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Keynes

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J. M.

KEYNES
LA CRISI ECONOMICA DEL 1929 E IL NEW DEAL

1929 → Crollo borsa di New York, imprese fallite.


1933 → Circa 13 milioni di persone senza lavoro.
Le premesse della crisi
Negli anni Venti, i prezzi dei prodotti agricoli negli Stati Uniti crollarono perché l'Europa,
ripresa dalla guerra, comprava meno cibo americano. Questo portò a troppa offerta e a
prezzi bassi. Gli agricoltori abbassarono i prezzi per vendere di più, ma guadagnavano
meno e molti fallirono. La crisi si diffuse, causando fallimenti di aziende, disoccupazione
e povertà.

Il giovedì nero di Wall Street


Nel 1929, la Borsa di Wall Street crollò, causando un grande crollo dei valori azionari e
una grave depressione economica. Questo dimostrò che i mercati non potevano
risolversi da soli, e fu necessario l’intervento del governo.

Roosevelt e il New Deal


Tra il 1933 e il 1937, il presidente Roosevelt lanciò il New Deal per creare posti di lavoro
e rilanciare l’economia. Lo Stato finanziò grandi progetti, come dighe, e introdusse riforme
come sussidi per i disoccupati, salari minimi e pensioni. Gli agricoltori ricevettero aiuti per
ridurre la produzione e far salire i prezzi.

Un nuovo ruolo per i governi


La crisi si diffuse anche in Europa, dove molti governi adottarono misure simili al New
Deal. Questo portò a un maggiore intervento dello Stato nell’economia, accanto alle
imprese private.

LA TEORIA KEYNESIANA DELL’INTERVENTO PUBBLICO

John Maynard Keynes pensava che lo Stato dovesse aiutare l’economia invece di
lasciarla completamente al mercato. Le sue idee influenzarono il presidente Roosevelt,
che lanciò il New Deal per sostenere l’economia con spese pubbliche.

La situazione di sottoccupazione
Keynes criticava la teoria di Say, che diceva che i mercati si autoregolano e non ci sono
crisi. Keynes spiegava che i mercati spesso hanno sottoccupazione, cioè risorse non
utilizzate e domanda inferiore all’offerta, che può portare a crisi.

La funzione delle spese pubbliche


Keynes riteneva che durante una crisi lo Stato dovesse spendere in progetti pubblici per
creare posti di lavoro e aumentare i redditi e i consumi. Questo fa crescere la domanda e
permette all’economia di riprendersi.
Stato e mercato nel pensiero keynesiano
Keynes non pensava che lo Stato dovesse sostituire le imprese private, ma aiutare e
guidare il mercato per raggiungere piena occupazione, cosa che il mercato da solo non
può sempre garantire.

Il deficit spending
Keynes suggeriva che lo Stato dovrebbe spendere molto anche se ciò porta a un
disavanzo (spese superiori alle entrate) e a un aumento del debito pubblico. Questo
debito è visto come temporaneo, poiché la spesa pubblica stimola l’economia, aumenta i
redditi e le tasse, permettendo allo Stato di ripagare i prestiti.

ECONOMIA NEOKEYNESIANA

Il sistema economico misto


Negli anni Cinquanta e Sessanta, molti Paesi europei, tra cui l'Italia, adottarono con
successo le idee di Keynes sull'intervento pubblico. Questo portò allo sviluppo di sistemi
economici misti che combinano l'iniziativa privata con il ruolo attivo dello Stato
nell'economia.

Il sistema italiano
L'articolo 41 della Costituzione italiana definisce l'economia italiana come un sistema
misto. Questo significa che l'Italia unisce elementi di mercato libero e intervento statale,
ispirandosi alle teorie di Keynes per bilanciare il ruolo delle imprese private e dello Stato.

I limiti all’iniziativa economica privata


L'articolo 41 stabilisce che la libertà economica privata è accettata solo se contribuisce
al benessere collettivo e non danneggia la società o le libertà altrui. Le attività
economiche devono servire l'interesse pubblico oltre al profitto individuale.

La programmazione economica
In Italia, lo Stato guida l'attività economica attraverso la programmazione economica. Il
Governo crea progetti che possono essere adattati alle situazioni per orientare le imprese
verso obiettivi sociali e di sviluppo.

SUCCESSI E CRITICITA’ DEL MODELLO KEYNESIANO

La scuola neokeynesiana
Il neo keynesismo è una corrente economica che si basa sulle idee di Keynes
sull'intervento dello Stato. Economisti come Paul Krugman, John B. Taylor e Joseph
Stiglitz sostengono che lo Stato è importante per garantire piena occupazione e stabilità
economica.

I successi del modello keynesiano


Negli anni Cinquanta e Sessanta, molti Paesi, inclusa l'Italia, videro un grande
miglioramento del reddito, dell'occupazione e del benessere. Questo successo fece
crescere l'influenza del pensiero neokeynesiano, che si concentra su come lo Stato può
usare tassazione e politiche fiscali per mantenere stabile l'economia e prevenire crisi,
oltre alle spese pubbliche. In quel periodo, conosciuto come il miracolo economico in
Italia, l'economia globale crebbe più rapidamente che in passato.

Le criticità
Le idee neokeynesiane non risolsero tutti i problemi economici in Italia. In particolare:

- Divario Nord-Sud: Il Sud Italia, rimasto indietro e agricolo, continuava a essere molto
diverso dal Nord, che si stava industrializzando rapidamente. I tentativi di aiutare il Sud
con investimenti e infrastrutture non furono abbastanza efficaci.

- Differenze di produttività: Alcune imprese nel Nord erano avanzate e moderne, mentre
molte altre, soprattutto nel Sud, erano poco sviluppate e gestite in modo familiare.

