ORAZIO
Vita
Orazio nasce a Venosa, tra Puglia e Basilicata, nel 65 a.C. Suo padre era un liberto, ma
non di condizione economica disagiata, questo permise a Orazio di seguire un corso di
studi, frequentando le scuole di filosofia di Roma e Atene. I suoi studi furono interrotti dalla
brutalità della guerra civile tra i cesaricidi (Bruto e Cassio) e Ottaviano e Antonio; Orazio si
arruola nell'esercito di Bruto e partecipa alla battaglia di Filippi. Nel 38 a.C. Orazio viene
presentato a Mecenate da Virgilio e Vario, di cui fu molto amico, come Virgilio non si sposò
e non ebbe figli. Fu molto amico con Mecenate che gli fece dono di una villa e di un podere
in Sabina, lontano dalle città. Muore alla fine di novembre dell’8 a.C, pochi mesi dopo la
morte di Mecenate.
Le Satire
Concetti chiavi: individua il fondatore in Lucilio, stile medio ma estremamente elaborato, i
vizi e i comportamenti umani avendo come punti di riferimento due principi morali: la
metriotes e l’autarkeia.
Lui presenta Lucilio come iniziatore del genere nella letteratura latina, ma cerca di
collegarla con la commedia greca per nobilitarla. Egli riconosce le differenze tra i due
generi, ma punta sugli aspetti comuni, tra cui attacare l’avversario attraverso l’arma del
riso. Infatti Lucilio è descritto come un moralista aggressivo, simile agli antichi poeti greci
nell’uso del riso per attacare i viziosi suoi contemporanei. Orazio sottolinea che nella poesia
satirica, a differenza della commedia, c’è un forte legame tra la componete moralistica e
l’impostazione soggettiva che permette all’autore di esprimere le proprie opinioni e i
propri giudizi direttamente, in prima persona.
Altro tratto distintivo è la capacità di affrontare temi moralmente impegnativi in modo arguto
e divertente
Mescolanza di argomenti e di toni gravi e scherzosi e l'alternanza di serio e comico sono
tipiche della “ diatriba” da cui le satire traggono ispirazione. La diatriba è un genero greco
che caratterizzato da battute aggressive taglienti. Tipico della diatriba è la presenza di un
interlocutore immaginario.
Orazio afferma di accostare satira al sermo ( modo di parlare comune) elemento che rende
la satira colloquiale. Dal punto di vista formale Orazio prende le distanze da Lucilio,
attraverso il labor limae, ossia della necessità di un’accurata elaborazione stilistica.
Questo aspetto si collega con il rapporto con il pubblico, che secondo Orazio deve essere
formato da poche persone aristocratiche ed istruite.
L'approccio personale di Orazio non è solo una sorta di autobiografia ma piuttosto una
riflessione interiore che ha un valore universale: si impegna moralmente nel guidare gli
individui a riflettere sui propri comportamenti.
- Entrambi i tipi di satira possono essere dialogici o monologici( senza la presenza
di un dialogo tra due personaggi ma con un'unica voce narrante che esprime le
proprie opinioni e riflessioni)
Lo stile medio, elegante e curato: Scegli un livello linguistico e stilistico non elevato,
attraverso formule linguistiche familiari o colloquiali. Si crea così uno stile medio ispirato a
una conversazione fine ed elegante: frutto di un’arte sorvegliata e consumata, in cui
vige il principio della brevitas.
LE ODI
Le Odi sono formate da 4 libri. Esse seguono una tradizione greca e adottano le sue
norme e convinzioni. Orazio si ispira ad Alceo di Mitilene e a Pindaro ( a cui guarda come
un modello irraggiungibile). Egli confronta due tipi di poesia: una elevata e ispirata, che
richiama Pindaro, e un'altra più laboriosa e meticolosa, paragonata al lavoro dell'ape del
Monte Matino in Apulia che rinvia al principio del labor limae, cioè dalla rifinitura dei
neoteroi. Sceglierà la seconda, sebbene ammiri l'ispirazione di Pindaro, la considera più una
tentazione che un modello preciso.
