IL PROGGETO RISORGIMENTALE
Con il termine risorgimento, si indica il lungo processo di rinnovamento culturale, politico e sociale che
attraverso una serie di eventi militari e diplomatici portò alla formazione dello Stato nazionale in Italia,
questo periodo inizia nel 1815, in seguito alla sconfitta di Napoleone e termina nel 1861 in cui nasce il
Regno d’Italia.
Dopo il fallimento dei moti del 1831, i liberali della penisola italiana ripresero la lotta con metodi nuovi. Il
primo a elaborare un programma rivoluzionario, basato sulla propaganda e sull'insurrezione per bande, fu
Giuseppe Mazzini, fondatore della Giovine Italia, associazione politica che mirava tramite la propaganda e
l’educazione politica alla repubblica democratica. Il suo obiettivo era la nascita di uno Stato italiano
repubblicano e unito. Con la «Giovine Europa» Mazzini creò poi la prima organizzazione internazionale
basata sulla distinzione tra «nazioni storiche», con diritto all'indipendenza, e «non storiche», che a suo
avviso non potevano aspirare all'autonomia politica. Tuttavia il nazionalismo ottocentesco si fondava su
basi culturali e ideologiche spesso ambigue e opportunistiche.
Per il futuro dell'Italia i moderati preferivano una soluzione monarchico-costituzionale. Molti moderati
erano federalisti: pensavano che ci volesse un'integrazione politica fra gli Stati italiani, presieduta dal papa
(era l'ipotesi neoguelfa di Gioberti) o dal re di Sardegna (era la posizione di Balbo e D'Azeglio).
C'erano però anche federalisti repubblicani, come Cattaneo e Ferrari. Il biennio 1846-1847 fu caratterizzato
dal fermento di tutti i liberali italiani, galvanizzati dall'atteggiamento riformista di papa Pio IX dopo la sua
elezione.
LA PRIMA GUERRA DI INDIPENDENZA
Nel 1848 si ribellarono prima i palermitani e poi i milanesi: questi ultimi, in cinque giorni di combattimenti,
costrinsero gli asburgici alla ritirata nel Quadrilatero. Moti e rivolte spinsero i sovrani italiani a concedere
delle costituzioni, che però non fermarono i ribelli.
Nel clima arroventato del 1848, Carlo Alberto di Savoia decise di dichiarare guerra all'Austria e muovere
verso la Lombardia, dando inizio alla Prima guerra d'indipendenza.
Le incertezze di Carlo Alberto e la defezione dei contingenti inviati dagli altri Stati italiani permisero agli
austriaci di riorganizzarsi.
I piemontesi furono sconfitti a Custoza, firmarono una tregua e ripresero la guerra l'anno dopo, andando
incontro a una sconfitta definitiva a Novara (23 marzo 1849). Carlo Alberto abdicò a favore del figlio
VittorioEmanuele II, ma lascio in vigore lo Statuto albertino (la carta costituzionale concessa nel 1848).
Intanto a Venezia, in Toscana e a Roma era state dichiarate delle repubbliche, che nonostante una strenua
resistenza furono abbattute nel 1849, quando i legittimi sovrani tornarono sui troni. Il Piemonte usciva
battuto, ma restava il paese-guida del movimento liberale e indipendentista italiano.
LA SECONDA GUERRA D’INDIPENDENZA
All'inizio del 1859, Vittorio Emanuele 2 e Cavour, per spingere Vienna verso una dichiarazione di guerra,
favorirono l'arruolamento sotto la bandiera sarda di volontari provenienti dal Lombardo-Veneto, che erano
legalmente sudditi austriaci. Queste provocazioni ottennero il risultato sperato, l'Austria pose al Piemonte
un ultimatum: se non fossero stati sciolti i reparti di volontari lombardi e veneti, i contingenti asburgici
avrebbero sterrato l'attacco. Vittorio Emanuele e Cavour non aspettavano altro: anziché disarmare i
volontari, ordinarono la mobilitazione generale e il 27 aprile 1859 ebbe inizio la Seconda guerra
d'indipendenza. Il Piemonte poté contare sull'arrivo di circa 100.000 uomini guidati da Napoleone III. Le
battaglie di Montebello, Magenta, Solferino e San Martino, furono vittoriose per i franco-piemontesi, ma
così sanguinose da convincere Napoleone 3 a interrompere la guerra unilateralmente, senza avvertire
l'alleato piemontese.
