Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
16 visualizzazioni4 pagine

U 1

Caricato da

jijo986
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
16 visualizzazioni4 pagine

U 1

Caricato da

jijo986
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

inizio romanzo l’autore dedica una lunga trattazione al Quartiere BRERA; ne ripercorre l’origine

terminologica e si
sofferma a descriverne nel particolare alcune costruzioni. E’ una zona della città che il personaggio vive
intensamente
de dove svolge le sue ricerche. A Brera trascorre momenti sereni, gli unici, perché Brera è un’isola
“ciottolosa”
“tranquilla e tutta nostra”, “per tacito consenso quella era la nostra isola la nostra cittadella”; un
quartiere
dall’atmosfera Bohémienne in cui è più facile intrattenere rapporti di amicizia; Carlone, Ugo, Mario.
Relazioni anche se
superficiali che appaiono, però, una consolazione nel mare di solitudine di Milano che, minacciosa,
incombe.
Nel quartiere c’è PALAZZO BRERA in cui trovano sede: la BIBLIOTECA BRAIDENSE, la PINACOTECA “dove
si conserva un
famosissimo Cristo, grosso e grigio, coi piedoni avanti, e morto, morto senza speranza di resurrezione”.
Ci sono
l’OSSERVATORIO ASTRONOMICO, l’ORTO BOTANICO e l’ACCADEMIA, la scuola di belle arti. Ma ci sono
anche la chiesa
di San Fruttuoso; “Sconsacrata da chissà quanto e buona nemmeno più per l’archivio di Stato che prima
c’era (….). La
navata è ingombra ormai di legname sfasciato e imporrito, e del vecchio archivio resta appena una fila di
colombai”. E’
un palazzo nuovo; “pieno di gente che da mattina a sera fattura la produzione metalmeccanica”.
Sopravvivono i
ristoranti (Bersagliere, Quattrino), le latterie in cui ordinare anche mezza spaghetti e basta, i caffè (delle
Antille, della
Braida). Brera è un piccolo universo in cui si conserva la memoria di un passato denso di cultura, arte,
tradizioni. Ma
anche questo patrimonio di storia è sulla soglia della sparizione, come gli archivi già smantellati e
minacciati dalla
presenza dei nuovi palazzoni. Brera mantiene la dimensione del paese, un microcosmo in cui le
macchine non
spadroneggiano come in altri quartieri, anzi, vi accedono in rispettoso silenzio. Qui si costruiscono
relazioni,
frequentazioni quotidiane. Brera è il paese che sta per scomparire sommerso dai fumi della moderna
città
metropolitana,
PRIMO CAPITOLO
Tutto sommato io darei ragione all’ADELUNG (linguista tedesco), perché se partiamo da un alto-tedesco
Breite il
passaggio a Braida è facile. Altre ipotesi, che cioè all’origine ci sia un bassolatino Braida, o un latino
classico Praedium,
hanno per me interesse minore, e in quanto al significato concordano tutte, comunque. Campus ve
lager suburhanus
in Gallia Cisalpina. Insomma uno spiazzo vicino all’abitato, un pezzo di verde dove si tenevano le fiere
di bestiame e
magari ci bazzicavano le prostitute, a notte. Ora accanto allo spiazzo nostro c’erano le case di una tal
Adalgiso Guercio,
la gente continuava a dire la “Braida del Guercio”. Il pio Adalgiso fece dono delle sue case all’ordine
degli Umiliati; in
