Leopardi
Leopardi
Chi cercasse nei ricchissimi indici leopardiani dello Zibaldone una voce relativa alla
dedica o al dedicare resterebbe deluso: né nell’Indice compilato dall’autore a partire dal
luglio 1827, né negli indici parziali, né nelle polizzine a parte figura il minimo
riferimento a questa pratica. Né d’altra parte compare alcuna voce di questo genere
negli indici stesi dai vari studiosi.1 Anche nella Crestomazia della prosa, pubblicata a
Milano nel 1827 per l’editore Antonio Fortunato Stella e organizzata per tematiche e
generi – Narrazioni, Descrizioni e immagini, Apologhi, Lettere, Discorsi dimostrativi,
Filosofia pratica, Filologia e così via – non è prevista nessuna sezione intitolata
Dediche, benché non manchi qualche stralcio estratto da lettere dedicatorie, come un
frammento dal Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo, compreso
nella sezione Filosofia speculativa con il titolo Differenza grande che è da uomo a
uomo.2 Eppure mi pare che proprio nel caso di Leopardi un’indagine sulle dediche e sul
loro uso possa rivelarsi estremamente produttiva: sia per quanto riguarda la conoscenza
dell’autore e dei suoi rapporti con i contemporanei, sia per quanto riguarda l’uso
sofisticato che uno scrittore così consapevole della tradizione e insieme così innovativo
riesce a fare di uno strumento altamente codificato come la dedica.
L’epistolario, d’altra parte, come vedremo in qualche caso specifico, documenta
l’attenzione che Leopardi riserva a questa parte così fragile e insieme così visibile di
un’opera: nel costruirla, nel chiedere (o non chiedere) il consenso al dedicatario e nel
preoccuparsi del suo giudizio, nel modificarne alcune parti per una successiva edizione,
o viceversa nel rifiutarne del tutto l’impiego. Mi pare dunque oltremodo istruttivo –
oltre che di buon auspicio – aprire il primo numero di «Margini» proprio con uno studio
dedicato a uno dei più straordinari e consapevoli scrittori italiani, per indagarne
comportamenti e scelte in questo genere di scritture, e mostrare su un caso esemplare
l’efficacia teorica e operativa di questo approccio, nonché le potenzialità esegetiche ad
esso connesse. L’ampiezza di un campo per molti aspetti inesplorato e la mole dei
risultati raccolti in questa indagine mi hanno indotto a dividere il saggio in tre parti: una
prima, che qui si presenta, introduttiva e relativa alle dediche dell’infanzia e
dell’adolescenza (tra il 1808 e il 1815), una seconda e una terza, che usciranno nei
1
Cfr. per esempio l’Indice analitico in G. LEOPARDI, Zibaldone di pensieri, Edizione critica e annotata a
cura di G. PACELLA, Milano, Garzanti, 1991, vol. III, pp. 1231-509; gli Indici leopardiani sono alle pp.
1173-230.
2
Cfr. G. LEOPARDI, Crestomazia italiana. La prosa, Introduzione e note di G. BOLLATI, Torino, Einaudi,
1968, p. 307 (XXXII).
prossimi numeri di «Margini», relative agli anni della giovinezza e della maturità, cioè
alle dediche comprese tra il 1815 e il 1831.
Un’osservazione che si impone, prima di passare in rassegna le singole dediche, è
relativa al loro numero, scarso rispetto a quello che si può indicare negli stessi anni per
altri autori, e decisamente minimo se messo in rapporto all’ingente produzione
leopardiana: una quindicina, considerando anche quelle delle scritture infantili. Di
queste solo una minima parte – quattro, tutte successive al 1817 e solo per opere in versi
– fu effettivamente utilizzata: la dedica criptica (e falsa) dell’Inno a Nettuno edito nel
1817, quella a Vincenzo Monti delle prime due canzoni, uscite a Roma all’inizio del
1819 con data 1818, quella a Leonardo Trissino della canzone Ad Angelo Mai
pubblicata nel 1820, e quella della prima edizione dei Canti del 1831, indirizzata Agli
amici suoi di Toscana. A queste vanno aggiunte cinque dediche collettive firmate da
Giacomo con i fratelli, da collocare tra il 1808 e il 1810, tre delle quali in fronte a
opuscoli semi-privati stampati in piccole tipografie locali, che attestano quanto la
pratica fosse consueta nell’ambito familiare.
Anche la collocazione cronologica di questi testi mi pare significativa. Considerando
sia quelle individuali sia quelle collettive, le dediche leopardiane sono tutte comprese
tra il 1808 e il 1820 – addirittura una quindicina tra il 1808 e il 1815 – con una possibile
eccezione nel 1825 (la dedica epigrafica e latina, senza data, a Georg Barthold Niebuhr)
e un’ultima prova, importante e anomala nel 1831: segno di un progressivo
allontanamento dalla pratica dedicatoria, con tempi che sembrano paralleli alla presa di
distanza ideologica e poetica dall’ambiente e dall’educazione familiare, ma segno anche
di un rapporto complesso con questo genere di scritture. È invece del tutto normale la
prevalenza di destinatari maschili. Comprendendo anche le dediche collettive, quattro
soltanto sono rivolte a dedicatari femminili: alla madre, alla nonna (due), e a una non
meglio definita «donna malata di malattia lunga e mortale».
