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ORAZIO

Orazio poeta latino

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ORAZIO

Orazio nacque tra la Puglia e la Lucania nel 65 a.C. Suo padre era un liberto, dunque le
origini del poeta erano umili ma egli non versava in condizione economica disagiata, infatti
riuscì a ricevere un'istruzione adeguata. Nel corso della guerra civile si arruolò nell'esercito
di Bruto, dalla parte dei cesaricidi, partecipando alla battaglia di Filippi contro Antonio e
Ottaviano. Tornato a Roma egli inaugurò la sua attività letteraria. La svolta decisiva nella
vita di Orazio avvenne nel 38 a.C. quando conobbe Mecenate che, dopo 9 mesi, lo ammise
nel suo circolo. Da allora la vita di Orazio si svolse dedita alla letteratura e anch'egli, come
Virgilio (uno dei suoi più cari amici), non si sposò e non ebbe figli. Successivamente
Mecenate, suo caro amico e a cui dedicò tutte le sue opere, gli fece il dono di una villa
dove il poeta amava soggiornare. Anche Orazio diede il suo contributo al programma
politico-culturale di Ottaviano componendo carmi celebrativi. In occasione dei ludi
saeculares, compose infatti un inno agli dei protettori di Roma: il Carmen saeculare, che
venne cantato da 27 giovinetti sul Palatino. La sua attività letteraria fu molto proficua, egli
scrisse: le Satire, gli Epodi, le Odi, le Epistole. Negli ultimi anni la produzione letteraria di
Orazio andò diminuendo fino a cessare del tutto. Egli morì alla fine di novembre dell'8 a.C.
e fu sepolto sull'esquilino accanto a Mecenate.

Le Satire
Il fatto che la satira, in qualità di genere, non avesse un diretto corrispondente nella
letteratura greca, indusse Orazio a precisarne e illustrarne i contenuti e la forma. A questo
scopo il poeta dedicò tre componimenti: le satire quarte e decima del libro I e la prima del
libro II. Orazio presenta Lucilio (oltre Ennio) come l'iniziatore della satira (egli scrisse infatti
delle vere e proprie invettive dove andava a colpire senza mezzi termini le persone), ma in
ogni caso sente l’esigenza di nobilitare* il genere ricollegandolo alla commedia antica
greca (che avanzava delle vere e proprie critiche e attacchi agli uomini politici) *, di cui cita
il più celebre rappresentante: Aristofane.
Orazio rileva l'importante differenza tra i due generi, costituita dall'utilizzo di metri diversi.
Per le Satire, Orazio eredita infatti l'esametro da Lucilio ma punta su un aspetto comune
sia alla commedia antica che alla satira luciliana: l'abitudine di attaccare direttamente e
personalmente gli avversari. Lucilio viene infatti presentato come un moralista
decisamente aggressivo, sempre pronto a colpire ironicamente i viziosi (uomini con vizi)
del suo tempo.
Alla componente moralistica è collegato un altro aspetto della poesia satirica:
l'impostazione soggettiva, l'Io lirico, che consente all'autore di esprimere in prima persona
le proprie opinioni e i propri giudizi. Un altro tratto distintivo della satira è lo spirito, cioè la
capacità di affrontare temi impegnativi con arguzia e ironia. Questa caratteristica era tipica
di un'altra forma letteraria: la diatriba, da cui sono influenzate ampiamente le satire di
Orazio. Quest'ultimo, a differenza di Lucilio (che critica la tragedia), riconosce la superiorità
degli altri generi rispetto alla satira (genere di serie B) e anzi con modestia dice addirittura
di non poter aspirare al titolo di "poeta".
La satira rinuncia al linguaggio della letteratura sublime e sceglie un livello linguistico
vicino all'uso della lingua parlata. Orazio afferma infatti di scrivere sermoni propiora:
accosta cioè la satira al sermo (linguaggio parlato da tutti).
Orazio applica poi il principio del labor lime, cioè la necessità di un'accurata elaborazione
stilistica.
Un altro motivo caratteristico della poetica oraziana riguarda il rapporto con il pubblico.
Orazio afferma che la sua produzione è riservata a pochi intimi. Emerge qui la concezione
di un'arte aristocratica destinata a una cerchia ristretta di intenditori.
---
L'impostazione soggettiva non viene messa in atto da Orazio come una semplice
autobiografia (un’esposizione di fatti personali) ma si presenta come la disponibilità a
rivelare aspetti significativi dell'io interiore per sviluppare da questi, considerazioni di
validità generale affinché il lettore possa immedesimarsi ed identificarsi. Orazio si impegna
a spostare l'attenzione dagli individui ai comportamenti (i veri e propri vizi); l'attacco
personale quindi perde la sua importanza.
Lo spirito è molto apprezzato da Orazio come momento fondamentale poiché possiede un
fine moraleggiante e per questo tiene viva l'attenzione degli spettatori. Intonazione
personale, riflessione morale e gusto per l'intrattenimento sono le componenti principali
della satira oraziana.
Le satire di Orazio si dividono in "narrative" e "discorsive". La prima parte da un fatto o un
episodio che viene raccontato in modo coinvolgente, mirando soprattutto ad intrattenere
il lettore. La seconda al contrario tratta di una serie di argomentazioni e riflessioni (simile
alla diatriba). Sia le satire narrative che quelle discorsive possono avere un andamento
monologico e dialogico. Nel primo caso l'autore parla in prima persona, nel secondo
parlano più persone (in genere due).
I due concetti morali fondamentali per Orazio sono:
- la metriotes (senso della misura): questa sanciva che la virtù consiste nell’equilibrio tra
ogni cosa. Famosa è infatti la citazione est modus in rebus: ‘ci deve essere una misura in
ogni cosa’.
- l’autarkeia (autosufficienza): consiste nella limitazione dei desideri per evitare i
condizionamenti esterni, che impediscono di raggiungere la libertà interiore.
Ecco dunque i due capisaldi da cui si sviluppa la riflessione della satira oraziana: una
riflessione orientata verso la morale pratica e che mira alla serenità. Ritroviamo quindi
anche in Orazio l’adesione alla filosofia epicurea.
Queste convinzioni sono affidate al personaggio del poeta satirico, in cui l’autore riflette
alcuni aspetti della sua personalità: egli si presenta non tanto come un saggio ma come un
individuo che ricerca la verità innanzitutto per sé stesso, mosso da un’esigenza di
miglioramento spirituale. Nel II libro, tuttavia, questa figura tende a spostarsi sullo sfondo
divenendo l’ascoltatore di opinioni altrui. Orazio accentua quindi la sua autoironia
rifiutando la parte del protagonista e prendendo in giro quell’atteggiamento da persona
saggia su cui poggiavano le prime tre satire del I libro.
Per le Satire, Orazio sceglie un livello linguistico e stilistico non elevato, il lessico fa spesso
ricorso a espressioni colloquiali e sono evitati i vocaboli greci. Viene creato così uno stile
medio che si ispira ad una conversazione elegante. Questa apparente semplicità è in realtà
frutto di un lungo lavoro di revisione, in cui vige il principio della brevitas: Orazio tende
infatti ad eliminare quanto è superfluo e a concentrarsi sui mezzi espressivi. Tra questi
abbiamo la callida iunctura, cioè un’accorta e originale associazione di termini, capace di
trarre effetti nuovi con termini già conosciuti.

