Macroeconomia
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2) Qual è la differenza tra PIL espresso a prezzi correnti e PIL espresso a prezzi costanti?
Risposta: Il PIL espresso a prezzi correnti (o PIL nominale) è uguale alla somma delle quantità
di beni e servizi finali prodotti nel sistema economico valutate al loro prezzo corrente; il PIL
espresso a prezzi costanti (o PIL reale), invece, fa vedere in che misura le variazioni della
produzione aggregata siano riconducibili soltanto all’andamento delle quantità prodotte a
prezzi costanti siccome viene determinato, in maniera arbitraria, un anno 0 da cui derivare i
prezzi.
5) Spiegare gli effetti di una politica fiscale espansiva nell’ambito del modello IS-LM
Una politica fiscale espansiva nel modello IS-LM può vertere su un aumento della spesa
pubblica o su una riduzione delle imposte e ciò comporta 2 effetti: la retroazione monetaria e
lo spiazzamento degli investimenti. In seguito a una politica fiscale espansiva la curva IS si
sposta verso destra generando un aumento del reddito d’equilibrio; l’aumento di tale reddito
genera anche un aumento della domanda di moneta (visto che bisogna finanziare un maggior
numero di transazioni) e ciò porta ad un aumento conseguente del tasso di interesse.
L’aumento del tasso di interesse genera un meccanismo di retroazione monetaria per cui
saranno scoraggiati gli investimenti (spiazzamento degli investimenti) e ci sarà quindi una
riduzione della domanda aggregata che porterà alla riduzione del reddito.
6) Che cos’è la curva LM?
La curva LM individua tutte le combinazioni di reddito e tasso di interesse compatibili con
l’equilibrio sul mercato monetario. Essa è inclinata positivamente quindi se aumenta il
reddito necessariamente deve aumentare anche il tasso d’interesse (fermo restando il resto)
per mantenere in equilibrio il mercato monetario. Si chiama curva LM siccome l’equilibrio sul
mercato della moneta comporta una situazione in cui la preferenza per la liquidità è uguale
all’offerta di moneta L=M
10) Per quale motivo il moltiplicatore della spesa autonoma è più grande in economia chiusa
di quello in economia aperta?
Risposta: Il moltiplicatore della spesa autonoma in economia chiusa è 1/1-c1 mentre quello in
economia aperta è 1/1-c1+m dove la m sta per la propensione media e marginale ad
importare. Siccome nel moltiplicatore della spesa autonoma in economia aperta abbia un
altro termine al denominatore, appunto m, ciò fa sì che il denominatore aumenti e di
conseguenza rende più piccolo il valore del moltiplicatore. Concludendo possiamo dire che il
motivo per cui il moltiplicatore della spesa autonoma in economia aperta è di un valore
inferiore rispetto a quello in un’economia chiusa è dovuto al fatto che una parte
dell’incremento della domanda conseguente all’espansione sfugge poiché rivolta alle
produzioni estere sotto forma di maggiori importazioni anziché alle produzioni nazionali.
13) Quali sono le ipotesi alla base della teoria quantitativa della moneta?
Risposta: Alla base della teoria quantitativa della moneta di Fisher sviluppata all’inizio del
‘900 vi sono 2 ipotesi; la prima riguarda l’assunzione del reddito prodotto in termini reali
mentre la seconda fa riferimento al fatto che la velocità di circolazione della moneta sia
indipendente dalla quantità della moneta. Si assume il livello di reddito costante per la
tensione verso la piena occupazione di tutti i fattori produttivi e la velocità media di
circolazione costante per diversi fattori istituzionali (come le abitudini di pagamento di una
data collettività). Una variazione della quantità moneta corrisponde a un’eguale variazione
percentuale del livello dei prezzi.
P= (V*/Y*) M
14)Quali sono le implicazioni di politica monetaria della teoria quantitativa della moneta?
Ipotizzando che la velocità di circolazione della moneta e il livello del reddito reale siano
costanti, un aumento della quantità di moneta deciso autonomamente dalla Banca centrale,
determinerà un corrispondente aumento del livello generale dei prezzi. [P= (V*/Y*) M]
Il livello dei prezzi P diviene quindi l’unica variabile dipendente su cui ricaviamo gli effetti della
variazione della quantità di moneta (P è proporzionale ad M). Da ciò emerge il motivo per il
quale un individuo decide di trattenere moneta in forma liquida.
15)Per che esiste una relazione inversa tra prezzo dei titoli e tasso di interesse?
