FILOSOFIA
FILOSOFIA
Motivazione del perché lo studio della filosofia sia importante nell’ambito psicologico.
Motivazione del perché lo studio della filosofia sia importante come interclasse.
Quali sono i passaggi necessari affinché ci si possa mettere in ascolto correttamente con i filosofi del passato.
Un significativo esempio di tale concetto è questo: la filosofia nasce inizialmente dalla meraviglia e dallo
stupore, ma noi oggi siamo ancora realmente in grado di stupirci e meravigliarci di qualcosa?
Oggi sembra che l’elemento della meraviglia sia associabile solo all’ambito della SCIENZA, unica materia
in grado di portare alla meraviglia, quando, in realtà, non è così. La riflessione
filosofica è di fondamentale importanza e ancora attuale, ad esempio le questioni intorno alla felicità e alla
realizzazione personale non sono più legate al concetto di utile, ma sono legate al concetto di senso. (Ricerca
condotta sulla gen Z circa i concetti di felicità e realizzazione). A differenza delle generazioni passate i
giovani d’oggi non desiderano più una ricompensa monetaria per un lavoro svolto, ma prediligono una
ricompensa di tipo immateriale, ovvero di qualità relazionale. I giovani, quindi, trovano una ricompensa in
termini di benessere ambientale piuttosto che materiale.
҉ “Siamo andati avanti così rapidamente in tutti questi anni che ora dobbiamo sostare un attimo per
consentire alle nostre anime di raggiungerci” (M. Ende, La storia infinita)
o Questa frase è adeguata al nostro contesto, finendo anche con quello che in ambito psicologico si chiama Burn
Out. In questo contesto gli esseri umani sono visti come unione di processi cognitivi, di prestazioni ed azioni.
Per gli antichi, invece, gli esseri (animali e umani) non possono essere visti come separati dall’essere. Lo
studio degli antichi riporta ad una radicalità dell’essere inteso come di portata ONTOLOGICA.
o ҉ “Guardiamo ai fatti: la vita è un gioco che finisce sempre a punteggio zero, e la politica è il nostro modo
di decidere chi vince e chi perde. E, che ci piaccia o no, siamo tutti giocatori. Non è il rispetto, ma la paura a
muovere l’uomo; è così che si fondano gli imperi e cominciano le rivoluzioni. Quando un uomo ha paura lo
puoi schiacciare, distruggere completamente, e alla fine otterrai sempre il suo rispetto” (M. Dobbs, House of
Cards)
La questione antropologica è strettamente legata alla questione politica dove la politica non è un elemento
accessorio dell’uomo, ma costitutivo. La sfera politica infatti è elemento costitutivo e fondante della natura dell’uomo
ed è il compimento della propria postura formale.
A) Di un concetto, quello di ANIMA, che i Greci hanno ripreso, sistematizzato, sviluppato in un modo che è
rimasto centrale per tutta la storia occidentale Il concetto di anima ha spazio oggi, o non è
scientificamente formulabile in quanto solamente spirituale?
B) Di un concetto, quello di POLITICA, che i Greci hanno costruito per primi intorno alla polis, dal quale è poi
passata l’intera riflessione che ha condotto all’Europa moderna. Il concetto di polis è scaduto, o è
ancora credibile come modello?
“Il problema della definizione dell’uomo è uno dei più sconcertanti. Affermare che l’uomo è un bipede
implume significa classificarlo insieme ai polli spiumati, ai canguri, ai gerboa. È un gruppo, come si vede,
piuttosto eterogeneo e che potremmo estendere come ci pare senza illuminare maggiormente la vera natura
dell’uomo. Certo è che non è il caso di dire che l’uomo è un animale provvisto di anima. Sfortunatamente
l’esistenza dell’anima, qualunque cosa si voglia indicare con questo termine, non è accessibile ai metodi
scientifici del comportamentismo” (N. Wiener, Introduzione alla cibernetica).
Nell’estratto è citato Aristotele, egli compì un lavoro scientifico di elencazione delle caratteristiche universali
della natura umana e di ciò che viene chiamato UMANO. Essenzialmente egli sostiene che gli uomini sono
degli animali dotati di un logos (pensiero + linguaggio), senza il quale non ci sarebbe civiltà.
“Ecco un gruppo di persone in piazza Saint-Germain; aspettano l’autobus alla fermata davanti alla chiesa.
Prendo qui il termine GRUPPO in senso neutro: si tratta di un assembramento di cui non so ancora se sia, in
quanto tale, il risultato inerte di attività separate, o una realtà comune che determina, in quanto tale, gli atti di
ognuno, oppure un’organizzazione convenzionale o contrattuale. Queste persone- diverse per età, sesso,
classe e ambiente- realizzano nella banalità quotidiana il rapporto di solitudine, di reciprocità e di
unificazione dall’esterno che caratterizza, ad esempio, i cittadini di una grande città, in quanto si trovano
riuniti, senza essere integrati dal lavoro, dalla lotta o da ogni altra attività, in un gruppo organizzato che sia
loro comune… si tratta di una pluralità di solitudini: queste persone non si preoccupano le une delle altre, non
si rivolgono la parola e, in generale, non si osservano; esistono fianco a fianco intorno a un palo di
segnalazione”. Secondo Sartre ciò che fornisce la definizione di un gruppo ad un assieme di persone è un
elemento esterno, in quanto non c’è nulla di simile tra solitudini. Secondo Aristotele, invece, è la comunione
di discorsi e pensieri che rappresenta l’elemento di comunione tra solitudini plurali.
La disciplina studia l’insieme della struttura umana, considerando la natura e la sua identità, al fine di
estrapolarne alcune caratteristiche fondanti e sovrastoriche, per poi riflettere su esse. Le posizioni sulla natura
dell’uomo sono diverse, alcune sostengono che la natura umana sia intendibile come “struttura a sé stante”
(posizione tipicamente antica dove si sostiene che esista un’essenza generale ulteriore alle singole identità),
altre sostengono che la natura dell’uomo è un prodotto dato dall’intreccio di strutture umane e realtà
storiche (posizione settecentesca che si radica maggiormente nel 900’. Il concetto viene perfettamente esposto
nel saggio della Arendt “Vita Attiva”, nel quale si discute di condizione umana anziché di natura umana, in
quanto la seconda sia estremamente difficile da cogliere nella sua interezza).
Bisogna cambiare la visione che noi abbiamo degli esseri umani, liberandoci dall’idea che essi possano essere
definiti passando unicamente da letture riduzionistiche (noi come soli prodotto di neuroni, bisogno di comunità
come puro processo biologico etc…) e soprattutto uscire dall’idea che la riflessione razionale sia qualcosa che
ha a che fare solo con il particolare. Lo studio degli autori classici conduce alla realizzazione che questo tipo di
riflessione, ovvero circa l’uomo e la realtà, possa essere relativo anche a questioni universali.
Spogliarsi dalla convinzione che esista solo uno sguardo scientifico e matematico sulla realtà cercando di
mettersi in contatto con il concetto di ANIMA tipico degli antichi.
Spogliarci dell’idea che la dimensione politica sia una dimensione di “costruzione combinata” di una serie di
bilanciamenti volti a lasciare spazio a delle libertà di autodeterminazione (paradigma liberale). Al giorno
d’oggi la politica non viene vista come parte integrante umana, ma come mero strumento per arbitrare il
traffico relazionale e fornire all’uomo un’ampia fetta di libertà nella quale egli, per sua capacità naturale, è in
grado di giostrarsi completamente. Per gli antichi, invece, il nesso che esiste tra uomo e politica è molto
diverso e si giostra su di un paradigma relazionale. Questo può tornare utile in quanto ultimamente c’è una
richiesta maggiore di comunità.
Uscita della filosofia dall’universo del mito paragonata all’uscita della filosofia dalla scienza. La filosofia si
allontana dal mito (inteso come dimensione narrativa) pur non screditandolo in quanto sostiene che l’utilizzo
del logos è estremamente funzionale per parlare della realtà in termini razionali.
Entrando nella filosofia antica ci si imbatte con due esercizi di demitizzazione, quella
scienza diventata mito e quello del mito antico. Il compito della filosofia è stato quello di
sradicare l’analisi del reale dal concetto di mito e distogliere l’idea che esista solamente la
dimensione scientifica come spiegazione. Le scienze naturali e la filosofia sono
effettivamente due scienze entrambe , in quanto anche la seconda permette di analizzare
l’intero tramite un discorso logico e razionale. La differenza tra le due, però, consiste nella
capacità della filosofia di descrivere e cogliere l’intero (entità certamente legata alle cause
prime e particolari) senza ridurlo a pure formule, azione tendenzialmente propria della
scienza. La filosofia, quindi, permette di studiare l’uomo sia nella sua dimensione particolare
che nella sua dimensione di ulteriorità umana superiore alle singole personalità.
COS’È LA FILOSOFIA
In questi territori nasce una riflessione e speculazione, diversa da quella degli egizi che osservavano le conoscenze dal
punto di vista del loro fine essenzialmente pratico.
IL PENSIERO GRECO NASCE IN UNA PROSPETTIVA DIVERSA: È un pensiero che non risponde a finalità
pratiche, non risponde a finalità particolari, ma si configura per un tratto di originalità: non serve a niente e a nessuno.
Non ha obiettivi pratici.
La filosofia greca si vuole configurare come scienza perché ha uno sguardo sulla totalità, si configura come scienza in
virtù del fatto che non ha finalità pratiche o prestazionali.
Ha un senso molto diverso ad oggi rispetto al senso che aveva per i greci. Noi usiamo la parola speculazione per
intendere un’azione che è volta a strumentalizzare persone o cose per un fine specifico non sempre giusto.
Tuttavia, abbiamo constatato che esistono alcune realtà dalle quali i Greci ricavarono delle conoscenze scientifiche che
però rielaborarono totalmente, vale a dire le conoscenze matematico-geometriche egizie, che originariamente puntavano
ad un concetto di praticità, e quelle astronomiche babilonesi. Dunque, la filosofia nasce in Grecia in quanto primo
territorio in cui appare una speculazione sul mondo: iniziano a sparire gli obbiettivi pratici-prestazionali e l’interesse si
configura nella non-finalità delle cose. Per i greci la speculazione consisteva nella riflessione gratuita e inutile (senza
scopi) su ciò che è, totalmente disinteressata e soprattutto essenziale in quanto coltiva la possibilità di uno sguardo
razionale su tutto SENZA una necessità. Possiamo quindi enunciare che la filosofia sia del tutto un pensiero LIBERO in
quanto non assoggettato alla praticità. Per capire la filosofia di un popolo/civiltà bisogna considerare arte, religione e
condizioni sociopolitiche di quest’ultimo: tutti gli elementi elencati altro non fanno che condizionare il nascere di
determinate idee andatesi a stabilire come portanti della filosofia in questione.
Vale a dire contemplativo, che ricerca la verità in sé e nel suo contenuto. Come afferma Aristotele nella Metafisica I, gli
uomini iniziarono a filosofare per mezzo della loro stessa meraviglia di fronte alla realtà, ma con l’unico fine di s apere.
E dunque, la filosofia nasce dallo stupore per ciò che sfugge alla conoscenza umana, in quanto ciò che ci interessa è la
conoscenza di essa stessa.
Quindi, TEORETICO= il pensiero alla ricerca della verità del suo contenuto.
PANORAMA PRESOCRATICO
La filosofia che nasce dalla meraviglia si qualifica come un intermediario alla ricerca di senso= una ricerca che prova a
costruire ponti (cioè attraversa la distanza tra il limite che appartiene alla nostra conoscenza e la dimensione assoluta
della verità). Il ponte tra l’uno e i molti. La filosofia è sapere contemplativo che prova a costruire ponti
per cercare di stare in contatto con la verità.
Queste tre coordinate ci forniscono gli input da cui il pensiero filosofico si è formato.
MITO: vuol dire racconto e con questa parola i greci definiscono la narrazione di quegli avvenimenti che hanno
come protagonisti il mondo divino e umano e sono la prima forma di rappresentazione della realtà. È la maniera in cui
gli uomini provano a raccontare la realtà, in un linguaggio diverso dalla sua spiegazione razionale. Di fatto tutte le
tradizioni poggiano su miti fondativi e quindi su grandi che racconti che ci dicono ciò che ci sfugge, dal punto di vista
temporale e razionale. Il mito si mette in relazione col logos perché questi racconti hanno la stessa ambizione di totalità
del pensiero filosofico. È un tentativo di rappresentare la realtà e di dar conto dell’intero, ma non avviene sul
terreno della spiegazione razionale. (PUNTO DI ROTTURA)
LOGOS: è la parola che i greci coniano con una specificità unica per definire la nostra capacità di pensare e
dire la realtà in modo razionale ovvero dando ragione di essa e non racconto di essa.
Il logos introduce una luce diversa rispetto al mito che era confinata sotto alla narrazione. La filosofia, infatti,
VUOLE portare alla luce il nascosto. Il logos è la maniera con cui portiamo luce razionale alla realtà e lo facciamo
senza dover ricorrere a una narrazione altra che fonda il logos stesso. E noi essendo animali dotati di logos, siamo
protesi alla conoscenza. Il pensare che è accostato al filosofare è ciò che qualifica ogni essere umano.
I POEMI OMERICI: sono stati la grande letteratura tragica e prima della nascita della filosofia, il luogo
educativo per eccellenza dei greci.
1) Sono poemi traboccanti di meraviglia. L’immaginazione si struttura in eventi fantastici secondo un senso di
armonia. I poemi sono la rappresentazione letterale di un ordine che ha una sua logica e che pur attraversando
il mostruoso si rimette in un’armonia complessiva.
2) Nella poesia di omero c’è una costante= ARTE DELLA MOTIVAZIONE, ovvero omero non narra solo una
catena di fatti ma ne ricerca le ragioni. Ogni evento riceve una sua motivazione.
Il poema omerico è quindi il punto più alto che può raggiungere una rappresentazione NON scientifica del nesso causa-
effetto.
Bisogna fare una distinzione tra religione pubblica e religione dei misteri:
1) RELIGIONE PUBBLICA: religione che risponde all’idea che per l’uomo greco, figlio della tradizione
omerica, tutto quanto è divino. Tutto ciò che accade è opera di dei. Gli Dei sono forze naturali con
caratteristiche umane. Sono forze cristallizzate e antropizzate. Gli Dei, inoltre, hanno tratti umani ma non
hanno nessuna relazione nei confronti degli uomini, se non quando gli uomini violano l’ordine precostituito.
2) RELIGIONE DEI MISTERI (ORFISMO): è una realtà che riconosce nel poeta Orfeo (cantore di una vita più
interiore e spirituale) una serie di credenze che costituiscono la materia prima su cui tornerà Platone=
nell’uomo alberga un principio divino (anima) e un demone (corpo). Il demone che si è impossessato del corpo
a causa di una colpa originaria, nel momento della morte si incarna in corpi diversi per espiare la propria colpa.
La liberazione poteva essere conseguita, secondo gli orfici, seguendo una "vita pura".
Con l’orfismo nasce una concezione dualistica della realtà: ANIMA E CORPO. La verità è l’anima, il corpo è il luogo
di espiazione dell’anima, dunque un tratto contingente. Quindi non tutte le caratteristiche dell’uomo sono buone.
1. CITAZIONI DIRETTE: s'intendono i frammenti e le opere. Dai grandi autori che conosciamo ci rimangono le
loro opere. Non abbiamo nulla di Socrate, abbiamo qualcosa di Platone e dei presocratici non abbiamo
interezza di opere ma frammenti.
2. TESTIMONIANZE: quel che ci raccontano gli autori dei primi filosofi. In particolare, Platone commenta i
presocratici in una maniera non sistematica ma funzionale alla costruzione della propria riflessione. La
testimonianza più strutturata è quella di Aristotele, descritto come il primo storico della filosofia. Questo
perché i suoi giudizi sono orientati a partire dalla sua filosofia e quindi la sua ricostruzione sarà ordinata e
sistematica.