Gli Epodi
Gli epodi sono 17 componimenti. In questo caso Orazio non ha bisogno, come per la satira,
di delinearne le origini poiché può riallacciarsi ad autori precedenti nella letteratura greca.
Egli allude infatti ad Archìloco e ad Ipponatte come ai propri modelli. L’epodo è un sistema
metrico in cui ad un primo verso più lungo se ne aggiunge uno più breve.
Archìloco era considerato il maggiore esponente di un’arte decisamente aggressiva, ma
dai suoi frammenti ricaviamo la grande varietà e complessità dei contenuti trattati. Tale
varietà si ritrova anche negli Epodi, infatti i temi affrontati da Orazio sono vari:
- Il filone dell’invettiva = dove si scaglia ferocemente sui vizi;
- Il filone della magia;
- Il filone della poesia civile = qui, nel settimo epodo l’autore individua la causa remota
delle guerre civili nell’antico fratricidio di Romolo o Remo;
- Il filone erotico = Orazio non intende l’amore come follia e non dedica i suoi
componimenti a nessuna donna nello specifico piuttosto egli possiede una concezione
negativa della donna, che descrive come avida e infedele;
- Un elogio alla campagna;
- Il motivo simposiaco (legato alle nozze, al banchetto) e gnomico = quest’ultimo tratta il
tema del tempo, che scorre inesorabile e alla brevità della vita.
Il lessico utilizzato negli Epodi oscilla tra il livello del parlato e momenti di maggiore
elevatezza. Ritroviamo inoltre anche qui la tecnica della iunctura.