A una prima analisi colpisce la differenza tra le dediche dei primi anni e quelle della
maturità: non nel senso, ovvio, di una diversa qualità stilistica, ma nel senso di un
passaggio da una sperimentazione variegata a una notevole omogeneità di forma. Se
all’inizio il giovanissimo Leopardi compone molte dediche in versi (per giunta in vari
metri) e in varie lingue (italiano, francese, latino), come a tentare molteplici possibilità
espressive, a partire dal 1815 ricorre a dediche molto omogenee: di tipo epistolare, in
prosa e in italiano, con l’unica eccezione epigrafica e in latino di cui si è detto.3 Una
scelta così selettiva appare tanto più sintomatica in quanto più anomala, e quasi
anacronistica rispetto alla tendenza generale degli anni successivi al 1815, che vede
3
Per la descrizione tipologica e formale delle dediche utilizzo categorie e definizioni elaborate
nell’ambito del progetto di ricerca I margini del libro. Indagine teorica e storica sui testi di dedica
(Università di Basilea, 2002-2006, diretto dalla sottoscritta): si vedano in proposito il Glossario e l’Help
dell’Archivio Informatico della Dedica Italiana (AIDI), in [Link]
piuttosto la diffusione di brevi dediche epigrafiche.4 Lo stesso Monti, che della dedica
epistolare nella sua lunga carriera aveva fatto un’arte sapientissima, ne stigmatizzava
l’uso in una lettera del 6 marzo 1826, sconsigliandola come ormai fuori moda:
Il costume di siffatte lettere è meritamente andato in disuso, e con più senno al presente si suole
supplire con una semplice iscrizione, anche quando l’opera viene intitolata ai Potenti: e ciò
molto più si conviene ad umile persona come la mia. Si appigli dunque al mio suggerimento, e
con quattro parole significanti la sua benevolenza renda più pago il mio cuore e il giudizio del
pubblico.5
Eppure in Leopardi queste dediche epistolari offrono una straordinaria varietà di
realizzazione: come se la rigidità della forma avesse stimolato nell’autore maturo un
esercizio di variatio oltremodo complesso, una sperimentazione sofisticata, per minime
variazioni, del potenziale semantico e stilistico disponibile entro confini rigorosamente
formalizzati: un po’ come accade nel caso di forme metriche cogenti e artificiose come
la sestina lirica. Nell’analisi di alcune di queste dediche vedremo che si tratta, in effetti,
di testi nel senso più complesso del termine: dove le scelte lessicali e stilistiche, la
posizione delle parole nella frase e la costruzione dell’intera argomentazione tendono
all’estremo le potenzialità espressive consentite da una forma rigida e da un lessico
altamente codificato. È questo un aspetto di cui tutti gli autori di dediche si mostrano in
qualche modo consapevoli (almeno nella pratica della loro scrittura), ma che in
Leopardi raggiunge un’assoluta eccellenza di risultati.
Conviene partire dalle primissime prove, rimaste a lungo inedite, alcune delle quali
figurano come semplici lettere all’interno dell’Epistolario, altre si leggono nel volume
Entro dipinta gabbia curato da Maria Corti, che ripropone i testi infantili di Leopardi
già editi insieme con altri rimasti inediti o dispersi in pubblicazioni di difficile
reperibilità.6 La prima dedica individuale di Leopardi che si conosca è rivolta alla
4
Cfr. in proposito di chi scrive I testi di dedica tra secondo Settecento e primo Ottocento: metamorfosi di
un genere, in Dénouement des Lumières et invention romantique, Actes du Colloque de Genève, 24-25
novembre 2000, Réunis par G. BARDAZZI et A. GROSRICHARD, Genève, Droz, 2003, pp. 161-92, in
particolare pp. 190-91 (riproposto in questo numero di «Margini»); e G. BALDUCCI, Epigrafi e dediche in
scrittori moderati del Risorgimento, in I margini del libro. Indagine teorica e storica sui testi di dedica,
Atti del Convegno Internazionale di Studi, Basilea, 21-23 novembre 2002, a cura di M. A. TERZOLI,
Roma-Padova, Antenore, 2004, pp. 317-44, in particolare pp. 317-19 e 330-35.
5
Cfr. lett. 2801, del 6 marzo 1826, a Nicolò Biscaccia, in Epistolario di V. MONTI, raccolto ordinato e
annotato da A. BERTOLDI, Firenze, Le Monnier, 1928-1931, vol. VI (1824-1828), pp. 165-66, la cit. a p.
166: l’episodio è ricordato in S. GARAU, Dediche di Vincenzo Monti, in Vincenzo Monti nella cultura
italiana, vol. III, Monti nella Milano napoleonica e post-napoleonica, a cura di G. BARBARISI e W.
