo, omeoteleuto ecc.) sia le figure di pensiero (antitesi, anafora, zeugma ecc.).
IL PROTAGONISTA DELLA CONGIURA P.434
Catilina è il protagonista dell'opera che da lui prende nome e dal cui titolo già trapela tutta la
negatività del personaggio. Di una così eccezionale negatività sono responsabili in primo
luogo Cicerone e poi, subito dopo, Sallustio. L'immagine di un uomo dai tratti diabolici, di un
fosco nemico della patria, di un terrorista pronto a tutto pur di raggiungere il potere emerge
con evidenza dalle pagine dei due autori e trova riscontro nel Catilina virgiliano.
Testo:
5.1) Lucio Sergio Catilina, nato da una nobile famiglia, fu di una straordinaria grandezza
fisica e di carattere, ma di indole estremamente malvagia.
2) A costui (riferito a Catilina) fin dall’adolescenza furono gradite le guerre civili, le stragi, le
rapine, le discordie civili e qui (ibique) esercitò la sua gioventù.
3) Il corpo/fisico era in grado di sopportare il digiuno, il freddo, le veglie più di quanto possa
essere credibile a chiunque (+).
4) L’animo temerario, subdolo, volubile/altalenante, simulatore e dissimulatore di qualsiasi
atto/gesto/pensiero, avido dell’altrui ricchezze/degli altri beni, prodigo/scialacquatore del suo
(#), sfrenato nelle passioni, abbastanza eloquente, poco saggio. (&)
5) Il suo animo insaziabile desiderava sempre cose smisurate, incredibili, troppo elevate per
la sua portata.
6) Dopo la dominazione di Lucio Silla, un grandissimo desiderio di impadronirsi dello stato lo
aveva invaso (@) e Catilina non teneva in alcune considerazione con quali mezzi
raggiungere questo scopo, pur di assicurarsi il potere (€).
7) L’animo crudele (%) era tormentato di giorno in giorno sempre di più, dalla
povertà/penuria del patrimonio familiare e dal rimorso dei suoi misfatti/delitti commessi, doti
che entrambe aveva cresciuto con quei mezzi che ho ricordato precedentemente.
8) Inoltre lo incitavano/invogliavano a compiere il misfatto i corrotti costumi della città che
mali pessimi e tra loro opposti (***), il lusso e l’avidità (corruzione), funestavano.
Par. 1
Malo pravoque, Eniadi, accostamento di due aggettivi sinonimici, in questo caso Malus=
malvagio e Pravus= cattivo, in modo da rafforzare il concetto.
“Natus” deriva da Nascor un verbo deponente.
Par. 2
Elenco privo di punteggiatura, costruzione per Asindet, restituisce un ritmo più veloce e in
questo caso accentua la malvagità.
Par. 3
A chiunque= quoiquam arcaismo di cuiquam che deriva da cuisquam.
“Patiens” participio presente da patior.
“Inediae algoris vigiliae” genitivo in asindeto.
Par. 4
● Alieni - adpetens - sui - profusus
Genitivo sostantivato - aggettivo part. Pres - genitivo - aggettivo
Si tratta di una fig. Retorica d’ordine, il PARALLELISMO
● Adpetens + genitivo, Ardens con in+ibus (ablativo)
Sallustio preferisce l’uso astratto dei termini e non quello concreto, per questo motivo molto
aggettivi sono sostantivati
● “Quoius rei lubet” —> cuiusreilibet (tutto attaccato)
Quoius arcaismo di cuius, lubet arcaismo di libet
La separazione del corpo della parola viene detta TMESI
● Satis - eloquentiae - sapientiae - parum
Avverbio=abbastanza - genitivo partitivo - genitivo partitivo - avverbio=poco
Si tratta di una fig. Retorica d’ordine, il CHIASMO
Par. 6
Lo aveva invaso= Hunc (posto all’inizio per sottolineare il senso di responsabilità da
attribuire a Catilina) invaserat.
Presenti due arcaismi: Maxuma (maxima); Lubido (libido) termine negativo che sta ad
indicare arbitrarietà/ capriccio a cui dell’ insufficienza del patrimonio familiare.
Quicquam pensi habebat, si tratta della subordinata principale anche se posta alla fine.
Par. 7
.L’animo crudele”, risalta la sua immoralità, la sua indole malvagia e determinazione.
“Di giorno in giorno” —> iperbolica
“Con quei mezzi che ho ricordato precedentemente” —> cioè la sfrontatezza è l'audacia di
Catilina.
Par. 8
● Pessuma arcaismo di pessima
● Divorsa arcaismo di diversa.
In questo brano Sallustio manca di obiettività, è un moralista
Inoltre il malessere sociale non cerca delle cause di ordine sociale o politico, bensì delle
cause di ordine morale.
Sono presenti anche diversi termini ed espressioni inerenti alla guerra civile:
● Bella intestina cioè le guerre interne combattute tra gruppi appartenenti allo stesso
popolo;
● Discordia civilis cioè discordia tra concittadini, appartenenti allo stesso Stato;
● Lubido…rei publicae capiundae cioè la smania…di impadronirsi dello Stato;
● Bellum civile cioè la guerra civile, conseguenza più immediata della discordia civilis,
passaggio dall’ideologia allo scontro;
● Seditio cioè la sedizione e la sovversione, l’operare di chi non persegue un progetto
di cambiamento;
● Turba, il disordine;
● Secessio, indica l’atto di farsi da parte rompendo i rapporti con le altre parti sociali,
come nelle secessioni della plebe.
L’obiettivo della congiura di Catilina era quello di turbare l’ordine pubblico con la
consapevolezza di non avere nulla da perdere nel cambiamento e con la copertura di falsi
propositi.
UNA NOTA DI COLORE: IL PATTO DI SANGUE P.439
22.1) In quella circostanza (inizio della congiura) ci furono coloro che andavano
dicendo/sostenevano che Catilina, tenuto un discorso, spingendo i complici del suo
delitto/misfatto ad un giuramento, avesse mescolato in coppe sangue umano misto a vino;
2) poi, dopo il giuramento solenne, avendone degustato tutti, come è solito accadere nelle
cerimonie solenni, Catilina svelò il suo piano e si comportò così affinché gli fossero ancor più
fedeli, legati gli uni agli altri da un misfatto tanto grave.
3) Alcuni ritenevano che questi fatti e molti altri fossero falsi, sparsi da coloro i quali
credevano che si potesse mitigare l’odio verso Cicerone che in seguito scoppiò in tutta la
sua rabbia con la crudeltà di un atto di coloro che ne pagarono le spese. Da parte nostra
questa vicenda, in rapporto alla gravità del fatto narrato, è poco attendibile.
Par. 1
Si conclude con “circumtulisse” infinitiva oggettiva;
Fuere, modo arcaico di fuerunt;
Oratione habita, ablativo assoluto;
Popularis arcaismo di populares.
