SBOBINA LETTERATURA ITALIANA
3/11/2023
Eravamo rimasti a Foscolo che si lamentava perché Milano non era stata
riconoscente con Parini, quindi Foscolo critica duramente la città di Milano.
Con questa scelta della città di Milano di non dedicare una tomba a Parini
nessun milanese poteva rendergli omaggio. Questo ha fatto si che il messaggio
di Parini non potesse giungere alle nuove generazioni. Quindi togliendo il
luogo simbolico dove si va a rendere omaggio al modello si riduce il suo
effetto positivo. Foscolo quindi dice:
“Del tuo Parini? A lui non ombre pose
Tra le sue mura la città, lasciva
D’evirati cantori allettatrice,
75Non pietra, non parola; e forse l’ossa
Col mozzo capo gl’insanguina il ladro
Che lasciò sul patibolo i delitti.”
Quindi dice che non sono state spese parole per lui e soprattutto Foscolo ci
lascia con questa immagine quasi violenta del fatto che le ossa di Parini
potrebbero essere state accanto ad un assassino qualsiasi.
“Senti raspar fra le macerie e i bronchi
La derelitta cagna ramingando
80Su le fosse e famelica ululando;
E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
L’ùpupa, e svolazzar su per le croci
Sparse per la funerea campagna,
E l’immonda accusar col luttùoso
85Singulto i rai di che son pie le stelle
Alle obblïate sepolture. Indarno
Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
Dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti
Non sorge fiore ove non sia d’umane
90Lodi onorato e d’amoroso pianto.”
Qui parla con la musa che non riesce a trovare la via e può sentire il raspare
della cagna che va vagando sulle tombe tra le macerie, tra i cespugli spinosi e
che urla affamata e dice se può sentire anche lei l’upupa che esce dal teschio
dove si era rifugiata per sfuggire dalla luce della luna. Qui ci sono varie
allitterazioni della “r” con “raspar macerie” “bronchi” “ramingando” poi ci
sono tutte le “u” come “ulula” “upupa”. Quindi l’upupa, che è un uccello
notturno per eccellenza, che svolazza per le croci nella campagna cimiteriale
ed è considerata immonda perché è considerato come un uccello che
rappresenta qualcosa di negativo. Successivamente il tema delle tombe
dimenticate, le obbliate sepolture e sempre parlando con la musa dice che se
oltre al ricordo di quella persona non c’è un affetto che circonda quella
persona non c’è nulla che si può cercare.
“Dal dì che nozze e tribunali ed are
Dier alle umane belve esser pietose
Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi
All’etere maligno ed alle fere
95I miserandi avanzi che Natura
Con veci eterne a sensi altri destina.”
Qui Foscolo fa una riflessione un po' più ampia e dice che dal giorno in cui ci
sono state istituite la religione, la giustizia e i matrimoni è stata data una
possibilità alle umane bestie di diventare pietose nei confronti di se stessi e
degli altri è seppellire i morti cioè i vivi toglievano agli animali gli avanzi che
la natura destina ad altri sensi. Quindi dal momento in cui gli uomini si
sposano e fondano i tribunali e le religioni, la cosa più pietosa che fanno è
seppellire i morti esattamente una delle cose a cui Boccaccio teneva
tantissimo nell’inizio del Decameron. Foscolo amplifica questo discorso
perché oltre la sepoltura parla anche delle nozze e dei tribunali di giustizia e
queste due cose hanno fatto si che gli uomini non siano più umane belve ma
uomini. Dopo continua questa riflessione sul fatto di come questo essere civile
degli uomini si manifesta e dice:
“Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
Ed are a’ figli; e uscian quindi i responsi
De’ domestici Lari, e fu temuto
100Su la polve degli avi il giuramento:
Religïon che con diversi riti
Le virtù patrie e la pietà congiunta
Tradussero per lungo ordine d’anni.”
