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gilot riassunto

PARTE PRIMA
ho conosciuto Pablo Picasso nel maggio del 1943, durante l’occupazione tedesca della Francia.
Una sera io e una mia amica e altri andammo a pranzo in un piccolo ristorante eravamo lì seduti
quando vidi per la prima volta Picasso. C’era un’altra donna, era Dora mar, fotografa e pittrice
Jugoslavia che dal 1936 era la compagna di Picasso. ciò che mi colpiva di più di lei era la sua
straordinaria immobilità. Parlava poco, non gesticolava affatto, e c’era il suo atteggiamento un che
rigido più che di dignitoso. Fui poco sorpresa dall’aspetto di Picasso aveva i capelli un po’ grigi e lo
sguardo assente e gli conferivano un’area distaccata. durante la cena si alzò e venne al nostro
tavolo. Portò con sé una ciotola di ciliegie ne offrì a tutti. Gli dicemmo che facevamo le pittrici e lui
scoppiò in una risata. Il lunedì seguente bussa alla porta dell’appartamento di Picasso. Dopo una
breve attesa la porta si aprì, ci aveva aperto il suo segretario e ci lasciò entrare la sua casa era
piena di roba e vidi tutte le sue sculture. Passate alcune stanze arrivammo in un grande studio e
sul fondo scorsi Picasso. Quando ci vide il suo volto si illuminò di un sorriso e ci venne incontro. ci
parlò delle sue opere e cominciò a tenerci un piccolo corso sulla tecnica dell’[Link]ò che mi
colpì in modo curioso fin da quel giorno fu il fatto che lo studio sembrava il tempio di una specie di
religione picassiano e che tutti i presenti apparivano completamente immersi in quel culto, tutti,
eccetto quell’uno a cui quell’attenzione era [Link] sembrava dar tutto per scontato senza dare
importanza a nulla in particolare come se volesse mostrarci che non intendeva affatto essere al
centro di un [Link] giorni dopo capita nella galleria dove esponevamo io e la mia amica, la
proprietaria tutta felice mi raccontò che poco prima passò un uomo dai penetranti occhi scuri e
aveva riconosciuto in lui Picasso.
Indugia per una settimana e poi una mattina tornai a casa sua quando Picasso civile si mise a
ridere e questa volta ci esaminò attentamente e ci mostrò più quadri della prima volta. Pareva che
giocasse con i colori mentre sceglieva Montichiari le tele nell’impalcatura. Molti dei quadri che ci
aveva mostrato quella mattina avevano una base culinaria. Quelle figure staccandosi sopra un
fondo chiaro sembravano simboli della tragedia umana, più che la semplice deformazione di un
volto femminile. Ad un certo punto mi disse di aver visto la mia mostra e poiché non avevo il
coraggio di chiedergli che cosa ne pensasse mi accontentai di assumere un’area sorpresa ma lui
mi disse che ero molto dotata per il disegno. Lascia il suo studio piena di ottimismo in paziente di
ritrovare il mio studio di rimettermi al lavoro. Ripartita Genevieve la mia amica torna in bicicletta
che allora era l’unico mezzo di trasporto e per strada cominciò a piovere i miei capelli erano fradici
Picasso mi accolse dicendomi di seguirlo perché mi asciugasse i capelli, naturalmente non aveva
ogni giorno un pretesto così buono ma doveva inventarselo. Così la volta dopo era una speciale
carta da disegno che aveva scopato negli angoli polverosi dello studio. Ma qualsiasi fosse la scusa
era evidente che voleva scoprire fino a che punto fosse disposto ad accettare le sue attenzioni. Ma
io non volevo dargli modo di scoprirlo. Mi divertivo troppo a vedere le sue manovre mi portò nello
studio di scultura mostrandomi tutte le sue opere e raccontandomi come le aveva realizzate. Le
cose più curiose erano una serie di pannelli composti al modo dei surrealisti da un assemblaggio di
oggetti eterogenei. Io chiesi cosa fossero e lui mi disse che erano quelle che sembravano. Poi
improvvisamente mi baciò sulla bocca. Lascia fare. Mi guardò con sorpresa. Mi chiedi se fossi
innamorata di lui e io non potevo fermarlo gli dissi ma che ad ogni modo mi piaceva e mi trovavo a
mio agio con lui e che non vedevo alcuna ragione per porre in anticipo dei limiti alla nostra
relazione lui allora ripete: “è disgustoso. Come vuole che io sia duca qualcuno a simili condizioni?
