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GRECO

Riassunto V anno

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Roberta Lunghi
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PLATONE (427 - 347 a.

C)
Platone nasce ad atene nel 427 a.C da una delle famiglie della più alta aristocrazia: il padre
discendeva dall’ultimo re di atene1 e la madre dal legislatore Solone; tra i parenti figura
anche Crizia, uno dei trenta tiranni.
Notizie sulla vita ci sono giunte attraverso la lettera VII, eccezionale documento
autobiografico probabilmente autentico. L’evento principale della vita del filosofo fu l’incontro
con Socrate nel 407 a.C, che, otto anni più tardi, morirà condannato a morte per corruzione
di giovani e empietà. La morte, ingiusta, di Socrate condiziona tutta la vita di Platone, sia a
livello personale (si rifiutò di partecipare attivamente alla vita politica nella speranza di un
cambiamento) sia letterario (tutta la filosofia di Platone si tratta, almeno per i primi anni, di
una diffusione delle dottrine socratiche, quindi una trascrizione del pensiero che Socrate
aveva tramandato solo oralmente). Dal 387 a.C in poi compì ben tre viaggi in Sicilia2 nella
speranza di trovare un appoggio intellettuale finalizzato alla fondazione di una democrazia,
ma in tutti e tre non trovò terreno fertile e fu costretto a tornare in Grecia. Nello stesso anno
del primo viaggio in Sicilia fondò la sua accademia, un luogo di discussione e scambio di
idee politiche e filosofiche.

Le opere
Le opere platoniche sono convenzionalmente divise in 9 tetralogie, in base al tema e ai
personaggi, ma ultimamente si preferisce la divisione in base al tempo in cui sono stati
scritti. Le opere di Platone sono di difficile datazione ma comunque si è riusciti a dividere le
opere in tre grandi gruppi: scritti giovanili, scritti della maturità, scritti della vecchiaia. Tre
grandi gruppi che si differenziano principalmente per il linguaggio, le idee e la figura di
Socrate che viene progressivamente detronizzata, indicazione di come Platone sia maturato
e si sia discostato, almeno letterariamente, dal proprio maestro.

Lettere: T1 Politica e filosofia: la giovinezza di Platone


In questa lettera, frammento della Lettera VII, Platone racconta la propria visione politica
della città di Atene in seguito all’ingiusta morte di Socrate. Egli si esprime dicendo che la
democrazia ateniese, insieme allo Stato nella sua totalità, è corrotta ed è per questo che il
filosofo ha perso qualsiasi speranza nell’entrare attivamente nella vita politica.
Si tratta di una visione pessimistica ma ottimistica contemporaneamente: pessimistica
perché all’interno del proprio stato egli non vede margine di miglioramento; ottimistica

1
Codro secondo la tradizione
2
387, 367, 361.
perché sa che attraverso i suoi scritti potrà condurre la popolazione ateniese verso il suo
ideale di Stato perfetto.

Konrad Geiser: La funzione del dialogo platonico


In questo testo, proposto dallo storiografo e filologo Konrad Geiser, si mette alla luce la
funzione del dialogo platonico: esso è protreptico, cioè stimola e ha funzione paideutica,
verte all’insegnamento che vale per il futuro, come un κτημα ες αιει.
Platone, infatti, aveva scelto il dialogo come mezzo di comunicazione contrapponendosi a
Socrate che preferiva invece la trasmissione orale. Voleva che i suoi scritti rimanessero
eterni e insegnassero qualcosa ai lettori.

ARISTOTELE (384 - 322 a.C)


La vita del filosofo è divisibile in tre: il primo soggiorno ateniese, i dodici anni successivi in
Cilicia e Macedonia e l’ultimo periodo in cui si stabilì ad Atene in via definitiva.
Nasce a Stagira, nella Calcidica, nel 384 a.C. Si reca ad Atene e prende lezioni da Isocrate
e Platone. Insegnò all'accademia platonica fino alla morte del maestro, momento in cui il
pensiero di Aristotele si era già distaccato da quello di Platone. Dopo numerosi viaggi per la
Grecia, si stabilì definitivamente ad Atene dove fondò un’accademia simile a quella
platonica, che però comprendeva, oltre alla filosofia, anche studi sull’uomo e sulla natura.
Venne detta “Liceo” o "Peripato".
Teneva due tipi di corsi: al mattino quelli riservati agli allievi avanzati, al pomeriggio quelli
destinati al pubblico abituato ad un linguaggio meno specifico. A questi due tipi di corsi
corrispondono due tipi di scritti diversi:
● Esoterici: riflettono l’insegnamento della scuola, non vengono pubblicati e sono
composti in una forma poco elaborata perchè fungevano da appunti per la scuola
stessa. Il linguaggio è ricco di espressioni convenzionali perché questi testi servivano
da compendio, ossia aiutavano chi già familiarizzava con gli argomenti. Quasi tutti gli
scritti di cui oggi disponiamo appartengono a tale divisione. Sono divisibili in: Logica,
Fisica e scienze naturali, Psicologia, Metafisica, Etica, Politica, Retorica ed estetica.
● Essoterici: scritti in uno stile vivace e piacevole, destinati ad una larga cerchia di
lettori. Non sono stati trasmessi dalla tradizione medievale.

Filosofia prima (metafisica): Aristotele esprime la propria idea dell’essere, non pura forma
come le idee platoniche ma un “sinolo” di materia e forma in un’unità inscindibile che lui
chiama “sostanza”. La sostanza è il principio di intelligibilità dell’essere stesso.
Etica: ogni attività compiuta dagli esseri umani presuppone un fine, ma allo stesso tempo
presuppone un bene sommo, cui tendono tutte le azioni degli uomini.
Politica: l’uomo è definito animale politico, cioè nato per vivere in una polis, portato per
natura ad associarsi in forme comunitarie i cui membri hanno interessi più o meno
convergenti.
Retorica ed estetica: la retorica tende alla persuasione e si differenzia in tre tipi: retorica
deliberativa, retorica epidittica e retorica giudiziaria. Il processo di persuasione si basa su
etica, pathos e logos.

T7: La definizione della tragedia e la catarsi tragica


Il passo affronta la celebre definizione aristotelica della tragedia, in cui compare il concetto di
catarsi. È una definizione estremamente sintetica della tipologia e degli effetti della tragedia:
effetti cognitivi, legati al concetto di imitazione, ed effetti emotivi e psicologici implicati nel
concetto di catarsi tragica.
La tragedia è imitazione, che, attraverso l’azione e non la narrazione, conduce lo spettatore
verso la catarsi dalle cosiddette pathemata, ossia paura e pietà.

T8: La differenza tra poesia e storia


Viene delineata una teoria del racconto tragico come sviluppo di una sola vicenda e sono
analizzate le parti costitutive della tragedia. “La poesia è attività teoretica più filosofica e più
seria della storia”. Aristotele polemizza con la condanna platonica dell’arte, intesa come
lontana di tre gradi dalla realtà iperurania. Egli non respinge la concezione tradizionale
dell’arte come mimesi: l’arte si configura come strumento sia dilettevole e paiedeutico, sia
teoretico.
La poesia è superiore perché:
- fornisce una verità universale, non limitandosi ad indagare il particolare
- sperimenta il possibile e il probabile
- conduce verso la catarsi, essendo una forma d’arte. A differenza di Platone,
Aristotele apprezza l’arte.

MENANDRO (342 - 290 a.C)


Il teatro di età ellenistica
Dal IV secolo a.C vennero riportate in scena le grandi tragedie del passato, in una
prospettiva edificante e neutralizzata. Una tragedia marginale, sia per argomento sia per
forma, è l’Exagoge di Ezechiele, un ebreo ellenizzato vissuto ad Alessandria forse nel II
secolo. Presenta aspetti singolari perché vuole adattare il racconto biblico ad un genere
letterario tipicamente classico.
Vi è poi l’Alessandra, tragedia di Licofrone che riferisce il monologo di un servo che rivela al
re Priamo le profezie di sua figlia cassandra sulla futura guerra di troia, la caduta della città e
la prospettiva di un nuovo conflitto tra oriente e occidente.

La poesia ellenistica trovò la sua espressione nel mimo: composizione teatrale di un


centinaio di versi la cui storia ruota intorno ad un personaggio che viene caratterizzato da
una serie di espressioni che mettono in luce il suo stato d’animo.

La commedia nasce con Aristofane ma viene ripresa nei secoli successivi. Col passare del
tempo si adatta a modelli civici trattando di questioni di vita quotidiana. I destinatari del
messaggio erano gli abitanti della polis.

Vita e opere
Nasce nel 342 a.C. da una famiglia agiata. Esordì a teatro nel 322, un anno dopo la morte di
Alessandro. Rimase sempre ad Atene rifiutando offerte di trasferimento da altre parti. Morì
annegato nel Pireo.
Caratteri della commedia menandrea:
I destinatari sono quelli della classe media cittadina, la commedia di menandro non contiene
riferimenti di alcun genere alla politica contemporanea, ma è ugualmente interessata alla
realtà. Gli aspetti di vita quotidiana messi in scena sono l’amore, l’etere e giovani in difficoltà
nel realizzare i loro disegni amorosi. I personaggi del teatro menandreo riguardano problemi
di politica e morale, ma ciò che rende originale l’approccio di menandro è che nei suoi
componimento prevale una tolleranza, una pluralità di pensieri che è simile al prospettivismo
nietzschiano e al relativismo filosofico pirandelliano, accettando opinioni discordanti, nel
tentativo di unificare gli uomini senza differenziarli.