Le tombe erano una testimonianza gloriosa e servivano a ricordare quanto di
grande avevano fatto le persone morte ed erano anche altari dei figli e dice
che sempre dalle tombe uscivano i responsi rivelate alle anime dei parenti
defunti per gli antichi romani i “Lari” erano le divinità della casa e quindi
avevano questo dovere di dare indicazioni ai loro eredi quindi ai parenti
rimasti in vita. Quello che si giurava sulla tomba degli antenati era
considerato sacro e le virtù della patria e la compassione dei parenti defunti
per i congiunti tramandarono queste virtù. Quindi le tombe servono a
mantenere inalterato l’ordine della società civile e dell’unione delle famiglie
“i sassi sepolcrali a’ templi
105Fean pavimento; nè agl’incensi avvolto
De' cadaveri il lezzo i supplicanti
Contaminò, nè le città fur meste
D'effigïati scheletri: le madri
Balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
110Nude le braccia su l'amato capo
Del lor caro lattante onde nol desti
Il gemer lungo di persona morta
Chiedente la venal prece agli eredi
Dal santuario. Ma cipressi e cedri
115Di puri effluvj i zefiri impregnando
Perenne verde protendean su l'urne
Per memoria perenne, e prezïosi
Vasi accogliean le lagrime votive.”
Foscolo parla del fatto che i cimiteri non sono tutti nello stesso modo dice che
non sempre le tombe sono state all’interno delle chiese con questo odore di
incenso insieme a quello del morto, non sempre le città sono state intristite da
raffigurazione di scheletri. Dopo dice che le madri si svegliano all’improvviso
nel sonno e tendono le braccia verso il capo del loro figlio in fasce in modo che
non venga svegliato dai lunghi lamenti della persona morta che dalla chiesa
dove essa riposa chiede agli eredi una preghiera e dice che le messe in
suffragio erano fatte dando un dono ai sacerdoti. Ma un altro modo per
seppellire le persone è quello dei cimiteri inglesi con questi bellissimi cipressi
e quindi più che cimiteri sembrano parchi. Poi parla di preziosi vasi che
raccolgono le lacrime votive ed è un riferimento ai vasi che si trovavano nelle
tombe greche e latine e Foscolo crede che servano per raccogliere le lacrime
dei parenti (anche se in realtà era una sorta di corredo per le tombe).
“Rapían gli amici una favilla al Sole
120A illuminar la sotterranea notte
Perchè gli occhi dell’uom cercan morendo
Il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
Mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
125Amaranti educavano e vïole
Su la funebre zolla; e chi sedea
A libar latte e a raccontar sue pene
Ai cari estinti, una fragranza intorno
Sentía qual d’aura de’ beati Elisi.”
Qui sempre parlando delle sepolture dice che gli amici rubavano al sole una
scintilla per poter illuminare il buio delle tombe e tutti i petti nella notte
mandano il loro ultimo sospiro verso la luce che è fuggente perché gli occhi
dell’uomo cercano morendo il sole. Poi ci sono queste acque che purificano
che sono quelle in cui si lavano i sacerdoti prima dei riti e che fanno crescere
piante con fiori rossi e viole sul terreno che ospita i defunti. Continua dicendo
che chi si siede a raccontare le sue pene ai cari estinti e intorno c’è questo
vento che sembra provenire dal paradiso e manda questa fragranza. Ai
sepolcri Foscolo fa accompagnare queste note con cui commenta il suo testo
per chiarire le cose più difficili. A questo punto Foscolo parla di questi riti, di
queste persone che parlano con i loro cari estinti però poi definisce quello che
loro fanno come una “pietosa insania” cioè una follia e la definisce così perché
Foscolo crede che non abbia senso credere di poter comunicare ancora con il
defunto. Però la definisce “pietosa” ed è una specie di ossimoro perché pietosa
in quanto ricca di pietà, di compassione ovvero quel sentimento che Boccaccio
ci insegna a rendere un uomo un vero uomo cioè quel sentimento più umano
di tutti avere questo desiderio di compatire, cioè patire insieme ai propri cari.