Se lei non resiste, allora non se ne parla più. Devo riflettersi sopra”. Alcuni giorni dopo mi
ripresentò la questione negli stessi termini e io li risposi che non potevo promettergli nulla e lui si
infastidì io gli dissi che non potevo farci nulla e che le cose stavano così avesse senso o no non
potevo agire come se avessi paura di lui non avendola. Dopo un po’ di tempo smise di
corteggiarmi, non non era meno cordiale quando passavo a trovarlo ma poiché non avevo
incoraggiato i suoi primi approcci esitava tentarne di nuovi. Una mattina verso la fine di giugno mi
disse che desiderava farmi vedere il panorama dalla foresta, però che in francese indica l’armatura
delle travi che sostengono il tetto. Mi portò verso una botola a circa 1 m sopra le nostre teste e io
salì la scala lui mi viene dietro arrivata in cima spinse la botola e mi trova in una stanzetta di circa
3,5 m x 6m. Esso mi avvicino e mi circondò con le braccia dicendomi che era meglio che la
sostenevo perché non voleva che cadessi.

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quest’estate andai a passare le vacanze con Genevieve a Fontes, vicino a montpellier. in quel
periodo attraversavo una crisi, a causa delle domande che mi facevo sulla mia vita a venire. mi
sentivo un filosofo maturo nelle vesti di una ragazzina. l’amaro risveglio che mio padre mi diceva
mi avrebbe raggiunto perché “volavo tra le nuvole” mi giunse quando decisi di diventare pittrice.
avevo incominciato a dipingere a 17 anni e da due anni lavoravo sotto la guida di un pittore
ungherese di nome Roszda. la questione della pittura non era l’unica causa della mia crisi. in
quegli anni tutti i miei amici avevano più meno una decina di anni in più di me. amavo anche un
ragazzo che mi lasciò, cosi come fece Rosza, che era ebreo e dovete tornare subito a budapest. fu
allora che incontrai picasso. durante quell’estate, i colpevoli del mio malessere erano i miei
genitori, da allora decisi di prendere tutte le decisioni per conto mio, anche, andando incontro ad
una rottura. ricevetti tante botte da mio padre, non contento della mia scelta di fare la pittrice. andai
ad abitare con mia nonna, mia alleata contro mio padre. giunse novembre prima che rincontrassi
Picasso. per la prima volta con una persona che aveva il triplo della mia età trovai una facilità di
comprensione mai provata prima. ci iniziammo ad innamorare e le mattine in cui non davo lezioni
di equitazione, le trascorrevo a casa sua. in quella casa c’era sempre qualcuni, i soliti: Zervos, Ap
Molltet, Dubois, anche Sartre veniva spesso. una mattina andai a casa sua con delle tele che
desideravo far vedere a picasso, quando arrivai Sabartes mi disse che avrebbe fatto andare solo
me, perché picasso non voleva vedere nessuno. appena salita lo vidi parlare con un uomo magro
dallo sguardo intenso, Malraux. Mi presento a lui e una volta andato via mi disse “spero che
apprezzerai il regalo che ti ho fatto, di averti fatto parlare con lui, nessuno avrebbe dovuto vederlo
qui”. in realta, la leggenda che avvolgeva quell’uomo mi aveva entusiasmato ma trovandomelo di
fronte con quel volto tormentato da un tic nervoso, ne ero rimasta delusa. Un altro frequentatore
dello studio di Picasso era Brassai, il fotografo. non tutti i visitatori erano graditi. I tedeschi
creavano sempre un nuovo problema a picasso che era ai loro occhi un artista degenerato. Oltre a
lui anche Matisse era preso di mira. in quel periodo un’atmosfera kafkiana circondava certi
frequentatori dello studio di picasso. Picasso dava veramente prova di coraggio restando a Parigi
durante la guerra, lui mi disse che sarebbe partito solo se avesse voluto, e che restare li non era
una manifestazione di coraggio, ma una forma di inerzia. mi disse una volta che avrebbe voluto
che io vivessi nella “foresta” sul tetto dove mi aveva portato tempo prima, cosi da essere solo con
lui, nascosta. a me quell’idea piaceva, mi sarei tagliata fuori a tutti e mi sarei abbandonata a una
persona che mi interessava enormemente. comunque rimandammo. un pomeriggio andai perché
lui mi spiegasse la tecnica dell’incisione. mi spiego varie cose facendomi vedere nuove opere. mi
disse che io era la modella per alcuni di questi lavori, anche se io non mi riconoscevo. , mi faceva
delle domande. poi salimmo la scala a chiocciola che portava al piano di sopra e i guido verso la
camera da letto. mi spoglio e io rimasi in piedi. lui mi rassicuro dicendomi che non aveva fretta ecc
[Link] sentii che potevo fidarmi di lui, e da allora cominciai a vivere la mia vita. ancora oggi
permane in me il ricordo di quella sua dolcezza straordinaria. mi disse che avrebbe voluto fermare
il corso del tempo. lui era capace di evitare tutte le forme stereotipate nei suoi rapporti umani. .
