MARX E LA CRITICA AL CAPITALISMO
Karl Marx nasce il 5 maggio 1818, studia a Bonn. Nel 1943 Abbandona la carriera universitaria e
diventa giornalista politico; si sposa e si trasferisce a Parigi dove incontra Engels ed altri socialisti.
Nel 1844 pubblica due importanti saggi: L’introduzione alla Critica della filosofia del diritto di
Hegel e La questione ebraica, con Engels scrive La sacra famiglia. Nel 1845 vengono espulsi dalla
Francia, Marx si stabilisce a Bruxelles e scrive con Engels L’ideologia tedesca. I due si iscrivono alla
Lega dei giusti, che poi viene ribattezzata Lega dei comunisti, a loro viene affidato il compito di
scrivere il Manifesto del Partito Comunista che viene pubblicato nel 1848. Nel 1851 abbandona la
vita politica e inizia una vita di studi e di stenti economici; in questi anni scrive i Lineamenti
fondamentali della critica dell’economia politica, Per la critica dell’economia politica e le Teorie
del plusvalore. Nel 1866 viene pubblicato il primo libro il Capitale. Marx è essenzialmente uno
scienziato critico, tutta la complessità del suo pensiero sta nella continua tensione tra la carica
critica e utopica della sua formazione giovanile e il rigore dello studioso maturo. Parte del successo
delle sue dottrine risiede in questa ambivalenza, egli appare ai suoi seguaci come colui che, per la
prima volta nella storia, ha dato una base scientifica all’utopia comunista, all’idea di una società
nuova e giusta. Possiamo dire che Marx è uno studioso critico del capitalismo moderno, per lui la
società moderna è capitalista cioè segnata dal grado enorme di sviluppo che in essa raggiungono
le forze produttive. Questo fatto costituisce un traguardo per la storia dell’umanità e la possibilità
di un ulteriore sviluppo delle sue potenzialità, che si realizza solo attraverso la critica al capitalismo
stesso.
Il metodo
Le scienze naturali tendono a mettere in luce la natura e il funzionamento della realtà naturale,
identificandone le leggi fondamentali. Qui non c’è nessuno spazio alla critica perché non c’è uno
spazio di intervento da parte dello scienziato sulla natura dell’oggetto. Quando Darwin identifica la
legge dell’evoluzione universale intende mettere in luce una proprietà oggettiva dello sviluppo
della vita sul pianeta Terra. La scienza critica altre forme di sapere, come la religione, mostrando la
loro falsità in nome di una conoscenza oggettiva e razionale, ma non critica l’oggetto studiato. Al
contrario Marx sostiene che la scienza della società implica la critica sia di altri saperi non
scientifici sia della società stessa. La critica è una critica del metodo e dell’oggetto, Marx non pensa
che così facendo si abbandoni il carattere scientifico dell’analisi, ma vuole essere il Darwin delle
scienze sociali, capace di mettere in luce la legge evolutiva della società umana. Allo stesso tempo
ritiene che, una volta identificata tale legge evolutiva, non si può più essere neutrali. La scienza
toglie la buona fede, finché non conosco come funzionano la società e la storia, posso pensare AD
ESEMPIO che Dio esiste, ma una volta in possesso di un sapere vero e oggettivo si può o prendere
posizione per la conservazione dello status quo oppure, contribuire all’evoluzione sociale verso
una meta ulteriore, che è allo stesso tempo necessaria e frutto dell’azione umana. Necessaria
perché risponde alla logica di sviluppo della storia; Frutto dell’azione umana perché la storia non
può essere altro che il risultato di ciò che gli uomini fanno e vogliono. Sul piano metodologico
compare una contraddizione nel pensiero di Marx, quella del: Determinismo nella quale leggi
evolutive operano senza che l’uomo ne sia consapevole; quella del Volontarismo nella quale
appare all’uomo la vera natura della sua vita sociale ed egli può o meno assecondare lo sviluppo.
