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LEZIONE 22 - Il Seicento “secolo di ferro”

• Il Seicento è stato definito come “il secolo di ferro”, con riferimento all’enorme numero di guerre e
rivolte che devastarono l’Europa.
• Il XVII secolo è generalmente considerato come il secolo del Barocco. La cultura e la sensibilità barocca
poggiavano sulla ricerca di soluzioni nuove e ingegnose, capaci di suscitare stupore e meraviglia, in tutti
gli ambiti.
• La ricerca di soluzioni spettacolari coinvolse vari aspetti della vita pubblica: lo spettacolo non era solo
nelle fontane del Bernini o nei versi di Marino, ma anche in cerimonie pubbliche come gli autos da fé (in
cui le persone giudicate colpevoli di eresia dall’Inquisizione facevano pubblica abiura delle loro opinioni),
le prediche, le giostre, i tornei, gli ingressi di autorità e personaggi di spicco nelle città, funerali pubblici,
matrimoni, trionfi, ecc. Un’altra forma di spettacolarità è identificabile inoltre nel cerimoniale
borgognone, che si diffuse nella maggior parte delle corti europee.
• La cultura barocca coincise in molti ambiti con la cultura della Controriforma. Il Concilio di Trento aveva
cercato di regolamentare anche l’uso dell’arte e della musica come strumenti per educare e indottrinare
i fedeli. A tali direttive si rifecero quasi tutti gli artisti, pur con eccezioni mirabili come quella di
Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (1573-1610).
• In campo educativo, quello barocco fu il secolo dei gesuiti e dei loro strumenti di insegnamento e di
controllo: la Ratio studiorum (l’ordinamento dell’insegnamento basato sulla divisione degli alunni in
classi di apprendimento, sulla progressione degli studi, sulla pianificazione di orari e programmi) e gli
“esercizi spirituali” (tecniche di meditazione religiosa e di controllo delle pulsioni corporee).
• La riflessione sulla politica in età barocca non si concentrò più sulla sovranità e sull’autorità del principe,
bensì sulla “macchina” del potere, sui segreti dello Stato (i cosiddetti arcana imperii). Numerosi gli spunti
di riflessione: l’idea di dar vita a una scienza politica “cristiana”, in contrapposizione a quella inauguarata
da Machiavelli, come nell’opera di Giovanni Botero Della ragion di Stato (1589); la diffusione del
tacitismo, una visione della politica basata sulle riflessioni del grande storico romano e teorizzata da
autori quali Giusto Lipsio, Scipione Ammirato e Baltasar Álamos de Barrientos; la dissimulazione,
strumento fondamentale per occultare idee e intenzioni politiche e religiose in un’epoca di intolleranza
e repressione, raccomandata da Torquato Accetto nella sua Della dissimulazione onesta (1641) e da
Baltasar Gracián nel suo Oráculo manual y arte de prudencia (1647).
• Accanto ai teorici della politica, si diffusero inoltre esperti di arcana imperii pronti a fornire il loro
consiglio per affrontare problematiche dell’attualità politica: l’esempio più celebre fu quello degli
arbitristas nella Spagna del Cinque-Seicento.
• L’astronomo polacco Niccolò Copernico fu il primo a mettere in discussione la teoria geocentrica di
origine aristotelica, presentando invece una teoria eliocentrica, con il sole al centro dell’universo e la
terra intenta a ruotare intorno ad esso e intorno al proprio asse.
• L’italiano Galileo Galilei introdusse invece il moderno metodo scientifico, o metodo sperimentale,
basato sulla formulazione di ipotesi matematiche verificate sperimentalmente. Le sue scoperte
astronomiche (grazie al rivoluzionario strumento del cannocchiale) e soprattutto la sua adesione al
copernicanesimo gli attirarono però le attenzioni dell’Inquisizione: nel 1616 fu costretto ad abiurare le
sue tesi, e di nuovo nel 1633 dovette ritrattare l’eliocentrismo e fu condannato al carcere a vita (pena
che scontò nella sua villa di Arcetri).