T1: Il prologo: il carattere di Cnemone


La commedia Misantropo inizia con il prologo, che consiste in un monologo recitato dal dio
Pan, con esso vengono date agli spettatori coordinate spaziali dell’azione scenica - siamo
nel borgo di File - e vengono presentate le caratteristiche del protagonista della commedia,
Cnemone. Si tratta di un prologo espositivo, sul modello dei prologhi Euripide i, che
consente allo spettatore di “sapere di più” dei personaggi che si muovono sulla scena,
raggiungendo una sorta di onniscienza, anche se imperfetta. Nella prima parte viene
tratteggiato, in particolare, il carattere del personaggio: si tratta di un misantropo, che fa
tutt’uno con l’aspro ambiente nel quale vive.
T2: Il prologo: la famiglia di Cnemone
Prosegue la presentazione di Cremona, di cui pan traccia le relazioni [Link] delinea così
l’isolamento del personaggio che, sposata una vedova, è rimasto però solo con una figlia e
una vecchia serva, mentre la moglie se ne andata a vivere con il figlio di primo letto, Gorgia;
quest’ultimo viene fin da subito presentato come dotato di ragionevolezza e buon senso.

T3: La collera del misantropo


La madre di sostrato passa le sue giornate a fare i sacrifici e altre cerimonie: in realtà una
scusa per organizzare festini con le amiche. Ora si appresta a fare un sacrificio a panna e
alle ninfe, nel santuario che si trova nei pressi del campo di Cremona. Il corteo festivo
guidato dalla madre di sostrato entra in scena proprio nel momento in cui il misantropo esce
di casa: questi è fuori di sé per tutta quella confusione.

T4: Il mathos di Cnemone


Cnemone, nel tentativo di recuperare due oggetti, è caduto in un pozzo e ha rischiato la
morte. Aiutato da Gorgia a risalire, riflette nel monologo su quanto è successo e mette in
discussione il suo comportamento, fondato finora sull’isolamento e la pretesa di
autosufficienza.

T6: Arbitrato. Affidiamo la decisione ad un arbitro.


È la scena che dà il titolo alla commedia: Sirisco e Davo stanno litigando per il possesso di
alcuni oggettini d’oro; il servo Davo ha infatti trovato un bambino esposto con questi oggetti,
destinati un giorno a favorirne il riconoscimento da parte della madre che lo ha esposto.
Questa madre è Panfila, che ha partorito il bambino dopo aver subìto violenza da uno
sconosciuto nel corso di una festa notturna, poco prima di sposarsi con Carisio. Il bimbo è
stato affidato a Sirisco, il quale sostiene che gli oggetti ritrovati appartengono al bambino e
che quindi debbano toccare a lui, mentre Davo pretende di trattenerli come ricompensa per
averli dato il bambino. I due si rivolgono a un anziano passante in qualità di arbitro della
contesa, Smicrine, cioè al padre della stessa panfilo ignaro di tutto.

T8: Carisio riconosce i propri errori


Carisio, ascoltando di nascosto un dialogo tra sua moglie Panfila e suo suocero Smicrine, si
rende finalmente conto dei propri errori. La scena descritta indirettamente dal servo
Onesimo, che non pare rendersi conto della gravità del momento, ma più preoccupato per
se stesso il riconoscimento, invece, da parte di Carisio, non è solo riconoscimento dei figli
illegittimo, ma anche riconoscimento della propria fallibilità: il protagonista, prima chiuso in
una moralità intransigente, rendendosi conto dell’onestà della moglie, cogli anche l’intrinseca
iniquità dei propri comportamenti. Con il riconoscimento dunque Carisio e comprende di non
essere nulla superiore che aveva fino a quel momento giudicato.

TEOCRITO (315 - 260 a.C)


Teocrito nasce nel 310 a.C circa ed era siracusano. In patria iniziò la sua attività poetica.
Teocrito spicca come l’inventore della poesia bucolica, ossia letteralmente la poesia di
bovari, che al di là della dominazione, costituisce una raffinata creazione letteraria: Teocrito
trasformò la poesia esametrica, riservata predizione alla presentazione di imprese gloriose e
grandi personaggi, scegliendo di cantare il mondo dei pastori dei mandriani, prima presente
solo nelle tradizioni popolari nella poesia orale che rifletteva quelle tradizioni. Nel suo
complesso il corpus di Teocrito consta di 30 componimenti, dei quali la critica moderna
considera autentici solo 22. Gli altri sono ritenuti opera di imitatori della maniera teocritea,
più o meno vicini ai tempi del poeta.

Carme I: Tirsi (idillio) | Nel primo idillio il pastore Tirsi esegue un canto in cui rievoca le
sofferenze d’amore e la morte di Dafni, su preghiera di un capraio che gli promette in dono
una tazza di legno splendidamente intagliata (ekphrasis, cioè la descrizione di un’opera
d’arte). Tirsi racconta come Dafni, soffrendo per amore, si sia lasciato consumare a poco a
poco: mentre la natura intera partecipa delle sue sofferenze, egli intona il suo canto di morte.
Dafni è simbolo della poesia, natura, piante, animali, pastori e divinità agresti. Linguaggio è
caratterizzato da un lessico prezioso e ricercato.

Carme VII: Le talisie (idillio) | nel settimo idillio Leo parlante, un personaggio di nome
Simichida, incontra il capraio Licida: entrambi si stanno recando dalla città a una festa in
campagna onore di Demetra, le Talisie, in cui si offrivano alla dea dei primizie del raccolto.
Ambientazione: isola di Cos. Simichida propone al compagno di strada di ingannare il tempo
cantando, Licida accetta e per primo intona un propemptikon, per augurare un viaggio felice
al suo amato. Alla fine dei canti Licida saluta il compagno di viaggio e prosegue per la sua
strada, mentre Simichida va al podere di Frasidamo per celebrare con lui le Talisie.

Carme XV: Le siracusane (mimo) | Il carme XV, le Siracusane, o Le donne alla festa di
Adone, è uno tra i più famosi mimi di Teocrito. La vicenda è ambientata ad Alessandria, con
tre cambi di scena: l’interno della casa di Prassinoa che riceve la visita dell’amica Gorgò; la
strada per cui le due donne si incamminano per andare al palazzo reale, dove si svolge il rito
del compianto per il mitico eroe Adone amato da Afrodite; infine il palazzo stesso. Gorgò
dunque passa a prendere l’amica, le due si sfogano a dir male dei loro mariti; poi si avviano,
tessendo le lodi del re Tolomeo che ha resa sicura la città; litigano con un passante,
infastidito dal loro accento siracusano, e finalmente giungono al palazzo, dove viene
intonato l’inno in onore di Afrodite. Il registro varia dal tono popolare reggi ante del
chiacchiericcio delle amiche del battibecco con il passante al registro alto, proprio dell’inno
della [Link] conclusione il tono ritorna a livello colloquiale dell’inizio, quando frassino si
congeda da Gorgò, perché si è fatto tardi del tempo di rincasare.

Caratteri della poesia di Teocrito:


Gli epiteli di Teocrito si allineano esattamente con la poetica di Callimaco: l’elemento più
proprio di Teocrito è la vivace rappresentazione di certi particolari, i tratti di umanità di
alcune scene; tra queste possiamo ricordare la scena dei servi che occorrono alle grida di
aiuto dei genitori di Eracle, Alcmena e Anfitrione, quando sentono le grida disperate del
fratellino di Eracle. Questi elementi sono conformi alla tradizione di poesia popolare che
Teocrito comportò nelle sue composizioni pastorali; e di origine popolare sono anche le
numerose espressioni colloquiali che si trovano in molti passi teocritei.

T1: Le Talisie: il “manifesto” della poesia bucolica


Le Talisie sono forse il più famoso tra gli idilli: nella cornice di una festa religiosa in
campagna Teocrito ci presenta la sua poetica e il suo punto di vista su autori antichi e
contemporanei. La prima età alessandrina fu caratterizzata da un acceso dibattito sul
concetto di poesia, in cui innovatori e tradizionalisti si affrontavano su quale metodo fosse il
migliore/ Abbiamo visto alcuni passi che illustrano il punto di vista di Callimaco e
l’enunciazione della sua poetica nell’inno ad Apollo. Questo testo è altrettanto importante
come dichiarazione di poetica. L’inizio della composizione presenta luogo il tempo
dell’evento: siamo nell’isola di Kos, al principio dell’estate, e alcuni pastori preparano la
celebrazione delle feste Talisie per offrire le primizie del raccolto alla dea della mietitura, cioè
Demetra. L’io narrante è il pastore Simichida, che si pensa presente il poeta stesso: egli in
compagnia di amici sta andando a celebrare l’età, quando incontra il capraio Licida. Si
salutano e avviene una conversazione sui loro canti pastorali che adombra una serie di
prese di posizione sul concetto di poesia. Infine eseguono ciascuno un canto: canta prima
Licida, poi Simichida. Poi si salutano e si separano: Simichida giunge finalmente sul luogo
della celebrazione delle Talisie dove partecipa al rito al banchetto.

T3: L’Incantatrice
Il mimi L’Incantatrice si compone di due sezioni. Nella prima viene descritta la preparazione
di una fattura da parte della protagonista Simeta, aiutata dalla sua ancekla Testili: lo scopo è
riconquistare l’amato Delfi, che ha abbandonato la fanciulla dopo averla sedotta. Nella
seconda parte Simeta si rivolge alla luna ricordando come nacque e si sviluppò in lei la
passione amorosa.

T5: Il ciclope
Dedicato dal poeta all’amico medico Nicia, malato d’amore, e inizia con l’affermazione per
cui non esiste altro rimedio per la passione amorosa se non la poesia. Per confortare l’amico
afflitto dalle pene amorose viene perciò riportato il canto che il deforme Polifemo rivolgeva
alla ninfa marina Galatea, a consolazione dei propri affanni.