quelle case del Guercio misero la loro prepositura che poco dopo l’ordine si estinse e che la Braida passò
al cardinale
arcivescovo monsignor Chiesa. Più tardi un sant’uomo, Carlo Borromeo destinò là dentro i compagni di
Gesù, che vi
tennero la loro casa insegnante. Intanto la vecchia Braida del Guercio era diventata un palazzo e più
precisamente
un’ala del palazzo odierno, cioè della Pinacoteca di Brera. Nel 1773 i compagni di Gesù si
accompagnarono e così quelli
della Braida smisero di insegnare e proprio allora la cattolicissima imperatrice Maria Teresa riunì là
dentro il lascito
librario del conte Pertusati, la vecchia biblioteca dell’ordine, altre raccolte minori e aprì alla cittadinanza
colta una
nuova fonte del sapere. Queste cose io le ho imparate perché amo documentarmi e non parlare mai a
casaccio. Ci
entravo ogni volta con una specie di trepida ansia; mi intimoriva la sala dei cataloghi, fra i grossi volumi
dei vecchi
repertori manoscritti e le cassettine dei nuovi accessi, mi intimoriva il grosso ritratto dell’imperatrice,
paffuta e vestita
di nero, con in mano una cartapecora che non guardava, perché teneva fissi su di me gli occhi materni,
anzi nonneschi.
Mi intimoriva lo sguardo di questa nonna pasciuta, serissima e forse un po’ avara, che occupava mezza
parete in mezzo
alle scaffalature altissime, su fino alle volte con graffiti i ritratti di Virgilio, Orazio, Lucano eccetera. E con
una punta di
angoscia consegnavo il talloncino giallo delle richieste agli impiegati dietro il bancone. Questi giovani
addetti alla
consegna dei libri in lettura erano quasi tutti mutilati alle mani; a chi mancava un dito a chi due, a chi
tutti e cinque.
Qualcuno aveva la mano di legno e cuoio dentro il guanto nero, ferma e secca nella positura di chi te la
offre alla
stretta, ma senza poterla stringere, Né poter segnare sulla scheda di richiesta il numerino
corrispondente al tuo nome:
tanto vero che qualcuno aveva dovuto imparare a scrivere con la mano buona, cioè a scrivere con le tre
dita residue
della mano sinistra, oppure ad aiutare il moncherino intervenendo con la bocca. E io sinceramente mi
sentivo in colpa
d’aver chiesto il libro e di costringere questo pover’uomo a un simile sforzo. Le schede di richiesta
sparivano dietro una
porticina e qualcuno certo saliva su per soffitte o soppalchi a cercare il libro polveroso. Mi hanno detto
che i depositi
della biblioteca erano e sono stipatissimi, accessibili per passaggi e cunicoli stretti e bassi che un uomo
di normale
statura difficilmente li raggiungerebbe. Ecco perché la direttrice della biblioteca utilizzata per il
ritrovamento dei libri
altri uomini di piccola statura (così mi hanno detto, io non l’ho mai visto). Anche i lettori abituali non
riuscivano a
calmare i miei rimorsi; mentre ero in attesa del mio libro, vedevo sfilare ora una ragazza paraplegica, ora
un vecchio coi
capelli bianchi, scomposti e il capo torto da un lato, ora un infermo sulla carrozzella da invalido, spinta
da una donna
vestita di nero con su una cuffia, che la faceva sembra una monaca. Non vedevo l’ora di varcare la porta
a vetri e
Descargado por JJ James (jijo986@[Link])
lOMoAR cPSD| 31594310

