PLATONE
Il tempo di Platone è caratterizzato dal tramonto dell’età dell’oro della Grecia Periclea.
Platone essendo un aristocratico, è portato ad avvertire più di altri la crisi imperante e a
desiderare rinnovate stabilità, soprattutto politiche. Ed essendo un filosofo è indotto a
radicalizzare intellettualmente la situazione problematica e a viverla come crisi dell’uomo
nella sua totalità.
Egli comincia a idealizzare la figura di Socrate, che ai suoi occhi diventa un simbolo della
crisi e al tempo stesso della speranza di superarla.
Se si è giunti a uccidere l’uomo più giusto di tutti vuol dire che il malessere della società è
pervenuto al suo punto-limite. Platone ritiene che la crisi etico-politica derivi in primo luogo
da una crisi di tipo intellettuale; egli si convince sempre di più dell'insufficienza di un
semplice mutamento di forme governative e dall’improrogabile necessità di una riforma
globale dell’esistenza umana. Tale riforma può essere attuata mediante una rinnovata
filosofia, che sappia tradursi in una vera e propria “rivoluzione culturale” e in un progetto
politico radicalmente riformatore dell’ordine esistente.
Platone nacque ad Atene. A vent’anni cominciò a frequentare Socrate, diventandone
discepolo. La morte del maestro rappresentò per lui un evento decisivo.
Platone avrebbe infatti voluto dedicarsi alla vita politica ma la fine di Socrate lo colpì come
un’ingiustizia imperdonabile e lo spinse ad una condanna generale della vita politica del
tempo → le condizioni della vita associata dovevano essere cambiate e questo doveva
essere il nuovo compito della filosofia
↓
LA FILOSOFIA GLI APPARVE COME LA SOLA VIA CHE POTESSE CONDURRE L’UOMO
SINGOLO E LA COMUNITÀ VERSO LA GIUSTIZIA
Platone parla del viaggio che fece nell'Italia meridionale, dove conobbe le comunità
pitagoriche, e in particolare a Siracusa dove strinse amicizia con Dione, cognato di Dionigi il
vecchio, tiranno della città. Per opera di costui, per il quale venne in sospetto per i progetti di
riforma politica, Platone venne venduto come schiavo; riscattato poi da Anniceride di Cirene;
ma il denaro del riscatto fu rifiutato quando si seppe di chi si trattava e servì alla fondazione
dell’Accademia, cioè della Scuola di Platone.
Alla morte di Dionigi il Vecchio, Platone fu richiamato da Dione a Siracusa, presso la corte
del nuovo tiranno Dionigi il giovane, perché desse il proprio consiglio per la riforma dello
Stato, in conformità con l’ideale platonico; ma l’urto tra Dionigi e Dione rese vano ogni
tentativo. Fu richiamato poi da Dionigi e si recò nuovamente a siracusa per aiutare Dione,
che era rimasto esiliato, ma fu per un certo tempo tenuto quasi come prigioniero, lasciò
quindi Siracusa e ritornò ad Atene, dove morì.
LE OPERE E LE “DOTTRINE NON SCRITTE”
Platone è il primo filosofo dell’antichità di cui siano rimaste tutte le opere: l’apologia di
Socrate, 34 dialoghi e 13 lettere.
L’attività letteraria di Platone può essere suddivisa in:
- primo periodo = scritti giovanili o socratici, pensiero di Platone in comune con
Socrate → “Apologia”, “Repubblica I”
- secondo periodo = scritti della maturità, pensiero di Platone ben distinto da quello di
Socrate → “Fedone”, “Simposio”
- terzo periodo = scritti della vecchiaia, lettera VII, la sua intenzione politica all'inizio
della sua vita filosofica porta alla produzione di scritti inautentici, ma la filologia più
attuale ne ha ritrovato l'autenticità → "Parmenide", “Sofista”
PLATONE E SOCRATE
La fedeltà all’insegnamento e alla persona di Socrate è il carattere dominante dell’intera
attività filosofica di Platone. Lo sforzo costante di Platone è quello di rintracciare il significato
vitale dell’opera e della figura di Socrate. Si può affermare che la ricerca Platonica tende a
configurarsi come uno sforzo di interpretazione della personalità filosofica di Socrate.
La stessa modalità espressiva adottata da Platone nella sua produzione scritta, il dialogo,
rappresenta un atto di fedeltà al silenzio letterario di Socrate: entrambi hanno lo stesso
fondamento → la concezione della filosofia come sapere “aperto”, che ripropone
incessamente i suoi problemi e le sue soluzioni. La stessa convinzione che ha trattenuto
Socrate dallo scrivere ha dunque spinto Platone a scegliere la forma dialogica per i suoi
scritti.
Il dialogo → riproduce l’andamento della ricerca, che procede lentamente e faticosamente,
di tappa in tappa, e soprattutto riproduce quel carattere di socialità e comunanza che rende
solidali gli sforzi degli individui che coltivano la filosofia.
Platone ha praticato la filosofia come una ricerca inesauribile e mai conclusa, ossia come un
infinito sforzo verso una verità che l'uomo non possiede mai totalmente, ma sulla quale è
doveroso continuare incessantemente a interrogarsi.