3. TRADIZIONE DOSSOGRAFICA: ovvero il racconto sulle vite e le opinioni dei grandi autori.
Per vicinanza, Platone e Aristotele sono le fonti più importanti per capire le orme e la nascita della filosofia.
PUNTO DI COINCIDENZA= Per Platone la filosofia serve a ragionare e a ricercare l’universale. La filosofia è ricerca
dell’essere. Anche per Aristotele è così, scienza prima rivolta all’essere.
PUNTO DI ROTTURA: tuttavia, per Platone, l’inizio dell’indagine filosofica è l’ESSERE senza ridurlo al mondo
sensibile e, quindi, l’universale; mentre per Aristotele è il particolare, ovvero gli enti a partire dai quali si indaga
l’essere. Nell’opera di Raffaello entrambi indicano la conoscenza. Per Platone ci si arriva partendo dalle idee (la
conoscenza) mentre per Aristotele si parte dai fenomeni. Per Aristotele l’excursus è la ricerca che dal particolare arriva
all’universale. Per Platone il punto di partenza è l’essere e, infatti, troviamo che l’inizio della filosofia parte con
Parmenide ed Eraclito (perché hanno a che fare immediatamente con l’essere e non con una parte materiale dell’essere
tipo acqua o fuoco) e non con Talete (parte dall’acqua).
Chi ha fatto ricerche prima di loro Platone li considera sapienti, SOFOI ma non filosofi.
L’indagine di Aristotele parte con una convinzione antitetica che fa in modo che per lui i primi filosofi siano i
SOFOI. In metafisica I fa una ricostruzione che parte dall’idea che per arrivare all’essere bisogna partire dalle sue
cause. La ricerca del principio è svolta a partire dal particolare. Se oltre le cose sensibili non esistesse altro non ci
sarebbe anche principio e ordine, quindi, bisogna partire da questo. La meraviglia, quindi, è ricerca razionale, cioè
scienza delle cause prime. Talete è il primo dei filosofi perché si pone alla ricerca dell’origine di tutto e quella causa la
ritrova in un principio materiale, naturale e parte dall’analisi del particolare per capire tutto. L’acqua è la causa di tutto
perché tutto vive in virtù dell’umido.
Per Hegel il problema dell’inizio della filosofia non è diverso come l’inizio delle altre scienze: inizia quando
siamo in grado di riconoscere che c'è un soggetto che si occupa di un oggetto particolare. Ma l'inizio della filosofia ha
una specificità differente, in quanto soggetto e oggetto coincidono.
Qual è il problema?
La filosofia problematizza la questione dell’inizio poiché la questione dell’inizio non permette di dare un punto di vista
particolare. Inizia quando il pensiero scopre sé stesso e non scoprendo un oggetto esterno come principio del resto. Per
questo anche per Hegel è decisivo Parmenide: è l’inizio di un pensiero che scopre sé stesso e lo porta a lavorare su sé
stesso.
L’indagine filosofica è l’indagine del fondamento e quindi indagare il senso di quel principio. Il principio è ciò che
primo ma anche ciò che è tale rispetto a un fine: si può immaginare il principio della filosofia a partire dal fine stesso.
Principiare significa essere principio non determinato, cioè tutti li sviluppi sono possibili. Il principio è quindi ciò che
tiene aperto tutto ciò che da esso può venire. Questo significa che nei presocratici c’è un cercare senza sapere dove si
arriva. I presocratici vedono nell’elemento sensibile una possibilità che da lì si principi, cioè che parta tutto l’altro senza
sapere dove si andrà a finire.
In merito a queste domande, egli ci introduce la filosofia presocratica affermando che il primo filosofo è Talete; questo
perché egli, e in generale tutti i filosofi presocratici, mettono in luce che l’universo non si è generato dal nulla, ma si è
generato da una realtà originaria che è sempre esistita.
Per questi filosofi l’universo non è sempre stato quello è ora ma esiste da sempre. In particolare, sono convinti che ci sia
qualcosa di ETERNO (che esiste da sempre) e da cui l’universo ha origine. E nel quale l’universo tornerà ciclicamente a
cessare di esistere nella forma che ha assunto per assumerne un’altra. Nulla nasce se per nascere intendiamo
nascere dal NULLA ASSOLUTO. Per questi filosofi vi è qualcosa che esiste da sempre e da cui tutto torna e che
ciclicamente cambia la sua forma di ESSERE.
Quindi dire che l’universo ha avuto una generazione e non una creazione significa dire che esiste un principio primo da
sempre. Questo aspetto ci fa agganciare alla seconda domanda.
Per noi il concetto di essere è talmente diffuso che diventa confuso, è un concetto onnipervasivo da essere quasi
invisibile. Lo usiamo però, di fatto, come verbo per descrivere qualsiasi cosa facciamo, diciamo o pensiamo.
La filosofia greca è stata la prima a teorizzare il concetto di essere e, in particolare, Parmenide. L’essere è l’unica
possibilità che si offre all’uomo e al pensiero (ONTOLOGIA).
QUESTIONE ONTOLOGICA = L’essere non è semplicemente ciò che è ovvero qualcosa che esiste. C’è la necessità di
andare oltre questo divenire e concettualizzare quello che è.
Talete viene considerato da Aristotele l'iniziatore della filosofia della physis. Egli afferma che tutto ciò che esiste, per
esistere ha bisogno dell’umido, e cioè dell’acqua, e quindi potremmo dire metaforicamente che “esistiamo in virtù di
quella quantità d’acqua che siamo”.
Inoltre, potremmo dire che qualunque azione compiamo fatta per ricercare acqua equivale a ricercare vita.
L’acqua per Talete è ciò che rimane sempre identico a sé stesso nel divenire delle sue manifestazioni, ovvero ciò che
consente cambiamenti ma permane sostanza delle cose. (l’acqua, infatti, fa divenire ma non diviene, quindi non è
sottoposta al divenire e quindi è principio).
Per Aristotele, la filosofia di Talete è una prima manifestazione del logos. Questo perché:
1) Talete ravvisa una motivazione propriamente razionale, dove non c’è immaginazione o narrazione e per questo
motivo, per Aristotele, questa è una prima manifestazione del logos. Talete è il primo filosofo perché studia il
principio primo attraverso il logos.
2) Non è contraddittorio in un autore come Talete sostenere che il principio di tutto è l'acqua. Perché di fatto, dire
che tutto è pieno di Dio, significa dire che tutto è pervaso dal principio di acqua. In questo senso l'acqua non è
semplicemente l'acqua in cui ci immergiamo, ma è il principio di tutte le cose e quindi ha un carattere divino.
L’ACQUA È DIVINA PERCHE’ È PRINCIPIO PRIMO.
3) L’acqua non è solo la scaturigine delle cose ma è ciò in cui e di cui tutte le cose sussistono.
ANASSIMENE
Anassimandro, diversamente da Talete, arriva ad affermare che il principio di tutto si chiama Apeiron, ovvero un
elemento infinito e illimitato.
Anassimene, allievo di Anassimandro, arriva a riconoscere che l’acqua non può più essere principio di tutto poiché essa
è delimitata e cioè finita, ovvero contenuta: non è ovunque.
Egli inoltre fa una critica al suo maestro affermando che l’apeiron è sì infinito ma non indeterminato, ed è proprio per
questo motivo che egli riconosce nell’aria il principio di tutte le cose. L’aria è infinita ed essenziale, ci sostiene e
circonda il mondo intero. Dall’aria nascono tutte le cose che sono, che furono e che saranno. Secondo Anassimene l’aria
è dotata di movimento e dà origine a tutto tramite processi di rarefazione e condensazione.
L’aria è invisibile ma a rendercela visibile è il freddo e il movimento. Essa resta e permane e fa divenire le sue
manifestazioni; cambia il suo darsi ma non muta come principio (Archè).
ANASSIMANDRO
Contemporaneo di Talete, per primo egli chiamò la sostanza unica col nome di principio (archè); e riconobbe tale
principio non nell'acqua nell'aria o in un altro particolare elemento, ma nell’infinito (apeiron) cioè nella quantità infinita
della materia, dalla quale tutte le cose hanno origine e nella quale tutte le cose si dissolvono. È immortale e
indistruttibile, quindi divino.
Questo principio infinito abbraccia e governa ogni cosa. Esso non va concepito come una miscela di vari elementi con
qualità determinate; Ma piuttosto come una materia in cui gli elementi non sono ancora distinti e che perciò, oltre che
infinita, è anche indefinita e quindi INDETERMINATA.
Qual è il processo attraverso il quale le cose derivano dalla sostanza prima? Tale processo è la
separazione. La sostanza infinita è animata da un eterno movimento, in virtù del quale si separano da essa i contrari: il
caldo e il freddo, secco e umido, etc.... Per mezzo di questa separazione si generano i mondi infiniti, che si succedono
secondo un ciclo eterno.
Per ogni mondo, il tempo della nascita e della morte è segnato. “Tutti gli esseri devono, secondo l’ordine del tempo
pagare il fio della loro ingiustizia”
Ma qual è l’ingiustizia che tutti gli esseri commettono e che tutti devono espiare? Questa
ingiustizia è dovuta alla nascita degli esseri, dato che nessuno di essi può evitarla come non può sottrarsi alla pena. La
nascita è, quindi, la separazione degli esseri dalla sostanza infinita. Questa separazione è la rottura dell’unità, e il
subentrare della diversità, quindi del contrasto, là dove erano l'omogeneità e l'armonia. Gli esseri sono
inevitabilmente destinati a scontare con la morte la loro stessa nascita e a ritornare all'unità. (itinerario che si basa
sull’espiazione).
LA NOVITA’ DI ANASSIMANDRO= Egli ha fondato l'unità del mondo non soltanto sull'unità della sostanza, ma
anche sull'unità della legge che lo governa. E in questa legge ha visto una forma di giustizia.
LA FORMA DELLA TERRA: secondo il filosofo essa è un cilindro che sta libero nel mezzo dell’universo senza essere
sostenuto da nulla, poiché si trova a eguale distanza tra tutte le parti. Quanto agli uomini essi
non sono gli esseri originari della natura, poiché non sanno nutrirsi da soli. Infatti, se fossero nati la prima volta non
avrebbero potuto sopravvivere. Hanno avuto origine da altri animali per poi essere stati nutriti e gettati fuori per
proteggersi da soli.
L’eterno ritorno (concetto poi ripreso da Nietzsche) una legge di necessità che prevede che si tragga origine da un
principio e da esso si torna.
EMPEDOCLE
Continuiamo il nostro excursus aristotelico avvicinandoci al secondo modello che Aristotele ci introduce: I
PLURALISTI Hanno ammesso che il principio della realtà non è unico, ma MOLTEPLICE. Dunque, gli
elementi saranno qualitativamente o quantitativamente diversi.
Questi autori devono fare i conti con l’APORIA ELEATICA: è la credenza secondo cui i filosofi dell'antica Grecia
affermavano che all'origine di tutto vi era un principio da cui tutto aveva origine e da cui tutto diveniva. Tale principio
però non nasce dal nulla ma è sempre esistito quindi è imperituro.
Egli afferma che l'essere non possa nascere né perire. (poiché gli elementi si aggregano e disgregano grazie
all’amore e all’odio).
Da un lato l'essere che permane e dall'altro la molteplicità dei fenomeni crea nostra esperienza ci attesta.
Empedocle, a differenza di Parmenide, vuole spiegare l'apparenza della nascita e della morte e la spiega ricorrendo al
combinarsi e dividersi degli elementi che compongono la cosa. L'unione degli elementi
(qualcosa di originario e immutabile) è la nascita delle cose, la loro disunione la morte. Gli elementi sono quattro:
FUOCO, ACQUA, ARIA E TERRA “quattro radici di tutte le cose”
Queste radici sono animate da due forze opposte: l’Amore (Philia) che tende ad unirli; La Contesa o Odio (Neikos) che
tende a disunirli. Queste due forze determinano le fasi del ciclo cosmico.
C'è una fase in cui l'amore domina completamente ed è lo sfero dove tutti gli elementi sono unificati e in armonia.
L'azione della contesa rompe questa unità e comincia introdurre la separazione degli elementi. Ma questa fase non è
distruttiva: essa è il prodotto dell'azione combinata delle due forze e sta a metà strada tra il Regno dell'amore e quello
dell'odio (qui c’è vita). Continuando, l'odio disgrega tutto e si ha il puro dominio dell'odio. Ma a riunificare tutto c'è
l'amore, tornando alla situazione originaria dello sfero.
Aristotele fa una critica a Empedocle identificando l'amore e l'odio rispettivamente con il bene e il male. In realtà
Empedocle afferma che queste due forze sono divine, uguali ed ugualmente originarie, ed entrambe sono necessarie alla
formazione del mondo così come alla sua distruzione. Essendo forze originarie rappresentano il principio dell'essere,
ovvero un essere che non può né nascere né morire.
Se Amore e Odio sono due forze ugualmente potenti, perché non si annullano a vicenda? Empedocle
rispondi a ciò introducendo la nozione di ALTERNO DOMINIO:
Aristotele aggiunge un secondo paradigma che lo porta a parlare di Empedocle. Egli raccoglie gli spunti di chi l’aveva
preceduto= è la prima forma di con-filosofare.
Empedocle, inoltre, scriverà anche un poema lustrale= poema in cui introduce considerazioni antropologiche circa la
questione dell’anima. Egli arriva a dire che “l’anima
dell’essere umano è un demone che, a causa di una colpa originaria, è bandito dall’Olimpo dei beati, gettato in un
corpo e legato al ciclo delle nascite. Gli uomini sono chiamati in questo ciclo a purificarsi, fino ad arrivare alla vita
beata” = con questa affermazione egli dice che finché l’anima è associata ad un corpo ha qualcosa di cui purificarsi;
dunque, la nostra perfezione non sta in una vita in cui anima e corpo convivono.
ANASSAGORA
Dentro a queste forme di pluralismo un’altra figura che ci fa da ponte per arrivare agli atomisti è ANASSAGORA.
TEMA DEL SUO PENSIERO= provare a mantenere feconda la questione tra il principio eleatico della permanenza
dell’essere e la questione della pluralità dei fenomeni (era anche il tema di Empedocle).
Anassagora scrive: “Nessuna cosa nasce e muore ma a partire delle cose che sono si produce un processo di
composizione e divisione”. Come Empedocle ammette che gli elementi sono qualitativamente distinti, ma a differenza
dell’altro filosofo, ritiene che tali elementi siano particelle invisibili chiamati semi.
Partiamo da una considerazione fisiologica secondo la quale in ogni alimento che ingeriamo ci siano le particelle
generatrici di tutte le parti del nostro corpo, particelle visibili solo alla mente. Anassagora ha così introdotto, a partire da
una considerazione biologica, una considerazione cosmologica. Le particelle elementari, in quanto sono simili al
tutto che costituiscono, furono dette omeomerie.
La prima caratteristica dei semi è la loro infinita divisibilità; la seconda caratteristica è la loro infinita aggregabilità.
Secondo il filosofo, non si può giungere con la divisione dei semi a elementi ultimi e indivisibili (poiché i semi non
possono essere divisi oltre l’ATOMO), come non si può giungere con l’aggregazione dei semi a un tutto massimo. Ecco
il frammento in cui Anassagora esprime questo concetto: “Non c’è un grado minimo del piccolo ma c’è sempre un
grado minore. Ma anche del grande c’è sempre un più grande”
Poiché non si giunge mai a un elemento ultimo e indivisibile, non si giungerà mai neppure a un elemento semplice, cioè
a un elemento qualitativamente omogeneo che sia soltanto acqua o aria, questo perché, oltre alle particelle proprie
dell’elemento, ci sono particelle di tutte le altre sostanze.