[P=R/i] Il prezzo dei titoli e il tasso di interesse sono inversamente proporzionali. Supponiamo,
per esempio, che il tasso d'interesse sui nuovi titoli sia aumentato al 5%, in modo che un
nuovo titolo da 1000 euro offra al suo possessore un reddito monetario annuo di 50 euro. In
tal caso nessuno sarebbe disposto a pagare più di 500 euro per un titolo che frutta soltanto 25
euro l'anno. e, quindi, gli operatori si attendono un aumento del tasso di interesse, prevedono
anche un calo del prezzo dei titoli: se ciò si verificasse, accadrebbe che chi detiene titoli
vedrebbe il loro valore diminuire e registrerebbe una perdita in conto capitale. Proprio per
questo motivo, quando le aspettative sono per un aumento del tasso di interesse, gli operatori
preferiscono detenere moneta anziché titoli, per evitare perdite in conto capitale
16)Spiegare il movente speculativo netta teoria keynesiana della preferenza per la liquidità
Secondo Keynes, la base del movente speculativo della preferenza per la liquidità è
l'incertezza, intesa nel senso che differenti operatori avranno opinioni diverse su cosa
accadrà al tasso d'interesse corrente; ognuno riterrà che il tasso stia per spostarsi verso il
livello che egli considera normale. Chi ha indovinato l’andamento del mercato è quello che
poi farà il profitto. Keynes stesso ha affermato che le variazioni nella funzione della preferenza
per la liquidità, dovute ad un cambiamento nelle informazioni a causa di una revisione delle
aspettative, saranno spesso discontinue e perciò saranno all'origine di una corrispondente
discontinuità nella variazione del tasso d'interesse. Secondo questo punto di vista, gli
individui detengono una parte di moneta per scopi transattivi e precauzionali ed un’altra come
riserva di valore, detenzione di ricchezza.
17) Perché un aumento della spesa pubblica, a parità di altre condizioni, determina un
aumento del reddito di equilibrio?
Risposta: Dal momento che la spesa pubblica è una componente della domanda aggregata,
se la prima aumenta, anche la seconda aumenterà e di conseguenza ciò determina un
aumento più che proporzionale del reddito di equilibrio per effetto del moltiplicatore (1/1-c1).
Tale situazione può generarsi anche in senso opposto, quindi se cadono gli investimenti
proporzionalmente ciò farà scendere il livello del reddito.
18)Perché un aumento delle imposte, a parità di altre condizioni, determina una riduzione del
reddito di equilibrio?
Un aumento delle imposte, a parità di altre condizioni, determina una riduzione del reddito di
equilibrio perché comporta una riduzione della domanda aggregata. Il moltiplicatore che
influisce sulla riduzione del reddito di equilibrio è -c/1-c1 dove si ha -c, con segno negativo,
perché questo reddito invece di essere speso per consumi viene utilizzato per pagare
l’imposta; quindi il reddito di equilibrio diminuisce.
29)Perché un aumento del tasso di interesse causa una riduzione della domanda di moneta?
Se il tasso di interesse diminuisce, quindi il valore dei titoli a reddito fisso aumenta, conviene
acquistare titoli anziché detenere moneta, sia perché i titoli rendono molto, sia perché il
pubblico prevede che il loro valore è destinato ad aumentare. Quindi, la domanda di moneta
è bassa. Al contrario quando il pubblico si aspetta un aumento del tasso d interesse, ossia
una diminuzione del valore dei titoli, in questo caso, conviene tenere moneta anziché titoli,
sia perché questi rendono poco, sia perché si prevede una diminuzione del loro valore. In altri
termini, quando il tasso di interesse è basso, il costo opportunità del tenere moneta è
modesto e il rischio del detenere titoli è alto. La relazione perciò tra tasso di interesse e
domanda di moneta è inversa
30)Attualmente lo Stato si può finanziare collocando titoli sul mercato primario?
Si, attualmente lo stato può finanziare il suo disavanzo collocando titoli di nuova emissione
sul mercato primario. Tali titoli non possono essere acquistati sul mercato primario dalla
banca centrale, decisione preso dal trattato di Maastricht. In altri paesi è possibile che la
banca centrale garantisca titoli, è il caso per esempio del Giappone.
31)Per quale motivo al crescere del salario reale l’offerta di lavoro aumenta?
Risposta: Ogni individuo può scegliere la proporzione di tempo da dedicare al tempo libero, L,
o al lavoro. Lavorando ottiene un salario che gli permette di aumentare il proprio consumo; il
salario costituisce dunque il costo opportunità del tempo libero. Siccome esiste un limite
massimo di ore che ciascun individuo può lavorare, questi devono far fronte ad un vincolo di
bilancio: w(N-L)=PC. Ciò sta a significare che il reddito derivante dall'attività lavorativa (N - L =
N indica il numero d'ore lavorate) deve eguagliare il valore totale del consumo che è dato dal
prodotto della quantità del bene di consumo C e del suo prezzo P. Se il salario è molto basso,
può capitare che l'individuo non sia per nulla disposto a lavorare. Supponendo che, dato il
prezzo P, il salario monetario aumenti da w1 a w2; la retta del vincolo di bilancio ruota in senso
orario, dal momento che la sua pendenza, misurata dal salario reale w/P, aumenta. Da ciò si
può dedurre che l'aumento del salario reale determina un aumento del costo opportunità di
ogni ora di tempo libero per cui l'individuo aumenta le ore dedicate al lavoro e riduce quelle
dedicate al tempo libero.