Pietosa insania che fa cari gli orti
De’ suburbani avelli alle britanne
Vergini dove le conduce amore
Della perduta madre, ove clementi
Pregaro i Genj del ritorno al prode
Che tronca fe’ la trïonfata nave
Del maggior pino, e si scavò la bara.
Questo tipo di follia piena di compassione è la stessa che rende i giardini dei
cimiteri inglesi (suburbani) cari alle giovani donne inglesi dove le conduce
l’amore per la madre che non c’è più e dove tutte insieme pregarono le
divinità (i Genj) affinché fossero clementi e concedessero il ritorno della
divinità Dionezo (?). C’è questa lunga perifrasi per indicare l’ammiraglio
Nelson, il prode che ha fatto tagliare l’albero maestro della nave su cui aveva
trionfato e con quello stesso legno si fece costruire la bara. Le donne inglesi,
in questi cimiteri, con pietosa insania, hanno pregato affinché l’ammiraglio
Nelson si potesse salvare.
Ma ove dorme il furor d’inclite geste
E sien ministri al vivere civile
L’opulenza e il tremore, inutil pompa
E inaugurate immagini dell’Orco
Sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
Decoro e mente al bello Italo regno,
Nelle adulate reggie ha sepoltura
Già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
Morte apparecchi riposato albergo
Ove una volta la fortuna cessi
Dalle vendette, e l’amistà raccolga
Non di tesori eredità, ma caldi
Sensi e di liberal carme l’esempio.
Quando dorme, quando è assente il desiderio di azioni gloriose e l’opulenza
cioè la ricchezza e il tremore cioè la paura sono al capo della vita civile e le
lapidi (cippi) e i monumenti di marmo vengono innalzati con un inutil
pompa, un'inutile ostentazione di immagini dell’Orco cioè dell’oltretomba. Ci
sono tanti modi per definire l’oltretomba e Orco è uno dei tanti nomi per
riferirsi all'aldilà in letteratura. Parla delle sepolture che non hanno alle loro
spalle il desiderio di celebrare qualcosa, sono semplicemente vuota
celebrazione del nulla, grandi lapidi, grandi cose che però dietro non hanno
nulla. Infatti il ceto dotto, il ceto ricco e il ceto aristocratico (patrizio) li
definisce tutti vulgo. Il ceto intellettuale, il ceto borghese e il ceto aristocratico
da grande ornamento e mente del fantastico e bello Italo regno (questa è
un'ironia molto forte di Foscolo che si ispira a quella di Parini). I grandi
italiani che rappresentano il bello Italo regno hanno già da lì sepoltura di
mille reggie dove vengono adulati e l’unica lode che hanno sono i loro
stemmi. Queste persone, questi nobili, questi dotti, questi borghesi in realtà
sono già morti, l’unica lode che hanno davvero, dato che non c’è nulla che
meriti il loro ricordo, sono gli stemmi della loro famiglia, la lode di se stessi
che fanno appunto da soli. Quello che vorremmo noi (Foscolo e spera quelli
come lui), invece, è la morte per dare un rifugio tranquillo (riposato albergo)
dove, una volta che il destino metta fine alle sue vendette, gli amici possano
raccogliere non uno dei tanti tesori ma una eredità di sentimenti appassionati
(caldi sensi) e un esempio di carme liberale, una poesia civile non asservita a
nessuno. Un po’ come faceva Parini, Foscolo spera per se stesso quello che il
suo grande modello Parini non era riuscito ad avere, cioè qualcuno che ricordi
la sua poesia civile e un posto tranquillo in cui poter riposare, dove poter
fungere anche da esempio.
A questo punto c’è la parte famosissima, che avevamo già anticipato la volta
scorsa, delle tombe dei grandi a Santa Croce, chiesa di Firenze. Davanti alla
chiesa in cui sono sepolte queste persone che adesso andiamo ad elencare c’è
una statua per Dante Alighieri perché Dante è sepolto a Ravenna, non è
sepolto a Firenze. Infatti Foscolo in una quindicina di versi più avanti lo
definisce Ghibellin fuggiasco anche se in realtà era Guelfo ma, quel lato dei
guelfi era più vicino ai ghibellini ed è per questo che Foscolo lo definisce così.
