Fede e ragione
Il problema. Come conciliare le verità rivelate nei testi sacri con quelle che emergono dalla filosofia e dalla
riflessione razionale? Le religioni rivelate sono infatti quelle che si fondano su una diretta rivelazione di co-
noscenze da parte della divinità al credente. Cosa che in genere avviene attraverso la stesura di testi sacri in
cui si esprime la voce stessa della divinità, che ha ispirato la composizione di questi testi a chi materialmen-
te li ha redatti: ad es. Maometto scrive il Corano per ispirazione divina; gli evangelisti cristiani fanno la stes-
sa cosa con i Vangeli, ecc.
Come comportarsi dunque se i testi sacri dicono una cosa e la scienza e la ragione ne dicono un’altra? E ciò
vale sia per i grandi misteri come l’incarnazione, la resurrezione, la trinità, ecc. (che sono dogmi effettiva-
mente inconcepibili dal punto di vista razionale); sia per tutto ciò che viene detto nelle Scritture e che costi-
tuisce fonte d’ispirazione per il credente. In un brano delle Scritture ad es. si fa cenno al movimento del so-
le intorno alla terra: come conciliare ciò con la visione scientifica copernicana che invece ci dice il contrario?
Inoltre, ci si può porre il problema di come interpretare le Scritture: se cioè bisogna prendere alla lettera
quello che dicono oppure se si deve interpretarle e contestualizzarle.
La storia. Il problema di come conciliare quanto emerge dalle Scritture con quanto emerge dalla scienza e
dalla riflessione razionale è un problema che si è posto anzitutto ai primi pensatori dell’era cristiana (i padri
della Chiesa), che hanno cercato di conciliare il patrimonio concettuale elaborato dai filosofi antichi con la
nuova religione cristiana. E’ un problema che ha attraversato tutta la filosofia del Medioevo, tanto che mol-
ti storici della filosofia hanno visto in questo contrasto e nel tentativo di conciliarlo il filo conduttore della
filosofia medievale: dalle posizioni di S. Agostino, che ritiene possibile questo accordo, a quelle di Occam
che ne sottolinea l’impossibilità.
Il problema del contrasto tra la fede e la ragione è stato poi ripreso in età moderna e contemporanea da
autori come Pascal e Kierkegaard e ricorre tuttora in molti dibattiti, ad esempio quelli sui problemi di carat-
tere bioetico.
Autore Motto che ne riassume la Concezione dei rapporti tra fede e ragione
posizione
Tertulliano Credo quia absurdum Le verità di fede sono valide indipendentemente da quelle filoso-
(nato nel 160 ca) fiche, con le quali anzi possono essere in netto contrasto perché
la fede supera la comprensibilità umana.
Nello scritto intitolato De carne Christi , Tertulliano dichiara e-
spressamente che la crocifissione e morte di Cristo è "credibile
perché inconcepibile" e la sua resurrezione è "certa, perché im-
possibile".
S. Agostino Credo ut intelligam, intelligo Fede e ragione si richiamano e si integrano in modo armonico.
ut credam Agostino elabora, ispirandosi a Platone, una teoria della verità
come illuminazione. La verità sta fuori dall’uomo che la riceve
per illuminazione divina. Credere e conoscere non sono dunque
in contrasto e l’una cosa richiama l’altra reciprocamente.
S. Anselmo Fides quaerens intellectum Non si può credere se non a ciò che si intende. La fede ha bisogno
dell’intelletto per rafforzarsi.
Credo ut intelligam (ripreso Tutto ciò è molto ben esemplificato nella dimostrazione
da Agostino) dell’esistenza di Dio elaborata da Anselmo: chi ha fede in Dio ne
ricerca anche delle dimostrazioni sul piano razionale.
Averroè La doppia verità Averroè, filosofo arabo medievale di ispirazione aristotelica, non
(1126-1198) abbandona la ricerca filosofica condotta in modo autonomo e
con criteri specifici rispetto agli insegnamenti religiosi. D’altra
parte non vuole considerare la verità filosofica come assoluta ed
esclusiva nei confronti della fede.