32)Per quale motivo al crescere del salario reale la domanda di lavoro si riduce?
Al crescere del salario reale W/P, la domanda di lavoro si riduce perché il prodotto marginale
che misura l’inclinazione della funzione di produzione aumenta; questo perché la relazione
tra PML e quantità di lavoro domandata è inversa.
Assumendo quindi che il salario reale sia w1\p1, l’impresa acquisirà tante ore di lavoro fino al
punto in cui la produttività marginale sarà uguale a questo salario reale. La quantità di lavoro
impiegata dall’impresa sarà poi N1. Ipotizzando ora una riduzione del salario reale, che
scende a w2\p, l’impresa prenderà altre decisioni e la domanda di lavoro sarà quindi uguale a
N2. se l’impresa in corrispondenza di un salario reale w1\p assumesse lavoratori per una
quantità di lavoro superiore a N1, significherebbe che per queste ulteriori ore di lavoro
maggiori di N2, il costo di queste, misurate sempre dal salario reale, sarebbe maggiore della
produttività marginale, che misura il contributo in termini di produzione aggiuntiva. I profitti si
stanno dunque riducendo in quanto i costi superano i ricavi. Sarebbe razionale per l’impresa
se vuole massimizzare profitti fermarsi in corrispondenza dell’uguaglianza tra prodotto
marginale e salario reale.
34)Per che nel modello neoclassico del mercato del lavoro non c’è posto per la
disoccupazione involontaria?
Risposta: Nel modello neoclassico non c’è spazio per la disoccupazione involontaria perché
si assume che il salario si aggiusti sempre per eguagliare domande e offerta, quindi non c'è
spazio per l'esistenza della disoccupazione involontaria. Ciò non significa che non possano
esistere disoccupati; significa piuttosto che questi individui sono disoccupati volontari, vale a
dire non sono disposti a lavorare al salario corrente.
35)Che cosa sono i salari di efficienza?
La teoria dei salari di efficienza è usata come ipotesi alternativa, oltre a quella dei modelli
insider-outsider, per spiegare l’esistenza della disoccupazione involontaria come fenomeno
di equilibrio anziché come situazione transitoria. La teoria dei salari efficienti parte da 2
assunti: il primo è che le imprese non possono controllare la reale produttività dei lavoratori e
la seconda è che il salario influenza la produttività. Tale teoria dimostra come esiste una
relazione positiva tra salario e produttività e quindi quando l’impresa considera l’opportunità
di ridurre i salari si trova in realtà di fronte a un trade-off siccome un salario minore comporta
da un lato costi minori ma dall’altro una minore produttività e quindi minori profitti. Dunque
l’elevato salario che le imprese sono indotte a concedere per ottenere una prestazione
migliore da parte dei lavoratori, porta a una situazione in cui in corrispondenza di quel livello
salariale vi sarà un certo livello di disoccupazione.
36)Perché il salario tende ad essere rigido verso il basso nel modello insider-outsider?
Nel modello insider-outsider, gli insider sono i lavoratori già impiegati dall’impresa mentre gli
outsider sono i disoccupati in cerca di lavoro. L’assunzione fondamentale di questo modello è
l’esistenza dei costi di “turnover” ossia quei costi che rendono oneroso rimpiazzare un
lavoratore con un nuovo assunto ad esempio come i costi legali di licenziamento o i costi di
formazione del nuovo personale; ma ci sono anche costi di turnover meno espliciti come il
comportamento ostile degli insider verso i nuovi assunti, riducendo così la loro produttività.
Gli outsider, consapevoli della potenziale discriminazione nei loro confronti, incrementano il
salario minimo cui sono disposti a lavorare. Alcune possibili conseguenze di questo modello
sono ad esempio lo scarso avvicendamento di lavoratori e nel caso in cui si verifichi uno
shock negativo che sposta la curva di domanda aggregata verso il basso, l'impresa dovrà
ridurre la forza lavoro e una parte degli insider perderà il posto. Inoltre la prolungata riduzione
della domanda aggregata porterebbe ad un aumento della percentuale di disoccupati di
lunga durata sui disoccupati complessivi. Questo fenomeno accentuerebbe il potere degli
insider, poiché i disoccupati di lunga durata non sono in pratica concorrenti effettivi degli
occupati. I modelli insider-outsider, dunque, permettono di spiegare non solo la rigidità
salariale ma anche le risposte asimmetriche di fronte a shock che colpiscono la domanda di
lavoro.
