GRECO
GRECO
C)
Platone nasce ad atene nel 427 a.C da una delle famiglie della più alta aristocrazia: il padre
discendeva dall’ultimo re di atene1 e la madre dal legislatore Solone; tra i parenti figura
anche Crizia, uno dei trenta tiranni.
Notizie sulla vita ci sono giunte attraverso la lettera VII, eccezionale documento
autobiografico probabilmente autentico. L’evento principale della vita del filosofo fu l’incontro
con Socrate nel 407 a.C, che, otto anni più tardi, morirà condannato a morte per corruzione
di giovani e empietà. La morte, ingiusta, di Socrate condiziona tutta la vita di Platone, sia a
livello personale (si rifiutò di partecipare attivamente alla vita politica nella speranza di un
cambiamento) sia letterario (tutta la filosofia di Platone si tratta, almeno per i primi anni, di
una diffusione delle dottrine socratiche, quindi una trascrizione del pensiero che Socrate
aveva tramandato solo oralmente). Dal 387 a.C in poi compì ben tre viaggi in Sicilia2 nella
speranza di trovare un appoggio intellettuale finalizzato alla fondazione di una democrazia,
ma in tutti e tre non trovò terreno fertile e fu costretto a tornare in Grecia. Nello stesso anno
del primo viaggio in Sicilia fondò la sua accademia, un luogo di discussione e scambio di
idee politiche e filosofiche.
Le opere
Le opere platoniche sono convenzionalmente divise in 9 tetralogie, in base al tema e ai
personaggi, ma ultimamente si preferisce la divisione in base al tempo in cui sono stati
scritti. Le opere di Platone sono di difficile datazione ma comunque si è riusciti a dividere le
opere in tre grandi gruppi: scritti giovanili, scritti della maturità, scritti della vecchiaia. Tre
grandi gruppi che si differenziano principalmente per il linguaggio, le idee e la figura di
Socrate che viene progressivamente detronizzata, indicazione di come Platone sia maturato
e si sia discostato, almeno letterariamente, dal proprio maestro.
1
Codro secondo la tradizione
2
387, 367, 361.
perché sa che attraverso i suoi scritti potrà condurre la popolazione ateniese verso il suo
ideale di Stato perfetto.
Filosofia prima (metafisica): Aristotele esprime la propria idea dell’essere, non pura forma
come le idee platoniche ma un “sinolo” di materia e forma in un’unità inscindibile che lui
chiama “sostanza”. La sostanza è il principio di intelligibilità dell’essere stesso.
Etica: ogni attività compiuta dagli esseri umani presuppone un fine, ma allo stesso tempo
presuppone un bene sommo, cui tendono tutte le azioni degli uomini.
Politica: l’uomo è definito animale politico, cioè nato per vivere in una polis, portato per
natura ad associarsi in forme comunitarie i cui membri hanno interessi più o meno
convergenti.
Retorica ed estetica: la retorica tende alla persuasione e si differenzia in tre tipi: retorica
deliberativa, retorica epidittica e retorica giudiziaria. Il processo di persuasione si basa su
etica, pathos e logos.
La commedia nasce con Aristofane ma viene ripresa nei secoli successivi. Col passare del
tempo si adatta a modelli civici trattando di questioni di vita quotidiana. I destinatari del
messaggio erano gli abitanti della polis.
Vita e opere
Nasce nel 342 a.C. da una famiglia agiata. Esordì a teatro nel 322, un anno dopo la morte di
Alessandro. Rimase sempre ad Atene rifiutando offerte di trasferimento da altre parti. Morì
annegato nel Pireo.
Caratteri della commedia menandrea:
I destinatari sono quelli della classe media cittadina, la commedia di menandro non contiene
riferimenti di alcun genere alla politica contemporanea, ma è ugualmente interessata alla
realtà. Gli aspetti di vita quotidiana messi in scena sono l’amore, l’etere e giovani in difficoltà
nel realizzare i loro disegni amorosi. I personaggi del teatro menandreo riguardano problemi
di politica e morale, ma ciò che rende originale l’approccio di menandro è che nei suoi
componimento prevale una tolleranza, una pluralità di pensieri che è simile al prospettivismo
nietzschiano e al relativismo filosofico pirandelliano, accettando opinioni discordanti, nel
tentativo di unificare gli uomini senza differenziarli.
Carme I: Tirsi (idillio) | Nel primo idillio il pastore Tirsi esegue un canto in cui rievoca le
sofferenze d’amore e la morte di Dafni, su preghiera di un capraio che gli promette in dono
una tazza di legno splendidamente intagliata (ekphrasis, cioè la descrizione di un’opera
d’arte). Tirsi racconta come Dafni, soffrendo per amore, si sia lasciato consumare a poco a
poco: mentre la natura intera partecipa delle sue sofferenze, egli intona il suo canto di morte.
Dafni è simbolo della poesia, natura, piante, animali, pastori e divinità agresti. Linguaggio è
caratterizzato da un lessico prezioso e ricercato.
Carme VII: Le talisie (idillio) | nel settimo idillio Leo parlante, un personaggio di nome
Simichida, incontra il capraio Licida: entrambi si stanno recando dalla città a una festa in
campagna onore di Demetra, le Talisie, in cui si offrivano alla dea dei primizie del raccolto.
Ambientazione: isola di Cos. Simichida propone al compagno di strada di ingannare il tempo
cantando, Licida accetta e per primo intona un propemptikon, per augurare un viaggio felice
al suo amato. Alla fine dei canti Licida saluta il compagno di viaggio e prosegue per la sua
strada, mentre Simichida va al podere di Frasidamo per celebrare con lui le Talisie.