Par. 2
Arcaismo: sicuti = sicut; suom = suum;
“Fecisse” infinitiva; “forent” congiuntivo perfetto del verbo sum.
Par. 3
“Ficta” con esse sottinteso; “existumabant” arcaismo.
MALESSERE SOCIALE E RIVENDICAZIONI P.429
Il brano - che fa parte del discorso rivolto da Catilina ai congiurati, perché sostenessero la
sua candidatura al consolato - mette a fuoco l'analisi del malcontento popolare, passando
dalla denuncia dell'ingiustizia (parr. 7-8) all'esortazione a rivendicare la propria libertà
(parr.9-14). Il passaggio dalla prima alla seconda parte è segnato dalla citazione del famoso
esordio della | Catilinaria di Cicerone («Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra
pazienza?»). È probabile che in questo modo egli abbia voluto esprimere una sorta di
assenso all'operato di Cicerone nel reprimere la congiura. Sallustio mette a fuoco un
problema: la società è divisa tra super ricchi, che hanno tutto il potere, e super poveri, che
sono pieni di debiti e senza una casa o potere contrattuale, la ricchezza si trova nelle mani
di pochi (optimates).
Sallustio incolpa il ceto dirigente di essere speculatore, si arricchisce anche attraverso la
speculazione edilizia.
Diverse sono le cause: causa storica, in seguito alla dittatura di Silla; uno scarso rispetto
delle istituzioni che deriva dall’esempio poco autorevole dei rappresentanti, è scarsa
consapevolezza da parte dei cittadini del valore profondo di queste istituzioni; infine la
corruzione dei politici.
Testo:
20.7) Dopo che lo Stato cadde di diritto e di fatto nella completa soggezione di pochi potenti,
sempre a essi re e principi sono tributari, popoli e genti pagano tasse; e noi altri tutti, valorosi
e onesti, nobili e non nobili, siamo stati una folla senza influenza, senza autorità, soggetti a
questa gente a cui faremmo paura, se vi fosse una vera repubblica.
8) Perciò tutto il prestigio, il potere, le cariche e le ricchezze sono in mano loro o dove loro
vogliono; a noi hanno lasciato i pericoli, le sconfitte, i processi, la povertà. 9) Fino a quando
sopporterete tutto questo, o fortissimi uomini? Non è forse meglio morire in modo onorevole
piuttosto che perdere in modo ignobile una vita misera e oscura, dopo essere stati oggetto di
scherno per l'altrui arroganza?
10) Ma veramente, nel nome degli dei e degli uomini, la vittoria è nelle nostre mani, piena di
vigore è la nostra età, l'animo è forte; a quelli, al contrario, tutte le forze sono invecchiate a
causa degli anni e della ricchezza. Basta solo iniziare, l'azione stessa farà il resto.
11) Chi dei mortali, infatti, che sia dotato di un animo virile, può tollerare che quelli abbiano
in abbondanza ricchezze da sperperare nel costruire sul mare e nello spianare le montagne,
che a noi invece manchino i mezzi anche per il necessario? Che quelli costruiscano in
continuazione due e più case, che noi invece non abbiamo in nessun luogo un focolare
domestico?
12) Benché acquistino quadri, statue, vasi cesellati, abbattano edifici appena costruiti, ne
innalzino altri, insomma sprechino, gettino via in tutti i modi il denaro, tuttavia, nonostante
tutti i loro capricci, non arrivano a dar fondo alle loro ricchezze.
13) Per noi, invece, c'è miseria in famiglia, debiti fuori, triste la realtà presente, il futuro assai
peggiore: insomma, che cosa ci rimane oltre a una vita infelice?
14) Perché dunque non vi ridestate? Eccola, ecco la libertà che avete spesso desiderato, e
inoltre ricchezze, onore, gloria stanno davanti ai vostri occhi; tutte queste cose la fortuna ha
posto come premio per i vincitori.
Par. 1
“Reges tetrarchae” termini coordinati per asindeto.
Par. 8
Presente una costruzione asindetica, mancano i segni di punteggiatura.
Par. 9
Inizia con un esso relativo grazia a “Quae”;
Fortissumi viri= arcaismo di fortissimi,
Fortissimi uomini sono tutti coloro che vedono le istituzioni svilite dalla corruzione del ceto
dirigente, dato retorico dei problemi nello Stato.
Par. 10 Verum enim vero…contra… Antitesi
Par. 11 Quoi arcaismo di Cui.
La speculazione edilizia, dato concreto/reale dei problemi nello Stato.
Par. 12
“Quom…alia aedificant” Climax + allitterazione M;
“Summa lubidine” ablativo strumentale + arcaismo di libidine;
Quom arcaismo di Cum con valore temporale;
“Tabulas…emunt” costruzione in asindeto;
“Trahunt vexant” verbo che richiamo espressioni del lessico militare, come a dire che per i
ricchi il patrimonio è una sorta di nemico che deve essere sterminato.
Par. 13
At nobis…inopia: Antitesi;
At nobis…spes multo asperior: allitterazione S + Climax + Chiasmo e introduce
l’interrogativa negativa;
Nel testo è presente un PARALLELISMO:
Domi - inopia - foris - aes alienum
Genitivo locativo da domus - nominativo, sogg. - avverbio Stato in luogo - nominativo
Utilizzo della variatio, si passa dall’uso del complemento locativo con “Domi”, al
complemento avverbiale con “foris”.
È inoltre presente un CHIASMO:
Mala - res - spes - multo asperior
Mala e multo in ablativo; Res e spes in nominativo.
Par. 14
“Divitiae decus gloria” Climax; “praemia” predicativo dell’oggetto
“Libertas” in iperbato rispetto ad ILLA.
La congiura di Catilina è formata da due fasi:
1. Destabilizzare l’ordine pubblico;
2. Fase di attacco: Catilina armato di un esercito, inizia la marcia su Roma.
I congiurati che presero parte a questa congiura vennero condannati a morte da Marco Tullio
Cicerone, ma al tempo esisteva la PROVOCATIO AD POPULUM, quindi i cittadini romani
condannati potevano chiedere al popolo di decidere se dovessero essere uccisi.
CICERONE
Egli scriverà e pronuncerà 4 orazioni (Catilinarie), la prima (08/11/63 a.C.) e la quarta in
senato, mentre la seconda è la terza davanti al popolo.
Capacità di indicare Catilina come hostis patriae.
La lettura di Cicerone ci immerge in un'epoca di crisi dei valori e delle istituzioni: quella
dell'agonizzante repubblica romana. A questa crisi Cicerone cercò di porre rimedio sul
duplice fronte dell'attività politica e di quella culturale.
L’ESORDIO DELLA PRIMA CATILINARIA p. 281, Oratio I
L’orazione viene scritta ed esposta seguendo le seguenti fasi:
1. Inventio, cioè il momento in cui l’oratore ipotizza gli argomenti da utilizzare nella sua
esposizione oratoria;
2. Dispositio, cioè il momento in cui si dispongono gli argomenti in base a dei criteri,
quindi si da una struttura all’orazione;
3. Elocutio, cioè il pronunciamento/l’esposizione dell’orarione;
4. Memoria, cioè l’oratore deve attingere a un repertorio di informazioni perché la
citazione da autorevolezza/credibilità;
5. Actio, cioè l’insieme degli elementi del linguaggio gestuale che da efficacia
all’orazione.