SPAGGIARI, Milano, Cisalpino, 2006, pp. 263-82, in particolare p. 282, che anche si raccomanda per la
conoscenza di questa pratica nel Monti. Le dediche epistolari sembrano trovare nuova fortuna tra fine
Ottocento e inizio Novecento, per esempio nel Pascoli.
6
G. LEOPARDI, «Entro dipinta gabbia». Tutti gli scritti inediti, rari e editi, 1809-1810, a cura di M.
CORTI, Milano, Bompiani, 1972 (d’ora in avanti Entro dipinta gabbia). Precedenti edizioni di queste
poesie infantili si trovano in Le poesie di G. LEOPARDI. Nuova edizione corretta su le stampe e
manoscritti, con versi inediti e la vita dell’Autore, a cura di G. MESTICA, Firenze, Barbera, 1886; Poesie
minori di G. LEOPARDI, a cura di G. PIERGILI, Firenze, Le Monnier, 1889; M. GIACHINI, La poesia di
Leopardi fanciullo (fino al 1811) con Appendice di poesie inedite, Palermo, Trimarchi, 1937. Soprattutto
si raccomanda l’eccellente volume G. LEOPARDI, Puerili e abbozzi vari, a cura di A. DONATI, Bari,
Laterza, 1924 (d’ora in avanti Puerili); riprodotto in [Link]
madre, per offrirle una prosa devozionale, L’entrata di Gesù in Gerosolima, Dedicata a
S. E. la Signora Contessa Adelaide Leopardi, da Giacomo Leopardi, da identificare con
ogni probabilità con la Prosa alla mia Genitrice composta a sua richiesta nel giorno
della Domenica degli Ulivi 1809, registrata da Leopardi al n. 32 dell’Indice delle sue
composizioni a partire dal 1809.7 La dedica, di cui non si conserva l’autografo, nella
trascrizione del primo editore appare – stranamente in rapporto alla forma epistolare e
alle stesse consuetudini leopardiane – senza data, ma sulla base dell’identificazione più
che plausibile con la prosa registrata nell’Indice, è databile 26 marzo 1809, giorno in cui
cadeva quell’anno la Domenica degli Ulivi. Quello che i vari editori danno come titolo
sarà più probabilmente un’intestazione – in parte titolo e in parte dedica – scritta su una
sorta di frontespizio, che si potrebbe ricostruire in forma epigrafica (questa o analoga), a
partire dalle modalità consuete per questo tipo di dediche:
*L’ENTRATA DI GESÙ IN GEROSOLIMA
DEDICATA
A
S. E. LA SIGNORA
CONTESSA
ADELAIDE LEOPARDI
DA
GIACOMO LEOPARDI.
All’interno del fascicoletto, o nel séguito della pagina, si leggeva probabilmente la
breve prosa offerta e poi, forse sull’ultima pagina, la dedica in forma epistolare, se
davvero questa seguiva (e non precedeva come era più consueto) il testo offerto,
secondo quanto è possibile ricavare dalla descrizione fornita dall’abate Jacopo Bernardi,
che la pubblicò per la prima volta nel 1865.8 Se si confronta ora questa intitolazione con
il titolo registrato nell’Indice colpisce che nella seconda occorrenza sia indicata anche
l’occasione da cui è nato il componimento: non spontanea, ma imposta dalla dedicataria,
definita per giunta con il temine non affettuoso ma decisamente aulico di «Genitrice»
(Prosa alla mia Genitrice composta a sua richiesta ecc.). La parte epistolare è
relativamente breve e vale la pena di trascriverla per intero:
In una nuova edizione delle Opere di Leopardi sarebbe utile includere anche le dediche: o premesse
all’opera a cui si riferivano (per esempio nel caso della tragedia La virtù indiana del 1811, per cui si veda
più avanti), o in un’apposita sezione di Dedicatorie.
7
Cfr. Indice delle produzioni di me Giacomo Leopardi dall’anno 1809 in poi, in G. LEOPARDI, Tutte le
Opere, Le poesie e le prose, a cura di F. FLORA, Milano, Mondadori, 19658, vol. II, pp. 1106-10 (d’ora in
avanti Indice delle produzioni); la cit. a p. 1109 (questo Indice leopardiano è pubblicato anche, con
preziose annotazioni, in Puerili, pp. 264-72). L’identificazione è proposta da M. VERDUCCI, Scritto
sconosciuto. Composizione puerile e letterina di presentazione alla madre (1809), in ID., Spigolature
leopardiane, Recanati, Centro Nazionale di Studi leopardiani, 1990, pp. 29-37, in particolare p. 31.
8
Sulla rivista «Museo di Famiglia». Rivista settimanale illustrata di E. Treves, a. V, n. 50, 10 dicembre
1865. La nota del Bernardi è riportata in VERDUCCI, Spigolature cit., pp. 32-33; trascrivo qui la parte
relativa alla successione dei testi: «Le parole della breve religiosa descrizione, che Giacomo intitola alla
madre sua, appalesano quanta cura apponesse nella scelta, nella significazione precisa e nell’ordinamento
di esse; la letterina, da cui è susseguita, manifesta primamente la riverenza affettuosa a colei che avealo
portato nel suo seno» (mio il corsivo, così nel séguito salvo indicazione contraria).