Carme XV: Le siracusane (mimo) | Il carme XV, le Siracusane, o Le donne alla festa di
Adone, è uno tra i più famosi mimi di Teocrito. La vicenda è ambientata ad Alessandria, con
tre cambi di scena: l’interno della casa di Prassinoa che riceve la visita dell’amica Gorgò; la
strada per cui le due donne si incamminano per andare al palazzo reale, dove si svolge il rito
del compianto per il mitico eroe Adone amato da Afrodite; infine il palazzo stesso. Gorgò
dunque passa a prendere l’amica, le due si sfogano a dir male dei loro mariti; poi si avviano,
tessendo le lodi del re Tolomeo che ha resa sicura la città; litigano con un passante,
infastidito dal loro accento siracusano, e finalmente giungono al palazzo, dove viene
intonato l’inno in onore di Afrodite. Il registro varia dal tono popolare reggi ante del
chiacchiericcio delle amiche del battibecco con il passante al registro alto, proprio dell’inno
della [Link] conclusione il tono ritorna a livello colloquiale dell’inizio, quando frassino si
congeda da Gorgò, perché si è fatto tardi del tempo di rincasare.
T3: L’Incantatrice
Il mimi L’Incantatrice si compone di due sezioni. Nella prima viene descritta la preparazione
di una fattura da parte della protagonista Simeta, aiutata dalla sua ancekla Testili: lo scopo è
riconquistare l’amato Delfi, che ha abbandonato la fanciulla dopo averla sedotta. Nella
seconda parte Simeta si rivolge alla luna ricordando come nacque e si sviluppò in lei la
passione amorosa.
T5: Il ciclope
Dedicato dal poeta all’amico medico Nicia, malato d’amore, e inizia con l’affermazione per
cui non esiste altro rimedio per la passione amorosa se non la poesia. Per confortare l’amico
afflitto dalle pene amorose viene perciò riportato il canto che il deforme Polifemo rivolgeva
alla ninfa marina Galatea, a consolazione dei propri affanni.
T6: Le siracusane
Ha per protagoniste due signore borghesi di Alessandria, Gorgò e Prassinoa, originarie di
Siracusa: le due amiche si recano alla reggia del sovrano Tolomeo II Filadelfo e vogliono
assistere alla festa che viene lì celebrata, in onore di Adone. La narrazione riporta i discorsi,
i commenti e i giudizi che le due donne si scambiano durante l’incontro, il percorso verso la
reggia e la festa nel palazzo (triplice cambio di scena).
Le Storie: componimento diviso in 40 libri che affronta gli eventi compresi tra il 264 e il 146
a.C, ovvero il tempo delle guerre puniche. Ci sono giunti integri soltanto i primi cinque, che si
connettono alla trattazione del Timeo. I primi due libri costituiscono una sorta di introduzione
e propongono una panoramica degli eventi della prima guerra punica al 220. I libri successivi
narrano gli avvenimenti politici e militari fino al 146, utilizzando, a partire dal libro VII, lo
schema annalistico.
Il pensiero
Polibio afferma di voler scrivere una storia pragmatica, cioè volta a illustrare le cause degli
eventi storici, che egli individua soprattutto nei fatti di natura politica e militare: due ambiti di
cui Polibio aveva personale esperienza. Egli riprende l’indagine di Tucidide riguardo alle
cause degli eventi storici; distingue quindi la causa remota di un evento, la causa prossima o
principio e il pretesto. Secondo Polibio la semplice descrizione dei fatti non poteva essere in
alcun aiuto all’uomo politico che si trovasse a decidere in queste situazioni analoghe in
questa affermazione programmatica Polibio si rifaceva a Tucidide. Egli rifiuta tutte quelle
modalità di narrazione storiografica che non abbiano come scopo l’esposizione di quegli
avvenimenti la cui conoscenza può risultare utile all’uomo politico. Polibio critica inoltre
l’indagine psicologica dei protagonisti della storia come espediente per attirare l’attenzione
dei lettori, respingendo così i metodi utilizzati dalla storiografia tragica, inoltre non vuole una
storia costituita da eventi particolari di un luogo di una regione ma solitamente una storia
universale: l’evento dominante nella storia del suo tempo e per lui la costituzione dell’impero
di Roma.
Secondo Polibio esistono tre forme originarie di costituzione statale (monarchia, aristocrazia
e democrazia) e tre forme degenerate dalle precedenti (tirannide, oligarchia e oclocrazia),
ma egli aggiunge la dottrina del rivolgimento periodico, o teoria dell’ανακύκλωσις, in
conseguenza della quale l'oclocrazia viene spazzata via dal ritorno alla monarchia, e il ciclo
delle costituzioni ricomincia da capo. Esiste però un modo per sfuggire a questo ciclo in
infinita ripetizione, ed è la costituzione mista, tipica dello stato romano. È una costituzione in
grado di contemplare le migliori caratteristiche di tutte e tre le forme di governo originarie.
Roma, Sparta e Cartagine si rifanno a questo modello, ma in particolare Roma ha una
divisione netta dei tre poteri che fa convergere tutti e tre i modelli di governo: nel potere
consolare ha l’unità del governo propria della gestione della monarchia di uno stato, nel
senato la continuità amministrativa propria di uno stato aristocratico, nei comizi curiati la
partecipazione popolare propria delle democrazie.
