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La Scena Di Riconoscimento Tra Eeta e Medea Nel Medus Di Pacuvio

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Valentino Nizzo
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Maria Jennifer Falcone

La scena di riconoscimento tra Eeta e Medea


nel Medus di Pacuvio 1

Abstract
Around a third of the fragments surely or most likely belonging to Pacuvius’ Medus seems to
come from a recognition scene between Medea and her father Aeetes, which has probably to be
placed at the end of the tragedy. An analysis of the formal features of the verses highlights the
pathetic character of this scene. On the other hand, a reading of the fontes provides evidence to
the attribution of the uncertain fragments and to the dramaturgic structure of the scene.
Particularly Cic. Tusc. 3, 25-26 explains Aeetes’ attitude towards Medea: namely, he seems to
be driven by the desiderium regni and his hope to recover the power.

Circa un terzo dei frammenti tràditi del Medus di Pacuvio o attribuiti con verisimiglianza a
questo dramma sembrano provenire da una scena di riconoscimento tra Medea e suo padre Eeta,
da collocare probabilmente sul finale della tragedia. L’analisi formale dei versi permette di
valorizzare un certo patetismo della scena; l’esame dei fontes aiuta ad argomentare
l’attribuzione dei frammenti incerti e fornisce indicazioni di carattere drammaturgico. È
soprattutto da Cic. Tusc. 3, 25-26 che si ricavano osservazioni interessanti sull’atteggiamento di
Eeta, mosso dal desiderium regni e dalla speranza di rientrarne in possesso.

Dei tre drammi dedicati dai tragediografi di età repubblicana al mito di Medea,
quello di Pacuvio, in particolare, offre interessanti spunti di ricerca in quanto costituisce
uno degli esempi più significativi della libertà creativa del poeta2. Soggetto del dramma
sembra essere il ritorno indipendente di Medea e Medo in Colchide, il loro
riconoscimento, il recupero del regno ai danni di Perse e la restituzione del potere a
Eeta3. Non altrimenti nota in ambito teatrale, la vicenda è testimoniata solo in parte da
alcune fonti, in particolare Diod. 4, 56, 1; Ps.-Apollod. 1, 9, 28; Iust. 42, 2, 11-3, 2 e 42,
3, 6 (e un cenno in 2, 6, 14).
Particolarmente rilevante per la ricostruzione della trama della tragedia è Igino
(fab. 27).

1
Per maggiori dettagli e più ampia documentazione relativamente ai singoli frammenti e al Medus in
generale rinvio al commento analitico che ne offro in FALCONE (2016, 93-154).
2
Come è stato osservato, il Medus non è l’unica tragedia pacuviana apparentemente priva di precisi
modelli tragici greci: significativi e complessi anche i casi del Dulorestes, dell’Iliona, dei Niptra, per
menzionarne alcuni.
3
Per la ricostruzione della trama del Medus, cf. almeno D’ANNA (1967, 117 s.); NOSARTI 1993; SCHIERL
(2006, 352 s. e 346-48 per la scena finale tra Eeta e Medea).

Atti del III Seminario nazionale per dottorandi e dottori di ricerca in studi latini (CUSL) | 100
La scena di riconoscimento tra Eeta e Medea