T6: Le siracusane
Ha per protagoniste due signore borghesi di Alessandria, Gorgò e Prassinoa, originarie di
Siracusa: le due amiche si recano alla reggia del sovrano Tolomeo II Filadelfo e vogliono
assistere alla festa che viene lì celebrata, in onore di Adone. La narrazione riporta i discorsi,
i commenti e i giudizi che le due donne si scambiano durante l’incontro, il percorso verso la
reggia e la festa nel palazzo (triplice cambio di scena).

POLIBIO (205 ca - 124 a.C)


Polibio di Megalopoli nasce tra il 210 e il 200 a.C in un contesto familiare fortemente inserito
nella politica: il padre Licorta era stratego della Lega achea, che dominava il precario
sistema degli stati greci, in un equilibrio difficile tra le varie potenze che disputavano il
controllo del mediterraneo. È in tale contesto che Polibio si fece conoscere: dopo che la lega
achea venne sconfitta, tutti i politici achei sospettati di simpatie verso i macedoni vennero
distribuiti come ostaggi in diverse città dell’Etruiria, mentre Polibio, che aveva intercessioni
con i vincitori, poté rimanere a Roma senza essere deportato. Si fece cosi conoscere dalla
nobiltà romana che si riuniva nel circolo degli Scipioni. Dopo la battaglia di Corinto del
149-146 a.C la Grecia divenne provincia romana, e Polibio ne approfitto per tornare in patria,
dove rimase fino alla sua morte.

Le Storie: componimento diviso in 40 libri che affronta gli eventi compresi tra il 264 e il 146
a.C, ovvero il tempo delle guerre puniche. Ci sono giunti integri soltanto i primi cinque, che si
connettono alla trattazione del Timeo. I primi due libri costituiscono una sorta di introduzione
e propongono una panoramica degli eventi della prima guerra punica al 220. I libri successivi
narrano gli avvenimenti politici e militari fino al 146, utilizzando, a partire dal libro VII, lo
schema annalistico.

Il pensiero
Polibio afferma di voler scrivere una storia pragmatica, cioè volta a illustrare le cause degli
eventi storici, che egli individua soprattutto nei fatti di natura politica e militare: due ambiti di
cui Polibio aveva personale esperienza. Egli riprende l’indagine di Tucidide riguardo alle
cause degli eventi storici; distingue quindi la causa remota di un evento, la causa prossima o
principio e il pretesto. Secondo Polibio la semplice descrizione dei fatti non poteva essere in
alcun aiuto all’uomo politico che si trovasse a decidere in queste situazioni analoghe in
questa affermazione programmatica Polibio si rifaceva a Tucidide. Egli rifiuta tutte quelle
modalità di narrazione storiografica che non abbiano come scopo l’esposizione di quegli
avvenimenti la cui conoscenza può risultare utile all’uomo politico. Polibio critica inoltre
l’indagine psicologica dei protagonisti della storia come espediente per attirare l’attenzione
dei lettori, respingendo così i metodi utilizzati dalla storiografia tragica, inoltre non vuole una
storia costituita da eventi particolari di un luogo di una regione ma solitamente una storia
universale: l’evento dominante nella storia del suo tempo e per lui la costituzione dell’impero
di Roma.

Secondo Polibio esistono tre forme originarie di costituzione statale (monarchia, aristocrazia
e democrazia) e tre forme degenerate dalle precedenti (tirannide, oligarchia e oclocrazia),
ma egli aggiunge la dottrina del rivolgimento periodico, o teoria dell’ανακύκλωσις, in
conseguenza della quale l'oclocrazia viene spazzata via dal ritorno alla monarchia, e il ciclo
delle costituzioni ricomincia da capo. Esiste però un modo per sfuggire a questo ciclo in
infinita ripetizione, ed è la costituzione mista, tipica dello stato romano. È una costituzione in
grado di contemplare le migliori caratteristiche di tutte e tre le forme di governo originarie.
Roma, Sparta e Cartagine si rifanno a questo modello, ma in particolare Roma ha una
divisione netta dei tre poteri che fa convergere tutti e tre i modelli di governo: nel potere
consolare ha l’unità del governo propria della gestione della monarchia di uno stato, nel
senato la continuità amministrativa propria di uno stato aristocratico, nei comizi curiati la
partecipazione popolare propria delle democrazie.

T1: La storia di un’epoca decisiva


Polibio inizia la propria narrazione con una excusatio, dichiarando che non è necessario fare
un’apologia della storia, a cui hanno provveduto i precedecessori; in realtà egli pone la
pre,essa per una metodologia storica radicalmente nuova, proponendosi di analizzare il
fenomeno dell’imperialismo romano che ha trasformato la faccia della terra e presenta
caratteristiche inconfondibilmente nuove rispetto agli imperi del passato. L’excusatio
rappresenta, quindi, una forma retorica per riprendere in modo nuovo un argomento già
trattato da altri.

T2: La storia pragmatica e universale


Polibio prosegue nella presentazione della sua opera e del suo metodo storico, rilevando
innanzitutto come nessun autore si sia ancora dedicato alla composizione di una storia
universale: un’impresa, del resto, che appare ormai necessaria, poiché la storia particolare
non consente di cogliere e comprendere i processi storici nel loro complesso. La scrittura di
storia richiede inoltre imparzialità: un principio generale non riscontrabile nelle opere
storiografiche del passato, almeno a detta di Polibio, e a cui invece Polibio stesso dichiara di
volersi attenere.

T3: Cause, pretesti e principi nei fatti storici


In questo passo Polibio chiarisce i suoi elettori che la retta comprensione dei fatti storici
deriva da una netta distinzione delle cause degli eventi. In questo senso egli si riallaccia alla
metodologia di Tucidide, giungendovi però un ulteriore distinzione: il concetto di αιτία e di
πρόφασις viene completato con quello di αρχή, il principio inteso come la causa prossima
che consiste nei primi primi atti realizzati da colui che ha concepito un piano.

Τ4: Le costituzioni e il loro avvicendarsi


Mentre Tucidide alla fine della sua ricerca sui nessi causali che dominano la storia ritrova
l’universale umano, cioè le cause umane che sono alla base delle azioni, Polibio evidenzia
un rapporto tra il destino degli Stati e le costituzioni da cui gli Stati sono retti: il rapporto tra le
componenti di ognuno di essi, secondo Polibio, può portare gli Stati a successo, ma può
anche innescare un processo di trasformazione tale che la crisi di una forma istituzionale dia
origine a una forma nuova. A questo proposito Polibio analizza le tre forme fondamentali di
costituzione, ossia regno, aristocrazia e democrazia, che si avvicendano passando ognuna
attraverso la sua forma degenerativa, rispettivamente tirannide, oligarchia e oclocrazia,
l’oclocrazia comporta poi un ritorno alla monarchia dunque un riavvio del processo secondo
il principio dell’anaciclosi.

T5: La costituzione romana


Nei capitoli precedenti Polibio ha trattato della costituzione spartana: Licurgo, il
semileggendario legislatore della città, aveva compreso che ogni forma di governo in sei
germi della degenerazione per un fatto congenito, come tutti gli esseri naturali sono soggetti
al deperimento e alla degenerazione; proprio per questo aveva delineato una costituzione
che comprendeva nello stesso tempo le caratteristiche del regno, dell’aristocrazia e della
democrazia, contemplandole tra loro in modo da impedire l’insorgere di elementi di
degenerazione. Le stesse caratteristiche Polibio indica nella costituzione romana, in cui la
centralità del potere regio è rappresentata dai consoli, presenza di una classe dominante
che assicuri la continuità della gestione del potere dato dal Senato, mentre le prerogative
riconosciute alle assemblee popolari assicurano la partecipazione di tutti i cittadini alla
gestione dello Stato, come nelle democrazie. Polibio passa qui alla descrizione dei poteri
delle singole componenti della costituzione mista di Roma.

T7: La religione romana come instrumentum regni


Lo studioso Benjamin Farrington ha provocatoriamente sottolineato come, per Polibio, la
superiorità dello Stato romano fosse dovuta a due fattori determinanti: la paura degli dei e la
fede nell’aldilà. L’aver inculcato nel popolo i due errori più estremamente combattuti da
Epicuro aveva permesso a Roma un più efficace governo e controllo sulla massa. Polibio
stesso, in una celebre pagina delle sue storie, afferma questa concezione pragmatica e
utilitaristica della religione intesa come instrumentum regni, alla quale non sono estranee
suggestioni del pensiero greco, in particolare del sofista politico Crizia. Come nella
descrizione dei funerali, Polibio mostra così anche i suoi interessi etnografici, che integrano
il suo studio più squisitamente politico e militare dello Stato romano.