• La Guerra dei trent’anni (1618-1648) fu un conflitto molto complesso, nato nel contesto
dell’impero germanico diviso dalle differenze religiose e poi ampliatosi, in varie fasi, a gran parte
dell’Europa, coinvolgendo anche potenze emergenti come la Danimarca e la Svezia. I trattati di
pace che posero fine al conflitto (Pace di Vestfalia) sancirono alcuni cambiamenti nel quadro
politico europeo, destinati ad avere lunga durata: la definitiva indipendenza delle Province Unite
dalla monarchia degli Asburgo di Spagna, l’ascesa di nuove potenze regionali come la
Confederazione svizzera e la Svezia, e soprattutto la fine dell’egemonia spagnola in Europa a favore
del predominio francese (anche se il conflitto tra Spagna e Francia terminò solo con la Pace di
Pirenei, nel 1659).
• L’Europa coinvolta nella Guerra dei trent’anni faceva i conti ormai da alcuni decenni con la
presenza di potenti ministri-favoriti. Si trattava di personaggi abili nel maneggio degli affari di
governo, che in molti casi arrivarono a governare le principali monarchie dell’epoca grazie a una
pressochè totale delega di poteri da parte dei legittimi sovrani. Vertici di possenti piramidi
clientelari che andavano dalla corte fino ai vari territori che componevano le rispettive monarchie, i
ministri-favoriti erano inoltre gli unici gestori del patronage regio, vale a dire la facoltà di concedere
grazie, privilegi, pensioni e onoreficenze, solitamente riservata solo al re. Gli esempi principali di
ministri-favoriti furono: il duca di Lerma e il conte-duca di Olivares in Spagna, i cardinali Richelieu e
Mazzarino in Francia, il duca di Buckingham in Inghilterra.
• I ministri-favoriti erano inoltre il fulcro di quello che è stato definito come il “governo straordinario
e di guerra”: un metodo di governo che prevedeva lo scavacamento della consolidata macchina
burocratica, fatta di consigli e segretari, a favore di linee di comando più corte ed efficienti, in mano
agli uomini di fiducia del favorito. Tale metodo di governo, se garantiva maggiore velocità e
prontezza nelle risposte ai problemi concreti del momento (cosa peraltro fondamentale soprattutto
in periodo di guerra), d’altra parte generava il malcontento degli esclusi dal potere, del personale
burocratico e soprattutto di tutte quelle élites, a corte come nelle province, che non erano parte
del gruppo di potere del favorito di turno.
• L’ondata di rivolte che colpì l’Europa negli anni Quaranta del Seicento va spiegata soprattutto in
riferimento al malcontento generato dal “governo straordinario e di guerra”. La più colpita fu la
monarchia degli Asburgo di Spagna, con le rivolte di Portogallo, Catalogna, Palermo e Napoli (la
cosiddetta rivolta di Masaniello). In Francia, il cardinale Mazzarino dovette far fronte alla Fronda
(1648-1653) guidata dai grandi nobili ostili al favorito e desiderosi di imporre un nuovo equilibrio di
potere dopo la morte di Luigi XIII e con la minore età di Luigi XIV.
• Dopo la morte senza eredi di Elisabetta I, si estinse la dinastia dei Tudor e il trono inglese passò al
nipote della defunta sovrana, il re di Scozia Giacomo I Stuart.
• Il regno di Giacomo I (1603-1625) generò varie opposizioni, legate a diverse questioni. Riguardo al
tema religioso, il nuovo re non continuò la politica di Elisabetta, che aveva progressivamente
avvicinato la chiesa anglicana al protestantesimo, cercando invece di uniformare il credo e di
limitare il proliferare di varie sette e gruppi. Le trattative per dare in sposa al figlio Carlo una
principessa cattolica (dapprima la sorella di Filippo IV di Spagna, alla fine la sorella del re di Francia,
Enrichetta Maria) suscitarono inoltre contrarietà nei gruppi più estremisti, specie i puritani, che
volevano “ripulire” la chiesa inglese da tutti i resti e le tracce del cattolicesimo. Ulteriore motivo di
contrasto con le élites cresciute durante il regno di Elisabetta fu la politica estera di Giacomo: non
più lotta continua alle forze cattoliche e in particolare alla Spagna, ma una politica di mediazione e
di attesa, confermata anche dalla scelta di non intervenire nella Guerra dei trent’anni.