FILOSOFIA E MITO
Un’altra delle caratteristiche salienti dell’opera platonica è l’uso dei
“miti” → racconti filosofici attraverso cui vengono esposti concetti e dottrine filosofiche. Il
mito in Platone riveste due significati fondamentali:
1. Il mito è uno strumento di cui il filosofo si serve per comunicare in maniera più
accessibile e intuitiva le proprie dottrine all’interlocutore → il mito è un’escogitazione
didattico-espositiva, concepita ai fini della comunicazione intellettuale
2. Il mito è un mezzo di cui il filosofo si serve per poter parlare di realtà che vanno al di
là dei limiti entro i quali l’indagine rigorosamente razionale deve contenersi → la
filosofia, avendo a che fare con i problemi più alti e difficili della mente, si trova a
doversi muovere ai confini del pensabile, cioè di fronte a “sentieri interrotti” (Martin
Heidegger), che la costringono a tornare indietro o a percorrere un’altra via, che
Platone individua nell’allusione mitica → il mito è qualcosa che si inserisce nelle
lacune della ricerca filosofica, permettendole in alcuni casi di formulare una teoria
verosimile che non è né una semplice favola, né un’argomentazione pienamente
dimostrativa, bensì qualcosa che, pur essendo indimostrato e indimostrabile, si può
ragionevolmente ritenere vero.
INTERESSI E MOTIVAZIONI DEL FILOSOFARE PLATONICO
Nel XX secolo è stato messo in luce l’interesse politico che sta alla base del pensiero
platonico. Questa prospettiva trova conferma nelle stesse parole di Platone, che nella
Lettera VII dichiara che la passione che lo ha spinto a filosofare è stata la ricerca di una
comunità in cui l'uomo potesse vivere in pace e in giustizia con suoi simili. Esplicitando
l'interesse pedagogico-formativo legato a quello politico, è stata poi delineata la figura di un
Platone "educatore".
I progressi degli studi platonici permettono di dire che Platone fu una mente poliedrica e
universale, che spaziò dalla gnoseologia alla metafisica, dalla religione all’etica, dalla
pedagogia alla matematica → Platone “globale”
LA DIFESA DI SOCRATE E LA POLEMICA CONTRO I SOFISTI
● L’apologia → costituisce un’esaltazione del compito che Socrate si è assunto di
fronte a sé stesso e di fronte agli altri, e perciò l’esaltazione della vita consacrata alla
ricerca filosofica. Si può dire che l’intero significato dello scritto sia contenuto nella
frase “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta dall’uomo”.
● Il Critone → presenta Socrate di fronte al dilemma:
○ o accettare la morte per il rispetto che l'uomo giusto deve alle leggi del
proprio paese
○ o accogliere la proposta degli amici di fuggire dal carcere, smentendo in tal
modo la sostanza del proprio insegnamento
La ricerca è per Socrate una missione talmente importante che chi si impegna in
essa non deve tradirla accettando compromessi o fughe che la svuotino di
significato.
Nell’Apologia e nel Critone fissa gli atteggiamenti che hanno fatto di Socrate il filosofo per
eccellenza → “l’uomo più saggio e più giusto di tutti”
In un altro gruppo di dialoghi egli illustra i capisaldi dell’insegnamento socratico:
a) la virtù è una sola e si identifica con la scienza
b) solo come scienza, la virtù è insegnabile
c) nella virtù come scienza consiste la felicità dell’uomo
Queste tesi vengono presentate “negativamente” da una serie di “dialoghi minori” → volti a
sgombrare il terreno dalle tesi opposte
Il metodo prevalentemente seguito da Platone in questi dialoghi minori è quello dialettico
↳ si ammette in via d’ipotesi la tesi opposta a quella di Socrate e si fa vedere che essa o
non conduce a nulla, o conduce a conseguenze assurde, risultando così confutata
IL PROTAGORA E IL PROBLEMA DELL’INSEGNABILITÀ DELLA VIRTÙ
La tesi suggerita “negativamente” nei dialoghi minori è positivamente posta e dimostrata nel
Protagora.
In questo dialogo, a Protagora, che si dice “maestro di virtù”, Socrate risponde che la virtù
di cui il sofista parla non è scienza, ma un semplice insieme di abilità acquisite
accidentalmente per esperienza → patrimonio privato, che non può essere trasmesso agli
altri.
Protagora non può affermare l’insegnabilità della virtù, in quanto sostiene che le virtù siano
molte e la scienza una sola di esse → in realtà soltanto la scienza si può: per questo la virtù
si può trasmettere e comunicare solo in quanto è scienza. (p.195)
Il Protagora nega all’insegnamento sofistico ogni valore educativo e formativo, screditando
così la sofistica nel suo complesso. Per contrasto, l’insegnamento di Socrate appare in tutto
il suo valore.
L'EUTIDEMO E LA POLEMICA CONTRO GLI ERISTI
L’eutidemo offre una rappresentazione vivacissima e caricaturale del metodo eristico dei
sofisti. L’eristica è l’arte di battagliare a parole e di “confutare tutto quello che via a via si
dice, falso o vero che sia”.
Gli interlocutori del dialogo si divertono a dimostrare che solo l’ignorante può apprendere e,
subito dopo, che invece apprende solo il sapiente; che si apprende solo ciò che non si sa e
poi che si apprende solo ciò che si sa.