- Disuguaglianza dei redditi: La crescente disuguaglianza portò a conflitti tra lavoratori alla
fine degli anni Sessanta.

Infrazione e stagflazione

Negli anni Sessanta e Settanta, molti Paesi, incluso l'Italia, iniziarono a vedere un forte
aumento dei prezzi (inflazione) e una stagnazione economica.

Questo accadde perché:


- I salari dei lavoratori aumentarono, e le imprese alzarono i prezzi per coprire i costi più
alti. Inoltre, le famiglie spendevano di più, spingendo ulteriormente i prezzi verso l’alto.
- I Paesi produttori di petrolio (Opec) limitarono la produzione di petrolio, facendo salire
i prezzi del petrolio e causando inflazione e diminuzione dei consumi e della produzione.

Questa situazione creò un problema difficile da risolvere, chiamato stagflazione, in cui ci


sono sia prezzi elevati che crescita economica stagnante. Gli interventi per combattere
uno dei due problemi possono aggravare l'altro.

Negli anni Ottanta, molti criticarono le idee neokeynesiane perché non erano riuscite a
risolvere questi problemi economici.

IL RITORNO DELL’IDEOLOGIA LIBERISTA

L’affermazione del neoliberismo

Negli anni Ottanta, il modello economico che prevedeva un grande intervento dello Stato,
basato su Keynes, iniziò a mostrare problemi come alta inflazione e difficoltà nei conti
pubblici. Per risolvere questi problemi, molti Paesi adottarono il neoliberismo, che
suggerisce un ruolo minore per lo Stato e più libertà per le imprese.

Cosa prevede il neoliberismo:


- Privatizzazione: Trasformare le aziende statali in aziende private.
- Deregolamentazione: Ridurre le regole per rendere le imprese più libere.
- Taglio delle tasse: Abbassare le tasse per le imprese.
- Riduzione dei sussidi: Tagliare aiuti come i sussidi di disoccupazione.
- Flessibilità del lavoro: Rendere più facili le assunzioni e i licenziamenti e usare più
contratti temporanei.
- Riduzione dei salari: Abbassare i salari per ridurre i costi delle imprese e aumentare la
loro competitività.

Critiche al neoliberismo:
- Maggiore disuguaglianza: Può allargare il divario tra ricchi e poveri.
- Meno posti di lavoro: Spesso riduce i posti di lavoro e aumenta la precarietà.
- Problemi economici: Può causare nuovi problemi economici, riducendo i consumi e
aumentando le difficoltà.

In sostanza, mentre il neoliberismo cerca di rendere l'economia più libera e le imprese più
competitive, può anche aumentare le disuguaglianze e creare problemi economici.

LA TEORIA KEYNESIANA E LE VARIABILI MACROECONOMICHE


La rivoluzione keynesiana
Secondo i neoclassici (legge di Say), l’offerta è sempre in grado di garantire una
corrispondente domanda e nel mercato del lavoro, in presenza di disoccupazione, è
sufficiente ridurre i salari per riportare il sistema in equilibrio.
Inoltre, secondo loro, l’intervento dello Stato in ambito economico è del tutto inutile o
addirittura dannoso.

Keynes rivoluziona totalmente questo pensiero: secondo lui le economie di mercato non
sono in grado di generare equilibrio di piena occupazione, al contrario, la situazione
dell’economia corrisponde alla sottoccupazione (le risorse disponibili non sono
pienamente sfruttate).
In più, la riduzione dei salari comporta una diminuzione dei consumi, quindi della
domanda aggregata e di conseguenza del reddito nazionale, determinando un aumento
dei disoccupati e della crisi del sistema economico.
Keynes pensò anche che il ruolo dello Stato fosse decisivo attraverso gli interventi di
politica economica (aumentando la spesa pubblica).

Gli elementi di novità della teoria keynesiana


• ruolo centrale assegnato alla domanda aggregata (quantità di beni e servizi
richiesti dalla collettività)
• l’importanza dello Stato (specialmente in sottoccupazione per contrastare le
situazioni di squilibrio)
• il ruolo delle variabili monetarie (influenzano le scelte degli operatori economici)
• la distinzione tra le decisioni del risparmio e quelle degli investimenti: le prime
sono condizionate dal reddito disponibile e dai consumi; le seconde, invece, sono
volte unicamente ad utilizzare il capitale nella produzione per trarne il massimo
vantaggio.

LA TEORIA KEYNESIANA DEL CONSUMO


Nell’analisi macroeconomica di Keynes, il consumo è funzione crescente del reddito
disponibile.

La propensione al consumo
Tuttavia, al crescere del reddito disponibile, la quantità di bene da soddisfare tende a
ridursi e le famiglie tendono a risparmiare.
Possiamo definire i concetti di:
• propensione media al consumo: è il rapporto tra la parte di reddito impiegata per i
consumi e il reddito stesso
• propensione marginale al consumo: è data dal rapporto tra l’incremento del
consumo e l’incremento del reddito.

Gli altri fattori che condizionano il consumo


Oltre al reddito, esistono altri fattori che condizionano il consumo:
• motivo di comparazione: imitazione delle abitudini di consumo; persone che
vengono influenzate
• effetto eco: il livello del consumo dipende dal reddito percepito in un periodo
precedente
• consumo indotto: si manifesta tramite la pubblicità che suggestiona i consumatori
(non nasce dai reali bisogni degli individui)
• aspettative dei consumatori: previsioni che i soggetti fanno in base alle future
variazioni del reddito (se si prevede un aumento del reddito le persone sono
stimolate a spendere di più)

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