Sebbene i rapporti del mitografo con il dramma latino e, più in generale,


l’individuazione delle fonti delle fabulae continuino a costituire uno spinoso problema4,
rimane tuttavia significativo che circa due terzi dei frammenti tràditi (ventuno su trenta
complessivi, alcuni di attribuzione non certa, ma altamente probabile) siano
sovrapponibili a sezioni della fabula.
Per i nove frammenti restanti (non tutti di sicura attribuzione) è stata ipotizzata
l’appartenenza a una scena di riconoscimento tra Eeta e Medea, che doveva avere un
forte impatto emotivo e che presenta alcuni interessanti spunti esegetici non ancora
pienamente esplorati dagli studiosi, sia più ampi, in merito alla costruzione
drammaturgica della scena, sia più di dettaglio, in merito alle scelte metriche,
linguistiche e stilistiche del drammaturgo. Assente nella fabula di Igino, una simile
scena avrebbe numerosi paralleli in altri drammi di Pacuvio, di cui sono pervenuti
diversi frammenti e testimonianze relativi a scene di ricongiungimento familiare5.
Sembra inoltre significativo notare che a un episodio simile allude Val. Fl. 5, 685-
87: donec et Aeeten inopis post longa senectae | exilia, heu magnis quantum licet,
impia, fatis, | nata iuvet Graiusque nepos in regna reponat 6. I versi fanno parte della
nota profezia di Giove: viene menzionato il recupero del regno da parte di Eeta in età
avanzata ed è sottolineato l’ironico dettaglio per cui è proprio Medea, prima
responsabile della perdita del potere del padre, a recuperarlo e restituirglielo, per di più
con il supporto del figlio Medo, un Graius nepos (come greco era Giasone), cioè, in
sostanza, quello che doveva avvenire nel Medus.
Qualche problema pone la collocazione della scena all’interno del dramma
pacuviano. Si tratta di una questione particolarmente scivolosa e di difficile soluzione,
se si considerano lo stato della tradizione del testo e la scarsità di testimonianze esterne.
Le ipotesi avanzate dagli studiosi sono sostanzialmente due:

a) La scena rientra in una fase iniziale dello sviluppo drammaturgico, più in


particolare prima del riconoscimento tra Medea e il figlio. Questa ipotesi
troverebbe conferma nella presenza del termine sola nel fr. inc. inc. CI, 186-88
Ribb.3 (vd. infra): forse con eccesso di razionalismo, alcuni studiosi hanno
valorizzato molto questo termine (che, come vedremo, si giustifica su base
retorico-stilistica) e l’assenza di riferimenti al figlio, ritenendo che Medea abbia
promesso aiuto al padre ‘da sola’, prima di aver incontrato Medo7.

4
Su cui cf. ROSE (1934, XI s.) e FLETCHER (2013, 144-47, con ampia documentazione).
5
Casistica in MANUWALD (2003, in particolare 54-66).
6
Su cui cf. WIJSMAN (1996, 300); CAVIGLIA (1999, 520 s.); SPALTENSTEIN (2004, 559 s.); CARDERI
(2008, 218), che non richiamano il possibile precedente pacuviano.
7
Cf. METTE (1964, 103); FANTHAM (2003, 111 s.); SCHIERL (2006, 383 s.).

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b) La scena si colloca sul finale della tragedia, con un crescendo di pathos e il


ricollocamento di Eeta sul trono molti anni dopo la sua cacciata a opera di
Perse8: ciò potrebbe essere confermato dalle considerazioni con cui Cicerone
introduce il fr. inc. inc. CII, 189-92 Ribb.3 (vd. infra), in base alle quali sembra
si possa presupporre, più che un dolore causato dalla perdita della figlia, un
interesse da parte dell’ex sovrano a rientrare in possesso del regnum, interesse
che si giustifica meglio se supportato dalle concrete possibilità derivate dalla
certezza che Perse sia già stato cacciato.
Comunque la si collochi, alla scena sembra si possano ricondurre i seguenti
frammenti, sui quali fornisco osservazioni relative alla possibile contestualizzazione e
qualche considerazione sul testo9. L’ordinamento con cui presento i testi è da intendersi
come una proposta di lavoro, e sono anche ben consapevole del pericolo che corro
quando tento di associare all’interno di una stessa scena due o più frammenti, alcuni
incerti e spesso trasmessi da fonti diverse.

1. fr. XIV, 233 Ribb.3 = 180 Schierl

vitam propagans † exa …†10 altaribus

Il testo è pesantemente corrotto nella parte centrale. Insieme al successivo


potrebbe far parte di una descrizione delle condizioni disagiate in cui Eeta ha vissuto
fino a questo momento. Particolarmente significativa l’espressione vitam propagans,
originariamente legata al lessico agricolo (come dimostrano le numerose occorrenze nel
De agri cultura catoniano), che indica ‘trarre sostentamento’ e che ricorre in
connessione con un ablativo semplice in relazione al Filottete dell’omonima tragedia
acciana in Cic. Fin. 5, 32 (propagabat tamen vitam aucupio)11.