L’epigramma ionico-alessandrino:
Ne fanno parte gli scrittori che prediligono i temi erotici e simposiali: Callimaco, Teocrito,
Asclepiade e Posidippo, ossia i Telchini, i rivali di Callimaco.
Asclepiade:
Nasce a Samo nella seconda metà del IV secolo a.C., è ricordato da Teocrito nelle Talisie
con il nome di Sicelide. Scrive opere in esametri, epigrammi e componimenti lirici. Da lui
prende il nome il verso tradizionale della lirica lesbia, l’asclepiadeo, usato anche da Alceo. Il
tema dominante è l’amore, usa toni giocosi e spensierati con a volte accenti malinconici.
Testi in italiano:
Alla lampada:
La lampada illumina i visi e i corpi degli innamorati mentre godono le gioie dell’amore: è
come una divinità che attiva le possibilità latenti del piacere reciproco. Così l’amante di
Asclepiade ha giurato sulla lampada, dandogli appuntamento. Ma non è venuta, perciò
Asclepiade, tradito, prega la lampada di punirla, togliendole la gioia di vedere il suo nuovo
amico, quando saranno insieme e faranno l’amore. Il motivo della lampada è frequente negli
epigrammi amorosi, è usato anche da Meleagro.
Carpe diem:
Un luogo comune avverte gli avari che non serve custodire le ricchezze: infatti non ci
seguiranno nella tomba. Lo stesso avvertimento è rivolto da Asclepiade a una fanciulla
gelosa della propria illibatezza (verginità). Le gioie dell’amore sono riservate ai vivi: quando
non saremo che ossa e cenere, non ci resterà altro che giacere.
Il vino rivelatore:
Il vino è spia del sentimento d’amore: il giovane Nicagora viene tradito dai bicchieri durante
un simposio e il suo sguardo triste equivale ad una muta ammissione. Attraverso una
successione di atti (pianto, tremore del capo, viso triste e la corona che cade), il poeta
sollecita il lettore a soffermarsi su ogni sintomo rivelatore. Quello che interessa ad
Asclepiade è esprimere la sofferenza di un uomo che ama con accenti autentici, ma raffinati
e sobri.
L’epigramma dorico-peloponnesiaco:
Anite:
scrive tra il IV e il III secolo a.C., le sono attribuiti 19 epigrammi certi, 4 dubbi. Si interessa
molto agli spettacoli naturali e alle tematiche funerarie che riguardano soprattutto bambini e
animali.
La nera morte:
I versi dei tre epigrammi rappresentano: una bambina che seppellisce gli animaletti con cui
giocava (grillo e cicala); la morte prematura di una ragazza molto corteggiata; le ultime
parole di Erato morente a suo padre.
Nosside:
vive attorno al 300 a.C. e di lei restano 12 epigrammi. Esalta l’amore come qualcosa di più
dolce dell’esistenza e fa un paragone tra se stessa e Saffo.
Nosside e Saffo:
Omaggio alla memoria di Saffo. La poetessa si rivolge ad un navigante che lascia Locri per
andare verso Mitilene e lo invita a riferire nella terra di Saffo che, come lei, anche Nosside
pratica l’amore per le Muse e la poesia.
Leonida:
vive anche lui tra il IV e III secolo a.C. Originario di Taranto, si trasferisce in Epiro alla corte
di Neottolemo e di Pirro. Alla morte di quest’ultimo, nel 272 inizia a girovagare per la Grecia.
Di lui ci sono giunti 103 epigrammi. L’autore mostra un’attenzione costante verso la povera
gente di cui descrive le fatiche e le privazioni. Per questo si crede che egli sia appartenuto
ad una classe umile, anche se la raffinatezza dei suoi scritti fanno credere tutt’altro.
Il podere di Clitone:
Leonida mostra la semplicità della vita campestre attraverso la rappresentazione del
campicello e del boschetto che hanno fornito i mezzi di sostentamento per 80 anni al
vecchio Clitone.
La vecchia ubriacona:
La vecchia ubriacona si chiama Maronide, Marone è il sacerdote di Apollo che dona ad
Ulisse un vino che verrà usato per far ubriacare Polifemo. Nel Ciclope di Euripide Marone
diventa per antonomasia il vino stesso. Sulla tomba della donna viene posta una coppa per
ricordare la sua passione del bere e lei piange sotto terra non per i suoi cari, ma perché la
coppa è vuota.
L’epigramma siro-fenicio:
Meleagro:
nasce attorno al 103 a.C. vive a Tiro e poi a Cos, dove muore intorno al 60. Scrive
un’antologia di epigrammi, la Corona Stefanus. Corona significa scelta dei fiori e coincide
con la crestomazia, ossia la scelta del migliore. Così Meleagro sceglie gli epigrammi migliori,
ogni scrittore è paragonato ad un fiori diverso. Di Meleagro ci restano 130 epigrammi. Segue
la filosofia cinica: il suo insegnante Menippo lo spinge a scrivere una raccolta di satire,
intitolata Cariti. Meleagro celebra alcune figure femminili, come Eliodora e Zenofila, ma
anche figure maschili.
La spettatrice luminosa:
Riprende il tema della lampada come testimone di un atto infedele. Tema presenta in
Asclepiade.
Filodemo:
vive durante il I secolo a.C., studia filosofia ad Atene e segue la scuola di Epicuro. Si
trasferisce a Roma come ospite dei Pisoni e in Campania fonda un circolo epicureo
fondamentale per la formazione culturale di Virgilio e Orazio. Ci restano 30 componimenti
compatibili con la concezione dell’amicizia epicurea e dell’amore che non deve essere fonte
di infelicità, ma solo di gioia.