La storia è il risultato di una tensione continua fra: Particolarismo riguarda chi, in nome di interessi
specifici, tende a conservare il proprio potere; Universalismo, invece riguarda chi, non avendo
nulla da perdere, vuole scegliere il cambiamento, assecondando così la legge di movimento della
società umana. Quindi la società giusta e quella vera coincidono, perché le leggi scientifiche di
movimento della società portano alla realizzazione di un mondo senza interessi particolari. Marx
lega la visione utopica di una società giusta alla critica scientifica del capitalismo: da una parte
abbiamo una visione etico-filosofica dell’uomo e della vita sociale; dall’altra uno studio scientifico
del funzionamento economico del capitalismo.
LA CONCEZIONE DELL’UOMO E DELLA STORIA
Secondo Marx l’uomo è << un ente generico>> in quanto consapevole della sua appartenenza al
genere ‘uomo’, ed <<ente universale>> perché va oltre alla sua particolare esistenza. Per Marx
l’esistenza è un mezzo dell’essenza: ognuno di noi realizza la propria comune essenza <<uomo>>
attraverso la sua diversa esistenza; in questo, ognuno di noi è libero: la libertà è data dall’apertura
di una distanza tra essenza ed esistenza. Questo significa anche che l’uomo non può realizzare se
stesso da solo: la realizzazione dell’individuo implica quella di genere, l’uomo non può essere felice
da solo. Se così accadesse, l’uomo non si coglierebbe più come genere, ma come singolo, e il
particolare avrebbe il sopravvento sull’universale. Naturalmente, la realizzazione di ognuno e di
tutti non è qualcosa di dato, ma ha bisogno di un processo di progressiva presa di consapevolezza:
la storia umana è storia di questo processo, nel quale la tensione tra esistenza ed essenza, tra
particolare e aspirazione all’universale realizzazione, si concretizza in forme diverse. Emerge un
altro punto importante, ovvero l’uomo realizza se stesso attraverso la sua attività (lavoro): << la
libera attività è il carattere specifico dell’uomo>>. Questa è un’idea estremamente moderna.
Nell’antichità classica, invece il lavoro è degli schiavi e delle donne: se l’uomo vuole essere libero
deve emanciparsi dal lavoro e dedicarsi alla vita della città. Per Marx il lavoro implica l’essenza
dell’uomo, si realizza oggettivandosi; attraverso il lavoro, l’uomo produce oggetti in cui riconosce
se stesso. Senza alienazione non c’è realizzazione. La storia dell’uomo è la storia della sua
progressiva realizzazione come ente generico. Le varie società umane sono le forme con cui
l’uomo si relaziona con gli altri uomini per produrre oggetti. Marx distingue una struttura
economica da una sovrastruttura, pensando che è la prima a determinare la seconda. La formula
di Marx chiarisce come l’oggetto prodotto possa determinare il suo produttore; l’uomo produce la
società ed è la società che poi lo determina, ma non lo condiziona. La storia dell’uomo è la storia
della sua alienazione nella società, in forme sociali che, determinandolo, nascondono e negano la
sua libertà. Qui Marx riprende la teoria di Rousseau, secondo cui la società di per sé è negazione
dell’uomo. Marx però va oltre questa teoria, infatti ritiene che, l’alienazione umana dentro la
storia è inevitabile se l’uomo vuole diventare pienamente consapevole di sé; ma crede anche che
ci sia una via di uscita dalla storia: quest’ultima è il lungo cammino con cui l’uomo realizza se
stesso, fino alla costruzione della società nella quale egli può realizzare la sua libertà. Per capire
come la realizzazione del singolo, in una società, implica quella di tutti, bisogna capire come