La consapevolezza del proprio valore poetico
Orazio, nelle sue Odi, riconosce il proprio valore poetico dichiarando la grandezza e
l'eternità della sua opera. Si definisce spesso "vates", attribuendosi una sorta di investitura
divina e presentandosi come protetto dagli dei, in un ruolo di tramite tra gli dei e i cittadini.
I modelli principali delle Odi, sono Alceo e Saffo, essi fungono da riferimento
principalmente per la metrica. Inoltre è evidente l’influsso di testi ellenistici, in particolare gli
epigrammi, anche se non dichiarati esplicitamente come modelli. Orazio, come nella
letteratura greca, si rivolge a un destinatario reale o immaginario. Egli trae dalle situazioni
rappresentate dai Greci, come la celebrazione del divino tramite inni, il lamento per la
morte di una persona cara con l'epicedio. Questo uso degli elementi greci non è un
semplice tentativo di imitazione, ma una rielaborazione originale e personale. Il
pubblico per cui Orazio scrive è un pubblico dotto e adotta frequentemente l’arte allusiva,
riferendosi ai lirici greci.
I contenuti
Nelle Odi possiamo distinguere alcuni filoni principali come il filone religioso, erotico,
convivale e [Link] filone religioso sono presenti preghiere e inni che ben si
accompagnano alla figura del poeta vates, in tal senso un caso particolare è il "Carmen
saeculare" dell'inno", in cui si riprende la funzione originaria e religiosa. I carmi che
costituiscono il filone erotico, non sono legati ad un'unica storia d'amore ma riguardano
figure femminili diverse: la volubile Pirra, la timida Cloe. In questo filone, salvo rari casi,
Orazio evita il coinvolgimento affettivo e tende al distacco e alla contemplazione della
passione. Non sappiamo se le storie narrate siano state effettivamente vissute da Orazio.
Altro tema importante è quello conviviale (gnomico), incentrato sulla tradizione greca del
simposio come momento di riflessione; i carmi gnomici infatti riguardano le incertezze del
futuro e la brevità della vita, temi non originali ma profondamente sentiti dal poeta, che
invita a sopportare con dignità le avversità.Inoltre egli afferma che poiché la morte è
inevitabile la vita va goduta appieno (questo è il carpe diem), non in modo superficiale ma
cercando la felicità. Viene anche affermati i principi della autarchia, cioè la capacità di
autosostentamento e dell'aurea mediocritas, cioè della misura.
Lo stile e il lessico
Nel complesso, le Odi di Orazio affrontano una vasta gamma di temi, dai leggeri contenuti
amorosi alle questioni politiche più elevate, generando così una varietà di registri. Il lessico è
di un livello superiore rispetto a quello usato nelle Satire. È caratterizzato da un uso
limitato di arcaismi e neologismi, con una sintassi generalmente semplice che include
frequenti antitesi ed enjambementi.
EPODI
-paralleli alla poesia satirica, si riallacciano al genere della poesia giambica
-varietà dei temi e dei registri
-invettive dai modi aggressivi, caratteristici del genere giambico, e comportamenti dal tono
più pacato (d’argomento erotico o gnomico) o ispirato (d’argomento civile)
Satira: Il “giusto mezzo” I.1 92-121
Denique sit finis quaerendi, cumque habeas plus,
pauperiem metuas minus et finire laborem
incipias, parto quod avebas, ne facias quod
Umidius quidam; non longa est fabula: dives
ut metiretur nummos, ita sordidus, ut se
non umquam servo melius vestiret, ad usque
supremum tempus, ne se penuria victus
opprimeret, metuebat. At hunc liberta securi
divisit medium, fortissima Tyndaridarum.
‘Quid mi igitur suades? ut vivam Naevius aut sic
ut Nomentanus?’ Pergis pugnantia secum
frontibus adversis conponere: non ego avarum
cum veto te, fieri vappam iubeo ac nebulonem:
est inter Tanain quiddam socerumque Viselli:
est modus in rebus, sunt certi denique fines,
quos ultra citraque nequit consistere rectum.