2. fr. inc. inc. LXXIX, 146 Ribb.3 = 179*** Schierl = adesp. 104 TrRF

Aegialeo parentat pater

8
Cf. SCHIERL (2006, 347, con ulteriore documentazione).
9
Il testo dei frammenti è riportato secondo la terza edizione di Ribbeck ed è indicata la corrispondenza
con SCHIERL (2006) e TrRF (SCHAUER) 2012 per gli incerti. Eventuali difformità rispetto a Ribbeck sono
segnalate in nota.
10
Si preferisce mantenere il testo tra cruces. Diversamente, Ribbeck proponeva exanimis.
11
Ringrazio Marco Filippi per avermi suggerito questo parallelo.

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La scena di riconoscimento tra Eeta e Medea

Il frustulo è trasmesso da Quint. Inst. 8, 6, 34-35. La citazione è introdotta con


l’espressione generica apud tragicos, mentre da Cic. Nat. deor. 3, 19 si trae
l’informazione che in Pacuvio Absirto veniva chiamato con il nome Egialeo: ciò è
estremamente importante ai fini dell’attribuzione del frammento al Medus.
Il frammento può essere ascritto al medesimo contesto del precedente, e dunque
riferirsi al racconto di un personaggio minore relativo alle condizioni di vita di Eeta, con
un conseguente effetto di attesa prima dell’ingresso in scena del personaggio. In
alternativa, si può pensare a un rito celebrato da Eeta (magari insieme alla figlia e al
nipote ritrovati) sul finale della tragedia12.
Il contesto quintilianeo e l’esatta comprensione del valore che egli attribuisce al
termine tecnico retorico abusio (catacresi) permettono di ricostruire il testo, in cui
proprio il verbo principale è corrotto13: parentat sarebbe anche la spia linguistica di un
tentativo di Romanisierung della sfera rituale e potrebbe legare il rito di Eeta a quello
romano (privato) dei Parentalia14.
La presenza del nome Aegialeus testimonia la doctrina di Pacuvio. Esso, infatti, è
molto raro: oltre al passo ciceroniano che ne attesta la presenza nel Medus, ricorre solo
in Diod. 4, 45, 3 (Αἰγιαλέα) e nell’epitome di Pompeo Trogo di Giustino (Iust. 42, 3, 1).
La menzione di Absirto-Egialeo nel dramma pacuviano potrebbe simboleggiare la
colpa ‘familiare’ di Medea, l’omicidio del fratello. A questa colpa privata potrebbe fare
da contraltare anche la colpa ‘pubblica’, cioè la perdita del regnum da parte di Eeta,
conseguente al prelevamento del vello, che non sarebbe riuscito senza il contributo di
Medea15.

3. fr. XIX, 238 Ribb.3 = 178 Schierl

atque eccum in ipso tempore ostentum senem

Eccum è segnale tecnico per l’ingresso in scena di un personaggio, come in


commedia. È verisimile pensare che il vecchio di cui si parla sia Eeta. Problematico il
valore da attribuire a ostentum, motivo della citazione di Festo (214 L).

12
Cf. NOSARTI (1993, 41) e SCHIERL (2006, 375).
13
La bella congettura parentat (per paret at tràdito) è stata proposta, mi pare indipendentemente l’uno
dall’altro, da GERTZ (1876, 119 s.) e BIRT (1879, 17), pressoché con le medesime argomentazioni, qui
condivise, relative all’applicazione del concetto di catacresi (vd. infra).
14
Su cui cf. almeno WAGENVOORT (1956, 290-97); DUMÉZIL (1966, 360); LOLLI (1997, 17 s.); BETTINI
(2003, 33-38).
15
Una situazione analoga, in cui sono associate colpa pubblica e privata, si ritrova nell’Atreus di Accio,
in cui Tieste è responsabile dello stuprum di Aerope e del furto del vello [cf. LANA (1958-1959) e ARICÒ
(2005)].