9
Cfr. lett. 2, in G. LEOPARDI, Epistolario, a cura di F. BRIOSCHI e P. LANDI, Torino, Bollati Boringhieri,
1998 (d’ora in avanti Epistolario), vol. I, p. 4, da cui trascrivo eliminando il punto dopo «credermi»; cfr.
anche la nota, ivi, vol. II, pp. 2121-22.
10
Cfr. V. ALFIERI, Merope, in ID., Tragedie, a cura di G. ZURADELLI, Torino, UTET, 1973, vol. I, pp. 879-
972; la dedica è alle pp. 885-86; mi permetto di rinviare al mio saggio Dediche alfieriane, in I margini del
libro cit., pp. 263-89, in particolare pp. 285-89.
11
Cfr. U. FOSCOLO, Tragedie e poesie minori, a cura di G. BÉZZOLA, Edizione Nazionale delle Opere di
U. FOSCOLO, vol. II, Firenze, Le Monnier, 1961, pp. 294-302; la dedica è alle pp. 294-95, la cit. a p. 295;
La dedica leopardiana alla madre appare del resto molto lontana anche da quella
indirizzata dallo stesso Giacomo al padre meno di due anni dopo, il 24 dicembre 1811,
per offrirgli la tragedia La virtù indiana.12 Basti la sintomatica differenza della firma,
dove Giacomo utilizza solo il nome proprio e si definisce figlio («Vôtre Tres-humble
Fils Jacques») e non «servo» come in quella alla madre, dove compariva tra l’altro
anche il cognome («[Link], [Link], [Link] Servo Giacomo Leopardi»). È
singolare che questa dedica si chiuda su una richiesta di giudizio: del tutto infrequente
nelle dedicatorie, ma comprensibile se messa in rapporto con le critiche previste nel
caso dell’offerta alla madre. Da una generica critica materna a un motivato giudizio
letterario paterno: «Si je sois bien, ou mal reussi en ce genre de poesie, ceci est cet, que
vous devez juger. Contraire, ou favorable que soit le jugement je serais toujours Vôtre
Tres-humble Fils Jacques». La scelta della lingua, francese e non italiano, per un testo
in lingua italiana, potrebbe essere un’ulteriore forma di omaggio al padre, compiaciuto
della straordinaria erudizione del precocissimo figlio, che già nel 1807, a nove anni,
poteva scrivergli una lettera interamente in latino. Ma potrebbe essere legata anche al
genere dell’opera offerta, con un rinvio quasi tecnico alla tradizione del grande teatro
francese, evocata esplicitamente nella Prefazione alla tragedia.13
La maggior parte della dedica è riservata alla presentazione dell’opera offerta – tanto
più notabile per il fatto che la tragedia è a sua volta corredata di Prefazione e di
Argomento – messa dichiaratamente in relazione con una composizione del dedicatario
stesso, riconosciuto fin dalle prime parole come modello per eccellenza di vita e di
letteratura: «Tre-cher Pere, Encouragé par vôtre exemple je ai entrepris d’ecrire une
Tragedie. Elle est cette, que je vous present. Je ne ai pas moin profité des vôtres oeuvres
que de vôtre exemple». Segue una puntuale dimostrazione della somiglianza di
personaggi e di temi tra la propria e le tragedie paterne: anche questa singolare, se
rapportata all’orgogliosa dichiarazione di novità che apre la Prefazione («Se non è
nuovo l’intreccio di questa Tragedia, giova almeno il credere che nuovo ne sia il
soggetto»).14 D’altra parte il volonteroso accostamento a opere per lo più inedite del
padre da parte del giovanissimo autore – collegate quasi per naturale appartenenza
familiare – non può non evocare, per esatta antitesi, quanto Leopardi adulto scriverà nel
1832, quando prenderà duramente le distanze da un fortunato libro di Monaldo, i
Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831, uscito anonimo e erroneamente
attribuito a lui: «Non voglio più comparire con questa macchia sul viso, d’aver fatto
e cfr. di chi scrive La raccolta Naranzi, il canzoniere per la madre, le dodici odi per l’Alfieri, in EAD.,
Foscolo, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 11-15, in particolare pp. 11-13.
12
Cfr. lett. 6, in Epistolario, vol. I, p. 8 (così tutte le citazioni da questa dedica). La virtù indiana (senza la
dedica) si legge in G. LEOPARDI, Poesie e prose, vol. I, Poesie, a cura di M. A. RIGONI, con un saggio di
C. GALIMBERTI, Milano, Mondadori, 19987 (d’ora in avanti Poesie e prose), pp. 806-38. Su questa dedica
si veda anche C. GENETELLI, Agonismi leopardiani. Per una rinnovata esegesi della canzone ‘All’Italia’,
in «Studi e problemi di critica testuale», 2006, 72, pp. 71-96; in particolare pp. 73-74.
13
Poesie e prose, vol. I, pp. 806-807; in particolare p. 807.
14
Ivi, p. 806.