L’esercito del Regno di Sardegna continuò a combattere insieme alle truppe francesi, ma un ulteriore
sconfitta li convinse a firmar l’armistizio con Napoleone 3. L'11 luglio 1859, Napoleone III e Francesco
Giuseppe firmarono a Villafranca un armistizio secondo il quale la Lombardia veniva ceduta alla Francia,
che l'avrebbe poi "passata" al Piemonte. Cavour andò su tutte le furie poiché napoleone con l’accordo di
Plombieres si era impegnato a proseguire la lotta contro l’Austria e a liberar l’esercito Lombardo-Veneto, e
il 13 luglio si dimise dall'incarico di Primo ministro.
Nel frattempo, però, l'entusiasmo per i successi piemontesi aveva portato allo scoppio di rivoluzioni
pacifiche e alla cacciata dei governanti nelle legazioni pontificie emiliane e romagnole, nei ducati emiliani e
nel granducato di Toscana, dove i nuovi governi provvisori chiedevano l'annessione al Regno di Sardegna.
Cavour, tornato al governo nel gennaio del 1860, con grande abilità e rapidità fece indire dei plebisciti per
far decidere direttamente alle popolazioni degli Stati del Centro Italia se volevano diventare sudditi del
Regno di Sardegna: circa il 97% degli elettori votarono sì.
LA SPEDIZIONE DEI MILLE
Nel 1860 regno sabaudo aveva raggiunto i suoi obiettivi e non pareva avere intenzione di espandersi
ulteriormente verso il Meridione d'Italia, anche perché vi era il timore di suscitare reazioni ostili da parte
delle altre potenze. Tuttavia, nelle regioni del Sud il malcontento verso il governo dei Borboni diede luogo a
numerose agitazioni guidate dai mazziniani come Francesco Crispi, che chiesero l'aiuto di volontari da altre
regioni. Questo aiuto giunse direttamente da Garibaldi, il quale organizzò la più straordinaria tra le sue
imprese militari: la "spedizione dei Mille". A capo di un migliaio di uomini ed una donna volontari, detti
Cacciatori delle Alpi, male armati, si imbarcò da Quarto nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860 e sbarco a
Marsala in Sicilia, dove i Mille si scontrarono vittoriosamente con l'esercito di Francesco II di Borbone
(battaglia di Calatafimi); da lì i garibaldini raggiunsero Palermo e, il 20 luglio, ottennero una vittoria decisiva
a Milazzo, costringendo l’esercito Borbonico a ritirarsi dalla Sicilia. Passarono dunque sul continente,
liberando la Calabria e la Campania.
Dopo che, il 7 settembre 1860, Garibaldi fu accolto come un liberatore a Napoli, Vittorio Emanuele II e
Cavour di intervenire per fermare Garibaldi e per impedire la reazione delle altre potenze europee.
Vittorio Emanuele II si pose alla guida dell'esercito puntando verso sud per incontrare Garibaldi: dopo aver
sconfitto le truppe papali a Castelfidardo, occupò l'Umbria e le Marche, mentre i garibaldini sconfiggevano
definitivamente l'esercito borbonico nella battaglia del Volturno.
A questo punto Garibaldi si trovò di fronte a un dilemma: proseguire verso Roma e non sottomettersi a
Vittorio Emanuele II, oppure consegnare i territori conquistati alla corona sabauda. Fra le due opzioni,
Garibaldi scelse la seconda: il 26 ottobre 1860 incontrò Vittorio Emanuele II nel villaggio di Teano e mise
nelle sue mani il regno conquistato dai Mille. Durante l'autunno del 1860, gli abitanti delle Marche,
dell'Umbria e del Regno delle Due Sicilie votarono per plebiscito in favore dell'annessione al Regno di
Sardegna. Il 17 marzo 1861, il parlamento di Torino proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia.