Diritto Ecclesiastico
Diritto Ecclesiastico
Diritto ecclesiastico
“DIRITTO ECCLESIASTICO”
Bettetini- Perego
2023
Il diritto ecclesiastico è quella disciplina giuridica del fenomeno religioso, vale a dire il diritto dello
stato che garantisce e promuove le libertà fondamentali.
Questo si declina in 3 sviluppi:
In epoca precristiana ed in particolare in epoca romana esisteva una concezione monistica per
cui non si distingueva tra la religione e la res pubblica: era arduo distinguere, anche solo
concettualmente, il cittadino e il fedele.
Le radici di questo dualismo risalgono all’origine della dottrina cristiana la quale ha avuto un
impatto dirompente.
Le origini si ritrovano in un passaggio celeberrimo del Vangelo di Matteo, “date a Cesare quello
che 攃 di Cesare e a Dio quello che 攃 di Dio” (Cap. 22, par. 17), frase che ben dimostra come i
cristiani abbiano compiuto un’opera di distinzione tra governo del mondo e governo delle anime.
Ogni cristiano 攃 diviso tra l’obbedienza a Dio e l’obbedienza a Cesare, e nel caso in cui legge
divina e legge politica divergano, il cristiano dovrà riconoscere il primato di Dio e seguire la legge
degli uomini solo quando sarà conforme a quella divina in quanto, come affermava S. Paolo,
“non c’攃 autorit愃 se non da Dio.”
La visione cristiana introduce dunque 4 novità:
1. Un inedito interesse per la vita politica
2. Il carattere rigorosamente monistico della religione cattolica porta il cristiano a ritenere gli altri
culti come mere credenze e superstizioni
3. Attività di proselitismo
4. La professione di fede in Gesù Cristo viene visto come un fatto universale, che accomuna
ogni uomo al di là di qualsiasi appartenenza a un popolo o ad una nazione: la religione diviene
patrimonio accessibile all’intera comunit愃 .
La prima reazione delle autorità romane fu quella del rifiuto e dell’avversione proprio perché il
dualismo della religione cristiana consentiva di disancorare l’autorit愃 religiosa dal potere politico.
5. Il cesaropapismo
Nel IV secolo d.c. la posizione del cristianesimo muta e si inizia ad instaurare il cesaropapismo.
Il cesaropapismo 攃 un modo di organizzazione del potere civile che vede il potere temporale
coincidere con il potere spirituale: si assiste ad una compenetrazione dei due poteri tale che i
titoli formali di “cesare” e di “papa” vengono riuniti nelle mani dell’imperatore. Il fattore genetico
di tale sistema viene individuato nel riconoscimento della religione cristiana come religio licita
ad opera dell’imperatore Costantino nel 313 d.C. a partire da tale momento inizier愃 una
estenuante opera di Cristianizzazione della società e della cultura Romana che raggiungerà il
suo culmine con l’editto di Tessalonica.
Gli imperatori Occidentali si riterranno investiti per mandato divino dell’incarico di tutelare la fede
e le comunità cristiane, vedendo in esse uno strumento di consolidamento del proprio potere
(l’imperatore era legittimato a convocare i concili e a renderne esecutivi i decreti e i dogmi di
fede). L Chiesa accetta tale condizione di intima dipendenza dall’autorit愃 civile, in quanto le
assicura protezione e unità della fede davanti alle derive ereticali. Tuttavia i caratteri con cui si
attua il sistema cesaropapista sono eterogenei, mentre in occidente alla Chiesa viene
riconosciuta una certa autonomia, in Orientale la chiesa viene assorbita nell’apparato imperiale
bizantino.
A partire dal V secolo il cesaropapismo entra in crisi in quanto la caduta dell’impero romano
d’Occidente determina l’impossibilità pratica della sopravvivenza di tale sistema, in un contesto
fortemente frammentato. In tale contesto i pontefici iniziano ad associare la propria autorità
religiosa ad un potere politico, e ne sono testimonianza significative affermazioni del sistema
dualista. Il dualismo fu a poco a poco formalizzato in alcuni documenti ecclesiali, il primo dei
quali 攃 la famosa lettera gelasiana di Papa Gelasio all’imperatore Anastasio nel 404 d.C. In
questa lettera il Papa afferma: “Vi sono due autorit愃 dalle quali il mondo è retto: quella del Papa
e quella dell’Imperatore, ognuna sovrana nel proprio campo e come tali non cumulabili nella
stessa persona se non per opera del diavolo. Esse, tuttavia, debbono collaborare tra loro,
perch攃Ā ambedue derivano dallo stesso Dio. Tuttavia, poich攃Ā l’autorit愃 religiosa ha direttamente
a che fare con il mondo soprannaturale, essa è superiore a quella dell’Imperatore, anche se ci漃
non comporta una sua ingerenza nel campo delle realt愃 temporali.”
Da un lato, i vescovi devono obbedire all’autorit愃 politica, e dall’altra quest’ultima deve obbedire
a coloro che sono incaricati di dispensare i sacri misteri.
Nei tre secoli successivi alla caduta dell’impero romano occidentale la profonda instabilit愃
politica pone le basi per la nascita di un dominio territoriale della Chiesa nell’italia centrale, che
perdurerà fino a quando l’autorit愃 religiosa non si ritrova ad interloquire con un potere temporale
forte, vale a dire quello degli imperatori carolingi. Questi ultimi tentano quindi un progressivo
assorbimento della chiesa nelle loro strutture al fine di riunire le autorità civile e religiosa,
facendo in tal modo rivivere il sistema cesaropapista. Si apre quindi un periodo di forte
decadenza per la chiesa mondanizzata tal potere politico, addirittura Lotario ammetterà
l’elezione del pontefice ad opera della famiglie aristocratiche Romane. Il sorgere del dominio
degli Ottoni determinerà quindi un ulteriore inasprimento del sistema cesaropapista e con esso
il declino della chiesa fino al XI secolo.
7. L’idea teocratica
A partire dal XI secolo il papato torna a godere di autonomia, incarnando l’altro potere in
dialettica con l’autorit愃 temporale: l’inizio di tale nuova stagione viene fatto coincidere con la
bolla in nomine domini di papa Niccolò II, il quale sottrae alla disponibilità della nobiltà romana
l’elezione del pontefice per affidarla al collegio dei cardinali.
Si assiste quindi ad un rovesciamento del sistema cesaropapismo, con l’affermazione di un
sistema teocratico, in cui il potere 攃 esercitato da Dio stesso per il tramite dell’autorit愃 spirituale
che 攃 il papa.
Un vero e proprio sistema teocratico non si sia mai raggiunto, anche se alcuni documenti delle
Chiesa, come il Dictatus papae (1075) di papa Gregorio VII, paiono tendervi: con essa il
pontefice rivendica la piena libertà della chiesa da qualunque ingerenza esterna e afferma il
diritto del pontefice di poter giudicare i comportamenti dei sovrani, potendo arrivare a
scomunicarli se si pongono in contrasto con la legge divina.
Tra le ingerenze nel governo ecclesiastico che egli condanna vi 攃 l’usanza degli imperatori,
diffusa soprattutto in Germania, di investire i vescovi, oltre che dei poteri feudali, anche di quelli
spirituali consegnando l’anello pastorale. Nasce da qui un aspro contrasto tra Gregorio VII e
Enrico IV che passa alla storia con l’espressione “lotta alle investiture” e che terminerà solo
nel 1122 con il Concordato di Worms: con esso l’imperatore Enrico V rinuncia ad ogni diritto
di investitura spirituale in favore del pontefice e il pontefice accorda all’imperatore il diritto
d’intervento nelle elezioni dei vescovi e il potere di immetterli nel potere temporale
consegnandogli lo scettro.
Si ricordano poi anche altri documenti testimonianti tale idea teocratica
• Innocenzo III, il sole e la luna: paragona il potere papale al sole e quello temporale alla
luna, che riceve la luce dal sole in quanto è a questo inferiore.
• Bonifacio VIII, le due spade: Bonifacio VII si colloca in un contesto diveso rispetto a
quello visto, contesto nel quale si assiste ad uno smembramento del potere imperiale e
al consolidamento degli Stati nazionali. Egli ritiene che il pontefice sia il solo caput della
Cristianit愃 e rivendica l’autorit愃 universale che si erge al di sorpra di ogni autorit愃
mondana, per cui anche l’imperatore gli 攃 assoggettato. Nella bolla Unam Sanctum
(1302) affermerà che vi sono due spade, una temporale e una spirituale, entrambe in
mano alla Chiesa. Questa, trattenendo la spada spirituale, cede la temporale all'impero
affinché venga adoperata a difesa della Chiesa.
8. Giusnaturalismo
Il giusnaturalismo si afferma nell’arco di una lunga transizione verso un nuovo ordine europeo:
sul fronte politico si assiste ad una irreversibile frattura territoriale e giuridica dell’impero, per cui
si assiste al sorgere di grandi Stati-Nazione; sul fronte religioso l’unit愃 religiosa europea risulta
compromessa a causa di molteplici fratture che pongono fine al ruolo del pontefice quale capo
esclusivo dell’occidente (si ripercorrono velocemente i tratti salienti: si diffonde l’episcopalismo
– i vescovi non accettano più l’ingerenza del papa negli affari interni delle comunit愃 locali-
riforma luterana, riforma calvinista, lo scisma di Enrico VIII in Inghilterra).
Il sorgere di molteplici centri di potere politico e religioso diede il via ad un periodo di forti
instabilità e tensioni sociali.
Si tenta quindi una parziale composizione dei conflitti con l’affermazione del principio del “cuius
regio eius et religio” per cui i sudditi dovevano seguire la religione del sovrano oppure
emigrare altrove; questo si affermerà dapprima nella pace di Augusta e poi nella pace di vestalia
prevedendo quest’ultima però anche un regime di tolleranza religiosa che consentisse ai sudditi
che professavano una fede diversa da quella del sovrano di poter godere di libertà di coscienza,
di culto e di educazione dei figli.
Quanto ai presupposti teorici del Giusnaturalismo si ricordano:
a) NICCOLO’ MACHIAVELLI: egli esalta lo stato e glorifica il principe “nuovo” quale autorit愃
individuale ed esclusiva, concependo la religione come un’istituzione del principe stesso e quale
strumento che egli deve piegare alle sue esigenze.
b) LUTERO: nega la necessit愃 e l’autorit愃 della chiesa e rimette all’autorit愃 del principe il
compito di organizzare la vita della comunità die credenti in quanto garante esclusivo della pace
sociale.
c) CALVINO: afferma l’intima unione tra potere politico e religioso, però a differenza di Lutero,
teorizza l’assorbimento dello Stato nella Chiesa in ragione del primato dei valori religiosi su quelli
politici, aspira a realizzare una vera e propria dittatura Teocratica.
d) BOSSUET: concepisce il sovrano quale ministro di Dio in terra, per cui dovrà esercitare un
dominio paterno sul popolo che gli viene affidato nel rispetto del principio di ragionevolezza e
conformandosi alle esigenze della giustizia celeste.
I sudditi vengono dunque in considerazione in quanto fedeli della “chiesa nazionale” soggetta
all’autorit愃 del sovrano il quale ha il compito, per mandato di Dio, di disciplinarne
l’organizzazione e di proteggerla.
Il Giusnaturalismo si è realizzato storicamente in modo molto vario, tra le forme che più meritano
attenzione si ricorda il Gallicanesimo: in Francia, dove, con la Declaratio cleri gallicani (1682)
del vescovo Bossuet, si affermava che i poteri papali riguardassero esclusivamente la materia
spirituale, mentre tutti quelli temporali spettassero solo al sovrano.
Il sistema giurisdizionalista che si viene ad affermare va, allora, ad attribuire allo Stato due
categorie di facolt愃 nei confronti della Chiesa, rientranti negli iura maiestatica circa sacra:
1) Attribuzioni dello stato per la protezione della Chiesa dagli attacchi esterni:
a) Difesa della Chiesa e della religione.b) Ius advocatie: lo Stato tutela l’integrit愃 e la purezza
della fede, prevenendo e contrastando eresie, apostasie e scismi. c) Ius reformandi: lo Stato
interviene nell’organizzazione interna della Chiesa attuando quelle riforme che egli ritiene
necessarie al buon funzionamento e alla repressione degli abusi.
a) Ius supremae ispetionis: di generale ispezione e vigilanza sulle attività della chiesa; b) Ius
nominandi: il principe concorre, in vario modo, alla nomina dei funzionari ecclesiastici; ciò vale,
in particolare, per i vescovi. c) Ius exclusivae: diritto di veto nascente dall’esercizio dello ius
nominandi. d) Ius placeti regii (o placitum regium, o exequatur, o pareatur): potere dello Stato di
esaminare gli atti emanati dall’autorit愃 ecclesiastica anche in materia di fede, ai fini
dell’accertamento dell’assenza di elementi potenzialmente pericolosi. Per procedere alla
pubblicazione degli stessi, e dunque alla loro efficacia canonica, era necessario il visto statuale.
e) Sequestro di temporalit愃 : sequestro dei beni di un istituto ecclesiastico. f) Ius appellationis:
ecclesiastici e fedeli potevano ricorrere al sovrano, tramite il c.d. appello per abuso,contro
provvedimenti e sentenze dell’autorit愃 ecclesiastica ritenuti lesivi dei diritti dei singoli o
degl’interessi dello Stato. g) Ius dominii eminentis: il sovrano ha dominio diretto sui beni
ecclesiastici, e per tanto afferma di avere il diritto di imporvi i propri tributi.
Nel periodo del Giusnaturalismo si assiste anche alla stipula di diversi concordati che
rappresentano però una formale accettazione, da parte del pontefice del diritto del sovrano di
tutelare e vigilare sulle chiese nazionali.
9. Il neogiurisdizionalismo liberale
Andando più avanti nei secoli, si assiste a due diversi fenomeni di giusnaturalismo:
10. Il separatismo
Il separatismo si afferma in epoca illuminista. Per gli illuministi l’individuo di impone dinnanzi allo
stato provvisto dei suoi originali diritti, cedendogli parte dei diritti che gli spettano per natura
affinché lo stato assicuri la pacifica coesistenza tra tutti gli uomini. Lo stato trae quindi dal popolo
stesso il suo stesso potere. Dal punto di vista del fenomeno religioso, si ritiene che lo stato
debba garantire la libertà religiosa dei cittadini, ponendosi come uno stato aconfessionale,
disinteressato al campo religioso- spirituale. Per tanto da tale momento cessa la figura del cives-
fides, la quale viene sostituita da quella del cittadino (ad es. anche il matrimonio perde la sua
funzione spirituale e diviene matrimonio civile). Allo stesso tempo lo stato dovrà però essere
garante dell’ordine e della pace il che impone al pubblico potere di disciplinare le attivit愃 che gli
individui possono svolgere in ragione delle loro credenza religiose. In ragion di questo lo Stato
assume le sembianze di un Giano Bifronte, che da un lato esalta la libert愃 religiosa, dall’altro
assume un atteggiamento limitante quanto alle sue manifestazioni pubbliche.
Molteplici sono le tesi sepratiste: Ad esempio LAMENNAIS il quale afferma che la Chiesa, per
perseguire la sua gloriosa missione di bene, deve essere separata dallo Stato e libera da esso e
VINET che sostiene che poich攃Ā la societ愃 civile si fonda sulla necessit愃 , mentre quella religiosa sul
sentimento, esse devono essere distinte ed indipendenti.
Quanto detto fino a adesso si concretizza storicamente in modo emblematico sia nella
rivoluzione americana, che in quella francese.
• Negli USA sul piano dottrinale vi è un forte influsso della dottrina protestante non sfavorevole
al fenomeno religioso, ben rappresentato dall’epistola di Locke il quale manifesta un
approcio non ostile alle religioni quali spontanei fenomeni privati che devono convivere
nell’ambito dell’ordine sociale garantito dallo Stato. Sul fronte dall’ambiente sociale si ritrova
sia l’eco teorcratico delle prime colonie puritane (fondato sulla Bibbia), sia la presenza di
gruppi confessionali differenti che erano sfuggiti dai regimi di intolleranza dei Paesi Europei.
Si assiste dunque ad un pluralismo confessionale. Nasce in tale contesto un modello di
separatismo che non rigetta il fenomeno religioso, ma che pone i valori della religione a
fondamento del nuovo ordine giuridico. (questo ben si vede nella dichiarazione di
indipendenza, dove vi sono richiami religiosi quale ad esempio un appello, in chiusura, al
supremo giudice dell’universo, d’altro lato però prevede che il congresso non può varare
alcuna legge che stabilisca una religione di stato o che proibisca il libero esercizio di una
religione.
• In Francia alla fine del XVIII si riscontra un’ostilità radicale nei confronti del fenomeno
religioso. Voltaire appella infatti la Chiesa come l’infame da schiacciare, il Cristianesimo
coma la religione ridicola che ha rovesciato la morale razionale. Si afferma dunque un
separatismo di conflitto che si esprime nelle forme di un aperto anticlericalismo. La
rivoluzione francese si rivelerà dunque feroce nei confronti della chiesa cattolica, vengono
di fatti presi dei provvedimenti decisamente repressivi (ad es. la nazionalizzazione e la
vendita dei beni ecclesiastici , vengono proibiti i voti religiosi e soppressi tutti gli ordini e le
congregazioni che non fossero impegnati all’assistenza o all’educazione, si vuole sostituire
la religione Cristiana con una religione laica fondata sul culto della Dea ragione) che faranno
L’800 fu dunque il secolo della svolta separatista per gran parte dell’Europa in quanto i
postulati dell’idea separatista si diffusero e trovarono accoglimento in tutti i Paesi del continente.
11. La coordinazione
Tra il XIX e il XX si assiste alla rivanescenza dello strumento pattizio. La chiesa vuole vedersi
garantita la propria libert愃 dopo l’esperienza del separatismo laico dell’Europa del secolo
precedente; sul fronte degli stati invero si riconoscono due diverse esigenze: quello degli stati
totalitari che vedevano nell’alleanza con la chiesa uno strumento per ottenere il consenso
popolare; gli ordinamenti democratici post-bellici nei quali questo tipo di accordi assume una
funzione di pacificazione nazionale e di riconoscimento effettivo della libertà [Link] instaura
così un sistema di rapporti che viene definito della coordinazione. Lo stato e la chiesa instaurano
un rapporto su base negoziale: mediante accordo le parti assumono obblighi reciproci. Nel caso
dei rapporti con la Chiesa cattolica questi vengono regolati tramite lo strumento del concordato,
mentre le altre confessioni adoperano gli strumenti dell’accordo o d elle intese. Il sistema della
coordinazione è un sistema c.d. neutro in quanto non consente una valutazione a priori dei
rapporti di forza sussistenti tra stato e confessione religiosa, poiché tali rapporti dipendono dalla
natura dell’accordo stipulato. I concordati con la chiesa cattolica e gli accordi con le altre
confessioni divengono un particolare procedimento per legiferare in materia religiosa tenendo
conto delle specifiche esigenze e valorizzando i peculiari apporti di individui e di formazioni
sociali.
Gli ordinamenti occidentali odierni presentano dei tratti del tutto peculiari. Possiamo effettuare
una classificazione di sintesi tra i diversi sistemi:
a) UNIONE STATO-CHIESA: connota ordinamenti quali quello del Regno Unito, Danimarca e
della Grecia. Un determinato credo religioso viene riconosciuto come religione ufficiale dello
Stato e viene definito come connotato predominante dell’identit愃 del popolo. La condizione
nazionale comporta una limitazione dell’autonomia della medesima in quanto si accompagna a
forme più o meno penetranti di controllo pubblico sulla sua organizzazione. Le altre confessioni
possono generalmente organizzarsi come associazioni private, soggette alle regole di diritto
comune; tali confessioni si muovono in un contesti di garanzia e tutela della libertà di credo
(anche se sussistono isolati casi di misure di restrittive contro il divieto di proselitismo, come
nella Costituzione Greca).
b) PAESI SEPARATISTI: sono paesi quali Francia e USA. Lo stato assume una posizione
neutra e si dichiara espressamente laico, escludendo che una specifica relazione possa essere
stabilità come religione di stato o come obbligatoria.
L’art 7 Cost. regola in maniera specifica i rapporti intercorrenti fra lo Stato Italiano e la Chiesa
cattolica (mentre l’art. 8 riguarda l’uguale libert愃 di tutte le altre confessioni religiose). I costituenti
hanno riservato una specifica norma alla Chiesa cattolica non perché gli si è voluto accordare
una posizione di privilegio, ma solo perché si è preso atto del radicamento storico della Chiesa
nel territorio italiano e nel mondo Occidentale e perché essa rappresenta il fenomeno
confessionale socialmente più rilevante.
“1. Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
2. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle
due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.”
Il primo comma della norma riconosce che in un medesimo ordinamento possano convivere
ordinamenti giuridici diversi, ognuno con il suo specifico ambito di competenza. Lo stato
Italiano riconosce che la chiesa è indipendente e sovrana il che vuol dire che il suo
ordinamento sussiste per fora sua propria, a prescindere dalla volont愃 e dall’intervento
statuale. Da ciò dipende sul piano pratico:
b) la conseguente necessità dello Stato di intrattenere relazioni con essa tramite gli strumenti
giuridici propri del diritto internazionale.
Il principale problema interpretativo che pone il contenuto del primo comma è la delimitazione
degli ordini, vale a dire degli ambiti di competenza sui quali stato e chiesa possono esercitare
la propria sovranità. La distinzione tradizionale in base alla quale la chiesa ha competenza in
ordine ai rapporti spirituali e religiosi e lo stato su quelli temporali e sociali appare
eccessivamente generica, posta infatti la sussistenza di talune materie di confine. In tali
materie definite come “miste” si dovr愃 procedere (così come previsto dal proseguito
dell’articolo) per via pattizia tramite l’accordo tra le parti, tenendo però in considerazione che lo
stato in quanto dotato della c.d. competenza sulle competenze, potrà giudicare se vi sia o
meno la necessità di ricercare un accordo con la chiesa rispetto ad un determinato ambito.
Con l’unit愃 d’Italia, il Regno d’Italia iniziò ad esercitare una forte azione anti-ecclesiale che
ebbe il suo punto culminante nella presa di Roma nel 1870, al quale consegui la debellatio
dello stato pontificio, che cadde, e il cui territorio diventa parte integrante del Regno d’Italia.
Prende in tal modo avvio la cd. “questione romana”.
Si creò pertanto una forte tensione tra Stato italiano e Chiesa cattolica, che comportarono sia
il sistema delineato dalle leggi eversive dell’asse ecclesiastico leggi le quali portarono alla
soppressione degli enti ecclesiastici al fine di incamerarne in patrimonio per finanziare le
guerre risorgimentali. Alcune delle chiese incamerate dallo Stato sono ancora oggi propriet愃 ̀
dello Stato. Altre leggi ancora leggi limitarono la capacit愃 giuridica degli enti ecclesiastici (ciò
comportò che potevano subentrare in eredit愃 a qualcuno solo previa autorizzazione statale.) Il
codice civile del 1865 introdusse inoltre il matrimonio civile obbligatorio come unico
matrimonio riconosciuto.
Ma soprattutto nel 1971 venne emanata la legge delle guarentigie pontificie regolava in via
unilaterale (cioè prevedeva un regime non concordato, ma deciso solo dallo Stato) le relazioni
tra Stato e Chiesa. La Chiesa cattolica non accettò tale regime in quanto si era vista privata
delle garanzie internazionali e stipulata unilateralmente. Erano comunque riconosciute alcune
libert愃 alla Chiesa, come il riconoscimento della qualit愃 di possesso del territorio vaticano.
Restava anche salvo il diritto di legazione attiva e passiva della Santa sede (cio攃 poteva
mandare e ricevere ambasciatori), bench攃Ā non fosse ricnosciuto come uno Stato.
La Chiesa reagì a questa legge emanando il cd. non expedit con cui affermava che i cattolici
dovevano astenersi di partecipare alla vita pubblica del paese, sia in senso attivo che passivo
(eletti ed elettori).
Nel 1913 fu introdotto il suffragio universale maschile. Ciò comportò un forte cambiamento
degli equilibri politici perché il suffragio universale avrebbe comportato più voti per i socailisti. I
liberali cercarono dunque l’appoggio dei cattolici in quanto questo sarebbe stato l’unico modo
per non farsi travolgere dai socialisti: la Chiesa risultava essere la maggiore organizzazione
territoriale e sociale italiana.
Si si giunse così al Patto Gentiloni (accordo politico tra i liberali di Giovanni Giolitti e l'Unione
Elettorale Cattolica Italiana) con il quale si prevedeva che partecipassero alle elezioni sia
candidati cattolici che liberali (i quali si impegnavano ad osservare alcuni punti cari alla
dottrina cattolica, es.: impegno a non introdurre il divorzio). L’accordo ben funzionò alle
elezioni: numerosi cattolici furono votati, e i liberali raggiunsero oltre il 47% dei suffragi. Nel
primo dopoguerra Papa Benedetto XV abolì il non expedit, consentendo ai cattolici di
partecipare alla vita politica del paese. Sempre nello stesso periodo Don Luigi Sturzo fondò il
cd. Partito popolare, partito di ispirazione Cristiana il quale ottenne un buon successo nelle
elezioni sia del 1919 che del 1923.
Con l’avvento del fascismo, il partito popolare fu di fatto posto in condizione di non poter
partecipare alla vita politica del paese (così come tutti gli altri); il governo fascista sebbene in
origine si fondasse sui idee socialiste e anticlericali, giunto al Governo capì che
l’atteggiamento anticlericale non avrebbe aiutato la politica governativa, pertanto cercò un
accordo con la Chiesa. Nel 1929 , dopo 3 anni di colloqui tra Governo e Santa sede, vennero
alla luce i “Patti lateranensi” (con i quali si pose definitivamente fine alla questione romana).
I patti Lateranensi sono un accordo di natura internazionale (resi esecutivi in Italia mediante L.
810/1929) che risulta composto da un triplice contenuto:
a) Trattato: Con il trattato viene regolata in via negoziale il rapporto tra stato e Romano
pontefice. Prevedeva che la religione cattolica fosse la religione ufficiale dello Stato italiano, e
riconosceva la sovranit愃 ̀ internazionale della Santa sede. Veniva inoltre creato lo Stato della
Citt愃 del Vaticano: un’enclave limitato territorialmente che garantiva la sovranit愃 ̀ , l’autonomia e
della Santa sede. Fu in tal modo accolta la richiesta del pontefice di vedersi concesso un
territorio a titolo di sovranità, di modo da vedersi garantita la sua indipendenza. Nel trattato 攃
anche tutelato il diritto di legazione attiva e passiva, secondo le regole generali del diritto
internazionale, tuttavia essa ha dichiarato che rimarrà estranea alle competizioni temporali, a
meno che non verrà richiesto il suo intervento in quanto missionaria di pace→ questo ha fatto
si che la città del vaticano venga tradizionalmente percepita come un territorio neutrale e
inviolabile.
Lo Stato italiano emanò la L.1159/1929 con il fine di regolare unilateralmente i rapporti tra
Italia e altre confessioni religiose diverse da quella cattolica. (vennero in essa ripresi molti
principi del Trattato però con delle limitazionies.: mentre si impegna a riconoscere anche
giurisdizione sul matrimonio, sulle sentenze canoniche, non assume questo impegno nei
confronti dele altre confessioni religiose.)
Giungendo alla nostra Costituzione, ci si chiede qual 攃 il ruolo che giocano i Patti Lateranensi;
costituivano un accordo non colorato politicamente, quindi prescindeva dal regime fascista. La
Santa sede, e in generale anche i padri costituenti, si resero conto della necessit愃 di non
alterare i rapporti con la Santa sede come regolati dai Patti; si pose il problema se chiamarli in
maniera esplicita nella Costituzione o no.
La corte Costituzionale con sentenza n 30/1971 ( ma la lettura che si dirà viene anche
confermata da successive sentenze) afferma che l’art 7 comma 2 Cost non sancisce solo un
generico principio pattizio da valere nella disciplina dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica,
ma contiene un preciso riferimento al concordato in vigore, e in relazione al contenuto di
questo, ha prodotto diritto. La lettura proposta dalla consulta le leggi di ratifica ed esecuzione
del Concordato devono ritenersi leggi ordinarie parificate a norme costituzionali, per cui si
caratterizzano per una resistenza passiva all’abrogazione o alla modifica unilaterale da parte
dello stato.
1) La disciplina di fonte concordataria non può essere modificata o abrogata dal legislatore
ordinaria e non sarà nemmeno soggetta a referendum abrogativa.
14.3. Le modifiche del Concordato. L’accordo fra Santa Sede e Stato Italiano del 1984.
L’art. 7 Cost. prevede anche un esplicito processo di modifica dei Patti Lateranensi,
affermando “Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento
di revisione costituzionale”.
Le parti sono giunte nel 1984 ad un accordo di revisione del Concordato al fine di conformare
il concordato ai cambiamenti che erano avvenuti: l’entrata in vigore della Costituzione (da
parte dello Stato), il Concilio vaticano II (da parte della Chiesa)..
L’accordo di modificazione del Concordato viene intitolato “accordo che apporta modificazioni
al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929”, sebbene lo sostituirà totalmente: tuttavia
viene presentato formalmente come accordo di al fine di farlo rientrare nell’’art. 7 Cost..
L’art 13 dell’accordo di revisione del Concordato afferma che “Le disposizioni precedenti
costituiscono modificazioni del Concordato lateranense accettate dalle due Parti, ed
entreranno in vigore alla data dello scambio degli strumenti di ratifica. Salvo quanto previsto
dall'art. 7, n. 6, le disposizioni del Concordato stesso non riprodotte nel presente testo sono
abrogate.” → L’accordo di revisione del Concordato regola le stesse materie del Concordato.
La sola materia degli enti e beni ecclesiastici verrà regolato da un secondo accordo di
modifica, reso esecutivo con L. 222/1985.