Il fondamento di simili esercizi è la dottrina secondo cui non è possibile l’errore e, quindi,
qualsiasi cosa si dica, tale cosa è vera.
Al che Socrate oppone che in questo caso non ci sarebbe nulla da insegnare e nulla da
apprendere, e la stessa eristica sarebbe inutile.
Nulla si può insegnare se non la sapienza → la sapienza non si può insegnarla né
apprenderla se non filosofando.
Il dialogo si trasforma poi da critica eristica in esortazione alla filosofia → contiene
l’illustrazione del compito proprio della filosofia, che per Platone è l'uso del sapere a
vantaggio dell’uomo.
IL GORGIA E LA POLEMICA CONTRO LA RETORICA
Nel Gorgia Platone attacca l’arte che costituisce la principale creazione dei sofisti e la base
del loro insegnamento → la retorica
A questo Platone oppone l’idea secondo cui ogni arte, o scienza, è veramente persuasiva
solo se si esprime riguardo all’oggetto che le è proprio → la retorica non ha un oggetto
proprio = non è un’arte ma una “pratica” adulatoria, che sta nello stesso rapporto in cui l’arte
culinaria sta alla medicina:
- retorica e culinaria sollecitano il gusto, l’una dell’anima e l’altra del corpo, mentre
sono la politica e la medicina a curare veramente anima e corpo.
La retorica può essere utile a difendere con discorsi un’ingiustizia commessa e ad evitare di
subirne la pena → non è un vantaggio = il male per l’uomo non consiste nel subire
ingiustizia, ma nel commetterla, perché essa macchia e corrompe l’anima; e il sottrarsi alla
pena di un’ingiustizia commessa è un male ancora peggiore, perché l’anima non può più
liberarsi della colpa espiandola.
In realtà l’utilizzo della retorica, per l’indifferenza di questa verso il contenuto della tesi che
difende, implica la convinzione secondo cui la giustizia è solo una convenzione umana, che
è da sciocchi rispettare, poichè legge di natura è soltanto la legge del più forte.
La felicità esige un bene stabile, mentre il piacere fluisce di continuo nel suo contrario:
piacere e dolore si condizionano l’un l’altro. Poiché invece il bene e il male sono separati
non possono identificarsi con piacere e dolore → il bene è l’esercizio della virtù, ovvero la
ricerca di una misura razionale con cui mettere ordine nella propria vita tenendo a freno gli
istinti.
Pur nel tentativo di salvaguardare il razionalismo del proprio maestro, Platone ne supera
così la prospettiva → quella che nell’etica socratica era un’alternativa interna alla ragione
(tra il bene come conoscenza e il male come ignoranza) si trasforma in un’alternativa tra il
bene come ragione e il male come impulso irrazionale.
Platone muta radicalmente il proprio orientamento → all’etica della ragione, di Socrate,
oppone un’etica della salvezza religiosa ispirata all’orfismo e espone un grandioso mito
escatologico che descrive la punizione dell’anima malvagia la felicità a cui è destinata
l’anima buona.
LA DOTTRINA DELLE IDEE
Nell’ambito della battaglia antisofistica Platone giugne a formulare il concetto di “idea” e a
sviluppare la cosiddetta “teoria delle idee”, che segna l’avvio della seconda fase della sua
speculazione → in cui il filosofo va esplicitamente al di là delle dottrine che Socrate aveva
insegnato.
Nei dialoghi la teoria delle idee non è mai esposta in modo organico (secondo piano), in
realtà rappresenta il cuore stesso del platonismo maturo.
LA GENESI DELLA TEORIA
La genesi immediata della teoria è da ricercarsi nell’approfondimento platonico del concetto
di scienza → in antitesi ai Sofisti, ma procedendo oltre lo stesso Socrate, Platone ritiene che
la scienza debba avere i caratteri della stabilità e dell’immutabilità, quindi della perfezione.
Platone è convinto che il pensiero rifletta l’essere, ossia che la mente sia uno specchio di ciò
che esiste → in base a questa convinzione, che sarà definita realismo gnoseologico, egli
si chiede quale sia l’oggetto della scienza.
Oggetto proprio della scienza, secondo Platone, non possono essere le idee.
Per Platone il concetto di idea indica un’entità immutabile e perfetta, che esiste per proprio
conto e che insieme con altre idee forma una zona d’essere diversa dalla nostra, che il
filosofo chiama iperuranio = al di là del cielo, pare indicare una regione a-spaziale e
immateriale.
Per il filosofo le cose sono copie, o imitazioni imperfette, delle idee → L’IDEA PLATONICA È
DUNQUE IL MODELLO UNICO E PERFETTO DELLE COSE MOLTEPLICI E IMPERFETTE
DI QUESTO MONDO.
In Platone esistono due gradi fondamentali di conoscenza, l’opinione e la scienza (dualismo
gnoseologico), cui fanno riscontro due tipi d’essere distinti, le cose e le idee (dualismo
ontologico). La scienza costituisce una conoscenza stabile, duratura e perfetta proprio
perché la realtà che essa indaga è stabile, duratura e perfetta.
l’opinione → - mutevole rispecchia le cose → - mutevoli
- imperfetta - imperfette
la scienza → - immutabile rispecchia le idee → - immutabili
- perfetta - perfette
Filosofia platonica = integrazione sintetica tra eraclitismo e eleatismo.