In origine i semi erano mescolati disordinatamente tra loro e costituivano una moltitudine infinita sia nella grandezza sia
nella piccolezza. Questa mescolanza cotica era immobile e ad introdurre in essa il movimento e l'ordine intervenne
l'intelletto (separato dalla materia dei semi e con forza propria, che si avvale per operare la separazione degli elementi).
Egli risponde che quest’ordine consiste nella relativa prevalenza delle cose di una certa specie di semi. ES: l’acqua è
tale perché contiene una prevalenza di semi di acqua.
Per questa prevalenza si determina anche la separazione e l’opposizione delle qualità: freddo e caldo, scuro e luminoso,
umido e secco. (CONOSCENZA). La costituzione stessa delle cose
introduce, però, un limite nella nostra conoscenza; non possiamo percepire la molteplicità dei semi che costituiscono
ciascuna di esse, però allo stesso tempo egli afferma che i sensi ci mostrano i semi che predominano nell’elemento e ci
fanno intendere la sua interna costituzione.
LA NOVITA’ DI ANASSAGORA= aver affermato che esiste un principio intelligente come causa dell’ordine del
mondo.
Però allo stesso tempo Anassagora non riesce a sganciarsi del tutto dai presupposti naturalistici.
ATOMISTI
Gli atomisti concordano col principio fondamentale dell’eleatismo che solo l'essere è, ma intendono riportare questo
principio all'esperienza sensibile e servirsi di esso per spiegare i fenomeni.
Così intendono l'essere come il pieno, il non essere come il vuoto e ritengono che entrambi siano i principi
costitutivi di ogni cosa.
Ma il pieno non è un tutto compatto: è formato da un numero infinito di elementi che sono invisibili per la piccolezza
della loro massa. Dato che questi elementi non sono divisibili all'infinito (si dissolverebbero), devono essere indivisibili,
e perciò sono detti ATOMI (eterni e immutabili).
La differenza tra gli atomi non è qualitativa, bensì quantitativa dato che essi differiscono soltanto per forma e
grandezza.
Essi determinano la nascita e la morte delle cose con l'unione e la disgregazione; determinano la diversità di esse con il
loro ordine e la loro posizione.
Per comprendere la filosofia di Leucippo e, in generale, degli atomisti dobbiamo prendere in considerazione dei
cambiamenti:
Citando il Reale-Antiseri: Il termine ATOMO non è il termine specifico (cioè la sostanza), ma lo è ATOMOS che, in
greco, potremmo ricondurlo a IDEA (cioè a forma).
Quindi, nell’atomismo, materiale e immateriale sono sullo stesso piano= il piano materiale è quello dell’ESSERE,
mentre quello immateriale è quello del NON ESSERE, ovvero il vuoto.
QUINDI:
o Abbiamo un piano materiale= l’essere. Fatto di infiniti esseri che sono atomi e cioè che non sono la sostanza,
ma che sono il visibile dell’essere e cioè il darsi dell’essere nel suo principio originario. (Ad occhio nudo non
visibile per la sua piccolezza).
Dal punto di vista dei sensi è certamente invisibile, ma non vuol dire che non abbia consistenza. Tutto ciò che
percepiamo con i sensi è ulteriormente frantumabile mentre gli atomi non lo sono, perciò sono invisibili. Gli atomi sono
visibili solo con l’intelletto poiché è il pensiero che arriva al concetto di atomo.
Secondo Leucippo non c’è solo l’essere ma esiste anche il non essere che, diversamente dagli eleati, non è una cosa che
non è= il non essere è il vuoto che è. La funzione del vuoto è
l’annullamento della necessità del nous poiché, secondo Anassagora, il nous mette in movimento. MA secondo gli
atomisti non serve una realtà altra per permettere il movimento, bensì il movimento non deriva da altro che dallo stesso
movimento. Questo perché gli atomi sono in principio in movimento, per loro natura.
PITAGORA
La tradizione ha complicato di tanti elementi leggendari la figura di Pitagora, per cui anche gli accenni di Aristotele si
limitano a poche e semplici dottrine, riferite perlopiù non a Pitagora ma ai Pitagorici. Si diceva che la scuola di
Pitagora fosse una sorta di Setta, dove non potevano essere in alcun modo divulgate le informazioni
Una sola dottrina gli può essere con tutta certezza attribuita: quella della reincarnazione dell’anima, una dottrina che
interesserà particolarmente a Platone.
IL NUMERO
Essi credettero che i principi della matematica fossero i principi di tutte le cose; perciò, videro nei numeri molte
somiglianze con le cose che sono o che divengono. (hanno la funzione di causa materiale). Come sostanza del
mondo, il numero è il modello originale delle cose, giacché costituisce, nella sua perfezione, l'ordine in esse implicito.
(le cose hanno natura aritmetica)
Oggi per noi il numero è il prodotto dell'astrazione, ed è un ente ovvero qualcosa che è sul piano del nostro pensiero.
Per gli antichi invece il numero era cosa reale, addirittura la cosa più reale di tutte.
Secondo i pitagorici, inoltre, la geometria è l’aspetto spaziale delle leggi numeriche, dove le figure sono il modo con cui
i numeri assumono una disposizione geometrica.
Si può dire che il vero significato del numero pitagorico sia espresso da una figura sacra, la tetraktys. Il concetto
che essa presuppone è quello dell’ordine misurabile (numero perf 10).
Come sappiamo ogni cosa ha il suo opposto, quindi ogni opposizione delle cose va ricondotta a opposizione tra numeri.
L’opposizione fondamentale tra le cose e l’ordine misurabile è quella di limite e illimitato: il limite, rende possibile la
misura, l’illimitato la esclude.
A questa opposizione corrisponde l’opposizione fondamentale dei numeri, pari ed impari: l’impari corrisponde al limite,
il pari all’illimitato. E difatti nel numero impari
l'unità dispari costituisce il limite del processo di numerazione, mentre nel numero pari questo limite manca e il
processo rimane quindi non concluso. L’unità è il parimpari perché l'aggiunta di
essa rende pari l'impari ed impari il pari.
All'opposizione dell’impari e del pari, corrispondono nove altre opposizioni fondamentali. Il limite, cioè l'ordine, è la
perfezione; perciò, tutto ciò che si trova dalla stessa parte nella serie degli opposti e bene, ciò che si trova dall'altra parte
è male.
LA MUSICA
I pitagorici ritengono tuttavia che la lotta tra gli opposti sia conciliata da un principio di armonia. La natura
dell’armonia, oltre ai numeri, è rivelata dalla musica: i rapporti musicali esprimono nel modo più evidente la natura
dell’armonia universale.
Accanto alla musica c’era anche la scoperta di alcune proprietà matematiche. ES: la somma dei numeri dispari è sempre
un numero perfetto. Essi erano soliti trovare anche
inesistenti corrispondenze tra fenomeni e il numero. ES: l’intelligenza e la scienza erano fatte coincidere con il numero
1.
L’ANIMA E L’ETICA
L’anima umana, per i pitagorici, è ARMONIA; l’armonia tra gli elementi contrari che compongono il corpo. A questa
dottrina, Platone obietta dicendo che, come armonia, l’anima non potrebbe essere immortale perché dipenderebbe dagli
elementi corporei, che si dissolvono con la morte.
In realtà, se si tiene fermo il principio pitagorico che l’armonia è numero e il numero è sostanza, l’obiezione platonica
perde valore: è l’armonia, infatti, che determina e condiziona la mescolanza degli elementi corporei.
L’ETICA
Alla dottrina dell’armonia si collega pure l’etica con la sua definizione di giustizia. La giustizia è un numero quadrato. I
pitagorici, quindi, la indicano con il quattro o il nove. Per tutto il resto l’etica pitagorica è di carattere religioso, il suo
precetto è quello di seguire la divinità e di diventare simile ad essa.
PARMENIDE
Per Hegel la filosofia inizia con Parmenide, poiché con egli ci liberiamo di tutte le rappresentazioni e arriviamo a
pensare alla sola necessità: L’ESSERE/ ILVERO. Proprio per
questo motivo egli è considerato anche colui che, per primo, concepisce la filosofia come un’ontologia.
Riflessione del pensiero intorno all’ESSERE e la possibilità di pensarlo.
Del poema di Parmenide che, probabilmente, solo in seguito fu indicato con il titolo INTORNO ALLA NATURA, ci
restano 154 versi. (Il protagonista è Parmenide, che nel proemio racconta di esser stato condotto al cospetto di una dea,
la quale gli ha rivelato l’unica Verità).
Il poema era diviso in tre parti:
Il tema originale della sua filosofia è il contrasto tra la verità e l’apparenza. “Due sole vie di
ricerca si possono concepire. L’una è che l’essere è e non può non essere; questa è la via della persuasione poiché è
accompagnata dalla verità. L’altra, che l’essere non è ed è necessario che non sia; e questo, ti dico, è un sentiero sul
quale nessuno può persuaderci di nulla”.
Perciò “Un solo cammino resta al discorso: che l’essere è”. Ma questo cammino non può essere seguito che dalla
RAGIONE: giacché i sensi invece si fermano all’apparenza delle cose. Sulla via dell’apparenza è come se gli uomini
avessero due teste, e vagano senza rendersi conto di nulla. Parmenide vuole allontanare l’uomo dalla conoscenza
sensibile e aiutarlo a giudicare il mondo con la ragione.
Dato che non si può pensare senza pensare qualcosa, il pensiero e l’espressione devono avere un oggetto e questo
oggetto è l’ESSERE. È la verità assoluta e la conoscenza vera. “Senza l’essere nel
quale il pensiero è espresso tu non potresti trovare il pensiero, giacché niente altro c’è o ci sarà fuori dall’essere”. (La
via della verità ci conduce ad una necessità di pensiero che ha come oggetto l’ESSERE)
Le caratteristiche dell’essere sono ricondotte a un’unica modalità fondamentale, che è quella della necessità. “L’essere è
e non può non essere” è la tesi principale di Parmenide.
L’essere è perciò anche pieno. La pienezza dell’essere significa la sua autosufficienza perfetta, per la quale l’essere non
manca o difetta di sé in alcuna sua parte.
ERACLITO
È uno dei primi grandi filosofi e padre fondatore della riflessione filosofica; influenzerà moltissimo la storia del
pensiero occidentale.
Aristotele lo riconoscerà come uno dei primi filosofi, questo perché come principio indica anche lui un elemento
qualitativo originario, in questo caso IL FUOCO.
Al centro della sua filosofia abbiamo il problema filosofico del divenire; infatti, egli resterà colpito dalla perenne
mobilità di tutte le cose che sono. Nulla resta immobile, nulla permane in uno stato di stabilità. Da qui deriva anche la
famosa immagine del fiume= “Non è possibile bagnarsi due volte nella stessa acqua, poiché tutto si disperde e si
ricompone, tutto viene e va”.
Oggi potremmo parlare di questa teoria dello scorrere in virtù delle conoscenze che abbiamo rispetto all’anatomia del
nostro corpo. Il nostro corpo è un continuo rinnovare cellule. Il nostro essere, da un punto di vista cellulare, negli anni
ha cambiato molte caratteristiche.
IL FUOCO= è un principio attivo, intelligente e creatore ed è la sostanza che spiega l’incessante divenire.
Eraclito è veramente il filosofo della ricerca. Ci mostra due condizioni che rendono possibile la RICERCA:
o La prima condizione è che la ricerca interiore rivela profondità infinite e apre all’uomo zone successive di
profondità.
o La seconda e fondamentale condizione è la comunicazione fra gli uomini. L’uomo deve dunque dirigere la
ricerca non solo a sé stesso ma anche a ciò che lo collega agli altri: il LOGOS, che non costituisce solo la più
profonda essenza dell’uomo singolo ma è anche ciò che lega gli uomini tra di loro.
Eraclito pone costantemente davanti all’uomo l’alternativa tra l’essere desto e il dormire: tra l’aprirsi, mediante la
ricerca, alla comunicazione interumana, che rivela la realtà del mondo; e il chiudersi nel proprio pensiero isolato, in un
mondo fittizio che non ha comunicazione con gli altri.
Ma la vera grande scoperta di Eraclito è che l’unità del principio creatore non è un’unità identica e quindi non esclude la
lotta e l’opposizione. Per intendere la legge suprema dell’essere bisogna congiungere il completo e l’incompleto, il
concorde e il discorde, e rendersi conto che da tutti gli opposti scaturisce l’unità e dall’unità vengono fuori gli opposti.
“Ciò che è opposto unisce e ciò che diverge congiunge”.
L’armonia per Eraclito non è la sintesi degli opposti, ma l’unità che rende possibile l’opposizione.
I SOFISTI
Atene è il centro della cultura greca. L’ordinamento democratico rendeva possibile la partecipazione dei cittadini alla
vita politica e rendeva preziose le doti oratorie che consentono di ottenere il successo.
SOFISTA= originariamente significava sapiente, e venne adoperata per indicare qualsiasi attività teoretica o pratica.
Nel periodo che abbiamo accennato, ha assunto un significato specifico: sofisti erano quelli che facevano professione di
sapienza in cambio di un compenso.
Questo termine assunse un’accezione negativa, tanto che filosofi come Platone e Aristotele li chiamavano “prostituti
della cultura”.
I sofisti vennero chiamati maestri di cultura questo perché, secondo loro, la cultura (paideia) non era somma di nozioni,
bensì era la formazione dell’uomo nella sua concretezza quale membro di un popolo o di un ambiente sociale. Se da una
parte il loro principio si basava sul fatto che TUTTI possono acquistare virtù, dall’altra parte il loro insegnamento
doveva essere pagato. LA CULTURA non era quindi accessibile a tutti.
La loro creazione fondamentale fu la retorica, cioè l’arte di persuadere, indipendentemente dalla validità delle ragioni
addotte. MA per l’esigenza stessa di questa arte, l’uomo balza al primo posto, e non viene considerato più come un
pezzo della natura o dell’essere, ma nei suoi caratteri specifici. Inizia una fase ANTROPOLOGICA.
PROTAGORA
Protagora fu il primo che si chiamò Sofista, e il principio fondamentale del suo insegnamento lo si ritrova all’inizio
dell’opera Sulla Verità: “L’uomo è misura di tutte le cose (chrémata), delle cose che sono in quanto sono, delle cose che
non sono in quanto non sono”.
Il significato di questa tesi fu chiarito per la prima volta da Platone. Secondo lui, Protagora voleva dire che:
o Le singole cose appaiono diverse a seconda dei differenti punti di vista di ogni singolo uomo. “Quali le singole
cose appaiono a me, tali sono per me e quali appaiono a te, tali sono per te”; e che pertanto identificava
apparenza e sensazione come due aspetti sempre veri poiché sono diversi in ogni uomo.
L’interesse di Protagora, però, non è solo gnoseologico-teoretico. I problemi che stanno a cuore a Protagora sono quelli
dei tribunali, della vita politica e dell’educazione; i problemi cioè della vita che sorgono all’interno dei gruppi umani.
L’uomo che essi prendono in considerazione non è più l’individuo isolato, bensì l’individuo che vive insieme agli altri e
deve essere adatto a questa convivenza. “RELATIVISMO CULTURALE”.
In tutti i casi l’uomo è il criterio di giudizio della realtà o irrealtà delle cose. Secondo il filosofo non esiste una verità
assoluta, valida per tutti; la sua è dunque una visione “relativistica” della vita. Il fatto che non esista una verità assoluta
non impedisce di creare un criterio di giudizio, che, per lui, è rappresentato dall’utile, ovvero da ciò che rappresenta il
BENE sia per l’individuo sia per la comunità, che è la PAROLA.
La parola, però, può diventare anche strumento di potere per i gruppi più forti, per coloro che sanno come usarla, sia per
il bene comune del popolo, quanto esclusivamente per quello proprio.
GORGIA
Le tesi fondamentali di Gorgia erano tre, concatenate fra loro:
1. Nulla c’è.
2. Se anche qualcosa c’è, non è conoscibile dall’uomo.
3. Se anche è conoscibile, è incomunicabile agli altri.
Gorgia giunge così a un nihilismo filosofico= la negazione di qualsiasi cosa (si scontra con la concezione di Protagora,
dove tutto è vero).