T11: Il pianto di Scipione sulle rovine di Cartagine


Il 146 a.C. è un anno significativo: vengono distrutte le città di Cartagine e Corinto. La prima,
alla fine del terzo e ultimo conflitto punico, è definitivamente sconfitta dai romani guidati da
Scipione Emiliano. All’evento assiste lo stesso Polibio, il cui resoconto però è purtroppo
perduto nell’originale, ma possiamo leggerlo negli estratti della Storia romana di Appiano e
della biblioteca di Diodoro Siculo. Ciò che emerge dallo spettacolo della rovina della grande
rivale di Roma è una riflessione più ampia e profonda sul destino di quella che ormai è
diventata la più grande potenza del Mediterraneo. Se Roma grazie alla costituzione mista ha
una tenuta più salda di altri regni del passato questo non impedisce che anche in essa non
possano inserirsi germi di decadenza. La questione della fine di Roma è tuttavia un
problema aperto e di non facile soluzione anche a causa delle parti non pervenute
incomplete del testo polibiano.
EPIGRAMMISTI
Dalle origini all’Antologia Palatina:
Epigramma il termine deriva dal greco epi “sopra” e grafo “scrivo”, indica l’iscrizione posta su
qualsiasi supporto, in particolare sulla stele funeraria. I primi epigrammi sono di natura
sepolcrale, incisi su monumenti funebri e iniziano con un’espressione formula, e votiva che
accompagnano l’offerta di un oggetto ad una divinità e sono solitamente anonimi. Con il
tempo gli epigrammi sono commissionati a grandi letterati, tra il IV e V secolo a.C. il poeta
Simonide scrive per specifiche occasioni, come la commemorazione dei caduti in guerra o la
celebrazione dei vincitori nelle gare. Molti di questi epigrammi vengono a fa parte della
raccolta Sylloge Simonidea ed è difficile ora distinguere quali siano realmente di Simonide e
quali no. Con l’affermarsi della cultura del libro, l’epigramma perde la sua funzione epigrafica
e assume la connotazione di un vero e proprio genere letterario. Inizia ad ospitare contenuti
propri della lirica, dell’elegia, del teatro e del mimo. Lo studioso tedesco Richard
Reitzenstein alla fine del XIX secolo divide gli epigrammisti in diverse scuole:
ionico-alessandrina e dorico-peloponnesiaca a cui si aggiunge quella siro-fenicia.
La maggior parte della produzione epigrammatica proviene da due manoscritti: il più antico
contiene l’Antologia Palatina, chiamata così poichè il codice che la tramanda nel X secolo
appartiene alla biblioteca del conte del Palatinato di Heidelberg. In questa raccolta
confluiscono: la Corona di Meleagro di Gadara, di Filippo di Tessalonica e il Ciclo di Agatia di
Mirrina. L'erudito bizantino Costantino Cefala tra il IX e X secolo riunisce il materiale in
quest’unica antologia formata da 15 libri. Un’altra importante raccolta è l’Antologia Planudea,
creata dal monaco Massimo Planude tra il 1299 e 1301 e divisa in 7 libri. 388 epigrammi di
questa raccolta non sono presenti nell’Antologia Palatina e viceversa, alcuni sono presenti
solo in quella Planudea.
Il Rinascimento e l’età moderna conoscono solamente l’Antologia Planudea, la Palatina
viene scoperta a Heidelberg all’inizio del 1600 dall’umanista francese Claude Saumaise. La
prima edizione integrale stampata risale al 1776 perché l’opera richiede un lungo lavoro
filologico.
Nel 1993 viene ritrovato un papiro del III secolo a.C. contenente 110 epigrammi nuovi,
attribuiti a Posidippo di Pella.

L’epigramma ionico-alessandrino:
Ne fanno parte gli scrittori che prediligono i temi erotici e simposiali: Callimaco, Teocrito,
Asclepiade e Posidippo, ossia i Telchini, i rivali di Callimaco.
Asclepiade:
Nasce a Samo nella seconda metà del IV secolo a.C., è ricordato da Teocrito nelle Talisie
con il nome di Sicelide. Scrive opere in esametri, epigrammi e componimenti lirici. Da lui
prende il nome il verso tradizionale della lirica lesbia, l’asclepiadeo, usato anche da Alceo. Il
tema dominante è l’amore, usa toni giocosi e spensierati con a volte accenti malinconici.
Testi in italiano:

Alla lampada:
La lampada illumina i visi e i corpi degli innamorati mentre godono le gioie dell’amore: è
come una divinità che attiva le possibilità latenti del piacere reciproco. Così l’amante di
Asclepiade ha giurato sulla lampada, dandogli appuntamento. Ma non è venuta, perciò
Asclepiade, tradito, prega la lampada di punirla, togliendole la gioia di vedere il suo nuovo
amico, quando saranno insieme e faranno l’amore. Il motivo della lampada è frequente negli
epigrammi amorosi, è usato anche da Meleagro.

Carpe diem:
Un luogo comune avverte gli avari che non serve custodire le ricchezze: infatti non ci
seguiranno nella tomba. Lo stesso avvertimento è rivolto da Asclepiade a una fanciulla
gelosa della propria illibatezza (verginità). Le gioie dell’amore sono riservate ai vivi: quando
non saremo che ossa e cenere, non ci resterà altro che giacere.

Il vino rivelatore:
Il vino è spia del sentimento d’amore: il giovane Nicagora viene tradito dai bicchieri durante
un simposio e il suo sguardo triste equivale ad una muta ammissione. Attraverso una
successione di atti (pianto, tremore del capo, viso triste e la corona che cade), il poeta
sollecita il lettore a soffermarsi su ogni sintomo rivelatore. Quello che interessa ad
Asclepiade è esprimere la sofferenza di un uomo che ama con accenti autentici, ma raffinati
e sobri.

L’epigramma dorico-peloponnesiaco:

Anite:
scrive tra il IV e il III secolo a.C., le sono attribuiti 19 epigrammi certi, 4 dubbi. Si interessa
molto agli spettacoli naturali e alle tematiche funerarie che riguardano soprattutto bambini e
animali.
La nera morte:
I versi dei tre epigrammi rappresentano: una bambina che seppellisce gli animaletti con cui
giocava (grillo e cicala); la morte prematura di una ragazza molto corteggiata; le ultime
parole di Erato morente a suo padre.

Nosside:
vive attorno al 300 a.C. e di lei restano 12 epigrammi. Esalta l’amore come qualcosa di più
dolce dell’esistenza e fa un paragone tra se stessa e Saffo.

Più dolce del miele:


Per lei nessuna gioia è paragonabile a quelle che può dare l’amore. Chi non gode
pienamente delle gioie donate da Afrodite non può comprendere a fondo l’arte di Nosside.

Nosside e Saffo:
Omaggio alla memoria di Saffo. La poetessa si rivolge ad un navigante che lascia Locri per
andare verso Mitilene e lo invita a riferire nella terra di Saffo che, come lei, anche Nosside
pratica l’amore per le Muse e la poesia.

Leonida:
vive anche lui tra il IV e III secolo a.C. Originario di Taranto, si trasferisce in Epiro alla corte
di Neottolemo e di Pirro. Alla morte di quest’ultimo, nel 272 inizia a girovagare per la Grecia.
Di lui ci sono giunti 103 epigrammi. L’autore mostra un’attenzione costante verso la povera
gente di cui descrive le fatiche e le privazioni. Per questo si crede che egli sia appartenuto
ad una classe umile, anche se la raffinatezza dei suoi scritti fanno credere tutt’altro.

Il podere di Clitone:
Leonida mostra la semplicità della vita campestre attraverso la rappresentazione del
campicello e del boschetto che hanno fornito i mezzi di sostentamento per 80 anni al
vecchio Clitone.

La vecchia ubriacona:
La vecchia ubriacona si chiama Maronide, Marone è il sacerdote di Apollo che dona ad
Ulisse un vino che verrà usato per far ubriacare Polifemo. Nel Ciclope di Euripide Marone
diventa per antonomasia il vino stesso. Sulla tomba della donna viene posta una coppa per
ricordare la sua passione del bere e lei piange sotto terra non per i suoi cari, ma perché la
coppa è vuota.

L’epigramma siro-fenicio:

Meleagro:
nasce attorno al 103 a.C. vive a Tiro e poi a Cos, dove muore intorno al 60. Scrive
un’antologia di epigrammi, la Corona Stefanus. Corona significa scelta dei fiori e coincide
con la crestomazia, ossia la scelta del migliore. Così Meleagro sceglie gli epigrammi migliori,
ogni scrittore è paragonato ad un fiori diverso. Di Meleagro ci restano 130 epigrammi. Segue
la filosofia cinica: il suo insegnante Menippo lo spinge a scrivere una raccolta di satire,
intitolata Cariti. Meleagro celebra alcune figure femminili, come Eliodora e Zenofila, ma
anche figure maschili.

Fiori per Eliodora:


I protagonisti sono i fiori con cui il poeta immagina di intrecciare una corona per la donna
amata, Eliodora. Con la corona potrebbe anche alludere ad una poesia che aveva
composto. Si pensa alla Corona Stefanus. Cita il garofano, il mirto (pianta sacra ad Afrodite),
il narciso (richiama il mito di Narciso), il giacinto (Apollo innamorato del giovane Giacinto lo
uccide con un disco mentre si esercitava a lanciarlo), il crono (il fiore dello zafferano) e le
rose (fiore dell’amore). Addio Eliodora:
Costituisce una breve elegia d’amore che piange la morte di Eliodora.

La spettatrice luminosa:
Riprende il tema della lampada come testimone di un atto infedele. Tema presenta in
Asclepiade.

Filodemo:
vive durante il I secolo a.C., studia filosofia ad Atene e segue la scuola di Epicuro. Si
trasferisce a Roma come ospite dei Pisoni e in Campania fonda un circolo epicureo
fondamentale per la formazione culturale di Virgilio e Orazio. Ci restano 30 componimenti
compatibili con la concezione dell’amicizia epicurea e dell’amore che non deve essere fonte
di infelicità, ma solo di gioia.
Filenio, la nera:
Filenio è un’etera scura di pelle, il nome proviene da filew (baciare). Filodemo apprezza la
donna finchè non ne trova un’altra. Questo pensiero rispecchia la concezione dell’amore
epicurea: l’amore deve essere fonte di gioia.

Insonnia d’amore:
Una veglia trascorsa dall’amato lontano dall’amata. L’epigramma costituisce una preghiera
alla Notte, chiamata compagna dei piaceri. L’amata in questione si chiama Eliodora, non si
sa se sia la stessa donna di Meleagro, e l’autore teme che lei possa giacere con un altro a
cui augura un sonno profondo sul seno della donna. Cita Endimione, il giovane pastore di
cui si innamora Selene-Luna che lo fa cadere in un sonno eterno per poterlo amare per
sempre.