15
Lett. 1744, del 15 maggio 1832, a Giuseppe Melchiorri, in Epistolario, vol. II, pp. 1907-908; la cit. a p.
1907.
16
Lett. 1753, del 28 maggio 1832, ivi, pp. 1917-19; la cit. a p. 1918; il corsivo è dell’autore. Sul
complesso rapporto di dipendenza e emulazione intellettuale tra padre e figlio, con precoce rovesciamento
dei ruoli, si veda M. PALUMBO, Introduzione a G. LEOPARDI, Carissimo Signor Padre. Lettere a
Monaldo, nota di F. FOSCHI, Venosa, Edizioni Osanna, 1997; G. MANGANELLI, Introduzione a G.
LEOPARDI, Il Monarca delle Indie. Corrispondenza tra Giacomo e Monaldo Leopardi, a cura di G.
PULCE, Milano, Adelphi, 1988, pp. 9-23.
17
Cfr. lett. 5, Epistolario, vol. I, pp. 6-7.
18
Entro dipinta gabbia, p. 461 (al v. 5 correggo «su’» in «su»); Nota al testo, pp. 513-14.
questa dedica in versi con il componimento registrato da Leopardi nel suo Indice al n.
29: «Al mio Genitore presentandogli il secondo di questi estratti. Martelliani».19
L’estratto a cui si riferisce, datato come la dedica 1810, è registrato al n. 28:
«Pneumaticae Complexio: estratta dalla Pneumatica del medesimo Autore [P. Jacquier
citato al n. 27]. Questi estratti sono stati da me composti nello studiare le dette scienze
1810». Il fatto che chi scrive la dedica non sia l’autore dell’opera offerta potrebbe
spiegare l’assenza del consueto topos di modestia. Vale anche la pena di notare che
Leopardi considera qui la dedica al padre come un testo a pieno titolo, da registrare con
voce separata nell’Indice delle proprie composizioni.
In maniera analoga andrà considerato il caso di un’altra dedica al padre, questa volta
priva di data, anch’essa in forma di epistola in versi e preceduta da un’intestazione che
dichiara il nome del dedicatario:
Al Signor Conte
Monaldo Leopardi.
Trascrivo qui di séguito l’inizio:
Mentre tu godi le delizie amene
Del campo amico, o Genitor diletto,
Con rozza penna a te vergare io voglio
Un’Eliconia carta, onde a te possa
La mia stima svelare, e il mio rispetto.
Nel fonte d’Ippocren la penna intingo,
D’alloro cingo l’Apollinea cetra
E di mirto la fronte indi m’assido
(vv. 1-8).20
Il metro adottato è l’endecasillabo sciolto, al quale i Sepolcri foscoliani avevano di
recente rafforzato in maniera autorevole la patente di metro epistolare. Ma è singolare
che il numero totale dei versi sia quattordici, esattamente come quello di un sonetto, a
cui mancano solo le rime: una rima su parole di perfetta equivalenza sillabica e
grammaticale (diletto : rispetto) lega tuttavia i versi 2 e 5, quasi la minima traccia
rimasta di un collegamento privilegiato tra le quartine. Tale forma di quattordici
endecasillabi sembra del resto non estranea alla pratica dedicatoria di altri autori. Mi è
noto almeno un caso analogo, quello della Geometria del compasso di Lorenzo
Mascheroni, uscita a Pavia nel 1797, dove la dedica a Napoleone Bonaparte, Io pur ti
vidi coll’invitta mano, è composta appunto da quattordici endecasillabi sciolti, qui con
un minimo collegamento tra la prima e l’ultima parte tramite la rima identica dei vv. 1 e
13:
19
Indice delle produzioni, vol. II, p. 1109; la successiva a p. 1108. Per la datazione cfr. anche Puerili, p.
270.
20
Entro dipinta gabbia, p. 460 (al v. 4 correggo il refuso «Un» aggiungendo l’apostrofo mancante); Nota
al testo, p. 513.
21
Cfr. La geometria del compasso di L. MASCHERONI, Pavia, presso gli Eredi di Pietro Galeazzi, anno V
(1797), p. 3 non numerata; cito da AIDI: [Link] (scheda redatta da S. GARAU). Un
vero sonetto è invece la dedica della Mirra alfieriana a Luisa Stolberg d’Albany: cfr. in proposito di chi
scrive Dediche alfieriane cit., pp. 283-84.
22
Si tratta dei vv. 13-14 dell’ultima versione («Nel tempo giovanil, quando ancor lungo / La speme e
breve ha la memoria il corso»), aggiunti su un esemplare dell’edizione dei Canti uscita a Napoli nel 1835
(presso lo Starita) e conservata nel Fondo Leopardiano della Biblioteca Nazionale di Napoli (AN XX 3):
cfr. G. LEOPARDI, Canti, Edizione critica e autografi, a cura di D. DE ROBERTIS, Milano, Il Polifilo, 1984,
vol. I, pp. 137-38, in particolare p. 138.
23
Edito per «Nozze Monti - Roberti Lauri», Recanati, Simboli, 1876 (cfr. Entro dipinta gabbia, p. 513);
poi in Puerili, pp. 6-7.