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4. fr. inc. inc. CII, 189-192 Ribb.3 = 181*** Schierl = adesp. 57 TrRF

refugere oculi, corpus macie extabuit,


lacrimae peredere umore exanguis genas,
situ nitoris barba paedore horrida atque
intonsa infuscat pectus inluvie scabrum.16

Il frammento costituisce una descrizione espressionistica della consunzione di


Eeta. I versi, ben noti e imitati da Verg. Aen. 3, 593 s. (respicimus: dira inluvies
immissaque barba, | consertum tegumen spinis, at cetera Graius), sono trasmessi da
Cicerone nelle Tusculanae (3, 26)17 come esempio di aegritudo, senza indicazione di
autore e titolo. L’attribuzione al Medus è accettata largamente dalla critica.
Per quanto riguarda l’analisi formale del frammento, segnalo soltanto che
l’indagine sulle scelte lessicali appare particolarmente feconda per questi versi, in cui
sono presenti alcuni dettagli tipici della consunzione di un corpo anziano o anche della
condizione di una persona priva di mezzi, in particolare l’enoftalmo e la magrezza.
La descrizione fisica offerta dal frammento può essere meglio contestualizzata
grazie a) al confronto con altri luoghi pacuviani; b) alla lettura del testimone
ciceroniano; c) ad alcuni elementi legati alla rappresentazione antica (greca e latina)
della figura del tiranno.
a) I vv. 9, 20 s. e 313 s. Ribb.3 (9 Ribb.3: perdita inluvie atque insomnia; 20 s.
Ribb.3: illuvie corporis | et coma promissa impexa conglomerata atque horrida; 313 s.
Ribb.3: quae desiderio alumnum paenitudine | squales scabresque inculta vastitudine)
sono riferiti rispettivamente ad Antiope (i primi due, dall’Antiopa) e a Esione (l’ultimo,
dal Teucer) e descrivono tutti una madre in una condizione di disperazione e da lungo
tempo privata della vicinanza dei figli: la corrispondenza tematica e linguistica tra
questi frammenti e quello del Medus sembra notevole e potrebbe confermare l’ipotesi di
una presentazione di Eeta a Medea nei panni di un vecchio padre consumato dal dolore
per la lontananza dalla figlia.
b) Il frammento è inserito da Cicerone in un contesto relativo all’aegritudo,
definita poco prima (Tusc. 3, 25) come opinio magni mali praesentis. Particolarmente

16
Diversa, rispetto a Ribbeck, l’interpunzione. Si mantiene, inoltre, il testo tràdito in due punti al v. 3:
situ nitoris, cf. NOSARTI (1999, 69-72), e atque (episinalefe).
17
Questo il testo: quid? illum filium Solis nonne patris ipsius luce indignum putas? refugere […]
scabrum. haec mala, o stultissime Aeeta, ipse tibi addidisti; non inerant in is quae tibi casus invexerat, et
quidem inveterato malo, cum tumor animi resedisset – est autem aegritudo, ut docebo, in opinione mali
recentis –; sed maeres videlicet regni desiderio, non filiae. illam enim oderas, et iure fortasse; regno non
aequo animo carebas. est autem impudens luctus maerore se conficientis, quod imperare non liceat
liberis.