Alla luna:
Il tema dell’amore nei confronti dell’etera Callistio è diviso in due momenti: nel primo è
presente l’invocazione alla Luna, complice delle veglie d’amore, che penetra dalla finestra e
illumina il viso della donna; nel secondo si ricorda il mito di Endimione, già citato nell’altro
epigramma.

PLUTARCO (50 - 127 d.C)


Vita: Nasce a Cheronea in Beozia, intorno al 50 d.C. Studia ad Atene, dove segue le lezioni
di Ammonio e ottiene la cittadinanza onoraria. Compie numerosi viaggi in Grecia e anche a
Roma. Diventa arconte e sacerdote di Apollo. Ottiene anche la qualità di cittadino romano,
Traiano gli conferisce la dignità consolare e Adriano di suo legatus in Grecia. Muore attorno
al 127.

Opere: Ci è giunto un catalogo di 227 opere dal figlio a cui vengono aggiunte altre opere per
un totale di 260 scritti. Questa raccolta viene suddivisa in due grandi sezioni: Le Vite
Parallele e i Moralia.
Le Vite Parallele: comprendono 22 coppie di scritti biografici, dedicati rispettivamente ad un
personaggio illustre della civiltà greca e uno della civiltà romana, per esempio Teseo e
Romolo, Demostene e Cicerone, Alessandro e Cesare. La struttura narrativa comprende: la
descrizione della famiglia, l’educazione ricevuta in gioventù, la narrazione delle imprese
compiute, la vecchiaia e la morte. Plutarco dichiara apertamente di non scrivere storia, ma
biografia, gli eventi storici vengono messi al servizio della descrizione dei personaggi. Egli
realizza una visione moralistica della storia: gli eventi umani sono governati dalla volontà
degli dèi che, per mantenere gli uomini virtuosi, li indirizzano verso pericoli ed ostacoli.
Esiste, quindi, una visione sacra della storia che si esplica attraverso il rapporto tra l’uomo e
la benevolenza divina. La storia plutarchea si contrappone alla storia politica di Polibio o
Tucidide, piuttosto egli prende spunto dal genere autobiografico sviluppato da Senofonte e
dalla scuola di Aristotele. Plutarco, inoltre, sottolinea l’unità dell’ispirazione spirituale della
Grecia e di Roma in un periodo in cui molti intellettuali greci avvertono un risentimento verso
l’egemonia romana. Afferma che i Romani sono eredi degni delle virtù civili e politiche
tramandate dai Greci.
I Moralia: contengono opere di vario contenuto: scritti pedagogici, scritti di carattere
etico-politico, scritti filosofici di ispirazione platonica, scritti di carattere naturalistico, scritti di
argomento religioso in relazione all’oracolo delfico, scritti di carattere erudito su esempi
famosi di virtù o sulle origini si usanze latine e greche, saggi letterari, declamazioni retoriche
e scritti legati al genere dell’enciclopedia conviviale. Plutarco usa il dialogo o il trattato che
non ha una forma dialettica propria dell’indagine socratica e degli scritti platonici. Spesso la
forma dialogica è limitata alla cornice, entro la quale il protagonista riporta il suo punto di
vista. Il trattato si presenta come una declamazione oratoria e assume il carattere
colloquiale.
Stile: La sua prosa si ispira all’ideale atticista e sollecita alla ricerca della chiarezza e della
semplicità. Scrive ampi periodi.

Testi in italiano:
T12: Sul tramonto degli oracoli
Plutarco immagina un incontro tra uomini colti a Delfi. Il fratello, Lampria, si chiede se sia
vero o no che la fine degli oracoli sia imminente e a quali motivi sia dovuta. Plutarco cerca
una dimostrazione razionale che annulli il timore della scomparsa degli oracoli attraverso la
leggenda sulla morte di Pan e sull’allontanamento dei demoni dalle isole della Britannia.
Evoca il senso della crisi della religione classica.

I CENTRI DELLA CULTURA:


Il periodo ellenistico viene fissato tra la morte di Alessandro nel 323 a.C. e il 31 a.C. quando
l’Egitto viene assorbito all’interno dei domini di Roma. Dopo dieci anni di lotte tra i diversi
contendenti al regno si giunge ad una pace: i 5 più forti diadochi si dividono l’Impero,
Cassandro occupa la Macedonia e la Grecia, Lisimaco la Tracia, Tolomeo l’Egitto, Seleuco i
territori della Babilonia e Antigono il resto dell’Asia. Si sviluppa anche una nuova lingua
comune, la koiné. Da questo momento in poi iniziano gli scontri con una nuova potenza:
Roma.
Nei regni dei diadochi nascono centri della cultura adottati come strumenti di controllo del
potere. Il più importante è Alessandria d’Egitto, dove Tolomeo I fonda il Museo e la
Biblioteca. Il Museo o casa delle Muse è costituito da un collegio di scienziati che risiedono
nel palazzo. Nella Biblioteca, invece, vengono raccolti i libri provenienti da tutto l’Impero.
Una tradizione racconta che Tolomeo II chiede in prestito ai Greci la copia ufficiale del testo
dei tragici, dando in pegno un peso equivalente d’oro a cui poi rinuncia per trattenere gli
scritti. Nel 145 inizia il declino della struttura, quando Tolomeo VII Evergete fa cacciare tutti
gli studiosi greci. Si crede che poi la Biblioteca sia stata distrutta da un incendio durante il
conflitto tra l’Imperatore romano Aureliano e la principessa siriana Zenobia, attorno al 270
d.C.
Inoltre, il re di Siria, Antioco III, fa costruire una biblioteca nella sua capitale, Antiochia. A
Pergamo i sovrani Attalo I e Eumene II costruiscono una biblioteca rivale con quella di
Alessandria. Invece, Atene non costituisce un grande centro di potere politico, perde la sua
centralità, ma rimane fondamentale nel mondo culturale, grazie a Platone, Aristotele,
Epicuro di Samo, Zenone e Menandro.

LA CIVILTÀ DEL LIBRO:


Dalla formazione delle città-stato i modi della comunicazione poetica si sono trasformati: in
origine questa avviene in forma orale durante la recitazione degli aedi, in seguito, nelle polis,
i testi scritti vengono recitati oralmente durante i simposi. In Età ellenistica i testi tramandati
oralmente e ritrovati nei papiri diventano dei veri libri, come per esempio i testi di Omero.

CALLIMACO (310 - 240 a.C)


Vita: protagonista della cultura ellenistica, nasce intorno al 310 a.C. a Cirene, sulle coste
africane da una famiglia aristocratica discendente del fondatore della città, Batto. Fa parte
nella cerchia della corte di Alessandria e frequenta la Biblioteca e il Museo, la sua posizione
si rafforza quando Tolomeo II Filadelfo sposa Berenice, concittadina del poeta. La sua morte
si colloca dopo il 240.
Poetica: consiste nel rifiuto delle tradizionali partizioni tra codici espressivi (generi), secondo
un papiro Callimaco aspira a diventare un secondo Ione di Chio che aveva praticato diversi
generi. Crede nell’ideale di una composizione breve (brevitas), rifiutando la teoria
aristotelica, citata nella Poetica secondo cui un’opera deve avere unità, continuità e
compiutezza. Usa un topo sprezzante verso i suoi avversari che egli chiama Telchini,
demoni maligni che infestano l’isola di Rodi, egli allude ad Asclepiade, Posidippo e
Prassifane.

Opere:
● Aitia (“cause”): sono 4 libri. Il prologo inizia con la polemica contro i Telchini (i suoi
avversari poetici, ossia Asclepiade, Posidippo e Prassifane), l’opera continua con la
descrizione di feste e istituzioni. L’episodio più famoso è la storia di Aconzio e
Cidippe. Callimaco cura anche una seconda edizioni in cui aggiunge l’episodio della
Chioma di Berenice.
● Inni: sono 6 dedicati a Zeus, Apollo, Demetra, Artemide, Delo e Atena. Sono tutti in
esametri, tranne l’ultimo citato, chiamato Lavacri di Pallade.
● Ecale: poemetto in esametri di cui rimangono pochi frammenti in cui si parla del mito
di Teseo e della sua lotta vittoriosa contro il toro che infestava la piana di Maratona.
Ecale è la vecchia che ospita l’eroe durante un temporale che muore dopo
l’uccisione del toro, allora Teseo in suo onore fa costruire il santuario di Zeus Ecaleio.
● Epigrammi: ne abbiamo 62 in cui insiste sui temi della fedeltà, della reciprocità in
amore e del disprezzo per gli amori facili. Tratta anche di questioni letterarie.