- da Eraclito → Platone accetta la teoria secondo cui il nostro mondo è il regno della
mutevolezza.
- da Parmenide → Platone trae il concetto secondo cui l’essere autentico è immutabile
(idea = eterna, immutabile e perfetta, ma è multipla, questo si distacca da
Parmenide); deriva anche il dualismo gnoseologico tra sensibilità e ragione e il
dualismo ontologico tra le cose e l’essere. C’è però una differenza infatti per
Parmenide il mondo sensibile non ha connessioni con quello pensato dalla ragione,
per Platone tra i due mondi esiste un rapporto indissolubile (la cui definizione =
problema del platonismo); inoltre per l’eleatismo il nostro mondo è apparenza
illusoria e irrazionale, per Platone possiede una sua specifica realtà e conoscibilità.
QUALI SONO LE IDEE
Nella fase della maturità del pensiero platonico si distinguono due tipi di idee:
● le idee-valori → corrispondenti ai supremi principi etici, estetici e politici. Es. il Bene,
la Bellezza, la Giustizia
● le idee-matematiche → corrispondenti all’entità dell’aritmetica e della geometria.
Secondo Platone vi sono idee anche dei principi del pensiero matematico poiché
nella realtà non troviamo mai l’uguaglianza perfetta o il quadrato perfetto di cui parla
il matematico, ma solo copie approssimative e imperfette di essi
Platone parla anche di “idee di cose naturali” (es. umanità) e di “idee di cose artificiali”.
Negli ultimi dialoghi Platone tenderà a lasciar cadere la nozione etnico-matematica, in tal
modo l’idea platonica finirà per configurarsi come la forma unica e perfetta di qualsiasi
gruppo, o classe, di cose che vengono designate come un medesimo nome e che possono
essere fatte oggetto di scienza.
Le idee non formano affatto una pluralità disorganizzata, pur essendo molteplici; ma
costituiscono una “trama”di essenze aventi un ordine gerarchico-piramidale, con le
idee-valori in cima e l’idea del Bene al vertice.
L’idea del bene è stata associata a Dio → questa teoria non trova un’esplicita verifica nei
testi platonici in cui risulta assente la presenza di un dio creatore.
Pur essendo “al di là dell’essere” il bene non “crea” le idee, che sono tutte eterne, ma si
limita a comunicare loro la perfezione.
Nell’universo metafisico di Platone non esiste un Dio-persona, ma solamente il “divino”
(θειον) → per disegnare una molteplicità di cose diverse.
Caratteri personali possiede il Demiurgo, il quale però è un’entità inferiore alle idee, che si
limita a ordinare una materia preesistente.
IL RAPPORTO TRA LE IDEE E LE COSE
Il rapporto tra idee e cose si configura in una duplice direzione, dal momento che le idee
sono:
- criteri di giudizio delle cose, in quanto noi, per giudicare circa gli oggetti, non
possiamo fare a meno di riferirci alle idee. → es. diciamo che due cose sono uguali
sulla base dell’idea dell’uguaglianza = possiamo dire che le idee sono la condizione
della possibilità degli oggetti
- causa delle cose, poiché gli individui sono in quanto imitano o partecipano delle idee,
che in questo senso sono intese come “modelli” delle cose → es. le realtà che
diciamo belle sono tali in quanto partecipano della Bellezza, che rappresenta la
causa per cui esse sono e vengono ritenute belle; due individui sono uomini sulla
base dell’idea di umanità, che è la causa che li rende tali = possiamo affermare che
le idee sono la condizione dell’esistenza degli oggetti, o la loro ragione d’essere
Nella tarda antichità ellenica il concetto di idea come “modello” (x Platone paradigma delle
cose) sarà tradotto con la nozione di archetipo e le idee saranno definite come le “essenze
archetipe” delle cose.
Platone pur parlando di mimesi (cose imitano le idee), di metessi (le cose partecipano
dell’essenza delle idee), di parusìa (idee presenti nelle cose) nel rapporto idee-cose rimane
incerto e oscillante.
DOVE E COME ESISTONO LE IDEE
Le cose sono trascendenti, in quanto esistono “oltre” la mente e “oltre” le cose.
La tradizione ha pensato che questo “oltre” alludesse a un vero e proprio mondo dell’ aldilà
→ prendendo alla lettera l’espressione platonica “iperuranio” ha considerato il mondo
platonico delle idee come qualcosa di analogo all’empireo dantesco o al paradiso cristiano.
A questa lettura si è contrapposta quella di alcuni studiosi neokantiani → che hanno
considerato le idee Platoniche non come cose, ma come dei modelli di classificazione delle
cose, ossia come criteri mentali attraverso cui pensiamo gli oggetti (interpretazione rifiutata =
eccessiva modernizzazione di Platone).
Parecchi studiosi affermano che il mondo platonico delle idee, pur esistendo
indipendentemente dalla nostra mente e pur possedendo una realtà oggettiva a sé stante
deve essere interpretato come un ordine eterno di forme o valori ideali, che non esistono in
alcun luogo o “empireo”.