• Altro elemento di contrasto fu generato dal potere di cui venne investito, sotto Giacomo I e poi
sotto il successore Carlo I, George Villiers, duca di Buckingham. A differenza però che in Spagna o in
Francia, essere ministro-favorito del re e dominare la corte non dava il monopolio del potere,
perché non assicurava il controllo del parlamento. Nel 1626 venne chiesta la messa in stato
d’accusa (impeachment) di Buckingham, e due anni dopo il Parlamento chiese al sovrano di firmare
una Petition of right che proibiva per il futuro prestiti forzosi o altre forme di tassazione non
autorizzate dal Parlamento, arresti arbitrari e procedure di emergenza disposte in violazione delle
legge.
• Dopo l’assassinio di Buckingham (1628), Carlo I decise di non designare altri ministri-favoriti e di
non convocare più il parlamento. Il suo periodo di governo personale (1629-1640) è stato definito
come quello in cui avvenne la definitiva rottura tra la corte (the court) e il paese (the country). Non
volendo più convocare il parlamento, Carlo fece ingenti prestiti con banchieri stranieri e impose, in
maniera spesso illegittima, nuovi dazi e imposte. In ambito religioso, il re abbracciò
l’arminianesimo, una versione moderata del protestantesimo, affidando l’arcivescovado di
Westminster, la più elevata carica religiosa del regno, al prelato William Laud. In opposizione a tale
politica cominciò in quegli anni l’emigrazione puritana verso il Nord America. In politica estera,
l’Inghilterra continuò a guardare da spettatrice la Guerra dei trent’anni, rimanendo ferma alle
richieste d’intervento delle potenze protestanti. Ma il vero terreno di conflitto per Carlo I fu nella
difficile unione dei due regni ereditati dal padre, l’Inghilterra e la Scozia.
• Per sedare una rivolta scoppiata in Scozia, Carlo fu costretto a convocare di nuovo il Parlamento
(aprile 1640). Di fronte alle richieste e alle recriminazioni di quest’ultimo, il sovrano decise di
scioglierlo dopo appena tre settimane (Short Parliament), salvo poi doverlo riconvocare, sempre a
causa della situazione in Scozia, nel novembre 1640 (Long Parliament, così chiamato perché non si
sarebbe più fatto sciogliere). Il parlamento mise in discussione e cancellò progressivamente tutte le
scelte fatte dal sovrano negli anni precedenti, spingendo anche per l’esecuzione di lord Strafford
(1641), uno dei fedelissimi di Carlo.
• Il testo noto come Grande rimostranza, che ricapitolava le posizioni parlamentari, spinse il sovrano
a tentare la prova di forza. Tuttavia, il tentativo di arresto di cinque leader dell’opposizione
parlamentare, fra cui John Pym, fallì. Nel 1642 iniziò la vera e propria guerra civile, tra l’esercito del
re e quello del Parlamento. Punto di svolta fu la creazione del New Model Army, un esercito di
volontari, anche se retribuiti, attraversato da un forte senso di corresponsabilità e di impegno in
una missione che molti credevano voluta da Dio. La ridotta presenza nobiliare favoriva poi l’ascesa
a ruoli di comando di elementi provenienti dal ceto dei proprietari terrieri e degli artigiani. Il
comando di questo nuovo esercito non fu più riservato ai parlamentari, ma a militari di esperienza
quali Thomas Fairfax e soprattutto Oliver Cromwell.
• La sconfitta dell’esercito di Carlo scatenò un dibattito sul futuro del re e della monarchia. Una
molteplicità di movimenti religiosi si era nel frattempo manifestata soprattutto all’interno
dell’esercito: particolarmente rilevante il movimento dei levellers, che sul piano religioso sosteneva
la possibilità per tutti gli uomini di raggiungere la salvezza attraverso la ragione, e che si evolse
rapidamente in senso democratico e antiautoritario, propugnando un programma di radicali
riforme economico-sociali e politiche.
• Nel 1649 un reggimento dell’esercito, guidato dal colonnello Pride, “purgò” il parlamento dei suoi
elementi più conservatori, espellendoli. Il troncone del parlamento (Rump Parliament) rimasto in
carica aprì il processo al sovrano, che venne condannato a morte e decapitato, in nome del popolo
inglese, il 30 gennaio 1649. Tre mesi più tardi la camera dei lord fu abolita e, il 13 maggio, venne
proclamato il Commonwealth, la repubblica.

Riferimenti: Benigno, L’età moderna, capp. 11-14

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