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rilevante risulta la motivazione addotta a proposito del malessere di Eeta: sed maeres
videlicet regni desiderio, non filiae, con l’aggiunta: illam enim oderas, et iure fortasse;
regno non aequo animo carebas. Dunque, stando alle parole di Cicerone, Eeta
odierebbe – e a ragione – la figlia, ma soffrirebbe estremamente per la perdita del potere
conseguente al furto del vello. Nell’ottica ciceroniana, la negatività dell’atteggiamento
di Eeta è aggravata dal fatto che le vicende che lo hanno condotto a perdere il regno
sono ormai lontane nel tempo e quindi, dopo tanti anni, il suo animo non è più gonfio
d’ira, come in un impeto iniziale, che sarebbe meglio giustificabile (et quidem
inveterato malo, cum tumor animi resedisset). Il personaggio, dunque, sembra
rappresentato come un tiranno spodestato che ambisce al recupero del regnum. Chiara
già nella porzione di testo fin qui analizzata, la caratterizzazione negativa di Eeta come
bramoso di potere può essere confermata dagli altri exempla mitologici e storici
utilizzati da Cicerone nel medesimo brano: Tieste (con due citazioni dal Thyestes di
Ennio), Dionisio il Giovane e Tarquinio il Superbo. Inoltre: la misura della colpa di
Eeta è data dal fatto che egli deliberatamente e volontariamente si ‘aggiunge’ dei mali,
quelli descritti nel frammento, che non era stato invece il caso a donargli (haec mala, o
stultissime Aeeta, ipse tibi addidisti; non inerant in is quae tibi casus invexerat:
notevole, dopo l’apostrofe con l’attributo al grado superlativo, il cumulo di pronomi che
sottolinea la responsabilità personale).
c) Questa precisazione ciceroniana sul casus può forse essere legata a un topos
relativo ai tiranni, presente in Demostene che lo lega alla rappresentazione negativa di
Filippo (Cor. 67) e senz’altro noto e utilizzato a Roma almeno a partire da Sallustio,
come testimonia Aulo Gellio (2, 27)18. Della propaganda contro Filippo faceva parte
anche il tema del suo disprezzo per le deturpazioni fisiche a cui il caso lo aveva
sottoposto, e anzi del suo apprezzamento di esse in quanto rappresentavano per lui il suo
potere (ὑπὲρ ἀρχῆς καὶ δυναστείας). Nel riuso latino del topos, Sallustio usa il verbo
18
Questo il testo: verba sunt haec gravia atque illustria de rege Philippo Demosthenis: ῾εώρων δ᾽ αὐτὸν
τὸν Φίλιππον, πρὸς ὃν ἦν ἡµῖν ὁ ἀγών, ὑπὲρ ἀρχῆς καὶ δυναστείας τὸν ὀφθαλµὸν ἐκκεκοµµένον, τὴν
κλεῖν κατεαγότα, τὴν χεῖρα, τὸ σκέλος πεπηρωµένον, πᾶν ὅτι βουληθείη µέρος ἡ τύχη τοῦ σώµατος
παρελέσθαι, τοῦτο προϊέµενον, ὥστε τῷ λοιπῷ µετὰ τιµῆς καὶ δόξης ζῆν. Haec aemulari volens Sallustius
de Sertorio duce in Historiis ita scripsit: “Magna gloria tribunus militum in Hispania T. Didio
imperante, magno usui bello Marsico paratu militum et armorum fuit, multaque tum ductu eius iussuque
patrata primo per ignobilitatem, deinde per invidiam scriptorum incelebrata sunt, quae vivus facie sua
ostentabat aliquot adversis cicatricibus et effosso oculo. Quin ille dehonestamento corporis maxime
laetabatur, neque illis anxius, quia reliqua gloriosius retinebat.” De utriusque his verbis T. Castricius
cum iudicaret, “Nonne,” inquit, “ultra naturae humanae modum est, dehonestamento corporis laetari?
Siquidem laetitia dicitur exultatio quaedam animi gaudio efferventior eventu rerum expetitarum. Quanto
illud sincerius veriusque et humanis magis condicionibus conueniens: πᾶν ὅ τι ἂν βουληθείη µέρος ἡ
τύχη τοῦ σώµατος παρελέσθαι, τοῦτο προϊέµενον. Quibus uerbis” inquit “ostenditur Philippus non, ut
Sertorius, corporis dehonestamento laetus, quod est' inquit 'insolens et inmodicum, sed prae studio laudis
et honoris iacturarum damnorumque corporis contemptor, qui singulos artus suos fortunae prodigendos
daret quaestu atque compendio gloriarum.”