Stando ai dialoghi di platone ciò che si può affermare è che le idee costituiscono una zona
d’essere diversa dalle cose. Per quanto riguarda come esistono, si deve ammettere che la
questione è problematica.
LA CONOSCENZA DELLE IDEE
Secondo Platone le idee non possono derivare dai sensi, poiché questi ci testimoniano solo
un metodo di cose materiali e imperfette. Esse devono dunque costituire l’oggetto di una
visione intellettuale → “sguardo alla mente” in grado di cogliere l’idea quale forma esemplare
comune ad una pluralità di soggetti.
Platone ricorre alla dottrina-mito dell’anamnesi, o della reminiscenza (ricordo): egli afferma,
sulla base della credenza orfico-pitagorica della metempsicosi o trasmigrazione delle anime,
che l’anima, prima di calarsi nel nostro corpo è vissuta, disincarnata, nel mondo delle idee,
dove, tra una vita e l’altra, ha potuto contemplare gli esemplari perfetti delle cose.
Una volta discesa nel nostro mondo, l’anima conserva un ricordo sopito di ciò che ha
veduto. Grazie all’esperienza delle cose, che fungono da occasione per la memoria, essa
ricorda ciò che ha visto nell'iperuranio. In questo senso, dice Platone, “conoscere è
ricordare”, in quanto le idee, sia pur sfuocate, le portiamo dentro di noi e c’è sufficiente uno
sforzo per tirarle fuori, tanto più che esse, come le cose, sono legate tra loro da una sorta di
parentela, per cui basta ricordarne uno perché tornano alla mente anche tutte quelle che le
sono legate.
La gnoseologia di Platone rappresenta dunque una forma di innatismo, in quanto ritiene
che la conoscenza non derivi dall’esperienza sensibile, bensì da metri di giudizio preesistenti
e connaturati con il nostro intelletto; l’esperienza sensibile funge soltanto da meccanismo
sollecitatore del ricordo.
Una prova di questa teoria, secondo Platone, risiede nel fatto che anche un ignorante,
opportunamente interrogato, può rispondere con esattezza intorno a cose di cui non ho mai
inteso discorrere.
È celebre l’esempio, narrato nel Menone, dello schiavo che, pur essendo digiuno di
geometria, viene aiutato da Socrate a “ricordarne” gli elementi di fondo, riuscendo così a
intuire il teorema di Pitagora. In tal modo, la maieutica in Platone subisce un evidente
radicalizzazione metafisica, venendo a coincidere con la teoria stessa della reminiscenza,
cioè con la tesi secondo cui portiamo dentro di noi una verità prenatale, che il frutto di una
precedente contemplazione delle idee.
REMINISCENZA, VERITÀ ED ERISTICA
La teoria della reminiscenza rappresenta la definitiva vittoria sul principio euristico-sofistico
secondo cui “non è possibile, all’uomo, indagare di ciò che sa, né ciò che non sa“, giacché
sarebbe inutile indagare ciò che si sa impossibile indagare ciò che non si sa.a questo
discorso, che “può rendere pigri riesce gradito i fianchi“, Platone contrappone la tesi
secondo la quale a prendere non significa partire da zero, bensì ricordare ciò che si era
obbligato. Secondo Platone l’uomo non possiede già, tutta intera, la verità, e neppure la
ignora completamente, ma la porta in sé a titolo di “ricordo“, ovvero sotto forma di un
patrimonio che è impegnato a esplicitare all’infinito. Conoscendo, noi non partiamo né dalla
verità né dall’ignoranza, bensì da una sorta di pre-conoscenza, o di ignoranza gravida di
sapere, da cui dobbiamo socraticamente “tirare fuori” la conoscenza vera e propria.
La dottrina dell’anamnesi divide gli interpreti in due schiere:
1. Coloro che considerano le idee come entità iperuraniche reali tendono a prendere il
mito alla lettera, cioè credere che Platone pensasse a una preesistenza delle anime
nell’aldilà
2. Coloro che considerano le idee come strutture ideali, alla maniera degli enti
matematici, tendono a vedere nella teoria platonica un simbolo fantastico del fatto
che l’anima coglie l’idea a priori, cioè indipendentemente dai sensi
L’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA E IL MITO DI ER
Implicando una percezione prenatale delle idee, la reminiscenza postula di per sé
l’immortalità dell’anima, che diviene l’oggetto di uno dei dialoghi platonici più ricchi di pathos
umano e religioso → IL FEDONE
In quest’opera Platone elenca altre prove dell’immortalità dell’anima oltre a quella della
reminiscenza:
1. “Dei contrari” → afferma che come natura ogni cosa si genera dal suo contrario, così
la morte si genera dalla vita e la vita si genera dalla morte, nel senso che l’anima
rivive dopo la morte del corpo
2. “Della somiglianza” → sostiene che l’anima, essendo simile alle idee, che sono
eterne, sarà anche [Link], solo ciò che è composto può distruggersi,
risolvendosi nei suoi elementi semplici, mentre ciò che è semplice, come le idee, non
può venire né creato né distrutto
3. “Della vitalità” → argomenta che l’anima, in quanto soffio vitale, è vita e partecipa
dell’idea di vita, e pertanto non può accogliere in sé l’opposto idea della morte
Nel Fedone troviamo la nostra dottrina platonica della filosofia come “preparazione alla
morte” → se filosofare significa morire ai sensi e al corpo per poter cogliere meglio le idee, la
vita del filosofo risulta tutta una preparazione alla morte, cioè a quel momento in cui l’anima,
libera dai ceppi del corpo, potrà unirsi direttamente alle idee, beandosi della loro totale
contemplazione. Il Fedone mostra come nella complessa anima del platonismo vi sia un
momento fortemente religioso, che tuttavia non esclude il momento mondano-politico, ma si
integra con esso, evidenziando un’unica ricca personalità, in cui coesistono interessi e
spinte diversi e per la quale l’attaccamento alle cose immanenti non esclude l’apertura a
quelle trascendenti, e viceversa.
