David Hume
1. Hume e la “scienza della natura umana”
La filosofia di Hume porta alle estreme conseguenze la tradizione empirista
precedente: il suo scopo è infatti stabilire una nuova scienza della natura umana,
fondata sull’esperienza.
L’idea di fondo di questa impresa sta nel considerare l’uomo non soltanto come
soggetto del pensiero ma anche come oggetto di riflessione, considerando tutte le
credenze e i sentimenti, dalla scienza alla religione, come fenomeni naturali che,
attraverso l’osservazione si possono riportare a dei “principi” della natura umana.
Hume viene infatti considerato il filosofo della scienza della natura umana.
Secondo questa prospettiva, l’attività della ragione umana è sempre limitata
all’ambito dell’esperienza dei sensi e non è capace di alcuna conoscenza metafisica.
Ne risulta una concezione scettica della ragione, che per Hume non ha il potere di
risolvere le questioni filosofiche. E’ invece l’osservazione di sentimenti e passioni a
mostrare i fondamenti della conoscenza, della morale e della religione.
David Hume nacque nel 1711 a Edimburgo da una famiglia della piccola nobiltà
terriera, rimase presto orfano, ma fu avviato agli studi di Giurisprudenza dallo zio
paterno. A 18 anni giunse alla conclusione che i sistemi filosofici del passato
conducevano a dispute infinite perché erano interamente ipotetici e si propose di dare
un nuovo fondamento alla filosofia attraverso l’esame della “natura umana”. Lavorò
a lungo al suo imponente “Trattato sulla natura umana” pubblicato anonimo nel
1739.
Egli provò allora a ottenere una cattedra di filosofia all’università di Edimburgo ma i
suoi tentativi non ebbero esito favorevole a causa dell’opposizione dell’ambiente
accademico ed ecclesiastico, che non tollerava il suo orientamento di pensiero
scettico e antimetafisico. Negli ultimi anni lavorò ai “Dialoghi sulla religione
naturale”, ma morì nel 1776 prima di riuscire a pubblicarli; uscirono postumi nel
1779.
2. Natura umana e conoscenza
Nel primo libro del “Trattato sulla natura umana” e nella “Ricerca sull’intelletto
umano”, come Locke, Hume si propone di indagare l’estensione e i limiti della
conoscenza umana. La sua metodologia, tuttavia, è ispirata esplicitamente al metodo
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sperimentale di Newton. Hume vuole dunque realizzare una rigorosa descrizione
della mente umana, basata soltanto sulle osservazioni. Hume intende ricavare delle
leggi generali dei fenomeni mentali, così come Newton aveva fatto rispetto ai
fenomeni fisici.
Il punto di partenza dell’indagine sulla conoscenza sono le percezioni della mente,
che Hume suddivide in due specie: le IMPRESSIONI e le IDEE o PENSIERI.
Le impressioni sono le percezioni più vivaci, ovvero sensazioni, emozioni e passioni
che si presentano alla nostra coscienza con maggior forza e violenza, come le
sensazioni di calore e piacere; le idee o pensieri sono più deboli e nascono dalla
riflessione sulle impressioni precedenti. In questo modo costituiscono anche idee che
non corrispondono a nessun oggetto empirico: per esempio, l’idea di una montagna
d’oro nasce combinando le idee di montagna e di oro; e l’idea di Dio come essere
infinitamente intelligente e buono nasce aumentando oltre ogni limite le percezioni
della sapienza e della bontà che troviamo in noi stessi. Hume sfida il lettore a trovare
una sola idea che non possa essere ricondotta alla sua origine empirica in base a
questa considerazione, egli nega che esistano le idee astratte di proprietà generali.
Allo stesso modo, Hume critica le idee innate, cioè le idee prodotte nella mente
indipendentemente dall’esperienza. Alla luce di questo esame, molti dei concetti
tradizionali della metafisica risultano essere parole prive di significato. Hume rileva
che l’associazione delle idee sembra avvenire in tutti gli uomini secondo principi
universali, per cui si può paragonare quella che egli definisce “forza associativa” alla
forza di attrazione che secondo Newton spinge tutti i corpi ad avvicinarsi. Hume
definisce tre principi generali delle associazione delle idee:
1: la somiglianza, in base alla quale, per esempio, un ritratto conduce naturalmente il
pensiero alla persona che in esso è rappresentata;
2; la continuità cioè la prossimità nello spazio e nel tempo: per esempio, il ricordo
della stanza di una casa rimanda a quello delle stanze adiacenti;
3; la relazione causa – effetto, per cui se pensiamo a una ferita siamo portati a
pensare al dolore che ne segue.