Foscolo si rammarica perché la tomba di Dante è a Ravenna e le sue spoglie
non sono state riportate nella città di Firenze. Questo venne molto discusso
dopo la morte di Dante soprattutto nell’800’ perché si sperava che ad un certo
punto Firenze avrebbe ripreso le sue spoglie, ma questo non è accaduto.
A Foscolo dispiace che non possa onorare la memoria di Dante a Firenze, non
avendo una tomba a disposizione.
Foscolo si rivolge un’altra volta a Pindemonte, il dedicatario del carme Dei
sepolcri.
A egregie cose il forte animo accendono
L’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
E santa fanno al peregrin la terra
Che le ricetta.
Questo A egregie cose il forte animo accendono L’urne de’ forti è una sorta di
riassunto di quello che ha detto e di anticipazioni di quello che sta
continuando a dire. Sta facendo tutta una serie di questioni sulle donne poi,
prima di parlare delle tombe dei grandi a Santa Croce, spiega che per lui
l’urne de’ forti (le tombe degli uomini grandi) spingono (accendono) il forte
animo a fare cose egregie, a desiderare azioni gloriose e, sempre le urne dei
forti, rendono la terra che le accoglie, al pellegrino che le percorre, bella e
santa. Questo è lo scopo civile delle urne, ispirare chi va a visitare quelle
tombe a seguire il modello delle persone che sono sepolte lì e ad accendere i
forti animi verso cose egregie.
Io quando il monumento
Vidi ove posa il corpo di quel grande
Che temprando lo scettro a’ regnatori
Gli allôr ne sfronda, ed alle genti svela
Di che lagrime grondi e di che sangue;
E l'arca di colui che nuovo Olimpo
Alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide
Sotto l'etereo padiglion rotarsi
Più mondi, e il Sole irradïarli immoto,
Onde all’Anglo che tanta ala vi stese
Sgombrò primo le vie del firmamento;
Te beata, gridai, per le felici
Aure pregne di vita, e pe’ lavacri
Che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Il primo è Machiavelli (il corpo di quel grande che temprando lo scettro a’
regnatori ne sfronda gli allôr ) parla dei regnanti ma in qualche modo ne
limita gli allori, poi Michelangelo (l'arca di colui che nuovo Olimpo alzò in
Roma a’ Celesti) e in seguito Galileo che ha visto sotto il padiglione etereo che
ruotano più mondi e il sole che immobile li illumina in modo da non turbare
l’inglese sgombrando per primo le vie del firmamento, per primo chiarendo
quello che c’è nel firmamento che erano Machiavelli, Michelangelo, Galileo.
Vedendo tutte queste tombe lui dice beata te, beata Santa Croce, beata
Firenze che avete avuto la fortuna di vedere queste persone. Danno quest’aria
piena di vita, quest’aria salutare per i corsi d’acqua (lavacri) che attraverso i
fiumi per te fa sgorgare l’Appennino.
Lieta dell’äer tuo veste la Luna
Di luce limpidissima i tuoi colli
Per, vendemmia festanti, e le convalli
Popolate di case e d’oliveti
Mille di fiori al ciel mandano incensi:
E tu prima, Firenze, udivi il carme
Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco,
Tu Firenze, oltre ad avere tutte queste fortune, hai anche la Luna che
luminosa, limpidissima sui tuoi colli, festanti per la vendemmia, illumina le
colline e le valli vicine, con le case e gli uliveti che emanano tutti profumi nelle
valli. Tu per prima che hai udito la poesia e la Divina Commedia che ha
rasserenato il dolore (l’ira) dell’esilio del Ghibellin fuggiasco, di Dante. Tu
Firenze sei fortunata perché sei la prima a sentir parlare della Divina
Commedia anche se, in realtà, Dante la inizia a scrivere dopo essersene
andato via da Firenze ma l’immagine serve a dare l’idea che sia parte
integrante dell’eredità fiorentina.