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Maria Jennifer Falcone

ostentare e sottolinea ancora la gioia per quelle menomazioni fisiche, in quanto legate
alla gloria.
Dunque, la gravità della colpa di Eeta per Cicerone è ancora maggiore proprio in
quanto il suo degrado fisico, descritto nel frammento, non è dovuto alla τύχη, di cui
pure già colpevolmente si allietavano altri (in particolare Filippo), ma a una propria,
deliberata scelta.
Quanto osservato può offrire alcuni elementi utili a contestualizzare il frammento
pacuviano. La persona loquens probabilmente descriveva lo stato fisico di Eeta in
maniera volutamente ambigua, utilizzando cioè elementi legati in genere (così negli altri
luoghi pacuviani) alla sofferenza di un genitore privato dei figli, ma con lo scopo di
convincere Medea a fargli recuperare il potere. Rivedendo la figlia dopo tanto tempo e
avendo saputo della cacciata di Perse, sarebbe riaffiorato in Eeta il desiderium regni e la
brama di potere lo avrebbe portato a ‘ostentare’ la sofferenza pur di essere rimesso sul
trono. Se così fosse, Eeta e Perse potrebbero costituire nel teatro latino una coppia di
fratelli, entrambi tiranni bramosi del regnum (come saranno, per esempio, in Accio
Atreo e Tieste19).

5. fr. XX, 239 Ribb.3 = 183 Schierl

quis tu es, mulier, quae me insueto nuncupasti nomine?

Il verso può costituire una battuta attonita del re, rivolta a Medea, che ha
pronunciato verisimilmente il nome di pater, ormai non più consueto per lui, in un verso
non pervenuto (l’appellativo è presente nel verso riportato al punto 6, il cui contenuto fa
pensare però alla collocazione all’interno di un discorso ormai avviato e non alla prima
allocuzione al padre da parte di Medea).

6. fr. XXI, 240 Ribb.3 = 182 Schierl

sentio, pater, te vocis calvi similitudine

Medea che si rivolge a Eeta, dicendogli che è stato ingannato dalla somiglianza
della voce di qualcuno. È difficile individuare il personaggio di cui si sta parlando:
l’ipotesi più plausibile rimane forse quella di una confusione tra Medo e il defunto
Egialeo20.

19
Per Atreo e Tieste cf. LANA (1958-1959); LA PENNA (1979, 127 ss.); ARICÒ (1998, 80-82).
20
Cf. D’ANNA (1967, 219); NOSARTI (1993, 41); SCHIERL (2006, 378).

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La scena di riconoscimento tra Eeta e Medea

7. fr. XXII, 241-242 Ribb.3 = 184 Schierl

set quid conspicio? num me lactans calvitur


aetas?

Il vecchio padre, in due interrogative (molto frequente, nel teatro latino arcaico, la
presenza di sequenze di interrogative ‘patetiche’), si dichiara debole di fronte agli
inganni della vecchiaia (indicati con il participio lactans, parola chiave spesso presente
in contesti legati al potere della parola) e non vuole credere ai suoi occhi.

8. fr. inc. inc. XCV, 174-175 Ribb.3 = 185*** Schierl = adesp. 62 TrRF

coniugem
illum, Amor quem dederat qui plus pollet potiorque est patre

In un dialogo con il padre, menzionato con certezza dal testimone, Cic. Tusc. 4,
69 (patri dicere audet), Medea sembra riferirsi alle sue antiche azioni, delle quali non
era responsabile, in quanto spinta dalla potenza di Amor. L’attribuzione al Medus,
largamente accettata21, sembra più che verisimile: dalle parole di Cicerone, infatti,
sappiamo che il verso doveva far parte di un dramma incentrato sulla figura di Medea
composto da un autore diverso da Ennio, a cui è attribuito un frammento riportato poco
prima nel medesimo contesto. L’uso dei tempi al passato (habuisse e dederat) fa
pensare a una vicenda conclusa da tempo, che si adatterebbe – tra i drammi a noi
pervenuti – al solo Medus.
Il tema qui presentato è quello della potenza di Eros come giustificazione della
fuga per amore, divenuto un topos relativo al mito archetipico di Elena già a partire da
Gorgia e che sarà ben valorizzato a Roma22. In particolare, il paragone tra Amor e il
padre è interessante per la caratterizzazione del personaggio di Medea nel dramma
pacuviano e sulla scena letteraria romana, molto attenta ai rapporti familiari, e permette
di individuare come tessera di riferimento allusivo l’epos di Apollonio Rodio, in cui la
giovane Medea vive il conflitto tra la fedeltà alla famiglia e l’amore per Giasone, dopo
essere stata colpita dall’intervento di Eros (si vedano, per esempio, Ap. Rh. 3, 110 ss. e
210 ss.).