La conoscenza: relazioni tra idee e materie di fatto: l’analisi delle associazioni
delle idee serve a Hume soprattutto per indagare le basi della conoscenza. A questo
scopo, egli distingue due generi di oggetti della ragione, che corrispondono a due
specie di conoscenza:
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1) le relazioni tra idee sono oggetto della conoscenza a priori che risulta
intuitivamente certa, come accade in matematica. Per esempio un teorema di
geometria esprime una relazione tra figure.
2) le materie di fatto sono oggetto delle conoscenze empiriche, formulate a
posteriori: perciò non si possono mai riportare a dimostrazioni necessarie e restano
sempre probabili. Per esempio la proposizione “Il sole sorgerà domani” è ricavata
dall’esperienza, pertanto la sua certezza non è assoluta. Hume sostiene che, quando
non ci possiamo affidare alla memoria o all’esperienza dei sensi, ogni nostra
conoscenza empirica si basa sul principio di causalità; esso ci permette infatti di
formare la spiegazione di un fatto che percepiamo mediante un altro fatto, così, dalla
percezione di un’orma sulla sabbia veniamo a sapere che è passato un uomo, o dalla
percezione di luce e fumo in lontananza capiamo la presenza di un fuoco. Ogni
relazione causale è quindi ricavata dall’esperienza, ma queste analisi forniscono una
spiegazione psicologica della nostra credenza nel legame causale, che Hume fa
risalire all’abitudine o consuetudine.
3. La religione
Anche in questo campo Hume sostiene che la ragione non può conseguire alcuna
certezza teologica e che bisogna piuttosto esaminare le basi psicologiche del
sentimento religioso.
La prima di queste tesi è al centro dei “Dialoghi sulla religione naturale” la cui prima
stesura era conclusa già nel 1751, ma che Hume, a causa delle resistenze
ecclesiastiche e dei timori dei suoi amici, non riuscì a pubblicare. In questi dialoghi,
due di loro, Cleante e Demea, sostengono in due modi diversi la possibilità di
dimostrare l’esistenza di Dio, mentre il terzo, Filone, assume una posizione scettica.
Cleante difende un teismo sperimentale, cioè la possibilità di dimostrare l’esistenza e
le proprietà di Dio a partire dall’osservazione della Natura mediante un argomento a
posteriori.
Questa analogia permette di inferire l’esistenza di un autore intelligente e onnipotente
che ha progettato la natura secondo fini. Il secondo interlocutore, Demea, afferma che
la vera natura di Dio è inconoscibile razionalmente ma che è possibile dimostrare a
priori la sua esistenza con un tradizionale argomento cosmologico: dato che tutto
deve avere una causa o ragione, deve esistere necessariamente una causa prima. Con
questa importantissima tesi, che verrà ripresa da Kant, Hume esclude ogni tipo di
dimostrazione puramente razionale dell’esistenza di Dio.
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Lo scettico Filone, a cui Hume affida la sua voce trae spunto dai difetti di entrambe le
posizioni per affermare che la credenza religiosa non è sostenuta da
argomentazioni razionali, infatti, per Hume la base della conoscenze è
l’esperienza e senza di essa, non possiamo dimostrare l’esistenza di alcunché,
Dio compreso.
L’esigenza di esaminare le basi e le conseguenze morali della credenza religiosa è
ripresa nella “Storia naturale della religione” composta sempre negli anni Cinquanta.
Hume vi sostiene che la religione non nasce da interrogativi razionali e non
coincide affatto con le indagini della teologia, essa nasce invece dalla paura e dalla
speranza che l’uomo prova rispetto alle sorti incerte della propria vita e alla
potenza della natura. In base a questo principio Hume ricostruisce le diverse forme
di religiosità che hanno successivamente dominato nelle culture umane. La prima
forma di religione è il politeismo, dopo abbiamo il monoteismo che non è sorto da un
ragionamento, ma dalla tendenza ad adulare Dio come un sovrano assoluto,
privandolo di qualsiasi limitazione: tale atteggiamento ha condotto gradualmente alla
rappresentazione astratta di un Dio puramente spirituale e infinito. Riguardo
all’influsso morale della religione, Hume individua pregi e difetti in entrambe le
forme fondamentali della credenza religiosa: il politeismo favorisce la superstizione,
mentre il monoteismo soddisfa maggiormente la ragione, ma ha la pretesa di
escludere le fedi diverse e perciò è portatore di una radicale intolleranza. La storia
delle religione ebraica, islamica e cristiana, mostra infatti come il monoteismo abbia
portato alla diffusione del fanatismo e alla perpetrazione di violenze senza precedenti
in nome della religione.