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Schopenhauer

filosofia di Schopenhauer

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Il tradimento di Kant secondo Schopenhauer emerge chiaramente nel suo lavoro "Il Mondo

come volontà e rappresentazione". Schopenhauer riconosce il merito principale di Kant nella


distinzione tra fenomeno e cosa in sé, affermando che la nostra percezione del mondo è
possibile grazie a strutture a priori che organizzano il materiale sensoriale. Queste strutture
rendono la nostra conoscenza del mondo una rappresentazione fenomenica, filtrata
attraverso le forme della sensibilità e dell'intelletto.

La tesi di laurea di Schopenhauer, "La quadruplice radice del principio di ragion sufficiente",
costituisce la premessa del suo sistema filosofico. In essa, egli sostiene che l'intelletto,
grazie alla forma a priori, concepisce le sensazioni corporee come effetti che devono
necessariamente avere una causa esterna, interpretando il principio di ragion sufficiente
come il principio di causalità. Questo rappresenta una revisione della dottrina kantiana,
evidenziando il ruolo centrale della causalità nelle rappresentazioni dell'intelletto.

Schopenhauer accetta la prospettiva kantiana delle forme a priori della conoscenza, come
spazio e tempo. Tuttavia, aggiunge la categoria della causa come una delle forme pure,
riducendo così le categorie dell'intelletto a questa triade. Spazio, tempo e causalità
diventano le forme a priori della conoscenza umana, permettendo l'individuazione univoca di
ogni oggetto.

In sintesi, Schopenhauer sviluppa e tradisce simultaneamente la filosofia kantiana. La sua


interpretazione del principio di ragion sufficiente come principio di causalità, unita
all'introduzione della causalità come forma pura della conoscenza, rappresenta una
trasformazione significativa della dottrina originale di Kant. Pur mantenendo alcune
fondamenta kantiane,
Schopenhauer ridefinisce e amplia il sistema, dimostrando come il
tradimento possa essere, in certi casi, un contributo innovativo alla filosofia.

Schopenhauer si discosta da Kant, sostenendo che la distinzione tra fenomeno e cosa in sé,
che per Kant non deprezzava la conoscenza del mondo, diventa per Schopenhauer il punto
cruciale in cui la filosofia diverge. Schopenhauer afferma che l'impossibilità umana di
percepire la realtà in sé stessa porta a vivere in un mondo illusorio. Il mondo fenomenico,
definito come "come rappresentazione", diventa, secondo Schopenhauer, una pura
apparenza, una realtà ingannevole, un miraggio chiamato "Maya", il velo dell'illusione.

Schopenhauer recupera il termine sanscrito "Maya," associato alla creazione divina nella
teologia induista, per indicare l'illusione creata dal mondo fenomenico che copre e nasconde
la realtà delle cose come un velo.

La filosofia autentica, per Schopenhauer, deve essere una forma di idealismo, ma in un


senso diverso rispetto a quello hegeliano. Essere idealisti, per lui, significa ritenere che il
processo della conoscenza si svolga interamente all'interno del soggetto, poiché il mondo
esterno può essere conosciuto solo come rappresentazione del soggetto.

Schopenhauer introduce un'allontanamento ulteriore da Kant, sostenendo che esista una via
di accesso alla realtà noumenica, ovvero alla verità dietro l'apparenza illusoria del mondo
fenomenico. Questa via è offerta dall'esperienza corporea. Schopenhauer sostiene che il
corpo, sebbene percepito come fenomeno attraverso le forme pure della conoscenza, ha
uno status particolare. Nell'autocoscienza, il corpo è conosciuto in modo diverso rispetto alla
sua percezione fenomenica. Grazie all'autocoscienza, diventiamo consapevoli della
simultaneità tra i nostri movimenti e gli atti della volontà, identificando i movimenti del corpo
come manifestazioni della volontà. In questo modo, il corpo funge da porta tra la dimensione
illusoria della rappresentazione e la dimensione reale della volontà.

Schopenhauer identifica la cosa in sé con la volontà, definendola come la "pietra angolare"


della sua filosofia. Questa volontà va oltre una mera facoltà della mente umana; è piuttosto
una forza universale, denominata "volontà di vivere," che anima l'intera realtà. La volontà è
la base metafisica della realtà e si distingue dagli oggetti fenomenici per la sua mancanza di
posizione spaziale e temporale, essendo unica e universale.