ELLENISMO
Periodo che va dal 323 a.C. al 31 a.C., cioè dalla morte di Alessandro alla battaglia
di Azio. Precede l’età greco-romana che ha inizio con la battaglia di Azio ed è
caratterizzata da storici che scrivono in greco riguardo la storia di Roma.
La battaglia di Egospotami segna la fine dell’egemonia ateniese, si afferma dunque
l’egemonia spartana col governo dei Trenta, tuttavia Sparta non si rivela in grado di
mettersi a capo di un gruppo di città greche, così si afferma l’egemonia tebana; con
le battaglie di Leuttra (Sparta vs Tebani: segna l’inizio dell’egemonia tebana) e
Mantinea (Spartani e Ateniesi vs Tebe: vittoria tebana) le città greche sono molto
deboli: ne approfitta Filippo II di Macedonia, definito da Demostene <<uno
straccione che vive in un paese in cui non è bello essere nati>>. Filippo era convinto
che la cultura fosse importante alla stregua dell’arte militare ed essendo
consapevole dell’arretratezza della Macedonia rispetto alla Grecia, invita alla corte di
Pella Euripide e Aristotele, che diventa educatore di Alessandro. Curzio Rufo narra
di una lettera di Filippo ad Aristotele in cui esplicita l’importanza dell’educazione per
lui. Il progetto di Filippo era di conquistare la Grecia, per farsi eleggere eghemon,
ma muore prima assassinato. Il figlio Alessandro porta avanti il suo progetto: seda
le rivolte nelle città greche e rade al suolo Tebe (salvo la casa del lirico Pindaro).
Sono diffuse molteplici leggende su Alessandro:
● Plutarco, Le Vite Parallele: regalo del cavallo Bucefalo. Filippo acquistò da
Filonico di Tessaglia il cavallo Bucefalo. Ben presto si rese conto delle
difficoltà di domare il cavallo e pensò di restituirlo al precedente proprietario,
tanto questo era recalcitrante alla monta e turbolento. Il giovane Alessandro,
osservando il comportamento del cavallo, si propose di montarlo e, nella
sorpresa generale, vi riuscì. Alessandro aveva notato che Bucefalo aveva
paura dei movimenti della propria ombra e quindi, lo rivolse col muso verso il
sole prima di lanciarsi in sella. Da allora, Bucefalo non si lasciò montare da
nessun altro e Alessandro non ebbe un altro destriero. Il cavallo accompagnò
per quasi un ventennio il suo padrone nelle battaglie, alla conquista del
mondo conosciuto.
● Nodo di Gordio: vinti i Persiani a Granico giunge presso la città di Gordio in
Frigia, famosa per il nodo gordiano, che stringeva il giogo al timone del carro
consacrato a Zeus nel suo tempio da Gordio, fondatore della città. L'oracolo
prediceva, a chi avesse saputo scioglierlo, il dominio dell'Asia; Alessandro
Magno nel 334 a.C. visitò la città e troncò il nodo con la spada.
Alessandro cerca modi per ottenere legittimi riconoscimenti: vuole essere
riconosciuto come legittimo erede dei faraoni e come figlio di Ammone in Egitto.
Vinte le battaglie di Granico e Isso, si sposa con la più bella donna d’Oriente,
Rossane, e nelle nozze di Susa invita pure i suoi soldati a sposare donne persiane.
Programma di Alessandro:
● unificazione linguistica: si parla la koiné dialektos, un greco banalizzato
(non c’è più lo spirito aspro, l’ottativo e il perfetto)
● sincretismo religioso: unire tutte le religioni in una sola es. l’Afrodite greca
coincide con la Venere dei Romani
● Arriano ci dice che Alessandro elimina le differenze tra vinti e vincitori
quando si rivolge alle truppe (vuole creare un solido esercito).
Muore a Babilonia. Aveva consegnato - si dice - il suo anello a uno dei generali del
suo esercito, Perdicca, che è dunque il tutore del regno. Inizia la lotta dei diadochi e
dura 40 anni. si formeranno 4 monarchie ellenistiche:
● Egitto sotto i Tolomei
● Siria sotto i Selgiuchidi
● Macedonia sotto gli Antigonidi
● Pergamo sotto gli Attalidi
Le monarchie ellenistiche cadono definitivamente durante il periodo di Annibale con
le guerre macedoniche. La Macedonia (Perseo) si allea ad Annibale contro Roma e
viene annessa all’Impero dal console L. E. Paolo che chiede solo la biblioteca di
Perseo per i figli. Durante le guerre macedoniche ci fu anche la guerra siriaca, in
cui la Siria fu sconfitta dai Romani; Attalo fu l’ultimo re di Pergamo e lasciò in eredità
ai Romani il suo impero. L’impero d’Egitto finisce con Cleopatra.

Il termine ellenismo deriva dal greco hellenismos che a sua volta deriva da
hellenìzein. l’opposto è barbarismos (>barbarìzein). Gli hellenistai sono coloro che
sanno parlare perfettamente il greco, negli Atti degli Apostoli anche le comunità
ebraiche sono ellenizzate, contrapposte alle comunità madrelingua ebraiche, e
infatti non capiscono più la Bibbia. Il concetto di ellenismo nasce come linguistico,
Droysen è il primo a dargli una valenza culturale: greco sta a ellenistico come latino
sta a romanzo → l’ellenismo deriva dal greco, ma è altro dalla Grecia.
Gli studiosi definiscono gli uomini ellenistici come coloro che hanno subito uno
shock culturale, poiché ci furono cambiamenti radicali: il passaggio dalla polis alla
monarchia e dall’essere cittadino all’essere suddito, si è privati della libertà di parola,
l’agorà diventa un luogo unicamente destinato al mercato, le capitali sono poche e
gigantesche, il cittadino vive in un senso di sradicamento, c’è cosmopolitismo; non
essendoci un riconoscimento politico ci si rifugia nell’individualità, nell’otium
litterarium.
● vi era una differenza tra la polis e la chora: gli abitanti di campagna erano
analfabeti. l’ellenismo è definito come una civiltà del libro, la pubblicazione e
la composizione sono destinate a un gruppo di lettori colti.
● spesso i dotti devono presentare nelle loro opere motivi encomiastici in
cambio del mecenatismo dei nobili; nasce il termine evergetismo
(euergetes=benefattore) con Tolomeo III [Tolomeo I sotèr, Tolomeo II filadelfo]
che si impegna nella fondazione di luoghi di cultura come la biblioteca di
Alessandria.
● vi sono i livelli più alti della produzione artistica caratterizzata dal
monumentalismo (rendere evidente la grandezza del sovrano) e dal
miniaturismo (cura del dettaglio)
● si afferma il realismo a differenza della perfezione e dell’armonia che
caratterizzano il mondo classico. Si trattano i fatti quotidiani.
● il saggio è colui che compone opere per esternare la sua erudizione e per
diletto personale, a differenza del saggio dell’età classica che si pone come
modello di comportamento.
● il pubblico non è più ecumenico, non esistono più feste demandate alla
produzione delle opere. Si afferma una cultura d'élite, riservata a chi dispone
dei testi
● cambiano contenuto e significato del mito: in età arcaica il mito spiegava ciò
che non si sapeva spiegare con la ragione, in età classica serve a dare un
modello di paideia, ora ha funzione eziologica, infatti si ricercano miti
strani/poco comuni per trovare le cause.
● la divinità preminente è la Τὺχη.

I principi della poetica ellenistica sono i seguenti:


● labor limae: estrema cura formale
● brevitas: l’opera deve essere di piccole dimensioni
● techne: mostrare la propria dottrina e la propria erudizione
● poikilia: compresenza di più stili (aulico e colloquiale)
● polyeideia: impiego di diversi generi letterari (contaminatio), al contrario
della specializzazione su un unico genere letterario
● arte allusiva: continuo citare opere di autori precedenti. [Callimaco la porta
all’estremo: non canto nulla di non attestato]. Giorgio Pasquali: “Le
reminiscenze possono essere inconsapevoli, le imitazioni il poeta può
desiderare che sfuggano al pubblico, le allusioni non producono l’effetto
voluto se non su un lettore che si ricordi chiaramente del testo cui si
riferiscono”. è dunque rimarcata la cultura d'élite e l'obiettivo di fare sfoggio
della propria erudizione.

E’ fondata la biblioteca d’Alessandria di cui ci parla lo storico imperiale Plutarco


nella Vita di Alessandro; dice che Alessandro fonda una città nuova sul mare (di
fronte all’isolotto di Faro) sul modello greco. Tolomeo I costruisce il Museo e la
Biblioteca, Tolomeo II lo studio astronomico, l’orto botanico e zoologico e
l’osservatorio. A capo del Museo è scelto un epistates e della Biblioteca un
prostates. Alessandria diventa il luogo d’incontro delle menti brillanti del tempo:
Archimede, Euclide, Eratostene, Aristarco di Samo. Si afferma una graduale
specializzazione nelle diverse scienze che ha inizio con Aristotele e prosegue con
Teofrasto e poi con Demetrio Falereo. La scienza tuttavia, tranne per l’arte della
guerra, rimane puramente teorica nell’ellenismo, non c’è la necessità di affinare le
macchine, ci sono gli schiavi come manodopera. Demetrio Falereo (consigliere di
Tolomeo I) amplia il contenuto della biblioteca: impose che tutti coloro che fossero
giunti ad Alessandria avrebbero dovuto lasciare nella biblioteca i propri libri, affinché
potessero essere copiati (poi sarebbero state restituite delle copie).
La lettera di Aristea a Filocrate (età imperiale) racconta come fosse stata scritta la
Bibbia del 70. La popolazione ebraica si era ellenizzata a tal punto da non
comprendere più il testo sacro, quindi furono convocati 72 sapienti in 72 stanze
diverse che tradussero dall’ebraico al greco in 72 giorni. In realtà la parola di Dio non
può essere tradotta, poiché è sacra e infallibile, tuttavia è tradotta da tutti e 72 allo
stesso modo, ciò sembra essere un segno divino, Dio è favorevole all’opera! La
particolarità dell’opera è che la prima lettera è α e l’ultima è τ, al posto di ω: questo
perchè il τ era il compimento della promessa nell’ultimo giorno.
Ad Alessandria nasce la filologia ed è creata una bibliografia di testi posti in ordine
alfabetico e distinti per generi; sono inoltre inseriti capitoli e punteggiatura.
Ci sono tre ipotesi sulla distruzione della biblioteca:
● per una sommossa dovuta alla conquista di Cesare
● per mano degli Arabi (ipotesi poco accreditata e diffusa durante le crociate)
● sotto l’impero di Adriano, quando c’erano gli scontri tra Aureliano e Zenobia
(hp più accreditata dato che dopo non abbiamo più molte notizie)

CALLIMACO (310-235 a. C.)


