ELETTRONICA
ELETTRONICA
Consideriamo il circuito di figura 1: una pila da 4,5 volt alimenta quattro resistenze che risultano
collegate in serie; in seguito alla tensione della pila, nel circuito circola una corrente (indicata con i).
Adesso analizziamo in pratica quello che succede nel nostro circuito, effettuando misure di tensione
in due modi diversi.
figura 3
Il circuito visto fin'ora può essere ridisegnato come si vede in figura 4. La linea orizzontale in basso,
collegata al polo negativo della pila, rappresenta il potenziale zero, detto anche "massa", del circuito;
la linea orizzontale superiore, collegata al polo positivo, rappresenta la tensione di alimentazione. Nel
disegno sono riportate le tensioni presenti nei punti di unione fra le varie resistenze, misurate, come
abbiamo visto prima, rispetto al potenziale zero. In questo caso appare più evidente come la tensione
vada calando man mano che dal polo positivo ci si avvicina alla massa (o polo negativo). Un simile
circuito formato da più resistenze collegate in cascata (o, come si dice, "in serie"), costituisce quello
che viene denominato "partitore di tensione".
Ma in genere le tensioni nei vari punti di un circuito vengono indicate semplicemente col valore
numerico vicino al punto in questione (figura 5), poichè è sottinteso che tutte le tensioni sono sempre
riferite alla massa del circuito. Quindi anche voi, quando misurerete una tensione in un punto del
circuito, dovete sempre collegare uno dei puntali del tester (il puntale negativo) alla massa,
intendendosi col termine "massa" tutti i punti del circuito che hanno potenziale zero.
figura 4 figura 5
Se avete già un saldatore e ve la sentite di trafficare un pò, provate a realizzare davvero il circuito
della figura (vi occorre anche una pila piatta da 4,5 volt). Divertitevi a misurare le tensioni nei vari
punti e nei modi che abbiamo visto; non sarà tempo perso e vi renderete conto di tante cose che non
si possono apprendere con la sola lettura.
BREVE GUIDA ALL'USO DEL TESTER
Il display
In genere il display è del tipo a cristalli liquidi; un display di 3 cifre e mezzo può
essere considerato sufficientemente preciso per i nostri scopi. Occorre scegliere
per ogni misura la giusta portata, come vedremo in seguito, allo scopo di sfruttare
tutte le cifre disponibili per la lettura del valore misurato.
La scelta della giusta portata è importante per avere una misura precisa;
supponiamo di voler misurare una resistenza di 250 ohm: se scegliamo come
portata 2K, leggiamo sul display ".251" che significa 0,251 Kohm e, quindi, 251
ohm. Proviamo a scegliere la portata 20k:
otteniamo come lettura "0.25", il che
significa che abbiamo già perso la
precisione corrispondente all'ultima cifra.
Impostando come portata 200k, otteniamo
addirittura sul display il valore "00.2", che
non ha quasi più significato!
La prima posizione, contrassegnata dal
simbolo della nota musicale, si usa per i
controlli di continuità (per esempio per
verificare se un cavo è interrotto): in caso di
conduzione, il tester emette un segnale
acustico.
Saltando il breve settore verde (hFE),
figura 2 - il selettore della misura
troviamo poi le misure di tensioni continue,
con le portate 200m (200 millivolt), 20, 200 e
1000 V. Anche per queste misure vale il principio di scegliere sempre la portata
più vicina, ovvero immediatamente superiore, al valore che si intende
misurare.<BR< ?V~?.
Successivamente, sempre continuando in senso orario, s'incontrano le misure di
corrente alternata (settore rosso), indicate da "A~" e quindi le misure di corrente
continua (settore verde), indicate da "A--".
Per ogni misura, occorre quindi posizionare la manopola all'interno del settore
corrispondente, scegliendo la portata più vicina, come visto in precedenza.
Nella parte bassa del tester, si trovano quattro boccole rosse, dove occorre
inserire gli spinotti dei puntali; mentre il puntale nero va inserito sempre nella
boccola contrassegnata con "COM", che sta per "comune", la posizione del
puntale rosso cambia in funzione del tipo di misura. Per le misure di tensione e di
resistenza (figura 3), il puntale rosso va inserito nella boccola contrassegnata "V/
Ω".
Per misure di corrente fino a 2 A, il puntale rosso va inserito nella boccola 2A
(figura 4). Notare che la manopola del selettore di misura deve trovarsi sul 2 del
settore verde se si tratta di corrente continua, oppure sul 2 del settore rosso se si
deve misurare corrente alternata
Per misurare correnti fino a 10 A (figura 5), il puntale rosso va nella boccola
"10A"; la manopola del selettore va posizionata sul 10 verde della corrente
continua o sul 10 rosso della corrente alternata.
Misure di tensione
Ci sono vari modi di misurare una tensione, soprattutto in considerazione del fatto
che i valori di tensione non sono mai assoluti, ma hanno significato quando sono
riferiti ad un certo potenziale.