Anche gli accordi di revisione godono della tutela costituzionale dei Patti Lateranensi: pur
trattandosi di leggi ordinarie, hanno una resistenza passiva pari alle norme costituzionali
pertanto, si può vagliarne la legittimit愃 costituzionale assumendo come parametro di legittimit愃
i principi supremi dell’ordinamento costituzionale.
• Art. 117, comma I Cost. “La potest愃 legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel
rispetto della Costituzione, nonch攃Ā dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli
obblighi internazionali.” → la potestà legislativa del paramento è vincolata agli obblighi
internazionali.
• Art. 10, comma I Cost. “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto
internazionale generalmente riconosciute.” → tale articolo fa riferimento alle norme di
diritto internazionale consuetudinario, tra cui vi 攃 il principio stare pactis, cio攃 l’obbligo delle
parti contraenti di attenersi a ciò che 攃 stato deciso nell’accordo.
Art. 13, comma II “Ulteriori materie per le quali si manifesti l'esigenza di collaborazione
tra la Chiesa cattolica e lo Stato potranno essere regolate sia con nuovi accordi tra le
due Parti sia con intese tra le competenti autorit愃 dello Stato e la Conferenza
Episcopale Italiana.” → anche soggetti che non sono ai livelli apicali possono stipulare
reciproci accordi. ( ad es. Italia e Chiesa hanno stipulato un nuovo accordo in materia
di beni culturali, che 攃 stato stipulato non a livello apicale, ma tra la Conferenza
episcopale italiana e dal Ministero per i beni culturali.)
Con l’art 8 Cost il legislatore detta al comma 1 la norma cardine del sistema della libert愃
religiosa istituzionale e ai commi 2 e 3 le regole di relazione con le confessioni religiose
diverse da quella cattolica.
Art. 8 Cost.
Il primo comma si riferisce tanto alle confessioni diverse dalla cattolica, quanto alla cattolica; si
pone un problema in via preliminare di individuazione della nozione giuridica di confessione
religiosa. La Corte costituzionale ha dato una prima risposta con la sent. Cost. 195/1993 (con
tale sentenza ha dichiarato l’incostituzionalit愃 di una legge regionale dell’Abruzzo che
garantiva vantaggi economici solo alle confessioni religiose che avessero stipulato intese con
lo Stato.)
d) Autoreferenzialità̀ : solo la stessa formazione sociale può dire se il suo modo di pensare e
agire sia contraddistinto dall’elemento religioso. Questo criterio risponde inoltre al principio di
sussidiarietà in quanto da maggior rilievo alle determinazioni dei gruppi sociali, spostando la
competenza qualificatoria proprio su di essi. Tuttavia sul piano pratico tale criterio non può
essere considerato autonomamente, non è ammissibile una confessione religiosa che sia
arbitra del proprio regime giuridico: sar愃 necessario che l’autorit愃 civile indaghi sulla
corrispondenza tra quanto affermato dal gruppo sociale e quanto effettivamente fa.
䔃 necessario comprendere da un lato che questi quattro parametri non sono decisivi ed
esaustivi, ma rappresentano una sorta di linea guida, e dall’altro la natura dell’ente, che 攃 ciò
che differenzia la confessione religiosa in quanto tale da organizzazioni diverse, cio攃 se
l’attivit愃 che svolge 攃 di culto o religione. Ciò può essere difficoltoso, in quanto vi sono religioni
che hanno un Dio trascendente, e religioni che non ce l’hanno, ma magari hanno una divinit愃
immanente una realt愃 stessa, o che sono caratterizzate dall’assenza stessa della divinit愃 ,
come accade con il buddhismo. Ciò che caratterizza l’elemento religioso 攃 un’apertura alla
trascendenza.
La dottrina (Finocchiaro) afferma che “le confessioni religiose sono delle comunit愃 sociali
stabili dotate o non di organizzazione e normazione propria ed originale concezione del
mondo, basata sull’esistenza di un essere Trascendente, in rapporto con gli uomini o sulla
ricerca del divino nell’immanenza”
La Cassazione ha affermato che “la mancanza nell’ordinamento della definizione del concetto
di religione non 攃 casuale, ma 攃 ispirata alla complessit愃 e polivalenza della nozione e
conseguente necessit愃 di non limitare con una definizione precostituita e restrittiva, la libert愃
religiosa assicurata dalla normativa costituzionale” – si tratta di comprendere quando un ente
abbia effettivamente fini di culto, ma allo stesso tempo il legislatore si astiene dal fare ciò.
L’art 8 comma 1 si rivolge a tutte le confessioni religiose alle quali riconosce un’eguale libert愃
davanti alla legge, imprimendo una connotazione pluralista all’ordinamento. Tuttavia, non
viene adoperato il termine “uguali”, bensì “egualmente libere”. Tale scelta lessicale riflette
l’idea di un’eguaglianza sostanziale e non formale: per tanto, in termini pratici, ciò comporta
che lo stato dovrà assicurare a tutte la stessa libertà e una parità di chances che non ponga
nessuna in una posizione di privilegio. Saranno per tanto ammessi anche discipline
differenziate, purché siano ragionevolmente motivate e volte al perseguimento dell’obiettivo di
eguaglianza.
Il comma 2 dell’art. 8 Cost. pone dei limiti alla libertà di organizzazione: gli statuti delle
organizzazioni religiose diverse da quella cattolica non devono contrastare con l’ordinamento
giuridico italiano. Ciò invece non è previsto nell’art 7 Cost, per cui si nota una differenza tra le
confessioni religiose diverse dalla cattolica e la cattolica: tuttavia non 攃 una differenza
discriminatoria. Innanzitutto, la Chiesa cattolica, a differenza delle altre, 攃 un ordinamento
sovrano, ed inoltre è confessione religiosa dotata di un ordinamento giuridico che si è
affermato nel corso dei secoli, molteplici volte riconosciuto dallo Stato italiano.
Quanto agli effetti del diritto sancito dall’art 8 Cost la Corte costituzionale ha affermato che
questo rappresenta l’abbandono da parte dello stato. della pretesa di fissare direttamente per
legge i contenuti degli statuti. Inoltre, sempre la Corte ha affermato che gli statuti saranno da
considerare contrari all’ordinamento italiano solamente allorquando violeranno i principi
fondamentali dell’ordinamento.
Le relazioni con le confessioni religiose diverse dalla cattolica, come quadro generale, già
hanno una loro regolamentazione nella legge 1159/1929 che regolava, seppur
unilateralmente, i rapporti tra lo Stato italiano e quelli che, alla luce dello Statuto Albertino,
erano chiamati “culti ammessi”. La legge estendeva alcuni princìpi del concordato ai rapporti
con le confessioni religiose diverse dalla cattolica, soprattutto in tema di enti, in tema di
matrimonio, etc. La Costituzione, invece, all’art. 8, co. 3, prevede un regime bilaterale tra Stato
italiano e confessioni religiose diverse dalla cattolica.
Ai sensi dell’art 8 comma 3 i rapporti tra Stato e confessioni religiosi diverse dalla cattolica
sono regolati secondo un regime regime pattizio. (La norma costituzionale fu attuata per la
prima volta con la stipula dell’ intesa con i Valdesi).
La norma del 3 comma è solo orientativa. La corte Costituzionale con sentenza n 195/1993
(già citata) ha affermato che l’aver o non aver stipulato intese non può rappresentare causa di
discriminazione.
Le confessioni religiose che non abbiano stipulato intese sono sottoposte al regime dettato
unilateralmente dello Stato della l. 1159/1929, e verranno qualificati come culti ammessi dallo
Stato. Le confessioni religiose che hanno stipulato intese attualmente sono 14 (ma ne sono
state approvare con legge solamente 13, manca cioè quella con i Testimoni di Geova).
Le intese costituiscono:
La Corte costituzionale ritiene che anche la legge di approvazione dell’intesa, pur essendo
legge ordinaria approvata mediante iter ordinario parlamentare, ha una resistenza passiva pari
alle norme costituzionali: potr愃 esserne dichiarata l’illegittimit愃 costituzionale solo se in
contrasto con i principi supremi dell’ordinamento.
La prassi ministeriale presuppone che chi richieda un’intesa sia una confessione religiosa
riconosciuta ai sensi dell’art. 2 l.1159/1929 (L. 1159/1929, art. 2: “Gli istituti dei culti diversi
dalla religione dello Stato possono essere eretti in ente morale, con regio decreto su proposta
del ministro per la giustizia e gli affari di culto, di concerto col ministro per l'interno, uditi il
consiglio di Stato e il Consiglio dei ministri”) , vale a dire una confessione religiosa riconosciuta
come persona giuridica.
L’iter che conduce alla approvazione di tale legge prende avvio su iniziativa dei rappresentanti
della confessione religiosa i quali devono rivolgere al Presidente del Consiglio la richiesta di
avviare le trattative finalizzate alla stipula dell’intesa; il Governo ha la discrezionalit愃 di
accogliere o no un’istanza di intesa presentata da una confessione religiosa→ questo
rappresenta di fatti un atto discrezionale.
Il Presidente del Consiglio, che delega solitamente il sottosegretario del Consiglio dei ministri
alle trattative, si avvale di una commissione interministeriale appositamente costituita, la quale
è composta da rappresentati dei Ministeri coinvolti (quello dell’Interno, della Giustizia, del
Tesoro, della Finanza e dei Beni e attivit愃 culturali).
Bisogna inoltre notare come in realtà il Governo non ha l’obbligo giuridico di trasmettere
l’intesa al Parlamento, ma una mera responsabilit愃 ̀ politica: per cui se non lo farà la
confessione religiosa non ha gli strumenti politici per contrastare tale inerzia.
Una volta approvata mediante legge, l’intesa diventa la norma che regola i rapporti tra
lo Stato e la confessione religiosa in questione, per cui cessa di avere vigore la
l.1159/1929.
Qualora le parti decidano di modificare l’accorso devono farlo con la modalit愃 pattizia, potendo
anche concordare l’istituzione di una commissione paritetica.
Art. 19 Cost. “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi
forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il
culto, purch攃Ā non si tratti di riti contrari al buon costume.”
Con l’art 19 viene tutelato il diritto alla libert愃 religiosa il quale si caratterizza in primis per
essere un diritto soggettivo inviolabile, che viene riconosciuto in capo ad ogni cittadino, ma
anche per essere un diritto pubblico soggettivo, che può essere azionato nei confronti dello
Stato in caso di leggi o provvedimenti che potrebbero intralciare tale libertà.
La formulazione testuale dell’art 19. Cost. fa riferimento a 3 facolt愃 esteriori in cui si estrinseca
la vita religiosa:
3) ESERCITARE IL CULTO: il compimento di atti di culto è tutelata sia nel luoghi privati
(residenza e domicilio) che nei luoghi aperti al pubblico.
L’art 19 prevedere però un limite solo in riferimento alla terza di queste facolt愃 (ESERCITARE
IL CULTO): l’esercizio del culto non può consistere in riti contrari al buon costume. Il buon
costume è un concetto strettamente legato all’evolversi della societ愃 , però viene diffusamente
inteso con l’accezione penalisica: lesione dell’onore e del pudore sessuale. La corte ha
ampliato la portata di tale clausola ritenendo contrari al buon costume tutti quegli atti lesivi
della dignità umana.
La Corte costituzionale ha affermato nel 1957 che il controllo sull’eventuale contrariet愃 al buon
costume di un rito non può essere effettuato dall’autorit愃 di polizia solo in VIA SUCCESSIVA
(non preventiva): l’autorit愃 di polizia giudiziaria può intervenire a reprimere un reato, ma non
può prevenirlo: La sola predicazione delle dottrine non costituisce reato, ancorch攃Ā contrarie al
buon costume, viene effettuato un bilanciamento di interessi.
L’art 19 Cost conosce anche dei limiti impliciti nascenti dall’esigenza di tutelare in modo
proporzionato tutti i diritti di rango costituzionale: pertanto si ammetterà sempre il
bilanciamento di tali interessi con altri diritti tutelati dall’ordinamento (es. il diritto alla salute) il
che comporterà una limitazione, purché ragionevole e proporzionate del diritto alla libertà
religiosa.
La libertà di coscienza è definita dalla Corte costituzionale come diritto fondamentale. Tuttavia,
si tratta di un riconoscimento in un certo senso “indiretto” può essere riconosciuta solo se
previsto dal legislatore: 攃 necessaria una sorta di interpositio legislatoris, cio攃 un intervento del
legislatore che prevede espressamente la libert愃 di coscienza.
L’obiezione di coscienza 攃 la possibilità di non seguire una norma posta dal legislatore,
in quanto si ritiene vi sia una norma superiore contrastante con la norma del legislatore
umano,→ Prevale quindi la legge della coscienza.
L’obiezione di coscienza viene ammessa solamente qualora sia espressamente prevista dal
legislatore, infatti l’ordinamento giuridico italiano prevede un’obiezione di coscienza cd.
normativa. Sono previste 4 casi di obiezione:
a) diritto di aborto: 攃 previsto che il medico possa possa astenersi da effettuare un intervento
di interruzione volontaria di gravidanza, come prevedono gli artt. 9 e 12 l.194/1978;
- tuttavia: l’art. 12 della legge prevede che la richiesta di interruzione, se fatta da un soggetto
minore, debba ottenere assenso di chi esercita la responsabilit愃 genitoriale; nei casi in cui
rifiutino il loro assenso il giudice tutelare può autorizzare la richiesta di interruzione di
gravidanza supplendo la volont愃 dell’esercente la responsabilit愃 genitoriale.
La Corte costituzionale ha affermato che il giudice tutelare non può rifiutarsi di partecipare a
questo momento autorizzatorio (nato da un caso in cui il giudice tutelare chiedeva una sorta di
obiezione di coscienza) ; essendo un atto necessario al procedimento sussiste l’obbligo di iuris
dicere, il quale prevale sulla libert愃 di coscienza.
c) Altro tipo di obiezione di coscienza 攃 quella prevista nel caso del servizio militare, la cui
obbligatoriet愃 ̀ 攃 stata sospesa, non abrogata, in quanto l’art. 52 Cost., comma II afferma che
“Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non
pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, n攃Ā l’esercizio dei diritti politici.”
Nel1998 fu introdotto il servizio civile non armato come altra modalit愃 ̀ del servizio della patria.
Per tanto, a differenza di quella per l’aborto o per i trattamenti sanitari, che non prevedono una
prestazione alternativa, se viene fatta valere l’obbiezione di coscienza nel caso di servizio
militare bisognerà comunque prestare servizio civile non armato.
Art. 20 cost. “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od
istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, n攃Ā di speciali gravami
fiscali per la sua costituzione, capacit愃 giuridica e ogni forma di attivit愃 [cfr. artt. 8, 19].”
Tale articolo tutela in maniera esplicita la libertà degli enti esponenziali di confessioni religiose
di agire nell’ordinamento al fine di perseguire le proprie finalit愃 . I costituenti, con tale norma,
hanno voluto porre un preciso limite alla possibile produzione di norme giuridiche peggiorative
della condizione giuridica dell’ente solo per la sua natura religiosa.
Quanto all’ambito soggettivo, 攃 da ritenersi che l’art 20 Cost. si riferisca a qualsiasi ente che
persegua finalità di culto, dilatando per tanto al massimo lo spettro soggettivo da esso
garantito.
Quanto invece l’oggetto del divieto, si vietano quei provvedimenti di tipo restrittivo, limitativo
e aggravante che comportino un trattamento discriminatorio in pejus (rispetto agli enti non
religiosi) giustificato dal sol fatto della natura religiosa dell’ente.
L’art 20 Cost non esclude invece un generale assoggettamento a limitazioni legislative per
tutte le associazioni, al di là del fine perseguito; non esclude nemmeno un trattamento di
maggior favore per gli enti religiosi purché: 1) la differenziazione tra enti religiosi e quelli di
diritto comune sia giustificata da ragioni di ragionevolezza; 1) del regime di maggior favore
devono potersene avvantaggiare tutti gli enti senza discriminazione.
Alla luce dei principi fino ad adesso visti lo Stato Italiano non può che qualificarsi come uno
stato laico: pertanto il rapporto tra potere politico e potere religioso sarà ispirato da questo
principio.
(a) Neutralit愃 significa che non si d愃 , di fronte alla legge/ai poteri pubblici, maggiore
importanza di un culto rispetto agli altri. Lo Stato, la legge o la pubblica autorit愃 non possono
esprimere apprezzamenti, positivi o negativi n攃Ā sulle opinioni individuali in materia religiosa n攃Ā
sul patrimonio dogmatico o dottrinale proprio di ciascuna Chiesa o confessione religiosa. (b)
Secondo aspetto della neutralit愃 攃 che le garanzie di libert愃 , individuale o collettiva sono
riconosciute a tutti, singoli o gruppi, in eguale misura. (c) Infine, che l’eguaglianza e la eguale
libert愃 dei singoli e delle confessioni ha un significato formale e sostanziale insieme.
La Corte costituzionale ha definito il principio di laicit愃 come uno dei princ椃 pi supremi
dell’ordinamento italiano, 攃 stata la Corte costituzionale a qualificare lo Stato italiano in
termini di laicit愃 , ricavando il principio in via ermeneutica non solo alla luce degli articoli citati,
ma anche alla luce degli artt. 2, 3,7, 8, 19 e 20 cost. In una serie di sentenze, la Corte
costituzionale si 攃 preoccupata anche di dare un contenuto a questo principio e di ricavare una
serie di corollari che potessero fungere da guida per lo stesso diritto ecclesiastico italiano.
• Sentenza 203/1989
Questa 攃 la prima storica sentenza per cui, secondo la Corte costituzionale, il principio di
laicit愃 implica un regime di pluralismo confessionale e culturale. Dunque, la Costituzione ha
previsto problemi pi甃 presenti oggi che nel ’48, presupponendo la pluralit愃 di un sistema di
valori, scelte personali che riferiamo al nostro pensiero e che sono tutti dotati di pari dignit愃 ,
nobilt愃 e devono essere tutti tutelati allo stesso modo. Questo si intende per pluralismo
confessionale e culturale. Ne consegue una pari tutela della libert愃 di religione e di pensiero/di
convinzione comunque orientata. Si 攃 parlato quindi di una laicit愃 “positiva”, in quanto non vi 攃
la volontà dello stato di neutralizzarsi rispetto al fenomeno religioso, bensì la volontà di
garantire il pluralismo delle scelte personali in materia religiosa: Sent. 195/1993: lo Stato, per
quanto laico, non 攃 indifferente al fenomeno religioso, ma 攃 suo protettore ed attivo promotore
perché selo Stato fosse indifferente, allora disconoscerebbe la sua costituzionalmente
vincolata identit愃 di Stato sociale.
3) Garanzia di pari protezione alla coscienza di ciascuno, indipendentemente da ciò che essa
detta, salvo, comunque, preterire il diritto di libert愃 religiosa nel momento in cui risulti
necessario un bilanciamento con diritti costituzionalmente preminenti.
d) Operazione di una distinzione fra questioni religiose e civili, sicch攃Ā lo Stato non utilizzi mai
la religione in queste ultime.
In quanto principio supremo, quello della laicit愃 positiva dello Stato torreggia sulla gerarchia
delle fonti, dovendo orientare l’attivit愃 del legislatore, ed essendo guida ermeneutica per
l’interprete; in pi甃 , il principio supremo di laicit愃 positiva non potr愃 essere violato nemmeno da
una legge costituzionale o un procedimento di revisione costituzionale. Per questa ragione, la
dottrina parla di laicit愃 necessaria: il principio supremo de quo deve necessariamente essere
con templato da una norma perch攃Ā essa possa stabilmente accedere al nostro ordinamento.
In relazione a quanto appreso fino ad adesso, possiamo esaminare un tema molto dibattuto
che riguarda l’esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche. La corte di
cassazione ha da ultimo ritenuto con sentenza del 2021 l’incompatibilit愃 tra il principio
supremo di laicità dello stato e la presenza autoritativa e obbligatoria del crocifisso nelle
scuole. Per tanto ad oggi si ritiene che esporre il crocifisso nelle scuole non sia più un atto
dovuto. Tuttavia, non sussiste un divieto di affissione del simbolo, purché vengano rispettate le
convinzioni di tutti e, in caso di richiesta, vangano affissi anche i simboli delle altre religioni. La
cassazione ha definito tale decisione come un metodo di compromesso, ha infatti consentito
l’esprimersi di una scelta dal basso (e non imposta dallo stato dall’alto) frutto dell’incontro delle
diverse credenze religiose.
20. La libertà religiosa nei documenti dell’ Organizzazione delle nazioni unite
L’esperienza dei totalitarismo del XX secolo e il trauma della II guerra mondiale hanno fatto
avvertire l’esigenza di un riconoscimento a livello globale di tutela dei diritti fondamentali.
L’ONU attua per pima una forma di tutela di tali diritti con la Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo.
“Ogni individuo ha diritto alla libert愃 di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include
la libert愃 di cambiare religione o credo, e la libert愃 di manifestare, isolatamente o in comune, e sia
in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche,
nel culto e nell’osservanza dei riti.”
Essendo una dichiarazione non ha effetti vincolanti, che gli vengo attribuiti tramite due patti:
IL PATTO SUI DIRITTI CIVILI E POLITICI E IL PATTO SUI DIRITTI ECONOMICI E SOCIALI.
In particolare nell’art 18 del patto sui diritti civili e politici viene offerta una tutela molto ampia:
Inoltre sebbene l’art 18 non lo espliciti, il Comitato dei diritti umani ha osservato che sia
ugualmente tutelata anche la libert愃 di fede negativa: “i portatori di un credo di natura non
religiosa godono di identica protezione”. Inoltre si ritiene tutelata anche la possibilit愃 di
abbandonare la propria religione e di modificarla a favore di un’altra.
Rispetto alle libertà attinenti al foro interno, si ritiene che gli Stati che hanno sottoscritto il Patto
non possono limitarle.
L’art. 18 del Patto sui diritti civili e politici legittima però delle restrizioni riguardanti la libert愃
esterna (la possibilit愃 di manifestare all’esterno la propria religione). Questa tipologia di
restrizioni legittime 攃 soggetta a condizioni: (a) devono essere previste dalla legge (b) la legge
deve fondarsi sulla condizione della necessariet愃 di tali restrizioni per proteggere e garantire
elementi come la sicurezza pubblica.
il comma 4 dell’art 18 prevede poi il diritto dei genitori di impartire l’educazione religiosa e
morale che sia maggiormente conforme alle loro credenze.
La convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo del 1950 tratta della libert愃 religiosa in diversi
articoli.
La libert愃 di foro interno 攃 espressa dall’art. 9 in una logica di progressiva continuit愃 : generale
libert愃 di pensiero, all’interno della quale si trova la libert愃 di coscienza, al cui interno la libert愃
di prendere o non prendere posizioni rispetto a tutti quei temi che rientrano nella sfera
religiosa. Questa libert愃 implica anche la possibilit愃 di modificare la propria posizione, e tutela
anche la libert愃 religiosa negativa.
Quanto alle restrizioni, queste sono possibili solo in riferimento al foro esterno e devono
essere stabilite per legge, devono costituire misure necessarie in una societ愃 democratica per
perseguire le stesse finalit愃 previste dai documenti dell’ONU. Affinché una restrizione sia
considerabile legittima, occorre valutare ex ante e dimostrare ex post che lo scopo perseguito
con la restrizione non avrebbe potuto essere raggiunto con nessun’altra misura, pi甃 rispettosa
del diritto fondamentale della libert愃 religiosa.
Bisogna chiedersi concretamente l’art. 9 CEDU cosa comporta per gli Stati e per gli individui:
per gli Stati, sicuramente comporta il divieto dei pubblici poteri di ingerirsi nella sfera religiosa
degli individui, il divieto di porre restrizioni o ostacoli all’esercizio della libert愃 religiosa, e
l’obbligo in senso positivo di adottare misure positive per assicurare il rispetto della libert愃 di
religione e di opinione nelle relazioni tra gli individui, e proteggere coloro che sono soggetti
alla giurisdizione statale da ogni forma di aggressione, nei diversi ambiti di vita. Ciò significa
che allo Stato non solo posti solo dei divieti, ma deve farsi promotore della libert愃 religiosa dei
cittadini, tutelandoli da possibili limitazioni e aggressioni.
Per quanto riguarda gli individui, l’art. 9 comporta la possibilit愃 di esprimersi in comportamenti
positivi e negativi, tra cui il rifiuto di prestare giuramento su un testo sacro e il rifiuto di
dichiarare la propria appartenenza ad una libert愃 religiosa.
a) obblighi negativi: divieto di porre restrizioni o ostacoli all’esercizio della libert愃 religiosa
b) obblighi positivi: richiedono agli stati l’adozione di misure volte ad assicurare il rispetto
della libertà di religione e di opinione e a proteggere quanti sono soggetti alla giurisdizione dei
singoli Stati da costrizioni e aggressioni fisiche, verbali o simboliche.
Per comprendere la reale portata dell’art 9 CEDU bisogna soffermarsi su alcune decisioni
della Corte europea dei diritti dell’uomo.
22.1. La libertà di poter vivere coerentemente con la propria fede religiosa (o senza fede
religiosa)
- Kokinakis c. Grecia- 1993: fu il primo caso favorevole al ricorrente circa la libert愃 religiosa,
la corte EDU condanna la Grecia per aver violato l’art 9 CEDU. In Grecia, infatti, era in vigore
una disciplina che vietava moltissime forme di proselitismo altre rispetto a quelle a favore della
Chiesa ortodossa. Una misura chiaramente discriminatoria. Il passaggio di maggiore interessa
nella sentenza 攃 quello in cui viene evidenziata l’importanza fondamentale della libert愃
religiosa in una società democratica; libertà che deve essere letta tanto in positivo, quanto in
negativo: non si può essere obbligati a compiere atti religiosi contrari alla propria coscienza.
- Buscarini e altri c. San Marino- 1999: La corte ha ritenuto ce l’obbligo imposto ai ricorrenti
di giurare sui vangeli quale condizione per assumere una carica pubblica equivale all’obbligo
oer gli eletti del popolo di aderire in modo coercitivo ad una determinata religione: questo non
攃 compatibile con l’art 9 CEDU.
- L’esprimersi secondo una fede o una convinzione (o contro di essa) può talune volte
richiedere che si operi un bilanciamento tra il diritto alla libertà religiosa e altre libertà,
come quella di espressione tutelata dall’art 10 CEDU. In due casi (Otto- Preminger- Institut
c. Austria e Wingrove c. Regno Unito) la Corte ha statuito che la confisca di un film lesivo del
sentimento religioso, nel primo caso, e il rifiuto dell’autorizzazione per la proiezione di un film
blasfemo, nel secondo caso, non costituissero una violazione della libertà di espressione: la
blasfemia grave ed offensiva non può ritenersi coperta dal diritto d’espressione.
In un altro caso invece, Giniewski C. francia, la corte ha riconosciuto una preminenza del
diritto di critica. Il caso riguardava una condanna per diffamazione pronunciata dalle autorità
francesi nei confronti di un giornalista che aveva posto in relazione l’olocausto con alcune
posizioni della chiesa cattolica. La corte EDU ha però affermato che non essendo le
conclusioni e frasi dell’articolo gratuitamente offensive n攃Ā incitanti l’odio o il disprezzo, non
poteva essere vietata al giornalista la trattazione del tema.
([Link] delle mansioni di tendenza e mansioni neutre)La corte si è occupata del tema del
licenziamento per motivi ideologici attuato da una confessione religiosa nei riguardi di un
impiegato presso le strutture di questa.
Nel 2010 la corte ha pronunciato due “casi leader” in cui ha trattato il tema del contrasto tra
organizzazioni di tendenza religiosa e dipendenti delle stesse per motivi legati alla vita privata
di questi ultimi: tuttavia in tali ipotesi si giudicava la violazione dell’art 8 CEDU e non dell’art 9.
La ratio 攃 quella per cui una organizzazione religiosamente qualificata può legittimamente
rescindere un rapporto di lavoro per motivi ideologici, se ed in quanto le funzioni svolte dal
soggetto licenziato siano direttamente rivolte ai fini istituzionali dell’ente stesso. Licenziamento
che diventa invece illegittimo nel caso in cui il lavoratore, pur dipendente da un ente religioso,
svolga al suo interno mansioni non direttamente collegate con le finalit愃 ideali ed istituzionali
dell’ente.
Seconda ipotesi. In questo caso vediamo coinvolta la confessione dei mormoni. La comunit愃
tedesca dei mormoni aveva licenziato il portavoce dei mormoni stessi perch攃Ā aveva assunto
un atteggiamento, seppur privatamente, contrario alla confessione religiosa dei mormoni. In
questo caso, la CEDU ha dato ragione all’istituzione religiosa: 攃 legittimo il licenziamento di un
portavoce, qualora il portavoce stesso si trovi in una situazione di distonia ideologica con il suo
datore di lavoro, perch攃Ā si ritiene che le funzioni svolte da un portavoce siano direttamente
rivolte ai fini istituzionali dell’ente stesso. Si ritiene cio攃 che il lavoratore agisca in un rapporto
di immedesimazione funzionale e organica con l’ente e pertanto, nel momento in cui il
lavoratore si trova a sostenere una posizione ideologica differente rispetto al datore di lavoro,
non può pi甃 coerentemente rappresentarlo.
Dunque, da un lato, l’organista ha diritto alla reintegrazione nel suo posto di lavoro; dall’altro, il
portavoce, dato il suo ruolo istituzionale, non ha diritto n攃Ā a una reintegra n攃Ā ad un
risarcimento, poich攃Ā il suo licenziamento 攃 pienamente legittimo (cfr. funzioni rivolte
direttamente a fini istituzionali).
Il sacrificio di taluni diritti, come quello della libertà di pensiero o al lavoro, è ammissibile
solamente in via di eccezione e se in contrasto con altri principi fondamentali, come quello
dell’autenticit愃 della tendenza: per cui tale conflitto si manifester愃 esclusivamente in quelle
mansioni di tendenza. In queste ipotesi il lavoratore “portatore di tendenza” potr愃 essere
licenziato per motivi ideologici; lo stesso non potrà farsi in relazione al lavoratore che svolga
all’interno dell’ente mansioni non immeditatamente collegate con le finalit愃 dell’ente.