24
Entro dipinta gabbia, p. 460.
parola «insieme», esattamente come in quella dedica al v. 13: quasi un segno criptico,
anche semanticamente significativo, d’intesa tra padre e figlio.
Altre dediche in versi figurano nella produzione del giovanissimo Leopardi e molto
probabilmente altre sono andate perdute. Di quelle attualmente note, due sono
indirizzate al precettore don Sebastiano Sanchini e una alla nonna paterna Virginia
Mosca. Quelle al precettore sono identificabili con i due testi registrati al n. 23
dell’Indice leopardiano, sotto l’indicazione «Lettere Due Bernesche al medesimo
[Sanchini, citato al n. 21] cavate dai versi del Frugoni presentandogli alcuni Sonetti».29
Dovrebbero essere del 1810 dal momento che sono registrate in una sezione di testi tutti
di quell’anno. Sono precedute da un’intestazione, che indica anche il luogo materiale
della loro stesura. La prima:
All’Illustrissimo
Sigr D. Sebastiano Sanchini
Tavolino.
E la seconda:
All’[Link] [Link] [Link]
Il Sigr D. Sebastiano Sanchini
Tavolino.
Entrambe offrono un sonetto, scritto da un autore celato dietro un trasparente
anonimato: «Indovini di chi sono questi versi» e «Indovini il solito ma adesso ci vuol
poco». Le trascrivo integralmente qui di séguito:
Precettore che da Dio Certun scrive, ed a chi scrive?
Siate sempre benedetto Scrive al suo gran Precettore
Ecco celere v’invìo Che ne’ versi suoi già vive
Pien d’immagini un sonetto[.] E vivrà seppur non muore[.]
A me par ch’egli sia bello Mio Signore più non tollera
E che possa far onore La mia musa d’indugiare,
Alla cetra ed al pennello Che la vostra fiera collera
Del Poeta e del pittore[.] Non vuol’ella provocare[.]
Precettor giocoso e gajo, Ecco dunque quel sonetto,
Immortal Poeta invitto Che da me desiderate,
Che va sempre con il sajo Se sia bello, mi rimetto
Il sonetto ecco trascritto[.] A voi dotto amico Vate.
Buona notte, e buona sera Il sonetto orsù leggete
State a far la vostra nanna, Precettor di Pindo gioja,
E sopisca l’ombra nera Che da ognun quando volete
Ogni cura che vi affanna. Discacciate via la noja.
Le due dediche sono costituite da quattro quartine di ottonari (piani nel primo, piani e
sdruccioli nel secondo), composte da distici a rima alterna abab (metricamente
collegabili per esempio ad alcune canzonette del Frugoni, come Dove il mar bagna e
29
Cfr. Indice delle produzioni, vol. II, p. 1108. I due componimenti si leggono in Entro dipinta gabbia,
pp. 449-50 (da cui cito i due testi che seguono); e cfr. Nota al testo, p. 512, dove è proposta anche
l’identificazione col n. 23 dell’Indice.
circonda o anche Dell’amabile isoletta, dove però non figurano sdruccioli),30 di tono
scherzoso, bernesco appunto. Anche qui abbondano i termini propri della scrittura e del
far poesia: oltre alla parola «sonetto», iterata ed esposta in rima in entrambi (vv. 4 e 12;
vv. 9 e 13), si veda «cetra» (v. 7), «pennello» (v. 7, in rima), «Poeta» (vv. 8 e 10),
«pittore» (v. 10), «trascritto» (v. 12, in rima) nel primo; «scrive» (v. 1, due volte e in
rima, e v. 2), «versi» (v. 3), «musa» (v. 6), «Vate» (v. 12, in rima), «leggete» (v. 13, in
rima), «Pindo» (v. 14) nel secondo. I due testi sono collegati anche da rime comuni (-
etto: vv. 2 e 4, vv. 9 e 11; -ore: vv. 6 e 8, vv. 2 e 4), e dall’iterazione della parola
«Precettore»: collocata in anafora, a inizio della prima e della terza quartina nel primo
(vv. 1 e 9), in rima e in apertura di verso nel secondo (vv. 2 e 14). L’abile gioco di
corrispondenze foniche arriva fino a una sapiente variatio della rima bisillabica e
paronomastica gajo : sajo del primo (vv. 9 e 11) con la rima, pure bisillabica e quasi
paronomastica, gioja : noja (vv. 14 e 16) del secondo.
Grazie all’autorizzazione del genere bernesco le due dediche, nella loro elaborata
costruzione, esibiscono il capovolgimento di alcuni tra i più consolidati topoi della
pratica dedicatoria. Nella prima il topos di modestia è rovesciato nel vanto e nell’elogio
dell’opera:
Ecco celere v’invìo
Pien d’immagini un sonetto[.]
A me par ch’egli sia bello
E che possa far onore
Alla cetra ed al pennello
Del Poeta e del pittore
(vv. 3-8).