Filenio, la nera:
Filenio è un’etera scura di pelle, il nome proviene da filew (baciare). Filodemo apprezza la
donna finchè non ne trova un’altra. Questo pensiero rispecchia la concezione dell’amore
epicurea: l’amore deve essere fonte di gioia.
Insonnia d’amore:
Una veglia trascorsa dall’amato lontano dall’amata. L’epigramma costituisce una preghiera
alla Notte, chiamata compagna dei piaceri. L’amata in questione si chiama Eliodora, non si
sa se sia la stessa donna di Meleagro, e l’autore teme che lei possa giacere con un altro a
cui augura un sonno profondo sul seno della donna. Cita Endimione, il giovane pastore di
cui si innamora Selene-Luna che lo fa cadere in un sonno eterno per poterlo amare per
sempre.
Alla luna:
Il tema dell’amore nei confronti dell’etera Callistio è diviso in due momenti: nel primo è
presente l’invocazione alla Luna, complice delle veglie d’amore, che penetra dalla finestra e
illumina il viso della donna; nel secondo si ricorda il mito di Endimione, già citato nell’altro
epigramma.
Opere: Ci è giunto un catalogo di 227 opere dal figlio a cui vengono aggiunte altre opere per
un totale di 260 scritti. Questa raccolta viene suddivisa in due grandi sezioni: Le Vite
Parallele e i Moralia.
Le Vite Parallele: comprendono 22 coppie di scritti biografici, dedicati rispettivamente ad un
personaggio illustre della civiltà greca e uno della civiltà romana, per esempio Teseo e
Romolo, Demostene e Cicerone, Alessandro e Cesare. La struttura narrativa comprende: la
descrizione della famiglia, l’educazione ricevuta in gioventù, la narrazione delle imprese
compiute, la vecchiaia e la morte. Plutarco dichiara apertamente di non scrivere storia, ma
biografia, gli eventi storici vengono messi al servizio della descrizione dei personaggi. Egli
realizza una visione moralistica della storia: gli eventi umani sono governati dalla volontà
degli dèi che, per mantenere gli uomini virtuosi, li indirizzano verso pericoli ed ostacoli.
Esiste, quindi, una visione sacra della storia che si esplica attraverso il rapporto tra l’uomo e
la benevolenza divina. La storia plutarchea si contrappone alla storia politica di Polibio o
Tucidide, piuttosto egli prende spunto dal genere autobiografico sviluppato da Senofonte e
dalla scuola di Aristotele. Plutarco, inoltre, sottolinea l’unità dell’ispirazione spirituale della
Grecia e di Roma in un periodo in cui molti intellettuali greci avvertono un risentimento verso
l’egemonia romana. Afferma che i Romani sono eredi degni delle virtù civili e politiche
tramandate dai Greci.
I Moralia: contengono opere di vario contenuto: scritti pedagogici, scritti di carattere
etico-politico, scritti filosofici di ispirazione platonica, scritti di carattere naturalistico, scritti di
argomento religioso in relazione all’oracolo delfico, scritti di carattere erudito su esempi
famosi di virtù o sulle origini si usanze latine e greche, saggi letterari, declamazioni retoriche
e scritti legati al genere dell’enciclopedia conviviale. Plutarco usa il dialogo o il trattato che
non ha una forma dialettica propria dell’indagine socratica e degli scritti platonici. Spesso la
forma dialogica è limitata alla cornice, entro la quale il protagonista riporta il suo punto di
vista. Il trattato si presenta come una declamazione oratoria e assume il carattere
colloquiale.
Stile: La sua prosa si ispira all’ideale atticista e sollecita alla ricerca della chiarezza e della
semplicità. Scrive ampi periodi.
Testi in italiano:
T12: Sul tramonto degli oracoli
Plutarco immagina un incontro tra uomini colti a Delfi. Il fratello, Lampria, si chiede se sia
vero o no che la fine degli oracoli sia imminente e a quali motivi sia dovuta. Plutarco cerca
una dimostrazione razionale che annulli il timore della scomparsa degli oracoli attraverso la
leggenda sulla morte di Pan e sull’allontanamento dei demoni dalle isole della Britannia.
Evoca il senso della crisi della religione classica.
Opere:
● Aitia (“cause”): sono 4 libri. Il prologo inizia con la polemica contro i Telchini (i suoi
avversari poetici, ossia Asclepiade, Posidippo e Prassifane), l’opera continua con la
descrizione di feste e istituzioni. L’episodio più famoso è la storia di Aconzio e
Cidippe. Callimaco cura anche una seconda edizioni in cui aggiunge l’episodio della
Chioma di Berenice.
● Inni: sono 6 dedicati a Zeus, Apollo, Demetra, Artemide, Delo e Atena. Sono tutti in
esametri, tranne l’ultimo citato, chiamato Lavacri di Pallade.
● Ecale: poemetto in esametri di cui rimangono pochi frammenti in cui si parla del mito
di Teseo e della sua lotta vittoriosa contro il toro che infestava la piana di Maratona.
Ecale è la vecchia che ospita l’eroe durante un temporale che muore dopo
l’uccisione del toro, allora Teseo in suo onore fa costruire il santuario di Zeus Ecaleio.
● Epigrammi: ne abbiamo 62 in cui insiste sui temi della fedeltà, della reciprocità in
amore e del disprezzo per gli amori facili. Tratta anche di questioni letterarie.