(b. Libertà dell’organizzazione e libertà del lavoratore) Nella decisione Fernandez Martine
c. Spagna la CEDU ha statuito che il mancato rinnovo del contratto di insegnamento della
materia “religione cattolica” in un liceo statale non implica violazione dell’art 8 CEDU se
dipende da motivi di carattere religioso sui cui 攃 competente l’autorit愃 ecclesiastica. In questa
ipotesi si è infatti ritenuto prevalente il diritto alla libertà religiosa, in ragione della natura del
rapporto di lavoro e del legame di fiducia che deve sussistere tra l’insegnante della materia e il
vescovo. Ciò si giustifica anche in quanto gli studenti e le rispettive famiglie avevano con la
propria scelta far ricorso ad un processo formativo ideologicamente orientato.
La corte si pone in continuità di tale principio anche in un altro caso (Siebenhaar c. Germania),
che riguardava non un insegnante di religione, ma di un insegnante presso una struttura
religiosamente qualificata: i giudici di Strasburgo hanno infatti affermato che rientra nell’ambito
dell’autonomia di una confessione valutare quando il comportamento di un dipendente sia in
contrasto circa i principi di quella confessione. → Gli art. 9 e 11 CEDU pertanto tutelano il
diritto di autorganizzazione delle Chiese, che comprende anche l’adozione di tutte le misure
necessarie per garantire la credibilità del messaggio religioso.
Un tema di particolare rilevanza riguarda i simboli religiosi nei luoghi pubblici o aperti al
pubblico.
- Lautsi e altri c. Italia: il caso in esame riguarda una madre che riteneva l’esposizione del
crocifisso nelle aule scolastiche dei figli rappresentasse una violazione del suo diritto di
educazione secondo le proprie convinzioni (non) religiose. Tuttavia l’istante avrebbe dovuto
provare di aver subito un danno dall’esposizione del simbolo come tale, non integrando una
violazione dell’art 2 del protocollo addizionale della Cedu la mera percezione soggettiva
dell’esposizione del crocifisso come una mancanza di rispetto da parte dello stato del suo
diritto di assicurare ai figli un educazione conforme alle proprie credenze filosofiche. Nel caso
in esame la prova del danno non è stata fornita, per cui non si è ritenuto essere sussistente
una violazione della libertà di educazione.
Del resto l’esposizione del crocifisso rappresenta su una prassi propositiva che ha il suo
presupposto legale nella consuetudine e che il suo fondamento in una pratica costante e
generalizzata idonea ad essere intesa come voluntas populi.
Come ricorda l’art 14 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE spetta agli ordinamenti
nazionali bilanciare tra diritti ugualmente rilevanti; per cui gli stati potranno essere sanzionati
solo nell’ipotesi in cui non bilancino perfettamente le tradizioni identitarie dello Stato e dei diritti
della persona che rappresentano il criterio di legittimità di ogni atto: per esempio nel caso
Lautsi se vi fosse stato una forma di indottrinamento coatto contrario all’art 2 del Protocollo n 1
della CEDU.
La grande Chambre riconosce dunque che non può essere data una risposta univoca e
uniformante alla questione dei simboli religiosi dei luoghi pubblici.
-Velo islamico. Nel caso caso Sahin c. Turchi viene affermato dai giudici di Strasburgo che il
divieto imposto alle studentesse di portare il velo all’universit愃 di Istanbul perseguirebbe gli
scopi di protezione dell’ordine pubblico. La corte ha infatti affermato che gli stati, in virt甃 delle
tradizioni culturali che li caratterizzano, godono di un largo margine di apprezzamento per cui
la concezione laica dello stato Turco è congruente con i valori della CEDU: tale visione della
laicità può quindi essere considerata come necessaria per la protezione della democrazia in
Turchia.
22.4. Il diritto dei genitori di assicurare ai figli un’educazione conforme alle proprie
convinzioni religiose
Una delle libert愃 che i vari ordinamenti identificano in capo alla famiglia 攃 quella di
educazione, e quindi della scelta di un indirizzo formativo corrispondente alle proprie
condizioni; es.: art. 26 Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'Onu dice che i genitori
hanno diritto di priorit愃 nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli– diritto
prioritario dei genitori nella scelta.
Si pone in questa linea anche l’art 2 del primo protocollo addizionale del 1952 della
Convenzione Europea dei Diritti Umani del 1950, che prevede che il diritto all’istruzione non
possa essere rifiutato a nessuno; lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo
dell’educazione, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione in modo
conforme alle loro convinzioni religiose e filosofiche.
Con riferimento a questa disposizione e all’art 9 CEDU la Corte accorda un livello di tutela
molto elevato all’educazione dei figli da parte dei genitori.
In merito a tale materia è interessante una pronuncia della Corte, che ha dichiarato irricevibile,
in quanto manifestatamente infondato, il ricorso di una madre, membro del movimento
raeliano, che denunciava il divieto postole dal tribunale francese di far partecipare i figli a delle
riunione raeliane. La corte ha posto l’accento sull’interesse superiori dei figli a ricevere
l’educazione per loro concordata da entrambi i genitori (il padre non apparteneva al
movimento).
-educazione religiosa e ambiente scolastico: L’art 9 CEDU e l’art 2 del protocollo oltre a
consentire la libertà educativa dei genitori, consentono anche allo stato di interferire per
introdurre limitazioni a tali libertà finalizzate a tutelare gli interessi degli alunni. In una sentenza
ha infatti ritenuto legittima l’interferenza dello stato svizzero avverso il rifiuto di genitori turco-
svizzeri di lasciare frequentare alle 3 figlie dei corsi di nuoto previsti obbligatoriamente dalla
scuola che frequentavano: tale ingerenza perseguiva lo scopo di tutela degli alunni stranieri
contro rischi di esclusione sociale di minori di origine straniera.
Già nel trattato di Maastricht del 1992 il diritto alla religione trovava un indiretto riconoscimento
comunitario: l’unione si impegnava infatti a tutelare i diritti riconosciuti dalla CEDU. Con il
Trattato di Amsterdam si affermerà poi che l'unione si fonda sul rispetto dei diritti dell'uomo e
delle libert愃 fondamentali comuni a tutti gli stati membri: nel Trattato di Amsterdam si introduce
la possibilit愃 di sospensione di uno Stato membro in caso di violazione grave e persistente dei
diritti umani.
Con la Carta di nizza L’UE afferma espressamente il diritto alla libert愃 religiosa:
Art 10 Carta di Nizza “Ogni persona ha diritto alla libert愃 di pensiero, di coscienza e di
religione. Tale diritto include la libert愃 di cambiare religione o convinzione, cos椃 come la libert愃
di manifestare la propria religione o la propria convinzione individualmente o collettivamente,
in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.”
b) il diritto dei genitori di provvedere liberamente all’educazione dei figli secondo le proprie
credenze religiose secondo le leggi nazionali
Viene in rilievo anche l’art. 22 Carta di Nizza “L’Unione rispetta la diversit愃 culturale, religiosa
e linguistica.”
Con il Trattato di Lisbona l’unione dichiara la propria adesione formale alla CEDU.
Fondamentale 攃 l’art. 17 TFUE “1. L'Unione rispetta e non pregiudica lo status di cui le chiese
e le associazioni o comunit愃 religiose godono negli Stati membri in virtù del diritto nazionale.
2. L'Unione rispetta ugualmente lo status di cui godono, in virtù del diritto nazionale, le
organizzazioni filosofiche e non confessionali.
L’unione prende atto delle relazioni esistenti nei singoli stati con le comunit愃 religiose e si
dichiara incompetente ad incidere in esso: si tratta nella sostanza di una clasuola di
salvaguardia degli status, cioè delle condizioni giuridiche di cui godono le confessioni nei
sistemi nazionali. Si fa affidamento al principio di sussidiariet愃 , per cui saranno i singoli Stati a
regolare questi rapporti.
Il terzo comma prevede un obbligo per l’Unione europea di mantenere un dialogo aperto,
trasparente e regolare con tali chiese e organizzazioni, riconoscendone l’identit愃 e il
contributo specifico.
aperto→ l'Unione Europea non può scegliere arbitrariamente con chi dialogare o non.
regolare→ strutturato,
Tra le direttive pià significative si ricorda la direttiva 78/2000/CE. Si tratta di una direttiva
contro la discriminazione sul posto di lavoro e prevede che le confessioni religiose che sono
anche datori di lavoro (cfr. enti religiosamente qualificati) possono richiedere, a determinate
condizioni, che il lavoratore abbia la necessaria “sintonia ideologica” con il datore di lavoro. In
particolar modo, ciò non costituisce una discriminazione rispetto a chi tale sintonia non abbia,
laddove “per la natura di tale attivit愃 o per il contesto in cui sono espletate, la religione o le
convinzioni personali rappresentino un requisito essenziale, legittimo e giustificato per lo
svolgimento dell’attivit愃 lavorativa, tenuto conto dell’etica dell’organizzazione”. La direttiva non
pregiudica pertanto il diritto delle confessioni religiose o di altri enti religiosamente
caratterizzati di esigere dalle persone che sono alle proprie dipendenze un atteggiamento di
lealt愃 nei confronti dell’etica dell’organizzazione. Dunque, l’ente ha diritto al licenziamento del
prestatore d’opera qualora questa sintonia venga meno.
Bisogna anche ricordare gli orientamenti o linee guida per la promozione e la protezione della
libertà di religione di opinione del 2013, le quali rappresentano le linee guida adottate dal
Consiglio europeo per le linee della politica estera: l’UE, anche in questo ambito, 攃 tenuta a
far avanzare la libert愃 religiosa, ad esempio attraverso accordi condizionali per certi scambi,
condizionati al fatto che vi sia rispetto dei diritti umani all’interno dei Paesi terzi.
A questa conferenza parteciperanno tutti gli Stati europei e anche la Santa Sede. L’obiettivo
degl’incontri atti vincolanti dal punto di vista politico-diplomatico. Ai Colloqui preliminari di Dipoli
viene adottata l’agenda della conferenza e si afferma la necessita di trattare anche dei diritti
umani. Per impedire che i propri interessi potessero venir successivamente violati dai Paesi
est-europei, la Santa Sede ha spinto per inserire esplicitamente accanto alla libert愃 di coscienza
e pensiero quella di religione.
L’Atto finale di Helsinki (1975), enuncia espressamente il principio del rispetto della libert愃
religiosa. Inoltre, si prevede che verranno tenute delle conferenze successive. Si terrà la
onferenza sui seguiti di Belgrado (1977) con l’intento di valutare collettivamente lo stato di
attuazione degl’impegni assunti e formularne di nuovi. Tuttavia gli Stati, in profondissimo
disaccordo, riuscirono solo a concordare una nuova riunione. Si tenne quindi la Conferenza sui
seguiti di Madrid (1980-1983): nel clima teso dato dall’invasione dell’Afghanistan da parte della
Russia nel 1979 e l’applicazione della legge marziale in Polonia per timore di un intervento
sovietico, si riesce a svolgere tale conferenza. Nel testo finale di Madrid entra la libert愃 religiosa
istituzionale, viene previsto ‘obbligo di consultazione delle confessioni religiose da parte delle
autorità e il riconoscimento del loro status giuridico.
Con la conferenza Vienna, in uno scenario di progressiva distensione dei rapporti fra est e
ovest Europa, dato dall’avvicinamento dell’URSS alla democrazia e allo Stato di diritto, le
delegazioni sono pronte ad adottare nuovi impegni. Nel documento finale di Vienna vi sono due
paragrafi, il 16 e il 17, i quali riconoscono il diritto di libertà religiosa in tutti i suoi aspetti. Viene
inoltre adoperata per la prima volta il termine “dimensione umana”. Venne decisa la
convocazione di una conferenza sulla dimensione umana articolata in tre riunioni (Parigi,
Copenaghen, Mosca). Nella Conferenza di Copenaghen (1990) si incoraggia l’introduzione
dell’obiezione di coscienza per il servizio militare.
Con Decisione di Kiev si adotta una decisione sulla libert愃 religiosa che ruota essenzialmente
attorno a tre punti: del dialogo e della partnership interreligiosa, inclusione delle comunit愃
religiose nel dibattito pubblico e protezione delle comunit愃 religiose.
b) Dagli anni ’90 in poi si sono affermate le riunioni sulla dimensione umana, legate all’esame
degl’impegni riguardanti la materia. In particolare, vi 攃 un meeting annuale della durata di 2
settimane a Varsavia e riunioni minori durante tutto l’anno. A queste occasioni prendono parte
sia gli Stati sia le organizzazioni della societ愃 civile, cui 攃 così data voce. Inoltre, opera presso
l’OSCE l’Office for Democratic Institutions and Human Rights (ODIHR), composto da un panel
di esperti, che collabora con la Venice Commission.
In tale capitolo di affronterà lo studio degli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, vale a dire
quegli enti che si distinguono per aver riconosciuto riconoscimento mediante un particolare
procedimento previsto da norme di derivazione pattizia.
a) Gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti: sono quegli enti che si distinguono per essere
civilmente riconosciuti attraverso un procedimento speciale previsto da norme di derivazione
pattizia.
- la legge.222/1985
Nell’art 7 si prevede che gli aspetti della materia verranno definiti da un apposito accordo: fu
istituita una commissione e l’accordo sulla materia 攃 stato recepito attraverso la legge 20 maggio
1985, n. 222.
Per gli enti delle confessioni dotate di intesa il procedimento 攃 previsto nelle leggi di
approvazione delle rispettive intese
Questi procedimenti speciali hanno in comune che mirano ad accertare che enti, i quali
richiedono il riconoscimento, abbiano due caratteri sostanziali:
b) Gli enti o istituti di culto: sono quelle organizzazioni complesse espressione delle
confessioni religiose prive d’intesa; ottengono il riconoscimento della personalit愃 giuridica
mediante procedimento amministrativo previsto dalla L n 1159/1929.
c) Gli enti religiosi: il significato dell’espressione “enti religiosi” varia a seconda del contesto
normativo in cui lo si trova; ad esempio alcune intese che usano quest’espressione come
sinonimo di “enti ecclesiastici civilmente riconosciuti”. In altri ambiti normativi, ad esempio il
Codice del terzo settore, quest’espressione si trova con un significato pi甃 ampio, che
ricomprende sia gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, sia gli enti di culto, sia altri enti, cio攃
persone giuridiche di diritto comune che svolgono attivit愃 religiosa o perseguono fini religiosi.
Con il riconoscimento civile civile dell’ente ecclesiastico gli si attribuisce un patrimonio di diritti e
doveri a carattere speciale. Fino al D.P.R. la personalità giuridica (in generale a tutte le persone
giuridiche dell’ordinamento) era attribuita tramite decreto; a partire da tale DPR si prevede un
regime di iscrizione costitutiva nel registro delle persone giuridiche: ciò non vale per gli enti
ecclesiastici civilmente riconosciuti.
La modalit愃 ordinaria con cui gli enti ecclesiastici cattolici vengono riconosciuti 攃 (ancora) il
riconoscimento con decreto: c’攃 un procedimento amministrativo che si conclude con un decreto
del ministro dell’interno che attribuisce all’ente la personalit愃 giuridica e la qualifica di ente
ecclesiastico civilmente riconosciuto.
1) Erezione o approvazione canonica dell’ente: L’art 7.2 dell’Accordo di mod. prevede che
l’ente deve essere previamente eretto o approvato nell’ordinamento canonico, e ciò dovr愃
essere provato (recognitio) per il tramite di un documento appositamente emesso. → tale
requisito sar愃 necessario al fine di provare la sussistenza di un collegamento con l’autorit愃
ecclesiastica al fine di evitare il riconoscimento ad un istituto che con la Chiesa non ha nulla a
che fare.
3) La sede in Italia: si ribadisce il tema della nazionalit愃 degli enti ecclesiastici civilmente
riconosciuti; peraltro la determinazione della sede è anche necessaria per determinare quale
sia l’autorit愃 prefettizia competenze. Se un ente della Chiesa cattolica ha sede all’estero può
forsi riconoscere in Italia, però come persone giuridica straniera, e in questo caso si
applicheranno le norme riguardanti queste ultime: Sono disciplinate dalla legge dello Stato nel
quale sono stati Costituiti, però se la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale hanno
sede in Italia, allorà si applicherà la legge Italiana.
4) Il fine di religione o di culto: La l.222/1985 chiede che l’ente persegua un fine costitutivo ed
essenziale di religione o di culto il quale deve essere accertato di volta in volta in conformit愃 alle
disposizioni dell’art. 16 della medesima legge. In quest’ultima norma si ritrova anche un elenco
di attività:
(v) Attivit愃 che si considerano di religione o di culto agli effetti civili : dirette all’eserciziodel culto,
alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi
e all’educazione cristiana. Questo 攃 un elenco tassativo.
(x) Attivit愃 che si considerano agli effetti civili diverse da quelle di religione o di culto : attivit愃 di
istruzione, di educazione e cultura, di assistenza, beneficienza, e in ogni caso le attivit愃
commerciali e a scopo di lucro. Questo 攃 un elenco esemplificativo.
28. Discrezionalità della PA nell’accertamento del requisito del fine di religione o di culto
La legge 222, prevede che ci siano certi enti per cui il requisito del fine costitutivo ed essenziale
di religione di culto si presume, per cui non c'攃 bisogno di accertamento.
a) Le fondazioni di culto (nel Codice canonico “Pie fondazioni”): quando una fondazione che
persegue uno scopo di culto che svolge un'attivit愃 tra quelle previste all'articolo 16, lett. a) e che
domanda il riconoscimento, l'amministrazione dovr愃 accertare anche due requisiti speciali, che
sono:
1. La presenza di un patrimonio congruente con il fine che si prefigge, che possa garantire alla
fondazione una certa stabilit愃 nell'attivit愃 che svolge garantendondole il perseguimento del fine
che si propone. Tale valutazione dovrà essere fatta tenendo in considerazione il caso concreto.
2. Rispondenza alle esigenze religiose della popolazione: questo si ricollega ad una vecchia
teoria sulle fondazioni che il Codice civile ha ormai superato, per cui si riteneva che si potesse
costituire una fondazione solo qualora questa avesse un’utilit愃 pubblica; a specchio rispetto a
quel requisito del Codice civile, si 攃 introdotta nella disciplina concordataria questa rispondenza
alle esigenze religiose della popolazione. Nel concreto tale requisito 攃 privo di capacit愃 selettiva:
si riduce a una dichiarazione dell'autorit愃 ecclesiastica in cui si dice che quella fondazione serve
nelle esigenze religiose della popolazione.
3) Apertura al pubblico: tutti devono poter accedere all’edificio in occasione delle cerimonie.
c) Istituti religiosi e società di vita apostolica, viene richiesto che siano rappresentati da
cittadini italiani.
d) Associazioni pubbliche di fedeli, possono essere riconosciute solo quando non abbiano
carattere locale e quando abbiano l’assenso anche della Santa Sede. → A differenza delle
associazioni private di fedeli, le quali si costituiscono per volont愃 dei fedeli, mentre quelle
pubbliche agiscono in nome della Chiesa: nel primo caso l’associazione rappresenta la
compagine sociali, nel secondo l’associazione rappresenta la Chiesa. Quelle private non
possono ottenere riconoscimento.
Segue la Fase istruttoria (II FASE): il Prefetto che riceve la domanda deve istruire la pratica di
riconoscimento, anche facendo ulteriori richieste di documenti e acquisendo informazioni. (Es.:
ente che domanda il riconoscimento che accanto all’attivit愃 esclusiva ed essenziale svolge
anche un’attivit愃 secondaria.) Il Prefetto dovr愃 anche chiedere, qualora abbia dei dubbi,
integrazioni documentali o informazioni circa l’attivit愃 secondaria. A questo punto il Prefetto
trasmette al Ministero la pratica con un proprio parere.
Segue la Fase pre-decisoria (III FASE- eventuale): l’art 1 della l.222/1985 prevede
l’acquisizione da parte del Ministero del parere obbligatorio dl Consiglio di Stato. Con la
l.127/1997 di semplificazione dell’attivit愃 amministrativa si sono abrogate tutte quelle norme che
prevedevano il parere obbligatorio dl Consiglio di Stato: a seguito di questa modifica, con uno
scambio i note verbali tra la Santa Sede e il Governo italiano, la Santa Sede ha dato il suo
assenso all’applicazione di questa semplificazione amministrativa anche al procedimento di
riconoscimento (攃 stato necessario l’assenso della Santa sede perch攃Ā altrimenti una legge
ordinaria non avrebbe potuto abrogare una disposizione pattizia.) → PERTANTO tale fase non
攃 pi甃 obbligatoria.
Segue la fase decisoria (IV FASE) anche qui ci fu una modifica, realizzata con le stesse modalit愃
appena descritte: una legge dello Stato ha modificato la procedura per una serie di procedimenti,
che fu recepita sempre tramite uno scambio di note verbali. La l.222/1985 prevede che il
riconoscimento avvenga con Decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Ministro
dell’Interno; così fu fino alla l.13/1991, che rideterminò le competenze del Presidente della
Repubblica ha previsto che in tutti in casi in cui c’攃 un Ministro proponente, quello stesso Ministro
sarebbe diventato decidente. Oggi gli enti ecclesiastici sono civilmente riconosciuti con
decreto del Ministro dell’Interno, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
L’ente civilmente riconosciuto deve iscriversi al registro delle persone giuridiche: la l.222/2985
all’art. 5 fa rinvio agli articoli del Codice civile che disciplinavano l’iscrizione al registro. Con il
D.P.R. 261/2000 questi articoli sono stati abrogati, e fu introdotto un nuovo sistema di
riconoscimento delle persone giuridiche di diritto privato, che si applica anche all’iscrizione degli
enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, con una differenza molto importante: per tutte le altre
persone giuridiche l’iscrizione al registro ha funzione costitutiva, mentre per gli enti
ecclesiastici civilmente riconosciuti l’iscrizione al registro ha funzione dichiarativa, in quanto
la funzione costitutiva funzione costitutiva ce l’ha il decreto del Ministro.
Nel registro devono essere riportate le norme di funzionamento e i poteri degli organi di
rappresentanza e devono anche risultare le dichiarazioni cui all’art 4 del D.P.R. 361/2000: Data
dell’atto costitutivo, denominazione, scopo, patrimonio etc…
a) Riconoscimento per legge: tale forma di riconoscimento prevede che il legislatore possa
attribuire tramite legge la personalit愃 giuridica ad un determinato ente ecclesiastico. In realtà
tale procedura fu adoperata una sola volta per attribuire personalit愃 giuridica alla Conferenza
Episcopale Italiana.
Si prevede che per l’iscrizione nel registro delle persone giuridiche di questi enti, in luogo del
formale decreto di riconoscimento (che può anche mancare, trattandosi di enti le cui origini sono
“immemorabili”) può essere allegato alla domanda un attestato del ministro dell’interno da cui
risulti che l’ente agiva come persona giuridica civile in epoca anteriore al 7/6/1929. Nell’attestato
il ministro deve indicare gli elementi che dimostrano il possesso della personalit愃 giuridica civile
da parte dell’ente, d愃 atto l’assenso dell’autorit愃 ecclesiastica al riconoscimento, e dichiara che
non 攃 intervenuta alcuna causa di estinzione di tale personalit愃 .
c) Riconoscimento abbreviato: 攃 stato previsto per solo tre tipologie di enti, che sono le
diocesi, le parrocchie e gli istituti diocesani per il sostentamento del clero. A seguito dell’entrata
in vigore del Codice del 1983 si scelse invece di attribuire a questi enti (e agli istituti di
sostentamento del clero) la personalit愃 giuridica, sia nell’ordinamento canonico che in quello
[Link] procedimento abbreviato consiste nel fatto che il Vescovo erigeva con proprio decreto
canonico le parrocchie e istituti diocesani per il sostentamento del clero, e stessa cosa faceva
la Santa Sede per le diocesi. Il decreto canonico veniva trasmesso direttamente al Ministero
dell’Interno, che ne ordinava la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale con proprio decreto.
Rimane l’onere di iscrizione nel registro delle imprese.
Questa tipologia non solo era limitata a queste tre categorie di enti, ma ha avuto anche una
durata temporale molto limitata, poco pi甃 di un anno (fino al 30/09/1986).
(modificazione) L’Art. 19, comma I della L.222/1985 prevede che “Ogni mutamento
sostanziale nel fine, nella destinazione dei beni e nel modo di esistenza di un ente ecclesiastico
civilmente riconosciuto acquista efficacia civile mediante riconoscimento con decreto del
Presidente della Repubblica, udito il parere del Consiglio di Stato.” → deve essere
presentata al prefetto e direrra al ministero una domanda di riconoscimento della modifica, che
viene presentata al Prefetto diretta al Ministero, sentito eventualmente il consiglio di stato, viene
riconosciuta la modifica con decreto del Ministro dell’Interno.
Tale procedimento potrà essere attivato solo ogni qualvolta vi sia un mutamento sostanziale, il
quale può riguardare: a) Fine di religione o culto: per esempio se un ente che persegue un
fine di culto svolgendo attività missionaria (rientrante nell’art 16 l a) decide di cambiare la sua
attivit愃 principale, svolgendo un’attivit愃 di istruzione religiosa; b) Destinazione dei beni: scelte
patrimoniali che abbiano una particolare incidenza sull’ente ecclesiastico (alcuni ritengono che
la necessit愃 di ricorrere al procedimento di modifica civile per mutamento di destinazione dei
beni sia esclusiva degli enti per i quali il patrimonio sia un requisito speciale); c) Modo di
esistenza dell’ente: si intende il modulo organizzativo dell’ente, oppure il compimento di
operazioni straordinarie (come ad es.: associazione di fedeli riconosciuta si trasforma in una
fondazione (mutamento modulo organizzativo dell’ente), oppure due parrocchie che si fondano
(operazione straordinaria)).
Le altre modifiche, che non sono sostanziali, se si tratta di modifiche riguardanti elementi oggetto
di iscrizione, devono essere semplicemente iscritte nel registro delle persone giuridiche per
darne conoscenza ai terzi.
Mentre nell’ipotesi della revoca l’ente continua ad esistere, ma non 攃 pi甃 riconosciuto
dall’ordinamento dello Stato; in ipotesi di estinzione lo Stato prende atto della sua estinzione o
soppressione che avviene nell’ordinamento canonico.
2) L’autorit愃 ecclesiastica con proprio decreto dichiara estinto l’ente (effetto dichiarativo).
L’estinsione avviene ope legis quando un ente risulti inattivo per almeno 100 anni.
Il decreto con cui si dichiara estinto o si sopprime un ente viene trasmesso al Ministro
dell’Interno, che con proprio decreto prende atto delle determinazioni vescovili o dell’autorit愃
ecclesiastica e dispone la cancellazione dell’ente dal registro delle persone giuridiche. Tale
decreto sarà immediatamente trascrivibile nei registri dei beni mobili o immobili registrati in
quanto rientrante nelle ipotesi di provvedimento pubblico cui all’art 2645 cc (non 攃 necessario
l’intervento del notaio.)
Se l’ente dovesse avere un patrimonio residuo, questo verrà devoluto secondo le disposizioni
dell’autorit愃 ecclesiastica. Tuttavia sussiste un solo vincolo: bisogna rispettare in ogni caso la
volont愃 dei disponenti, i diritti dei terzi e le disposizioni statutarie dell’ente. Le disposizioni
dell’autorit愃 ecclesiastiche verranno confermate dal decreto del ministro.
Le persone giuridiche possono estinguersi anche per motivi contemplati nel loro statuto o
nell’atto costitutivo. Le associazioni private tra fedeli possono essere soppresse se la loro attività
è motivo di danno grave per la dottrina, per la disciplina ecclesiastica o motivo di scandalo per i
fedeli.
Si è già detto che gli enti ecclesiastici possono svolgere anche un’attivit愃 diversa da quella di
religione o di culto, purch攃Ā quest’ultima sia l’attivit愃 prevalente.
Tali attivit愃 secondarie possono essere le pi甃 diverse: possono essere svolte le attività cui
all’art. 16, lett. b) l.222/1985 (attivit愃 di istruzione, di educazione e cultura, di assistenza,
beneficienza), può però anche svolgere attività di produzione e di scambio di beni e servizi sul
mercato adottando un modulo di imprenditoriale ai sensi dell’art 2082 c.c.
Lo svolgimento di tali attività imprenditoriali è ammesso purché avvenga nelle forme non
commerciali: il decreto ministeriale 200/2012 che all’art.3 evidenzia alcuni criteri per individuare
le modalit愃 non commerciali. Tale criteri sono
1) divieto di distribuire utili, avanzi di gestione, fondi, riserve o capitale durante la vita dell’ente
in favore di amministratori, soci, partecipanti, lavoratori o collaboratori, (l’unica eccesione 攃
rappresentata dal fatto che la distribuzione sia imposta per legge, regolamento o statuto nei
confronti di enti che fanno parte della medesima struttura e svolgono la stessa attivit愃 .)
2) L’obbligo di reinvestire gli eventuali utili o avanzi di gestione esclusivamente per lo sviluppo
delle attivit愃 funzionali al perseguimento dello scopo istituzionale di solidariet愃 sociale.
Le attività secondarie sono sottoposte al diritto comune: quando tali enti non operano per fini di
religione o di culto, non sarà applicabile il diritto canonico in quanto si trovano nella medesima
condizione degli altri enti che operano nello stesso settore.
l’art. 7, comma IV accordo di modificazione del Concordato contiene però una clasuola di
salvaguardia di particolare interesse in quanto afferma che deve comunque essere rispettata
la struttura e la finalità di tali enti:
- parte della dottrina ritiene che il destinatario di questa clausola sia il legislatore ordinario,il
quale quando detta norme che possono riguardare anche gli enti ecclesiastici civilmente
riconosciute, deve introdurre delle deroghe che consentano di rendere queste
disposizioni ordinarie compatibili con la struttura e con la finalit愃 degli enti→ in altre
parole, tutte le leggi ordinarie devono essere compatibili con l’istanza di libert愃 religiosa.