Il riferimento nelle nostre misure si ottiene portando in contatto il puntale nero
(negativo) col punto del circuito rispetto al quale si vuole effettuare la misura.
Volendo per esempio misurare la tensione rispetto a massa in vari punti di un
circuito, occorre collegare il puntale nero al
negativo dell'alimentazione del circuito,
oppure alla carcassa metallica, se anche
questa è a potenziale zero.
Altre volte interessa misurare la tensione
che risulta presente ai capi di un
componente del circuito, per esempio di una
resistenza; in questo caso i puntali del tester
figura 3 - collegamento dei puntali per le vanno collegati uno per lato sui terminali
misure di tensione e resistenza.
della resistenza: se appare un segno "-"
davanti al valore indicato, vuol dire che
abbiamo disposto i puntali al contrario,
ovvero che la tensione è più alta dove noi
abbiamo collegato il puntale nero;
invertendo i puntali, il segno meno
scomparirà e potremo conoscere l'esatto
valore e segno della caduta di tensione sulla
resistenza.
Tenete presente che il terminale a potenziale
più alto è sempre quello da cui la corrente
entra!
Misure di corrente
figura 4 - collegamento dei puntali per misure
di corrente fino a 2 A. Per misurare una corrente occorre che
questa passi attraverso il tester;
nell'esempio delle figure 6 e 7, un
alimentatore (A) sta caricando una batteria
(B): quanta corrente passa dall'alimentatore
alla batteria? Per saperlo occorre staccare
uno dei cavi (per esempio il rosso) e ricreare
il collegamento usando il tester per unire
l'alimentatore alla batteria.
Misura di resistenze
Quando si vuole misurare il valore di una resistenza, occorre che non ci siano altri
componenti in parallelo alla resistenza stessa; se non se ne può essere sicuri, è
necessario scollegare la resistenza almeno da una parte, altrimenti si rischia di
misurare qualcosa che con la resistenza non ha niente a che fare.
E' molto importante che il circuito non sia alimentato, e che i condensatori
eventualmente presenti siano stati scaricati, cortocircuitandoli.
La saldatura in elettronica
La saldatura a stagno è il metodo
usato in elettronica per collegare
fra loro i diversi componenti di un
circuito; essa ha due funzioni:
1) quella di realizzare la
continuità elettrica;
figura 6 - quanta corrente sta passando dall'alimentatore
alla batteria? 2) quella di fissare
meccanicamente i pezzi.
Grazie alle caratteristiche fin qui descritte, il diodo risulta utilissimo nel funzionamento
come "raddrizzatore"; inserendo per esempio un diodo in un circuito percorso da
corrente alternata sinusoidale, si verifica che la corrente passa nel circuito solo quando
ha la giusta polarità, mentre viene bloccata ogni volta che la polarità si inverte. In
pratica, tutte le semionde negative della corrente alternata vengono eliminate, per cui, a
valle del diodo, si ottiene una tensione costituita dalle sole semionde positive (tale
tensione viene detta "pulsante"). Il passaggio dalla corrente alternata alla corrente
continua viene descritto in modo dettagliato in altre pagine di questo sito.
I diodi raddrizzatori vengono prodotti per una vasta gamma di applicazioni; variando le
tecniche di costruzione, la percentuale di drogaggio del chip e le sue dimensioni, si
possono ottenere diodi in grado di sopportare una corrente massima che varia da 1 A a
decine e centinaia di ampere, adatti a tensioni di lavoro da qualche decina a varie
centinaia di volt.
Le principali grandezze ch ecaratterizzano un diodo sono:
- Maximum reverse voltage: la massima tensione inversa che il diodo può sopportare,
senza che si verifichi l'effetto valanga
- Rated forward current: la massima corrente (valore medio) che può attraversare il
diodo senza distruggerlo; dipende dalla grandezza del chip, e dalla sua capacità di
trasmettere all'esterno il calore prodotto
- Maximum forward voltage drop: è la massima caduta di tensione ai capi del diodo e
dipende dalla corrente che lo attraversa (in senso diretto)
- Maximum leakage current: è la corrente di dispersione che fluisce nel diodo quando
viene collegato (polarizzato) in senso inverso (purchè la tensione applicata non sia
abbastanza elevata da causare l'effetto valanga)
- Maximum reverse recovery time: è il tempo che occorre al diodo per passare dallo
stato oN allo stato OFF, e cioè dalla conduzione alla non conduzione; è in pratica la
"switching speed", cioè la velocità di commutazione, e dipende dalle dimensioni e dalle
caratteristiche del chip.
Figura 4
massima massima
tipo di diodo tensione corrente
inversa diretta
1N4001 50 V 1A
1N4002 100 V 1A
1N4003 200 V 1A
1N4004 400 V 1A
1N4005 600 V 1A
1N4006 800 V 1A
1N4007 1000 V 1A
1N5401 100 V 3A
1N5404 400 V 3A
6A4 400 V 6A
Il diodo zener
Nella pagina "Il diodo come raddrizzatore" si è parlato del comportamento del diodo
polarizzato inversamente; si è visto che, applicando al catodo una tensione positiva
rispetto all'anodo, scorre soltanto una debolissima corrente, detta "corrente di drift",
fino a quando la tensione applicata non raggiunge un valore tale da innescare "l'effetto
valanga". Funzionando in tali condizioni, un diodo normale arriva presto alla
distruzione per surriscaldamento.