39)Perché la curva di Phillips è stata utilizzata come strumento di politica economica dai
governi?
Perché se noi assumiamo che esiste questa relazione inversa tra l’andamento della
disoccupazione e la dinamica salariale o tra il tasso di inflazione e il tasso di disoccupazione,
ciò può rappresentare una sorta di guida per il governo nel momento in cui deve gestire la
politica economica. Un governo più attento alle ragioni della disoccupazione, che vuole per
esempio ridurre questo aspetto, dunque spostarsi da destra verso sinistra lungo la curva di
Phillips, deve essere però consapevole che questo implicherà una qualche rinuncia in termini
di inflazione, dovendo accettare un tasso di inflazione più elevato. Viceversa, un governo che
volesse ridurre l’inflazione deve mettere in conto che una misura di politica monetaria
restrittiva potrebbe avere effetti deleteri sulla disoccupazione.
44)In regime di tassi di cambio fissi che cosa deve fare la Banca Centrale se il tasso di cambio
del suo paese tende a deprezzarsi?
Risposta: In un regime di tassi di cambio fissi se il tasso di cambio tende a deprezzarsi, la
conseguenza è che il pezzo tende ad aumentare, quindi avremo un aumento del prezzo della
valuta estera in termini di valuta nazionale. Questa tendenza del tasso di cambio ad
aumentare potrebbe non essere consentito dagli accordi di cambio e a questo punto per
evitare che il prezzo ecceda il limite consentito deve intervenire la banca centrale. Qui la
banca centrale va sul mercato e offre una quantità di valuta estera, che attinge dalle riserve di
cui dispone, corrispondente all’eccesso della domanda rispetto all’offerta.
45)Quali sono le differenze tra un regime di cambi fissi e uno a cambi flessibili.
Risposta: In regime di tassi di cambio fissi, il tasso di cambio per restare invariato necessita
dell’eguaglianza tra domanda e offerta del mercato di valute estere. Tuttavia, il pareggio della
bilancia dei pagamenti si ottiene tramite interventi di acquisto o vendita di valute estere da
parte della banca centrale con una conseguente riduzione o accumulo di riserve ufficiali. In
regime di tassi di cambio flessibili, invece, le banche centrali si astengono dall’intervento; il
tasso di cambio si adegua in modo da equilibrare domanda e offerta di valuta estera.
46)Per quale motivo un deprezzamento del tasso di cambio favorisce le esportazioni e
penalizza le importazioni?
Risposta: Il deprezzamento del tasso di cambio comporta una svalutazione della valuta
nazionale ed una rivalutazione della valuta estera. Una svalutazione della valuta nazionale
favorisce le esportazioni siccome la valuta nazionale vale di meno, mentre la rivalutazione
della valuta estera penalizza le importazioni in quanto la valuta estera vale di più.
47)Per quale motivo in regime di cambi perfettamente flessibili la bilancia dei pagamenti è
sempre in equilibrio?
Risposta: Per definizione in un sistema a tassi di cambio perfettamente flessibili, un paese ha
sempre la bilancia dei pagamenti in equilibrio perché qualunque squilibrio viene eliminato
attraverso una variazione verso l’alto e verso il basso del tasso di cambio. Qui la Banca
centrale non interviene e lascia che il tasso di cambio si adegui sempre in modo da
equilibrare domanda e offerta di valuta estera. Il saldo della bilancia dei pagamenti è quindi
pari a zero. BP= X+ΔKF=M-ΔKF=0.
48)Per quale motivo un aumento dei tassi di interesse interni fa affluire capitali dall’estero?
Risposta: Un aumento dei tassi di interesse interni favorisce un afflusso di capitale dall’estero
in quanto gli imprenditori, alla ricerca di rendimenti migliori a livello mondiale, privilegiano il
paese con tassi di interesse più alti. In generale quando un paese fa una politica monetaria
più restrittiva, per cui i tassi di interesse tendono ad aumentare, questo comporta a parità di
altre condizioni anche un afflusso di capitali che si traduce in investitori che vengono per
effettuare investimenti nei paesi dove i tassi di interesse sono più alti.
49)Quali sono gli operatori economici che domandano valuta estera?
Gli operatori che domandano valuta sono sia tutti coloro che devono importare beni
dall’estero, quindi tutti coloro che acquistano beni dall’estero hanno bisogno di dotarsi della
valuta estera, sia coloro per esempio che devono effettuare investimenti di natura finanziaria
verso l’estero