Schopenhauer sostiene che la volontà si manifesta in tutto ciò che esiste, inclusi esseri
umani, animali, piante e persino nella natura inorganica. Questa volontà è evidente nelle
forze che governano la crescita delle piante, la formazione dei cristalli e altri fenomeni
naturali. L'autore utilizza il concetto di "Maya" come velo di illusione che nasconde la realtà
delle cose nel mondo fenomenico.

Nel mondo animale, la volontà di vivere si manifesta attraverso comportamenti involontari


che mirano alla conservazione individuale o della specie. Schopenhauer sottolinea che la
respirazione stessa è un esempio evidente di questa volontà di vivere.

Schopenhauer introduce il concetto di "principio di analogia" per comprendere come anche


nel mondo inorganico si manifesti la volontà di vivere. Attraverso analogie con la forza
magnetica, la gravità e la formazione dei cristalli, sostiene che la volontà di vivere si estende
a tutto ciò che esiste, anche se in forme meno evidenti.

La teoria schopenhaueriana della volontà propone una metafisica della natura che si
propone di completare le indagini delle scienze naturali. Schopenhauer affronta la sfida di
conciliare l'unicità della volontà con la molteplicità delle sue manifestazioni fenomeniche.
Propone che la "differenziazione" della volontà avvenga attraverso le idee, considerate
archetipi o modelli delle possibili oggettivazioni della volontà. Queste idee esistono al di fuori
dello spazio e del tempo, sono immutabili ed eterna e sono gerarchicamente disposte,
manifestandosi in varie forme nella natura inorganica, organica e umana. La volontà umana
rappresenta il grado più alto di questa gerarchia.

Schopenhauer presenta la volontà come una forza universale, irrazionale e priva di scopo,
sfuggendo a spazio, tempo e causazione. La volontà, nell'ambito fenomenico, si manifesta
attraverso la costante lotta e sopraffazione tra gli enti per la sopravvivenza. Questa
concezione metafisica porta a una visione pessimistica della vita, in cui tutte le creature
sono condannate a vivere nel dolore fino alla morte.

La teoria di Schopenhauer suggerisce che la sofferenza sia la legge immanente


dell'universo, con l'intero mondo naturale caratterizzato da una lotta continua per la
conservazione. L'aspetto irrazionale della volontà si traduce in una visione profondamente
pessimistica, dove ogni essere oscilla tra il dolore, causato dalla tensione del desiderio, e la
noia, derivante dall'assenza di un fine da raggiungere.
Nella prospettiva di Schopenhauer, la vita umana è un pendolo tra dolore e noia, poiché il
raggiungimento di un obiettivo offre solo una gratificazione temporanea. Questa visione
pessimistica si oppone alla concezione razionalistica e ottimistica di Hegel sulla storia come
progresso guidato dalla Ragione. Per Schopenhauer, la storia è piuttosto un ciclo eterno di
tragedie senza una direzione o finalità evidenti.

L'autore suggerisce che la vita è dominata da un principio irrazionale e che la storia mostra il
ripetersi costante delle stesse tragedie senza progresso reale. Nelle parti successive del suo
lavoro, Schopenhauer esplora la possibilità di liberarsi dalla volontà e, di conseguenza, dal
dolore intrinseco alla vita.

Schopenhauer affronta la questione della sofferenza umana, escludendo il suicidio come


soluzione, poiché sarebbe un trionfo della volontà sulla persona. Propone invece due vie per
liberarsi dalla sofferenza: l'arte e l'etica. Nell'arte, il soggetto contempla le idee, forme di
oggettivazione della volontà, permettendo una temporanea liberazione dalla volontà
individuale. L'etica, invece, mira a cessare il desiderio.

L'arte, secondo Schopenhauer, è una forma superiore di conoscenza rispetto alla scienza,
consentendo la contemplazione delle idee e portando il soggetto fuori dallo spazio e dal
tempo. L'artista, nel creare, diventa un "lucido specchio dell'essenza del mondo". La musica
è particolarmente elevata poiché permette l'intuizione dell'essenza intima di ogni fenomeno,
la volontà stessa.