IL LINGUAGGIO= non ha alcun rapporto con la realtà, è quindi libero e ha come unico obiettivo l’utilità personale,
cioè convincere o ingannare l’interlocutore con le proprie parole.
Fu il primo a sviluppare le tecniche della retorica, cioè l’arte di sviluppare un bel discorso, e sviluppò anche la
dialettica, cioè l’arte di demolire le tesi altrui con il ragionamento.
SOCRATE
La sua personalità aveva qualcosa di strano e di inquietante che non sfuggiva alle persone. La sua stessa apparenza
fisica urtava contro l’ideale ellenico dell’anima saggia in un corpo bello. Persino Platone lo paragonò alla torpedine di
mare che intorpidisce chi la tocca: allo stesso modo egli gettava dubbio e inquietudine nell’animo di coloro che lo
conoscevano.
Eppure, quest’uomo, che ha dedicato alla filosofia la sua intera esistenza, non scrisse nulla. Secondo il Re Egiziano
Thamus, se un sapiente pubblica i suoi scritti, gli altri non avranno la sapienza, ma la presunzione della sapienza.
Questo perché lo scritto può comunicare una dottrina, non stimolare la ricerca.
Platone ha scritto molti dialoghi su Socrate e sul suo ruolo della ricerca filosofica incessante.
Quando Socrate conobbe la risposta dell’oracolo che lo proclamava il più sapiente di tutti, stupito se ne andò in giro a
interrogare quelli che sembravano sapienti: si accorse che la loro sapienza era nulla. Capì allora che nessun uomo sa
nulla veramente, ma è sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere. E in realtà solo chi sa di non sapere
cerca di sapere. Contro i Sofisti che facevano professione di sapienza e pretendevano insegnarla agli altri, Socrate fa
professione di ignoranza.
Il mezzo di promuovere negli altri questo riconoscimento della propria ignoranza è l’IRONIA. L’ironia come
liberazione dal sapere fittizio, un’interrogazione volta a svelare all’uomo la sua ignoranza, a gettarlo nel dubbio e
nell’inquietudine per impegnarlo nella ricerca. L’ignoranza è LIBERAZIONE.
LA MAIEUTICA
Socrate non si propone di comunicare una dottrina o un complesso di dottrine. Egli non insegna, comunica solo lo
stimolo e l’interesse per la ricerca. Nel Teeteto paragona la sua arte a quella della madre, la levatrice. L’arte
della Maieutica portava il suo interlocutore a giungere a una verità in maniera autentica, semplicemente aiutandolo a
partorirla.
Egli si dichiara sterile di sapienza. La divinità che lo costringe a far da ostetrico gli vieta di partorire; egli non ha alcuna
scoperta da insegnare agli altri e non può fare altro che aiutarli nel loro parto intellettuale.
La maieutica non è altro che ricerca associata, poiché l’uomo non può giungere in chiaro con sé stesso da solo; può
essere invece soltanto il frutto di un dialogare continuo con gli altri.
Qui c’è la sua antitesi polemica con la sofistica, che non è altro che individualismo radicale. Il sofista non si cura degli
altri se non per capire quel consenso che gli assicura il successo, ma non arriva mai alla verità né con sé stesso né con
gli altri. La sofistica è come l’arte della cucina che cerca di soddisfare il palato ma non si cura che i cibi siano
giovevoli al corpo.
All’individualismo sofistico Socrate contrappone un universalismo socratico, ovvero un legame di solidarietà e
giustizia tra gli uomini, per il quale nessuno di essi può compiere qualcosa di buono da solo, ma ognuno è legato agli
altri e può progredire solo col loro aiuto e aiutandoli.
SCIENZA E VIRTÙ
La ricerca di sé è nello stesso tempo ricerca del vero sapere e del miglior modo di vivere: cioè è insieme ricerca del
sapere e della virtù. Questo è il principio fondamentale dell’etica socratica.
Molti uomini credono che sapienza e virtù siano due cose diverse, che il sapere non abbia nessuna potenza sull’uomo e
che l’uomo, anche quando sa cosa è il bene, possa essere vinto dal piacere e allontanarsi dalla virtù. Se l'uomo si
abbandona a questi impulsi, ciò vuol dire che egli sa o crede di sapere che tale sia la cosa più utile o più conveniente
per lui.
Un errore di giudizio, quindi l’ignoranza, è alla base di ogni vizio. Chi sa fare bene i suoi calcoli, sceglie in ogni caso il
piacere maggiore, e tale è la virtù. La virtù non è negazione della vita umana, ma la vita umana perfetta che
comprende il piacere ed è il piacere massimo. La differenza tra l’uomo virtuoso e l’uomo che non lo è, è che il primo
sa fare il calcolo dei piaceri e sceglie quello maggiore; il secondo si abbandona al piacere del momento.
Per Socrate l’uomo è un’unità indivisa. Il suo sapere non è soltanto attività della sua ragione, ma un modo d’essere
totale, l’impegnarsi in una ricerca che non conosce limiti fuori di sé, ma trova da sé la sua disciplina.
QUINDI
La virtù è scienza, secondo Socrate, in primo luogo perché non si può essere virtuosi semplicemente conformandosi alle
regole di vita e alle opinioni già conosciute. È scienza perché è RICERCA, ricerca autonoma dei valori su cui la vita
deve fondarsi.
PLATONE
ANIMA E CORPO
Ci sono vari modi per introdurre Platone, come ad esempio attraverso le sue opere o dei concetti chiave; in questo caso
lo introdurremo per mezzo di una domanda.
Ogni lettura del testo è interpretazione che può variare a seconda di come si vuole interpretare la lettura; quindi, bisogna
capire se Platone ha stabilito delle regole, dei livelli o delle indicazioni su come deve essere letto.
Platone ci darà queste indicazioni nel Fedro, affermando che non c'è nulla di più vergognoso del testo scritto soprattutto
quando esso verte su cose di cui vale la pena impegnare l’esistenza.
INFATTI
Se uno interroga ciò che è scritto non otterrà mai risposta poiché la parola e il testo è sempre lo stesso. Questa critica
sembra un paradosso perché lo stesso Platone ha impegnato tutta la sua a scrivere.
In questo caso il lettore diventa incerto poiché non capisce se prendere sul serio o per gioco ciò che scrive il filosofo.
Lui ci spiega che dobbiamo leggere per risvegliare l’intelligenza e ci apre uno spazio di libertà. Bisogna andare più in la
del testo scritto, poiché esso è una SOGLIA. Dobbiamo avere un atteggiamento attento davanti al DIALOGO platonico.
Il dialogo è fondamentale poiché in esso Platone ha visto il vero metodo della filosofia. Il dialogo, infatti, presuppone
un io e un tu. I discorsi importanti che non si scrivono stanno nell’anima.
Il testo scritto è una pianta che nasce e muore rapidamente, ciò che non muore sono i discorsi che stanno nell’anima.
Delle cose serie non si scrive, la verità nasce all’improvviso dopo molti dialoghi.
La filosofia si dice e si scrive ma nel suo complesso è il DOMANDARE incessante. La filosofia si prende cura
dell’anima e sa che l’anima già possiede l’intelligenza, che però non è rivolta nel verso giusto. Dunque, Platone, vuole
rivolgere l’anima dal lato buio alla luce. L’atto fondamentale dell’intelligenza è, quindi, riconoscere il PROBLEMA.
Avvicinarsi così al tema dell’ANIMA diventa una sfida da rivivere, se non si rivive quello che è scritto diventa morto,
bisogna andare oltre al testo, riviverlo.
TORNANDO A SOCRATE
Nell’Apologia, Socrate si sta difendendo, è un continuo rivolgersi a sé stesso, una sorta di dialogo con il suo demone
interiore. Sembra si stia rivolgendo con qualcosa che è altro in sé stesso e non si cura del parere altrui.
Allora si risponde che non c’è più giustizia poiché l’uomo migliore è stato ucciso. Lui vuole pensare ad una città giusta
e cercherà la giustizia proprio a partire dalla polis, dalla città ideale con i filosofi al potere e senza leggi.
Per arrivare al tema dell’anima bisogna partire dal libro settimo della REPUBBLICA:
DIFFERENZA TRA SCIENZA E RICERCA DELLA VERITA’: la scienza ci istruisce, ci apre gli occhi però la
filosofia cura l’anima e l’uomo. L’episteme (scienza) non si occupa della cura, mentre la filosofia si prende realmente
cura dell’anima.
La scienza è qualcosa di solido, che ha delle radici e che non verrà mai spazzato via.
La filosofia è molto fragile, bisogna averne cura e allo stesso tempo essa avrà cura di noi. La filosofia è
l’amore della sapienza.
Lui parlerà del concetto di anima nel Fedone e nella Repubblica e, in particolare, nel SIMPOSIO, un dialogo
sull’amore; in quest’opera di Platone, Socrate ci da un indizio fondamentale sulla filosofia e sul ruolo del filosofo.
Eros è un demone che porta i messaggi degli dèi agli uomini, ovvero un mediatore tra opposti (metaxiu, tra) e quindi un
filosofo.
Nel Fedone il metaxiu è l’anima stessa. Se io separo il logos dall’anima non perdo solo il ruolo di filosofo ma anche il
discorso cade. L’anima ha bisogno dell’intelligenza, sennò non ha senso.
o “Conosci te stesso”
o “Prenditi cura del tutto”
Questi due motti devono vivere in relazione, non bisogna assolutizzare uno o l’altro. Tutte le volte che il filosofo abita
lo spazio di mezzo sperimenta non solo la possibilità di andare oltre, ma capisce che non si può negare il trascendente e
non deve essere assolutizzato.
Socrate afferma che dobbiamo essere sempre in grado di abbandonare un discorso quando troviamo un LOGOS più
vero= tutte le volte che facciamo esperienza di applicare questo metaxiu, dobbiamo abbandonare quel logos conquistato
per prenderne uno più vero, ovvero quello che va verso l’anima.
L’opinione, che i Greci chiamavano DOXA, è abbandonare la propria opinione per trovarne una più vera= esercizio
dell’anima.
L’ANIMA E IL CORPO
In alcuni dialoghi Platone ci dice che il corpo è una prigione dell’anima e quindi essa deve in qualche modo liberarsi dal
corpo. Vivere la filosofia, quindi, significa vivere preparandosi all’estinzione del corpo che trattiene l’anima.
Se il corpo è preesistente all’anima (dice Socrate nel Fedone) il corpo è per l’anima un impedimento da cui bisogna
liberarsi per arrivare a contemplare la verità.
DUNQUE
Allora chi è il filosofo? = colui che sa che deve prendersi cura di questo momento, del momento della morte. Ed è qui
che l’anima viene a contatto con la verità. (metaxiu).
Per Platone l’anima è IMMORTALE, a sostegno di questa tesi ci porta diverse argomentazioni.
Lui introduce il discorso con la SECONDA NAVIGAZIONE= Platone dice che c’è stata una prima navigazione, fatta
con le vele al vento che corrisponde al tragitto compiuto da Platone sulla scia dei naturalisti, che lo ha lasciato in
posizione di stallo. La” seconda navigazione”, più faticosa ed impegnativa, è quella condotta con il nuovo metodo dei
ragionamenti.
Quindi scegliere l’anima significa andare verso ciò che è divino, verso la perfezione. La distinzione tra anima e corpo è
netta MA non comporta l’assolutizzazione dell’uno e dell’altro.
- Principio dei contrari= Platone ci dice che se dalla vita deriva la morte, significa che se io nasco devo
necessariamente perire; allo stesso tempo dalla morte deve derivare la vita. Ciò significa che l’anima rivive
dopo la morte del corpo. Secondo il principio dei contrai da una cosa deve nascere un’altra. L’uomo desidera
tutta la verità e raggiungerà questo desiderio proprio con la morte.
- Reminiscenza= Platone ci dice che per spiegare l’immortalità dell’anima si usa il RICORDO. L’anima ricorda
qualcosa che è avvenuto in precedenza.
I Greci usano come parola “NOSTOS”, che significa viaggio di ricordo, che è come un andare avanti tornando
indietro, ovvero il viaggio che compie l’anima. L’anima ricorda qualcosa avvenuto in precedenza prima della
sua nascita. LA CONOSCENZA è quindi REMINISCENZA, ovvero ricordo di verità già note.
- Il decomporsi delle cose= solo ciò che è composto può decomporsi, ma dato che l’anima non è composta non
può perire. Inoltre, le prove dell’immortalità dell’anima ci suggeriscono che essa debba purificarsi, poiché
quando sarà nel mondo delle idee sarà sottoposta a giudizio, che riguarderà il viaggio che ha compiuto.
L’anima attende un giudizio.
Per l’anima che non ha compiuto questo viaggio, il suo destino sarà un continuo vagare tra tombe e sepolcri.
TRIPARTIZIONE DELL’ANIMA
Nel Fedro Platone ci presenta un’immagine dell’anima= Racconta di una biga su cui si trova un auriga, personificazione
dell'anima. La biga è trainata da una coppia di cavalli, uno bianco e uno nero: quello bianco raffigura la parte dell'anima
dotata di sentimenti, e si dirige verso il mondo delle Idee; quello nero raffigura la parte dell'anima concupiscibile e si
dirige verso il mondo sensibile. I due cavalli sono tenuti per le briglie dall'auriga che, come detto, rappresenta la
ragione: questa non si muove in modo autonomo ma ha solo il compito di guidare.
L’anima razionale è quella che appartiene ai filosofi, ecco perché loro sono quelli che nella polis devono
governare
L’anima irascibile si riferisce a coloro che devono difendere la città, i guerrieri.
L’anima concupiscibile è quella degli artigiani.
- Razionale/cervello/l’uomo
- Irascibile/cuore/leone
- Concupiscibile/viscere/mostro a più teste
Tutte e tre le anime si devono formare, devono compiere un cammino insieme. Quindi filosofi, artigiani e guerrieri
creano l’ordine della polis.
Il compito dell’anima del filosofo è quello di governare gli impulsi senza redimerli.
SI PUÒ DIRE PERTANTO CHE EGLI È LO SCOPRITORE DEI CONFLITTI PSICHICI . Quindi,
come anticipato, non solo Platone anticipa l’idea di un’anima come sostanza spirituale (cristianesimo e modernità), ma
il suo è contributo importante per la psicologia: quello che siamo dipende dai conflitti che viviamo interiormente.
A partire dalla distinzione/relazione tra anima e corpo Platone elabora una vera e propria METAFISICA che segnerà
tutta la storia dell’occidente fino ad oggi.
La determinazione di un oggetto della scienza, un oggetto che non ha niente a che fare con le cose sensibili, induce
Platone alla formulazione della teoria delle idee.
Dobbiamo sottolineare che l’idea platonica non è un concetto, bensì una forma delle cose e la forma è principio di
individuazione della sostanza. Cogliendo la forma di una cosa possiamo arrivare alla sostanza. L’idea platonica
è IMMATERIALE, UNIVERSALE ma allo stesso tempo REALE.
Ciò che accomuna le idee è il fondamento ontologico della realtà, dove ontologia indica la vera essenza delle cose.
L’idea costituisce il motivo che permette al mondo di essere, sono la causa che ci permette di pensare il mondo e quindi
di conoscerlo. Questo perché nelle idee c’è un’unione tra essere e pensiero.
Mancava il metaxiu, il ponte tra l’idea e la molteplicità della realizzazione dell’idea nel mondo sensibile. Platone,
quindi, si rifà ad un mito che prende il nome di DEMIURGO, colui che plasma il mondo guardando l’idea. Lui fa da
mediatore tra l’iperuranio e il mondo sensibile, attraverso l’idea.
Deve esserci un ordine e quindi Platone immagina una gerarchia delle idee con al di sopra l’dea del bene. L’anima che
tende all’idea del bene è l’anima che realizza quella purificazione di sé stessa, praticando la virtù il mezzo che
viene utilizzato dall’anima per arrivare al bene. Il momento della morte è quindi una liberazione.