quando lo lasciai quel giorno, sapevo che qualunque cosa fosse accaduta, meravigliosa, dolorosa
o tutte e due insieme, sarebbe stata di un’importante estrema.

PARTE SECONDA
1944: stavo lavorando su un’opera e pablo mi ava i suoi consigli, mai muovendo una critica
direttamente. in quel tempo lui stava lavorando su una serie di vedute di parigi. . mentre lavorava
su varie opere mi disse: “per me dipingere è compiere un’azione drammatica nel corso della quale
la realtà si trova lacerata, l’atto plastico puro è meramente secondario per quanto mi riguarda”
“voglio svelare allo spettatore qualcosa che lui non è in grado di scoprire senza di me”. quell’estate
poco prima della liberazione, c’erano molti allarmi e l’unico mezzo per attraversare parigi era la
metropolitana. io prendevo la bicicletta. negli ultimi giorni io e pablo parlavamo al telefono, perché
era quasi impossibile [Link] disse che voleva andare a trovare sua figlia maya, spaventato.
parigi venne liberata il 24 agosto. quando èwarigi fu liberata tutte le alte sfere della cultura,
subirono un’epurazione. la prima rivincita fu di organizzare una retrospettiva su picasso come
segno dei tempi mutati. la mostra venne organizzata da Cassou, conservatore del musee d’art
moderne. essa provoco uno scandalo. come risultato dei contatti con casanova, una schiera di
intellettuali entrò a far parte del partito comunista e fra essi, pablo. d’un tratto, accasa della mostra,

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picasso diventò l’uomo del giorno. andavano tutti a vedere picasso, ma erano così sfiniti che
riuscivano a raggiungere lo studio e poi cadevano addormentati. mi ero sempre resa conto che
picasso era un personaggio pubblico, sentivo pero che quella era una facciata che nascondeva
una persona reale, innata e inaccessibile alla pubblica curiosità. l’adesione di pablo al partito
comunista aveva portato logicamente a un temporaneo raffreddamento dell’interesse di certi
acquirenti americani e a un calo delle vendite e dei prezzi negli stati uniti,. incontro un
commerciante americano, Jacques, ma la compravendita non andò a buon fine. dopo alcuni anni
si rincontrarono e allora il mercato di picasso era più fiorente che mai e jaquest bruciava dal
desiderio di acquistare qualche sua opera. picasso gli disse che non era abbastanza ricco per lui,
ma gli piaceva un suo cappello, e jacques disse che gliene avrebbe trovato uno della sua misura,
in cambio di un quadro. ma una volta arrivato il cappello, a picasso non piaceva, quindi niente
quadro. a quel punto era lui che faceva i prezzi per i suoi quadri, non gli altri come quando era
giovane. nel 1944-45 Kahnweiler non aveva l’esclusiva dei suoi quadri, picasso vendeva anche a
Louis carrè, faceva in modo che venissero entrambi lo stesso giorno in rue des grand
[Link] andavano d’accordo ma picasso li faceva aspettare quasi un’ora in anticamera
insieme, costretti a parlare. erano rivali. fu questa una delle prime volte che ebbi modo di notare la
tecnica di picasso nell’adoperare la gente come birilli. mi presto l’autobiografia di Alice B Toklas, la
trovai molto divertente e gli dissi che avrei voluto conoscere Gertrude Stein e lui mi disse che mi
avrebbe portato a conoscerla. quando arrivammo a casa sua, una volta seduti sul divano, mi
intimidì un po con le sue parole. mi disse che senza di lei la letteratura moderna americana non
sarebbe stata quella che è ora. da ultimo si volto e indicando il suo ritratto eseguito da picasso mi
chiese cosa ne pensassi. io le dissi con il tempo era cambiata e che non le somigliava piu. mi
trovava divertente, almeno per il momento. mi diede dei suoi libri e al momento di congedarci mi
disse: ora può venirmi a trovare da sola.