È rispettato tuttavia il riferimento, pure topico, all’immortalità della fama del
dedicatario: «Precettor giocoso e gajo, / Immortal poeta invitto» (vv. 9-10). La seconda
esibisce invece una giocosa dissacrazione della promessa di immortalità, che dovrebbe
essere garantita proprio dall’offerta:
Certun scrive, ed a chi scrive?
Scrive al suo gran Precettore
Che ne’ versi suoi già vive
E vivrà seppur non muore
(vv. 1-4).
Di questo consapevole rovesciamento è ulteriore conferma il fatto che i versi di apertura
della seconda dedica sembrano la parodia del finale del sonetto Poiché serbato
dall’eccidio indegno del modenese Orazio Petrochi – in Arcadia Adalsio Metoneo – i
cui testi aprono il quarto tomo delle Rime degli Arcadi, uscito a Roma nel 1707 e certo
ben presente a Leopardi:
30
Si leggono in Lirici del Settecento, a cura di B. MAIER, con la collaborazione di M. FUBINI, D. ISELLA,
G. PICCITTO, Introduzione di M. FUBINI, Milano-Napoli, Ricciardi, 1959, rispettivamente alle pp. 230-35
e 235-42.
31
Adalsio Metoneo (Orazio Petrochi), Poiché serbato dall’eccidio indegno, vv. 12-14, in Rime degli
Arcadi, Roma, per Antonio Rossi, 1717, t. IV, p. 22 (riprodotto in [Link] il
sonetto è il quarantaduesimo di una collana di cinquanta.
32
Cfr. Indice delle produzioni, vol. II, p. 1108. Il componimento si legge in Entro dipinta gabbia, pp. 464-
65 (da cui trascrivo le citazioni che seguono); e cfr. Nota al testo, p. 514. L’identificazione col n. 23
dell’Indice è già suggerita, pur dubitativamente, dal Donati: «Né del n. 24 né del n. 25 ho trovato traccia
tra le carte leopardiane di Recanati. C’è, a dir vero, un componimento indirizzato alla contessa Mosca
(quello pubblicato alla p. 22 del presente volume); ma reca nell’autografo la data del 1811. Qualche
lapsus di memoria non è inverisimile, ma non è nemmeno inverisimile qualche dispersione di questi
foglietti volanti, che soltanto molti anni più tardi furon riuniti e conservati con cura religiosa» (cfr.
Puerili, p. 269). Tenderei a mantenere l’identificazione, supponendo un errore di scrittura nel manoscritto
o più probabilmente nell’Indice: nel primo caso la poesia sarebbe del 1810, nel secondo del 1811.
per le dediche al precettore appena viste e per quella in martelliani al padre, per le quali
nell’Indice ricorre addirittura il verbo quasi tecnico di “presentare”. Tuttavia, nel finale,
compare un esplicito atto di offerta, «Dunque adesso aggradirai / Questi miei poveri
carmi» (vv. 47-48), che riprende una formula analoga, che a sua volta chiudeva la prima
serie di quartine:
Odi dunque, ava, il mio canto,
Che per te già sciolgo ardito:
Esso avrà di gloria il vanto,
Se sarà da te gradito
(vv. 13-16).
L’offerta è dunque affidata a due sedi forti del testo, entrambe in chiusura, come già nel
componimento Mentre tu godi le delizie amene, indirizzato al padre, che ho considerato
una dedica, benché anch’esso sia registrato nell’Indice senza altra indicazione di testi
inviati:
[…] no che i miei carmi
Di te degni non son ma tu potrai,
Amato padre, compatirli, e insieme
Gradirli ancor se ciò sperar mi è dato
(vv. 11-14).
La difficoltà di decidere se in questi casi si è veramente in presenza di una dedica mi
pare un’ulteriore riprova – se ancora fosse necessario – dell’ambiguità di queste
scritture liminari: ma anche della loro dignità di testi a pieno titolo, che solo in relazione
ad altri a cui si accompagnano possono essere denominati – con qualche
approssimazione e per comodità d’uso – paratestuali o, forse meglio, para-testuali.
Nelle quartine del componimento alla contessa Mosca, come già in Mentre tu godi le
delizie amene, ricorrono con insistenza parole e metafore relative all’atto poetico,
«cetra» (v. 5), «musa» (vv. 8 e 41), «alloro» (v. 9), «estro» (v. 12, iterato, e v. 44),
«suonar» (v. 42), «Elicon» (v. 43), a volte esposte in rima: «Parnaso» (v. 1, in rima
dissacrante con «naso», v. 3), «Apollo» (v. 7, in rima pure poco nobilitante con «collo»,
v. 5), «canto» (v. 13, in rima paronomastica con «vanto», v. 15), «musa» (v. 41, in rima
con «chiusa», v. 43), «lira» in rima con «m’ispira» (vv. 42 e 44), «carmi» (v. 48), alla
fine delle quartine, in rima con «ascoltarmi» (v. 46). Una sola di queste parole legate al
far poesia figura invece nella serie dei quinari («cantare», al v. 23), impiegata piuttosto
per celebrare iperbolicamente le lodi dell’ava, accompagnandole con la topica
dichiarazione di modestia:
Ma che dirò?