Nasce a Cirene (fondata da Batto, ce lo dice Callimaco stesso), ma si trasferisce ad
Alessandria dove ci sono i più importanti letterati del tempo. E’ considerato l’autore
più originale del suo tempo: il critico Wilamowitz lo ha definito “il classico più grande
di un’arte non classica” e Pretagostini ha affermato che grazie a lui l’erudizione
diventa poesia. E’ definito sia un poeta professionista nel lavorare presso la corte
di Tolomeo III evergete che loda nelle sue opere, sia un filologo nel suo scrivere in
metrica.

L’opera più importante nella sua permanenza nella biblioteca di Alessandria sono i
Pinakes, un’opera monumentale, fondamentale per la bibliografia successiva: si
tratta di raccolte di testi posti in ordine alfabetico e divisi per autore (con tanto di
biografia) e genere letterario, ogni opera presenta un riassunto di essa stessa. Sono
più di cento volumi ma ce ne sono pervenuti soltanto 25 frammenti. La sua
produzione letteraria è varia, è caratterizzata dalla polyeideia: 4 libri di elegie, 13
giambi, 6 inni sul modello omerico, 2 epilli, 62 epigrammi; gli epigrammi e gli inni ci
giungono per intero. Nelle sue opere c’è la presenza di poikilia, contaminatio,
brevitas, techné e arte allusiva.

Poetica
● ποικιλία
● πολυείδεια=contaminatio, cioè trasformare e contaminare quello che è già
esistente (filologo), varietà di generi e di dialetti
● brevitas, infatti odia poema ciclico
● labor limae, poesia deve essere raffinata, pura ed elegante
● contrasto con teoria aristotelica ➔ Per Aristotele l'unità, la continuità, la
compiutezza e l'estensione erano gli elementi fondamentali nella struttura di
un'opera artistica: ogni parte doveva avere una relazione ben definita con
l'opera intera che doveva, a sua volta, essere mimesi di un'azione unica in sé
stessa compiuta e di una certa estensione; doveva dunque costituire un tutto
organico con un principio, una parte centrale ed una conclusione
indissolubilmente connessi tra loro secondo la legge della verosimiglianza o
della necessità. Invece Callimaco non scrive un’opera tripartita: rifiuta i
canoni aristotelici e introduce lo stesso Apollo a dettare due norme: la
λεπτότης intesa come “estrema brevità nell'estremo splendore” e
l'originalità.
● τέχνη, la critica principale riguardava piuttosto la funzione della poesia in
relazione al suo destinatario: per i Greci la funzione essenziale della poesia
era di carattere morale; per Callimaco la funzione della poesia era quella di
dilettare ➔ l'eccellenza poetica non deve consistere nel valore morale, ma
nell'arte, nella τέχνη, platonicamente intesa come il bagaglio di conoscenze
specifiche che caratterizzano l'attività del poeta. Callimaco dunque sradica la
figura del σοφός.

Elegie, Aitia
Aitia e aition: il sostantivo aitìa compare per la prima volta nella I Olimpica di
Pindaro e assume il significato di colpa/accusa, tale termine sarà impiegato con la
medesima accezione nel lessico teatrale/giuridico/storiografico. E’ rara l'accezione
positiva: merito.
Il secondo significato fondamentale compare ancora in Pindaro: causa/motivo.
Tucidide userà il termine per indicare le cause che portano a un conflitto, Polibio
invece lo usa per indicare la causa più antica e profonda di un avvenimento.
Aristotele classifica le aitiai (formale, efficiente, finale, materiale). aition è utilizzato
come aggettivo neutro sostantivato con il significato di causa/occasione: si
sviluppa un'altra accezione, origine (sintesi di causa e occasione). Da lì è utilizzato
per indicare l’esposizione degli eventi che produssero riti/usanze/costumi.
Non è un genere nuovo quello elegiaco, la sua bravura è nel comporre opere
alludendo ad altre (non canto nulla di non attestato). Il genere dell’elegia è
rinnovato. L’elegia arcaica aveva contenuti diversi: protrettico, etico (tempo, vita),
amoroso, biografico, guerresco; l’elegia ellenistica invece è eziologica: si ricercano
le origini di toponimi, feste religiose, usanze e tratta l’aspetto meno noto di un mito.
Callimaco mette in evidenza la propria doctrina trasmettendo verità eziologiche. Gli
Aitia sono considerati un lavoro di tutta la vita: i primi due libri furono composti in
gioventù, successivamente III e IV libro e il prologo. Le caratteristiche fondamentali
degli Aitia sono: impiego della brevitas, del distico elegiaco, del contenuto
eziologico
● Prologo contro i telchini: è il testo più importante di poetica di Callimaco in
risposta a coloro che lo criticano. Ci giunge in forma frammentaria, una parte
ci giunge per tradizione diretta, un’altra per tradizione indiretta; è inoltre uno
dei passi di più difficile interpretazione poiché non si conosce la vera identità
dei Telchini; i Telchini sono i detrattori di Callimaco, ma perché li ha chiamati
con questo nome? Secondo il mito erano demoni dediti alla metallurgia e
lanciavano il malocchio, motivo per cui Zeus li folgorò e li fece cadere in mare.
E’ dunque usata un’immagine metaforica per indicare i detrattori. Callimaco
dice che i Telchini mormorano (epitrìzo), sono animali con la voce flebile e
insistente, secondo il mito rappresentano le persone che criticano tutti e
borbottano, sono fastidiosi, ignoranti e nemici delle muse (riferimento a una
critica che non si impone ma che dà fastidio). Criticano Callimaco per la
brevitas e per il mancato rispetto dei canoni a cui deve attenersi un poema
presenti nella Poetica di Aristotele: interesse, dignità, completezza,
continuità (l’arte narrativa deve comporre i suoi versi al modo stesso della
tragedia…attorno ad un’azione unica e in sé compiuta, avente principio,
mezzo e fine, di modo che l’opera, divenuta un tutto unitario come un
organismo vivente, produca il piacere che le è proprio). Callimaco dice che si
rodono il fegato (all’epoca luogo delle emozioni), azione caratteristica degli
invidiosi. Per rafforzare i suoi argomenti si riferisce a Mimnermo: fu un poeta
dolce per i suoi poemetti. E’ usata l’immagine del volo delle gru dall’Egitto alla
Tracia per indicare la lunghezza del poema epico (riferimento al libro III
dell’Iliade, in particolare alla guerra tra la popolazione paurosa dei Pigmei vs
le gru) e il riferimento alle Storie di Erodoto con Massageti (popolazione
collocabile nella zona del Mar Caspio) che scagliano frecce: critica prima
l’epos, poi la storiografia che sono superate dall’usignolo che misura la
sapienza con l’arte, non con la lunghezza. Apollo dice a Callimaco cosa fare
e manifesta la visione della poetica dell’autore: il destinatario deve essere
erudito, la forma sottile (brevitas) e deve seguire strade nuove, non battute.
La menzione della tavoletta (simbolo dell’ellenismo) ricalca la visione della
poesia come inseparabile dalla scrittura (inizialmente la poesia aveva una
fruizione orale, aedi). cantiamo tra quelli che amano il suono acuto della
cicala e non il grido degli asini: vi è un plurale maiestatis e un riferimento al
Fedro di Platone in cui si narra di uomini erano così amanti della poesia che
si erano dimenticati di mangiare, dunque diventarono cicale (animale
meraviglioso per i Greci). Callimaco si augura di essere come le cicale poiché
si spogliano della vecchiaia, che sentiva gravare su di lui (come Zeus avverte
il peso della Sicilia sulle sue spalle).
● I, II libro: il modello è Esiodo per la composizione catalogica e didascalica.
L’opera è rivolta a un destinatario, ma l’attenzione rimane sempre sull’autore
(dimostrazione della sua erudizione). Anche il contenuto è ripreso da Esiodo:
racconta di un sogno in cui le Muse lo avrebbero portato sull’Elicona e che gli
avrebbero raccontato solo verità eziologiche (mentre quelle di Esiodo dicono
anche menzogne –quelle omeriche dicono solo menzogne–). Il sogno è il
tema unificatore dei primi due libri.
● III, IV libro: il motivo del libro è Berenice, moglie di Tolomeo I. Il libro si apre
e si chiude con lei (vittoria di Berenice ed Epinicio…chioma di Berenice,
peraltro ripresa da Catullo).

RETORICA E ORATORIA
Il dibattito sulla retorica nei primi decenni dell’età imperiale ebbe conseguenze notevolissimi
anche sulla cultura romana per almeno due secoli: in età imperiale infatti si sviluppò il
fenomeno della cosiddetta seconda sofistica. Lo studio della comunicazione oratoria non
solo divenne sempre più importante per la vita pubblica, in special mondo nelle province, ma
diede luogo a un’attività estremamente apprezzata dal pubblico, esercitata da retori che si
spostavano da una città all’altra dell’impero tenendo conferenze sugli argomenti più
disparati. Spesso erano discorsi paradossali destinati a dare spettacolo. Il termine secondo
sofistica coniato da Filostrato nell’introduzione alle sue vite dei sofisti, del tutto
convenzionale, perché gli esponenti di questo fenomeno culturale erano del tutto estranei
agli interessi gnoseologici che avevano in parte caratterizzato dalla sofistica antica.