21
Per una sintesi delle posizioni cf. SCHIERL (2006, 381 s.) e TrRF (SCHAUER) 2012, ad loc.
22
Cf. Ov. Met. 7, 7-18 e 55 (maximus […] deus est); la descrizione dell’innamoramento in Valerio
Flacco, con l’intervento definitivo delle divinità, che abbattono le remore morali di Medea con un vero e
proprio incantesimo (cf. in particolare il primo incontro a 5, 350; la teichoskopia a 6, 503 ss.; il terzo
incontro a 7, 396 ss.

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9. fr. inc. inc. CI, 186-188 Ribb.3 = 186*** Schierl = adesp. 7 TrRF

cum te expetebant omnes florentissimo


regno reliqui; nunc desertum ab omnibus
summo periclo, sola ut restituam paro.

Medea continua a ricordare le sue azioni di fronte al padre. Il frammento è


trasmesso nel De inventione e nella Rhetorica ad Herennium come esempio di
argomentazione viziosa, perché da un punto di vista tecnico-retorico questa difesa
risulta insufficiente rispetto alla sproporzione del crimen commesso. L’attribuzione al
Medus è verisimile: la persona loquens è una donna (sola: solus di parte della tradizione
non è accettabile per ragioni metriche23), e il contenuto sembra adattarsi perfettamente
al plot della tragedia pacuviana e al rapporto padre-figlia che sembra delineare.
Da notare, sul piano formale, che all’opposizione cum | nunc corrisponde quella
omnes | sola (la cui presenza è motivata dall’andamento dei versi e non implica
necessariamente l’assenza di Medo, su cui vd. supra); rilevanti, ancora, l’allitterazione
in ‘r’ che lega i termini regno, reliqui e restituam; il poliptoto omnes | omnibus; il gioco
sinonimico reliqui | desertum.
Per concludere, i frammenti riportati potrebbero essere ricondotti a una scena di
riconoscimento tra Eeta e Medea. Le tracce non mancano, anche se di sole tracce si
tratta, soprattutto nei casi di frammenti incerti: per esempio, i versi relativi alla
consunzione fisica di Eeta sono attribuiti a questo personaggio con certezza da
Cicerone, che fornisce informazioni sul contesto, ma, come visto, non esplicita la fonte
(neppure con il solo nome del poeta). D’altra parte, la presenza di altre scene di
riconoscimento familiare in drammi pacuviani potrebbe costituire un ulteriore
argomento a favore dell’ipotesi di ricostruzione di questa scena, che potrebbe essere
corroborata anche dalla menzione del termine pater in ben due frammenti, entrambi
senz’altro del Medus. Anche se di essa non vi è traccia in Igino, inoltre, la menzione di
un Graius nepos che concorre con Medea a restituire il regno all’anziano Eeta nei versi
di Valerio Flacco riportati supra potrebbe fornire un parallelo interessante e confermare
l’esistenza e l’importanza della scena nel dramma.

23
Solus è accolto da ARTIGAS (1990, 15 e n. 76), che deve presupporre una impossibile sinalefe tra solus
e ut.

Atti del III Seminario nazionale per dottorandi e dottori di ricerca in studi latini (CUSL) | 108
La scena di riconoscimento tra Eeta e Medea

riferimenti bibliografici

ARICÒ 1998
G. Aricò, Réflexions sur le tragique romain archaïque, in M.H. Garelli–Francois (éd.), Rome et
le tragique. Colloque international 26, 27, 28 mars 1998 CRATA, (= “Pallas” 49), Toulouse, 73-
90.

ARICÒ 2005
G. Aricò, L’Atreus di Accio e il mito del tiranno. Osservazioni in margine a uno studio di Italo
Lana, in F. Bessone, E. Malaspina (a cura di), Politica e cultura in Roma antica. Atti
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ARTIGAS 1990
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