- Tale clausola è riferibile anche all’interprete qualificato il quale nell’applicare alle attivit愃
secondarie degli enti ecclesiastici il diritto comune deve interpretarlo nel modo pi甃
favorevole possibile con la struttura e finalit愃 dell’ente.
( Ad esempio il Tribunale di Roma nel 2013 ha avuto un caso di un ente ecclesiastico civilmente
riconosciuto che svolgeva attivit愃 sociosanitaria che versava in uno stato di crisi tale da dover
ricorrere ad una procedura concorsuale. il Tribunale decise di dichiarare il fallimento l’ente, ma
di coinvolgere nella procedura tutto il patrimonio dell’ente eccetto quello usato dall’ente stesso
per le sue attivit愃 di religione o culto effettuando una separazione patrimoniale)
L’ente ecclesiastico che svolge anche attivit愃 imprenditoriale ha l’obbligo di tenere una scrittura
contabile separata per tale attività, al fine di agevolare la determinazione del reddito d’impresa.
Il Codice della crisi si applica anche a quell’ente ecclesiastico che svolge come attivit愃
secondaria un’attivit愃 commerciale. Questo appare in vero confermato anche dallo stesso
codice della crisi d’impresa (l’unica eccezione 攃 se l’ente 攃 immune rispetto alla normativa italia)
TUTTAVIA Lart. 14 del d. lgs. 112/2017 esclude che gli enti religiosi civilmente riconosciuti che
esercitano un’attivit愃 ̀ di impresa sociale possano essere sottoposti alla liquidazione coatta
amministrativa.
La giurisprudenza ha però osservato (del resto nel rispetto della clausola di salvaguardia sopra
indicata) che bisogna tenere in considerazione delle duplici finalità (di religione- culto e di
impresa) perseguite dall’ente: questo comporta che potr愃 essere aggredito solamente quel
patrimonio specificamente destinato all’attivit愃 d’impresa (e non quello destinato all’attivit愃 di
culto).
Con la legge delega 106/2016 si è dato avvio alla riforma del terzo settore con adozione dei ,
decreti legislativi 117/2017 sul codice del terzo settoree il [Link]. 112/2017 di riforma della
disciplina sull’impresa sociale.
Tale riforma introduce una disciplina impostata sulla logica del costo-beneficio: l’ente che
vuole assumersi una serie di oneri (svolgimento di un’attivit愃 di interesse generale, il
perseguimento di un fine civico, solidaristico o di utilit愃 sociale, l’adozione di un sistema di
organizzazione e gestione trasparente, l’iscrizione al registro unico nazionale del terzo settore)
sono concessi dei benefici a) di natura fiscale, b) di riconoscimento di una privilegiata posizione
nei confronti della Pubblica Amministrazione, c) di accesso a canali di finanziamento agevolati.
A norma dell’ art. 4, comma III del codice del terzo settore gli enti ecclesiastici civilmente
riconosciuti (in realtà parla più in generale di enti religiosi, volendo intendere una categoria più
ampia, ma non definita) possono qualificarsi come enti del terzo settore limitatamente però alle
attivit愃 secondarie che svolgono che siano di interesse generale, e alle attivit愃 a queste
strumentali. → 䔃 la dinamica del cd. ramo o segmento, per cui gli enti ecclesiastici civilmente
riconosciuti possono qualificarsi quali enti del terzo settore limitatamente, al loro ramo di attivit愃
di interesse generale. Per cui la qualifica 攃 limitata ad un suo ramo o segmento di attivit愃 ,
necessariamente secondario, essendo diverso da quello di religione o di culto.
a) Adottare un regolamento per quell’attivit愃 , nella forma dell’atto pubblico o scrittura privata
autenticata, che deve contenere le disposizioni del codice del terzo settore o dell’impresa
sociale, fatta salva la struttura e la finalit愃 dell’ente.
L’ente ecclesiastico civilmente riconosciuto sar愃 tenuto a iscriversi al RUNTS fornendo le notizie
e gli allegati necessari.
La legge dello Stato rinvia, per l’individuazione e la struttura dei controlli interni, al diritto
canonico: il giudice italiano, per stabilire la validità del negozio di diritto privato stipulato tra un
ente e il cittadino, dovrà. fare riferimento alle regole del diritto canonico e allo statuto stesso.
Le persone giuridiche canoniche pubbliche (in quanto solo i beni delle persone giuridiche
pubbliche sono ritenute dal diritto ecclesiastico come beni ecclesiastici in senso proprio)
soggiacciono al sistema di vigilanza dei controlli canonici, i quali perseguono l’obbiettivo di far
sì che il patrimonio della Chiesa sia adoperato solo per i suoi scopi caritativi.
Tale atto 攃 richiesto ad validitatem nelle ipotesi di atti di straordinaria amministrazione. Alcuni
esempi sono rappresentati da:
a) L’atto 攃 di straordinaria amministrazione, in base all’indicazione della C.E.I.; questa,
peraltro, assunta la decisione su quali atti qualificare come di non ordinaria amministrazione, 攃
tenuta a comunicarla entro 30 giorni alministro dell’interno, per darne pubblicit愃 .
b) L’atto intacca il patrimonio della persona giuridica, peggiorandone la situazione.
c) L’atto aliena un bene che ha un valore oltre una certa soglia, indicata dalla C.E.I. nei modi
di cui prima, e che fa parte del c.d. patrimonio stabile dell’ente, ossia quello legittimamente
assegnatogli in dote per permettergli di conseguire i suoi fini istituzionali e per garantirne
l’autosufficienza.
Questi controlli canonici hanno anche rilevanza civile. Sar愃 però necessario tutelare l’esigenza
di pubblicit愃 dei terzi che entrano in contatto con l’ente ecclesiastico. L’art. 18 l. 222/1985
dispone che, ai fini dell’ineffiacia e invalidit愃 dei negozi giuridici conclusi dagli enti ecclesiastici,
non sono opponibili ai terzi in buona fede le limitazioni dei poteri di rappresentanza o
l’omissione di controlli canonici non risultanti dal registro delle persone giuridiche o dal
Codex iuris canonici.
Ad ulteriore garanzia dell’effettivit愃 di tale pubblicit愃 sar愃 necessario che le deliberazioni della
conferenza episcopale italiana e della santa sede che stabiliscono le somme somme-soglia al
di sopra delle quali si rendono necessari i controlli devono essere comunicati entro 30 gg al
ministro dell’interno, di modo che gli interessati possano ottenerne copia rivolgendosi alla
prefettura locale.
( omesso controllo) Quando il controllo è stato omesso, ovvero quando gli amministratori
abbiano ecceduto dal potere loro attribuito, l’art 18 prevede come effetto l’inefficacia o
l’invalidit愃 dell’atto. Dottrina e giurisprudenza, tra le due alternative poste dalla norma,
propendono per l’annullabilit愃 secondo le regole di diritto comune (artt. 1425 ss. c.c.); Si
propende per l’annullabilit愃 perch攃Ā a ben vedere l’art 18 presenta una fattispecie di
annullamento analoga a quella cui all’art 23 c.c. per le deliberazioni assempleari, le quali
possono essere impugnate dinanzi al tribunali se contrarie alle leggi, allo statuto o all’atto
costitutivo, per motivi di legittimità e non di merito.
Gli enti ecclesiastici delle confessioni diverse dalla cattolica si suddividono in due categorie:
Nelle intese si trovano dei procedimenti sostanzialmente identici a quello visto per la Chiesa
cattolica contenuto nella l.222/1985.
(REQUISITI) il riconoscimento degli enti 攃 concesso sulla base dei requisiti che mirano ad
accertare il collegamento con la rispettiva confessione e il fine di religione o culto.
Per l’accertamento del fine di religione o di culto tramite indagine sull’attivit愃 principale viene
ripreso lo stesso schema dell’art 16.
Rispetto a tutto questo sistema fa eccezione solo l’intesa con le Assemblee di Dio in Itali in
quanto nell’intesa si prevede un numero chiuso di enti a cui viene attribuita la personalit愃
giuridica per legge.
( REQUISITI) Per il riconoscimento degli enti ecclesiastici delle confessioni non dotate d’intesa
l’art. 1 l.1159/1929 stabilisce che “Sono ammessi nello Stato culti diversi dalla religione
cattolica apostolica e romana, purch攃Ā non professino principi e non seguano riti contrari
all'ordine pubblico o al buon costume.” Gli enti che domandano il riconoscimento, nei loro
aspetti organizzativi o rituali non devono porsi in contrasto con i principi fondamentali
dell’ordinamento giuridico italiano e con il buon costume.
Quanto agli altri requisiti richiesti, questi non richiamati esplicitamente dalla L. 1159/1929, me
sono frutto dell’esperienza applicativa:
b) Il vincolo giuridico tra gli aderenti deve essere fondato sulla condivisone di una fede
religiosa libera e gratuita, non essendo ammissibile uno schema associativo contrattuale
condizionato a obblighi di natura economica.
c) Requisito numerico, per cui ci per ottenere il riconoscimento bisogna essere un numero
significativo di persone. Se l’ente ha una dimensione locale, bisogna essere almeno 500,
mentre se 攃 diffusa a livello nazione almeno 5000.
Negli anni successivi questo doppio canale di finanziamento 攃 stato preso a modello per la
definizione dei rapporti finanziari tra lo stato e le altre confessioni religiose si sono poi aggiunte
ulteriori forme di contribuzione pubblica diretta ed indiretta alle confessioni religiose: si tratta
perlopi甃 di finanziamenti unilateralmente previsti dallo stato, dalle regioni o dagli altri enti locali
allo scopo di sostenere specifici settori di attivit愃 e che in genere hanno come destinatari platee
di soggetti piu ampie rispetto a quelle formate dai soli enti riconducibili alla chiesa cattolica e
alle confessioni dotate di intesa o dall'insieme delle organizzazioni religiosamente connotate.
Il primo e il pi甃 rilevante canale di finanziamento della Chiesa cattolica e delle confessioni
religiose dotate di intesa 攃 certamente rappresentato dall'otto per mille, che poggia sull'idea di
una convergenza tra libere indicazioni individuali dei cittadini e il bilancio dello Stato. A partire
dal 1990 si 攃 destinata a una quota pari all'otto per mille dell'imposta sul reddito delle persone
fisiche a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e in parte
a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica. L'otto per mille del gettito
Irpef e pertanto oggi ripartito tra lo stato, la chiesa cattolica e le altre 12 confessioni religiose
pattizie.
La distribuzione delle somme avviene sulla base delle scelte dei contibuenti. La manifestazione
di volont愃 relativa alla destinazione dell'otto per mille non costituisce per un obbligo dichiarativo
per i cittadini. Dal punto di vista delle confessioni religiose ad oggi pi甃 della met愃 dei contribuenti
non esprime alcuna opzione. Le quote non espresse verranno ripartite proporzionalmente in
base alle quote espresse. L'erario corrisponde annualmente entro il mese di giugno alla
conferenza episcopale italiana e agli enti delle altre confessioni religiose che vi hanno diritto una
somma calcolata sulla base degli incassi in conto competenza relativi all'irpef risultanti dal
rendiconto generale dello Stato e dalle dichiarazioni annuali relative al terzo periodo di imposta
precedente. Le somme ottenute devono essere impiegate per 3 finalità:
c) attività missionaria
apposito decreto del Ministro delle finanze che i contribuenti che intendono portare in deduzione
le erogazioni liberali effettuate in favore dell'istituto centrale devono ricorrere alle seguenti
modalit愃 : bollettino postale, bonifico bancario, carta di credito e versamento diretto a fronte di
quietanza rilasciata dall'Istituto su appositi stampati numerati. Anche le intese con le confessioni
religiose diverse dalla cattolica prevedono senza eccezioni la possibilit愃 dei rispettivi fedeli di
dedurre dal reddito imponibile le erogazioni liberali ad esse destinate. Non 攃 invece consentito
portare in deduzione le offerte destinate agli enti riconosciuti e esenti dalla legge sui culti
ammessi e in genere a tutte le organizzazioni religiose prive di un accordo con lo stato. La
chiesa cattolica e le altre confessioni religiose hanno l’obbligo di rendicontare annualmente al
Ministero dell’interno e di rendere pubblici i dati relativi all’effettivo impiego delle somme donate.
Tra le altre forme di finanziamento merita particolare attenzione per la sua rilevanza giuridica
ed economica quella del 5 per mille. 䔃 bene evidenziare che il canale di finanziamento del 5 per
mille non ha come specifici destinatari gli enti delle confessioni religiose in quanto tali ma essi
possono comunque accedervi quando svolgano un'attivit愃 di interesse generale senza scopo di
lucro. Il 5 per mille non si sostituisce all’8 per mille, ma si aggiunge ad esso. A partire dal 2022,
a seguito della riforma del Terzo settore, viene ammesso l’accesso al 5 per mille a tutti gli enti
religiosi che abbiano costituito un ramo del Terzo Settore o di impresa sociale che risultino iscritti
al Registro unico nazionale del Terzo settore. In capo a tali enti religiosi, l’accesso al 5 per mille
è condizionato a particolari modalità di accreditamento e ad obblighi di trasparenza (obbligo di
rendicontare in modo trasparente e dettagliato la destinazione e l’uso delle somme adoperate).
Altre forme di finanziamento pubblico diretto a cui possono accedere gli enti delle confessioni
religiose sono:
c) l'impiego da parte dei comuni degli oneri di urbanizzazione secondaria per la costruzione ed
interventi su chiese ed altri edifici religiosi;
d) la partecipazione economica dello Stato, delle regioni e degli altri enti pubblici ad interventi di
salvaguardia dei beni culturali di interesse religioso di propriet愃 degli enti delle confessioni
religiose.
L’art 20 Cost. esclude che gli enti con fine di religione possano essere sottoposti ad un regime
tributario pi甃 gravoso di quello previsto per gli enti di diritto comune. Dall’art 7 comma 3 del
Concordato Lateranense ricaviamo il principio generale in base al quale gli enti ecclesiastici
cattolici possono accedere a tutti i benefici e sono soggetti a tutti gli oneri fiscali che hanno come
presupposto di applicazione: a) l’essere un ente a scopo di beneficienza o di istruzione; b) lo
svolgimento di un’attivit愃 di beneficienza o di istruzione. Gli enti ecclesiastici che svolgono
attività diverse da queste sono soggetto al trattamento fiscale ordinario, e dovranno anche
tenere le scritture contabili prescritte dalle norme tributarie.
Se l’ente ecclesiastico costituisca un ramo del terzo settore sar愃 soggetto al trattamento
tributario spettante alle attività rientranti in quel settore.
Quanto alle altre confessioni religiose, per la materia tributaria si ritiene che le intese tra Stato
e confessioni diverse da quella cattolica riproducano le disposizioni contenute nell’Accordo di
Villa Madama; Si distingue però l’intesa con la Tavola Valdese, ispirata ad uno spirito
separatista: prevede che le attività di beneficienza e di istruzione degli enti valdesi siano soggetti
alle leggi dello Stato concernenti le stesse attività.
-soggettività tributaria: gli enti ecclesiastici rientrano nella categoria degli enti non
commerciali, in quanto non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di un’attivit愃
commerciale, bensì di un attività di religione o di culto. → TUTTAVIA questa non può intendersi
come una presunzione assoluta, il che comporta che se dovesse essere accertato che l’oggetto
esclusivo o principale di un ente ecclesiastico coincide con l’esercizio di un’attivit愃 commerciale,
l’ente perde la qualifica di ente non commerciale divenendo un ente diverso dalle società.
Inoltre sarà necessario avvertire che la perdita della qualifica tributaria di ente non commerciale
non determina la perdita civile di ente ecclesiastico o di culto, che prescinde dalle decisioni degli
organismi di accertamento→ L’accertata prevalenza dell’attivit愃 commerciale potr愃 al pi甃
rappresentare una legittima causa per avviare un procedimento autonomo finalizzato alla revica
del riconoscimento amministrativo.
a) IRES: con riferimento all’IRES gli enti ecclesiastici sono soggetti alle disposizioni riguardanti
gli enti non commerciali, per cui la determinazione del loro reddito avviene in maniera atomistica
e possono godere di una forfettizzazione del reddito derivante da eventuale attivit愃 d’impresa.
Non concorrono alla formazione del reddito: - attività immobiliari destinati esclusivamente
all’attivit愃 di culto; - i redditi catastali degli immobili adibiti ad attività quali scuole, cineteche,
biblioteche, archivi etc. purch攃Ā dall’utilizzazione dell’immobile non derivi alcun reddito. Inoltre
viene decommercializzata ai fini IRES l’attivit愃 svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali.
→ queste disposizioni riguardano il calcolo della base imponibile.
La più significativa agevolazione IRES riguarda la riduzione del 50% dell’aliquota d’imposta di
cui godono gli enti con fine di beneficienza o istruzione: tuttavia tale beneficio viene nella prassi
interpretato in senso restrittivo per cui se ne limita l’applicazione ai soli redditi che siano
immediatamente e direttamente strumentali al perseguimento del fine di religione e di culto
dell’ente.
b) IMU: Quanto all’IMU, sono esentati dal pagamento dell’imposta: 1) I fabbricati destinati
esclusivamente all’esercizio del culto e le loro pertinenze. 2) i fabbricati di proprietà della Santa
Chiesa 3) i fabbricati destinati ad usi quali musei, biblioteche, archivi, cinoteche etc. 4) gli
immobili destinati con modalità non commerciali ad attività assistenziali, ricreative, didattiche
etc.
a) Ente non commerciale (ente che non abbia per oggetto esclusivo o principale
un’attivit愃 commerciale.)
b) L’immobile deve essere esclusivamente destinato a un’attivit愃 meritevole
c) L’attivit愃 meritevole deve essere svolta con modalità non commerciali. (l’attivit愃
sanitaria può essere svolta tramite cure gratuite- in quato caso è svolta con modalità non
commericiali e si ha diritto all’esenzione- o a pagamento – in questo caso è svolta con
modalità commerciali-;)
- Utilizzo promiscuo: si può avere un immobile in cui si svolge sia un’attivit愃 meritevole
con modalit愃 non commerciali, che un’attivit愃 con modalit愃 commerciali. Questi casi
erano un problema: la giurisprudenza diceva che bastava una parte non commerciale
per dichiarare esente tutto l'immobile.
Si 攃 detto che se le due parti dove si svolgono le due attivit愃 sono catastalmente distinguibili,
allora l’IMU si pagher愃 solo sulla parte commerciale, altrimenti si applicher愃 in proporzione
all’utilizzazione commerciale dell’immobile.
- Utilizzo diretto: 攃 un principio per cui l’immobile non deve essere solo posseduto
dall’ente non commerciale, ma deve essere direttamente usato dall’ente che lo possiede.
Tuttavia, nel 2019 si decide si prevedere la possibilit愃 per i regolamenti comunali di
estendere l’esenzione anche al caso in cui l’immobile dell’ente non commerciale sia dato
in comodato d’uso gratuito ad un altro ente non commerciale per lo svolgimento
dell’attivit愃 meritevole.
c) IRAP: l’IRAP si applica anche agli enti non commerciali (quindi anche a quelli ecclesiastici)
che esercitano abitualmente attività volta alla produzione di beni e servizi. Sono però escluse le
remunerazioni dei sacerdoti e gli assegni ad esse equiparati.
d) IVA: in ragione della loro equiparazione agli enti aventi fini di beneficienza sono esenti
dall’imposta le cessioni gratuite a favore degli enti ecclesiastici da parte di soggetti passivi IVA.
e) Imposte sulle successioni, donazioni, ipotecarie e catastali: sono enti dal pagamento
delle imposta sulle donazioni e successioni se destinate a favore di fondazioni e associazioni
legalmente riconosciute che abbiano come scopo esclusivo l’assistenza, lo studio, la ricerca
scienifica etc..
f)Imposte di registro e di bollo: sono esenti da tale imposta le copie, gli estratti, i certificati, le
dichiarazioni, le attestazioni rilasciati dai ministri di culto.
g) CPU: sono esentate dal pagamento di tale canone le occupazioni dei beni del demanio o del
patrimonio indisponibile da parte degli enti ecclesiastici per il fine dell’esercizio dei culti ammessi
dallo Stato.
h) Immobili della Santa Sede: gli immobili indicati nel trattato del Laterano godono
dell’esenzione di qualsivoglia tributo, senza necessit愃 di ulteriori e specifiche disposizioni.
La giurisprudenza amministrativa afferma che, affinch攃Ā si possa parlare di luogo di culto sono
necessari due requisiti:
1. requisito intrinseco: Presenza di determinati arredi.
2. requisito estrinseco: accoglienza di tutti coloro che vogliono pacificamente accostarsi alle
pratiche cultuali o alle attivit愃 in essi svolte.
Il diritto ad un luogo di culto 攃 strumentale alla piena realizzazione della libert愃 religiosa ex art
19 Cost., che non sarebbe effettivo laddove ai singoli non fosse consentito di disporre di un
luogo in cui esercitare liberamente il culto. La dottrina ha definito gli edifici di culto come beni
strumentali necessario per coniugare la dimensione fisica con quella metafisica della libert愃
religiosa: in tal senso possiamo parlare di un diritto a disporre di un bene immobile all’interno
del quale fisicamente esercitare e praticare la libert愃 religiosa. → Tale visione è stata confermata
sia dalla Corte Cost. che da quella di Strasburgo.
Si parla di un diritto multidimensionale, vale a dire che 攃 strumentale alla realizzazione del
diritto del singolo fedele, ponendosi però in una dimensione prettamente collettiva, spettando ai
singoli in ragione di quelle che sono le loro esigenze diffuse: si tratta di un diritto dei singoli che
sorge nell’ipotesi in cui assume rilievo collettivo.
Il diritto al luogo di culto coinvolge in vero anche altri diritti fondamentale: artt 17, 18, 21; viene
letto anche in relazione all’art 2 in quanto l’edificio 攃 uno spazio fisico che consente di realizzare
la vita comunitaria delle confessioni religiose.
Nel nostro ordinamento gli edifici di culto godono di particolari disposizioni che vengono a essere
coerenti con la funzione propria di tali beni immobili.
a) edifici di culto delle confessioni dotate di intesa: nelle intese stipulate sono dettate norme
analoghe a quelle viste per gli edifici cattolici (si veda giù)
- Art. 1: prevedeva che i fedeli di uno dei culti ammessi possono avere un proprio tempio o
oratorio per l’esercizio pubblico del culto, ma che l’apertura di tali luoghi era subordinata ad
un’autorizzazione del capo dello Stato rilasciata a termine di un procedimento dove molto ampia
era la discrezionalit愃 della Pubblica Amministrazione. In tal modo non vi era alcun diritto
soggettivo all’apertura di un luogo di culto, ma solo un mero interesse legittimo.
- Art. 2: prevedeva che i fedeli dei culti diversi dal cattolico, potessero riunirsi senza preventiva
autorizzazione dell’autorit愃 governativa, solo se: a) la riunione tenesse in un edificio autorizzato
b) la riunione fosse presieduta o autorizzato da un ministro di culto autorizzato in base alla l
1159/1929
Se mancavano i due requisiti, trovava applicazione T.U. delle Leggi di Pubblica Sicurezza, per
cui i promotori dovevano dare avviso al questore almeno 3 giorni prima.
Tali disposizioni si sono ritenute lesive dei diritti Costituzionali e sono state dichiarate illegittime
dcon la sent. Cost. 59/1958.
La Corte opera una distinzione tra libert愃 di esercizio dei culti acattolici come manifestazione di
fede religiose da un lato e organizzazione delle varie confessioni nei loro rapporti con o Stato
dall’altro, che corrisspondono agli artt. 8 e 19 Cost.
L’art. 19 Cost. riconosce la massima espansione della libert愃 religiosa comprendendo l’apertura
di luoghi di culto, l’art. 8 Coststabilisce le modalit愃 con le quali ciascuna confessione può
regolare la propria amministrazione interna e i rapporti con lo Stato anche sulla base di
un’intesa:
la libert愃 religiosa viene delineata dalla Corte come un bene bisognoso della massima
espansione possibile, mentre la possibilit愃 di organizzarsi secondo i propri e di stipulare intese
ha una portata pi甃 limitata in quanto attiene ad una mera facoltà esercitabile, per cui l’esercizio
della fede religiosa deve avere luogo anche a prescindere dalla presenza di un’intesa.
Le disposizioni impugnate del R.D.289 sono dichiarate incostituzionali in quanto l'obbligo
dell'autorizzazione coinvolge non soltanto i casi in cui questa autorizzazione sia resa necessaria
per il conseguimento di certi vantaggi per la confessione, ma anche quando la relativa previsione
rappresenta un mezzo per un’autonoma professione della fede religiosa anche al di fuori dei
rapporti con lo Stato.
il Concordato lateranense del 1929 conteneva due norme (artt 9 e 10) le quali sono ad oggi
sostituite dall’art 5 Acc. mod. Conc. che ne riproduce il contenuto prevedendo che:
a) gli edifici aperti al culto non possano essere requisiti, occupati, espropriati se non per
gravi ragioni e comunque previo accordo con l’autorità ecclesiastica;
b) la norma dispone anche che salvo i casi di urgente necessità, la forza pubblica non
potrà entrare per l’esercizio delle sue funzioni senza previo avviso all’autorità
ecclesiastica.
c) che l’autorità civile terrà conto delle esigenze religiose delle popolazioni, fatte presenti
dalla competente autorità ecclesiastica per quanto concerne la costruzione di nuovi
edifici di culto cattolico: ci漃 da rilievo alla circostanza che la costruzione di nuovi edifici
di culto cattolico sia subordinata alle esigenze religiose della popolazione il che
determina una parziale compressione della discrezionalità amministrativa.
PRIMO COMMA
Il primo comma dell’art 831 c.c. DISPONE LA SOTTOPOSIZIONE DEI BENI DEGLI ENTI
ECCLESIASTICI ALLE NORME del diritto comune, prevedendo ala contempo la
PREVALENZA DI EVENTUALI NORME SPECIALI che riguardino i beni stessi. → si ritiene che
l’espressione “beni degli enti ecclesiastici” si adoperata in senso atecnico e pertanto si riferisce
ad ogni bene che sia a disposizione di una confessione o di un gruppo religioso.
SECONDO COMMA
Più circoscritta è la portata del secondo comma che formalizza il regime esclusivamente degli
edifici aperti al pubblico culto:
“Gli edifici destinati all'esercizio pubblico del culto cattolico, anche se appartengono a privati, non
possono essere sottratti alla loro destinazione neppure per effetto di alienazione, fino a che la
destinazione stessa non sia cessata in conformit愃 delle leggi che li riguardano.”
Avviene pertanto una limitazione del diritto di proprietà di tali beni: questi sono equiparati a bene
demaniali appartenenti al patrimonio indisponibile, per cui non possono essere sottratti dalla
loro destinazione.
Nel caso in cui il soggetto sia diverso dalla comunit愃 di fedeli che ne ha l’uso si ritiene
conveniente che le parti stipulino una convenzione per la concessione in uso dell’edificio di culto:
in tal modo si andrà a regola la situazione di compossesso, in quanto il proprietario non può
sottrarre l’edificio alla destinazione di culto e dall’altro spetta all’autorit愃 ecclesiastica la
regolamentazione dell’esercizio e della cura del culto.
giuridica canonica pubblica. Con l’acquisto da parte dell’ente parrocchia della personalit愃
giuridica, si 攃 estinta la personalit愃 giuridica della chiesa parrocchiale, e il suo patrimonio
攃 stato trasferito alla parrocchia. Questo vale anche per l’estinzione di chiese cattedrali
e il trasferimento dei loro patrimoni alle rispettive diocesi. Pertanto ,la chiesa cattedrale
che non ha personalit愃 giuridica 攃 retta e amministrata dal Vescovo [Link]
riconoscimento dell’ente giuridico chiesa prescinde dalla propriet愃 dell’edificio sacro, e
un privato può essere proprietario di un edificio di culto riconoscibile come ente
ecclesiastico, e del quale non perde la propriet愃 anche se questo divenga persona
giuridica.
Con il termine fabbriceria di intendono oggi enti di natura fondazionale il cui substrato è costituito
da una massa patrimoniale destinata alla ma manutenzione e conservazione di una chiesa.
Difficile 攃 l’inquadramento della natura giuridica di tali enti, i quali non sono enti ecclesiastici
civilmente riconosciuti: la loro diversificata e peculiare genesi storica suggerisce di ritenerli degli
enti sui generis.
consiglio di amministrazione: l’amministrazione delle fabbricerie e la gestione dei loro
patrimoni per il perseguimento del peculiare scopo che le contraddistingue è affidata ad un
consiglio costituito da laici, da ecclesiastici o di composizione mista.
Frabbricerie maggiori e minori: Le fabbricerie hanno una composizione diversa a seconda
che gestiscano una cattedrale o comunque un edificio di culto di rilievo storico o artistico o che
gestiscano una chiesa senza tali caratterizzazioni. Nel primo caso il consiglio 攃 composto da 7
membri nominati per 3 anni in misura di 2 dal vescovo diocesano e di 5 dal Ministro dell'Interno
(sentito il vescovo diocesano). Nella seconda ipotesi 攃 composto dal parroco e da altri 4 membri
nominati dal prefetto d'intesa con il vescovo diocesano.
I consigli delle fabbricerie non devono ingerirsi negli affari di culto, ma attenersi al proprio
compito di amministrare il patrimonio per la manutenzione e l'officiatura della chiesa.
Il presidente della fabbriceria trasmette al prefetto entro il 30 novembre dell’anno precedente, il
bilancio di previsione dell’anno successivo, inoltre trasmette al prefetto entro il 31 marzo il conto
consuntivo dell’anno precedente.