ELLENISMO
Periodo che va dal 323 a.C. al 31 a.C., cioè dalla morte di Alessandro alla battaglia
di Azio. Precede l’età greco-romana che ha inizio con la battaglia di Azio ed è
caratterizzata da storici che scrivono in greco riguardo la storia di Roma.
La battaglia di Egospotami segna la fine dell’egemonia ateniese, si afferma dunque
l’egemonia spartana col governo dei Trenta, tuttavia Sparta non si rivela in grado di
mettersi a capo di un gruppo di città greche, così si afferma l’egemonia tebana; con
le battaglie di Leuttra (Sparta vs Tebani: segna l’inizio dell’egemonia tebana) e
Mantinea (Spartani e Ateniesi vs Tebe: vittoria tebana) le città greche sono molto
deboli: ne approfitta Filippo II di Macedonia, definito da Demostene <<uno
straccione che vive in un paese in cui non è bello essere nati>>. Filippo era convinto
che la cultura fosse importante alla stregua dell’arte militare ed essendo
consapevole dell’arretratezza della Macedonia rispetto alla Grecia, invita alla corte di
Pella Euripide e Aristotele, che diventa educatore di Alessandro. Curzio Rufo narra
di una lettera di Filippo ad Aristotele in cui esplicita l’importanza dell’educazione per
lui. Il progetto di Filippo era di conquistare la Grecia, per farsi eleggere eghemon,
ma muore prima assassinato. Il figlio Alessandro porta avanti il suo progetto: seda
le rivolte nelle città greche e rade al suolo Tebe (salvo la casa del lirico Pindaro).
Sono diffuse molteplici leggende su Alessandro:
● Plutarco, Le Vite Parallele: regalo del cavallo Bucefalo. Filippo acquistò da
Filonico di Tessaglia il cavallo Bucefalo. Ben presto si rese conto delle
difficoltà di domare il cavallo e pensò di restituirlo al precedente proprietario,
tanto questo era recalcitrante alla monta e turbolento. Il giovane Alessandro,
osservando il comportamento del cavallo, si propose di montarlo e, nella
sorpresa generale, vi riuscì. Alessandro aveva notato che Bucefalo aveva
paura dei movimenti della propria ombra e quindi, lo rivolse col muso verso il
sole prima di lanciarsi in sella. Da allora, Bucefalo non si lasciò montare da
nessun altro e Alessandro non ebbe un altro destriero. Il cavallo accompagnò
per quasi un ventennio il suo padrone nelle battaglie, alla conquista del
mondo conosciuto.
● Nodo di Gordio: vinti i Persiani a Granico giunge presso la città di Gordio in
Frigia, famosa per il nodo gordiano, che stringeva il giogo al timone del carro
consacrato a Zeus nel suo tempio da Gordio, fondatore della città. L'oracolo
prediceva, a chi avesse saputo scioglierlo, il dominio dell'Asia; Alessandro
Magno nel 334 a.C. visitò la città e troncò il nodo con la spada.
Alessandro cerca modi per ottenere legittimi riconoscimenti: vuole essere
riconosciuto come legittimo erede dei faraoni e come figlio di Ammone in Egitto.
Vinte le battaglie di Granico e Isso, si sposa con la più bella donna d’Oriente,
Rossane, e nelle nozze di Susa invita pure i suoi soldati a sposare donne persiane.
Programma di Alessandro:
● unificazione linguistica: si parla la koiné dialektos, un greco banalizzato
(non c’è più lo spirito aspro, l’ottativo e il perfetto)
● sincretismo religioso: unire tutte le religioni in una sola es. l’Afrodite greca
coincide con la Venere dei Romani
● Arriano ci dice che Alessandro elimina le differenze tra vinti e vincitori
quando si rivolge alle truppe (vuole creare un solido esercito).
Muore a Babilonia. Aveva consegnato - si dice - il suo anello a uno dei generali del
suo esercito, Perdicca, che è dunque il tutore del regno. Inizia la lotta dei diadochi e
dura 40 anni. si formeranno 4 monarchie ellenistiche:
● Egitto sotto i Tolomei
● Siria sotto i Selgiuchidi
● Macedonia sotto gli Antigonidi
● Pergamo sotto gli Attalidi
Le monarchie ellenistiche cadono definitivamente durante il periodo di Annibale con
le guerre macedoniche. La Macedonia (Perseo) si allea ad Annibale contro Roma e
viene annessa all’Impero dal console L. E. Paolo che chiede solo la biblioteca di
Perseo per i figli. Durante le guerre macedoniche ci fu anche la guerra siriaca, in
cui la Siria fu sconfitta dai Romani; Attalo fu l’ultimo re di Pergamo e lasciò in eredità
ai Romani il suo impero. L’impero d’Egitto finisce con Cleopatra.
Il termine ellenismo deriva dal greco hellenismos che a sua volta deriva da
hellenìzein. l’opposto è barbarismos (>barbarìzein). Gli hellenistai sono coloro che
sanno parlare perfettamente il greco, negli Atti degli Apostoli anche le comunità
ebraiche sono ellenizzate, contrapposte alle comunità madrelingua ebraiche, e
infatti non capiscono più la Bibbia. Il concetto di ellenismo nasce come linguistico,
Droysen è il primo a dargli una valenza culturale: greco sta a ellenistico come latino
sta a romanzo → l’ellenismo deriva dal greco, ma è altro dalla Grecia.