L’anonimo Del Sublime


Del sublime il documento più significativo della polemica tra analogisti e anomalisti: si tratta
di un testo anonimo, con ogni probabilità di età Tiberi Ana, dedicata a un Patrizio romano
altrimenti sconosciuto. Fu composto in polemica con un omonimo saggio, per noi perduto,
che da un punto di vista analogista, descriveva come alcuni grandi autori del passato
fossero riusciti a realizzare il sublime nel loro stile compositivo.
Lo scritto inizia definendo il sublime come l’altezza e l’eccellenza del discorso, e ne indica
quindi le fonti nell’altezza del pensiero, nel pathos intenso ed entusiastico, nell’uso delle
figure, nella nobiltà dell’espressione, fondata sulla scelta delle parole dei tropi, e sulla
composizione. Tale componimento intende affermare l’esigenza di una conciliazione tra
queste due tipologie di fonti del sublime. L’anonimo mostra una conoscenza eccellente della
letteratura greca ma anche delle letterature latine ed ebraiche. Il saggio Del sublime è un
unicum nella letteratura classica per la sua assoluta originalità nel quadro della critica
letteraria antica.

T1: Sotto l’azione della vera sublimità


La definizione del “sublime”, che viene proposta nel settimo capitolo del trattato, non ha nulla
di paragonabile negli studi letterari dell’antichità, che non normalmente hanno carattere
precettistico, e si basano sulle norme della scienza della comunicazione: qui abbiamo a che
fare con il primo trattato di estetica. Il capitolo ottavo identifica invece le fonti del sublime:
l’autore tenta a una mediazione tra le tendenze più propriamente estetiche della scuola
teodorea e quelle proprie della retorica apollodorea.

T2: Grandezza e mediocrità


L’introduzione del concetto di sublime nella critica letteraria costituisce l’elemento
rivoluzionario del trattato: la sua importanza emerge in questo testo in cuj si colgono
efficacemente i difetti del genio. Qui l’Anonimo dà le prove migliori della sicurezza del suo
gusto critico, ma soprattutto del valore del suo metodo di lettura.

T3: Perché non ci sono più uomini “sublimi”?


Il trattato si conclude con un capitolo che abbandona la prospettiva critico letterario esposta
la discussione sul piano storico sociale. L’anonimo intende chiarire una questione di fondo,
rispondendo così anche a una domanda che recentemente gli sarebbe stata posta da un
interlocutore: perché nella sua epoca è possibile conoscere uomini di grande ingegno, ma
non di indole davvero sublime? l’interlocutore stesso, forse un filosofo, avrebbe abbracciato
la tesi più in voga: la fine delle libertà democratiche avrebbe compromesso la libertà di
parole così soffocato la libera espressione degli ingegni migliori.l’anonimo, invece, sembra
sostenere una diversa teoria valutando la questione sul piano morale: la dilagante brama di
ricchezze avrebbe corrotto gli animi, intaccando così profondamente la società da impedire
la nascita di uomini dall’indole sublime.

LUCIANO (120 - 180 d.C)


Nell’ambito della seconda sofistica Luciano rappresentò una personalità straordinaria e fu
uno degli autori più versatili dell’età imperiale: scrisse orazioni, opere filosofiche, dialoghi e
romanzi.
Nasce a Samosata, in Siria, intorno al 120 d.C, la sua lingua madre era il Siriaco invece il
greco lo apprese a scuola. In una delle sue opere, il Sogno, egli ci racconta che i suoi
genitori lo mandarono nella bottega di uno zio scultore affinché imparasse l’arte della
scultura, ma proprio il primo giorno spezzò un blocco di marmo che gli era stato dato per
lavorare, e quindi lo zio a fine giornata lo picchiò malamente. La conseguenza fu un sogno in
cui gli apparvero due donne: una splendidamente vestita, che rappresenta la retorica, l’altra
ricoperta di cenci che rappresenta la scultura. Luciano scelse la prima. Viaggiò molto, in
Gallia, in Asia minore, in Grecia e in Italia.

Testi retorici:
● Elogio della mosca: un testo neo sofistico in cui l’autore riabilita l’inetto
celebrandolo a confronto con gli altri volatili
● Il tirannicida, in cui l’assassino di un tiranno, dopo che il padre della sua vittima si è
ucciso per la disperazione, chiede di essere onorato e ricompensato per aver liberato
la città dalla tirannide.
● Il Diseredato, in cui un medico racconta di come ha guarito il proprio padre che lo
aveva diseredato.
● Tribunale delle vocali, il sigma (σ) cita in giudizio il “tau”, usato maggiormente nel
dialetto attico: è un lusus retorico che ricopre una polemica contro gli eccessi della
tendenza atticista.

Testi filosofici:
● Due volte accusato: rappresenta la retorica che lo accusa di averla abbandonata
per il dialogo platonico
● Ermotimo: critica al dogmatismo di molti seguaci della scuola stoica.

Storia vera
Qui Luciano impiega lo strumento della parodia per la composizione di un grande romanzo,
in due libri: Storia vera. In tale opera Luciano e i suoi compagni si avventurano nell’oceano
oltre le colonne di Eracle e vengono travolti da una tempesta che li trascina sull’isola delle
donne-viti, e poi da un’altra che li porta sulla luna. Da qui scendono e tornano a solcare il
mare, ma la nave viene inghiottita da una balena. Luciano e i suoi compagni riescono a
superare anche questa prova, uccidendo il cetaceo e riuscendo a salvarsi, successivamente
attraversano il Mar Ghiacciato, costeggiano varie isole, tra le quali una fatta interamente di
formaggio, e giungono all’isola dei Beati, dove odissea affida loro una lettera per Calipso.
Dopo averla consegnata, affrontano altre avventure, finchè giungono agli Antipodi, dove la
navigazione si conclude.

Il rapporto con la seconda sofistica


Lo stile che Luciano aveva era sì dovuto alle influenze retoriche rivenute durante la
giovinezza, ma la sua produzione non può essere ricondotta interamente a tale influenza. È
una commistione tra retorica e diatriba, inaugurata da alcuni predecessori, e venne
approfondita da Luciano che, mescolando i generi, arrivò a trovare una propria linea
espressiva.

Lingua e stile
Le sue scelte linguistiche risentono sicuramente della seconda sofistica, egli vuole
recuperare lo stile di Lisia e Senofonte. Egli scrive in attico puro, ma ha anche forme dello
ionico e della koiné, utilizza neologismi creati da Aristofane.
Quanto allo stile egli utilizza un’ironia distaccata, cerca elementi satirici e paradossali. È un
alternarsi di alto e basso: ad esempio sono numerose le citazioni alte in un contesto
meschino.

Common questions

Basati sull'IA

Polibio considera la costituzione mista romana un esempio di equilibrio tra monarchia, aristocrazia e democrazia. I consoli rappresentano l'unità della monarchia, il Senato l'aristocrazia con la sua continuità, e i comizi curiati la partecipazione popolare tipica della democrazia . Questa costituzione crea stabilità e impedisce le degenerazioni cicliche delle forme di governo .

Polibio concepisce i cicli delle costituzioni politiche attraverso la teoria dell'anaciclosi, dove le costituzioni originarie (monarchia, aristocrazia, democrazia) degenerano in tirannide, oligarchia e oclocrazia, rispettivamente. L'oclocrazia conduce al ritorno della monarchia e il ciclo ricomincia . Differisce da Tucidide che identifica solo le cause umane universali alla base delle azioni storiche, non prevedendo questo ciclo di trasformazione delle costituzioni .

Polibio critica la storiografia precedente per la sua mancanza di imparzialità e di utilità pratica per i politici, rifiutando la semplice descrizione dei fatti o l'indagine psicologica dei protagonisti . Egli intende innovare offrendo una storia pragmatica e universale, destinata a comprendere cause politiche e militari che possano essere utili all'uomo politico contemporaneo .

Polibio distingue tra causa remota, causa prossima (principio) e pretesto degli eventi storici . Riprende la metodologia di Tucidide, ampliandola con la definizione di 'archè' come la fase iniziale del piano attuato, offrendo una comprensione precisa delle dinamiche storiche .

Polibio si distacca dall'epos rigettando le narrazioni storiografiche che non aggiungono utilità pratica per l'uomo politico, focalizzandosi invece sull'analisi delle cause complesse degli eventi storici e dei processi politici. Questo lo avvicina a una storia meno romanzata e più focalizzata sulla realtà politica contemporanea .

La Biblioteca di Alessandria ha avuto un'influenza enorme riunendo le menti brillanti dell'epoca e introducendo innovazioni come la catalogazione alfabetica dei testi per genere, un importante sviluppo nella filologia e nella gestione del sapere .

Originariamente epigrafici e sepolcrali, gli epigrammi si sono evoluti in un genere letterario complesso, abbracciando contenuti di lirica, elegia, teatro e mimo. Questa trasformazione ha segnato un passaggio dall'uso cerimoniale a una sofisticata espressione letteraria .

Polibio interpreta la religione romana come uno strumento di controllo politico, un instrumentum regni che utilizza la paura degli dei e la fede nell'aldilà per stabilizzare lo Stato. Egli considera questo elemento un aspetto pragmatico e utilitaristico che rafforza l'efficacia del governo romano .

Polibio vede le costituzioni di Roma, Sparta e Cartagine come modelli che incorporano una costituzione mista, combinando monarchia, aristocrazia e democrazia. Tuttavia, marca Roma come superiore per la netta divisione e bilanciamento dei poteri che neutralizza le tendenze di degenerazione ciclica .

Callimaco si distingue per la 'polyeideia', la contaminazio, e la brevitas, rigettando l'epica lunga e il ciclo classico aristotelico. Prefersisce l'arte allusiva e ricca in contenuti eruditi e variazioni lirìche, allontanandosi dai canoni epici e moralisti in favore di un approccio artistico che enfatizza la raffinatezza .

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