Se vengono q accertate gravi irregolarit愃 nell’amministrazione il prefetto può sospendere la
fabbriceria, affidandone la provvisoria gestione ad un commissario. In ogni caso riferisce al
Ministro dell’interno, il quale sentito il vescovo può sciogliere la fabbriceria e nominare un
commissario straordinario. → l’estinzione sar愃 accertata con decreto del Ministro dell’interno.
L’art 831 comma 2 c.c. si applica agli enti che abbiano determinati requisiti. Sar愃 necessario:
a) innanzitutto la deputatio ad cultum: tale requisito deve essere l’etto alla luce del codice di
diritto canonico, in quanto 攃 un atto dell’autorit愃 ecclesiastica. Tale destinazione deve essere
provata per il tramite di un aposito documento da redigere contestualmente alla dedicatio o
benedictio: in mancanza di tale documento non può ritenersi sussistente la dedicatio ad cultum
publicum.
b) Effettiva fruibilit愃 da parte dei fedeli: la stessa ratio dell’art 831 comma 2 c.c. esige questo
elemento, norma con la quale il legislatore riconosce come meritevole una specifica tutela
l’effettivo svolgimento dell’attività di culto.
Per quanto riguarda la legittimazione processuale all’azione, per far valere l’effettiva
destinazione dell’edificio al culto pubblico, ai sensi dell’ 75, co. 3 s., c.p.c., sono legittimati attivi
colore che, secondo la legge o lo statuto, hanno il potere di agire in nome e per conto dell’ente
in cui l’edificio rientra, in caso esso abbia personalit愃 giuridica; ove ne sia privo, in forza del
rinvio all’art. 36, co. 2, c.c., sar愃 legittimato attivo chi ha la direzione o la presidenza dell’ente.
La giurisprudenza, ritenendo che i fedeli siano titolari di un interesse assimilabile ad un interesse
collettivo, per quanto concerne la deputatio ad cultum, ha ammesso anche il loro ricorso, come
singoli o in gruppo. Tuttavia questa soluzione non appare convincente: nella comunit愃 ecclesiale
cattolica, cui la norma dell’art. 831, co. 2, c.c. si riferisce, l’interesse presunto leso non fa capo
alla comunit愃 generale n攃Ā ai singoli, ma alla specifica comunit愃 di fedeli interessati.
Anche l’intesa con l’unione delle comunit愃 ebraiche prevede che gli edifici destinati al culto
ebraico non possono essere sottratti dalla loro destinazione.
L’art. 53 l. 222/1985 dispone che gli edifici di culto, e relative pertinenze, costruiti con contributi
regionali o comunali, non possono essere sottratti alla loro destinazione di culto, neppure a
seguito di un’alienazione, prima che siano trascorsi 20 anni dall’erogazione del contributo. Il
vincolo, trascritto nei registri immobiliari, può però essere estinto prima del decorso del termine
solo d’intesa tra autorit愃 ecclesiastica e Autorit愃 civile erogante, previa restituzione delle somme
ricevute a titolo di contributo pubblico, in proporzione al tempo trascorso, e rivalutate alla luce
della variazione dei prezzi. → Ogni atto posto in essere in violazione del vincolo 攃 inficiato da
nullit愃 .
Lo stato italiano non si limita ad un’astratta e generica tutela del diritto a disporre di un edificio
di culto, ma la sua azione è positivamente rivolta a rendere effettivo tale diritto: rientra dunque
tra i compiti dello Stato a tutti i livelli terriroriali di provvedere a che sia consentito a tutte le
confessioni di poter espicare le loro attività.
Ai sensi dell’art. 117, co. 2, lett. c), Cost., per come mod. dalla l. cost. 3/2001, dovrebbe essere
lo Stato ad occuparsi della materia dei rapporti con le confessioni religiose, e quindi a dettare i
criteri d’accesso al finanziamento pubblico dell’edilizia di culto. Le Regioni, invece, cui 攃 rimessa
la pianificazione urbanistica, avrebbero solo il compito di gestire quest’ultimo aspetto.
Tuttavia manca una legge statale che regola in modo organico la materia del finanziamento
pubblico dell’edilizia religiosa. Invece, proliferano le leggi regionali le quali invero dettano criteri
diversi per la fruizione, da parte delle confessioni religiose, dei finanziamenti pubblici per
l’edilizia di culto: alcuni li assegnano a tutte, altre solo alla cattolica, altre solo alle religioni che
hanno stipulato un’intesa con lo Stato, etc. La situazione cagiona non poche discriminazioni;
peraltro, questo 攃 stato accertato anche dalla Corte costituzionale in varie pronunce nelle quali
si 攃 voluto ristabilire l’eguale libert愃 tra le confessioni religiose:
a) REGIONE ABBRUZZO:
Limitava con legge regionale l’erogazione di contributi solo alle confessioni religiose che
avevano stipulato intesa.
La corte dichiara tale legge incostituzionale in quanto rappresentava un’ingiustificata
discriminazione tra organizzazioni in contrasto con i principi di uguaglianza.
b) REGIONE LOMBARDIA:
- Pronuncia del 2002: la regione Lombardia prevedeva una legge dal contenuto analogo a
quella della regione Abruzzo. Nel dichiararLA incostituzionale la corte ribadisce che la stipula di
un’intesa non può essere condizione usufruire di norme di favore.
-2016: la Lombardia emana una legge che limitava l’edificazione di luoghi di culto della religione
islamica. La corte costituzionale dichiara incostituzionali alcuni commi di di questa legge per
violazione dal punto di vista sostanziale degli articoli 3/8/19 cost. e per violazione del riparto
delle competenze tra Stato regioni e 117. 2 l) B.
Si ribadisce che l’ostacolo all’edificazione di luoghi di culto sono in vero ostacolo all’esercizio
della libertà religiosa dei fedeli.
-2019 La corte Cost dichiara l’incostituzionalit愃 di altre due norma della L. 12/2005 → tali norme
subordinavano l’istallazione di qualsiasi attrezzatura religiosa ad atti discrezionali della PA.
c) REGIONE VENETO:
La Corte costituzionale dichiara incostituzionale una disposizione che imponeva l’utilizzo della
lingua italiana per le attività non strettamente connesse al culto → la corte afferma che tale
requisito eccede gli interessi la regione ha facoltà di regolare, E considera anche come la lingua
si è vero un veicolo di trasmissione di cultura È espressione bella dimensione relazionale della
personalità umana.
Il Fondo edifici di culto (FEC) 攃 un ente pubblico di derivazione pattizia la cui finalit愃 principale
consiste nella conservazione, restauro, tutela e valorizzazione degli edifici di culto appartenenti
al Fondo stesso.
Il FEC ha personalità giuridica attribuitagli dalla legge ed è amministrato in base alle norme che
regolano le gestioni patrimoniali dello Stato con i Privilegi, le esenzioni e le agevolazioni fiscali.
Il suo legale rappresentante 攃 il ministro dell’interno, che amministra il FEC tramite la Direzione
centrale per l’amministrazione del Fondo edifici di culto, diretta da un prefetto e inserita nel
Dipartimento per le libert愃 civili e l’immigrazione; il prefetto, in particolare, provvede all’ordinaria
amministrazione e alla riscossione dei crediti. Il FEC ha come proprio organo interno un
consiglio di amministrazione avente funzione consultiva, composto da 9 membri che durano in
carica 4 anni e non sono immediatamente rieleggibili: il presidente, nominato dal ministro
dell’interno, come anche altri 2 membri, 1 membro nominato dal ministro delle infrastrutture e
dei trasporti, 1 membro nominato dal ministro per i beni e le attivit愃 culturali, 3 membri nominati
dalla C.E.I. e il Direttore generale per gli affari dei culti. Il Fondo ha un proprio bilancio consuntivo
e preventivo approvato dal ministro dell’interno di concerto col ministro dell’economia e delle
finanze. Il bilancio viene trasmesso alle competenti commissioni parlamentari, quello
consuntivo, anche alla Corte dei conti.
Con il concordato lateranense si è previsto il conferimento della personalit愃 giuridica alle chiese
aperte al pubblico che gi愃 non l’avessero e il rilascio a loro degli edifici deputati al pubblico culto,
di cui fosse stata mantenuta la deputatio ad cultum, di propriet愃 delle Province e dei Comuni →
I rilasci, tuttavia, furono ben pochi.
Ad oggi, in base ad una circolare del Ministro dell interno (1993) si prevede che le chiese di
propriet愃 del FEC possono essere date in concessione a titolo gratuito e a tempo indeterminato
a favore di enti ecclesiastici civilmente riconosciuti i quali provvederanno alla manutenzione
ordinaria dell’edificio e delle relative pertinenze, nonch攃Ā gli oneri di custodia;
spetta al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti quella straordinaria.
Qualora cessi la destinazione dei locali per attivit愃 di culto o religiosa l’ente ecclesiastico decade
dalla concessione.
Il bene non potr愃 essere utilizzato che per attivit愃 di culto, religiose o pastorali salvo che il
ministro dell’interno, sentito il consiglio di amministrazione della FEC, decida di concedere il
bene con autorizzazione a deputarlo ad un utilizzo non di culto → se il concessionario del bene
violi il divieto di utilizzo per finalit愃 non di culto, ovvero, se eccede i limiti dell’autorizzazione
ministeriale, decade dalla concessione.
L’art. 12 dell’accordo di Villa madama, dopo aver proclamato che la Santa Sede e la Repubblica
italiana, nel rispettivo ordine, collaborano per la tutela del patrimonio storico e artistico, statuisce
che gli organi competenti delle due parti si sarebbero impegnati a concordare le opportune
disposizioni per la salvaguardia e la valorizzazione dei beni ecclesiastici → si sono volute
delineare modalità di coordinamento fra entità che, a titolo diverso, vantano competenze
altrettanto diverse sul medesimo oggetto.
- Si è giunti ad un primo accordo nel 1996 fra il ministro per i beni culturali e ambientali e
il presidente della C.E.I. Tale intesa, anche alla luce del nuovo “Codice dei beni culturali
e del paesaggio”, 攃 stata superata da una nuova raggiunta nel 2005 e resa esecutiva
con d.P.R. 78/2005 nella quale vengono individuati vari livelli di collaborazione fra lo
Stato e la Chiesa, e vari soggetti a ciascun livello competenti.
Gli organi chiamati a collaborare sono, in sede centrale il Ministero per i beni e le attivit愃 culturali
e la C.E.I.;
a Livello regionale la Direzioni regionali per i beni e le attivit愃 culturali e le Conferenze episcopali
regionali;
a Livello locale le Soprintendenze e i Vescovi diocesani.
- sono previste apposite riunioni per informarsi reciprocamente delle iniziative che le parti
intendono intraprendere, e per definire programmi e proposte annuali e pluriennali di
interventi prevedendone i piani di spesa.
- Ministero e la C.E.I. collaborano nell’attivit愃 d’inventariazione e catalogazione dei beni
culturali d’interesse religioso, posto che la loro conoscenza sia la base di qualunque
piano per la loro valorizzazione e tutela.
- le richieste di intervento per restauro e conservazione, anche di beni appartenenti ad
associazioni religiose, siano presentate dai vescovi diocesani ai soprintendenti del luogo
mediante la Commissione diocesana per l’arte sacra e i beni culturali. Inoltre, il vescovo
mantiene un’intensa collaborazione con enti pubblici e privati, nonch攃Ā artisti e cultori dei
beni culturali ecclesiastici, in vista della tutela, della valorizzazione e della fruizione dei
medesimi.
Allo scopo di assicurare la collaborazione continua ad operare l’Osservatorio centrale per i beni
culturali di interesse religioso di propriet愃 ecclesiastica, previsto nell’intesa nel 1996: 攃 un
organo paritetico composto da capidipartimento del Ministero per i beni e le attivit愃 culturali e
membri della C.E.I.; la presidenza spetta congiuntamente a un vescovo e un rappresentante
ministeriale. Le riunioni dell’organo sono convocate almeno 1 volta a semestre.
Ai sensi degli artt. 101 e 112 del codice dei beni culturali compete alla regione disciplinare le
funzioni e le attività di valorizzazione dei beni presenti negli istituti e nei luoghi della cultura non
appartenenti allo Stato.
Quanto agli impegni assunti dall’autorit愃 ecclesiastica, questa si impegna alla conservazione
del patrimonio archivistico, nel rispetto della normativa civile, e alla dotazione di tutti gli strumenti
necessari alla conservazione. Promuove l’inventariazione, la tutela e la salvaguardia del
patrimonio, anche mediante l’installazione di dispositivi di vigilanza, custodia e sicurezza,
impegnandosi a rispettare le norme civili e canoniche che vietano l’alienazione dei beni in
esame, e destinando alla loro tutela e valorizzazione dei finanziamenti specifici.
Agli impegni di parte ecclesiale corrispondono quelli assunti dal Ministero: per il tramite delle
Soprintendenze archivistiche, si impegna a fornire all’autorit愃 ecclesiastica collaborazione
tecnica ed economica, fornendole anche le attrezzature di cui necessita e occupandosi della
formazione del personale. In particolare, il Ministero interverr愃 a favore principalmente degli
archivi diocesani e Provinciali appartenenti agl’istituti di vita consacrata e alle societ愃 di vita
apostolica; sosterr愃 solo in subordine gli altri archivi ecclesiastici.
Quanto alle Biblioteche ecclesiastiche: il ministero e la CEI sono concordi nel ritenere che
costituiscono sistema di riferimento per le biblioteche ecclesiastiche la rete italiana per le
informazioni e i servizi bibliografici del Servizio bibliotecario nazionale (SBN).
Secondo la Corte di Cassazione da tali concessioni deriva al privato un diritto soggettivo perfetto
opponibile iure privatorum nei confronti degli altri privati. Si ritene che sulla cappella sorga un
diritto di natura reale assimilabile ad un diritto di superficie che dottrina e giurisprudenza
ritendono essere sottoponibile ad esecuzione forzata. L’esistenza di tali diritti non impedisce
però alla PA di sopprimere per gravi esigenze il cimitero e di realizzarne uno nuovo→ in questa
ipotesi la PA è tenuta a concedere ai privati a titolo gratuito un posto che corrisponda in
superficie a quello perduto.
Quella di ministro di culto è una qualifica di sintesi adoperata dello Stato per indicare tutti quei
soggetti che all’interno di una confessione religiosa svolgono un ruolo “di Governo e
presidenza”, cio攃 apicale all’interno della stessa. 䔃 una qualifica “coniata” quindi dal diritto
statale che indica una variegata categoria di soggetti a cui 攃 demandata la celebrazione dei riti
o 攃 riconosciuta una potest愃 di magistero o governo all’interno di una confessione religiosa
(nella Chiesa Cattolica ci sono distinzioni tra chierico, ecclesiastico o missionario, ma nella
legge dello Stato queste ed altre qualifiche sono ricondotte ad un comune denominatore, nella
qualifica omnicomprensiva di “Ministro di culto”. )
Talune volte tale qualifica assume rilievo civile in quanto la legge dello Stato attribuisce
efficacia civile agli atti da queste persone compiute, o riconosce loro specifici diritti o tutele, o
prevede obblighi di incompatibilit愃 .
(REQUISITI) Il Regio Decreto pone delle condizioni per l’approvazione della nomina: si
richiede che il Ministro di culto sia cittadino italiano e parli italiano qualora la maggior parte dei
fedeli della confessione siano italiana, o, in ogni caso, quando abbia la facolt愃 di celebrare
matrimoni religiosi con effetti civili.
Un ordinamento dottrinale ritiene inoltre, partendo dal dato testuale degli art 8.2 Cost e 200
c.p.p. che debba essere riconosciuta la qualifica di ministro di culto anche a quei soggetti che
svolgono di fatto funzioni rituali all’interno di confessioni religiose CHE NON SIANO IN
CONTRASTO CON L’ORDINAMENTO GIURIDICO → è una precisazione molto controversa,
in quanto il giudice si troverebbe nella difficile posizione di valutare la contrarietà delle norme
confessionali ai principi dell’ordinamento.
b) Confessioni che hanno stipulato intese e Chiesa cattolica: in questi casi non 攃 richiesta
alcuna approvazione da parte dell’autorit愃 competente, ma si richiede unicamente la
certificazione rilasciata affinch攃Ā il Ministro di culto possa compiere atti che abbiano specifica
rilevanza civile.
La perdita della qualifica di ministro di culto avviene come conseguenza della perdita della
qualifica confessionale che ne rappresenta il presupposto.
Tra le fattispecie pattizie, la pi甃 importante 攃 l’art. 23 Trattato del Laterano: fa assumere allo
Stato l’obbligo di riconoscere piena efficacia giuridica alle sentenze e ai provvedimenti emanati
da autorit愃 ecclesiastica e ufficialmente comunicati all’autorit愃 civile. L’accordo del 1984
specifica che senza pregiudizio dell’ordinamento canonico, gli effetti civili di questi
provvedimenti vanno intesi “in armonia con i diritti costituzionalmente garantiti ai cittadini
italiani”. Sarà per tanto necessario, affinché venga riconosciuta rilevanza civile a tali
provvedimenti, che questi non siano in contrasto con i diritti costituzionali: per esempio non
può essere riconosciuto un provvedimento canonico per la cui formazione non sia stato
rispettato la tutela giurisdizionale cui all’art 24 Cost. (ad Es.: se un Ministro di culto, per
provvedimento canonico, viene ridotto allo Stato laicale, 攃 efficace civilmente nella misura in
cui 攃 non in contrasto con i principi del nostro ordinamento, in particolar modo, ad esempio,
con il principio supremo di tutela giurisdizionale ex art. 24 Cost.)
Diventare efficace nel nostro ordinamento significa che le conseguenze del provvedimento
sono accolte nel nostro ordinamento secondo le regole da questo previste.
Altro ambito di efficacia dei provvedimenti dell’autorit愃 ecclesiastica 攃 il diritto penale, sia dal
punto di vista sostanziale che procedurale:
- contribuire a configurare una fattispecie autonoma di reato: ART 403 c.p. reato di offesa ad
una confessione religiosa mediante vilipendio ad un ministro di culto; art 405 c.p. punisce
chiunque impedisce o turba l’esercizio di funzioni che si compiono in presenza di un ministro
di culto
- configurare circostanze aggravanti ai sensi dell’art 61 c.p., sia l’aver commesso il fatto con
abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla qualifica di Ministro di culto
(IMPORTANTE→ La corte costituzionale precisa che ciò che rileva è che il reato sia stato
facilitato dal fatto che il soggetto fosse un ministro di culto, in quanto tale qualifica genera
autorità e prestigio, mentre non acquisiscono rilevanza i precestti canonici come ad es. aver
violato il voto di castità), sia l’aver commesso il fatto contro la persona rivestita della qualit愃 di
Ministro di culto (perch攃Ā tale) .
B) con riguardo al punto di vista processuale è previsto che se deve essere esercitata
un’azione penale nei confronti di un ministro di culto, dovr愃 essere data notizia all’autorit愃
competente per territorio. Questo obbligo è stato oggetto di un aposita intesa nel 2006 per cui
il Pm dovrà in formare:
Il segreto ministeriale
Il “segreto ministeriale”: viene riconosciuto sia dalla normativa unilaterale che pattizia, che
aggrava quella unilaterale.
a) Art. 200 c.p.p. “Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per
ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne
all’autorit愃 giudiziaria:
a) i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico
italiano..,” (il contenuto di tale articolo 攃 riprodotto anche dall’art 249 c.p.c.)
Tale norma garantisce al ministro di culto un diritto di astensione dal deporre quanto
conosciuto in ragione del suo ministero: tale astensione implica che al ministro non potrà
essere imputato il delitto di favoreggiamento di falsa testimonianza.
il comma 2 dell’art 200 prevede che il giudice potr愃 accertare la fondatezza del segreto
sollevata dal ministro di culto e in caso in cui l’accertamento dimostri l’infondatezza
dell’eccezione, potr愃 obbligarlo a confessare (questo, come si vedr愃 , lede però l’art 4)
b) Art. 256 c.p.p. “Le persone indicate negli artt. 200 e 201 devono consegnare
immediatamente all’autorit愃 giudiziaria, che ne faccia richiesta, gli atti e i documenti, anche in
originale se cos椃 è ordinato, e ogni altra cosa esistente presso di esse per ragioni del loro
ufficio, incarico, ministero, professione o arte, salvo che dichiarino per iscritto che si tratti di
segreto di Stato ovvero di segreto inerente al loro ufficio o professione.” → Anche in tale
ipotesi l’autorit愃 giurisdizionale che ha motivo di dubitare potr愃 disporre il seguestro.
c) Art. 271 comma 2 cpp: vieta di utilizzare le intercettazioni del ministro di culto per fatti di
cui è venuto a conoscenza in virtù del suo magistero, salvo che abbia deposto sugli stessi.
II) OGGETTO DELLA TUTELA E I SUOI CONFINI: la recente giurisprudenza ha ritenuto che è
coperto da segreto solo ciò di cui l’ecclesiastico 攃 venuto a conoscenza nell’esercizio del
ministero religioso e non anche ciò di cui 攃 venuto a conoscenza nell’ambito di attivit愃 sociali.
La normativa pattizia prevede invece l’obbligo del segreto: art. 4 l.121/1985 “Gli ecclesiastici
non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorit愃 informazioni su persone o materie di
cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.” Norma analoghe si riscontrano
anche nelle intese.
“Chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o
arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto, è
punito, se dal fatto pu漃 derivare nocumento, con la reclusione fino a un anno o con la multa da
euro 30 a euro 516.”
il Ministro di culto che riveli senza giusta causa un segreto di cui 攃 venuto a conoscenza per
ragioni del suo ministero (se ne viene a conoscenza al di fuori delle proprie funzioni, non
scatta questa tutela), e da questa rivelazione ne deriva un danno, 攃 punibile a querela di parte;
dal punto di vista procedurale vige il regime della inutilizabilità della prova ottenuta in
violazione del segreto ministeriale.
Inoltre se viene rivelato quanto detto in confessione il ministro di culto sarà scomunicato;
questa rappresenta la peggiore sanzione canonica.
Questo è invero un tema molto delicato, in quanto si impone al ministro di culto anche rispetto
a quanto sappia in relazione a gravi delitti (ad es. un omicidio): vi 攃 un equilibrio delicatissimo
tra iil diritto alla libert愃 religiosa (che comprende il diritto di potersi confidare con un ministro di
culto, nella certezza che tale confidenza non sia rivelata) e la tutela di altri diritti fondamentali
come il diritto al ristabilimento della giustizia lesa→ Il legislatore ha scelto di tutelare la libert愃
religiosa.
Incompatibilità
Diverse sono le incompatibilit愃 dettate dallo Stato con riguardo ai Ministri di culto:
• Professioni che i Ministri di culto non possono svolgere avvocato, notaio, sindaco,
presidente della regione, consigliere regionale, tuttavia possono essere eletti al Parlamento
nazionale, e possono essere commercialisti.
La ratio della norma di ineleggibilit愃 攃 quella di evitare che un soggetto parta avvantaggiato
rispetto agli altri, e di evitare che perda la posizione di “neutralit愃 ”, soprattutto in un ambiente
pi甃 piccolo rispetto a quello [Link] riguardo invece alle professioni forensi, non c’攃 una
ratio specifica. Si tratta di norme molto antiche che oggi hanno forse hanno perso il senso che
avevano all’epoca.
I Ministri di culto godevano anche di un particolare diritto che era quello, nel caso di chiamata
al servizio militare, di esonero e di poter essere ammessi al servizio civile sostitutivo – valeva
quando il servizio militare era obbligatorio.
- visto d’ingresso: Il decreto del ministro degli esteri dell’11 maggi 2011 prevede un visto
specifico per motivi religiosi. Questo documento consente l’ingresso a religiosi o ministri di
culto stranieri appartenenti ad organizzazioni confessionali. I requisiti per ottenerlo sono: a) la
condisione di religioso o ministro di culto; b) documentate garanzie circa il carattere religioso
delle attività addotte a motivo del soggiorno; c) la dimostrazione di mezzi di sussistenza
sufficenti, se le spese di soggiorno non sono a carico di enti religiosi; d) assicurazione
sanitaria
-permesso di soggiorno: Il testo unico per l’immigrazione consentiva di introdurre per via
regolamentare speciali modalit愃 di rilascio per soggiorni brevi per l’esercizio di funzioni di
culto. Per i soggiorni presso convivenze religiose, il permesso di soggiorno verrà richiesto alla
questura direttamente da chi presiede la convivenza. Il permesso di soggiorno per motivi
religiosi consente al possessore di svolgere sul territorio italiano tutte le attività strettamente
collegate al proprio status si religioso. Il permesso può anche essere convertito in permesso di
lavoro autonomo o subordinato.
Sino al 1986 è rimasto in vigore il regime di sostentamento del c.d. sistema beneficiale: i benefici
ecclesiastici erano dotazioni patrimoniali erette in un ente di tipo fondazionale annesso ad un
ufficio ecclesiastico, che permettevano, tramite i loro redditi, di assicurare al titolare dell’ufficio una
congrua sustentatio. → Nel caso in cui il reddito del beneficio si rivelasse insufficiente a coprire la
congrua, lo Stato, tramite il Fondo per il culto era tenuto a rispondere per la differenza, versando al
titolare dell’ufficio il supplemento di congrua. (lo Stato aveva un interesse a rientrare nelle grazie
dei parroci) Il sistema beneficiale, venne riconfermato nei Patti lateranensi, ma la Chiesa, durante il
Concilio vaticano II, ha espresso l’intenzione di superarlo: con il concilio vaticano II si aderisce
infatti ad un principio differente in base al quale tutto il popolo di Cristo avrebbe dovuto contribuire,
anche economicamente, al suo Corpo mistico. Per queste ragioni, nel Codex iuris canonici del
1983 viene riformata la disciplina canonica del sostentamento del clero che viene fatta valere a
livello statale dagli Accordi di Villa Madama del 1984. La C.E.I. ha poi approvato con delibera un
apposito “Testo unico delle disposizioni di attuazione delle norme relative al sostentamento del
clero che svolge servizio in favore delle diocesi” nel 1991.
L’art 21 della l. 222/1985 prevede che in ogni diocesi, entro il 30 settembre 1986il vescovo
avrebbe dovuto erigere un istituto per il sostentamento del clero (ISC) - salvo che due o pi甃
vescovi si siano accordati per erigere un istituto interdiocesano per il sostentamento del clero-
La conferenza episcopale italiana ha eretto l’Istituto centrale per il sostentamento del clero.
Tali istituti (che sono enti di tipo fondazione riconosciuti in base ad una procedura abbreviata)
hanno il compito di remunerare i sacerdoti che prestano servizio presso la diocesi.
Ogni istituto per il sostentamento del clero possiede un proprio statuto che viene emanato dal
vescovo diocesano in conformit愃 alle disposizioni della C.E.I.
L’istituto centrale per il sostentamento del clero ha invece la funzione di holding degli istituti di
sostentamento del clero periferici: li coordina, sovraintendendo ad operazioni perequative dei
patrimoni. → in tal modo di evita che si abbiano istituti con un patrimonio maggiore e che
possano, conseguentemente, meglio far fronte alle proprie obbligazioni.
Tale meccanismo perequativo è realizzabile per il fatto che, all’inizio di ciascun esercizio
finanziario, gli istituti per il sostentamento del clero periferici devono comunicare all’Istituto
centrale per il sostentamento del clero il proprio stato di previsione; inoltre, alla fine gli inviano
una relazione consuntiva, in cui si d愃 conto del modo di corresponsione della remunerazione
ai sacerdoti.
L’Istituto centrale per il sostentamento del clero ha anche una funzione d’imposta, poich攃Ā
corrisponde allo Stato i contributi previdenziali e assistenziali per i sacerdoti che a tanto sono
tenuti ed opera anche come sostituto d’imposta, effettuando le ritenute fiscali sulle
remunerazioni (ai fini fiscali Il reddito da remunerazione, pertanto, 攃 equiparato al reddito da
lavoro subordinato)
Gli istituti per il sostentamento del clero possiedono un patrimonio per il tramite del quale
perseguono il proprio obiettivo istituzionale. Tali istituti perseguono i loro fini innanzituttp
tramite il patrimonio dei benefici di cui essi sono “eredi”. Tuttavia questo non è bastevole e
necessitano di continue entrate al fine di perseguire i suoi scopi.
b) Donazioni: per tali possono intendersi sia le donazioni manuali dei fedeli, che risultano di
modico valore, se rapportate al loro patrimonio (783 c.c.), sia donazioni pi甃 ingenti:
quest’ultime sono deducibili fino all’ammontare di 1032,91. (ogni 3 anni si procede alla
revisione della somma deducibile).
c) Otto per mille: lo Stato corrisponde (anche) alla C.E.I. una parte della quota dell’8‰
dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF). i soggetti beneficiari sono tenuti ad una
certa trasparenza nel loro utilizzo. In particolare, per la Chiesa cattolica, la C.E.I., ogni anno,
entro il mese di luglio, trasmette al Ministero dell’interno un rendiconto riguardante l’impiego
delle somme da parte propria e da parte dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero.
Entro 30 giorni dalla ricezione del rendiconto, il Ministero dell’interno lo invia al Ministero
dell’economia e delle finanze, accompagnato da una propria relazione.
Gli art 37 e 38 della la L. 222/1985 prevedono una sorta di prelazione pubblica. sull’acquisto di
beni immobili, qualora soggetto della vendita sia un istituto per il sostentamento del clero che
intenda alienare un bene immobile di un valore superiore a 775.000 euro.
Viene previsto uno specifico ordine di prelazione: lo Stato, il Comune, l’Universit愃 degli Studi,
la Regione, la Provincia; i soggetti in base a tale ordine di priorità vantano un di diritto di
prelazione sull’acquisto del bene stesso.
L’istituto per il sostentamento del clero, che intende vendere suddetto bene, deve darne
comunicazione mediante atto notificato al prefetto della provincia nella quale ha sede
l’immobile, dichiarando il prezzo e specificando le modalit愃 di pagamento e le altre condizioni
essenziali alle quali la vendita deve essere conclusa.