Le Odi
Orazio dedica quattro libri alle Odi. Esse non sono la libera effusione di una soggettività
poetica ma sono strutturante programmaticamente* all’interno di una tradizione letteraria
di ascendenza greca.
Nel prologo, che apre la raccolta, Orazio, rivolgendosi a Mecenate (a cui dedica l’opera)
manifesta la sua aspirazione e intenzione di sviluppare la poesia lirica e di prendere come
punto di riferimento la poesia di Alceo, uno dei più importanti poeti lirici.
Oltre ad Alceo, anche il celebre poeta greco Pindaro esercita una grande influenza sulle
Odi. A lui però Orazio guarda come a un ideale irraggiungibile. Alla fine della sua carriera,
in un’ode del IV libro, Orazio dichiara che chi tenta di emulare i voli della poesia pindarica
(le capacità di Pindaro) è destinato a precipitare come Icaro, nessuno quindi potrà mai
raggiungerlo. Quella di Pindaro è infatti una poesia ispirata, prodotta da doti naturali (il
cigno tebano di cui scrive Orazio è proprio Pindaro, che raggiunge il successo grazie alle sue
capacità) contrapposta a quella di Orazio, una poesia frutto di un lavoro puntiglioso e di
un’infinita cura. Quest’ultimo infatti, riconoscendo i propri limiti, si dedica, come le api, a
un’arte accuratamente elaborata che rinvia al principio del labor lime. Tra le due
alternative di poesia Orazio sceglie la seconda, mostrando di considerare il livello di
Pindaro soltanto come un’aspirazione.
Un notevole cambiamento rispetto alle satire si può invece notare nell’atteggiamento che
l’autore assume. Egli è consapevole dell’importanza e del valore del genere che sta
trattando tant’è che dall’autosvalutazione utilizzata nelle Satire, passa alla dichiarazione
della grandezza della sua opera. La coscienza del proprio valore si manifesta anche nella
scelta di definire sé stesso come vates: questo vocabolo presuppone un’investitura divina
e il poeta si presenta infatti come un seguace e un protetto degli dei.
La poetica delle Odi risulta quindi dalla sovrapposizione di due concezioni distinte: da una
parte, il concetto della poesia come frutto di una tecnica perfetta e del poeta come
artigiano; dall’altra, l’idea della poesia come geniale ispirazione. Proprio questa
combinazione rende così ricca e affascinante la lirica oraziana.
I modelli principali delle Odi sono Alceo e Saffo*: essi sono il punto di riferimento più
importante anche per la metrica. Inoltre Orazio conferisce ai suoi componimenti
un’impostazione ‘allocutiva’. Raramente i suoi carmi si presentano come monologhi
interiori, ma sono al contrario, rivolti ad un destinatario, che può essere un personaggio
reale oppure una figura fittizia (immaginaria).
Ogni struttura discorsiva è collegata a una situazione particolare che inserisce il carme in
determinati schemi tradizionali. Quindi, a seconda del tema, Orazio prendeva come
modello le diverse forme letterarie. Questo non significa però che le Odi si presentino
come una sorta di collage ma indica la volontà di servirsi e di riprendere in modo personale
i vari modelli.
Orazio scrive per un pubblico dotto, che conosce perfettamente i testi a cui egli attinge; il
nuovo presuppone sempre, come termine di confronto, la tradizione.
Anche nelle Odi si possono distinguere alcuni filoni principali:
- Il filone religioso;
- Il filone erotico;
- Il filone conviviale;
- Il filone gnomico = quest’ultimo costituisce il vero centro delle Odi. I carmi gnomici
ruotano intorno ad un nucleo tematico fondamentale: la coscienza dell’incertezza del
futuro e della brevità della vita. È un’idea non molto originale ma sentita profondamente
dal poeta, che la propone ripetutamente sviluppandola in diverse direzioni. Lo svolgimento
sempre in positivo condotto da Orazio porta al riconoscimento di un’alternanza di alti e
bassi nelle vicende umane a all’invito a sostenere con sopportazione le avversità. È il
motivo del carpe diem*, cioè il consiglio di cercare la felicità nel presente e non in
un’inaffidabile ed ipotetico futuro. Orazio infatti immagina la vita come una pigna d’uva.
Essa deve essere uno spiluccare (trad. letterale di carpe) di chicco per chicco in modo che
se ne possa assaporare ognuno. Ritroviamo dunque nelle Odi i principi dell’autarkeia e
della metriotes.

*diversa dalla commedia nuova che si occupava di narrare episodi di vita quotidiana.
*trovare un aggancio nella letteratura greca significava 'nobilitare' il genere, poiché la
cultura greca era quella più illustre.
*in modo pensato.
*modello anche di Catullo.
*prendi il giorno.

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