L’orazione veniva scritta ed esposta per 3 finalità:
● Docere cioè informare il pubblico e dimostrare la propria tesi in modo razionale e
convincente;
● Delectare cioè intrattenere e divertire;
● Movere sensus cioè convincere il pubblico suscitando sentimenti quali commozione,
ira o sdegno.
Senza fare preamboli Cicerone si scaglia contro Catilina denunciandone la violenta
tracotanza, a cui contrappone lì efficienza delle autorità e del senato.
Testo
1) Fino a che punto, dunque, Catilina abuserai della nostra pazienza? Fino a quando ancora
questo/codesto tuo furore si prenderà gioco di noi? Fino a quale fine questa tua sfrenata
audacia ci tormenterà? Per nulla il notturno presidio del Palatino, per nulla le veglie/pattuglie
di guardia in città, per nulla il timore del popolo, per nulla l’accorrere di ogni uomo onesto,
per nulla questo palazzo munitissimo dell’assemblea del senato, per nulla l’espressione dei
volti di costoro ti hanno scosso? Ma non ti rendi conto che i tuoi piani ormai sono
svelati/scoperti? E non ti rendi conto/non vedi, dunque, che la tua congiura è ormai tenuta
sotto controllo dalla piena consapevolezza di tutti costoro presenti? Dimmi che cosa hai fatto
la notte precedente e quella ancora prima, dimmi dove sei stato, chi hai convocato, quale
decisione hai assunto che ritieni che noi possiamo ignorare?
2) O tempi! O costumi! Il senato comprende questi fatti, il console vigila, eppure costui
(Catilina) è ancora vivo, anzi addirittura si presenta in senato, partecipa alle pubbliche
assemblee, annota e indica con lo sguardo chi di noi destinare alla morte. Noi invece, uomini
saldi (nei propri principi) sembriamo soddisfare i bisogni della repubblica se siamo in grado
di evitare il furore e le armi di costui. O Catilina, a morte già da tempo avresti dovuto essere
condotto per ordine del console, contro di te sarebbe stato opportuno rivolgere la rovina che
tu in questo momento stai ordendo/macchinando contro di noi.
Par. 1
~Abutere sta per abuteris, composto del verbo Abutor deponente, si costruisce con ablativo
strumentale cioè patientia nostra;
+Esordio ex abrupto, la concitazione patetica creata dalla sequenza di domande e di
esclamazioni e dalla frammentazione del periodo, l’abilità con cui Cicerone evidenzia
l’impudenza di Catilina hanno reso famoso l’incipit di questa orazione sin dall’antichità;
~Tuus e nos sono accostati in antitesi
~Quem deriva da Qui, Quae, Quod
~Nihilne, ne enclitico che introduce la domanda con risposta incerta, anche se in questo
caso si tratta di una domanda retorica, Cicerone sa già la risposta
~voltus arcaismo
~ora voltusque endiadi (presenza di due termini sinonimici) e nello stesso tempo metonimia
~Anafora di Nihil ripetuto per ben 6 volte
~Urbino vigiliae si contrappone in chiasmo al precedente praesidium Palati
Par. 2
Machinaris verbo deponente che indica un vero e proprio complotto studiato per molto
tempo;
FASI CONGIURA CATILINA
108 a.C. Nasce da antica, ma decaduta famiglia patrizia; 89 a.C. Milita nella guerra sociale;
82 a.C. Luogotenente di Silla, collabora alle proscrizioni; 68 a.C. È pretore; 67/66 a.C.
Governa, come propretore, la provincia d'Africa; 66 a.C. È accusato di concussione: gli viene
impedito di candidarsi al consolato per l'anno 65; 65 a.C. Cosiddetta 'prima congiura' Gli
viene impedito di candidarsi al consolato per l'anno 64; 64 a.C. Assolto dall'accusa di
concussione, si candida al consolato per l'anno 63, ma non viene eletto; 63 a.C. Si candida
al consolato per l'anno 62, ma non viene eletto; Architetta la congiura; 21 ottobre Il senato
proclama lo stato d'emergenza; 8 novembre Cicerone pronuncia in senato l'Oratio I in
Catilinam; 9 novembre Catilina abbandona Roma e raggiunge Manlio in Etruria; 9 novembre
Cicerone pronuncia davanti al popolo l'Oratio II in Catilinam; inizio di dicembre: Cinque
congiurati sono catturati al Ponte Milvio; 3 dicembre Cicerone pronuncia davanti al popolo
l'Oratio Ill in Catilinam; 5 dicembre In Senato si delibera sulla pena da infliggere ai congiurati
arrestati. Cicerone pronuncia l'Oratio IV in Catilinam; 62 a.C. (5 gennaio) A Pistoia, l'esercito
rivoluzionario viene sconfitto. Catilina muore in battaglia.
LA MORTE DEI CONGIURATI P.446
Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 63 a.C., con procedura d’urgenza Cicerone fa
giustiziare i condannati nel carcere Tulliano. La Morte dei congiurati letta da Sallustio come
l’attuale approdo di coloro che hanno attentato alla res publica, egli è d’accordo con la
decisione di Cicerone. Sallustio drammatizza la storia, accentuando le situazioni più
intricate.
Testo
1) Dopo che, come ho detto, il senato si schierò per la proposta di Catone, il console,
ritenendo che la cosa migliore da farsi fosse di agire prima della notte imminente, per evitare
che in quel lasso di tempo si preparasse qualche novità, ordina ai triumviri di preparare
l’occorrente per la condanna a morte.
2) Il console stesso, disposti i corpi di guardia, conduce Lentulo in carcere, i pretori fanno la
stessa cosa con gli altri congiurati.
3) Se nel carcere si sale un poco a sinistra, vi è un luogo, chiamato Tulliano, scavato sotto
terra a circa dodici piedi di profondità.
4) Lo cingono da ogni parte le pareti e, nella parte superiore, una volta formata da archi di
pietra; ma per la desolazione, il buio e la puzza l’aspettò del luogo è disgustoso è
raccapricciante.
5) Dopo che Lentulo vi fu calato, i carnefici delle pene capitali lo strangolarono con un laccio.
6) Così quell’uomo patrizio, della gente nobilissima dei Cornelii, che aveva ottenuto in Roma
la dignità secolare, trovò una fine della vita degna dei suoi costumi e delle sue azioni.
Cetego, Gabinio, Statilio e Cesario furono giustiziati nella stessa maniera.