Attraverso il non sapere socratico, ovvero l’indigenza dell’anima di fronte a ciò che si desidera. Noi umani possiamo
cogliere l’idea, c’è una partecipazione e una comunanza (tra l’iperuranio e il mondo sensibile).
Per i Greci l’atto conoscitivo è l’atto del vedere e non di possedere una cosa. Il vedere è un rivolgersi verso, è una
possibilità che è data al soggetto. Ma il mio vedere e non possedere cosa
presuppone? Presuppone che non sono io da solo che posso conoscere
l’idea dell’albero, in qualche modo anche l’albero deve rivelarmi qualcosa di sé.
La struttura teoretica di questo modo di conoscere è essere indigenti, ovvero sapere di non sapere.
L’unico che può convincere un altro di ignoranza è colui che ne sa di più, colui che ha raggiunto un radicale non sapere.
LA DIALETTICA
Platone ha sempre considerato la dialettica come la tecnica propria della filosofia. Il compito della filosofia è quello di
mettere in discussione delle ipotesi, attraverso le conseguenze alle quali esse portano e così determinare le condizioni
della loro validità. La filosofia può quindi mantenere un’ipotesi solo finché non ne trova una migliore; perciò, è
DIALETTICA. La dialettica ha sostanzialmente due momenti:
o Il primo momento consiste nel ricondurre a un’unica idea una molteplicità di oggetti e assumere questa idea
come ipotesi di partenza
o Il secondo momento consiste nella strutturazione e articolazione della stessa.
La dialettica deve porre due termini in relazione, per poi confutarli e rimetterli in relazione nuovamente.
È dalla domanda non dialettica “L’albero ha le radici?” che arriviamo alla domanda dialettica ovvero all’essenza della
cosa.
La dialettica pertanto richiede ad ogni passo la scelta delle definizioni di partenza e la messa a prova di queste
definizioni mediante divisioni successive o le conseguenze che ne derivano.
Il mondo in cui si muove la dialettica non ha un’unità monolitica: è un mondo di forme, cioè di generi o specie
dell’essere, che possono connettersi o no ed essere più o meno strettamente connessi: è un mondo di strutture o di
relazioni, di cui sta alla filosofia determinare le forme, i gradi e le condizioni.
La dialettica è, secondo Platone, la scienza più alta perché si situa al di sopra delle scienze particolari. Ma è al di là di
queste scienze perché mette in discussione ciò che queste scienze ritengono garantito. La dialettica, dunque, è la scienza
più alta perché è la più critica.
ARISTOTELE
Aristotele fu un filosofo nato a Stagira e allievo di Platone per 20 anni. Non romperà in maniera radicale con Platone,
infatti pur criticandolo nelle sue opere mostrerà sempre un atteggiamento di rispetto e di fedeltà nei confronti del
maestro.
Figlio di Nicomaco, un medico che era stato per quarant’anni alla corte di Macedonia, Aristotele venne chiamato da
Filippo Re di Macedonia per educare il piccolo Alessandro Magno.
Le opere che ci sono pervenute comprendono solo gli scritti che Aristotele compose per il suo insegnamento. Questi
scritti sono chiamati esoterici poiché destinati ad un numero ristretto di ascoltatori. Oltre a questi scritti pubblicò anche
dei dialoghi destinati ad un pubblico più vasto, chiamati essoterici che però vennero persi.
o Scritti di LOGICA
o La METAFISICA
o Scritti di FISICA
o Scritti di ETICA, POLITICA, ECONOMIA, POETICA E RETORICA
Aristotele è un autore non sistematico poiché scrive dialoghi e non ha un’architettura completa dei propri scritti. Però
Aristotele è un autore sistematico poiché pensa che della realtà degli enti e dell’essere si possano costruire dei trattati.
Quindi con il termine “sistematico” si indica la possibilità di mettere in ordine le proprie opere.
LA SCIENZA
Per Aristotele il sapere è una scienza oggettiva che si scinde e si articola in numerose scienze particolari, ognuna con
una sua autonomia. Da un lato, la filosofia è diventata l’intero sistema delle scienze singole; dall’altro essa stessa è una
scienza singola.
Dato che ogni scienza si occupa di enti (modi di essere dell’essere) Aristotele riconosce che ogni conoscenza dell’ente è
una scienza se è una conoscenza certa.
Ogni scienza può avere per oggetto il possibile, che comprende l’azione (che ha il suo fine in sé stessa) e la produzione
(che ha il suo fine nell’oggetto prodotto). Tra le scienze del possibile, la politica e l’etica hanno per oggetto le azioni e
si dicono PRATICHE. Le arti hanno per fine la produzione di cose e si dicono POIETICHE.
Ogni scienza può avere per oggetto anche il necessario. Il dominio del necessario appartiene alle scienze speculative o
teoretiche. Queste sono tre: la matematica, la fisica e la filosofia prima che Aristotele chiamerà METAFISICA.
È filosofia prima perché:
La Metafisica fonda una delle più importanti discipline filosofiche, ovvero l’antologia. Questo perché l’ontologia studia
l’essere in quanto tale e non ha per oggetto un ente particolare bensì gli aspetti comuni a tutta la realtà. Bisogna cercare,
quindi, di astrarre dall’esperienza sensibile quegli aspetti che non appartengono solo al mondo privato di ognuno di noi,
ma che sono comuni a tutti.
Secondo Aristotele l’essere è molteplice e non si può intendere univocamente, ovvero non si può dire in un solo modo.
Non è neanche equivoco, poiché non si presta ad essere interpretato in più modi.
La sostanza.
Dio e la sostanza immobile.
Studia ciò che va oltre, ovvero al di là della fisica.
A partire dagli enti, studia il rapporto che gli enti hanno con l’essere.
Le CATEGORIE, dal punto di vista logico, sono i gruppi o i generi sommi che raccolgono tutte le proprietà che si
possono predicare dell'essere. Sono i predicamenti dell'essere, che si riferiscono a qualità primarie (le essenze
immutabili degli oggetti), o secondarie (gli accidenti che possono cambiare).
Queste sono:
o Sostanza
o Qualità
o Quantità
o Relazione
o Azione o agire
o Luogo
o Tempo
o Stato
La SOSTANZA è il centro di riferimento delle categorie dell'essere in quanto tutte le altre categorie la presuppongono.
La sostanza è l'essenza necessaria di una cosa, cioè ciò che fa sì che una cosa sia quello che è e non sia qualche altra
cosa.
La sostanza è materia e forma, è potenza e atto, è vero e non falso, è sia accidente che essere per sé. L’essere ha un
nucleo a cui gli attributi si agganciano, ovvero la sostanza.
Nessuna delle altre categorie può essere pensata e compresa senza la sostanza, che è la condizione d’essere e
d’intellegibilità di tutte le altre categorie.
La categoria di sostanza serve ad Aristotele ad esplicitare un principio molto importante, ovvero il principio di non
contraddizione (cioè l’idea che la nostra intelligenza sia in grado di cogliere immediatamente dei principi che hanno una
validità necessaria).
L’idea che ci siano dei principi tali per cui è vietato attribuire e negare allo stesso tempo un medesimo predicato allo
stesso soggetto. È impossibile che la stessa cosa sia e non sia allo stesso tempo. Ci dà la definizione
dell’essenza dell’essere. ANIPOTETICO (indimostrabile)
Aristotele evidenzia altre caratteristiche della sostanza (spiega che la sostanza ha una
dinamicità, che appartiene alla sostanza stessa e quindi ci sono diversi generi):
1. Potenza e atto: la prima è possibilità, privazione e corrisponde alla materia. La seconda è realizzazione,
assunzione di una determinata cosa e corrisponde alla forma.
o La sostanza è attraversata da un movimento che è passaggio dalla potenza all’atto.
CARATTERE ORGANICO DEL DIVENIRE.
La forma consente a una materia indistinta di divenire questa cosa qui. Informare significa riempire di informazioni, e
quindi far passare da uno stato di inconsapevolezza a uno stato di conoscenza. Per Aristotele informare significa dare
forma a qualcosa che può essere qualsiasi cosa, quindi è ciò che va determinato. La potenza è materia perché porta con
sé la dimensione della possibilità (la materia è generica e indeterminata).
QUINDI
La sostanza è SINOLO, ovvero il composto di materia e forma. La sostanza è la molteplicità non moltiplicativa, ovvero
il DNA dell’essere. La sostanza diviene mutando accidenti (qualità).
Tutte le sostanze che divengono richiedono un’altra sostanza già in atto che metta in moto il loro sviluppo. Tutto ciò che
è in movimento ha bisogno di qualcosa che generi quel movimento. Questo può essere un procedimento all’infinito,
quindi bisogna trovare una causa IMMOBILE che spieghi il MOVIMENTO. (se fosse in movimento dovrebbe rinviare
ad altro da sé). Non ha bisogno di qualcosa di anteriore perché è in ATTO.
Dio è una realtà sovrasensibile, immateriale, incorporea ed eterna. La sua perfezione consiste nel vivere la vita più
perfetta e nell’essere pensiero. Ma a cosa pensa? A sé stesso in quanto pensiero. Dio è attività contemplativa di sé
stesso.
Che cosa significa che è motore e causa finale? Significa che Dio è la meta finale a cui tutto tende. Dio innerva di
dinamicità tutto ciò che è e che esiste nella sua molteplicità.
QUESTIONE ANTROPOLOGICA
La questione dell’ESSERE non è una questione di moltiplicazione di generi, ovvero oltre all’essere non ci sono altri
generi, bensì l’essere si PREDICA in molti modi.
Ogni specie appartiene a un genere, ovvero ad una classe più ampia di enti che hanno caratteristiche comuni.
o Da un lato bisogna indicare il genere a cui una specie appartiene, ovvero ciò che essa ha in comune con altre
specie, dall’altro lato occorre evidenziare la sua differenza specifica, ovvero ciò che la distingue dalle altre
specie dello stesso genere.
o Anche le piante sono viventi, ma non sono “animali”, cioè dotati di anima.
o Il vivere nel senso di “riprodursi” rende le piante viventi. Il “sentire e il muoversi” rendono gli animali esseri
viventi. L’essere dotato di “logos” rende l’uomo un essere vivente razionale.
Il vivere appartiene agli esseri viventi, ragione per cui un animale morto è solo un cadavere. Questo concetto vale anche
per l’uomo. L’uomo è tale finché vive. È la caratteristica essenziale che Aristotele riconosce negli uomini. Tutti gli enti
che vivono si definiscono esseri viventi. Per gli esseri viventi l’essere è il vivere.
Possiamo citare molte caratteristiche che però non sono essenziali. La differenza essenziale e unicamente propria è il
fatto di possedere il LOGOS cioè parola e discorso insieme al pensiero e alla ragione. L’uomo ha la percezione dei
valori e, il possesso di questi, costituisce la famiglia e la società.
1. Come gli uomini hanno la parola, gli animali producono versi. Ma la parola non è un verso. Questo perché il
logos è strettamente legato con il pensiero e quindi con la riflessione.
2. Il logos non è solo parola e riflessione, ma anche consapevolezza, ovvero riconoscere i valori.
3. Il possesso di questo logos è elemento essenziale alla creazione di uno spazio d’intelligenza collettivo, senza il
quale la comunità non vivrebbe in modo egualitario. Certamente anche gli animali hanno un istinto
all’aggregazione… ma questo istinto in loro non giunge all’esigenza di creare una comunità nella quale
condividere pensieri e vivere insieme.
Ciò che definisce l’essere umano è la parola. È dotato di ragione e quindi di linguaggio. Il linguaggio ha funzione
simbolica, dove le parole sono simboli delle affezioni dell’anima. È anche animale semantico, poiché le parole sono
dotate di significato.
Secondo Aristotele, la specie non è una realtà A SE STANTE separata come le idee di Platone bensì esiste solo negli
individui, cioè nei singoli uomini; dunque, il genere e la specie sono solo sostanze seconde, cioè predicati universali
della sostanza prima per la quale l’individuo è.
Per comprendere a fondo l'idea che Aristotele aveva occorre riferirsi al De Anima; infatti, per il filosofo
l’anima è diversa da come la intende Platone:
Diversamente dagli esseri non viventi (che necessitano una spinta esterna), gli esseri viventi hanno il fine
dentro di sé, cioè sono dotate di vita in potenza. Posseggono quindi un movimento più complesso e perfetto
che è la VITA. I viventi si distinguono dai non viventi perché hanno in sé il principio del loro moto ovvero
l’ANIMA.
È l’atto primo di un corpo naturale che ha la vita in potenza e, quindi, è la forma ovvero ciò che fa sì che il
corpo sia un tutto intero e unitario (rende un ente quel che è). Aristotele afferma che i corpi possiedono la vita
perché composti da materia e forma. L’anima è atto perché permette di far passare la vita da stato potenziale ad
atto. È realizzazione del corpo
Aristotele ritiene che la differenza specifica dell'uomo rispetto agli altri animali consista nel fatto che l'anima umana
possiede la capacità di pensare, ragionare e parlare; quindi, tutte le funzioni precluse agli altri due tipi di anima:
o Anima nutritiva
o Anima sensitiva (svolge anche le funzioni di quella nutritiva)
o Anima intellettiva (svolge anche le funzioni di quella nutritiva e sensitiva)
L’uomo, dunque, NON ha tre anime ma una sola anima che ha la capacità di svolgere tre funzioni (nutritiva, sensitiva e
intellettiva).
Aristotele afferma che si può parlare allo stesso modo di figure e anima, perché nel termine seguente è contenuto in
POTENZA il termine precedente. ES: nel quadrangolo il triangolo, nell’anima sensitiva quella nutritiva.
COME SI IMMAGINA CHE L’ANIMA SIA IMMORTALE? COME SI FA A PENSARE CHE L’ANIMA
POSSA SOPRAVVIVERE AL CORPO?
L’anima intellettiva non è tale senza vivere e sentire. Ma si può credere che possiamo pensare separatamente dal corpo?
Per risolvere questa questione Aristotele dice che abbiamo due intelletti:
o Intelletto passivo che recepisce le forme degli oggetti (non è separabile dal corpo, quindi è mortale)
o Intelletto attivo che fa portare all’atto tali forme è la conoscenza effettiva (è separabile e quindi immortale,
dura in eterno)
- Scienze poietiche o pratiche: finalizzate al fare, dove nelle scienze poietiche il fare è un produrre mentre nelle
scienze pratiche il fare è un agire (L’agire è un fare autotelico, dove il principio è nel soggetto e il fine è lo
stesso agire).
- Scienze teoretiche: il conoscere è fine a sé stesso, esse sono puramente contemplative (il produrre è un fare
eterotelico, il principio è nel soggetto che fa e il fine è diverso dal fare stesso, di conseguenza è anche separato
da chi produce)
L’etica ha per oggetto “realtà che possono essere diversamente da quelle che sono”, e cioè l’etica non si occupa della
necessità ma di ciò che è contingente, di ciò che può essere diversamente da ciò che è.
Essa non si limita a pura scienza descrittiva, bensì ci dice qual è necessariamente l’azione moralmente positiva.
L’etica è, dunque, lo spazio mutevole della nostra idea di bene; la politica è lo spazio in cui questa legge morale deve
diventare legge di stato, poiché si occupa di quelle azioni necessarie alla città. Il “propium” di ogni azione umana tende
al bene.
- La maturità
- La buona educazione
- Metodi di vita virtuosi
È la felicità, ogni azione umana tende alla felicità. Ma cos’è questa felicità?
Molti uomini dicono che la felicità consista nel godimento, ma una vita che tende al piacere è una vita di schiavitù,
quindi dipendenza. Invece le persone che interpretano la vita buona, riconoscono che la felicità è qualcosa che consiste
nella virtù. In mezzo ci sono le persone più colte che pongono la felicità nell’onore e nel riconoscimento pubblico.