E tu i cari parenti e l’idïoma
Desti a quel dolce di Calliope labbro
Che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
D’un velo candidissimo adornando,
Rendea nel grembo a Venere Celeste:
Ma più beata chè in un tempio accolte
Serbi l’Itale glorie, uniche forse
Da che le mal vietate Alpi e l’alterna
Onnipotenza delle umane sorti
Armi e sostanze t’invadeano ed are
E patria e, tranne la memoria, tutto.
Qui iniziano anche un po’ di riferimenti al tempo contemporaneo di Foscolo.
Lui dice, parlando sempre di Dante, tu genitori e la lingua di Dante l’abbiamo
sentita anche in Petrarca, cioè quel labbro dolce di Calliope, musa della
poesia, che dopo aver rivestito con un velo candidissimo (puro) l’amore della
poesia classica greca e romana, l’ha consacrata a Venere Celeste. Sta parlando
di Petrarca che ha preso la poesia classica e l’ha resa più cristiana. Dopo aver
preso l’amore dei greci, un amore più profondo e sensuale e l’ha dedicato a
Venere Celeste. L’abbiamo visto leggendo Petrarca che in lui è forte questa
contraddizione tra la poesia dedicata a Laura e il desiderio di onorare la
Vergine, l’amore non mondano. Ma, sempre parlando a Firenze, sei più
fortunata perché conservi nella stessa chiesa, in un tempio accolto le Itale
glorie cioè le glorie dell’Italia da quando le Alpi sono state un ostacolo debole,
non sono state protette bene (mal vietate) e il destino variabile che tutto può
nelle vicende umane, l’onnipotenza alterna quindi il fattore che le vicende
umane cambiano anche rapidamente e hanno permesso agli stranieri di
invaderti e di impadronirsi di armi, ricchezze e delle chiese (are) del territorio
(patria), di tutto tranne la memoria. L’unica cosa che resta a Firenze, all’Italia
è la memoria e in questo senso il discorso sui Sepolcri è molto legato al
contemporaneo. Lui sta pensando alla sua Venezia, che è stata data agli
Austriaci, sta pensando a tutti gli invasori che sono riusciti a farsi strada
liberamente nel corso dei secoli nell’Italia e, nonostante tutto questo,
nonostante gli invasori che sono arrivati in Italia, nonostante tutte le
invasioni che abbiamo subito, l’unica cosa che non potranno mai toglierci è la
memoria ma affinché non ci tolgano la memoria è importante che continuino
ad esserci i Sepolcri, le tombe che continuino ad avere, nonostante gli
avvicendamenti dei governi, un ruolo fondamentale nell’educazione del
popolo.
Che ove speme di gloria agli animosi
Intelletti rifulga ed all’Italia,
Quindi trarrem gli auspicj. E a questi marmi
Venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a’ patrii Numi, errava muto
Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
Desïoso mirando; e poi che nullo
Vivente aspetto gli molcea la cura,
Qui posava l’austero; e avea sul volto
Il pallor della morte e la speranza.