Il volenteroso carnefice (approfondimento)
I fatti dimostrano che, sul piano politico, a salvare lo Stato fu la nobiltà, sostenuta dagli
equites. Dopo gli entusiasmi iniziali, Catilina aveva perduto anche l'appoggio della plebe,
preoccupata per i suoi metodi violenti. Cicerone si arroga il merito di salvatore della patria
senza rendersi conto di essere stato una pedina manovrata dal blocco senatorio, che aveva
deciso la repressione violenta scaricando sopra di lui la responsabilità dell'esecuzione: i
nobili proprio con questo intento avevano appoggiato la sua candidatura al consolato.
Cicerone non aveva previsto la gravità del rischio a cui si esponeva mandando a morte i
congiurati senza consentire loro il diritto di appello al popolo. Egli si sentiva forte del senatus
consultum ultimum (la sospensione delle garanzie costituzionali, decretata dal senato con il
conferimento di poteri eccezionali nelle mani dei consoli): in virtù di tale provvedimento i
catilinari non erano più cives. Cicerone, sentendosi minacciato da una nuova legge
approvata da Publio Clodio, lasciò volontariamente la città e fu poi raggiunto dalla condanna
che lo esiliò a 400 miglia da Roma. Se per esiliarlo era stato necessario far votare una legge
apposita, ciò significa che la sua illegalità andava dimostrata prima ancora che punita.
CESARE E CATONE P. 443
Catilina, sconfitto per la seconda volta alle elezioni consolari (per l'anno 63 a .C.), tenta di
eliminare il console Cicerone, ma il senato emana il senatus consultum ultimum, con il quale
proclama lo stato di emergenza e conferisce a Cicerone i pieni poteri. Intanto giungono
notizie di sommosse in varie parti d'Italia. Mentre la città è in stato di allarme, Catilina osa
presentarsi in senato l'8 novembre del 63 a.C. e Cicerone lo investe con la I Catilinaria. Egli
allora fugge da Roma per raggiungere Manlio in Etruria, mentre i congiurati Lentulo e
Cetego perfezionano in città i piani eversivi. Cicerone si procura le prove necessarie per
procedere all'arresto dei congiurati che vengono assegnati in libera custodia a cittadini di
sicuro affidamento. Cesare sostiene l'illegalità della condanna a morte e propone pene miti,
mentre Catone prospetta la gravità del pericolo che minaccia lo Stato e ribadisce
l'opportunità di infliggere la pena capitale. Il senato accoglie la sua proposta: da questo
momento gli eventi precipitano e la fine dei catilinari è segnata: i congiurati sono fatti
strangolare da Cicerone: Catilina è sconfitto e ucciso con il suo esercito sul campo di
Pistoia. Dopo averne ricostruito a modo suo i due discorsi (di Cesare e Catone) secondo la
prassi storiografica, Sallustio imbastisce un bilancio di queste due figure che impersonavano
i valori di base della repubblica, virtù opposte ma complementari, alle quali sembra fare capo
l'identità stessa del cittadino romano. Essi hanno tenuto due discorsi nel corso della
congiura di Catilina, Cesare come membro dei populares pur sostenendo lillegalitas della
congiura propone pene più leggere, che vadano incontro alla conservazione della res
publica ma con clemenza, viceversa Catone era intransigente, ritiene che la punizione dei
congiurati debba essere esemplare, lo stato deve reagire con forza e tempestività di fronte a
tali azioni. Ma Sallustio sta con Cesare o con Catone? Probabilmente con nessuno dei due,
anche perché egli scrive vent'anni dopo gli avvenimenti narrati, quando i due protagonisti
non solo erano già morti. Essi sono due membri politici importanti all’epoca, Cesare
esponente del partito dei populares, a cui apparteneva anche Sallustio. Sallustio riconosce
in Cesare doti di liberalità, clemenza, magnanimità.
Filosofia storica, importante a Roma, l’Epicureismo combattuto dai romani perché esaltava
una condizione troppo edonistica della vita, mentre lo stoicismo, a cui appartiene Catone,
cercava di coniugare optimum e negotium, vita in cui l’attività politica è fondamentale per
contribuire al miglioramento dello stato.
Testo
54.1) Dunque essi (Cesare e Catone) ebbero pressoché uguali/identiche la stirpe, l’età è
l’eloquenza, pari grandezza d’animo, stessa gloria/fama, ma di diversa natura per l’uno e per
l’altro.
2) Cesare era ritenuto/riconosciuto grande/autorevole grazie ai benefici (che concedeva) e
grazie anche alla munificenza (la capacità di donare con generosità), Catone era ritenuto
grande per la sua integrità di vita. Quello (Cesare) divenne famoso, per la sua moderazione
e per la sua compassione, a costui (Catone) la severità aveva aggiunto
dignità/carisma/autorevolezza.
3) Cesare ottenne la gloria grazie al concedere, al sostenere e al perdonare, Catone ottenne
la gloria senza concedere mai nulla. Nell’uno vi era riparo/rifugio per i deboli, nell’altro vi era
rovina/peste per i malvagi. La capacità comunicativa dell’uno, la costanza/la fermezza
dell’altro erano lodate.
4) Infine Cesare aveva l’attitudine al lavorare (senza mai stancarsi) e al vegliare, intento ad
occuparsi (sottinteso) degli impegni degli amici e a trascurare i suoi, a non negare mai nulla
che fosse degno di un dono; Cesare (sottinteso) desiderava fortemente per sè un potere
solido, un esercito e una nuova guerra dove potesse risplendere il suo valore.
5) Invece Catone aveva il gusto della moderazione, della dignità, ma in particolare della
severità;
6) non gareggiava/combatteva in ricchezze con il ricco, né in faziosità/intrighi con il
fazioso/intrigante, ma gareggiava in virtù con il virtuoso, in dignità con il dignitoso, in rigore
con il rigoroso; Catone preferiva essere piuttosto che sembrare onesto; e così tanto meno
aspirava alla gloria, tanto più la gloria lo inseguiva.
Par. 1
Igitur avverbio conclusivo;
iis fuere è un dativo di possesso con arcaismo poetico di fuerunt;
Par. 2
Integritate vitae Cato con sottinteso Magnus habebatur;
Mansuetudine et misericordia ablativi di causa;
Factus con est sottinteso, periodo con variatio poiché cambia la sua costruzione, dopo hic la
costruzione logica dovrebbe essere uguale a quella del primo periodo, ma la cambia;
Par. 3
Ignoscundo arcaismo di ignoscendo + costruzione asindetica;
Largiundo arcaismo di Largendo;
“In altero miseris perfugium erat, in altero malis pernicies” (erat sottinteso) PARALLELISMO;
Exoptabat arcaismo.
Par. 5,6
At: nesso avversativo. “Catoni…erat” dativo di possesso + maxume arcaismo di maxime;
“Non…certabat” periodo complesso fondato sul chiasmo: inizia con i due ablativo di
limitazione divitiis e factione seguiti da cum + ablativo, mentre nelle frasi che seguono è
presente prima cui + ablativo e poi gli ablativi di limitazione virtute, pudore e abstinentia.