Che far potrò?
Non è bastante
Per tali e tante
Virtudi amate,
Virtù pregiate,
Tutto l’ingegno,
Tutto l’impegno
(vv. 33-40).
33
Entro dipinta gabbia, pp. 472-73, la cit. a p. 472 (corsivo dell’autore); Nota al testo, p. 515.
34
Ivi, pp. 469-71, la cit. a p. 469 (corsivo dell’autore); Nota al testo, p. 515.
Ancora in latino sono due dediche epistolari del 1810, precedute da un’intestazione
epigrafica, con cui Giacomo e Carlo offrono a Monaldo alcuni estratti di testi filosofici.
Entrambe si leggono in manoscritti non autografi di Giacomo, forse di mano del fratello
Carlo. La prima, intestata
Patri Dilecto Monaldo
Iacobus, et Carolus ex Leopardiis
S. P. D.,
reca, nella parte epistolare, la data dell’anno, «A Reparatae nostrae salutis Anno
MDCCCX», e offre – mi pare di poter ragionevolmente ipotizzare – l’estratto filosofico
registrato al n. 26 dell’Indice leopardiano con l’indicazione «Logicae Omnium
brevissima Complexio: estratta da quella di Del Giudice. 1810».36 A questo
sembrerebbe riferirsi infatti la frase di offerta: «id omne [il tempo], quod nobis ad
discendum datum est, in Logicae studio posuimus. […] hic tibi ostendimus in his
interrogationibus comprehensas, quas a trutina tua, haud fallaci perpendendas
exhibemus». Segue un eleborato topos di modestia, che declina in termini inconsueti –
con riferimento alla giovanissima età – la richiesta di benevolenza per la debolezza dei
dedicanti, «Si in illis nostram debilitatem respexeris, duplicis lustri aetatis esse opus
memento», e attribuisce l’eventuale merito – sia dell’opera offerta sia dell’atto di
offrirla – al precettore, cioè a una figura intermedia tra dedicanti e dedicatario anch’essa
35
Ivi, pp. 474-85, la cit. a p. 474 (corsivo dell’autore); Nota al testo, pp. 515-16.
36
Cfr. Indice delle produzioni, vol. II, p. 1108. La dedica si legge in Entro dipinta gabbia, p. 462; Nota al
testo, p. 514; andrà collegata al documento intitolato Logicae apparatus, che si legge ivi, pp. 486-87 (e
cfr. p. 516, Nota a IV).
37
Ivi, p. 463; Nota al testo, p. 514; la dedica era materialmente legata al documento intitolato Ontologiae
Epitoma, ora in Entro dipinta gabbia, p. 488 (e cfr. p. 516, Nota a V).
38
Cfr. Indice delle produzioni, vol. II, p. 1108.
39
Ibid.; cfr. Puerili, p. 269.
titolo che si può definire “titolo dedicatorio”:40 Alla Signora Paolina Leopardi (I e II);
Alla Signora C. P. L. Madrigale IV; Alla Signora Contessa Paolina Leopardi, Dotta
Grammatica, e Letterata. III; Alla Signora Contessa Paolina L. Erudita Traduttrice di
Marco T. C. III; Alla Signora Contessa Paolina Leopardi (IV e V).41 Importa tuttavia
notare che l’uso di titoli dedicatori – rivolti sia a esseri umani sia a entità naturali o
astratte – comporta un andamento allocutivo e interlocutorio del testo che non
abbandonerà neppure il poeta adulto.42 È appena necessario, credo, ricordare titoli
celeberrimi come All’Italia, Ad Angelo Mai, A un vincitore nel pallone, Alla Primavera,
Inno ai Patriarchi, Alla luna, Alla sua donna, Al Conte Carlo Pepoli, A Silvia,
Palinodia al Marchese Gino Capponi, fino al programmatico solipsismo di A se stesso.
Come a dire che la pratica dedicatoria dei primi anni – che si prolunga quasi
naturalmente in titoli di questo genere – con la sua forza emotiva, congiunta a un
esasperato esercizio retorico e formale, sembra trasmettere ancora allo scrittore maturo
consuetudini testuali e formali che vanno ben al di là dei testi liminari e delle dediche in
senso proprio, arrivando a toccare le modalità stesse di scrittura della sua lirica più alta.
M. A. T.
40
Cfr. qui nota 3.
41
Cfr. Entro dipinta gabbia, pp. 451-52, 453, 454, 455, 456 e 458; Nota al testo, pp. 512-13.
42
Sull’andamento allocutivo e interlocutorio della poesia leopardiana, si vedano L. BLASUCCI, I titoli dei
‘Canti’, in ID., I titoli dei ‘Canti’ e altri studi leopardiani, Napoli, Morano, 1989, pp. 153-66, in
particolare pp. 163-64; P. V. MENGALDO, Come iniziano i ‘Canti’, in ID., Sonavan le quiete stanze. Sullo
stile dei ‘Canti’ di Leopardi, Bologna, il Mulino, 2006, pp. 41-77, in particolare pp. 48-59.