Ne deriva quella che è stata chiamata la dottrina della doppia ve-
rità, secondo la quale esistono due verità: una deriva dalla ragio-
ne e l’altra dalla fede, entrambe valide anche se in contrasto.
Teoria che è ben esemplificata nella posizione che Averroè as-
sunse nella disputa sull’unicità dell’intelletto, un problema molto
dibattuto nel medioevo: per ragione – egli scrive – ritengo che
l’intelletto sia unico, per fede invece ritengo fermamente
l’opposto: “Per rationem concludo de necessitate quod intellectu
est unus numero, firmiter tamen teneo opposito per fide”.
S. Tommaso Fede e ragione si possono Fede e ragione sono autonome e in armonia.
conciliare. In caso di contra-
sto, prevale la fede. Scrive S. Tommaso: “Le cose che dunque si accettano per fede
dalla rivelazione divina non possono essere contrarie alla ragione
naturale” (“Ea igitur quae ex revelatione divina per fidem tenen-
tur, non possunt naturali cognitioni esse contraria”, dalla Summa
contra gentiles, libro I, cap. 7).
In caso di contrasto è la fede che offre il criterio per trovare una
soluzione. E’ la fede che ci indica la via giusta per uscire dal di-
lemma.
Occam Credo et intelligo Con Occam si ha la più radicale negazione della possibilità di ac-
cordare la fede con la ragione. Se la filosofia scolastica è nata dal
tentativo di conciliare questi due termini, con Occam questo ten-
tativo trova la negazione più recisa della sua possibilità.
Fede e ragione sono domini eterogenei, autonomi, che non ha
senso mettere in relazione. La teologia non è scienza. Infatti, si
può conoscere solo ciò che rientra nelle nostre percezioni e di
ulteriori sostanze o sostrati al di fuori di esse non abbiamo cono-
scenza. L’anima ad es. fa parte delle nostre percezioni – ne ab-
biamo idea, infatti, visto che ne parliamo – non sappiamo però
se l’anima abbia anche realtà sostanziale in sé, al di fuori delle
nostre percezioni: nulla ci autorizza ad ammettere l’esistenza di
ulteriori enti oltre alle nostre percezioni: entia non sunt multipli-
canda sine necessitate; recita il noto principio che va sotto il no-
me di “rasoio di Occam”). E questo vale anche per il principio di
causa ed effetto, che secondo Occam non ha sostanza.
Occam non vuole negare la fede in favore della scienza o vicever-
sa: sostiene però che bisogna riconoscere che ciascuna ha un suo
ambito e che non ha senso intrecciarle tra loro.
Posizioni in età moderna e contemporanea
Galilei La religione deve insegnarci La ragione e la fede sono due ambiti differenti che non vanno
“come si va in cielo, e non confusi: nel primo siamo interessati a capire come è fatta la natu-
come va il cielo”. ra; nel secondo il nostro interesse è eminentemente morale per-
ché ciò che ci interessa è il raggiungimento della salvezza eterna
(la religione – scrive Galilei – deve insegnarci “come si vadia al
cielo, e non come vadia il cielo”. Non bisogna perciò confondere i
due ambiti.
Quanto alle divergenze che possono sorgere tra ciò che dicono le
Scritture e ciò che ci dice la scienza (ad es., rispetto alla rotazione
terrestre), bisogna tenere conto che Dio ha parlato agli uomini in
due modi:
a) da una parte, avendo le Scritture uno scopo eminentemente
morale, Dio ha adottato un linguaggio che si adegui alle
concezioni popolari e che dunque non va preso alla lettera;
b) dall’altra, Dio si è espresso direttamente nella sua creazio-
ne, la Natura, adottando un linguaggio matematico (la na-
tura è infatti regolata da leggi fisiche che sono espresse da
leggi matematiche) che solo gli scienziati possono compren-
dere.
Non bisogna confondere questi due linguaggi. I problemi sorgono
se si interpretano le Scritture senza tenere conto del modo in cui
esse si esprimono e degli scopi che perseguono, facendone dei
testi scientifici. La scienza infatti ha altri scopi e si esprime in altro
linguaggio.