Divitiis divite, factione factioso, paronomasia.
LO SCONTRO ARMATO E LA MORTE DI CATILINA P.447
Mentre a Roma i congiurati vengono giustiziati, Catilina si appresta a resistere in campo
aperto all'esercito del console Antonio, mandato a fronteggiarlo. Quando però giunge la
notizia che la congiura è stata scoperta, le sue file si diradano per il ritiro. Dopo aver tentato
invano di aprirsi una via verso la Gallia, decide di accettare la battaglia nei pressi di Pistoia,
due eserciti si affrontano in uno scontro di estrema violenza. Catilina e i suoi resistono oltre
ogni aspettativa tanto che Petreio, il luogotenente del console Antonio che comandava le
truppe governative, deve far intervenire la coorte pretoria, formata da uomini scelti, la quale
sfonda il, centro dello schieramento e accerchia le ali, riuscendo infine ad avere ragione
degli avversari.
Testo
60.1) Ma quando Petreio dà il segnale con la tromba di Guerra, ispezionata ogni cosa,
ordina alle coorti di procedere gradualmente/lentamente; l’esercito dei nemici fa la stessa
cosa.
2) Dopo che furono avanzati fino al punto da cui i soldati armati alla leggera potessero dare
inizio al combattimento, con grandissimo clamore accorrono con le insegne rivolte contro il
nemico; tralasciano le aste, l’azione è condotta con le spade.
3) I veterani, memori dell’antico valore, subito da vicino incalzavano accanitamente, questi
per niente timorosi resistono: si combatte con il massimo sforzo.
4) Nel frattempo Catilina con i soldati armati alla leggera si batte in prima fila, porta aiuto a
chi è in difficoltà, sostituisce soldati freschi ai feriti, provvede a ogni cosa, egli stesso
combatte validamente, spesso colpisce il nemico: svolgeva nello stesso tempo i compiti di
un soldato valoroso e di un buon comandante.
5) Petreio quando vede che Catilina, contrariamente a quanto si era aspettato, resiste con
grande energia, conduce la coorte pretoria in mezzo ai nemici, dopo averli scompigliati e
mentre cercano di opporre resistenza chi da una parte chi dall’altro. Quindi attacca gli altri
dai fianchi.
6) Manlio e Fesulano cadono combattendo in prima fila.
7) Catilina quando vede che le sue truppe sono state sbaragliate e che lui è rimasto solo con
pochi, memore della sua stirpe e del suo onore si getta combattendo tra i nemici più fitti
viene trafitto.
Par. 1
Ubi, avverbio temporale che regge il verbo Dat; Cohortis arcaismo di cohortes;
Omnibus rebus exploratis ablativo assoluto;
Petreius il nuovo comandante delle truppe governative, dopo Gaio Antonio Ibrida;
Tuba ablativo strumentale, la tuba era una tromba di guerra;
Iubet predicato verbale che richiede infinitiva con il soggetto all’accusativo;
Facit presente storico, azione remota ma vuole rendere l’immediatezza della battaglia;
Par. 2
Eo avverbio di moto a luogo; ferentari erano soldati armati alla leggera con il compito di
iniziare il combattimento lanciando frecce o pietre contro il nemico;
Pila erano aste di legno della lunghezza di un paio di metri con punta di ferro;
Maxumo arcaismo di maximo;
Par. 3,4
Acriter instare infinito storico; maxuma arcaismo;
Exsequebatur verbo deponente; corte pretoria cioè la guardia del corpo del comandante.
IL CAMPO DOPO LA BATTAGLIA P.449
La vista del campo dopo la battaglia attesta l'eroica resistenza dei catilinari, caduti quasi tutti
sul posto che è stato loro assegnato. Anche questo capitolo finale rende omaggio al valore
di Catilina e dei suoi seguaci, presentati in un'inattesa dimensione eroica. I vincitori non
esultano: hanno vinto, ma tra i cadaveri riconoscono amici, ospiti, parenti. E con l'immagine
surreale dei sentimenti che aleggiano sul campo l'opera si chiude all'improvviso: da grande
artista, amante della variatio e dei passaggi improvvisi, Sallustio sapeva bene che qualsiasi
aggiunta avrebbe guastato il grandioso finale.
Testo
61,1) Una volta concluso il combattimento, allora si avresti potuto vedere quanta audacia e
quanta forza d'animo vi fossero state nell'esercito di Catilina.
2) Infatti, all'incirca quel luogo che ciascuno da vivo aveva occupato nel combattimento,
quello ricopriva una volta perduta la vita, con il suo corpo.
3) Pochi invero, che la coorte pretoria aveva travolti al centro dello schieramento, erano
caduti un poco più lontano, ma tutti con ferite al petto.
4) Catilina, poi, fu trovato lontano dai suoi, tra i cadaveri dei nemici, che ancora respirava e
manteneva sul volto la fierezza d'animo che aveva avuto da vivo.
5) Insomma, di tutta quella moltitudine di uomini, nessun cittadino libero fu fatto prigioniero
né in combattimento né in fuga:
6) a tal punto tutti avevano risparmiato allo stesso modo la vita loro e quella dei nemici.
7) Né tuttavia l'esercito del popolo romano aveva ottenuto una vittoria lieta o incruenta. Infatti
tutti i più valorosi o erano caduti in battaglia o ne erano tornati gravemente feriti.
8) Molti poi, che erano usciti dall'accampamento per visitare il campo di battaglia o per
spogliare i caduti, rivoltando i cadaveri dei nemici, trovavano chi un amico, chi un ospite o un
parente; vi furono pure quelli che riconobbero loro nemici personali.
9) Così, per tutto l'esercito, variamente si mescolavano la letizia e il dolore, il lutto e la gioia.
Par. 1,2
Confecto proelio ablativo assoluto con valore temporale;
cerneres cong. potenziale nel passato; quem…locum ampia processi del relativo che ha la
funzione di prospettare subito lo scenario del campo disseminato di cadaveri;
pugnando gerundio in ablativo;
amissa anima ablativo assoluto con allitterazione e omeoteleuto;
Par. 3,4
Medios aggettivi con funzione predicativa di luogo;
divorsius arcaismo di diversius e avverbio comparativo di diverse;
Spirans, retinens participi presenti predicativi che indicano come fu trovato Catilina;
Ferociamque animi: ferocia è una vox media;
Par. 6,7,8
Iuxta avverbio che indica vicinanza o uguaglianza= allo stesso modo;
Cuncti da cunctum= tutti;
Pepercerant piuccheperfetto di parco,-is, richiede e regge il dativo suae vitae;
Adeptus erat, deponente da adipiscor; quisque agg. indefinito=ognuno, tutti;
Strenuissumus forma di superlativo arcaico di strenuissimus;
Occiderat piuccheperfetto di occido, composto di cado; visundi arcaismo di visendi;
Amicum alii, pars hospitem è un chiasmo con variatio; discesserat piucch. presente;
…Laetitia, maeror… chiasmo; agitabantur verbo imperfetto passivo.
BELLUM IUGURTHINUM, La guerra contro Giugurta
Sallustio decide di narrare la guerra contro il re dei numidi Giugurta. Fino alla terza guerra
punica, il re africano di Numidia, grazie alla lungimiranza del suo re di Masinissa, aveva
svolto un’importante funzione di contrappeso contro ogni velleità di rinascita cartaginese.
Con la distruzione di Cartagine nel 146 a.C., Roma non aveva più alcun interesse a uno
Stato numidico e Scipione Emiliano aveva spartito il regno tra i tre figli di Masinissa. Dopo la
morte di Micipsa (118 a.C.), figlio di Masinissa, la Numidia era stata divisa tra i suoi due figli,
Aderbale e Iempsale, è il nipote Giugurta. Questi dapprima elimino Iempsale, in seguito
dopo aver vinto una prima guerra contro Aderbale, lo strinse d’assedio nella città di Cirta e
all’atto della resa (112 a.C.) lo uccise.
Iniziò una guerra per svariati motivi: la presa di Cirta, la strage dei commercianti italici e la
formazione di uno Stato forte nelle mani di Giugurta; questa guerra si trascinò per anni, la
prima spedizione ci darà da Lucio Calpurnio Bestia (console del 111 a.C.), si concluse con
un armistizio favorevole a Giugurta; la seconda guidata da Quinto Cecilia Metello (console
del 109 a.C.) non ebbe esiti risolutivi; la terza dal 107 al 105 a.C. portò alla vittoria sotto il
comando dell’homo novus Gaio Mario.
La scansione degli eventi favoriva la dimostrazione del teorema politico di Sallustio: avidità e
corruzione dei magistrati e del senato cormorani dal re Numida spiegavano l’esitazione e la
debolezza nel condurre guerra.
“A EGREGIE COSE…” P. 455
Sallustio approfondisce il discorso esaltando il ruolo educativo della storiografia, un’attività
che può risarcire lo storico della rinuncia a svolgere vita attiva a servizio dello stato. Egli
ricorda il suo precedente impegno in politica e attribuisce al malcostume della classe
dirigente la propria decisione di ritirarsi mell’otium coltivando la storiografia come missione
civile. Ribadisce l’esemplarità della memoria storica, con esempi di personaggi famosi che si
sentirono spronati dall’esempio degli antenati.
Testo
4.1) Tra le altre attività che si esercitano con l’ingegno, la più utile è senz’altro la narrazione
delle imprese compiute.
2) Poiché della sua importanza già molti hanno detto, io non me ne occupo, anche per
evitare che qualcuno mi attribuisca l’intenzione di lodare oltre misura il mio lavoro.
3) E poiché io ho preso la decisione di vivere lontano dalla politica, sono certo che alcuni
bolleranno con nome di inerzia il mio lavoro, così impegnativo e utile; e saranno certamente
coloro che considerano impegno importantissimo salutare la plebe e procurarsi il consenso
con i banchetti.
4) Ma se analizzeranno attentamente quali fossero i tempi in cui io ottenni incarichi pubblici
e quali le persone che invece non li otterranno (per esempio Catone che nel 52 a.C. Si
candidò al consolato ma non fu eletto), e quale razza di gente entro in seguito in senato
(Silla, raddoppiando il numero dei senatori, aveva aperto la strada a uomini indegni legati a
lui da vincoli clientelari), riconosceranno certamente che furono buone ragioni e non certo
l’ignavia a far mutare il mio proposito, e che certamente la repubblica trarrà maggior
vantaggio dal mio ozio che non dall’attività degli altri.
5) Molte volte io ho sentito raccontare che Quinto Fabio Massimo, Publio Cornelio Scipione
‘Africano’ e altre eminenti personalità di Roma dicevano che la contemplazione delle
immagini degli avi accendeva in loro un fortissimo impulso al valore.
6) Non erano certo la cera né le immagini ad avere in sé tanta forza, ma il ricordo delle
imprese faceva divampare nel petto di quegli uomini egregi una fiamma che non si
spegneva fino a quando il loro valore non uguagliava la fama e la gloria degli avi.
7) Ora invece, con i costumi attuali, c’è qualcuno che non gareggi con i suoi antenati,
anziché in probità e operosità, in lusso e spese? Anche gli uomini nuovi, che un tempo
erano solito vincere i nobili in valore, cercano di ottenere comandi e onori con la frode e le
ruberie piuttosto che con comportamenti onesti:
8) quasi che la pretura e il consolato e le altre magistrature del genere fossero splendide e
gloriose in sè, e il loro prestigio non dipendesse dal valore di chi le ricopre (…).
Approfondimento: impegno e disimpegno nell’ottica del cittadino romano p.456
Con il termine otium i romani intendevano una pausa delle attività pratiche e dell'impegno
pubblico; di conseguenza, il negotium era l'impegno a servizio della comunità. In linea
teorica la mentalità pragmatica dei romani era portata a privilegiare il negotium, ma solo fino
a un certo punto e, compatibilmente con le condizioni.
Se infatti, come nel caso di Sallustio o in quello di Cicerone, a un certo momento e per
ragioni varie la politica non ammetteva spazi di partecipazione, anche il cittadino più
osservante si rassegnava a ritirarsi nell'otium, che voleva il più possibile dignitoso. Nel caso
di Cicerone le condizioni che determinano il ritiro dal negotium sono varie: l'emarginazione
politica al ritorno dall'esilio, il difficile rapporto con la dittatura di Cesare, i lutti familiari.
Sallustio invece avrebbe dovuto imputare soprattutto a se stesso la colpa dell'otium forzato
che gli era stato imposto da Cesare in cambio del proscioglimento dall'accusa di
concussione per il governo della provincia d'Africa.
LA PRESA DI CIRTA E L’INIZIO DELLA GUERRA p.459
Questo capitolo presenta i fatti che provocarono il primo intervento armato di Roma in Africa.
Nella città africana di Cirta erano stretti d'assedio alcuni commercianti italici i quali, all'atto
della resa, per volere di Giugurta vennero tutti massacrati insieme ad Aderbale (112 a.C.).
Era l'inizio della guerra.
Testo
26,1) Dopo che a Cirta furono giunte queste notizie, gli italici, dal cui valore dipendeva la
difesa delle mura, confidando che, se si fossero arresi, non avrebbero subito ritorsioni grazie
all'autorità del popolo romano, persuadono Aderbale a consegnare se stesso e la città a
Giugurta e a pattuire solo di aver salva la vita: al resto avrebbe pensato il senato.
2) Allora Aderbale, anche se riteneva che qualsiasi cosa fosse preferibile alla parola di
Giugurta, tuttavia, poiché quei medesimi avevano la possibilità di costringerlo, se si fosse
opposto, proclama la resa, come avevano voluto gli italici.
3) Giugurta per prima cosa mette a morte Aderbale fra le torture, poi fa uccidere tutti i numidi
adulti e i commercianti senza distinzione, come ciascuno si faceva avanti con le armi in
pugno.