La teoria dell’importo dell’anima serve per
- spiegare in che modo l’uomo possegga in sé stesso la conoscenza delle idee
- chiarire il problema del destino → platone ritiene che la sorte di ogni individuo
dipende da una scelta tra precedente e compiuta dalla sua anima nel mondo delle
idee
Platone illustra la sua tesi con il mito di Er, con cui si chiude la Repubblica (dialogo).
È morto in battaglia e resuscitato dopo 12 giorni, Er può raccontare agli uomini la sorte che li
attende dopo la morte. La parte centrale del racconto del guerriero è quella che riguarda la
scelta del destino alla quale le anime sono invitate nel momento che precede la loro
reincarnazione. La parca Lachesi, che bandisce la scelta, ne afferma la libertà. Ogni anima
sceglie il modello di vita che incarnerà, ma la scelta è guidata il più delle volte
dall’esperienza che l’anima ha raccolto nella propria vita anteriore: così, nel racconto di Er,
Ulisse, che i lunghi travagli hanno spogliato di ogni ambizione, sceglie la via più modesta e
oscura, scartata da tutte le altre anime. Per Platone l’uomo sceglie il proprio destino, benché
sia in ciò condizionato da quel che invita voluto essere ed è stato.
LA DOTTRINA DELLE IDEE COME “SALVEZZA” DEL RELATIVISMO SOFISTICO
Se la teoria delle idee costituisce il cuore della filosofia platonica, l’opposizione al relativismo
sofistico costituisce il cuore della dottrina delle idee → infatti Platone può essere
filosoficamente compreso in modo adeguato solo in antitesi ai sofisti.
Il relativismo sofistico costituisce qualcosa di complesso e articolato.
La concezione di Platone del male va oltre a quella di Socrate:
- Socrate – Il male ignoranza del bene, quindi chi lo compie è incolpevole, ed è
preferibile subirlo anziché commetterlo, perché una vita non virtuosa è anche
infelice;
- Platone - Il male è un impulso contrario alla ragione, quindi chi lo compie è
colpevole, ed è preferibile soffrirlo anziché commetterlo virgola non solo perché
rende infelice la vita terrena ma anche perché verrà punito nell’aldilà.
Nella schematizzazione platonica il relativismo sofistico tende a divenire un tutto indistinto e
identificarsi come una filosofia negatrice di ogni stabile punto di vista sulle cose e di ogni
certezza teorica e pratica.
Di fronte a tale relativismo, per Platone non vi è altra via di scampo se non la restaurazione
di una qualche forma di assolutismo. Platone infatti appare lontanissimo, per interessi e per
costituzione mentale, da quella sorta di “terza via” tra assolutismo tradizionale e relativismo
estremo che è stato imboccato da pensatori come Protagora e Socrate, i quali, di fronte alla
crisi dell’antica religione della precedente filosofia cosmologica, erano giunti, sia pure da
angoli visuali diversi, a porsi implicitamente il medesimo problema, quello di riuscire a
trovare dei criteri o dei punti di accordo che, pur avendo la capacità di unire gli uomini, non
pretendessero però di fondersi su qualche realtà extra umana o su qualche verità eterna già
data.
Ma poiché per Platone l’unica via percorribile dopo il relativismo e la restaurazione di
certezze assolute, la dottrina delle idee diviene lo strumento più prezioso e decisivo della
filosofia → Platone può asserire la presenza di strutture o perfezioni ideali che, esistendo
per proprio conto indipendentemente dall’arbitrio degli individui, hanno validità oggettiva e
universale. L’umanismo sofistico e socratico, che poneva nell’uomo e non fuori dell’uomo la
fonte dei giudizi e il criterio del conoscere e dell’agire, risulta messo da parte e sostituito da
una concezione in base alla quale è di nuovo qualcosa di extra umano (le idee e non più gli
dei) a “regolare” l’uomo.
Il relativismo conoscitivo e morale dei sofisti crolla totalmente:
- Per quanto riguarda la conoscenza, i Saturn ad avere un valore assoluto e cessa di
essere relativa all’uomo e al soggetto giudicante → la matematica, che in virtù delle
idee matematiche parla un linguaggio che vale per tutti e in tutte le circostanze
- Per quanto riguarda la morale, anch’essa torna ad avere una validità assoluta, in
quanto Platone ritiene che esistano idee-valori che, essendo indipendente dalle
opinioni personali dei costumi dei vari popoli, permettono il filosofo di disegnare un
discorso etico-politico universale.
- Il linguaggio, che i sofisti ritenevano convenzionali capaci di riprodurre le strutture
ultime del reale, torna a caricarsi di un valore assoluto, in quanto fondandosi sulle
idee, che ne formano il perno extra linguistico, risulta capace di rivelarci l’essere e la
verità
LA FINALITÀ POLITICA DELLA TEORIA DELLE IDEE
Il superamento platonico del relativismo conoscitivo e morale e la connessa battaglia
antisofistica rivelano il loro pieno significato nell’ambito della politica.
Platone ritiene che il relativismo, dando libero corso alla disparità e all’uso delle opinioni, non
possa che produrre disordine e violenza, o, al limite, la teorizzazione della legge del più
forte. Di conseguenza, con la dottrina delle idee (e questo è certamente il significato
esistenziale più profondo di tale teoria) Platone vuole offrire agli uomini uno strumento che
consenta loro di uscire dal caos delle opinioni e dei costumi e che li tragga fuori dalle lotte e
dalle violenze in cui la molteplicità dei punti di vista li hai inevitabilmente fatti cadere.
L’assolutismo della teoria delle idee rappresenta in Platone il principale strumento di
battaglia contro il relativismo politico e contro l’anarchia sociale. Da ciò i termini essenziali
dell’equazione risolutiva della crisi: conoscenza delle idee = fondazione di una scienza
politica universale = pace e giustizia tra gli uomini.
Questo implica come ultimo risultato quell’idea di filosofia al potere che rappresenta il punto
di arrivo di tutta la meditazione platonica.
I custodi della città e dello Stato dovrebbero essere i filosofi, dal momento che essi
conoscono bene l’essere, la verità e la giustizia e dunque non sono ignoranti e ciechi come
gli altri.
LA DOTTRINA DELL’AMORE E DELLA BELLEZZA
Il rapporto che il sapere stabilisce tra l’uomo e le idee è chiamato da platone amore o eros.
Il dialogo che più si occupa dell’oggetto dell’amore è il SIMPOSIO, in cui Platone stabilisce
che l’oggetto dell’amore è la bellezza, infatti ogni personaggio descritto nel simposio da
Platone fa un discorso relativo all’amore.
- DISCORSO DI PAUSANIA: Imposta il suo discorso partendo dalla relazione
esistente tra Afrodite ed Eros: infatti non c'è Afrodite senza Eros. Quindi come non
esiste una sola Afrodite, non esiste un Platone Simposio 3/50 solo Eros, ma due: uno
Pandemio, l'altro Uranio. Peculiarità del primo è l'essere volgare e senza ritegno, e
agire alla cieca: è questo l'Eros che amano le persone di poco valore, quelle che si
rivolgono tanto alle donne quanto ai ragazzi, indirizzandosi più al corpo che all'anima;
il secondo poiché non partecipa della natura femminile ma solo di quella maschile è
sublime e celeste, e ha come fine ultimo la virtù. Proprio di questo Amore è il
rapporto onesto e consapevole che si instaura tra fanciullo e adulto ai fini di un
percorso educativo.
- DISCORSO DI ERISSIMACO Pronuncia un elogio a Eros basandosi sulla teoria
precedentemente citata da Pausania, secondo cui Amore è scindibile in due parti;
Eros non esiste solo nelle anime degli uomini, ma anche nei corpi di tutti gli animali e
dei vegetali. E' rivolto verso quelli che sono belli, e pure verso altre cose e altre sedi.
Ciò esplica come questo grande dio estenda il suo potere su ogni cosa sia umana
che divina E' dall'Eros Uranio che deriva la felicità e l'armonia tra le varie parti del
corpo e l'anima; invece dall'Eros Pandemio scaturiscono il disordine e la sofferenza.
- DISCORSO DI ARISTOFANE Propone una storia paradossale: un tempo gli uomini
erano di tre sessi: maschile, femminile e androgino; avevano due volti, quattro
braccia, quattro gambe e due apparati riproduttori ed erano dotati di una forza
straordinaria assimilabile a quella dei Giganti. Zeus temendo la loro potenza decise
di dividerli in due parti cosicché dall'androgino derivarono maschi e femmine che
tendono alla ricerca della loro anima gemella attraverso l'amore eterosessuale. Al
contrario i maschi e le femmine derivati dagli antichi maschi e dalle antiche femmine
ricercano la loro metà nell'amore omosessuale.
- DISCORSO DI SOCRATE Il discorso di Socrate segna una netta cesura nello
svolgimento del dialogo, sottolineata dallo stesso filosofo che si preoccupa di
prendere le distanze dai contenuti dei precedenti discorsi e dai modelli encomiastici
considerati dagli altri oratori. Socrate infatti riformula l’intera questione su un piano
ontologico: è necessario chiedersi cosa sia Eros in verità, e quale sia la sua essenza;
solo così è possibile determinare qual è il vero oggetto a cui l’amore deve volgersi.