Il prefetto entro sei mesi dalla ricezione della proposta comunica all’istituto se qualcuno tra i
possibili beneficiari intenda acquistare il bene per le proprie finalit愃 istituzionali alle proprie
condizioni previste nella proposta di vendita. Se qualcuno di questi soggetti intenda acquistare
il bene e l’ordine di prelazione 攃 rispettato, il relativo contratto di vendita 攃 stipulato entro due
mesi dalla notifica della comunicazione prefettizia all’istituto e il pagamento del prezzo dovrà
avvenire entro due mesi dalla stipula del contratto.
Se l’acquirente èlo Stato il prezzo di vendita deve essere pagato nella misura del 40% entro i
due mesi dalla data di registrazione del decreto di approvazione del contratto e la parte
residua entro 4 mesi da questa data.
Se entro il termine di 6 mesi il prefetto non comunica nulla all’ente o comunica che non vi 攃
nessun interesse all’acquisto dei beni, l’istituto può liberamente vendere l’immobile, a prezzo
però non inferiore e a condizioni non diverse rispetto a quelle comunicate al prefetto
stesso.
Un contratto di vendita stipulato senza che sia stato effettuata la debita comunicazione al
prefetto dell’intenzione di vendere o concluso a un prezzo inferiore o a condizioni diverse
rispetto a quelle comunicate al prefetto 攃 nullo, e si avrà retrocessione del bene all’istituto.
La ratio perseguita 攃 quella di assicurare ai beni di rilevante valore di mantenere una finalit愃
specificamente pubblica. Per tale ragione sono previste delle eccezioni:
- il diritto di prelazione non può essere esercitato quando l’acquirente sia un altro bene
ecclesiastico, infatti rimanendo il bene all’interno dell’ambito confessionale 攃 mantenuta
una sua funzione di rilievo pubblico in quanto persegue interessi religiosi di carattere
generale.
- Un’altra eccezione prevista dalla legge, in linea con i principi generali del nostro
ordinamento, 攃 che qualora esistano diritti di prelazione antecedenti l’istituto dovr愃
comunicare la sua intenzione di vendere ai titolari di questi diritti e solo se questo diritto
non 攃 esercitato potr愃 comunicare al prefetto la sua volont愃 negoziale per dare così
inizio alla procedura che abbiamo appena esaminato. (I controlli sull’attivit愃
degl’istituti per il sostentamento del clero.
L’art. 36 l. 222/1985 prevede la rilevanza civile di uno specifico controllo canonico sull’attivit愃
di alienazione e gli altri atti eccedenti l’ordinaria amministrazione compiuti dall’istituto per il
sostentamento del clero: 攃 necessaria l’autorizzazione del vescovo, acquisito parere
favorevole del consiglio per gli affari economici della diocesi e del collegio dei consultori. Ma
se l’atto supera una determinata soglia, l’autorizzazione necessaria 攃 quella della Santa Sede
(Questa soglia 攃 il triplo del valore determinato dalla C.E.I. ossia la soglia di 3.000.000 €)
L’impegno del sacerdote deve anche essere a tempo pieno: 攃 necessario che il sacerdote
svolga attività continuativa, che assorbi gran parte della sua giornata e che ne rappresenti
l’impegno preminente.
I primi obbligati alla remunerazione sono gli enti ecclesiastici, gli istituti operano in via
sussidiaria solamente qualora la remunerazione non raggiunga il valore che la C.E.I. ha
ritenuto essere quello congruo e dignitoso.
Il diritto alla remunerazione del sacerdote 攃 un diritto che nasce in suo capo sia all’interno del
diritto dello Stato che in quello della Chiesa: esso 攃 sottoponibile sia alla giurisdizione dello
Stato che a quella della Chiesa.
a) la tutela statale
Quanto alla natura civilistica della remunerazione dei ministri di culto, la Cassazione ha da
ultimo negato che si possa qualificare come corrispettivo di un’attivit愃 latu sensu lavorativa;
riconosce piuttosto che l’integrazione economica operata dagli istituti di sostentamento del
clero sia una prestazione patrimoniale strictu sensu assistenziale, prevista al fine di assicurare
i mezzi necessari per il sostentamento nei confronti di cittadini che svolgono un’attivit愃 rivolta
alla promozione della persona umana. → competente pertanto è il giudice ordinario
b) tutela ecclesiastica
Il ricorso funziona nel seguente modo:a) Il sacerdote invia al presidente del collegio una
lettera raccomandata in cui lamenta la lesione, entro 10 giorni dal provvedimento dell’istituto
di sostentamento (la invia, in copia, anche a questo); b) Il presidente del collegio dopo aver
nominato un membro relatore, fissa l’udienza entro 10 giorni dalla ricezione della lettera
raccomandata, convocando le parti a comparire. c) l’istituto, almeno 5 giorni prima
dell’udienza, deposita le sue controdeduzioni; d) Si svolge il dibattimento, in cui le parti
possono farsi assistere da una persona di fiducia. e) Il collegio tenta una conciliazione; fallita
questa, assume una decisione.
In caso sia insoddisfatto della decisione dell’organo, il sacerdote può ricorrere al vescovo
diocesano per motivi di legittimit愃 → poi alla Congregazione per il clero → in ultima analisi alla
Sectio Altera del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.
Gli organi amministrativi (tutti gli organi citati tranne il tribunale della Segnatura Apostolica),
emanano atti che non sono equiparabili a sentenze straniere, e pertanto non possono essere
loro riconosciuti effetti nell’ordinamento statale→ tuttavia, questi costituiscono atti idonei a
formare una prova valida per la formazione di un titolo esecutivo per lo Stato.
Per le prestazioni previdenziali, i sacerdoti devono iscriversi presso il Fondo di previdenza del
clero e dei ministri di culto delle altre confessioni religiose, versando i relativi contributi (atto
che compete l’Istituto centrale per il sostentamento del clero) → il diritto alla pensione di
vecchiaia viene maturato a 68 anni di et愃 anagrafica, con un requisito minimo di contribuzione
di 20 anni. In caso i soggetti possano far valere un’anzianit愃 di contribuzione di almeno 40
anni, l’et愃 pensionabile 攃 minorata a 65 anni.
I ministri di culto, in ogni caso, svolgendo attivit愃 lavorative al di fuori dei rispettivi ordinamenti
confessionali, sono assoggettati all’assicurazione generale obbligatoria per invalidit愃 e
vecchiaia. La relativa pensione 攃 cumulabile a quella erogata dal fondo speciale, la quale 攃
tuttavia ridotta di 1/3.
In ogni caso, i ministri di culto hanno diritto all’assistenza sanitaria, e sono per questa ragione
soggetti alla relativa contribuzione all’INPS.
La qualifica di religioso
Il diritto civile da anche rilievo civile alla qualifica canonistica di religioso. I religiosi sono quei
fedeli che hanno emesso un voto o un altro imperio pubblico o privato di povert愃 , castit愃 e
obbedienza in un istituto religioso. La disciplina civile prevista regola in particolar modo il tema
del diritto del lavoro: il religioso normalmente compie un’attivit愃 lavorativa presso un istituto
religioso a titolo pienamente gratuito, rinunciando a tutte le forme di retribuzione → ciò 攃
legittimo, in quanto il rapporto intercorrente tra il religioso e l'ordine religioso stesso non 攃
assimilabile ad un rapporto di lavoro subordinato, ma un rapporto religionis causa.
Se il religioso svolga un’attivit愃 non presso un ente del suo ordine religioso, ma presso terzi
bisogna distinguere: se vi 攃 una convenzione tra l’istituto religioso e l’ente terzo, il religioso 攃
comunque tenuto a prestare la sua opera gratuitamente e la retribuzione va direttamente
all’istituto religioso con cui 攃 stata stipulata la convenzione; Se l’ente stipula un rapporto con il
singolo religioso, il religioso 攃 considerato come un lavoratore comune, e si applicano le
regole del diritto comune.
In ogni caso, i religiosi sono soggetti alle assicurazioni obbligatorie per invalidit愃 e vecchiaia.
Talune volte ci si riferisce alla Santa sede in senso ampio, facendo riferimento
contemporaneamente al romano Pontefice e alla Curia romana. (per Curia romana si
intendono ilcomplesso degli organi che coadiuvano il romano Pontefice e che esercitano le
funzioni che il Papa delega loro: Le congregazioni; I tribunali; La segreteria di Stato; Il
Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa;) → in questo caso la Dottrina ritiene che la santa
sede non abbia personalit愃 giuridica, ma. costituirebbe un’organizzazione complessa costiuita
da una pluralità di enti.
Altre volte ci si riferisce con un’accezione in senso Stretto: In questo caso, l’espressione Sede
apostolica si riferisce esclusivamente al romano Pontefice, posto al vertice dei tre poteri
tradizionali (legislativo, esecutivo e giudiziario). → in questo caso di intende dotata di
personalità g. iuridica.
Nell’ ordinamento dello stato la condizione giuridica della Santa sede 攃 definita
essenzialmente all’art. 7 della Costituzione, che riconosce sovranit愃 e indipendenza della
Chiesa cattolica nel proprio ordine, e anche, ovviamente, nei Patti Lateranensi.
Nel diritto italiano, la Santa sede opera innanzitutto iure privatorum come ente ecclesiastico
dotato di personalit愃 giuridica per antico possesso di Stato, in quanto riconosciuta da tempo
immemorabile come tale e comunque anche prima del 1870 (debellatio dello Stato pontificio).
Si tratta di un ente ecclesiastico un po’ sui generis, in quanto non 攃 soggetta agli obblighi
previsti a carico degli altri enti ecclesiastici civilmente riconosciuti.
Accanto alla capacit愃 privatistica La Santa Sede gode anche di capacità pubblicistica: alla
Santa sede 攃 attribuito l’esercizio di poteri che ineriscono alla sovranit愃 della Chiesa
nell’ordine suo proprio.
Alla Santa sede viene anche riconosciuta una soggettivit愃 giuridica. L’art. 2 del Trattato
lateranense dispone che l’Italia riconosce la sovranit愃 della Santa sede nel campo
internazionale come attributo inerente alla sua natura, in conformit愃 alle sue tradizioni e
all’esigenza della sua missione svolta nel mondo. Questa sovranit愃 non 攃 una sovranit愃 che
concede l’Italia alla Santa sede, poich攃Ā esisteva da prima che fossero posti i fondamenti del
diritto internazionale. E non solo, ma 攃 anche una sovranit愃 inalienabile, non essendo stata
creata da alcuna podest愃 umana o istituzione civile. la Santa sede, 攃 un ente sovrano
aucoritas superiorem non recognoscens
La sovranit愃 internazionale della Santa sede è connaturata alla Chiesa cattolica, spirituale,
universale e umanitaria; 攃 inoltre indipendente e imparziale dalle autorit愃 politiche, con cui
coltiva una sana collaborazione pur essendo indipendente e sovrana.
Come conseguenza di questa sovranit愃 internazionale, spettano alla Santa sede tutta una
serie di garanzie, previste dal diritto internazionale:
a) nel diritto di legazione attivo e passivo: vale a dire il diritto di inviare e ricevere corrieri
b) prerogative e immunità agli inviati dei governi esteri presso la [Link] così come spettanti
agli agenti diplomatici e alle loro sedi
d) il riconoscimento ai diplomatici della Santa Sede, spediti in nome del pontefice sul territorio
italiano anche in tempo di guerra del medesimo trattamento dovuto ai diplomativi e ai corrieri
degli altri governi
e) diritto dei diplomatici di attraversare il territorio Italiano per Giungere alla Santa sede.
Lo stato Città del vaticano è un vero e proprio Stato in quanto ricorrono tutti e tre i requisiti per
poterlo ritenere tale in senso moderno:
1) IL TERRITOTIO: occupa una superficie di 0,44 kilometri quadri ed 攃 delimitato secondo una
pianta di cui all’Allegato 1 del Trattato. l’Italia ha riconosciuto al Vaticano la piena propriet愃 , la
potest愃 esclusiva e assoluta e la giurisdizione sovrana della Santa sede. Questo, in termini
pratici, significa che il territorio del Vaticano rimane sottratto ad ogni ingerenza delle autorit愃
italiane, pur costituendo uno “Stato enclave” (Stato il cui territorio 攃 circondato completamente
da quello di un altro Stato).
Lo Stato citt愃 del Vaticano va anche considerato come uno “Stato patrimonio”: il territorio di
questo Stato 攃 di propriet愃 esclusiva del sovrano, non esistendo il diritto di propriet愃 fondiaria
e immobiliare.
L’art 24 prevede inoltre che sia uno stato NEUTRALE E INVIOLABILE: la santa sede non si
intromette nelle vicende belliche e la comunità internazionale si impegna a rispettare
l’inviolabilit愃 dello Stato.
2) IL POPOLO la cittadinanza si acquista ius officii (criterio funzionale) in ragione del servizio
prestato dal cittadino alla Santa sede. cittadinanza e residenza possono non coincidere,
potendo la cittadinanza essere concessa anche ai non residenti (cardinali) e la residenza
essere concessa ai non cittadini (diplomatici).
3) LA SOVRANIT䄃 risiede nella Santa sede in senso stretto, cio攃 nella persona del romano
Pontefice/sommo Pontefice.
La forma di governo 攃 quella della “monarchia assoluta elettiva”, competendo tutti i poteri al
sovrano. Durante la vacanza della Sede, gli stessi poteri appartengono al collegio cardinalizio
chiamato ad eleggere il Papa: potr愃 emanare disposizioni legislative solo in caso di urgenza e
con efficacia limitata al periodo di vacanza, salvo che poi esse siano confermate dal romano
Pontefice successivamente eletto. DI TUTTI E TRE I POTERI E’ TITOLARE IL ROMANO
PONTEFICE.
Il potere legislativo è affidato alla Pontificia Commissione per lo Stato Citt愃 del Vaticano. Tale
organo si compone di un Cardinale presidente e di altri cardinali, tutti nominati dal Pontefice
per un periodo di cinque anni. Per l’elaborazione dei testi legislativi (i quali vengono sottoposti
all’attenzione del Sommo Pontefice per il tramite della Segreteria di Stato, la Pontificia
Commissione si avvale anche di altri due soggetti: il Consigliere generale e dei consiglieri di
Stato, anch’essi nominati dal Sommo Pontefice con funzione consultiva. Partecipano anche gli
altri organi della Santa Sede, interessati volta per volta. Le leggi, nello Stato Citt愃 del
Vaticano, sono pubblicate con la data e il numero romano progressivo Queste vengono
pubblicate negli Acta apostolicae sedis. Le leggi entrano in vigore il settimo giorno successivo
alla loro pubblicazione negli Acta apostolicae sedis, salvo che ovviamente la legge stessa
preveda un termine differente.
Il potere giudiziario 攃 esercitato con potest愃 vicaria dagli organi giudiziari dello Stato Citt愃 del
Vaticano previsti dalla legge. Tali organi sono i seguenti: un giudice unico, il Tribunale, la
Corte d’appello e la Corte di cassazione. Tali organi operano indifferentemente per le
questioni civili e penali. Le funzioni di pubblico ministero, in sede civile o penale, sono
esercitate da un promotore di giustizia, nominato, sempre per un quinquennio, dal Sommo
Pontefice. Tutti i magistrati, nell’esercizio delle loro funzioni, dipendono gerarchicamente dal
Sommo Pontefice.
All’apice delle fonti del diritto vi 攃 l’ordinamento canonico, che costituisce la prima fonte
normativa e il primo criterio di riferimento interpretativo; poi dobbiamo distinguere tra altre due
di fonti: le fonti principali e le fonti suppletive.
1. la Legge fondamentale n. 1 e le altre leggi promulgate per lo Stato Citt愃 del Vaticano dalla
Pontificia Commissione o da altra autorit愃 cui il Pontefice abbia conferito/delegato l’esercizio
del potere legislativo;
(2) le fonti suppletive sono quelle che vengono recepite previa valutazione dell’autorit愃
competente rispetto alla non contrariet愃 ai precetti del diritto divino, al diritto canonico, nonch攃Ā,
ad esempio, alle norme dei Patti lateranensi e dei successivi accordi e a tutti gli altri atti
normativi emanati nello Stato Citt愃 del Vaticano.
1. Il Codice del ’42 攃 una fonte suppletiva dello Stato Citt愃 del Vaticano, ma solo nelle sue
norme conformi (non sono applicabili nello Stato del Vaticano le norme rispetto alla
cittadinanza)
3. il Codice di procedura penale del 1913. Queste le fonti suppletive principali; resta poi la
possibilit愃 , per il legislatore vaticano, di fare rinvio ad altre norme.
Anche la giurisprudenza costituisce una fonte suppletiva, tenuti sempre presenti i precetti del
diritto divino e naturale, nonch攃Ā i princìpi generali dell’ordinamento vaticano.
La legge fondamentale n. II, infine, in materia di fonti, si preoccupa anche di precisare che
l’ordinamento giuridico vaticano si conforma alle norme del diritto internazionale generali e a
quelle derivanti dai Trattati o da altri accordi di cui 攃 parte la Santa Sede (cfr. Concordati).
Negli ultimi anni il diritto vigente nello SCV si è arricchito anche di alcune norme settoriali di
particolare rilevanza finalizzate ad assicurare la corretta gestione delle risorse.
Parte della dottrina, a questo proposito, ritiene che lo Stato Citt愃 del Vaticano non sarebbe
soggetto di diritto internazionale, in quanto l’effettiva soggettivit愃 risiederebbe nella Santa
Sede. Altra dottrina, al contrario, riconosce allo Stato Citt愃 del Vaticano una vera e propria
soggettivit愃 giuridica internazionale, distinta anche se collegata con quella della Santa Sede.
Questa seconda opinione appare quella maggioritaria, e addirittura trova conferma anche
nella prassi internazionale, e pi甃 precisamente in tutti quei casi in cui la Santa Sede ha agito
non come organo di governo della Chiesa, perseguendo fini spirituali, bensì come organo di
governo dello Stato, perseguendo fini temporali o territoriali. La Citt愃 del Vaticano 攃 del resto
membro regolare di varie organizzazioni internazionali, e lo 攃 in modo proprio e distinto
rispetto alle rappresentanze della Santa Sede presso organi simili.
I rapporti tra Stato Citt愃 del Vaticano e Santa Sede si presentano come peculiari, e per
spiegare questo rapporto particolare la dottrina ha fatto ricorso a diverse fattispecie giuridiche
conosciute dalla dottrina internazionalistica. Sussiste una unione organica tra Stato Citt愃 del
Vaticano e Santa Sede, con caratteri speciali rispetto a quelli conosciuti ordinariamente dagli
Stati, proprio in ragione di un rapporto funzionale che esiste tra i due enti, per cui lo Stato Citt愃
del Vaticano partecipa in forma “strumentale e indiretta” al perseguimento delle finalit愃
spirituali proprie della Santa Sede. Per questa ragione, la dottrina ritiene che lo Stato Citt愃 del
Vaticano rientri nella categoria degli Stati- mezzo, anzich攃Ā degli Stati-fine, che rappresenta lo
strumento attraverso il quale la Santa Sede esprime la sua soggettivit愃 .
La Citt愃 del Vaticano 攃 uno Stato-enclave, il cui territorio 攃 integralmente circondato da quello
Italiano, per cui ciò ha reso indispensabile che il Trattato prevedesse alcune disposizioni
disciplinanti i rapporti tra l’Italia e la Citt愃 del Vaticano.
il Trattato prevede una serie di impegni da parte dell’Italia finalizzati a garantire al Vaticano i
servizi essenziali : la dotazione di un’adeguata fornitura d’acqua, il collegamento con le
ferrovie italiane mediante la costruzione di una stazione ferroviaria nella Citt愃 del Vaticano, il
collegamento dei servizi telegrafici, telefonici, radiotelegrafici, radiotelefonici e postali nello
Stato Citt愃 del Vaticano e l’esenzione dei diritti doganali e daziali per le merci provenienti
dall’estero e dirette al Vaticano; 攃 inoltre riconosciuto l’accesso e l’uscita dallo Stato Citt愃 del
Vaticano, attraverso il territorio italiano, al personale diplomatico presso la Santa Sede.
A tali impegni se ne aggiungono altri di carattere urbanistico: l’Italia si impegna sia a non
permettere nuove costruzioni che costituiscano introspetto, sia ad abbattere quelle gi愃
esistenti.
- regime di piazza san pietro: Uno speciale statuto giuridico è previsto per Piazza San
Pietro, in ragione del fatto che, pur facendo parte a pieno titolo del territorio dello Stato-
Citt愃 del Vaticano, continua ad essere normalmente aperta al pubblico ed 攃 comunque
soggetta ai poteri di polizia dello Stato italiano. secondo un costante orientamento
Giurisprudenziale le autorit愃 italiane, per l’esercizio dei propri poteri, si dovranno
arrestare ai piedi della scalinata della Basilica di San Pietro, astenendosi dal montare la
scalinata ed accedere alla basilica. Il Trattato, fermo restando quanto detto, fa salva
l’ipotesi che le forze di polizia italiane siano invitate ad intervenire dall’autorit愃
ecclesiastica competente. Qualora siano commessi dei delitti, anche quando la piazza
攃 aperta al pubblico, e l’autore sia catturato/consegnato alle autorit愃 italiane, queste
procederanno nei suoi confronti applicando la legge italiana. Quando però la Santa
Sede ritenesse di dover temporaneamente sottrarre la piazza al libero accesso del
pubblico, le autorit愃 italiane (salvo che non siano invitate dall’autorit愃 ecclesiastica a
rimanere) si ritireranno dietro le linee del colonnato berniniano e del loro
- Rapporti in campo giudiziario Il Trattato stabilisce che, a richiesta della Santa Sede o
per delegazione che la Santa Sede può dare per singoli casi o permanentemente,
l’Italia provveder愃 , nel suo territorio, alla punizione di delitti commessi nella Citt愃 del
Vaticano. La giurisprudenza ha chiarito che, una volta concessa la delega dalla Santa
Sede, l’azione penale in Italia diventa obbligatoria, e non può essere subordinata a
valutazioni di opportunit愃 di qualsiasi sorta. Ovviamente, una volta che sia stata
concessa la delega all’autorit愃 giudiziaria italiana, si applicher愃 al singolo caso di
specie la legge penale italiana. La legge penale italiana, così come la giurisdizione
italiana, troveranno senz’altro applicazione nei confronti dell’autore di un delitto
commesso nel Vaticano, che si sia successivamente rifugiato in territorio italiano; in
caso inverso, il Trattato prevede una particolare forma di estradizione attiva a favore
dell’Italia, per cui la Santa Sede si impegna a consegnare allo Stato italiano i soggetti
imputati, purch攃Ā gli atti siano ritenuti delittuosi dalle legislazioni di entrambi gli Stati.
- esecuzione delle pene Per l’esecuzione delle pene in Italia delle sentenze emanate
dai tribunale dell’SCV si applicano le norme di diritto internazionale
Infine in campo finanziario nel 2015 è stata siglata una convenzione che promuove lo scambio
di informazioni ai fini fiscali tra Italia e Santa Sede. L’ ASIF 攃 un’istituzione posta in essere da
Benedetto XVI al fine di contrastare il riciclaggio dei proventi di attività criminose e di
finanziamento al terrorismo → tale istituto è stato rafforzato da Papa Francesco per metterlo in
linea con i parametri internazionali.
- Garanzie reali
Le garanzie reali sono previste dagli artt. da 13 a 16 e trovano la loro ragion d’essere nella
esiguit愃 territoriale del Vaticano, che ha imposto che una parte degli organismi attraverso cui
la Santa Sede governa la Chiesa universale, sono in realt愃 collocati nel territorio italiano. Lo
Stato italiano ha riconosciuto innanzitutto la piena propriet愃 alla Santa Sede di una serie di
immobili, in particolare chiese ed edifici, allegati in modo molto chiaro nel Trattato ed
identificati nelle tavole allegate a quest’ultimo: della basilica di San Giovanni in Laterano,
Santa Maria maggiore, il palazzo pontificio di Castelgandolfo, la Villa Barberini.
L’art. 27 del Concordato del ‘29, disponeva inoltre anche la cessione alla Santa Sede e la
libera amministrazione della Santa casa di Loreto, della basilica di San Francesco in Assisi e
di Sant’Antonio a Padova.
A tali immobili viene garantito il c.d. privilegio della extra-territorialit愃 : godono delle immunit愃
riconosciute al diritto internazionale alle sedi degli agenti diplomatici di Stati esteri; lo stesso
privilegio 攃 anche assicurato a tutte le chiese durante il tempo in cui vengano nelle medesime
celebrate funzioni non aperte al pubblico a cui partecipa il Romano Pontefice, ma anche agli
edifici nei quali la Santa Sede, in futuro, creder愃 di sistemarvi altri suoi dicasteri.
Per il diritto internazionale, e in particolar modo per la Convenzione di Vienna, lo Stato che
ospita una rappresentanza diplomatica straniera, deve astenersi dall’esercitare atti di autorit愃
nei luoghi adibiti a sedi diplomatiche: vi 攃 una preclusione all’accesso non autorizzato da parte
delle forze di polizia dello Stato ospitante per una serie di atti. Tuttavia i patti giuridicamente
rilevanti verificatisi in tali edifici, avvengono in ogni caso in Italia e soggiacciono alla legge e
alla giurisdizione italiana. Immediata conseguenza di ciò è ad esempio eche chi dovesse
nascere in tali edifici, nasce in Italia
A chiusura di questo corpo di norme dedicate alle garanzie reali, sempre il Trattato dispone
che per gli immobili che godono di tale privilegio e per altri immobili identificati dal Trattato
stesso (ad es. gli immobili sede dell’universit愃 gregoriana), bench攃Ā non godenti della extra-
territorialit愃 , non possono essere assoggettati a vincoli o a espropriazioni per causa di
pubblica utilit愃 se non previo accordo con la Santa Sede. Gli stessi immobili, inoltre non
possono essere sottoposti a tributi locali e sono esentati da ogni autorizzazione o sorveglianza
da parte dell’autorit愃 italiana relativamente all’assetto edilizio che la Santa Sede ritenga di
dover dare loro.
- garanzie personali
Al Sommo pontefice viene assicurata in primis una speciale tutela penale: ciò significa anche
“impossibilit愃 che il Sommo Pontefice costituisca un soggetto di imputazione di un qualsiasi
illecito penale”.
In considerazione del carattere sacro e inviolabile della persona del Papa, l’art. 8 del Trattato
dichiara punibile l’attentato contro la sua persona, ma anche la provocazione a commettere il
reato di attentato contro di esso, con le stesse pene stabilite per l’attentato o la provocazione a
commetterlo contro contro il Presidente della Repubblica. Sempre l’art. 8 prevede che le
offese e le ingiurie pubbliche, commesse nel territorio italiano contro la persona del Sommo
Pontefice, sono punite esattamente come le offese e le ingiurie il Presidente della Repubblica.
L’equiparazione della persona del Sommo Pontefice a quella del Re/Presidente della
Repubblica 攃 una equiparazione quod ad poenam e quod ad delictum (sia quanto a pena che
a delitto), che comporta, per la procedibilit愃 di detti reati, l’utilizzazione del Ministro della
Giustizia.
b) I CARDINALI l’art. 21, prevede anzitutto una garanzia di carattere puramente onorifico: i
cardinali sono considerati a tutti gli effetti cittadini dello Stato Citt愃 del Vaticano e sono ad essi
tributati in Italia tutti quegli onori dovuti ai principi di sangue, ossia i principi ai quali, durante la
monarchia, spettava nelle cerimonie il posto successivo a quello del Re. Ne consegue che,
nelle cerimonie pi甃 importanti dello Stato, vi 攃 sempre una cardinale.
Sono inoltre esentati dal servizio militare, dall’ufficio di giudice popolare e da ogni prestazione
di carattere personale.
Garanzie di carattere personale vengono riconosciute anche ai dignitari della Chiesa e a tutti
quei funzionari che svolgono un ruolo indispensabile per la Santa.
a) gli inviati dei Governi esteri presso la Santa Sedecontinuano a godere in italia di tutte le
prerogative e immunit愃 che spettano agli agenti diplomatici secondo il diritto internazionale.
b) diplomatici della Santa Sede e per i corrieri spediti dal Sommo Pontefice, che godono nel
territorio italiano, anche in tempo di guerra, dello stesso trattamento dovuto ai diplomatici e ai
corrieri degli altri Governi esteri secondo le norme di diritto internazionale. Lo Stato italiano si
impegna anche a lasciare sempre intatto il diritto della Santa Sede di libera corrispondenza da
tutti gli Stati, compresi quelli belligeranti, alla Santa Sede e viceversa. Non solo, ma viene
riconosciuto anche il diritto di tutti i vescovi del mondo al libero accesso alla Sede apostolica.
L’art. 17 del Trattato prevede un trattamento fiscale di favore per i dipendenti e gli impiegati
della Santa Sede e degli enti centrali della Chiesa, prevedendo che le loro retribuzioni siano
esenti da ogni tipo di imposta, sia verso lo Stato italiano, sia verso altri enti.
- Le garanzie funzionali
Le garanzie funzionali servono ad assicurare alla Santa Sede il libero esercizio della potest愃 di
magistero.
a) viene riconosciuta la libert愃 della Chiesa cattolica di svolgere la sua missione pastorale,
educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione;
b) viene riconosciuta alla Chiesa cattolica la libert愃 di organizzazione, di pubblico esercizio del
culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale, nonch攃Ā della giurisdizione
ecclesiastica;
La repubblica Italiana riconosce inoltre il particolare significato che la città di Roma, sede
vescovile del sommo pontefice, ha per la cattolicità per tanto adotta quelle misure normative
peculiari per la citt愃 che riguardino materie quali l’urbanistica, i trasporti, l’accoglienza dei
pellegrini, il turismo di carattere religioso, la conservazione e la valorizzazione dei beni
culturali, ecclesiastici e religiosi.