Par. 1
‘Cirtae’ locativo; ‘virtute’ ablativo di causa efficiente retto dal passivo defesabantur;
‘Confisi’ participio perf. di confido, con valore presente; ‘deditione facta’ abl. assoluto;
‘Uti’ arcaismo di ut; Cirta è la città odierna di Costantina, ricostruita da Costantino, capitale
del regno di Numidia.
Par. 2
Tametsi…rebatur concessiva oggettiva con l’indicativo; potiora pred. oggetto di omnia;
advorsaretur arcaismo di adversaretur; cogendi genitivo del gerundio.
Par. 3 Omnis arcaismo di omnes.
COME ANDÒ A FINIRE p.461
Giunta a Roma la notizia del massacro di Cirta, il senato si riunisce per prendere le dovute
misure, ma una parte del senatori, corrotti dall'oro di Giugurta, cerca pretesti per tirare in
lungo, infine viene mandato in Africa, al comando del console. l'avido Lucio Calpurnio Bestia
che, sempre dietro compenso, stipula un armistizio.
Ripresa la guerra, dopo vari insuccessi assume il comando il console Quinto Cecilio Metello,
che ha al suo seguito Gaio Mario come comandante di cavalleria. L'esercito romano,
riorganizzato da Metello, ottiene alcune vittorie, mentre Giugurta, preoccupato per
l'incorruttibilità del generale, avanza continue offerte di resa, finché Mario, eletto
trionfalmente console per l'anno 107 a.C., assume il comando della guerra e fa ritorno in
Africa dopo aver arruolato copiosi rinforzi di volontari, riuscendo ben presto ad avere la
meglio su Giugurta. La guerra termina quando il re della Mauretania Bocco chiede una nave
separata negoziata dal questore Sila il futuro dittatore. Fra le condizioni vi figura la consegna
di Giugurta, che viene catturato in un'imboscata condotta da Mario.
Testo
111,1) Silla rispose a Bocco con poche misurate parole per quanto lo riguardava
personalmente: parlò ampiamente, invece, circa la pace e gli interessi comuni.
Infine dichiarò apertamente al re che il senato e il popolo romano, poiché lo avevano
superato con le armi, non gli avrebbero dovuto gratitudine per le sue promesse. Doveva fare
qualcosa che sembrasse tornare più a vantaggio dei romani che di se stesso. Del resto,
questo non gli era difficile dal momento che aveva Giugurta nelle sue mani. Se lo avesse
consegnato ai romani, questi gli sarebbero stati obbligati e di sicuro si sarebbero aggiunte
l'amicizia, l'alleanza e la parte della Numidia che egli chiedeva.
2) Il re dapprima non voleva saperne: c'erano di mezzo ragioni di parentela e di alleanza e
inoltre temeva che con un comportamento sleale si inimicasse il popolo, che amava
Giugurta e odiava i romani.
3) Alla fine, cedendo all'insistenza, si piega e promette di comportarsi in tutto secondo la
volontà di Silla.
4) Così stabiliscono le misure utili a simulare la pace, di cui Giugurta, stremato dalla guerra,
era molto desideroso. Poi, concordato l'inganno, si separano.
113,3) Si dice che Bocco, nella notte precedente il convegno con Silla, convocati i suoi
amici, subito li congedò avendo cambiato parere e rimase a lungo meditabondo, preda di
un'agitazione dell'animo che trapelava dal viso e dagli occhi.
4) Tuttavia alla fine fa chiamare Silla e in base alle sue istruzioni ordisce l’inganno contro
Giugurta.
5) Poi, quando giunse il giorno e gli fu annunciato che Giugurta non era lontano, in
compagnia di pochi amici e del nostro questore gli va incontro come per rendergli omaggio,
procedendo verso un'altura facilmente visibile a quelli che stavano in agguato.
6) Nel medesimo luogo giunge anche il numida con molti uomini disarmati, come era stato
stabilito. Subito, a un segno convenuto, erompendo dall'imboscata gli piombano addosso da
ogni parte.
7) Gli altri sono massacrati, Giugurta in catene viene consegnato a Silla e da lui è condotto
davanti a Mario.
LA STORIOGRAFIA
Dal greco ἱστοριογραφία, composto da historìa (storia) e grafìa (scrittura): narrazione di
eventi storici. Partendo dalla Grecia: • Nella storiografia antica → intento moralistico e veste
letteraria. • Nella storiografia moderna → metodo razionale e obiettività dello storico. La
storiografia antica era caratterizzata da:
• l'aspirazione dichiarata alla veridicità e all'imparzialità;
• la documentazione, che poteva derivare dalla testimonianza diretta, dallo studio dei
documenti e dei monumenti, dalle fonti letterarie (storiografiche e no);
• la distinzione tra cause reali, cause occasionali e pretesti;
• l'impostazione pragmatica, cioè fondata sulla concretezza dei fatti militari e
politico-istituzionali; - l'interesse per i personaggi, che privilegiava perlopiù le imprese di
pochi protagonisti a scapito delle condizioni economiche e sociali e della cultura materiale e
spirituale;
• l'impronta moralistica, ossia la tendenza a fare dei protagonisti modelli comportamentali di
virtù o di vizi;
• la finalità didascalica, legata all'idea che la storia sia magistra vitae, poiché consente di
fare previsioni per il futuro sulla base di quello che è accaduto in precedenza;
• la veste letteraria, in quanto lo scritto di storia era perlopiù inteso come opus oratorium
maxime (Cicerone), una narrazione redatta in una prosa d'arte che doveva anche offrire un
piacevole intrattenimento.
Due filoni delineati - quello monografico e quello memorialistico dei commentarii - giunsero
alla massima maturazione tra la metà e gli anni Quaranta del I secolo a.C.: il primo con il De
coniuratione Catilinae e con il Bellum lugurthinum di Sallustio; il secondo con i Commentari
de bello Gallico e i Commentari de bello civili di Cesare e con le opere dei suoi continuatori
incluse nel corpus Caesarianum.
Dalla storiografia greca…
~ERODOTO 485 – 425 a.C. ca;
~TUCIDIDE 460 – 400 a.C. ca; con Erodoto due modi di fare storia molto diversi l’uno
dall’altro, scompare la visione religiosa, per lui la storia è solamente spiegazione di eventi
umani in cui vince chi ha avuto l’intelligenza di sapere dosare con accortezza il proprio
potere. Si tratta di una storia pessimistica ma non del tutto; dato il fatto che gli uomini non
cambiano nel corso del tempo noi posteri potremmo vedere una sorta di analogia nelle storie
di Tucidide, quindi la sua storia è mezzo per noi del presente.
~POLIBIO 200 – 118 a.C. ca.
... alla storiografia romana
EPOCA ARCAICA E REPUBBLICANA
-NEVIO 270 – 201 a.C. -FABIO PITTORE 254 – 190 a.C. -ENNIO 239 – 169 a.C.