scendere per l’ampio scalone. Tutt’altra cosa,


là fuori. I gradini erano larghi e comodi, tagliati per piedi cardinalizi. Ora, tante cose io invidio ai
cardinali, ma più di
tutto le scarpe, che sono morbide e larghe, così le dita ci stanno ben distese e slargate nelle calze di seta
rosse, senza
duroni, né accavallamenti del terzo sul secondo dito, né unghie incarnite come succede a noialtri laici. A
scendere
quello scalone capivi di aver sbagliato chissà quante scelte importanti, in vita tua; nemmeno il passo era
giusto,
inadeguato per vita dei calzoni. Erano scalini da scendere in tonaca con piede posato e solenne e
comodo. Alla scolta
della prima rampa una vaschetta di bronzo appesa al muro avvertiva gli entranti di spegnere il sigaro.
C’era da
percorrere un passaggio a volte altissime, fiancheggiato da tante statue, calchi o copie di nudi classici,
mutili nel sesso
quelli maschili, non so se per ira dei compagni di Gesù o se per beffa dei ragazzi che frequentavano le
belle arti. La luce
ti coglieva giù in fondo, dove il passaggio buio sbocca nel cortile. C’è subito una fontanella con
mascherone che tiene in
bocca un tubo ricurvo in giù; tu premi un bottone e attingi col ramaiolo di ferro stagnato. Mi fermavo
sempre a bere,
prima di dare un’occhiata intorno al cortile quadrato pieno di archi, colonne e statue. Principalmente
erano busti ma ai
personaggi importanti era toccata la statua intera in piedi con la gamba sinistra piegata in avanti; e
siccome le statue
erano messe proprio a filo con le arcate, mentre il resto della figura si era coperto di fuliggine, un
ginocchio restava
bianco grazie al continuo dilavamento delle acque piovane; nelle mani tenevano, secondo il loro
mestiere, chi una
sfera, chi un cartiglio. Al centro del cortile sorgeva la statua in bronzo di NAPOLEONE, nudo con le
natiche tonde,
robusto, con ambedue le mani occupate, la destra da una vittoria alata, ritta in punta di piedi sopra una
sfera, la
sinistra su una pertica, forse una lancia spuntata, io non so bene. Io ho parlato diffusamente della
biblioteca perché lì mi conducevano spesso i miei scrupoli di giovane erudito, ma ci sarebbe da dire
anche della
pinacoteca dove si conserva un famosissimo CRISTO, grosso e grigio, coi piedi avanti, e morto, morto
senza speranza di
resurrezione; o dell’Osservatorio astronomico, o dell’Orto botanico ricco di piante tropicali rare, che
crescono
nonostante il freddo e l’umido, grazie a chissà quale miracolosa combinazione di muri e giri d’aria calda.
Basti pensare
che nella baracchetta per le zappe e le vanghe del giardiniere aveva trovato alloggio Gaetano, il pittore
di Napoli. Una
baracca piena di fessure, eppure Gaetano si manteneva vegeto e rosso in viso. Verso mezzogiorno si
allontanavano gli
alunni, con i capelli lunghi e le ragazze con il mongomeri e la chioma raccolta a cosa di cavallo. Le vedevi
sostare
accanto ad una colonna, indugiare sul portale, un insieme di macchie colorate con sullo sfondo l’abside
della chiesa di
San Fruttuoso, sconsacrata da chissà quanto; la navata era ingombra ormai di legname sfasciato, i muri
scrostati con i
pochi graffiti ammuffiti, ma l’abside stava in piedi. L’hanno lasciata in piedi perché faccia da sfondo fra i
due
parallelepipedi di vetro e cemento lustrato di un palazzo nuovo pieno di gente che da mattina a sera
fattura la
produzione metalmeccanica. Anche da lì a mezzogiorno uscivano molte persone, ma erano diversi; tetri
e aggobbiti gli
uomini, ritte e secche le donne; tutti sembravano voler fuggire da lì e infatti filavano via senza guardarsi
attorno. In
quel punto la via Adelantemi continua ciottolosa e passa dinanzi a un bottegone di antiquario, tre o
quattro ristoranti
dome mangiavamo noi cambiando porta secondo i soldi che avevamo in tasca; il Quattrino era il più
economico, non
c’era il coperto e la pastasciutta tela scodellavano con le mani in quel buco di cucina; poi la latteria delle
tre pie donne,
così fiduciose nella provvidenza e nel prossimo che spesso noi si riusciva a pagare la metà di quel che si
era mangiato;
infine il Bersagliere, riservato per i giorni dello stipendio, un ristorante toscano. Più avanti c’erano due
bordelli.
Era una strada tranquilla e tutta nostra; il traffico quasi non c’era ed anche in via della Braida, che pure
centrale e
frequentata, le auto sembravano riconoscere che questa era

Potrebbero piacerti anche