Per questo motivo anche quando la speranza di gloria splenderà sugli
intellettuali coraggiosi e sull’Italia, da questo luogo, da Firenze, Santa Croce
prenderemo ispirazioni per le nostre azioni future e su questi stessi marmi,
parlando dei marmi (metonimia per indicare le statue) di Santa Croce, venne
spesso ad ispirarsi Vittorio. Vittorio Alfieri autore anche lui carissimo a
Foscolo, poco precedente all’autore. Lo cita direttamente perché di Vittorio
talmente famoso ce n’era solo uno adirato con le divinità della patria (patrii
Numi) per funzione dell’Italia che è sempre dovuta sottostare agli stranieri e
camminava errando, vagando, dove l’Arno era più deserto (dove non c’era
nessuno) osservando con attenzione i campi e il cielo, posti in cui non ci sono
gli uomini. Non riesce a trovare pace, guarda in alto, i campi sconfinati per
cercare pace altrove, ma siccome nessun aspetto vivente gli riaddolciva negli
affari, faceva diminuire le sue preoccupazioni fermandosi a Santa Croce che
era l’unico posto in cui qualche modo trovava pace. Aveva sul volto il pallore
della morte e la speranza, era come se Alfieri con tutta la sua persona
rappresentasse la preoccupazione di tutta la classe intellettuale italiana per il
futuro dell’Italia. Rappresenta contemporaneamente sia la preoccupazione, il
pallore della morte per lo stato italiano ma, nonostante sia in qualche modo
deluso, mantiene sempre una speranza. Foscolo sta dicendo che, per quanto
la situazione sia tragica, comunque la speranza non abbandona mai gli
uomini come Alfieri e Foscolo. Nel frattempo Alfieri era sepolto anche lui a
Santa Croce, infatti poco dopo Foscolo dice a verso 196
Con questi grandi abita eterno e l’ossa
Fremono amor di patria. Ah sì! da quella
Religïosa pace un Nume parla:
Con questi grandi di Santa Croce c’è anche Alfieri che, come abbiamo detto
muore all’inizio dell’800’ (1803) e le sue ossa fremono ancora dalla sua
tomba, anche dopo la morte, per questo fortissimo amore di patria. Da quella
religiosa pace si sente un urlo, una forza divina che parla all’interno di Santa
Croce.
"e nutria contro a' Persi in Maratona ove Atene sacrò tombe a' suoi
prodi, la virtù greca e l'ira".
Da quella religiosa pace si sente un Numen, cioè una forza divina che parla
all'interno di Santa Croce. In Santa Croce si sente la stessa forza divina che
aveva ispirato le virtù e anche l'ira dei Greci che avevano combattuto contro i
Persiani a Maratona ove Atena aveva consacrato le tombe ai suoi più grandi
combattenti e contemporaneamente Maratona diventa un esempio. In questo
caso il soggetto è la virtù greca e l'ira; tutto quello che si sente anche in Santa
Croce sono le stesse virtù, la stessa ira e gli stessi desideri che muovevano i
Greci a Maratona contro i Persiani.
"Il navigante che veleggiò quel mar sotto l'Eubea, vedea per
l'ampia oscurità scintille balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche d'armi ferree vedea larve
guerriere cercar la pugna; e all'orror de' notturni silenzi si
spandea lungo ne' campi di falangi un tumulto e un suon di tube e
un incalzar di cavalli accorrenti scalpitanti su gli elmi a'
moribondi, e pianto, ed inni, e delle Parche il canto".
I naviganti che passavano di notte sotto a Sud dell'isola Eubea attraverso
l'oscurità riuscirono a vedere le scintille, gli elmi e le spade che cozzavano, i
roghi che fumavano, i fantasmi di Guerrieri che brillavano con delle armi in
ferro che cercavano la battaglia; e nel silenzio spaventoso della notte si sentiva
per i campi il lungo tumulto delle falangi e degli schieramenti e un suono di
trombe e dei cavalli che accorrevano calpestando gli elmi dei moribondi e i
pianti e soprattutto il canto delle Parche, perché le Parche sono le tre dee che
filano la vita di ogni uomo e al momento della conclusione della vita tagliano
il filo e sono quelli che decidono il momento in cui si conclude la vita
dell'uomo.
Perché Foscolo ci tiene così tanto a quella tradizione? Foscolo vuole che i suoi
lettori abbiano l'impressione di far parte di un unico bagaglio di conoscenza
condivise che partono dall'antica Grecia e continuano fino ai suoi giorni e
possiamo dire serenamente che continuano fino ai giorni nostri.
E quindi adesso, dopo aver parlato di Dante, Galileo, Machiavelli, Alfieri parla
nella parte conclusiva del Carme dei Sepolcri degli eroi Greci per eccellenza, e
quindi di tutto quello che c'è prima, di tutti quelli che sono gli eroi degli eroi.