Anche costoro però stanno avendo una cattiva interpretazione della felicità poiché essa non è mai qualcosa di esterno.
Non sono i piaceri, né gli onori e non è neppure l’idea del bene.
E ALLORA COS’È?
È quel bene realizzabile per l’uomo. Aristotele ritiene che per la felicità serva non il semplice possesso della virtù ma
viene richiesto l’uso; non deve essere una disposizione ma un’attività.
La felicità ha a che fare con la realizzazione di una vita buona, ovvero una realizzazione dell’individuo nella polis, alla
sua crescita e realizzazione di una vita buona insieme ad altri.
Oltre a ciò, c’è bisogno di tempo affinché si possa dire che un uomo è felice; accanto alla dimensione temporale vi è la
dimensione legata al piacere, infatti la felicità deve essere piacevole. Per il virtuoso agire bene non è visto come
costrizione, o come dovere, ma come qualcosa di profondamente piacevole.
Aristotele, conseguentemente, distingue le virtù (le virtù sono abiti, ovvero si realizzano grazie all’esercizio):
Virtù etiche: sono le virtù del carattere, ovvero quelle virtù che hanno a che fare con l’abitudine e che regolano
gli impulsi. Attraverso le quali siamo in grado di arrivare al giusto mezzo, che eviti eccesso e difetto. La
giustizia è la virtù etica per eccellenza, perché è la nostra capacità di trovare il GIUSTO MEZZO. È il giusto
mezzo tra la vendetta e il giustizialismo
Virtù dianoetiche: sono virtù che Aristotele colloca al di sopra di quelle etiche, sono le virtù della ragione. Son
quelle attitudini che ci consentono di realizzare il fine stesso dell’essere umano. Non sono più la ricerca di un
equilibro, ma le capacità proprie dell’uomo che vanno sviluppate al massimo: intelligenza, arte e saggezza.
Qui distingue tra saggezza (realtà inferiori che usiamo nella vita) e sapienza (realtà necessarie ed eterne).
Secondo Aristotele sono tre le cause lontane dalla virtù (le stesse che userà Dante):
L’AMICIZIA
Aristotele dedica due libri all’amicizia.
Da un lato l’amicizia rappresenta qualcosa di legato alla virtù e quindi alla felicità e alla politica.
Dall’altro era un argomento che aveva consistenza filosofica. La filosofia si era interessata all’amicizia perché
la città greca riconosceva all’amicizia un valore più pubblico che privato.
Aristotele parla di una fenomenologia dell’amicizia. Egli descrive le tre modalità di come l’amicizia si dà: l’utile, il
piacevole e il buono. A partire da queste tre modalità abbiamo le tre forme di amicizia. Si può essere amici perché si
cerca l’utile, il piacevole e il buono nell’amico. L’amicizia perfetta è quella dei buoni, dove nessuno usa l’altro.
Io costruisco l’amicizia perché ci vogliamo bene reciprocamente nel nostro essere buoni. È fatta da coloro che vogliono
bene per gli amici e non per sé.
L’amicizia per il bene è un’amicizia che dura, perché virtù che sta lì costruisce quell’abitus e quindi ci rinforza per
come siamo in quell’amicizia. L’amicizia, quindi, è collegata al concetto di virtù. L’amicizia è questo spazio terzo in
cui io vivo la relazione con la virtù, e quindi divento felice. Grazie all’amico trovo la virtù. Amando l’amico si ama il
proprio bene.
L’amicizia ha anche una portata civile, perché è l’espressione massima di una vita virtuosa che si realizza nella
costruzione di uno spazio comune che non prevede l’annullamento dei soggetti. La vita virtuosa è perseguibile
dall’essere umano in società. Arriviamo al nostro compimento nella relazione con gli altri senza perdere nulla del
compimento di noi stessi. Siamo esseri socievoli per natura. Non siamo pienamente umani finché non siamo cittadini.
LA NASCITA DELL’ELLENISMO
In Grecia cambia lo scenario, e le scuole ellenistiche diventano figlie di un passaggio che possiamo intendere come la
prima grande esperienza di globalizzazione della storia. Abbiamo a che fare con delle realtà che ci portano in un
periodo in cui comincia a vacillare il modello greco della polis. Ci vengono presentati due passaggi importanti:
Tutto questo porta Atene a cambiare, la quale non sarà più il centro delle decisioni politiche. In questo senso cambia il
rapporto tra lo Stato e il cittadino, che diventa anonimo. Questo cambiamento radicale entra nell’età ellenistica, che
inizia con la morte di Alessandro Magno e finisce con la morte di Cleopatra. Questo periodo porta anche la filosofia a
cambiare e, soprattutto, ci porta dentro l’epoca cristiana. Siamo a ridosso della nascita di Cristo.
L’ellenismo è l’epoca nella quale l’essere umano si riscopre prima come INDIVIDUO e dopo come cittadino. La cura
del senso di sé non è più pubblica. La caduta dei confini innesca un principio di uguaglianza (donne e schiavi vengono
coinvolti).
La filosofia parte dal conosci te stesso per arrivare alla cura di sé stesso, questo perché la filosofia aiuta l’uomo a vivere
senza un richiamo alla dimensione trascendente (non più modelli di SAPERE ma modelli di VITA). Si stringe anche un
forte connubio tra la fisica, la teoria della conoscenza e l’etica: la felicità e il superamento delle paure trovano
ancoraggio negli atomi.
L’ellenismo è, quindi, il passaggio dalla polis alla cosmopoli, cioè un impero che tiene dentro un universo di diversità.
Crolla la città stato e ci si chiude nella propria cittadella interiore. La cura dell’anima diventa il filo conduttore.
Occorre costruire una pace dello spirito: di questo ideale l’incarnazione è il SAGGIO, ovvero colui che riesce in
solitudine a raggiungere la totale mancanza di timore delle cose.
Dalla seconda navigazione di Platone si approda a una cura dell’anima, il quale processo è sporcato con la realtà.
Adesso servono pratiche ed esercizi spirituali.
EPICUREISMO E STOICISMO
EPICUREISMO
L’epicureismo nasce in un giardino della città mentre lo Stoicismo nasce nel portico della città. Ad accomunare queste
due scuole ci sono tre elementi:
Il vero piacere, per Epicuro, viene così a essere l’assenza di dolore nel corpo (aponía) e la mancanza di turbamento
nell’anima (atarassía).
Egli ha poi stabilito che si raggiunge l’obiettivo desiderato soddisfacendo sempre il primo tipo di piaceri, limitandosi
nei confronti del secondo tipo ed evitando il terzo.
IL MALE E LA MORTE
Cos’è il male dell’anima?
Su questi non è il caso di diffondersi, perché essi non sono altro che quelli prodotti dalle fallaci opinioni e dagli errori
della mente. E contro questi tutta quanta la filosofia di Epicuro si presenta come il più efficace rimedio e il più sicuro
antidoto.
E la morte? La morte è un male solo per chi nutre false opinioni su di essa, poiché l’uomo è un “composto anima” in un
“composto corpo”. La morte non è altro che la dissoluzione di
questi composti e, in questa dissoluzione, gli atomi si dileguano per ogni dove, la coscienza e la sensibilità cessano
totalmente, e così dell’uomo non restano che macerie che si disperdono, cioè nulla.
La morte, quindi, non è nulla per noi, perché quando siamo non c’è la morte e quando c’è la morte non ci siamo.
L’uomo cha sappia applicare a sé questo quadruplice rimedio (quadrifarmaco) acquista la pace dello spirito e la felicità,
che nulla e nessuno possono intaccare.
Epicuro indicava una nuovissima via per ritrovare la felicità, perché mostrava come la felicità possa venire da dentro
noi stessi, comunque stiano le cose fuori di noi, perché il vero bene è sempre e solo in noi.
STOICISMO
Il fondatore di questa scuola fu Zenone. Non essendo Ateniese non aveva diritto ad acquistare un edificio; per questo
motivo tenne le sue lezioni in un Portico. In greco portico si dice stoà e per tale ragione i suoi seguaci furono chiamati
stoici.
Secondo gli stoici il bene morale è appunto ciò che incrementa il logos, il male ciò che lo danneggia. Il vero bene per
l’uomo è solo la virtù, il vero male è solo il vizio.
GLI INDIFFERENTI
Bene e male sono solo ciò che giova e ciò che nuoce al logos, e dunque solo il bene e il male morali. Pertanto, tutte
quelle cose che sono relative al corpo, sia che nuocciano sia che non nuocciano, sono considerate indifferenti
(adiáphora) o più esattamente moralmente indifferenti.
Se la virtù è il solo bene, si devono dire propriamente beni solo la sapienza, la saggezza, la giustizia ecc.… e mali i
loro contrari; mentre non sono né beni né mali le cose che non costituiscono virtù, come la vita, la salute, il piacere, la
bellezza … Queste cose sono pertanto indifferenti. Ma nel dominio di queste stesse cose indifferenti, alcune sono degne
di essere preferite o scelte; altre no, come i loro contrari.
VALORI
Ma fra le prime e le seconde c’è tutta una fascia di azioni che concernono gli “indifferenti”.
Quando queste azioni sono compiute “conformemente a natura”, vale a dire in modo razionalmente corretto, esse hanno
una piena giustificazione morale e si chiamano quindi azioni convenienti o doveri.
La maggior parte degli uomini, che è incapace di azioni “moralmente perfette” (perché, per compiere queste, occorre
acquistare la scienza perfetta del filosofo), è invece capace di “azioni convenienti”, ossia è capace di assolvere dei
“doveri”.
È questa la celebre apatia stoica, cioè l’assenza di ogni passione, la quale è sempre e solo turbamento dell’animo.
AGOSTINO
S. Agostino è considerato uno dei più importanti autori occidentali, un padre della chiesa che cercava di far coincidere e
dialogare i principi della chiesa con la posizione filosofica del tempo. Importanti novità sono:
Il primo ad individuare una distinzione tra fides qua creditur (ossia la fede come insieme di verità da
comprendere) e fides quae creditur (fede come fiducia) è stato Agostino.
Il principio persona: dio è persona, le sue creature sono persone; dunque, la creatura entra in dialogo con il
creatore.
La questione del male: è importante capire come si giustifica e come bisogna comprendere il male nella
relazione tra creature e Dio. Se Dio ci ama, perché nel mondo esiste il male?
La questione dell’amore: l’agape è la parola dell’amore cristiano ed è quella parola che introduce l’idea di non
immediata concepibilità che il Dio è un Dio che ama. Diventerà un tema scomodo dei cristiani, il
comandamento dell’amore ha un tratto debole.
Storia e salvezza: che rapporto c’è tra ciò che facciamo nel tempo e la salvezza eterna? Tra eternità e
temporalità? Qual è la vera appartenenza dei cristiani?
È un testo che ci permette di cogliere ciò che per i cristiani rappresenta la propria originalità e per i non cristiani
rappresenta la stranezza della novità cristiana.
Agostino e la patristica rappresentano l’impegno intellettuale dei primi grandi pensatori cristiani a dar conto di quel
DIVERSAMENTE. Che ha una portata universale.
Questo tratto di paradossalità che questo testo mette in luce racconta di una rivelazione che spinge i cristiani a non
vivere nel disinteresse rispetto alla storia e a non sentirsi soltanto di questo mondo.
Agostino non vuole rendere questo diversamente un tratto di esclusività, ma vuole innervarlo di un messaggio di
universalità.
Egli nasce nel Nord Africa, viaggia molto, si converte in età adulta e a partire dalla sua conversione scrive una mole
enorme di opere. Dialoga con mondi diversi anche da un punto di vista culturale. (si forma sulle opere di Cicerone)
Sente la necessità di filosofare per la felicità, la filosofia è un’attività speculativa per lui che ha come unico fine sé
stesso.
Un incontro importante fu quello con il manicheismo, che ha come principio la dualità del bene della luce e del male
dell’oscurità, entrambi principi eterni. L’anima dell’uomo, composta di luce, è opera del principio del bene, mentre il
corpo, composto di materia meno pregiata, è opera del principio del male.
LE QUATTRO COORDINATE
Possiamo pensare di attraversare il pensiero di Agostino attraverso queste quattro coordinate, dove ogni coordinata ci
aiuta a leggere come in Agostino questione teologica e antropologica siano in connessione:
Questa via è l’interiorità, che ha un carattere di un percorso di rinnovamento di sé e che agostino colloca all’incrocio
tra:
Agostino è il primo che riconosce all’interiorità un percorso spirituale e la luce della verità, che è qualcosa di interno a
ciascuno. Per Agostino ciò non significa evadere dalla realtà materiale e al tempo stesso non deve essere neanche un
allontanamento soggettivo. Infatti, nessuno ha una propria verità.
Agostino vuole farci capire che la verità abita la parte più interna di noi e per scoprirla dobbiamo raccoglierci in noi
(intentio) per trovare la possibilità dell’ulteriorità.
Lui arriva a dire che l’interiorità è il luogo dove c’è il doppio riconoscimento, di me e dell’Altro, dove ho trovato la mia
verità troverò anche il mio Dio verità in sé.
Al fondo del mio Io è possibile scoprire una tangenza tra finito ed infinito in cui Dio si annuncia come colui che è più
interno della mia intimità e più in alto della mia sommità. Però interior e summo non sono l’ultima e la prima parola,
ma c’è un oltre. L’io non è la parola definitiva della persona, c’è la possibilità di scoprire altro nell’io.
L’interiorità è un percorso di congiunzione di anima e corpo, dove sono un SOLO essere umano e non due entità
separate.
L’anima è incorporea, opera, pensa e conosce grazie al contatto che ha con Dio. L’illuminazione divina è un
principio che ci consente di essere soggetti di conoscenza intellettuale. L’intelletto non può intendere se non è
illuminato dalla fede. La fede è la guida per la ragione, un orientamento che dà senso alla ricerca.
C’è un momento a partire dal quale il tempo inizia, prima non esisteva. Prima del mondo non c’era un “prima
temporale”, poiché il tempo è connesso al movimento, assente prima della creazione del mondo.
La natura del tempo si spiega in relazione all’animo, che conserva il passato e anticipa il futuro, l’eternità è invece un
infinito presente. La differenza sostanziale tra tempo ed eternità è che non esiste il tempo senza mutabilità, mentre
nell’eternità non c’è nessun mutamento.
La creazione delle cose è ex nihilo, ovvero dal nulla. Una realtà può derivare da un’altra in tre modi:
Secondo agostino nella creazione svolgono un ruolo fondamentale le idee, che sono i pensieri-modello di Dio in base ai
quali egli ha creato ogni cosa. Le idee sono eterne e immutabili e rappresentano la vera verità, sono il modello ideale del
mondo. Al momento della creazione Dio produce i semi che sono le ragioni seminali (create dagli stoici, rielaborate in
maniera metafisica da Plotino) di tutte le cose, le quali hanno bisogno di tempo per generare ciò che è insito nella loro
natura.
Dunque, Dio non crea la totalità delle cose come già attuate, ma immette nel creato i semi di tutte le cose possibili che
poi nel corso del tempo si sviluppano e perfezionano. Le ragioni seminali sono un prolungamento della creazione di
Dio.
Metafisico-ontologico: il male non esiste, perché nel cosmo ci sono solo gradi inferiori di essere rispetto a Dio,
dipendenti dalla finitudine delle cose create e dal differente livello di questa finitudine.
Morale: il male è il peccato, che dipende dalla cattiva volontà della creatura e consiste nel volgere le spalle a
Dio.
Fisico: il male è una conseguenza del peccato, dunque del male morale.
In Agostino troviamo il concetto di volontà, che è qualcosa di autonomo rispetto alla ragione. Essa conosce e la volontà
sceglie, scegliendo anche contro la ragione. La libertà è propria della volontà, la ragione può conoscere il bene e la
volontà può respingerlo. Il peccato originale fu un peccato di superbia e fu la prima deviazione della volontà.