l’uomo organizza la sua attività produttiva. Secondo Marx ogni modo di produzione è
caratterizzato dalla capacità produttiva del lavoro umano; le forze di produzione sono determinate
dallo sviluppo dei mezzi di produzione, e da specifici rapporti di produzione tra gli uomini. Egli
identifica quattro tipi di società: tribale, antica, feudale e capitalista, ognuna caratterizzata da
uno specifico sviluppo delle forze di produzione, che è basso nelle prime e raggiunge il suo picco
nel capitalismo. Il cambiamento delle forze di produzione è la precondizione del cambiamento
sociale in generale. Protagonisti della storia, per Marx, sono le classi sociali, cioè la forma con cui
gli uomini organizzano le loro relazioni dentro le attività produttive. Le classi sociali si distinguono
a seconda della posizione che assumono all’interno del processo di produzione (classe in sé); ogni
modo di produzione è caratterizzato da una classe dominante che incarna lo sviluppo delle forze di
produzione: quando emerge una nuova forza di produzione, i vecchi rapporti diventano deboli e
così si forma una nuova classe sociale (classe dominata), che fa proprie nuove possibilità e che
tende a contrapporsi, quando acquista consapevolezza della propria esistenza e forza come classe
(classe per sé), alla classe dominante. Passando dalla situazione di classe in sé a classe per sé, la
classe antagonista sviluppa una coscienza di classe che ne fa una protagonista attiva e consapevole
del processo storico. Solo così le tensioni tra classe dominante e classe dominata possono portare
a un conflitto rivoluzionario e quest’ultima inaugura allora una nuova fase dello sviluppo
dell’umanità. Il materialismo storico è il risultato dell’uso dialettico hegeliano per spiegare la
dinamica sociale: si passa da una fase all’altra della storia attraverso il conflitto rivoluzionario tra
classi contrapposte. Alla fine, il motore della storia sono le rivoluzioni: le classi sociali che
diventano consapevoli compiono un salto fuori dalla storia, realizzando così l’utopia di
realizzazione dell’uomo.
La teoria del valore/lavoro
Per Marx, il capitalismo realizza una realtà sottosopra, ciò che è mezzo diventa fine e viceversa.
Abbiamo visto che il lavoro è l’essenza dell’uomo; ora il lavoro stesso viene alienato, in un duplice
senso: da un lato, il lavoro implica un’alienazione nell’oggetto prodotto; dall’altro, nel capitalismo,
l’oggetto diviene merce ed è quindi sottratto al suo produttore. Non solo, ma il lavoro diventa esso
stesso merce. Secondo Marx, è possibile distinguere due modi di concepire il valore di una merce:
il valore d’uso, riguarda l’utilità di una cosa; il valore di scambio, invece riguarda il rapporto
quantitativo con cui le merci sono scambiate tra di loro. Lo scambio delle merci è finalizzato alla
realizzazione delle utilità e avviene nella forma M-D-M’, dove M, ad esempio, è la frutta e M’ è la
carne. Il senso dello scambio è quello di vendere frutta e con il denaro ottenuto (D) acquistare
carne. Il denaro è il mezzo dello scambio, mentre i valori d’uso sono il fine. In questa forma di
scambio c’è un corretto rapporto tra qualità e quantità: la prima è il fine, la seconda il mezzo. Il
capitalismo è invece quella forma sociale che trasforma il denaro in capitale. Il ciclo M-DM’ viene
sostituito dal ciclo D-M-D’; nel ciclo capitalista, il denaro non è più un mezzo dello scambio, ma il
suo fine. Esso sta all’inizio e alla fine di un processo il cui il solo scopo è quello di ottenere più
denaro di quello anticipato. Il capitalista deve investire il capitale per poterlo valorizzare, cioè per
aumentare il valore. Come è possibile la valorizzazione del capitale? Marx risponde a questa