quando incominciai a fare pittura non figurativa, piacque tanto a mia nonna. dissi a pablo che
nessuno meglio di lui avrebbe potuto fare della pittura non figurativa. lui mi disse che nel 1909
faceva della pittura per la pittura. soltanto alla fine aggiungeva al ritratto gli attributi. “gli attributi
sono i pochi punti di riferimento destinati a richiamare l’occhio verso la realtà visiva, riconoscibile
da tutti. e io me ne sono servito per dissimulare la pittura pura… vedi, a quel tempo e in quei
ritratti intuivo che ciò che aveva da esprimere era abbastanza difficile da capire.” per quanto
riguarda il cubismo, dopo avermi parlato di come la sua arte assomigliava a hegel, mi disse: “il
cubismo esprimeva un vago desiderio da parte di quelli di noi che vi partecipavano di ritornare in
una specie di ordine.” gli chiesi poi in che modo un pittore potesse operare come la natura. e lui mi
disse “a parte il ritmo, un’altra cosa che colpisce è la varietà delle strutture. la scopo dei papier
colle era di dimostrare che materiali diversi potevano entrare in composizione per divent<are, nel
quadro, una realtà pittorica in competizione con la realtà della natura. non volevamo più ingannare
l’occhio, volevamo ingannare lo spirito.
settimane dopo questa nostra prima discussione attorno al cubismmo, mi misi a studiare il
movimento più in profondità. questi studi mi riportarono alle origini del movimento e ai primi tempi
di picasso a parigi, al Bateau lavoir, dove aveva dipinto la serie degli Arlecchini e del Circo. , i nudi
rosa tonali che seguirono il periodo blu. un pomeriggio andai a casa di picasso, intenta a rimanere
li il pomeriggio mentre studiava. ma invece mi accolse dicendomi che mi avrebbe portato a vedere
il bateau lavoir. arrivati mi fece vedere tutte le case dei diversi artisti. mi disse che max jacobs era
sorprendente. apollinaire era il suo bersaglio preferito. mi racconto tante storie.
a partire dal 1945 smisi di vedere P per lunghi periodi di tempo, nonostante i sentimenti che
provavo per lui e il suo desiderio di avermi vicina, ben presto mi ero resa conto che esisteva un
vero conflitto fra i nostri due caratteri, mi rendevo conto che sebbene lo divertissi e lo interessassi,
i profondi sentimenti che entravano in gioco lo rendevano inquieto, a periodi. non si difendeva
contro di me con i suoi atteggiamenti, ma contro l’effetto che producevo su di lui. mi ero spesso
accorta, che nei suoi rapporti con gli altri lui considerava il resto del mondo come dei granelli di
polvere, ma per mia fortuna io ero un granello dotato di movimento autonomo. non tornai da lui per
tre mesi. ammiravo profondamente l’artista, ma non ambivo a diventarne la vittima, come , mi pare
avesse fatto Dora Maar, che dai racconti sembrava anche una persona con dei problemi psichici.
nella primavera del 1945, Dora espose alla galleria Jeanne Bucher, io andai da sola e i suoi quadri
mi piacquero molto, vi si poteva scorgere in un certo senso il riflesso della sua comunione di spirito

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con Picasso e tuttavia lasciavano intravedere una sensibilità totalmente diversaero li da pochi
minuti quando picasso arrivo. io scivolai fuori e corsi giu per le scale, ma pablo mi insegui e mi
disse “dove pensi di andare?, non mi hai detto neppure ciao” io gli dissi “ciao” e poi corsi va. due
mesi dopo decisi di andare da lui, ma lui era turbato. mi disse che un paio di settimane prima era
andato da dora per andare a cena ma lei arrivo con i vestiti a brandelli dicendomi che un uomo
l’aveva aggredita e le aveva rubato il cane. ma lui era turbato perché non pensava che la storia
fosse vera, poi disse che due notti prima era accaduto un altro incidente, un poliziotto l’aveva
trovata nelle stesse condizioni, pensava fosse un modo per attirare la sua attenzioneieri era
andato da lei per invitarla a cena ma l’aveva trovata agitatissime e lo rimproverò del fatto che stava
conducendo una vita moralmente riprorevole. durante la cena parlò in modo allucinato, picasso
chiamo il dotto lacan (psicoanalista) . io e lui rimassimo a parlare di lei per molto tempo, e io mi
immedesimavo nella situazione in cui lei si trovava. pablo probabilmente considerava
inammissibile la debolezza di dora. passammo l’estate separati ma lui mi mancava
incredibilmente, a novembre ripresi a vederlo. avevo occupato molto del suo pensiero, lo vedevo
tramite le nuove litografie che aveva fatto. di tanto in tanto P mi portava da Mourlot, la ui stamperia
si trovava vicino alla gare de l’est. era un ambiente ingombro, decrepito.