L’art. 11 del trattato, stabilisce che gli enti centrali della Chiesa cattolica sono esenti da ogni
ingerenza da parte dello Stato italiano. La norma pone un problema di carattere interpretativo,
vale a dire di quale sia il significato attribuibile agli “enti centrali della Chiesa cattolica”.
2. Una seconda ipotesi interpretativaha carattere pi甃 estensivo: vengono equiparati gli enti
centrali della Chiesa agli “enti pontifici”, considerando come ente centrale della Chiesa ogni
ente gestito direttamente dalla Santa Sede, anche se autonomo rispetto agli enti e agli uffici
della curia romana, e anche se svolge attivit愃 in settori lontani dalla missione spirituale della
Chiesa. Anche questa opzione interpretativa talvolta 攃 stata seguita dalla giurisprudenza: ad
es., si pensi ad uno che vedeva coinvolti alcuni funzionari dello IOR per i reati fallimentari
connessi alla bancarotta del Banco Ambrosiano.
Quanto al contenuto della garanzia, si ritiene che quando si parla di “ogni ingerenza” questa si
riferisca all’ingerenza dell’autorit愃 amministrativa statuale italiana nell’organizzazione e nella
gestione economica- patrimoniale degli enti centrali della chiesa.
Papa Giovanni Paolo XII, nel 1989, ha istituito l’Ufficio del lavoro della Sede apostolica
(ULSA) allo scopo di tutelare la comunit愃 di lavoro operante alle dipendenze del Papa di modo
che sia onorata la dignit愃 di ciascun collaboratore, ma anche allo scopo di far sì che siano
tutelati, armonizzati e promossi i diritti economici e sociali di ogni membro di quella comunit愃
di lavoro, affinch攃Ā siano sempre pi甃 fedelmente adempiuti i rispettivi doveri..
o degli enti gestiti in modo diretto dalla sede apostolica. Sempre lo statuto indica anche alcune
funzioni che svolge l’ULSA:
1. può svolgere una funzione di elaborazione e proposte di modifica delle leggi vaticane in
materia, ma anche esprimere pareri sugli atti normativi e sui regolamenti delle singole
amministrazioni;
Chi si ritenga leso da un provvedimento amministrativo in materia di lavoro può proporre, entro
30 giorni dalla notifica o conoscenza del provvedimento stesso, istanza all’ufficio del lavoro,
previo obbligatorio tentativo di conciliazione innanzi al direttore. In questi casi, si dice che il
tentativo preventivo di conciliazione 攃 condizione di procedibilit愃 . Il direttore d’ufficio, entro 30
giorni dal ricevimento dell’istanza, verificata l’esistenza dei presupposti di legge, decide circa
l’ammissibilit愃 o meno dell’istanza e convoca le parti. Questa prima fase di conciliazione 攃
obbligatoria, e deve concludersi entro 90 giorni dal deposito dell’istanza. Se la conciliazione
riesce, viene redatto un verbale, che costituisce il titolo esecutivo; qualora invece la
conciliazione non riesca, 攃 possibile ricorrere, entro 60 giorni dalla data del verbale negativo di
conciliazione, al collegio di conciliazione e arbitrato, composto da membri nominati dal
cardinale Segretario di Stato. La Commissione, entro 120 giorni dalla presentazione del
ricorso, si riunisce per la decisione in camera di consiglio e delibera a maggioranza dei voti. Le
decisioni del collegio sono inappellabili in genere, e diventano esecutive con la notificazione
alle parti.
Stato di assicurare tale insegnamento e per altro dal diritto di scelta degli alunni e genitori di
avvalersene.
Ad oggi l’intesa tra ministro dell’istruzione e presidente del CEI 攃 stata resa esecutiva con
DPR n 175/2012
Per ciò che concerne il primo aspetto che il numero 5 del protocollo addizionale rimette alla
concorde determinazione di ministero e conferenza episcopale la determinazione dei contenuti
didattici dell’IRC. Innanzitutto essi devono risultare conformi alla dottrina della Chiesa
cattolica, e pertanto possono essere definiti dal ministero solo previa intesa con la conferenza
episcopale italiana. I programmi di insegnamento devono collocarsi nel quadro della finalit愃
della scuola che sono quelle di un'educazione laica e di un'istruzione pubblica: da ciò
discende che i contenuti dell’IRC non possono essere tali da renderlo un’attivit愃 di proselitismo
o di indottrinamento.
La natura di insegnamento curriculare in partito nel quadro delle finalit愃 della scuola sembra
indirettamente confermata anche dalla circostanza che i libri di testo per l'insegnamento della
religione cattolica vengano qualificati come testi scolastici, soggetti a tutti gli effetti alla stessa
disciplina prevista per gli altri libri di testo. In particolare la loro adozione deliberata dall'organo
scolastico competente su proposta dell'insegnante di religione.
La selezione degli insegnanti a cui affidare l’IRC, costituiscono senza dubbio uno dei pi甃
delicati profili della materia che si pone al crocevia di istanze di libert愃 , di tutela dei lavoratori e
di rispetto degli impegni concordatari. Come prerequisiti a tali insegnanti si richiede di essere
in possesso di specifici titoli di qualificazione professionale e di una certificazione di idoneit愃 .
L'insegnamento della religione cattolica nelle scuole secondarie di primo e secondo grado può
essere affidato a chi abbia almeno uno dei seguenti titoli: un titolo accademico, un attestato di
compimento da regolare corso di studi teologici in un seminario maggiore, la laurea magistrale
in scienze religiose conseguita presso un istituto superiore di Scienze religiose approvato dalla
Santa Sede. Nelle scuole dell'infanzia e primarie invece può essere impartito: da insegnanti in
possesso di uno dei titoli di qualificazione di cui sopra, da sacerdoti, diaconi o religiosi in
possesso di qualificazione riconosciuta dalla Cei, dagli insegnanti della sezione o della classe
purch攃Ā in possesso di uno specifico master di secondo livello per l'insegnamento della
religione cattolica approvato dalla Cei. La nomina e l'assunzione degli insegnanti di religione
cattolica sono di competenza esclusiva delle autorit愃 scolastiche le quali sono tenute a
provvedervi di intesa con l'ordinario diocesano. Come precisato dalla giurisprudenza all'intesa
che le autorit愃 scolastiche devono raggiungere con questo ordinario e circoscritta alla sola
valutazione di idoneit愃 dei docenti da nominare e non alla determinazione della dotazione
organica nel territorio della diocesi.
Il n. 5 del protocollo specifica “è impartito [...] da insegnanti che siano riconosciuti idonei
dall'autorit愃 ecclesiastica, nominati, d'intesa con essa, dall'autorit愃 scolastica” – il punto
fondamentale 攃 l’idoneità dei docenti, riconosciuta dall’autorit愃 ecclesiastica; essi devono
dare garanzia di seguire una linea ortodossa ai principi della Chiesa.
L’idoneit愃 , una volta concessa, può essere revocata qualora vengano meno i presupposti.
䔃 importante sottolineare che prima del 2003 la nomina era meramente annuale; la Corte
costituzionale, con la sent. Cost. 390/1999 aveva ribadito che tale nomina annuale (ancora
prevista per circa il 25% degli insegnanti di religione) non contrasta con l’art. 3, comma I Cost.,
in quanto questo, come altri articoli, se impone di promuovere le condizioni per rendere
effettivo il diritto al lavoro, non assicurano in ogni caso il conseguimento di una occupazione o
la conservazione del posto di lavoro, n攃Ā garantiscono la stabilit愃 della sede.
L’art. 33 in questione 攃 stato poi novellato, nel senso che il docente non pi甃 idoneo può essere
anche ricollocato in altro ramo della pubblica amministrazione, ma se ciò non fosse possibile,
si ricorrer愃 dalla cassa integrazione, seguita da un possibile licenziamento – vi sar愃 mobilit愃
solo ove possibile.
Il ruolo di insegnante di religione non garantisce la stabilit愃 del lavoro, in quanto a determinate
condizioni 攃 possibile anche il licenziamento della persona stessa.
Sia la normativa concordataria, che quella pattizia, che la l.1159/1929 prevedono la possibilit愃
che anche altre confessioni religiose diverse dalla cattolica organizzino corsi di
insegnamento religioso; 攃 data facolt愃 alle altre confessioni religiose di organizzare anch’esse
dei corsi di cultura religiosa.
Ad esempio, in alcune intese con le confessioni religiose diverse dalla cattolica, come quella
ebraica, 攃 stato riconosciuto il diritto di rispondere ad eventuali richieste provenienti dagli
alunni, famiglie o organi scolastici in ordine allo studio del fatto religioso e delle sue
implicazioni, la cui spesa resta a carico, anche economicamente, dell’organismo confessionale
interessato a quest’attivit愃 – differenza: l’insegnante di religione 攃 impiegato dello Stato.
Ci sono poi alcune confessioni religiose, come la Chiesa dei Valdesi, che, nella stessa intesa,
hanno escluso il proprio interesse di chiedere di poter svolgere nelle scuole pubbliche
l’insegnamento religioso o pratiche di culto della loro religione, ritenendo che l’insegnamento
religioso sia compito della famiglia e della confessione religiosa stessa.
L'accordo di modificazione prevede che il diritto di scelta venga esercitato all'atto di iscrizione
all'anno scolastico. La DISCRIMINAZIONE che potrebbe derivare dalla scelta deve essere
evitata in ogni modo, anche in rapporto alla formazione delle classi, alla durata dell'orario
scolastico giornaliero e alla collocazione dell'insegnamento della religione nel quadro orario
delle lezioni.
Quindi, coloro i quali si avvalessero della facolt愃 di non seguire l'insegnamento della religione
cattolica, non hanno diritto ad una abbreviazione del orario scolastico: bensi loro dovrebbero
seguire una attivit愃 educativa extracurricolare a scelta. Un altro rimedio contro le
discriminazioni 攃 quello di esprimere la valutazione del profitto nella religione non sulla
pagella, ma su un modulo apposito. Sinceramente questi rimedi non sembrano poter essere
effettivamente validi, dal momento in cui le classi vengono a smembrarsi tra gli alunni che
seguono l'ora di religione e gli alunni che svolgeranno un'attivit愃 alternativa.
Il nuovo Concordato a riguardo riafferma questo impegno dello Stato; il n.5 del protocollo
addizionale afferma “L'insegnamento della religione cattolica nelle scuole indicate al n. 2 è
impartito – in conformit愃 alla dottrina della Chiesa e nel rispetto della libert愃 di coscienza degli
alunni – da insegnanti che siano riconosciuti idonei dall'autorit愃 ecclesiastica, nominati,
d'intesa con essa, dall'autorit愃 scolastica.” – cambia la prospettiva rispetto al Concordato del
1929, innanzitutto alla luce di:
La Corte costituzionale, con la sent. Cost. 203/1989, che contiene per la prima volta il
principio supremo di laicit愃 dello Stato, inteso come principio di laicit愃 cooperativa dello Stato
con le confessioni religiose per garantire la libert愃 religiosa stessa, ha ribadito inoltre che le
norme concordatarie, e quindi le leggi di esecuzione del Concordato, hanno una resistenza
passiva all’abrogazione al pari alle norme costituzionali; l’illegittimit愃 costituzionale si rileva
usando come parametro i principi supremi della Costituzione.
Questo vale, anche nel caso concreto, con riguardo alle norme in tema di libert愃 di scelta
sull’ora di religione: i giudici della Corte costituzionale hanno affermato che le norme del
concordato che riguardano la facolt愃 di scelta ben possono essere sottoposto al vaglio
costituzionale, a condizione che si assuma come parametro di legittimit愃 un principio supremo
o pi甃 principi supremi il nostro ordinamento, non le singole norme, la Costituzione; in questo
caso il principio supremo della Costituzione assunto a referente 攃 stato il principio supremo di
laicit愃 dello Stato,
Questo regime di scelta riguarda tutto l’ordinamento giuridico italiano, con alcune eccezioni: vi
sono alcune provincie, nelle Regioni di confine, che prevedono, in maniera legittima (un
regime diverso per l’insegnamento della religione, che 攃 ancora considerato obbligatorio
secondo le antiche tradizioni, ferma restando la facolt愃 di inoltre l’insegnamento 攃 di due ore
settimanali, non una, come nelle altre Regioni.
L’art 33 Cost. comma 3 riconosce il diritto di enti e privati di istituire scuole senza oneri per lo
stato. Al comma 4 si prevede inoltre che tali scuole possano porsi su un piano di parità
giuridica con le scuole statali, di modo da assicurare ai loro alunni un trattamento scolastico
equipollente. Le scuole che ottengono la parità scolastica vengono integrate nel sistema
nazionale di istruzione quali scuole pubbliche non statali e sono abilitate a rilasciare titoli che
abbiano valore equipollente.
L’accesso alla parit愃 scolastica 攃 però subordinato a taluni requisiti: a) un progetto educativo
in armonia con i principi della Costituzione e un piano dell’offerta formativa conforme alle
disposizioni vigenti; b) la disponibilit愃 di locali e aredi; c) l’istituzione di organi collegiali
improntati al sistema democratico; e) l’applicazione delle norme vigenti per l’inserimento di
studenti portatori di handicap f) organica costituzione di corsi completi g) personale docente
fornito di titolo di abilitazione; h) contratti di lavoro con il personale che rispettino i contratti
collettivi.
L’art 33.3 Cost precisa che l’esercizio del diritto dei privati di istituire scuole debba avvenire
senza oneri per lo Stato: risulta dubbio il significato di tale passaggio. La Corte Costituzionale
sembra ritenere che il significato da attribuirgli sia che lo stato non sopporta l’onere du farsi
carico delle rette di chi decide di frequentare una scuola pubblica. TUTTAVIA, il legislatore
ordinario ha comunque introdotto forme di finanziamento delle scuole paritarie e di sostegno
economico alle famiglie degli alunni che vi si iscrivono. Ad. esempio è prevista la fornitura
gratuita di libri di testo; alcune regioni mettono a disposizione i buoni-pasto; le famiglie degli
alunni che frequentano scuole paritarie possono portare in detrazione dall’IRPEF le spese
sostenute per la frequenza sia altre erogazioni liberali in favore delle stesse. Inoltre il sistema
delle scuole paritarie è anche destinatario di contributi diretti da parte del ministero
dell’istruzione.
In accordo all’art 33.3 Cost. si riconosce che gli enti delle confessioni religiose hanno libertà
istituitiva.
Quanto alle norme derogatorie al regime ordinario questo sono molto poche; si ricorda: una
norma che richiede alle scuole paritarie di indicare nel loro progetto educativo l’eventuale
ispirazione di carattere religioso; il divieto di rendere obbligatorie attività extracurricolari che
esigano l’adesione ad una determinata ideologia; la domanda volta ad ottenere il
riconoscimento della parità di una scuola il cui gestore sia un ente ecclesiastico necessita del
nullaosta dell’autorità ecclesiastica.
I docenti delle scuole di ispirazione religiosa subiscono una libertà di insegnamento: in quanto
lavoratori in una c.d. organizzazione di tendenza devono operare nel rispetto del credo
religioso della scuola e devono astenersi da condotte contrarie al credo religioso. → questo
viene previsto a tutela della scelta di alunni e famiglia che hanno inteso ad accedere ad
un’istruzione ispirata ai principi di quella religione.
Per tanto insegnamenti o comportamenti in contrasto con la fede religiosa possono integrare
una giusta causa di licenziamento. → tuttavia ciò è ammesso solamente negli stretti limiti in
cui le libertà del docente possano avere una effettiva incidenza per il ruolo ricoperto.
L’art. 10 l.121/1985, cio攃 del nuovo concordato, prevede al comma 3° “Le nomine dei docenti
dell'Universit愃 Cattolica del Sacro Cuore e dei dipendenti istituti sono subordinate al
gradimento, sotto il profilo religioso, della competente autorit愃 ecclesiastica.” – la norma si
riferisce solo all’Universit愃 Cattolica del Sacro Cuore, non anche altre universit愃 a sfondo
cattolico.
Come prevedeva il Concordato del 1929, la norma prevede che il personale docente per
essere incardinato dell’Universit愃 Cattolica 攃 necessario un atto di gradimento del singolo
docente ad opera dell’autorit愃 ecclesiastica competente, in questo caso il Dicastero
dell’educazione Cattolica – l’autorit愃 può anche revocare unilateralmente il gradimento stesso;
ciò comporta il venire meno del rapporto di lavoro tra il docente e l’Universit愃 Cattolica – il
gradimento 攃 condizione per l’assunzione e il mantenimento dell’incarico.
Il protocollo addizionale afferma “La Repubblica italiana, nell'interpretazione del n. 3 – che non
innova l'art. 38 del Concordato dell'11 febbraio 1929 – si atterr愃 alla sentenza 195/1972 della
Corte costituzionale relativa al medesimo articolo.”.
La sentenza citata riguardava il cd. caso Cordero: Cordero era un ordinario di procedura
penale presso l’Universit愃 Cattolica a cui verso la fine degli anni ’60, l’autorit愃 ecclesiastica ha
revocato il gradimento per assunzione di posizioni contrarie alla dottrina cattolica. Dopo una
serie di ricorsi, il professore impugna l’art. 38 del Concordato del 1929 presso la Corte
costituzionale (che prevedeva il gradimento), che diede ragione all’Universit愃 – la norma che
prevede il gradimento 攃 conforme alla Costituzione e ai suoi artt. 3 e 19: non vi 攃
diseguaglianza di trattamento.
Perch攃Ā la Corte diede ragione all’Universit愃 ? Oltre al fatto che l’Universit愃 攃 un’organizzazione
di tendenza, la Corte si sofferma sul fatto che in un bilanciamento di interessi tra la libert愃
religiosa del singolo docente e la salvaguardia dell’identit愃 religiosa dell’ente, prevale
quest’ultima, in quanto facendo così si tutela anche la libert愃 di scelta degli studenti e delle
loro famiglie, che intendono iscriversi non solo ad un’universit愃 prestigiosa, ma anche
ideologicamente orientata – anche questa libert愃 di scelta va salvaguardata.
Questa disciplina 攃 quella prevista anche per gli insegnanti di religione nelle scuole pubbliche
italiane: il docente deve, oltre ad essere scientificamente competente, avere il gradimento
dell’autorit愃 ecclesiastica competente, che qualora venga meno, travolge anche il rapporto di
lavoro.
C’攃 stato un altro caso, il cd. caso Lombardi Vallauri, che riguardava l’Universit愃 Cattolica,
portato anche alla CEDU: era il caso di un docente di filosofia del diritto a cui era stato
revocato il gradimento per l’insegnamento di dottrine contrarie a quelle cattoliche. La
magistratura italiana in un primo momento ha sempre dato all’Universit愃 , e la CEDU stabilì il
principio fondamentale che la Cattolica ha il diritto di scegliere i suoi docenti, e ha precisato
che lì dove c’攃 un problema di legittimit愃 , 攃 da rilevarsi nella modalit愃 della revoca unilaterale
del gradimento: non prevede il possibile esercizio di difesa da parte del soggetto interessato –
mancanza del diritto di difesa. L’operato della Cattolica era quindi lecito, ma la mancanza di
difesa 攃 censurabile.
Con un accordo tra Santa sede e l’italia si 攃 prevista anche la riconoscibilit愃 dei titoli
accademici di baccalaureato e di licenza in Sacra Scrittura.
Inoltre, anche altre intese religiose contengono norma in merito al riconoscimento accademico
dei titoli rilasciati dai rispettivi istituti accademici. Ad es. la Tavola Valdese prevede che le
lauree e i diplomi rilasciati dalla Facoltà valdese siano riconosciuti dalla Repubblica Italiana.
L'ordinamento italiano offre oggi a coloro che intendano contrarre matrimonio ed acquisire lo
status giuridico di coniuge quattro possibilit愃 : contrarre matrimonio solo civile; contrarre
matrimonio canonico trascritto nei registri dello Stato civile (detto anche matrimonio
concordatario); contrarre il matrimonio civile nelle forme religiose previste dalle confessioni
diverse dalla cattolica; contrarre matrimonio all'estero secondo le forme previste da un
ordinamento straniero.
matrimonio civile: Nel primo caso la celebrazione del matrimonio avviene dinanzi all'ufficiale
dello Stato civile, a norma degli articoli 84 e seguenti del codice civile, e il vincolo tra coniugi 攃
valido ed efficace solo nell'ordinamento dello Stato.
matrimonio civile in forma religiosa: L'articolo 83 del codice civile consente poi ai fedeli
delle confessioni religiose diverse dalla cattolica di contrarre matrimonio civile ricorrendo la
forma speciale di una celebrazione religiosa dinanzi a un ministro del proprio culto, gli
eventuali effetti di tale celebrazione nell'ordinamento confessionale sono privi di rilevanza per
lo stato e in nessun caso possono interferire con il vincolo coniugale civile.
matrimonio celebrato all’estero: Infine un matrimonio tra cittadini italiani, tra un cittadino
italiano e uno straniero, o ancora tra cittadini stranieri residenti in Italia, può essere celebrato
all'estero nel rispetto delle condizioni previste dalla legge nazionale di ciascuno dei nubendi e
nelle forme previste dalla legge del luogo, per poi essere trascritto nei registri dello Stato civile
italiano. La scelta dell’una o dell’altra “via matrimoniale”, corrisponde a un esercizio del diritto
costituzionale di libert愃 , anche religiosa, dei coniugi, che si manifesta necessariamente
mediante un atto di volont愃 congiunto da parte dei medesimi.
Distinti presupposti ed effetti parzialmente diversi caratterizzano invece altri negozi oggi
previsti dal nostro ordinamento: l'unione civile tra persone dello stesso sesso e il contratto di
convivenza entrambi introdotti dalla legge del 20 maggio 2016 n. 76. Questi ultimi infatti pur
presentando non poche affinit愃 di disciplina e talune interferenze col negozio matrimoniale non
consentono alle parti di conseguire lo status civile di coniuge.
Con riguardo all’impotesi del matrimonio concordatario, 3 sono i temi giuridici di interesse: 1)
procedimento di trascrizione del matrimonio nei registri dello stato civile; 2) la giurisdizione
della chieda e dello stato sul matrimonio concordatario; 3) il procedimento di delibazione che
consente ad una sentenza dichiarativa della nullità di un matrimonio pronunciata da un
tribunale ecclesiastico, di acquisire efficacia civile.
L’art 8 comma 1 Acc. mod. conc. prevede che sono riconosciuti gli effetti civili ai matrimoni
contratti secondo le norme del diritto canonico, a condizione che l'atto relativo sia trascritto nei
registri dello Stato civile, previe pubblicazioni nella casa comunale.
La trascrizione è retta dalle norme dello Stato e sarà possibile solo se le parti avrebbero
potuto contrarre matrimonio civile: può infatti accadere che un matrimonio sia valido per
l’ordinamento della chiesa, ma non lo sia per quello dello Stato. La trascrizione è pertanto un
procedimento amministrativo attraverso cui un matrimonio canonico acquista effetti civili.
Il sistema delle pubblicazioni matrimoniali, previsto dagli artt. 93 ss. c.c., ha subito importanti
modifiche con il D.P.R. 396/2000; devono essere fatte per gli effetti canonici sulla porta della
parrocchia, e per gli effetti civili alla casa comunale. Deve essere richiesta dagli sposi, o da
persona da essi delegata (art. 96 c.c.) all’ufficiale dello stato civile del comune dove uno degli
sposi ha la residenza, e deve essere fatta anche dal parroco che ha celebrato il matrimonio→
nella richiesta di pubblicazione vengono anche indicate le generalità delle parti, il possesso
della libertà di stato civile, la loro cittadinanza, la residenza.
Unitamente alla domanda di pubblicazione le parti devono presentare all’ufficiale dello stato
civile anche una richiesta scritta di pubblicazione a firma del parroco: in tal modo rendono
edotto l’ufficiale che la pubblicazione 攃 finalizzata alla trascrizione di un matrimonio canonico.
La pubblicazione ha durata di 8 giorni. L’ufficiale dello stato civile deve verificare l’esattezza
delle dichiarazioni rese.
Trascorsi 3 giorni dalla scadenza del termine per il compimento delle pubblicazioni l’ufficiale
rilascia agli sposi un nullaosta, che è un certificato in cuidichiara che non sussistono cause
che si oppongono alla celebrazione del matrimonio. Tale atto fa sorgere in capo ai nubendi il
diritto a ottenere la trascrizione civile del loro matrimonio. Se l’ufficiale dello Stato civile
dovesse poi venire a conoscenza di impedimenti non derogabili, dovrà comunqe procedere
alla trascrizione, ma procederà ad informare il procuratore della repubblica di modo che costui
possa impugnare la trascrizione. Il compimimento della pubblicazione non vincola i nubendi a
contrarre matrimonio.
Vi sono alcuni casi per cui non si può procedere alla trascrizione, ossia alcuni casi in cui
l’ordinamento italiano, per motivi soprattutto legati alla tutela dell’ordine pubblico, ritiene che
certi matrimoni canonici non possano essere trascritti agli effetti civili. All’art. 8 della L.
121/1985, vediamo come: “La Santa Sede prende atto che la trascrizione non potr愃 avere
luogo: (a) quando gli sposi non rispondano ai requisiti della legge civile circa l’et愃 richiesta per
la celebrazione; (b) quando sussiste fra gli sposi un impedimento che la legge civile considera
inderogabile. La trascrizione 攃Ā tuttavia ammessa quando, secondo la legge civile, l’azione di
nullit愃 o di annullamento non potrebbe essere pi甃 proposta”. Rispetto al requisito dell’et愃
ricordiamo che, ex art. 84 c.c., l’et愃 richiesta 攃 la maggiore et愃 , con dispensa per gli ultra-
sedicenni per gravi motivi.
Quali sono le cause inderogabili che impediscono alla trascrizione? Ce lo specifica il n. 4 del
Protocollo addizionale: (a) l’interdizione per infermit愃 di mente (b) la mancanza di Stato libero;
(c) la presenza di un impedimento derivante da delitto o da affinit愃 in linea retta. In questi casi,
non si può procedere alla trascrizione del matrimonio stesso.
Tali impedimenti devono essere letti in ossequio a quelli previsti dal codice per il matrimonio
civile. Ad es. in nessun caso può essere trascritto il matrimonio del minore di anni 16; art 88
cc→ l’impedimento da delitto fa esclusivo riferimento a omicidio volontario, consumato o
tentato, del coniuge e richiede una sentenza passata in giudicato.
L’art. 8 del nuovo Concordato contiene un inciso interessante, che rappresenta un’eccezione
al principio di coincidenza tra i casi di non trascrivibilità del matrimonio canonico e gli
impedimenti alla celebrazione del matrimonio civile, in quanto afferma “La trascrizione 攃
tuttavia ammessa quando, secondo la legge civile, l'azione di nullit愃 o di annullamento non
potrebbe essere pi甃 proposta.” (ad es. 攃 ammissibile la trascrizione del matrimonio del minore
senza autorizzazione del tribunale, se è passato un anno dal compimento dei 18 anni.).
84.3 La celebrazione
Per il diritto canonico, nel matrimonio il sacerdoto i 攃 un semplice testimone qualificato. Ministri
della celebrazione del sacramento sono i due sposi, che danno vita al consenso attraverso cui
nasce il matrimonio. Per quanto riguarda il matrimonio canonico trascritto ad effetti civili, il
sacerdote assolve un vero e proprio ruolo di ufficiale di Stato civile (cfr. privato che riveste ed
esercita pubbliche funzioni). Egli attesta, fino a querela di falso, l’avvenuta celebrazione del
matrimonio.
Gli adempimenti del parroco che assiste alla celebrazione nuziale: Anzitutto, il parroco
deve leggere gli artt. Del Codice civile che riguardano i diritti e doveri del coniuge (cfr. artt.
143, 144 e 147 c.c.). Subito dopo le celebrazione, inoltre, il ministro di culto deve compilare
l’atto di matrimonio “in doppio originale”, ossia in due copie, ognuna delle quali fa fede come
originale (cfr. piena prova di quanto in esso contenuto fino a querela di falso). Tale atto
contiene le indicazioni circa le generalità delle parti e dei rispettivi genitori, la data della
pubblicazione, il luogo e la data di celebrazione del matrimonio, il nome del sacerdote, la
menzione dell’avvenuta lettura degli articoli. Inoltre nel medesimo atto possono essere inserite
anche le dichiarazioni dei coniugi previste dallalegge civile circa: a) la scelta del regime
patrimoniale di separazione dei beni; b) la legge straniera applicabile quando uno dei coniugi
sia straniero; c) il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio.
Il matrimonio canonico conosce una forma ordinaria ma conosce anche forme straordinarie
di celebrazione del matrimonio, tutte valide per il diritto della Chiesa.
b) Il matrimonio per procura. Anche per il diritto civile, può essere celebrato un matrimonio
tramite procuratore: la volont愃 , in questo caso, viene espressa da un soggetto diverso
dall’interessato, dotato della procura. Il matrimonio per procura può essere riconosciuto agli
effetti civili, purch攃Ā la procura abbia le medesime forme richieste dal Codice civile. Quali sono
queste forme richieste? Normalmente, la procura deve assumere la stessa forma del negozio
da concludere: nel caso di specie, la procura deve avere la forma di atto pubblico e vi deve
essere anche la autorizzazione del tribunale nella cui circoscrizione risiede l’altro sposo, con
decreto emesso in Camera di Consiglio, sentito il Pubblico Ministero.
d) Il matrimonio in periculo mortis. In questo caso, vi 攃 una ipotesi in cui il matrimonio può
essere celebrato senza previa pubblicazione: il ministro di culto, semplicemente, valuta che
non sussistono impedimenti canonici alla celebrazione del matrimonio. L’art. 101 c.c. prevede
che, in caso di pericolo di morte di uno degli sposi, l’ufficiale di Stato civile può procedere alla
celebrazione del matrimonio senza pubblicazione, purch攃Ā gli sposi giurino che non sussistono
impedimenti indispensabili. La stessa cosa, dunque, può avvenire per il matrimonio religioso
celebrato in pericolo di morte: ossia, può essere trascritto qualora, di fronte al parroco, le parti
giurino che non sussistono elementi indispensabili per la trascrizione del matrimonio stesso.