La volontà raggiunge la sua perfezione e la sua piena libertà quando non fa il male, ma a seguito del peccato originale la
volontà si è indebolita e ha bisogno della grazia divina. Per questo l’uomo cerca di vivere rettamente avvalendosi delle
sue forze senza bisogno della grazia divina. Facendo questo, però, cade nel peccato, si libera dal male con il potere di
credere nella grazia che lo salva e con la libertà di scegliere la grazia. Una libertà piena e perfetta può essere ottenuta
solo grazie alla redenzione di Dio.
LA CITTÀ DI DIO
Abbiamo detto che è l’opera che tratta il tema della salvezza e della pace.
1. La città terrena che deriva dall’amore di sé, dalla cupidigia, principio del male.
2. La città divina/celeste che deriva dalla carità, dall’amore per Dio, principio del bene.
Sulla terra il cittadino della città terrena sembra essere il dominatore, nella città celeste è un pellegrino; il primo è legato
alla dannazione, il secondo alla salvezza. Nessun contrassegno esteriore distingue le due città che sono mescolate
insieme sin dall’inizio della storia umana. Solo interrogando sé stesso ognuno potrà scorgere a quale delle due città
appartenga.
Tutta la storia degli uomini nel tempo è lo sviluppo di queste due città: essa si divide in tre periodi fondamentali.
1. Nel primo gli uomini vivono senza leggi e non vi è ancora lotta contro i beni del mondo.
2. Nel secondo gli uomini vivono sotto la legge e perciò combattono contro il mondo, ma sono vinti.
3. Il terzo è il tempo della grazia in cui gli uomini combattono e vincono.
La storia si concluderà con il giorno del signore e si attuerà il riposo eterno. Importante in questo discorso è la storia,
questo dibattito Agostiniano delle due città si svolge dal medioevo fino all’anno mille, ed il pessimismo di stampo
Agostiniano per quanto concerne la città terrestre trova riscontro nel concetto d’impero che si consumava passando dai
romani ai greci. L’uomo buono è quello che ama, quello che ama ciò che deve amare. I beni finiti
vanno usati come mezzi e non vanno trasformati in oggetto di godimento come se fossero fini. La virtù è l’amare sé
stessi, gli altri e le cose secondo dignità ontologica che è propria di ciascuno degli esseri. La conclusione di Agostino è
“ama et fac quod vis” (ama e fa ciò che vuoi).
PSEUDO-DIONIGI
È cristiano ma con una forte influenza neoplatonica, infatti scrive libri teologici ma con grande rilevanza filosofica.
Nel complesso, gli scritti dello pseudo-Dionigi disegnano una visione gerarchica della realtà, in cui la realtà e la
conoscenza discendono dal principio sommo della creazione, Dio, tramite le intelligenze angeliche, sino ad arrivare ai
gradi infimi della materia.
PERÒ
Anche agli ultimi livelli il bene è sempre presente (si diffonde ovunque). Neanche i demoni per loro natura sono
malvagi.
LA FIGURA DI DIO
Sebbene sia l’assoluta unità e il bene sommo su cui tutte le cose partecipano e senza cui non potrebbero essere, Dio è
superiore alla stessa unità: è l’Uno super-essenziale, che è causa e principio di ogni ordine.
Il nome stesso di Bene, che è il più alto di tutti, è inadeguato all’altezza della perfezione divina. L’emanazione delle
cose da Dio è intesa da Dionigi come creazione. Il mondo non è uno stadio dello sviluppo di Dio, bensì un prodotto
della volontà divina.
Tuttavia, gli esseri del mondo sono tutti manifestazioni o simboli di Dio e perciò la creazione di essi consente all’uomo
di risalire a Dio e di rifare all’inverso il cammino della creazione (divinizzazione).
1. La teologia affermativa: il mistero è conoscibile tramite i suoi effetti, cioè la creatura, che gli è in qualche
modo simile. In questo caso attribuiamo a Dio qualità più elevate possibili, però facendo ciò, è come se
riducessimo la realtà divina a delle categorie o predicati. Però, come afferma Hegel, “ogni affermazione è una
negazione”. Se ogni affermazione è al tempo stesso anche una negazione, una teologia affermativa che
pretende di affermare qualcosa di Dio rischia di limitarlo. Ogni affermazione sarà quindi imprecisa.
2. La teologia negativa: nega la possibilità di predicare qualche cosa di Dio. Sostiene che da un certo punto di
vista è meglio negare i predicati piuttosto che affermarli. Infine si sfocia nella teologia superlativa o iperbolica.
3. La teologia superlativa: è una teologia che in ogni caso permette di affermare che Dio è aldilà di qualsiasi
predicato, quindi non si può dire né che Dio è essere o che non è essere ecc.. Dio è “super”, quindi al di là della
misura umana. È un’affermazione positiva e nagativa allo stesso tempo. Diciamo qualcosa di allusivo, che si
riferisce a una realtà che non possiamo conoscere.
ES: L’essenza della cecità non esiste. La cecità è privazione della vista, dell’essere.
Il male è quindi il mancare del bene, che via via scalando dalla gerarchia si manifesta.
Dionigi, quindi, ci presenta una realtà in cui le cose sono fedeli alla natura e sono in continua relazione reciproca.
Il cosmo e Dio sono vivi e relazionali: ci sono presentati solo concetti dinamici.
Per questo c’è il ritorno a Dio. Se siamo sempre dinamici e in relazione alla fine torniamo a Dio, alla perfezione.
BOEZIO
Boezio è stato un filosofo e senatore romano. Con le sue opere ha avuto una profonda influenza sulla filosofia cristiana
del Medioevo, tanto che alcuni lo collocarono tra i fondatori della Scolastica. Boezio, nel clima di rilancio della cultura
che la pace rese possibile durante il regno del re goto, concepì l'ambizioso progetto di tradurre in latino le opere di
Platone e di Aristotele, un argomento a cui terrà parecchio è proprio quello della teorizzazione delle categorie di
Aristotele.
La sua opera più famosa fu ‘La consolazione della filosofia’, scritta in prigione, nella quale si interroga su ciò che gli è
successo e che ebbe un influsso enorme sull’intero Medioevo, soprattutto quello cristiano (persino Dante lo inserisce nel
suo capolavoro). L’opera conta di cinque libri:
1. Il filosofo, giacendo in prigione, si lamenta incessantemente. Intanto però gli appare “una donna dagli occhi
penetranti” che scaccia le altre muse intorno a lui le quali non potevano curarlo dai suoi dolori. Guardando
questa negli occhi, egli riconoscerà la sua “nutrice” nonché salvatrice: la FILOSOFIA. Boezio le dice
di aver sempre difeso i diritti degli umili contro i delinquenti, ma la Fortuna gli è stata avversa. Ella,
quindi, gli fa capire che il mondo non è affidato al caso MA alla divina ragione, ovvero DIO.
2. La Filosofia lo esorta a rassegnarsi alle vicende della Fortuna, destino che domina sulla vita terrestre e che non
porterà mai alla Vera Felicità Che non è da ricercare nei beni materiali. Tuttavia, la maggior parte degli
uomini tende a beni imperfetti e imparziali che non possono concedere quella piena felicità a cui l’uomo
aspira. La vera felicità è però Dio, quindi tutti gli uomini, consapevolmente o meno, tendono a Lui.
BEATITUDINE.
3. Boezio spiega che l’uno, il bene e Dio sono la stessa cosa. MA se il mondo è dominato da Lui, come esiste il
male? Perché i cattivi restano impuniti? -> tesi neoplatonica.
4. Se si ammette che il mondo è retto da Dio, appare però inspiegabile la presenza del male nel mondo; in
particolare, risulta incomprensibile l'ingiustizia per cui i beni e i mali non sembrano esser perfettamente
distribuiti tra buoni e malvagi. La Filosofia risolve i dubbi di Boezio
dimostrandogli che i malvagi sono sempre infelici; i buoni, viceversa, sono sempre felici per il possesso del
Bene, che costituisce il premio stesso della loro virtù. In tal senso, si può tracciare la distinzione tra:
Provvidenza: è ciò che rende possibile, per volontà di Dio, l’esistenza di qualsiasi entità. È il centro
stesso dell’Esistenza.
Fato: è il concatenamento mutevole e l’ordine temporale di tutto ciò che è stato disposto da Dio.
5. A questo punto Boezio solleva una nuova questione: se tutto è conosciuto anticipatamente da Dio, come è
possibile ammettere la libertà delle scelte umane? Dio vive in una dimensione che esclude la nostra
dimensione del prima e del dopo, Dio vive l’adesso. La dimensione di Dio non tocca la nostra, è una
dimensione altra del tempo.
LA SCUOLA FRANCESCANA
BONAVENTURA
Giovanni Fidanza, detto Bonaventura nell’ordine francescano, nacque a Viterbo nel 1221. Non è certo che sia stato
allievo, a Parigi, di Alessandro di Hales. Alla fine del 1253 divenne maestro reggente all’Università di Parigi. Divenne
ministro generale dell’ordine francescano e fu nominato sia arcivescovo che cardinale.
Nella sua opera più famosa, “L’itinerario della mente a Dio”, Bonaventura spiega che il criterio di valore e la misura
della verità si acquisiscono dalla fede, e non dalla ragione. Da ciò fa conseguire che la filosofia serve a dare aiuto alla
ricerca umana di Dio, e può farlo, come diceva sant'Agostino, solo riportando l'uomo alla propria dimensione interiore
(cioè l'anima), e, attraverso questa, ricondurlo infine a Dio.
È un testo in cui emerge una correlazione stretta tra la realtà umana e Dio. Dobbiamo riconoscere che le cose esistono
solo grazie alla presenza di Dio in esse. Ci sono tre gradi per arrivare a Dio:
1. Il grado esteriore: è la realtà che si trova più in basso, nel mondo sensibile. In questa tappa consideriamo
gli oggetti corporei e temporali, nei quali è presente l’orma di Dio. Questo significa incamminarsi per la
via di Dio.
2. Il grado interiore: è necessario adesso rientrare in noi stessi, perché la nostra mente è immagine di Dio,
immortale, spirituale e dentro di noi, il che conduce nella verità di Dio.
3. Il grado eterno: infine, occorre elevarci a ciò che è eterno, spiritualissimo e sopra di noi, aprendoci al
primo principio, e questo dona gioia alla conoscenza di Dio.
Dunque, per Bonaventura l'unica conoscenza possibile è quella contemplativa, cioè la via dell'illuminazione, che porta a
cogliere le essenze eterne. L'illuminazione guida anche l'azione umana, in quanto solo essa determina la sinderesi, cioè
la disposizione pratica al bene.
Bonaventura rivisita la teoria delle idee e la traduce nell’esemplarismo. (Dio è un artista che crea ciò che pensa e
partecipa al creato. In lui sono presenti le idee).
Nel modo di concepire il modo si dà, inoltre, una recezione di temi aristotelici assimilati in un quadro agostiniano:
Le cose create (puri spiriti inclusi) sono composte di materia e forma (ilemorfismo universale)
Nelle cose materiali si dà una pluralità di forme sostanziali
E una presenza, nella materia, di ragioni seminali è la potenza attiva presente nella materia, e questa
potenza attiva è l’essenza della forma, giacchè da essa si genera la forma.
Tutti gli esseri sono dunque composti di materia e forma. La forma è l’essenza che definisce la materia a un determinato
essere. Ma questa essenza è sempre universale, perché ha in sé la capacità di realizzarsi in una molteplicità di individui.
Il principio che determina la forma universale coincide con i principi costitutivi dell’individuo.
L’individuazione deriverà dall’unione di materia e forma.
RAPPORTO ANIMA/CORPO
Per Bonaventura l’anima è al tempo stesso la forma del corpo e sostanza (l’anima infatti è sia attiva, il che rimanda a un
principio formale; sia passiva, il che implica la presenza in lei di una dimensione di materia, seppur “spirituale”), in altri
termini l'anima è - in qualche modo completa in sé stessa e strutturalmente orientata ad informare il corpo: in effetti
l'unione tra anima e corpo non comporta detrimento per nessuna delle due componenti, ma reciproco perfezionamento.
RAPPORTO ANIMA/FACOLTÀ
Non esiste distinzione tra l’anima e le sue facoltà, o potenze. Entrambe cooperano a un unico atto completo di
intellezione. Cioè non vi è separazione tra intelligenza e affettività: è l’anima stessa che intende e vuole attraverso
l’intelletto e la volontà.
LA CONOSCENZA
Bonaventura nega l’esistenza in noi di idee innate: nemmeno i principi lo sono, e tutti i contenuti della conoscenza sono
tratti dai sensi. Tuttavia, perché la conoscenza raggiunga la
sua piena statura, occorre l’illuminazione; attraverso il Verbo, che pure non vediamo, le ragioni esterne gettano sulla
nostra conoscenza una luce che ci permette di avere certezze indubitabili sulla realtà; tali certezze non potremmo
raggiungerle se ci basassimo solo su noi stessi, che siamo mutevoli e soggetti al dubbio.
FEDE E RAGIONE
Duns Scoto afferma che la sola conoscenza possibile è quella propria della ragione umana naturale. Fa una distinzione
tra la verità razionale della metafisica che è propria della ragione umana e quindi valida per tutti gli uomini e la verità
della fede che ha una certezza solidissima solamente per i cattolici.
E difatti la fede non ha nulla a che vedere con la scienza secondo Duns: essa appartiene solo al dominio pratico. Tutto
ciò che trascende i limiti della ragione umana non è più scienza, ma azione o conoscenza pratica.
Perché l’uomo non può con la ragione naturale rendersi conto del fine al quale è stato destinato. Evidentemente si tratta
di un fine che Dio ha voluto liberamente assegnare all’uomo, che non si connette necessariamente con la natura
dell’uomo e perciò non può essere dimostrato proprio di questa natura.
Il compito del filosofo è di contribuire a dissipare la complessità dell’esistente. In tale contesto Duns Scoto elabora la
dottrina della distinzione: 1) reale, 2) formale e 3) modale.
Si tratta cioè di individuare quelli che Duns Scoto chiama concetti simpliciter simplices, più semplici del semplice, nel
senso che ciascuno di essi non è identificabile con nessun altro. Si tratta di concetti univoci che è possibile cioè solo
negare o affermare di un soggetto.
La conoscenza intuitiva: ottenuta per ‘contatto’, ovvero grazie alla presenza immediata dell’oggetto al soggetto
conoscente.
La conoscenza astrattiva: presente nel soggetto indipendentemente dal ‘contatto’ o meno con l’oggetto
conosciuto.
L’individualità presente nella realtà deve poter trovare riduzione nell’universalità delle cose astratte, univoche,
dell’intelletto, riduzione intesa come fondamento comune.
La sostanza per Scoto è il fondamento comune. Ma che cos’è la sostanza? Certamente non può essere cosa univoca, né
moltitudine, essa è una cosa indefinita e indifferente, da essa si generano le cose e i concetti. Questa delimitazione della
sostanza viene chiamata da Scoto l’HAECCEITAS, che indica quella formalità o perfezione per cui ogni ente è quello
che è e si distingue da ogni altro. Universale e particolare coincidono nel concetto di persona.
IL VOLONTARISMO
Il bene è ciò che Dio vuole e impone: infatti Scoto mira a salvaguardare la trascendenza di Dio. Scoto sostiene il
primato della volontà sull’intelletto, sia nell’uomo che in Dio: DOTTRINA DEL VOLONTARISMO.
Di fatti, per lui, volontà umana e divina sono libere allo stesso modo, al punto che non è la volontà a seguire ciò che
l’intelletto riconosce come razionale. Il peccato originale dipende da un atto volontario, così come il male: non è un
ERRORE.
L’ESISTENZA DI DIO
L'esistenza di Dio non è qualcosa di evidente.
Alla dimostrazione dell'esistenza di Dio si arriva, secondo Duns Scoto, attraverso la nozione di essere infinito, ma per
dimostrare che esiste un essere infinito occorre prima dimostrare che esiste un essere primo e poi che tale essere primo è
infinito.