nel febbraio del 1946, sebbene la guerra fosse finita, l’energia elettrica era ancora razionata. un
pomeriggio caddi sulle scale della nonna e mi ruppi il braccio. andai a golf juan, riposandomi e per
fare delle acqueforti. pablo aveva affittato per me i due piani superiori della casa. picasso mi venne
a trovare. li con me c’era genevieve, l’opposto di picasso. un giorno tornando, la vidi livida e vidi
picasso tutto arrabbiato: lei mi disse che lui aveva tentato di abusarla. io capivo che era il suo
modo per sbarazzarsi di lei, ma le dissi che le credevo. tornata a casa lui mi disse che lei tento di
sedurlo. dopo che gli avevo riso in faccia, accettai di rimanere li e non partire con genevienve. il
girono dopo andammo a trovare matisse, che era allettato a causa di un’operazione: sembrava un
piccolo buddha, stava ritagliando delle forme con un grande paio di forbici da bellissimi fogli di
carta dipinta a guazzo. quando aveva finito di ritagliare, lydia, la sua segretaria, le appendeva al
soffitto. tornando a casa mi disse che tornati a parigi voleva che io venissi a vivere con lui, io non
volevo. tornati a parigi, dopo una discussione, si presento da me con delle [Link] la prima volta
mia nonna incontrò picasso. l’altro impedimento perché io andassi a vivere con lui, era dora maar.
allora ci incontrammo un paio di volte anche con lei, perché mi assicurasse che non c’era più nulla
tra di loro. incontri spiacevoli, ma io ero innamorata di lui, forse x il vissuto con mio padre.. sapevo
che mia nonna non avrebbe compreso se io avessi deciso di andare da lui, allora una sera, senza
dire nulla, me ne andai. le scrissi una lettera, dettata da pablo. mi ritrasse in ‘la donna fiore’. una
volta finito mi disse: “siamo tutti, più o meno, degli animali, e i tre quarti del genere umano
somigliano agli animali. ma non tu. tu sei come una pianta che cresce mi sono chiesto come
esprimere l’idea della tua appartenenza al regno vegetale piuttosto che a quello animale. non mi
sono mai sentito spinto a ritrarre qualcuno in questo modo”. due anni dopo esegui altri ritratti, non
mi vedeva più come qualcuno di un altro regno, ero diventata più reale per lui
un altro problema del rimanere a menerbes d’estate era che dubitavo della fedeltà di pablo.
sapevo delle sue storie passate, e dei suoi figli. andava a trovare a volte marie-therese walter, ma
io non avevo ragione di preoccuparmene. notai che ogni giovedì e ogni domenica Pablo
scompariva per tutta la giornata, quando gli chiesi spiegazioni mi disse che era solito che andasse
da maya e marie therese. fin dal nostro arrivo a menerbes pablo comincio a riceve tutti i giorni
lettere da marie therese, lei scriveva sempre in modo molto affettuoso. lui mi disse che lei lo
amava veramente, non come me. fra la casa di dora e le lettere di marie therese mi sentivo molto
infelice. un giorno che pablo era uscito decisi che non potevo più continuare con lui in quelle
condizioni. c’era poco traffico e ad un certo punto comparvero marcel e pablo. io gli dissi che
volevo lasciarlo. lui mi disse che mi amava e mi prese per un braccio e mi porto in macchina e mi
prese e mi bacio. mi disse che io avevo bisogno di un figlio. io gli dissi che non era una soluzione.
mi insultò. partono per menerbes prima di quanto sperassi e poco dopo mo accorsi di essere
incinta.1946, viene il pittore Sima e proèpne a pablo di andare a lavorare al castello grimaldi.
venne poi il curatore del museo e decidemmo di andare li, pablo disse che avrebbe decorato il
museo stesso. rimase li per tutto settembre e ottobre a dipingere. parla del rapporto contrastato
con braque. mi porto in banca, dove nei sotterranei lui conservava molti dipinti. aveva due camere

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di sicurezza, nella prima c’erano i dipinti di renoir, di Rousseau, di cezanne, matisse, mirò e derain
e i suoi erano in due gruppi: una stanza fino al 1935 e l’altra quelli degli ultimi dieci anni.

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