"Felice te che il regno ampio de' venti Ippolito, a' tuoi verdi anni
correvi!"
Il focus del Carme si sposta sul mare; Foscolo fa riferimento ai viaggi di
Pindemonte e si sposta sul mare. Perché il mare? Perché il mare è quello che
ha trasportato le armi di Achille sopra la tomba di Aiace.
"E se il piloto ti drizzò l'antenna oltre l'isole Egée, d'antichi fatti
certo udisti suonar dell'Ellesponto i liti, e la marea mugghiar
portando alle prode Retée l'armi d'Achille sovra l'ossa d'Aiace: a'
generosi giusta di glorie dispensiera è morte; né senno astuto, né
favor di regi all'Itaco le spoglie ardue serbava, ché alla poppa
raminga le ritolse l'onda incitata dagl'inferni Dei".
Forse mentre eri in viaggio, il timoniere potrebbe aver indirizzato la tua nave
oltre le isole Egee e tu potresti aver risentito risuonare la sponda
dell'Ellesponto, cioè lo stretto dei Dardanelli che si trova a Istanbul, e aver
sentito il suono minaccioso delle onde che hanno portato le armi di Achille
sulla tomba di Aiace.
A questo punto c'è una riflessione. La morte dispensa secondo giustizia le
glorie ai generosi, cioè ai valorosi e né l'intelligenza astuta né il favore dei re
poterono far conservare ad Ulisse le armi del più grande degli eroi visto che le
acque messe in moto dagli dei degli inferi rivolsero di nuovo alla nave di
Ulisse che stava cercando di tornare a Itaca.
Avere le armi di qualcuno morto era considerato un grande onore, poter avere
addosso le armi di un grande guerriero. Dopo la morte di Achille, le sue armi
dovevano andare ad Aiace che era il più valoroso dopo Achille. Ma Ulisse
intelligente ed ingannatore, riesce con un'astuzia a farsele dare. Però questo
non è giusto e quindi Aiace impazzisce per questa questione di dolore e
muore. Ma la morte che è dispensiera giusta di gloria ai generosi, fece sì che le
armi di Achille che dovevano andare ad Aiace che però ce le aveva Ulisse,
durante il naufragio della nave di Ulisse, vengono trasportate dal mare sulla
tomba di Aiace. E quindi la morte, dopo la morte di Aiace, e con il naufragio
fatto fare ad Ulisse dagli dei degli inferi, le armi di Achille, tornano sulla
tomba di Aiace dove sarebbero dovute stare sin dall'inizio. Il punto è che la
morte rimette ordine tra le cose, cioè Ulisse aveva voluto sfidare la volontà
degli dei prendendo lui delle armi che non gli spettavano, e gli dei gli hanno
fatto fare naufragio alla sua nave, rimettendo le cose al loro posto.
"E me che i tempi ed il desio d'onore fan per diversa gente ir
fuggitivo, me ad evocar gli eroi chiamin le Muse del mortale
pensiero animatrici".
Foscolo ci tiene molto al tema dell'esilio. Che ci è spiegato nell'Ortis, in Morte
del fratello Giovanni, A Zacinto. Lui ci tiene a sottolineare il suo andare
fuggitivo, Foscolo dice io mi auguro che le Muse chiamino me a chiamare in
vita gli eroi e a celebrarne il ricordo. Le Muse che sono animatrici del pensiero
mortale.
"Siedon custodi de' sepoleri, e quando il tempo con sue fredde ale
vi spazza fin le rovine, le Pimplèe fan lieti di lor canto i deserti, e
l'armonia vince di mille secoli il silenzio".
Le Muse siedono a tutela dei sepolcri, e quando il tempo muove le sue ali
fredde come la morte, sgomberano il terreno dalle macerie dei sepolcri, le
Muse rendono piacevole e ridanno vita ai deserti con il loro canto e il suono di
questi canti dura mille anni più del silenzio. Cioè Foscolo dice anche quando
le tombe saranno distrutte, anche quando le tombe che hanno ispirato tante
persone e sono state così importanti come modello e come ispirazione,
quando tutto questo sarà distrutto, rimarrà la poesia, perché la poesia che le
Muse ci danno la grazia di poter fare dura più di mille anni di tutto il resto.