-CATONE 234 – 149 a.C.
EPOCA TARDO-REPUBBLICANA E IMPERIALE
~CESARE 100 – 44 a.C. ~SALLUSTIO 86 – 34 a.C. ~TITO LIVIO 59 a.C. – 17 d.C.
~TACITO 55 – 117 d.C. ca
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Erodoto di Alicarnasso: 485 – 425 a.C. ca. Autore di 9 libri di «Storie» → «esposizione di
una ricerca» per ricordare le grandi gesta umane. Opera basata sulla ricerca dello storico e
su un’indagine preliminare. Narrazione delle guerre tra Greci e Persiani → spedizione di
Dario, fermata a Maradona (490 a.C.) → spedizione del figlio Serse, fermata a Salamina
(480 a.C.). Celebrazione della libertà greca e di Atene. Forte visione religiosa.
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Tucidide: 460 - 400 a.C. ca. Narrazione della guerra del Peloponneso (scontro tra Sparta e
Atene). Storiografia basata sull’agnosticismo religioso (derivato dalla sofistica) → storia di
eventi umani. Costanza della natura umana → storia come possesso perenne. Tucidide mira
a ricostruire i fatti nella loro effettiva realtà attraverso un rigoroso vaglio critico delle
testimonianze, escludendo il favoloso e il soprannaturale ed evitando ogni abbellimento
retorico.
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Polibio di Megalopoli: 200 - 118 a.C. ca. Crisi delle poleis e conquista macedone della
Grecia → necessità di una storia universale → visibile nell’opera di Polibio.
Punto di osservazione privilegiato sullo Stato romano → oggetto delle sue Storie.
Importanza delle strutture costituzionali per l’organizzazione dello Stato: monarchia,
aristocrazia, democrazia.
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I primi annalisti
Gli annales (eventi rilevanti che la città aveva conosciuto quell’anno tute le cose che
potevano essere di interessa per la storia romana) e il pontifex maximus.
Storiografia romana = influenza greca + modelli ‘autoctoni’. Rilevante il modello degli
annales redatti dal Pontifex maximus → registrazione annuale degli eventi importanti per la
città. Fabio Pittore → padre della storiografia [Link] parlò di tutta la storia romana dalle
origini mitiche fino ad arrivare al suo tempo con il fine di valorizzare le imprese di Roma;
Autore degli Annales → storia di Roma scritta in lingua greca. Massiccio impiego della
propaganda. Enfasi sugli eventi meno remoti.
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Primi passi di una storiografia ‘poetica’
Nello stesso periodo operavano anche Nevio e Ennio che svilupparono un filone dell’etica
storico celebrativa per parlare della storia recente di Roma, prima e seconda guerra punica,
mito utilizzato per radicare nel passato mitico le vicende contemporanee.
● Nevio (270 – 201 a.C.) è autore del Bellum Poenicum. Narrazione della prima guerra
punica, con flashback mitologico (il viaggio di Enea) dalla forte importanza
ideologica.
● Ennio (239 – 169 a.C.) è autore degli Annales. Narrazione dell’intera storia di Roma,
dalle origini mitiche sino al 170 a.C., con grande importanza attribuita alla seconda
guerra punica. Ennio portato a Roma da Catone il censore.
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Catone il Censore: 234 – 149 a.C.; fu il primo a dare un grande vero impulso alla storiografia
romana, quasi considerato il primo a iniziarla poi scrisse in latino e in prosa, quindi diede il
suo inizio a roma.
❖Marco Porcio Catone (detto «il Censore») scrisse, per primo, un’opera storiografica in
latino e in prosa. Autore delle Origines, in 7 libri → narrazione della storia di Roma, dalle
origini sino al 149 a.C. Reazione contro i primi annalisti, i quali:
• scrivevano in greco;
• esaltavano varie gentes aristocratiche.
❖ L’homo novus Catone diede alle Origines un’impronta collettivistica.
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Cesare: 100 - 44 a.C.; fu il maggiore esponente del sottogenere dei commentari che
significa promemoria appunti di personaggi pubblici, oppure redazioni da parte di magistrati
o personaggi politici importanti. Cesare è autore di due commentarii (→ prosa
memorialistico-militare):
❖Il De bello Gallico → narrazione della campagna militare in Gallia (58 – 52 a.C.). ❖ Il De
bello civili → narrazione della guerra civile tra Cesare e Pompeo (49 – 48 a.C.).
❖ La problema della veridicità → deformazione dei fatti in una luce favorevole.
❖ Il «Cesare» protagonista → uomo forte, curioso e razionale.
❖ Importanza della gestione finalità propagandistica pone il fine come propaganda politica.
Cesare non falsifica la storia ma la deforma, ponendo più attenzione su certi particolari e
eliminandone altri; utilizza periodi molto lunghi in cui la frase principale risulta quella finale
per mettere in risalto tutto ciò detto in precedenza.
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Sallustio: 86 - 34 a.C. Esponente del filone monografico → De coniuratione Catilinae e
Bellum Iugurthinum. Storiografia basata sul modello di Tucidide → evento contemporaneo
da cui è possibile trarre insegnamenti duraturi. La guerra inter cives secondo Sallustio → la
guerra inter cives secondo Cesare Pavese: «Ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto
somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione» (La casa in collina).
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Tito Livio: 59 a.C. - 17 d.C. Autore degli Ab Urbe condita libri, opera di impianto annalistico.
Storia di Roma, dalle origini mitiche sino al 9 a.C. (morte di Druso) o al 9 d.C. (sconfitta di
Varo a Teutoburgo). Opera dalla finalità pedagogica → esposizione dei valori del mos
maiorum come soluzione alla crisi del presente. Forte impegno morale e civile, rivalutato
dalla storiografia contemporanea → la presa di posizione dello storico è talvolta naturale e
doverosa.
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Tacito: 55 - 117 d.C. Autore di varie opere storiografiche:
•Agricola → dedicata al suocero Giulio Agricola.
• Germania → dedicata agli usi dei popoli germanici.
• Historiae → dal regno di Galba (69 d.C.) alla morte di Domiziano (96 d.C.).
• Annales → dalla morte di Augusto (14 d.C.) a quella di Nerone (68 d.C.).
❖ Storiografia «pragmatica» (sul modello di Tucidide e Polibio) → conoscenza obiettiva
degli eventi, attraverso la ricostruzione delle cause.
❖«Fanno il deserto, e lo chiamano pace» → dall’Agricola di Tacito alla guerra in Vietnam.
Storia di Tacitò esposizione molto realistica degli eventi quindi considerata fonte di
informazioni molto preziosa, ricostruzione oggettiva, pragmatica.
In queste opere realtà costruita anche negli aspetti più terribili, azioni umane che non
risultano mai del tutto sincere e anche la spiegazione di guerra piuttosto sanguinose.
Tacito vive nel periodo dell’espansione di Roma ai limiti massimi ma in cui la decadenza
culturale è evidente.

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