Il sistema delle arti di Schopenhauer riflette la gerarchia degli stadi di oggettivazione della
volontà, con l'architettura a livello più basso e la musica come la forma d'arte più nobile e
universale, in grado di offrire un contatto con la radice metafisica del mondo. La tragedia è
considerata la manifestazione più alta della poesia, in quanto mostra chiaramente la lotta
della volontà con sé stessa.

Schopenhauer considera l'arte come un "sedativo della volontà". La contemplazione delle


idee, forme di oggettivazione della volontà, consente di sospendere la volontà stessa,
ponendo temporaneamente fine alla tensione, ai desideri e alla lotta per resistere alle
volontà altrui. Tuttavia, questo effetto agisce come un analgesico, alleviando
temporaneamente la sofferenza ma senza risolvere definitivamente il problema.

L'arte agisce come un "sedativo della volontà", un modo per distogliere temporaneamente
l'individuo dalla lotta incessante della volontà. Tuttavia, questo effetto è transitorio, e una
volta che l'esperienza estetica finisce, la volontà riprende la sua azione, riportando il dolore
con sé.

La vera liberazione dalla sofferenza, secondo Schopenhauer, richiede l'etica. Nel suo ultimo
libro nel "Mondo come volontà e rappresentazione", il filosofo si dedica a esplorare il tema
dell'etica come la via per la liberazione dalla volontà e, di conseguenza, dalla sofferenza.

Schopenhauer sviluppa una prospettiva etica divergente da quella di Kant, poiché la sua
concezione della volontà come una forza irrazionale e cieca inverte il rapporto tra intelletto e
volontà. Mentre Kant afferma che l'uomo è libero quando la volontà è determinata dalla
ragione, Schopenhauer sostiene che l'intelletto è sottomesso alla volontà, la quale è l'unica
veramente libera.

Per Schopenhauer, l'etica trova la sua radice nel sentimento di compassione piuttosto che
nell'imposizione di un imperativo categorico. La compassione permette di superare la
distinzione soggetto-oggetto, consentendo di riconoscere negli altri la stessa sofferenza che
caratterizza tutti i viventi. Da questa compassione emergono i comportamenti morali.

La giustizia nasce quando l'uomo, motivato dalla compassione, riconosce gli altri come
manifestazioni dell'unica volontà di vivere, cessando di considerarli solo come oggetti e
frenando l'affermazione della propria volontà. La compassione può anche spingere verso
comportamenti attivi di benevolenza, nza, denominati carità o agápe, che rappresentano un
amore disinteressato, contrario alla tendenza egoistica di autoconservazione.

Schopenhauer contrasta l'agápe con l'éros, che per lui rappresenta un amore egoistico
legato all'impulso sessuale e mirante alla sopravvivenza della specie. Questo dualismo
esprime la lotta tra la volontà di vivere e la possibilità di superare l'egoismo attraverso
l'amore disinteressato e la compassione.

Schopenhauer propone la cessazione totale della volontà come via per liberarsi
completamente dal dolore dell'esistenza. Questo percorso inizia con la consapevolezza della
sofferenza intrinseca all'esistenza, dove l'uomo riconosce un mondo caratterizzato da
annientamento continuo, sforzo inutile, contraddizione interna e sofferenza incessante. La
presa di coscienza di questa realtà porta l'individuo a negare ogni singola manifestazione
della volontà.

Questo processo ascetico implica la negazione di bisogni e impulsi fondamentali, come la


fame, l'impulso sessuale, la tendenza al possesso di beni e l'istinto di sopravvivenza.
Attraverso pratiche come il digiuno, la castità, la povertà e l'abnegazione, l'uomo cerca di
raggiungere la noluntas, l'assenza totale di volontà, che costituisce l'apice di questo
percorso di ascesi.

Schopenhauer riconosce che queste pratiche ascetiche hanno radici in molte delle principali
religioni, dal cristianesimo al buddismo. Tuttavia, mentre nel contesto cristiano l'ascetismo è
spesso finalizzato a cercare un contatto con il trascendente e con Dio, nell'approccio
schopenhaueriano, la dimensione trascendente è completamente assente. L'ascesi si
configura come uno stato di estasi in cui l'annullamento della personalità e la soppressione
della distinzione soggetto-oggetto portano a un'esperienza soggettiva, incomunicabile e
priva di conoscenza, in cui l'individuo si confronta con il nulla.

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