domanda: poiché nulla si crea e nulla si distrugge, ciò che si ottiene in più alla fine deve essere il
risultato di un <<furto>> che il capitalista compie nei confronti di qualcun altro. Un furto ben
mascherato che deve essere smascherato. Secondo Marx il valore di una merce è dato dalla
quantità di lavoro necessario per produrla. Quindi, devo supporre che occorre il doppio di lavoro
per produrre un chilogrammo di carne rispetto a uno di frutta. Il lavoro assume forme assai
eterogenee: non solo nell’antichità si dispiega in modo diverso al capitalismo, ma in entrambe le
situazioni storiche possiamo distinguere tra lavoro generico e lavoro specializzato. Marx pensa che
possano ridurre tutte queste differenze a un unico denominatore comune che chiama lavoro
astratto. Esso è la capacità lavorativa dell’uomo in quanto ente generico e ad esso si possono
riportare tutte le forme di lavoro concreto; AD ESEMPIO, un’ora di lavoro specializzato vale due
ore di lavoro non specializzato. Detto questo, il valore della merce prodotta non può che
corrispondere alla quantità di lavoro astratto necessario per produrla. La conclusione di Marx è: se
egli ottiene alla fine un plusvalore, cioè D’ è maggiore di D, è perché non tutto il lavoro impiegato
è stato retribuito per il valore che ha prodotto. Ecco smascherato il furto che avviene ad opera del
capitalista. Il capitalista è abile nel mascherare questo furto; egli acquista dall’operaio la sua
capacità di lavorare e poi la impiega a suo piacimento. Marx chiama questa capacità di lavoro
forza lavoro. Il concetto dell’idea marxiana per cui nel capitalismo anche il lavoro diventa una
merce: se la merce è qualcosa di estremo all’uomo, in che senso il lavoro è una merce? Lo è
perché l’individuo stesso diventa merce: il corpo dell’operaio diventa merce. Il primo libro del
Capitale ha lo scopo di mostrare come avviene la valorizzazione del capitale, come cioè il
capitalista riesce a trarre un plusvalore del capitale anticipato. Un grave problema però aleggia su
tutta la dimostrazione, ovvero il valore della merce prodotta coincide con l’effettivo prezzo con cui
viene venduta? Emergono due problemi: il primo riguarda il rapporto tra domanda e offerta di
merci; la domanda, in regime capitalista, non è pianificata e quindi potrebbe essere superiore o
inferiore alla quantità prodotta. In questo modo, non è detto che il prezzo coincida con il valore:
Marx fa fronte a questo problema sostenendo che la concorrenza, sul lungo periodo, farà in modo
che le merci possano essere vendute a un prezzo che corrisponde al loro effettivo valore. Il
secondo problema ha a che vedere non più con il processo di distribuzione delle merci, ma con la
produzione delle merci. Se il valore è prodotto dal lavoro dobbiamo presupporre che le tecniche di
produzione siano del tutto irrilevanti. AD ESEMPIO, ci sono due fabbriche una ad alta densità di
lavoro e un’altra completamente robotizzata e con poco lavoro: la seconda dovrebbe produrre
meno valore della prima, il che la cosa è assurda. Ma se è così, allora il valore prodotto dipende dal
lavoro prodotto, ma anche dalle tecniche di produzione impiegate. Quindi dobbiamo concludere
che tutta la teoria del valore/lavoro è sbagliata. Se il capitalismo è una realtà sottosopra, allora si
può dire che la realtà non spiega l’apparenza e appare ancora più irreale di quest’ultima. L’intento
del marxiano era quello di dimostrare l’esistenza dello sfruttamento capitalistico, basata sulla
quantità di lavoro incorporato nelle merci: senza la teoria del valore/lavoro, questa misurazione
non è più possibile.