Le parole che egli dice però non gli appartengono, ma espongono la dottrina di una
sapiente straniera, Diotima di Platone – Simposio 4/50 Mantinea. Anzitutto Eros non
ha il volto ed i tratti dell’amato, bensì va cercato dalla parte dell’amante: chi ama,
ama ciò di cui è privo, ciò che ancora non possiede. L’amore è per sua natura
segnato dalla povertà e dalla mancanza e costituisce per ogni uomo lo slancio verso
qualcosa estraneo da sé; per questo Eros ha la figura di un povero lacero e scalzo.
Eros non ha bellezza se dunque è vero che si desidera ciò che non si possiede: Eros
è sempre amore e desiderio di eterno possesso del Bene coincidente con l'idea del
bello. Se l’amore è brama di possedere il bene per sempre, è necessario, come
afferma Diotima, che assieme al bene si desideri anche l’immortalità e che l’amore
sia anche amore di immortalità. Ma per tutto ciò che è mortale l’unico mezzo per
ottenerla è la procreazione e la generazione nel bello, sia nel corpo che nell’anima.
La bellezza ha il potere di rasserenare demonio sapiente nome e ignorante foga loro
possiede speranze Bellezzatranne la creatura gravida che le si accosta. Ogni essere
gravido dunque cerca il bello; Diotima in seguito prende a delineare un itinerario
iniziatico attraverso vari gradi che corrispondono ai vari modi di intendere l'Eros,che
porta dall’apprezzamento delle bellezze terrene alla visione del Bello in sé. La prima
fase dell'ascesa al bello è l'amore rivolto a un solo bel corpo e nella persona bella
prescelta si generano bei discorsi. Il passo ulteriore viene dalla riflessione che la
bellezza di un corpo amato è sorella di quella di molti altri corpi attraverso un
procedimento di astrazione che porta dal particolare verso l'universale. Quindi
l'iniziato riconosce che la bellezza ravvisata in un singolo corpo è identica a quella
che è in tutti i corpi: in questo secondo stadio le realtà sensibili partecipano dell'unica
ed assoluta idea di bellezza. Si procede poi nella direzione dell'intellegibile
considerando la bellezza delle anime superiori a quella dei corpi. Al terzo stadio dove
l'esperienza pedagogica si distacca dal modello educativo pederastico del tempo, si
arriva a contemplare la bellezza nelle istituzioni e nelle leggi, implicando anche
un'azione educativa a livello morale e politico. Il quarto gradino prevede il passaggio
alla scienza e segna il definitivo distacco dalle realtà terrene e sensibili..Chi ha
seguito questo percorso è in grado di volgere lo sguardo su quello che Platone
chiama "il grande mare del bello": siamo giunti alla tappa finale dell'ascesa con la
contemplazione della verità che consiste nell'idea del Bello in sé, il quale non nasce
e non muore, è sempre se stesso in un'unica forma e di cui tutte le altre cose belle
partecipano. L'ascesa intellettuale è presentata con la terminologia propria
dell'iniziazione misterica.
La bellezza secondo platone ha gradi diversi: la bellezza di un bel corpo in sè, la bellezza
corporea generale, la bellezza dell’anima, la bellezza delle istituzioni e delle leggi, la
bellezza delle scienze e poi la bellezza in sé che è eterna, perfetta, superiore al divenire e
alla morte, fonte di ogni altra bellezza.
Per amore platonico, si intende non un amore asessuato, ma un amore che è radicato nei
sensi e dunque anche carnale, ma questo è solo un primo stadio dell’amore, che poi per
elevarsi ha comunque bisogno dell’eros. Quindi l’amore platonico è solo lo strumento per
una conoscenza superiore.
IL FEDRO
Si risponde nel dialogo al quesito: come può l’anima raggiungere la bellezza suprema?
L’anima viene descritta come una forza che per sua natura è simile ad una biga, da due
cavalli e da un auriga. L'auriga guida il carro e uno dei cavalli è bello e buono, mentre l’altro
è opposto poiché deriva da opposti. il cavallo bello e buono, quello bianco è irascibile
(anima irrascibile), nel senso che è audace, amante della gloria e deve trascinare con forza
l’anima verso le idee, infatti dal periodo in cui l’anima contempla le idee dipende il tipo
d’uomo che ne deriverà; il cavallo nero rappresenta l’anima concupiscibile, che si
abbandona ai desideri e alla passioni, e trascina verso il basso la biga che è l’anima.
L’auriga che ha il compito di tenere le briglie della biga e guidarla rappresenta la ragione,
quindi l’anima razionale, che dovrebbe appunto condurre l’anima dell’uomo.
Il ricordo delle idee contemplate viene risvegliato proprio dalla bellezza, che ha dunque il
ruolo di mediatrice tra l’uomo caduto e il mondo delle idee. L’eros diventa quindi un
procedimento razionale: dialettica che è allo stesso tempo ricerca dell’essere in sé e
unione amorosa delle anime nell’apprendere. A questo concetto di dialettica Platone
riconduce la retorica, che non è più intesa come una tecnica alla quale sono indifferenti la
verità, e la natura dell’anima che abbiamo di fronte come per i sofisti. platone passa quindi
ad esporre il proprio modello di una “retorica del vero” che cerca il favore degli dei, in cui si
è attenti ai contenuti anche se si abbelliscono con una forma adeguata. ma Platone rimane
sempre dell’idea che la filosofia porti alla verità mentre la retorica si limita a ciò che è
plausibile.