84.4. La trascrizione
La trascrizione ha luogo quando il parroco trasmette l'atto di matrimonio entro 5 giorni dalla
celebrazione e l'ufficiale dello stato civile trascriva l'atto nelle 24 ore dalla sua ricezione.
effetti: Una volta trascritto nel registro dello Stato civile, il matrimonio canonico produce i
propri effetti nell’ordinamento dello Stato dal momento della sua celebrazione e il vincolo
matrimoniale civile si ritiene sussistente da quel momento.
Non è ammessa la trascrizione tardiva post mortem, salvo il caso, molto improbabile, in cui vi
sia stata una richiesta congiunta e uno dei due sia morto prima che questa fosse effettuata.
La trascrizione tardiva produce effetti ex tunc, ma lascia impregiudicati i diritti acquisiti dai terzi
prima della trascrizione.
Secondo parte della dottrina la trascrizione tardiva troverebbe applicazione nei soli casi in cui
la celebrazione del matrimonio sia stata proceduta dalla pubblicazione e dal nulla osta: queste
rappresentano la volontà originaria dei nubendi di attribuire effetti civili ai loro vincoli.
E’ discusso se sia ammissibile una trascrizione c.d. ritardata: in queste ipotesi infatti il
matrimonio è stato celebrato senza le previe modalità concordatarie (pubblicazione e
nullaosta).
84.7 La trascrizione del matrimonio canonico degli stranieri e del matrimonio canonico
celebrato all’estero
sensi della L. 218/1995. Vi sono anche i casi dei c.d. “Paesi a statuto personale” (cfr. Israele,
Libano etc.) in cui 攃 previsto il matrimonio religioso che ha immediatamente effetti civili: lo
Stato considera sposato chi 攃 sposato per la religione. In questi casi lo Stato italiano riconosce
non il matrimonio religioso ad effetto civile, ma lo status civile sulla base del matrimonio
religioso.
Discorso diverso 攃 quello relativo ai Paesi all’interno dei quali il matrimonio religioso può
assumere effetti civili in virt甃 di una norma concordataria (cfr. Spagna, Polonia, Portogallo
etc.). In questo caso, il matrimonio religioso a effetti civili in quel Paese può essere
riconosciuto nel nostro ordinamento; ciò che l’ordinamento italiano però riconosce sono
soltanto gli effetti civili del matrimonio: si parla infatti di “iscrizione” (che 攃 il termine per
indicare un matrimonio civile contratto all’estero), non di trascrizione.
Caso diverso 攃 quello dello straniero che vuole sposarsi in Italia: in questo caso, se vi sono
tutte le autorizzazioni necessarie, lo straniero può senz’altro celebrare un matrimonio religioso
in Italia che ottenga effetti civili; deve soltanto documentare la libert愃 di Stato secondo il suo
Stato d’origine e che non esistano impedimenti a sposarsi secondo il suo ordinamento.
Gli effetti civili della trascrizione possono venire meno sia ex nunc, ad esempio quando viene
pronunciata dal giudice civile una sentenza che li dichiara cessati (es. divorzio) o ex tunc, se il
giudice accoglie una domanda diretta all’annullamento della trascrizione e ne ordina la
cancellazione dai registri dello Stato civile.
Casi d’impugnazione della trascrizione: L’art 16 della L n 847 del 1929 consente di
impugnare davanti al giudice dello Stato la trascrizione del matrimonio canonico nei seguenti
casi:
c) ogni qual volta l’atto 攃 viziato da una delle cause di invalidit愃 del matrimonio civile
d) quando è stato trascritto un matrimonio celebrato in forme speciali che non ammettono
trascrizione.
- argomenti dottrinali:
(x) Tesi della fine della riserva di giurisdizione: 攃 la tesi sostenuta da parte della dottrina e
dalla giurisprudenza, la quale fa riferimento alla sent. 1824/1993 della Corte di Cassazione,
[Link].
Le ragioni addotte a sostegno di tale tesi sono di vario ordine. Vi sono, innanzitutto, le ragioni
testuali, e per prima quella derivante dal comb. disp. degli artt. 8, par. 2, Concordato, n. 4),
lett. b), Protocollo addizionale: richiedendosi che, ai fini della produzione di effetti
nell’ordinamento nazionale della sentenza ecclesiastica, siano verificate le condizioni richieste
dall’ordinamento italiano per la dichiarazione di efficacia di sentenze straniere, si rinvia agli
artt. 796 s. c.p.c., che conserva ultrattivit愃 per la delibazione delle sentenze ecclesiastiche.
Precisamente, l’art. 797, nn. 5) s., c.p.c. dispone che non possa essere registrata sentenza
straniera che sia con-traria ad altra sentenza passata in giudicato di un giudice italiano, n攃Ā che
possa essere registrata se davanti al giudice italiano pende una causa avente medesimo
oggetto e medesime parti. Si rinviene quindi il concorso di giurisdizione ecclesiastica e civile e
anche il c.d. criterio di prevenzione della giurisdizione dello Stato su quella della Chiesa nel
caso in cui una delle due parti si sia rivolta al giudice ecclesiastico e l’altra al giudice civile.
Un’altra argomentazione di carattere testuale sta nel fatto che l’art. 13, pr. par., Concordato
abroga tutte le disposizioni non riportate nel testo, ed 攃 da ritenersi, dunque, anche la riserva
di giurisdizione.
(v) Chi invece si ritiene a favore adopera argomenti testuali presenti a vario titolo nell’accordo;
ad. es. nell’art 8 comma 2 la) si afferma che la Corte d’appello debba accertare che il giudice
ecclesiastico era “il” e non “un” giudice competente a conoscere la causa.
- giurisprudenza:
(v) La Corte Costituzionale con sentenza n 421/1993 ha affermato il principio del c.d. logico
corollario: il negozio matrimoniale trova origine nell’ordinamento canonico, pertanto 攃 logico
che le controversie relative alla sua validit愃 spettino ai giudici di quell’ordinamento. Del resto il
principio di laicità dello stato esclude che un giudice dello stato possa pronunciarsi su un
negozio matrimoniale caratterizzato da una disciplina conformata all’elemento religioso.
(x) Sul fronte invece del superamento della riserva si sono poste gran parte delle decisioni
della Corte di Cassazione che ritengono che il concorso tra le giurisdizioni sia da risolversi con
i criterio della prevenzione: La sentenza ecclesiastica che dichiara la nullità del matrimonio
concordatario impedisce al giudice dello Stato di pronunciarsi sulla validità o invalidità del
matrimonio.
Aldil愃 degli argomenti testuali e sistematici che abbiamo visto, va rilevato un ultimo aspetto,
che 攃 quello della assurdit愃 degli effetti pratici che conseguirebbe la tesi della fine della riserva
di giurisdizione. Infatti, ammesso per assurdo che vi sia giurisdizione concorrente del giudice
italiano, si porrebbe immediatamente il problema della legge applicabile (diritto canonico o
legge civile). In entrambi i casi, si avrebbero conseguenze non accettabili (a) se il giudice
italiano dovesse giudicare in base alla legge canonica, si sarebbe di fronte ad una evidente
violazione del principio di laicit愃 , nella misura in cui l’autorit愃 statale verrebbe a pronunciarsi
su un sacramento, in quanto trattasi di matrimoni celebrati secondo il diritto canonico; (b) se
invece il giudice italiano dovesse giudicare in base alla legge civile, saremmo di fronte ad una
violazione del Concordato, giacch攃Ā 攃 proprio nel Concordato che si evince che il matrimonio 攃
disciplinato interamente dal diritto canonico (cfr. legge regolatrice del negozio).
-Tesi del riparto di giurisdizione: Secondo questa ipotesi interpretativa, la competenza del
giudice italiano verterebbe non sulla validit愃 del matrimonio canonico, ma sulla validit愃 dell’atto
di iniziativa del procedimento di trascrizione, in cui si sostanzierebbe la scelta tra matrimonio
civile e matrimonio concordatario. Secondo questa tesi, dunque, si avrebbe un riparto di
competenze tra giudice italiano e giudice ecclesiastico. La tesi trae spunto dalla figura del c.d.
atto di scelta tra matrimonio concordatario e matrimonio civile, elaborata dalla Corte
costituzionale (sent. 16/1982 ma anche 32/1971). Vi sarebbe allora una distinzione tra il
regime dell’atto e il regime degli effetti: (a) il regime dell’atto sarebbe retto dal diritto canonico
e, in quanto tale, sarebbe sindacabile, nella sua validit愃 , unicamente dal giudice ecclesiastico;
(b) il regime degli effetti sarebbe retto dal diritto civile e sindacabile dal giudice civile, il quale
sar愃 anche competente in materia di separazione e divorzio. Questa tesi tende a sostenere
che vi sia una completa autonomia della volont愃 degli effetti civili rispetto al negozio
matrimoniale, consentendo la autonoma impugnabilit愃 , davanti al giudice dello Stato, del
procedimento di trascrizione anche per i vizi previsti dalla legge per il matrimonio civile.
L’Accordo di modificazione prevede che l’efficacia civile di un matrimonio canonico non cessi
in automatico quando viene accertata la nullit愃 nell’ordinamento canonico, ma ciò avviene
mediante un procedimento di delibazione che attribuisce efficacia civile alla decisione del
giudice ecclesiastico.
L’art. 8, n. 2 dell’Acc. mod. conc. prevede che le sentenze di nullità pronunciate dai tribunali
ecclesiastici sono dichiarate efficaci nella Repubblica Italiana con sentenza della Corte
d’Appello quando questa accerti che: a) il giudice ecclesiastico era competente a conoscere
della causa; b) nel procedimento davanti al giudice ecclesiastico èstato assicurato alle parti il
diritto di agire e resistere in giudizio c) che ricorrono le condizioni richieste dalla legislazione
italiana per la dichiarazione di efficacia delle sentenze straniere.
Viene fatto un esplicito riferimento agli art 796 e 797 c.p.c.(abrogati) che disciplinavano le
modalità di riconoscimento in Italia delle sentenze straniere. La riforma di abrogazione di tali
articoli non ha però inciso sul riconoscimento delle sentenze ecclesiastiche→ il riconscimento
delle sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio concordatario è possibile nei termini cui
agli artt. 796 e 797 c.p.c. che devono ritenersi vigenti in riferimento esclusivo a tale materia.
Tuttavia nell’applicare l’art 797 c.p.c. si dovranno adottare alcuni accorgimenti esplicitati dal n4
l. b): in particolare bisogner愃 tener conto delle specificit愃 dell’ordinamento canonico e
occorrerà che quando si parla della legge del luogo dove si è svolto il giudizio, si intenda la
legge canonica; si dovrà anche considerare come sentenza passata in giudicata quella
divenuta esecutiva in base al diritto ecclesiastico e inoltre il giudice dello Stato non dovrà
procedere a riesaminare il merito della sentenza ecclesiastica.
86.2. Il procedimento
L’art. 8, n. 2 dell’Acc. mod. conc. integrato col punto 4, lett. b del Protocollo addizionale,
disciplina il procedimento avanti alla Corte d’Appello con il quale vengono dichiarate efficaci
nell’ordinamento statale le sentenze di nullit愃 pronunciate dai tribunali della Chiesa. Questo
procedimento prende il nome di delibazione. L’impulso all’avvio del procedimento deve
giungere da almeno uno dei coniugi, mentre è escluso che soggetti diversi possano chiedere il
riconoscimento di una sentenza dichiarativa della nullit愃 ; l’unica eccezione 攃 rappresentat
dagli eredi che possono proseguire la procedura di deliberazione già iniziata.
.Il giudice civile competente a delibare le pronunce ecclesiastiche di nullit愃 攃 la Corte d’Appello
e la Corte d’Appello territorialmente competente 攃 quella nel cui distretto si trova il comune nel
quale 攃 stata effettuata la trascrizione del matrimonio concordatario.
Il regime ordinario in base al quale la sentenza di nullità può essere dichiarata esecutiva dopo
due gradi di giudizio è stato modificato dal motu proprio di Papa Francesco (Mitis iudex
dominus Jesus, agosto 2015), che ha affermato che può divenire esecutiva anche quella
sentenza che per la prima volta ha dichiarato la nullità del matrimonio.
Sulla base del combinato disposto degli art 8 comma 2 Acc. mod. conc e dell’art 797 comma 1
la corte è chiamata ad accertare diversi requisiti:
La corte d’appello deve verificare la Corte che vi sia il rispetto del c.d. ordine pubblico
processuale. Nel procedimento innanzi al tribunale della Chiesa, dunque, dovr愃 essere
assicurato alle parti il diritto di difesa in modo non difforme dai princìpi fondamentali
dell’ordinamento italiano. In sostanza, la Corte dovr愃 verificare, ad es., che l’atto introduttivo
del giudizio canonico sia stato regolarmente portato a conoscenza del convenuto, che siano
stati rispettati i diritti della difesa, che vi sia stata una regolare costituzione in giudizio, che si
astata regolarmente dichiarata la contumacia etc. (che sia stato assicurato il contraddittorio).
Sul punto 攃 intervenuto anche il giudice sovranazionale. La Corte EDU, infatti, nel caso
Pellegrini c. Italia del 2001, ha condannato l’Italia, sulla base dell’art. 6 CEDU, per aver
delibato una sentenza ecclesiastica al termine di una particolare tipologia di processo di diritto
canonico (processo documentale; previsto dal canone 1686 del Codice di diritto canonico)
perch攃Ā si 攃 sostenuto che, in questa tipologia di processo, non fosse stato assicurato il
contraddittorio tra le parti (cfr. no info sull’identit愃 dell’autore n攃Ā sui motivi della nullit愃 del
matrimonio n攃Ā con riguardo alla possibilit愃 di avvalersi di un difensore).
La terza verifica che la Corte d’Appello deve fare 攃 contenuta nell’art lett. c. (eside il rispetto
alla altre condizioni richieste dalla legislazione italiana per la dichiarazione di efficacia delle
sentenze straniere), il quale rinvia all’art 797 comma 1 nn 5 e 6. La sentenza ecclesiastica
dichiarativa della nullità del matrimonio non può essere riconosciuta se contraria ad altra
sentenza riconosciuta dallo stato e se è pendente davanti ad un giudice italiano un giudizio
per il medesimo oggetto e tra le stesse parti.
La Corte d’Appello deve anche accertare che la sentenza non sia contraria all’ordine pubblico
interno.
Es.: prima dell’introduzione della legge sul divorzio, principio di ordine pubblico era
l’indissolubilit愃 del matrimonio, in forza del quale sentenze straniere di divorzio non venivano
riconosciute. Introdotto il divorzio nel 1970, le sentenze straniere di scioglimento del vincolo
matrimoniale possono essere riconosciute, in quanto l’indissolubilit愃 del matrimonio non 攃 pi甃
principio di ordine pubblico.
Alla luce di ciò, l’ordine pubblico, per quanto fluido, 攃 un filtro di riconoscimento delle sentenze
straniere, in particolare ecclesiastiche; le sentenze che, secondo la Cassazione, senz’altro
contrastano con questo principio sono quelle che sanciscono la nullit愃 del matrimonio per:
• Simulazione – anche nel nostro ordinamento può essere dichiarato nullo per
simulazione, ma la differenza fondamentale con la disciplina canonistica 攃 che l’unica
simulazione rilevante per il diritto civile 攃 quella bilaterale, concordata tra le parti (art.
123 c.c.), mentre nel diritto canonico, dove l’azione di nullit愃 攃 imprescrittibile, rileva
anche la simulazione unilaterale, cd. riserva mentale, che lo Stato considera non
apposta.
Una volta delibata la sentenza ecclesiastica, viene trascritta nei registri dello Stato civile con la
sentenza di esecutivit愃 della Corte d’Appello, e acquisisce:
• Effetti personali: per l’ordinamento civile e canonico 攃 come se il matrimonio non fosse mai
stato contratto
La legge matrimoniale prevede che questi effetti economici siano quelli previsti dalla legge nel
caso del matrimonio putativo, che 攃 quel matrimonio nullo che, nonostante la nullit愃 , produce
determinati effetti, personali e matrimoniali, in quanto 攃 nullo in costanza di buona fededi uno
o entrambi i coniugi. Gli effetti sono previsti dagli artt. 129 e 129-bis c.c. – queste sono le
norme che il giudice applica anche per determinare provvedimenti economici provvisori a
carico di una parte e a favore dell’altra nel caso di delibazione di sentenze ecclesiastiche di
nullit愃 matrimoniale.
Se entrambi i coniugi sono in buona fede (es.: nullit愃 per difetto di forma), il giudice può
disporre a carico di una delle parti e a favore dell’altra l’obbligo di corrispondere somme
periodiche di denaro, qualora l’altra parte non sia passata a nuove nozze o non abbia adeguati
redditi, in ogni caso per un periodo non superiore a 3 anni.
Diversa 攃 la disciplina codicistica nel caso di malafede di una delle parti, che prevede una
responsabilit愃 specifica a suo carico – sar愃 tenuto ad un vero e proprio risarcimento del danno
causato alla parte in buona fede, senza necessit愃 che vi sia prova del danno (il fatto stesso
della malafede presume l’esistenza di un danno – presunzione legale che implica l’obbligo di
risarcimento da parte del coniuge in mala fede). Specificamente, il coniuge a cui sia imputabile
nullit愃 del matrimonio e quindi il coniuge in malafede, deve corrispondere al coniuge in buona
fede un risarcimento una tantum, una indennit愃 ̀ comprendente una somma corrispondente al
mantenimento per almeno tre anni.
Art. 83 c.c. “Il matrimonio celebrato davanti a ministri dei culti ammessi nello Stato 攃 regolato
dalle disposizioni del capo seguente, salvo quanto 攃 stabilito nella legge speciale concernente
tale matrimonio.” – il matrimonio celebrato da confessione religiosa acattolica può quindi avere
effetti civili. Lo status coniugale per l'ordinamento civile si può assumere non solo con il
matrimonio civile o quel matrimonio canonico trascritto, ma anche con il matrimonio religioso
celebrato presso la confessione religiosa diversa dalla cattolica.
Il riferimento 攃 la legge speciale concernente tale matrimonio; nel 1942 l’unica legge speciale
in materia era la tutt’ora vigente l.1159/1929 “legge sui culti ammessi”, che prevede la
regolazione del matrimonio religioso acattolico dagli artt. 7 ss.
Dal 1984 con “legge speciale concernente tale matrimonio” sono tutte le leggi di approvazione
delle intese con le confessioni religiose diverse da quella cattolica, mentre la l.1159/1929
rimane vigente per le altre confessioni religiose.
italiana nelle forme stabilite dagli artt. 352 e 353 del Codice civile per gli atti dello stato civile e
dev̀e contenere le indicazioni richieste nell'art. 10 della presente legge. L'atto, così compilato,
sar愃 subito trasmesso in originale all'ufficiale dello stato civile e, in ogni caso, non oltre cinque
giorni dalla celebrazione.”.
Vi sono però due peculiarit愃 (solo per le confessioni religiose che non abbiano redatto intese
con lo Stato):
• Perch攃Ā il matrimonio religioso acattolico produca effetti civili 攃 necessario che la nomina del
ministro di culto sia approvata dal Ministro dell’Interno – nessun effetto civile può essere
riconosciuto agli atti del ministro di culto se la sua nomina non 攃 approvata dal Ministro
dell’Interno. In caso contrario il matrimonio produrr愃 effetti meramente religiosi.
Per le confessioni religiose diverse da quella cattolica che abbiano stipulato intese con lo
Stato italiano approvate mediante legge, la disciplina 攃 la stessa tranne che per il requisito
dell’approvazione del ministro di culto da parte del Ministro dell’interno – si ritiene che sia gi愃
implicitamente riconosciuto dall’intesa stessa.
Es.: l’intesa con la Chiesa Valdese prevede la possibile efficacia civile del matrimonio. Art. 11
legge n. 449 dell'11 agosto 1984 “La Repubblica italiana, attesa la pluralit愃 dei sistemi di
celebrazione cui si ispira il suo ordinamento, riconosce gli effetti civili ai matrimoni celebrati
secondo le norme dell’ordinamento valdese, a condizione che l’atto relativo sia trascritto nei
registri dello stato civile, previe pubblicazioni alla casa comunale.”
Il Codice penale prevedere alcune norme a tutela e garanzia e allo stesso tempo limite della
libert愃 religiosa; nel 2006 c’攃 stato un intervento legislativo (l.85/2006) per raccogliere i frutti
dei numerosi interventi della Corte costituzionale.
• Art. 402 c.p. – Vilipendio della religione dello Stato “Chiunque pubblicamente vilipende la
religione dello Stato 攃 punito con la reclusione fino a un anno.” – dichiarato illegittimo dalla
corte con la sent. Cost. 508/2000
• Art. 403 c.p. – Offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone “Chiunque
pubblicamente offende una confessione religiosa, mediante vilipendio di chi la professa, 攃
punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000.
Si applica la multa da euro 2.000 a euro 6.000 a chi offende una confessione religiosa,
mediante vilipendio di un ministro del culto.” – il secondo comma presenta un aggravante.
• Art. 404 c.p. – Offese a una confessione religiosa mediante vilipendio o danneggiamento di
cose “Chiunque, in luogo destinato al culto, o in luogo pubblico o aperto al pubblico,
offendendo una confessione religiosa, vilipende con espressioni ingiuriose cose che formino
oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all'esercizio
del culto, ovvero commette il fatto in occasione di funzioni religiose, compiute in luogo privato
da un ministro del culto, 攃 punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000.
La sanzione pecuniaria diviene detentiva qualora il soggetto non solo offenda a parole
• Art. 405 c.p. – Turbamento di funzioni religiose del culto di una confessione religiosa
“Chiunque impedisce o turba l'esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto di
una confessione religiosa, le quali si compiano con l'assistenza di un ministro del culto
medesimo o in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico, 攃 punito
con la reclusione fino a due anni.
Se concorrono fatti di violenza alle persone o di minaccia, si applica la reclusione da uno a tre
anni.”
䔃 intervenuta la corte nel 1995 (con sentenza n 440), che ha adattato la norma ai principi
costituzionali, affermando che questa norma punisce chiunque inveisca contro qualsiasi
divinit愃 . Con la sua sentenza permise che questo reato riguardasse non solo le offese alla
religione cattolica, ma a tutte. Il problema si pone per eventuali offese a quelle religioni che
non hanno divinit愃 , ad esempio i buddhisti.
Tra le altre fattispecie in penali che assumono rilevanza per la nostra materia sono quelle cui
agli art 604-bis e 604-ter c.p. che riguardano i delitti contro l’Uguaglianza.
L'articolo 604 bis c.p. prevede la reclusione fino a un anno a sei mesi o la multa fino a 6.000 €
per chi propaganda idee fondate sulla superiorit愃 o sull'odio razziale o etnico, ovvero istiga a
commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici o religiosi. la
reclusione da 4 a 6 mesi a chi prende parte, assiste, a organizzazioni che hanno tra i propri
scopi l’incitamento alla discriminazione; da 1 a 6 anni per coloro che promuovono o diriggono
tali organizzazioni.
Il successivo articolo 604 ter introduce l'aggravante delle finalit愃 di discriminazione o di odio
etnico, nazionale, razziale o religioso, per i reati punibili con pena diversa da quello
dell'ergastolo. Le circostanze attenuanti non possono ritenersi concorrenti.
come tale non 攃 punibile. O ancora invocano l’attenuante cui all’art 62 c.p. affermando di aver
agito per motivi di particolare valore morale.
Dottrina e giurisprudenza maggioritaria ritengono tuttavia che l’incidenza del fattore religioso
sia irrilevante sia per il riconoscimento della responsabilità penale, che in tema di diminuzione
del trattamento sanzionatorio da comminare all’autore del reato. → tuttavia la Corte di Cass.
ha. ritenuto che può sussistere un certo margine di apprezzamento rispetto ai singoli casi per
attribuire rilevanza al fattore religioso-culturale quale causa di esclusione della punibilità e di
esclusione del dolo o per il riconoscimento di eventuali attenunati. TALE OPERAZIONE DEVE
COMUNQUE ESSERE EFFETTUATA NEL RISPETTO DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI
Un'altra pronuncia della Suprema Corte ha annullato con rinvio la sentenza di un genitore di
fede islamica condannato per il tentato omicidio della figlia aggravato dai futili motivi dell'aver
agito perch攃Ā la stessa intendeva sposare un giovane con differente fede religiosa, affermando
che i motivi che hanno mosso l'imputato non possono essere definiti futili.
Con riferimento alle mutilazioni femminili, la corte ha affermato che i diritti tutelati all’art 2 Cost
non possono considerarsi recessivi rispetto alla difesa delle tradizioni religiose.
Le comunit愃 separate sono quei luoghi in cui vivono stabilmente per un tempo pi甃 o meno
lungo dei gruppi di persone: si pone il problema dell’assistenza spirituale per cui il nostro
ordinamento giuridico si preoccupa di consentire alle confessioni religiose di essere presenti
all’interno della struttura per soddisfare le esigenze spirituali di chi in esse vive. Tali previsioni
sono conformi alla Costituzione che nel combinato disposto degli artt. 19 e 3 comma II Cost.,
garantisce l’esercizio della libert愃 religiosa dell’individuo (art. 19 Cost.) in ogni condizione, e si
impegna (art. 3) a rimuovere quegli ostacoli che ne renderebbero difficoltoso o impossibile
l’esercizio, cio攃 ad adottare quegli accorgimenti concreti che consentono a questi soggetti di
esercitare la propria libert愃 religiosa.
• Norme che riguardano la Chiesa Cattolica, che prevedono sempre un’assistenza spirituale
stabile nella comunit愃 separata, i cui oneri vengono assunti prevalentemente e direttamente
dallo Stato.
• Norme che riguardano confessioni diverse dalla Cattolica che hanno stipulato un’intesa, dove
攃 previsto un’assistenza spirituale libera ma su richiesta, i cui oneri finanziari sono posti a
carico della confessione religiosa stessa.
• Norme che riguardano confessioni diverse dalla Cattolica prive di un’intesa, soggette alla
l.1159/1929, per le quali l’assistenza 攃 sempre su richiesta, ma dietro autorizzazione del
Ministro di culto.
a) Forze armate:
Viene riconosciuta la sibert愃 religiosa dei militari: le funzioni religiose all’interno delle comunit愃
sono facoltative, salvo i casi di servizio, e l’impegno dell’autorit愃 militare a concedere ai militari
i permessi per partecipare ai riti e funzioni religiose della confessione di appartenenza, e che il
militare infermo ha diritto a ricevere conforto da parte del ministro della sua confessione di
appartenenza. Viene inoltre istituita la figura dei cappellani militari: ai fedeli cattolici 攃
assicurata l’assistenza da cappellani militari, a cui 攃 assicurata la piena libert愃 di esercizio del
loro ministero, la disponibilit愃 di luoghi e mezzi per l’assolvimento delle loro funzioni, e la
dignit愃 della natura peculiare del loro [Link] nominati dal Ministro della Difesa su
designazione dell’Ordinario militare per l’Italia; la nomina comporta che il nominato venga
inquadrato gerarchicamente nella struttura militare e retribuito secondo il suo grado di
assimilazione. Per le altre confessioni religiose c’攃 un diritto dei militari ad ottenere, su
richiesta, l’assistenza dei ministeri di culti di riferimento, quindi l’accesso degli stessi nelle
strutture, senza oneri per lo Stato; la celebrazione dei riti negli spazi delle strutture militari non
攃 prevista per le confessioni diverse dalla cattolica, ma possono ottenere permessi per uscire
per frequentare tali funzioni. Possono anche richiedere che le forme dei funerali rispettino i riti
della religione di riferimento.
Ai fedeli del Culto Cattolico si garantisce la presenza nella struttura di almeno un cappellano
stabile e la possibilit愃 di celebrare i riti del culto cattolico all’interno del carcere stesso.; Ai
fedeli di confessioni diverse dalla Cattolica, la presenza del cappellano avviene solo su
richiesta, così come la possibilit愃 di celebrare culti e riti all’interno della struttura. La richiesta
deve essere esaudita se compatibile con l’ordine e sicurezza dell’istituto.
Per tanto all’interno di ogni istituto penitenziario c’攃 una cappella consacrata al Culto cattolico,
mentre per le altre confessioni religiose, possono essere messi a disposizione degli spazi
comuni per la celebrazione dei riti.
I cappellani delle strutture sono nominati dal Ministro di Grazia e Giustizia su indicazione
dell’ordinario del luogo; il loro rapporto con l’amministrazione penitenziaria 攃 quello di essere
dipendenti pubblici. L’attivit愃 dei ministri di culto di confessioni diverse dalla Cattolica non deve
avere oneri per lo Stato.
c) assistenza spirituale alla polizia di stato: viene riconosiuta l’assistenza spirituale anche
alla polizia di stato che risiede presso alloggi collettivi di servizio o presso scuole. Per il
personale di polizia di fede cattolica è prevista una specifica intesa con la chiesa cattolica, in
base alla quale si prevede che l’assistenza spirituale sia svolta da appositi cappellani incaricati
con decreto del ministro su designazione dell’autorit愃 ecclesiastica. I cappellani esercitano il
loro ministero in piena libertà e vengono rumenerati.
1) religione cattolica: l’attivazione di tale servizio per i ricoverati rappresenta un obbligo e debe
essere oggetto di un’intesa tra la struttura sanitaria e l’autorit愃 ecclesiastica competente nel
territorio.
La remunerazione spetta alle strutture sanitarie. Inoltre alla luce delle competenze legislative
riconosciute alle ragioni dalla riforma del titolo V della parte seconda della costituzione, la
materia dell’assistenza sprituale ai ricoverati 攃 oggetto di numerosi interventi legislativi
regionali, che hanno consentito di determinare un quadro di riferimento normativo per la
stipula delle convenzioni tra le aziende ospedaliere e gli ordinari diocesani.