Duns Scoto fa una dimostrazione a posteriori dell’esistenza di Dio, affermando che noi vediamo che possono esistere
enti che non sono prodotti né dal nulla né da sé stessi e poiché non è possibile risalire all'infinito nella serie delle cause,
occorre dunque ammettere la possibilità di un essere primo, causa di tutto il resto e a sua volta non causato da altro;
quindi, capace di esistere da sé poiché se non esistesse, esso non sarebbe più tale.
Non dipendendo da nulla, l'essere primo non è limitato da nulla e pertanto è infinito. La nozione di infinito non è un
attributo particolare di Dio, ma esprime un modo intrinseco del suo essere, il grado massimo della perfezione.
Questo concetto di ente infinito è tuttavia insufficiente, in quanto non ci introduce nella ricchezza di Dio, poiché questa
non è una realtà che l’uomo può comprendere di natura.
ANSELMO D’AOSTA
Viene chiamato dagli inglesi Anselmo di Canterbury, poiché termina la sua carriera come arcivescovo di Canterbury, ed
è legato ad una carica molto alta. Egli semplifica molto bene gli
insegnamenti interni al monastero, tutti incentrati ad una formazione monasteriale che ha come scopo non solo
insegnare le materie, ma come aiuto nella contemplazione di Dio.
Anselmo entra in contatto con le sacre scritture, quindi attua un lavoro di contenuti e di ricerca più approfondita, e
questo avrà come conseguenza un’esperienza religiosa pienamente attuata e non vissuta superficialmente.
“CREDO UT INTELLIGAM, INTELLIGO UT CREDAM” La fede è il punto di partenza della ricerca filosofica.
Non si può intendere nulla, se non si ha fede, ma la fede sola non basta, occorre confermarla e dimostrarla. La fede,
quindi, non è intesa come adesione cieca ma come uno sforzo di diventare sempre più consapevoli di ciò che si crede.
Se io credo per capire devo fare un cammino di approfondimento costante e senza fine.
Il pensiero di Anselmo è stato spesso identificato con una formula “Una fede che si sforza di raggiungere una
comprensione” Quindi una fede che non aderisce passivamente ad un contenuto ma che ne vuole diventare
pienamente cosciente e da questo contenuto trarre motivo di approfondimento. È una fede che si serve della ragione e
della dialettica per agire (Interrogare e rispondere). Insieme a questo discorso di produce un avanzamento momentaneo
che ci permette di vivere l’esperienza della fede come qualcosa di ATTUALE.
PROSLOGION E MONOLOGION
Partiamo con una citazione “Mi sembra negligenza se, una volta rassodati nella fede, non cerchiamo di capire
quanto crediamo”. La fede, quindi, come esperienza vissuta, un percorso di vita e un oggetto di discussione.
I due testi più noti di Anselmo sono: Monologion, ovvero un dialogo con sé stesso e Proslogion, ovvero un dialogo con
l’altro, con Dio stesso. Sono due dialoghi di fede che, però, sono impostati in modo diverso.
DI COSA TRATTANO PIÙ APPROFONDITAMENTE?
IL MONOLOGION è una riflessione che si pone sotto forma di meditazione. Su richiesta
dei suoi discepoli Anselmo produce una riflessione sul problema dell’esistenza di Dio che si mantenesse su un piano
razionale (cioè che si basasse non su verità rivelate, bensì su argomenti che rivelano evidenze empiriche accessibili a
tutti).
Anselmo ricostruisce un monologo interiore di un uomo che, ignorando o non credendo i contenuti della Bibbia,
riflettesse sulla realtà sensibile giungendo a scoprire che esiste un ente con tutte le caratteristiche del Dio.
Tale idea viene sviluppata a proposito del BENE: dal momento che possiamo constatare che nella realtà esistono molti
beni (diversi tra loro e buoni in grado maggiore o minore), dobbiamo secondo Anselmo dedurne con certezza che essi
sono buoni in virtù di un solo principio del bene assoluto, cioè a causa della loro partecipazione in diverso modo e in
diverso grado di un unico sommo bene.
IL PROSLOGION ha come interlocutore Dio, è Dio che si rivolge all’uomo. Il Dio cristiano si rivela, parla Lui
all’uomo. L’argomento del Proslogion è del tipo a priori: è cioè basato su una definizione di Dio ricavata dalla fede e
sviluppata secondo un procedimento razionale che aspira a essere valido in sé.
L'argomentazione di Anselmo prende dunque le mosse dalla definizione di Dio come «ciò di cui non può essere pensato
niente di maggiore». Egli sostiene che chiunque, incluso lo «stolto» che, «disse in cuor suo: Dio non esiste», comprende
tale definizione, anche se non comprende che l'oggetto di tale definizione esiste; comunque, nel comprenderla, si forma
mentalmente il concetto di un ente sommamente grande, del quale sia impossibile pensare qualcosa di maggiore.
PERÒ
Qualcosa che esiste solamente nella mente di qualcuno non è tanto grande quanto qualcosa che esiste anche nella realtà
esterna; pertanto, ciò di cui non possiamo pensare nulla di maggiore, essendo il maggiore di tutti gli enti, non può non
avere la caratteristica dell'esistenza.
Il ragionamento di Anselmo è quindi assurdo, poiché se esiste qualcosa di cui non può essere pensato niente di
maggiore, questo essere sommo e maggiore deve avere per forza la caratteristica dell’ESISTENZA.
ABELARDO
Pietro Abelardo è stato un filosofo, teologo e compositore francese. Nel corso della sua vita si mosse da una città
all'altra fondando scuole e dando così i primi impulsi alla diffusione del pensiero filosofico e scientifico. Celebre è la
sua storia d'amore con Eloisa, da molti considerato il primo esempio documentato di amore declinato in chiave
"moderna", come passione e dedizione assoluta e reciproca.
L’Universale per Abelardo è un concetto che la mia mente elabora traendo fuori dai singoli individui quegli elementi in
comune che giustificano il riferimento ad un ente.
LA RAGIONE
Anche Abelardo utilizza la ragione come strumento di approfondimento della fede. Nella
Teologia del Sommo Bene Abelardo giustifica l’uso della dialettica sui dati della fede rifacendosi ad Agostino, il quale è
considerato una sorta di autorità. Nel De Doctrina Christiana (lo stesso Agostino)
raccomanda quest’arte come estremamente necessaria. Egli dice che la ragione è sempre utile, ma in particolar modo
quando dobbiamo analizzare questioni che si riferiscono alle Sacre Scritture. (questioni legate al senso del nostro
vivere).
PERÒ
La ragione non ci permette di comprendere tutto. Infatti, le verità di fede presentano dei limiti di comprensibilità dove la
ragione non può risolvere o arrivarci, questo perché gli oggetti della riflessione teologica non sono oggetti di esperienza.
QUINDI
Se Dio non manifesta sé stesso, la nostra mente non ha la capacità di vederlo; a maggior ragione i mortali non devono
cercare di comprendere l’incomprensibile con le loro piccole ragioni, essi non sono in grado di esaminare né sé stessi,
né la natura di qualunque creatura.
ETICA
Il punto centrale dell’Etica di Abelardo è la distinzione tra vizio e peccato e tra peccato e azione cattiva. Il vizio è
un’inclinazione naturale dell’anima al peccato. Ma se tale inclinazione viene combattuta e vinta, non solo non dà
origine al peccato, ma rende più meritoria la virtù.
Il peccato è invece il consenso dato a questa inclinazione ed è un atto di disprezzo e di offesa a Dio. Essa consiste nel
non compiere il volere di Dio, nel contravvenire a un suo divieto. L’azione cattiva può essere commessa anche senza il
consenso della volontà, quindi senza peccato.
TOMMASO D’AQUINIO
BIOGRAFIA
L’opera di Tommaso segna una tappa decisiva della Scolastica. È stato una delle più grandi figure della filosofia ed
esponente della tradizione domenicana. L’ordine domenicano (o mendicante) si qualifica per una rinuncia alla
precarietà stabile, con una scelta di distacco dal monastero e di coinvolgimento nella vita cittadina. Si inseriscono nelle
nuove realtà e attività della città.
Tommaso è un esponente dell’ordine dei predicatori, coloro che annunciavano la parola di Dio e la testimoniavano con
il comportamento (San Francesco).
Tommaso è il figlio più giovane di una famiglia di feudatari, e viene avviato agli studi per le sue grandi capacità. Gira
per tutta l’Europa come insegnante a formare i novizi. La sua vita si consuma nell’insegnamento e nella composizione
di opere. L’apertura culturale è la caratteristica che lo contraddistingue. Siamo in un periodo in cui l’Europa percepisce
l’insegnamento di Aristotele e vengono quindi tradotte le sue opere. Cambia la concezione della vita, che era lontana da
quella che percepivano gli uomini fino ad adesso. Da una parte c’è una novità di contenuti e dall’altra una critica di
questi contenuti.
Tommaso, quindi, comincia a commentare le opere di Aristotele perché le riteneva importanti per il suo lavoro di
teologo. Tradurre, conoscere e assimilare Aristotele serviva ad aprire la mente a nuovi concetti.
Tommaso fa un commento ad un’opera di Boezio in cui si interroga sull’incontro tra ragione naturale e rivelazione:
quali sono i limiti e le risorse di questo incontro.
Sia la ragione che la rivelazione sono due doni di Dio, quindi non possono essere in contrasto.
La ragione è importante però allo stesso tempo è fallibile e ha causato il peccato, che però non ha impedito alla
ragione di ricercare la verità.
Il peccato c’è stato, ma non ha attaccato la natura umana, l’ha solo indebolita. Questo difetto non ha intaccato
l’opera di Dio.
Dal punto di vista di Tommaso c’è la fiducia che ragione e fede non siano fatte per ostacolarsi, ma siano complementari
nella ricerca della verità. Sono fatte per costruire insieme qualcosa di positivo. Secondo Tommaso la ragione è sempre
un dono di Dio anche per chi non ci crede.
1. Per mostrare ciò che funge da preambolo alla fede. Prima di credere esistono delle verità spiegate dalla
ragione. ES: Esiste un DIO e questo lo sanno TUTTI. La sua tesi viene appoggiata dal fatto che pagani come
Platone o Aristotele siano arrivati a pensare che esiste un Dio.
2. Per chiarire, mediante similitudini, la verità della fede.
3. Per opporre resistenza a ciò che viene detto contro la fede, dimostrando che sono false o almeno non hanno
forza dimostrativa.
L’ESISTENZA DI DIO
Dio è una di quelle verità che la ragiona naturale da sola può cercare di fornire. L’idea di Dio è accessibile all’uomo in
quanto uomo.
Tommaso non vuole darci delle dimostrazioni dell’esistenza di Dio, bensì delle vie che partono dall’esperienza. (A
posteriori). Non si può partire dalle dimostrazioni di Dio, bensì dalle cose sensibili.
1. La prima è quella che si desume dal divenire (cambiamento). Il fatto che la realtà intorno a noi diviene e
cambia è la cosa più evidente. È certo che in questo (mio) mondo alcune cose divengono; questo perché non
abbiamo esperienza di tutto il mondo. Tutto ciò che diviene, diviene in virtù di qualcos’altro. Il divenire è un
passaggio da potenza ad atto. Se l’essere che muove è anch’esso soggetto a movimento, bisogna che
sia mosso da un altro. Non si può procedere all’infinito, perché non vi sarebbe un primo motore, ovvero Dio.
2. La seconda via muove dalla nozione di causa efficiente. Nel mondo sensibile c’è un ordine tra le cause
efficienti, ma non è possibile che una cosa sia causa efficiente di sé stessa, perché altrimenti sarebbe prima di
sé stessa. Non è possibile andare all’infinito, poiché altrimenti equivale a eliminare la prima causa efficiente,
ovvero Dio.
3. La terza via è tratta dal contingente al necessario. Tra le cose che facciamo esperienza ci sono cose che
possono essere e non essere. È impossibile che tutte le cose siano sempre state, perché prima non erano. Noi ci
siamo perché a monte di noi c’è qualcosa che ci fa essere.
4. La quarta via è tratta dai gradi che si riscontrano nelle cose (argomento meno aristotelico, più platonico). È un
fatto che nelle cose si trova il bene, in grado maggiore o minore. Ma il grado si attribuisce alle diverse
cose nella misura in cui si accosta più o meno a qualcosa che è sommo. Ciò che è massimo in un dato genere è
causa di tutti gli appartenenti a quel genere.
5. La quinta via si desume dal governo delle cose; noi vediamo che alcune cose, che sono prive di conoscenza,
operano sempre allo stesso modo così da conseguire ciò che è ottimo per loro. Raggiungono il loro fine con
una sorta di intenzionalità. Ciò che è privo di intelligenza è diretto da un essere intelligente e dotato di
conoscenza.
L’ANTROPOLOGIA
Declinando nuovamente il pensiero aristotelico in un’ottica cristiana, Tommaso ritiene che la natura umana sia l’unione
tra anima e corpo, dove l’anima è forma e principio vitale del corpo.
Non si tratta di una sostanza separata, bensì una sostanza intellettuale che “informa” e “configura” il corpo stesso.
L’anima è sì una sostanza, ma non composta di materia e forma, ma di un’essenza, cioè quella di essere una forma
spirituale, e di un atto di essere che gli proviene dall’atto creativo divino.
Questa natura autonoma dell’anima è dimostrabile facendo riferimento alle sue capacità intellettive, ovvero alla capacità
di conoscere tutti i corpi, di pensare realtà immateriali e concetti universali, e di costituirsi come autocoscienza.
L’intelletto non è una potenza corporea, tuttavia la sua operazione non può compiersi in noi senza l’esercizio delle
potenze corporee, quali l’immaginazione, la memoria e la cogitativa. Ecco perché quando sono
impedite le funzioni di tali facoltà per l’indisposizione del corpo, viene impedita l’operazione dell’intelletto.
INFATTI
Quando l’anima immagina qualcosa così da esserne fortemente impressionata, talora ne segue un’alterazione del corpo,
sia in ordine alla guarigione che alla malattia.
L’anima inoltre essendo pura forma immateriale non può corrompersi ed è quindi immortale.
GUGLIELMO DI OCKHAM
Guglielmo di Ockham è l’ultima grande figura della scolastica e nello stesso tempo la prima grande figura dell’età
moderna. Il problema fondamentale, dal quale la scolastica era sorta, ovvero l’accordo tra la ricerca filosofica e la verità
rivelata, viene da Ockham dichiarato impossibile.
Ockham desume da Duns Scoto la distinzione tra conoscenza intuitiva e conoscenza astrattiva.
La conoscenza intuitiva è quella con la quale si conosce con tutta evidenza se la cosa c’è o non c’è e che
consente all’intelletto di giudicare immediatamente della realtà o irrealtà dell’oggetto (fa conoscere l’inerenza
di una cosa ad un’altra, la distanza spaziale e qualsiasi altro rapporto tra le cose particolari).
La conoscenza astrattiva prescinde dalla realtà o irrealtà del suo oggetto; si può avere la conoscenza astrattiva
solo di ciò di cui si è precedentemente avuta conoscenza intuitiva.
Sulla base di una teoria dell’esperienza interna ed esterna, secondo Ockham nessuna realtà poteva essere
riconosciuta all’universale. Ockham, infatti, afferma in termini espliciti l’individualità della realtà come tale. La
conclusione è l’impossibilità assoluta di considerare l’universale come reale.
Ockham non nega che il concetto abbia una realtà mentale, cioè che esista nell’anima. Ma questa realtà mentale
non è altro che l’atto dell’intelletto. L’universalità del concetto consiste dunque, non nella realtà dell’atto
intellettuale, ma nella sua funzione significante, per la quale esso è una intentio. Esprime una funzione per la
quale l’atto intellettuale tende ad una realtà significata. Il concetto è, quindi, un segno delle cose.