In conclusione, scienza e fede sono due ambiti da tenere netta-
mente separati per gli scopi e per il modo in cui in essi si esprime
la parola Divina.
Pascal La tematica della scommes- La posizione di Pascal è complessa e rappresenta un intreccio tra
sa. la ragione e la fede.
La ragionevolezza della fe- Da una parte egli sostiene che fede e ragione sono due ambiti
de. separati: la fede è espressione del cuore, dell’ésprit de finesse e
non dell’ésprit de géometrie: il Dio di Pascal è un Dio del cuore e
La fede come facoltà speci- non dei filosofi (“Dio di Abramo… non dei filosofi”).
fica per conoscere la verità, La fede ha a che fare col cuore, non con il calcolo o con il ragio-
alternativa alla ragione. namento. La fede è una facoltà specifica dell’uomo che gli con-
sente di cogliere delle verità che non si possono cogliere con la
sola ragione (“Noi conosciamo la Verità non soltanto con la ra-
gione, ma anche con il cuore”. “Il cuore ha le sue ragioni che la
ragione non conosce”).
D’altra parte è anche vero che la tematica della scommessa porta
il ragionamento nel campo della fede: perché, infatti, mi convie-
ne comunque scommettere in favore dell’esistenza di Dio? Per-
ché se Dio non esiste, perdo la scommessa, ma non perdo nulla in
termini spirituali. Se invece esiste, ho tutto da guadagnare perché
vinco la vita eterna.
Va ricordato inoltre che per Pascal il cristianesimo è la risposta
più ragionevole alla condizione umana: i misteri di questa religio-
ne, per quanto incomprensibili, rendono comunque più com-
prensibile quella creatura misteriosa che è l’uomo e vanno dun-
que accettati.
Kant La religione entro i limiti del- Kant rovescia il tradizionale rapporto tra morale (per lui dettata
la sola ragione dalla ragione) e religione: non si accettano certe verità solo per-
ché dettate da un Dio, ma sono le verità che si conformano alla
ragione quelle che possono essere considerate sacre, cioè degne
di essere venerate come se fossero dettate da un Dio:
“Non dobbiamo considerare certe azioni come doverose
perché sono precetti di Dio, ma dobbiamo considerarle
come precetti di Dio perché sono interiormente dovero-
se. L’uomo giusto può ben dire: io voglio che vi sia un
Dio.”
Kierkegaard La vita religiosa è scandalo Accedendo alla fede il credente decide di abbandonare ogni
(es. Abramo), che pone comprensione razionale accettando anche l'"assurdo". Questo è il
l’individuo in contrasto con "paradosso della fede", la quale è vera proprio perché supera la
tutto il resto e con le verità comprensibilità umana. Emblema della fede per Kierkegaard è il
comunemente accettate. personaggio biblico Abramo, che contro ogni logica decide di sa-
crificare il figlio Isacco.
La posizione di Kierkegaard ricorda quella di Tertulliano.
Dibattito fede e Ad es., in merito all’embrione, la fede dice che la vita di una per-
scienza nelle te- sona è sacra in ogni sua forma e bisogna rispettarla. La ragione
matiche della però può portarci a mettere in discussione l’idea che l’embrione
bioetica ecc. sia uguale ad un essere umano. Riportiamo in proposito questo
brano di G. Sartori:
“Cominciamo dal principio dell’identità: a=a. Qui il punto
è che la logica non è diacronica, che non segue le meta-
morfosi di una entità nel tempo. È verissimo che il pro-
cesso dello sviluppo da qualsiasi embrione a qualsiasi es-
sere è continuo. Ma il principio di identità asserisce che
a è a , non che a sarà a. La logica non consente di dichia-
rare che una pallina di caviale è uguale a uno storione. E
dunque debbo insistere: l’argomento che un embrione è
uguale a un essere umano, che è un individuo-persona
perché sarà un individuo-persona, è logicamente assur-
do. Attenzione: assurdo per la logica. Il che non «squali-
fica come assurdità ciò che la ragione del credente arriva
a riconoscere attraverso la riflessione».” (tratto da “Il
Corriere della Sera”, 4-03-05)