Gli studiosi definiscono gli uomini ellenistici come coloro che hanno subito uno
shock culturale, poiché ci furono cambiamenti radicali: il passaggio dalla polis alla
monarchia e dall’essere cittadino all’essere suddito, si è privati della libertà di parola,
l’agorà diventa un luogo unicamente destinato al mercato, le capitali sono poche e
gigantesche, il cittadino vive in un senso di sradicamento, c’è cosmopolitismo; non
essendoci un riconoscimento politico ci si rifugia nell’individualità, nell’otium
litterarium.
● vi era una differenza tra la polis e la chora: gli abitanti di campagna erano
analfabeti. l’ellenismo è definito come una civiltà del libro, la pubblicazione e
la composizione sono destinate a un gruppo di lettori colti.
● spesso i dotti devono presentare nelle loro opere motivi encomiastici in
cambio del mecenatismo dei nobili; nasce il termine evergetismo
(euergetes=benefattore) con Tolomeo III [Tolomeo I sotèr, Tolomeo II filadelfo]
che si impegna nella fondazione di luoghi di cultura come la biblioteca di
Alessandria.
● vi sono i livelli più alti della produzione artistica caratterizzata dal
monumentalismo (rendere evidente la grandezza del sovrano) e dal
miniaturismo (cura del dettaglio)
● si afferma il realismo a differenza della perfezione e dell’armonia che
caratterizzano il mondo classico. Si trattano i fatti quotidiani.
● il saggio è colui che compone opere per esternare la sua erudizione e per
diletto personale, a differenza del saggio dell’età classica che si pone come
modello di comportamento.
● il pubblico non è più ecumenico, non esistono più feste demandate alla
produzione delle opere. Si afferma una cultura d'élite, riservata a chi dispone
dei testi
● cambiano contenuto e significato del mito: in età arcaica il mito spiegava ciò
che non si sapeva spiegare con la ragione, in età classica serve a dare un
modello di paideia, ora ha funzione eziologica, infatti si ricercano miti
strani/poco comuni per trovare le cause.
● la divinità preminente è la Τὺχη.
L’opera più importante nella sua permanenza nella biblioteca di Alessandria sono i
Pinakes, un’opera monumentale, fondamentale per la bibliografia successiva: si
tratta di raccolte di testi posti in ordine alfabetico e divisi per autore (con tanto di
biografia) e genere letterario, ogni opera presenta un riassunto di essa stessa. Sono
più di cento volumi ma ce ne sono pervenuti soltanto 25 frammenti. La sua
produzione letteraria è varia, è caratterizzata dalla polyeideia: 4 libri di elegie, 13
giambi, 6 inni sul modello omerico, 2 epilli, 62 epigrammi; gli epigrammi e gli inni ci
giungono per intero. Nelle sue opere c’è la presenza di poikilia, contaminatio,
brevitas, techné e arte allusiva.
Poetica
● ποικιλία
● πολυείδεια=contaminatio, cioè trasformare e contaminare quello che è già
esistente (filologo), varietà di generi e di dialetti
● brevitas, infatti odia poema ciclico
● labor limae, poesia deve essere raffinata, pura ed elegante
● contrasto con teoria aristotelica ➔ Per Aristotele l'unità, la continuità, la
compiutezza e l'estensione erano gli elementi fondamentali nella struttura di
un'opera artistica: ogni parte doveva avere una relazione ben definita con
l'opera intera che doveva, a sua volta, essere mimesi di un'azione unica in sé
stessa compiuta e di una certa estensione; doveva dunque costituire un tutto
organico con un principio, una parte centrale ed una conclusione
indissolubilmente connessi tra loro secondo la legge della verosimiglianza o
della necessità. Invece Callimaco non scrive un’opera tripartita: rifiuta i
canoni aristotelici e introduce lo stesso Apollo a dettare due norme: la
λεπτότης intesa come “estrema brevità nell'estremo splendore” e
l'originalità.
● τέχνη, la critica principale riguardava piuttosto la funzione della poesia in
relazione al suo destinatario: per i Greci la funzione essenziale della poesia
era di carattere morale; per Callimaco la funzione della poesia era quella di
dilettare ➔ l'eccellenza poetica non deve consistere nel valore morale, ma
nell'arte, nella τέχνη, platonicamente intesa come il bagaglio di conoscenze
specifiche che caratterizzano l'attività del poeta. Callimaco dunque sradica la
figura del σοφός.
Elegie, Aitia
Aitia e aition: il sostantivo aitìa compare per la prima volta nella I Olimpica di
Pindaro e assume il significato di colpa/accusa, tale termine sarà impiegato con la
medesima accezione nel lessico teatrale/giuridico/storiografico. E’ rara l'accezione
positiva: merito.
Il secondo significato fondamentale compare ancora in Pindaro: causa/motivo.
Tucidide userà il termine per indicare le cause che portano a un conflitto, Polibio
invece lo usa per indicare la causa più antica e profonda di un avvenimento.
Aristotele classifica le aitiai (formale, efficiente, finale, materiale). aition è utilizzato
come aggettivo neutro sostantivato con il significato di causa/occasione: si
sviluppa un'altra accezione, origine (sintesi di causa e occasione). Da lì è utilizzato
per indicare l’esposizione degli eventi che produssero riti/usanze/costumi.
Non è un genere nuovo quello elegiaco, la sua bravura è nel comporre opere
alludendo ad altre (non canto nulla di non attestato). Il genere dell’elegia è
rinnovato. L’elegia arcaica aveva contenuti diversi: protrettico, etico (tempo, vita),
amoroso, biografico, guerresco; l’elegia ellenistica invece è eziologica: si ricercano
le origini di toponimi, feste religiose, usanze e tratta l’aspetto meno noto di un mito.
Callimaco mette in evidenza la propria doctrina trasmettendo verità eziologiche. Gli
Aitia sono considerati un lavoro di tutta la vita: i primi due libri furono composti in
gioventù, successivamente III e IV libro e il prologo. Le caratteristiche fondamentali
degli Aitia sono: impiego della brevitas, del distico elegiaco, del contenuto
eziologico
● Prologo contro i telchini: è il testo più importante di poetica di Callimaco in
risposta a coloro che lo criticano. Ci giunge in forma frammentaria, una parte
ci giunge per tradizione diretta, un’altra per tradizione indiretta; è inoltre uno
dei passi di più difficile interpretazione poiché non si conosce la vera identità
dei Telchini; i Telchini sono i detrattori di Callimaco, ma perché li ha chiamati
con questo nome? Secondo il mito erano demoni dediti alla metallurgia e
lanciavano il malocchio, motivo per cui Zeus li folgorò e li fece cadere in mare.
E’ dunque usata un’immagine metaforica per indicare i detrattori. Callimaco
dice che i Telchini mormorano (epitrìzo), sono animali con la voce flebile e
insistente, secondo il mito rappresentano le persone che criticano tutti e
borbottano, sono fastidiosi, ignoranti e nemici delle muse (riferimento a una
critica che non si impone ma che dà fastidio). Criticano Callimaco per la
brevitas e per il mancato rispetto dei canoni a cui deve attenersi un poema
presenti nella Poetica di Aristotele: interesse, dignità, completezza,
continuità (l’arte narrativa deve comporre i suoi versi al modo stesso della
tragedia…attorno ad un’azione unica e in sé compiuta, avente principio,
mezzo e fine, di modo che l’opera, divenuta un tutto unitario come un
organismo vivente, produca il piacere che le è proprio). Callimaco dice che si
rodono il fegato (all’epoca luogo delle emozioni), azione caratteristica degli
invidiosi. Per rafforzare i suoi argomenti si riferisce a Mimnermo: fu un poeta
dolce per i suoi poemetti. E’ usata l’immagine del volo delle gru dall’Egitto alla
Tracia per indicare la lunghezza del poema epico (riferimento al libro III
dell’Iliade, in particolare alla guerra tra la popolazione paurosa dei Pigmei vs
le gru) e il riferimento alle Storie di Erodoto con Massageti (popolazione
collocabile nella zona del Mar Caspio) che scagliano frecce: critica prima
l’epos, poi la storiografia che sono superate dall’usignolo che misura la
sapienza con l’arte, non con la lunghezza. Apollo dice a Callimaco cosa fare
e manifesta la visione della poetica dell’autore: il destinatario deve essere
erudito, la forma sottile (brevitas) e deve seguire strade nuove, non battute.
La menzione della tavoletta (simbolo dell’ellenismo) ricalca la visione della
poesia come inseparabile dalla scrittura (inizialmente la poesia aveva una
fruizione orale, aedi). cantiamo tra quelli che amano il suono acuto della
cicala e non il grido degli asini: vi è un plurale maiestatis e un riferimento al
Fedro di Platone in cui si narra di uomini erano così amanti della poesia che
si erano dimenticati di mangiare, dunque diventarono cicale (animale
meraviglioso per i Greci). Callimaco si augura di essere come le cicale poiché
si spogliano della vecchiaia, che sentiva gravare su di lui (come Zeus avverte
il peso della Sicilia sulle sue spalle).
● I, II libro: il modello è Esiodo per la composizione catalogica e didascalica.
L’opera è rivolta a un destinatario, ma l’attenzione rimane sempre sull’autore
(dimostrazione della sua erudizione). Anche il contenuto è ripreso da Esiodo:
racconta di un sogno in cui le Muse lo avrebbero portato sull’Elicona e che gli
avrebbero raccontato solo verità eziologiche (mentre quelle di Esiodo dicono
anche menzogne –quelle omeriche dicono solo menzogne–). Il sogno è il
tema unificatore dei primi due libri.
● III, IV libro: il motivo del libro è Berenice, moglie di Tolomeo I. Il libro si apre
e si chiude con lei (vittoria di Berenice ed Epinicio…chioma di Berenice,
peraltro ripresa da Catullo).
RETORICA E ORATORIA
Il dibattito sulla retorica nei primi decenni dell’età imperiale ebbe conseguenze notevolissimi
anche sulla cultura romana per almeno due secoli: in età imperiale infatti si sviluppò il
fenomeno della cosiddetta seconda sofistica. Lo studio della comunicazione oratoria non
solo divenne sempre più importante per la vita pubblica, in special mondo nelle province, ma
diede luogo a un’attività estremamente apprezzata dal pubblico, esercitata da retori che si
spostavano da una città all’altra dell’impero tenendo conferenze sugli argomenti più
disparati. Spesso erano discorsi paradossali destinati a dare spettacolo. Il termine secondo
sofistica coniato da Filostrato nell’introduzione alle sue vite dei sofisti, del tutto
convenzionale, perché gli esponenti di questo fenomeno culturale erano del tutto estranei
agli interessi gnoseologici che avevano in parte caratterizzato dalla sofistica antica.
Testi retorici:
● Elogio della mosca: un testo neo sofistico in cui l’autore riabilita l’inetto
celebrandolo a confronto con gli altri volatili
● Il tirannicida, in cui l’assassino di un tiranno, dopo che il padre della sua vittima si è
ucciso per la disperazione, chiede di essere onorato e ricompensato per aver liberato
la città dalla tirannide.
● Il Diseredato, in cui un medico racconta di come ha guarito il proprio padre che lo
aveva diseredato.
● Tribunale delle vocali, il sigma (σ) cita in giudizio il “tau”, usato maggiormente nel
dialetto attico: è un lusus retorico che ricopre una polemica contro gli eccessi della
tendenza atticista.
Testi filosofici:
● Due volte accusato: rappresenta la retorica che lo accusa di averla abbandonata
per il dialogo platonico
● Ermotimo: critica al dogmatismo di molti seguaci della scuola stoica.
Storia vera
Qui Luciano impiega lo strumento della parodia per la composizione di un grande romanzo,
in due libri: Storia vera. In tale opera Luciano e i suoi compagni si avventurano nell’oceano
oltre le colonne di Eracle e vengono travolti da una tempesta che li trascina sull’isola delle
donne-viti, e poi da un’altra che li porta sulla luna. Da qui scendono e tornano a solcare il
mare, ma la nave viene inghiottita da una balena. Luciano e i suoi compagni riescono a
superare anche questa prova, uccidendo il cetaceo e riuscendo a salvarsi, successivamente
attraversano il Mar Ghiacciato, costeggiano varie isole, tra le quali una fatta interamente di
formaggio, e giungono all’isola dei Beati, dove odissea affida loro una lettera per Calipso.
Dopo averla consegnata, affrontano altre avventure, finchè giungono agli Antipodi, dove la
navigazione si conclude.
Lingua e stile
Le sue scelte linguistiche risentono sicuramente della seconda sofistica, egli vuole
recuperare lo stile di Lisia e Senofonte. Egli scrive in attico puro, ma ha anche forme dello
ionico e della koiné, utilizza neologismi creati da Aristofane.
Quanto allo stile egli utilizza un’ironia distaccata, cerca elementi satirici e paradossali. È un
alternarsi di alto e basso: ad esempio sono numerose le citazioni alte in un contesto
meschino.
Polibio considera la costituzione mista romana un esempio di equilibrio tra monarchia, aristocrazia e democrazia. I consoli rappresentano l'unità della monarchia, il Senato l'aristocrazia con la sua continuità, e i comizi curiati la partecipazione popolare tipica della democrazia . Questa costituzione crea stabilità e impedisce le degenerazioni cicliche delle forme di governo .
Polibio concepisce i cicli delle costituzioni politiche attraverso la teoria dell'anaciclosi, dove le costituzioni originarie (monarchia, aristocrazia, democrazia) degenerano in tirannide, oligarchia e oclocrazia, rispettivamente. L'oclocrazia conduce al ritorno della monarchia e il ciclo ricomincia . Differisce da Tucidide che identifica solo le cause umane universali alla base delle azioni storiche, non prevedendo questo ciclo di trasformazione delle costituzioni .
Polibio critica la storiografia precedente per la sua mancanza di imparzialità e di utilità pratica per i politici, rifiutando la semplice descrizione dei fatti o l'indagine psicologica dei protagonisti . Egli intende innovare offrendo una storia pragmatica e universale, destinata a comprendere cause politiche e militari che possano essere utili all'uomo politico contemporaneo .
Polibio distingue tra causa remota, causa prossima (principio) e pretesto degli eventi storici . Riprende la metodologia di Tucidide, ampliandola con la definizione di 'archè' come la fase iniziale del piano attuato, offrendo una comprensione precisa delle dinamiche storiche .
Polibio si distacca dall'epos rigettando le narrazioni storiografiche che non aggiungono utilità pratica per l'uomo politico, focalizzandosi invece sull'analisi delle cause complesse degli eventi storici e dei processi politici. Questo lo avvicina a una storia meno romanzata e più focalizzata sulla realtà politica contemporanea .
La Biblioteca di Alessandria ha avuto un'influenza enorme riunendo le menti brillanti dell'epoca e introducendo innovazioni come la catalogazione alfabetica dei testi per genere, un importante sviluppo nella filologia e nella gestione del sapere .
Originariamente epigrafici e sepolcrali, gli epigrammi si sono evoluti in un genere letterario complesso, abbracciando contenuti di lirica, elegia, teatro e mimo. Questa trasformazione ha segnato un passaggio dall'uso cerimoniale a una sofisticata espressione letteraria .
Polibio interpreta la religione romana come uno strumento di controllo politico, un instrumentum regni che utilizza la paura degli dei e la fede nell'aldilà per stabilizzare lo Stato. Egli considera questo elemento un aspetto pragmatico e utilitaristico che rafforza l'efficacia del governo romano .
Polibio vede le costituzioni di Roma, Sparta e Cartagine come modelli che incorporano una costituzione mista, combinando monarchia, aristocrazia e democrazia. Tuttavia, marca Roma come superiore per la netta divisione e bilanciamento dei poteri che neutralizza le tendenze di degenerazione ciclica .
Callimaco si distingue per la 'polyeideia', la contaminazio, e la brevitas, rigettando l'epica lunga e il ciclo classico aristotelico. Prefersisce l'arte allusiva e ricca in contenuti eruditi e variazioni lirìche, allontanandosi dai canoni epici e moralisti in favore di un approccio artistico che enfatizza la raffinatezza .