Quindi lui sta dicendo che il suo lavoro di poeta, quello che lui sta facendo con
i Sepolcri, è più importante della tomba in sé per sé, perché la poesia in
qualche modo subentra alla tomba e prende dalla tomba questo grande
compito di conservare la memoria dei grandi come quelli che stanno a Santa
Croce.
"Ed oggi nella Troade inseminata eterno splende a' peregrini un
loco eterno per la Ninfa a cui fu sposo Giove, ed a Giove die
Dárdano figlio, onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta talami e il
regno della Giulia gente".
Adesso nella zona di Troia, sterile, nonostante non ci sia più nulla nella città
che è stata luogo di una delle guerre più famose della storia della memoria
collettiva dell'umanità, c'è comunque un luogo per i viaggiatori reso eterno
dalla Ninfa che rappresenta la funzione eternatrice della poesia. Dalla città di
Troia di cui adesso non c'è più traccia, è partito Enea che ha dato origine a
Roma, che ha dato origine all'impero più grande della storia dell'occidente
che è quello che dà origine a tutta la nostra civiltà occidentale e di
conseguenza questo ricordo non può esistere solo grazie alle tombe ma
soprattutto grazie alla poesia che è eterna.
"E voi palme e cipressi che le nuore piantan di Priamo, e crescerete
ahi! Presto di vedovili lagrime innaffiati. Proteggete i miei padri: e
chi la scure asterrà pio dalle devote frondi men si dorrà di
consanguinei lutti e santamente toccherà l'altare".
Le palme e i cipressi, il cipresso è la pianta per eccellenza della morte e la
palma è la pianta per eccellenza della gloria, piantate nelle 50 mura di
Priamo, la moglie di Priamo ha cinquanta figli, vengono innaffiate dalle
lacrime delle vedove. Palme e cipressi proteggete i miei padri e chi tra quelli
che hanno vinto cioè i Greci si comporterà in maniera pia e non colpirà con la
scure queste fronde devote, alberi consacrati ai morti, proverò meno dolore
perché saranno meno i lutti che colpiranno i suoi parenti.
"proteggete i miei padri. Un di vedrete mendico un cieco errar
sotto le vostre antichissime ombre, e brancolando penetrar negli
avelli, e abbracciar l'urne, e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie per far più bello l'ultimo trofeo ai
fatati Pelìdi".
Un giorno vedrete un cieco che vagherà mendicando sotto le vostre ombre ed
entrare brancolante nelle tombe, e tutte le tombe racconteranno di lo cioè di
Troia, rasa al suolo due volte e due risorta da questi luoghi desolati, per
rendere più gloriosa la vittoria finale ai Greci (Peleo era il padre di Achille).
Sta parlando di Omero cieco che se tornasse a Troia troverebbe tutte le tombe
che raccontano quelle storie che Omero ha reso celebri.
"Il sacro vate, placando quelle afflitte alme col canto, i prenci
argivi eternerà per quante abbraccia terre il gran padre Oceàno".
Omero renderà eterni i principi greci su tutte le terre che il grande padre
Oceano abbraccia.
"E tu, onore di pianti, Ettore, avrai, ove fia santo e lagrimato il
sangue per la patria versato, e finché il Sole risplenderà su le
sciagure umane".
E tu Ettore ovunque considerato santo e degno di lacrime, compianto, il
sangue versato per la patria. Foscolo dice che Ettore è uno sconfitto per
eccellenza, sconfitto da Achille che è più forte, invincibile, altrimenti Ettore
avrebbe potuto vincere contro chiunque, finché la poesia finché le tombe,
racconteranno le storie di gloria, di memoria degna di essere raccontata,
verranno raccontate anche le storie dei vinti. Si ricorderanno quindi sia le
storie dei vinti che dei vincitori.