La teoria dello sviluppo
Per Marx, il capitalismo si basa su un’originaria spoliazione effettuata dai primi borghesi nei
confronti di milioni di contadini e piccoli artigiani, costretti ad abbandonare le loro proprietà e le
loro residenze per diventare manodopera a basso costo nelle prime grandi città industriali. Marx lo
chiama processo di accumulazione originaria, che consente la formazione di un capitale da
investire nell’attività produttiva industriale; alcune caratteristiche di questo processo, messe in
luce da Marx, sono: Il processo di concentrazione del capitale, dove si passa da una situazione di
libera concorrenza tra imprenditori, a una di tipo oligopolistico per poi arrivare alla formazione di
veri e propri monopoli industriali, capaci di imporre le proprie esigenze al mercato; la seconda
riguarda l’emergere di una classe di manager industriali, che costituisce l’indicatore più evidente di
una progressiva scissione tra proprietà e controllo dei mezzi di produzione. Le società per azioni
separa la proprietà del capitale dall’amministrazione dell’impresa: il manager, ad esempio è una
specie di direttore d’orchestra che non ha bisogno di possedere gli strumenti dell’orchestra.
Inoltre, le società per azioni <<sono l’annullamento dell’industria privata capitalistica sulla base del
sistema capitalistico stesso, e distruggono l’industria privata a misura che esse si ingrandiscono e
invadono nuove sfere di produzione>>. Un’altra caratteristica dell’economia capitalistica è il suo
carattere irrazionale e anarchico. Essa è incompatibile con qualsiasi forma di pianificazione e
organizzazione della produzione; la logica dominante è solo quella valorizzazione del capotale, non
quella della soddisfazione di bisogni concreti. Proprio per questo l’economia capitalistica è esposta
a crisi economiche ricorrenti, legate agli squilibri che si vengono a creare tra domanda e offerta.
Un aspetto caratteristico del capitalismo sono le crisi di sovrapproduzione: la capacità produttiva è
tale da mettere il sistema economico in grado di produrre una quantità di beni eccedente la
domanda effettiva, creando un problema di sostegno della domanda stessa. L’aspetto
fondamentale dello sviluppo capitalistico è però il processo di universalizzazione, che agisce a tutti
i livelli e non solo a quello economico. Nel capitalismo tutto diventa una merce: la logica della
quantità non si cura della qualità. Emblematico di questo processo è la riduzione del lavoro a
merce, anch’esso posto sul mercato come tutte le altre merci; inoltre, i mercati locali diventano
sempre più un unico mercato mondiale, che non ha più confini se non quelli stessi del globo.
L’UTOPISTA LIBERATO DALLO SCIENZIATO
Più di ogni altro pensatore, Marx ha subito interpretazioni più o meno corrette, alcuni aspetti che
appaiono sempre più attuali del suo pensiero, sono due: l’analisi dei processi di sviluppo del
capitalismo, la usa generale universalizzazione, che oggi assume la forma della globalizzazione, sia
essa economica che culturale; la carica critica contenuta nel suo utopismo giovanile, capace di
porre la questione di quali siano le condizioni sociali che consentono una realizzazione dell’uomo e
delle sue capacità. La concezione che Marx ha dell’uomo implica una fondamentale socialità: in
quanto ente generico, l’uomo è consapevole di essere parte di un insieme più ampio, che è il suo
genere. Da questo deriva un universale senso di giustizia. La scissione tra esistenza ed essenza può
essere colmata solo se tutte le esistenze sono allo stesso modo libere di autorealizzarsi in quanto
tali. La storia dallo sviluppo economico, ma anche da un senso di giustizia. L’idea di giustizia si
concretizza storicamente in tante morali particolari, ognuna ritenuta ideologica dalla successiva;
ad esempio, Marx vede nell’utilitarismo la forma più compiuta della morale borghese: esso da un
lato è da apprezzare rispetto alla morale ancora anti-individualista della socialità feudale, ma
dall’altro va condannato perché ostacola un ulteriore sviluppo dell’idea di giustizia. Invece, L’etica
universale non ha una base utilitaristica, ma aspira alla piena realizzazione dell’uomo: espressività,
libertà, etc.