Illuc, unde abii, redeo, qui nemo, ut avarus,
se probet ac potius laudet diversa sequentis,
quodque aliena capella gerat distentius uber,
tabescat neque se maiori pauperiorum
turbae conparet, hunc atque hunc superare laboret.
Sic festinanti semper locupletior obstat,
ut, cum carceribus missos rapit ungula currus,
instat equis auriga suos vincentibus, illum
praeteritum temnens extremos inter euntem.
Inde fit, ut raro, qui se vixisse beatum
dicat et exacto contentus tempore vita
cedat uti conviva satur, reperire queamus.
Iam satis est. Ne me Crispini scrinia lippi
conpilasse putes, verbum non amplius addam.
Il topo di campagna e il topo di città II,6
Cervius haec inter vicinus garrit anilis
ex re fabellas. siquis nam laudat Arelli
sollicitas ignarus opes, sic incipit: ‘olim
rusticus urbanum murem mus paupere fertur 80
accepisse cavo, veterem vetus hospes amicum,
asper et attentus quaesitis, ut tamen artum
solveret hospitiis animum. quid multa? neque ille
sepositi ciceris nec longae invidit avenae,
aridum et ore ferens acinum semesaque lardi 85
frusta dedit, cupiens varia fastidia cena
vincere tangentis male singula dente superbo,
cum pater ipse domus palea porrectus in horna
esset ador loliumque, dapis meliora relinquens.
tandem urbanus ad hunc “quid te iuvat” inquit, “amice, 90
praerupti nemoris patientem vivere dorso?
vis tu homines urbemque feris praeponere silvis?
carpe viam, mihi crede, comes, terrestria quando
mortalis animas vivunt sortita neque ulla est
aut magno aut parvo leti fuga: quo, bone, circa, 95
dum licet, in rebus iucundis vive beatus,
vive memor, quam sis aevi brevis.” haec ubi dicta
agrestem pepulere, domo levis exsilit; inde
ambo propositum peragunt iter, urbis aventes
moenia nocturni subrepere. iamque tenebat 100
nox medium caeli spatium, cum ponit uterque
in locuplete domo vestigia, rubro ubi cocco
tincta super lectos canderet vestis eburnos
multaque de magna superessent fercula cena,
quae procul exstructis inerant hesterna canistris. 105
ergo ubi purpurea porrectum in veste locavit
agrestem, veluti succinctus cursitat hospes
continuatque dapes nec non verniliter ipsis
fungitur officiis, praelambens omne quod adfert.
ille cubans gaudet mutata sorte bonisque 110
rebus agit laetum convivam, cum subito ingens
valvarum strepitus lectis excussit utrumque.
currere per totum pavidi conclave magisque
exanimes trepidare, simul domus alta Molossis
personuit canibus. tum rusticus: “haud mihi vita 115
est opus hac” ait et “valeas: me silva cavosque
tutus ab insidiis tenui solabitur ervo.”
Il congedo III,30
Exegi monumentum aere perennius
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non Aquilo impotens
possit diruere aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum.
Non omnis moriar multaque pars mei
vitabit Libitinam; usque ego postera
crescam laude recens, dum Capitolium
scandet cum tacita virgine pontifex.
Dicar, qua violens obstrepit Aufidus
et qua pauper aquae Daunus agrestium
regnavit populorum, ex humili potens
princeps Aeolium carmen ad Italos
deduxisse modos. Sume superbiam
quaesitam meritis et mihi Delphica
lauro cinge volens, Melpomene, comam.
Non pensare al futuro I,9
Vides ut alta stet nive candidum
soracte nec iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto.
Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum sabina,
o Thaliarche, merum diota.
Permitte divis cetera, qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantis, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.
Quid sit futurum cras fuge quaerere, et
quem fors dierum cumque dabit, lucro
adpone, nec dulcis amores
sperne puer neque tu choreas,
donec virenti canities abest
morosa. Nunc et campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora;
nunc et latentis proditor intimo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.
Carpe diem I,11
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. ut melius, quidquid erit, pati.
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem quam minimum credula postero.