E' tuttavia possibile, drogando fortemente il semiconduttore, ottenere un effetto simile
all'effetto valanga, ma diverso per due aspetti fondamentali:
1- il fenomeno può ripetersi indefinitamente senza che il diodo si distrugga
2- il fenomeno si produce anche a tensioni basse, dell'ordine di qualche volt
Tale fenomeno, per cui, a tensione praticamente costante, si verifica un brusco aumento
della corrente inversa, viene denominato "effetto Zener"; poichè il processo dipende
dall'intensità del campo elettrico applicato, è possibile, modificando lo spessore dello
strato a cui viene applicata la tensione, ottenere diodi zener che manifestano l'effetto
valanga a tensioni diverse, in un campo che va da circa 4 volt a diverse centinaia di
volt.
Grazie alle sue caratteristiche, il diodo zener viene ampiamente sfruttato per realizzare
circuiti distabilizzazione della tensione.
Un diodo zener è quindi caratterizzato in primo luogo dalla tensione a cui si verifica
l'effetto valanga (tensione di zener); importante è poi la massima potenza che il diodo
può dissipare senza distruggersi: i diodi di uso più comune sono adatti a potenze
comprese fra 0,35 e 1 o 2 W.
Vari esempi di applicazione del diodo zener si trovano in altre pagine di questo sito.
MMBZ5221B 2.4V, 0.35W MMSZ4684 3.3V, 0.5W 1N4728A 3.3V, 1W BZX85C10 10V, 1.3W
MMBZ5223B 2.7V, 0.35W MMSZ4686 3.9V, 0.5W 1N4729A 3.6V, 1W BZX85C11 11V, 1.3W
MMBZ5226B 3.3V, 0.35W MMSZ4688 4.7V, 0.5W 1N4730A 3.9V, 1W BZX85C12 12V, 1.3W
MMBZ5227B 3.6V, 0.35W MMSZ4689 5.1V, 0.5W 1N4731A 4.3V, 1W BZX85C13 13V, 1.3W
MMBZ5228B 3.9V, 0.35W MMSZ4692 6.8V, 0.5W 1N4732A 4.7V, 1W BZX85C15 15V, 1.3W
MMBZ5229B 4.3V, 0.35W MMSZ4697 10V, 0.5W 1N4733A 5.1V, 1W BZX85C16 16V, 1.3W
MMBZ5230B 4.7V, 0.35W MMSZ4702 15V, 0.5W 1N4734A 5.6V, 1W BZX85C18 18V, 1.3W
MMBZ5231B 5.1V, 0.35W MMSZ4703 16V, 0.5W 1N4735A 6.2V, 1W BZX85C20 20V, 1.3W
MMBZ5232B 5.6V, 0.35W MMSZ4706 19V, 0.5W 1N4736A 6.8V, 1W BZX85C22 22V, 1.3W
MMBZ5233B 6.0V, 0.35W MMSZ5226B 3.3V, 0.5W 1N4737A 7.5V, 1W BZX85C24 24V, 1.3W
MMBZ5234B 6.2V, 0.35W MMSZ5227B 3.6V, 0.5W 1N4738A 8.2V, 1W BZX85C27 27V, 1.3W
MMBZ5235B 6.8V, 0.35W MMSZ5228B 3.9V, 0.5W 1N4739A 9.1V, 1W BZX85C30 30V, 1.3W
MMBZ5236B 7.5V, 0.35W MMSZ5229B 4.3V, 0.5W 1N4740A 10V, 1W BZX85C33 33V, 1.3W
MMBZ5237B 8.2V, 0.35W MMSZ5230B 4.7V, 0.5W 1N4741A 11V, 1W BZX85C3V3 3.3V, 1.3W
MMBZ5238B 8.7V, 0.35W MMSZ5231B 5.1V, 0.5W 1N4742A 12V, 1W BZX85C3V6 3.6V, 1.3W
MMBZ5239B 9.1V, 0.35W MMSZ5232B 5.6V, 0.5W 1N4743A 13V, 1W BZX85C3V9 3.9V, 1.3W
MMBZ5240B 10V, 0.35W MMSZ5233B 6.0V, 0.5W 1N4744A 15V, 1W BZX85C4V3 4.3V, 1.3W
MMBZ5241B 11V, 0.35W MMSZ5234B 6.2V, 0.5W 1N4745A 16V, 1W BZX85C4V7 4.7V, 1.3W
MMBZ5242B 12V, 0.35W MMSZ5235B 6.8V, 0.5W 1N4746A 18V, 1W BZX85C5V1 5.1V, 1.3W
MMBZ5243B 13V, 0.35W MMSZ5236B 7.5V, 0.5W 1N4747A 20V, 1W BZX85C5V6 5.6V, 1.3W
MMBZ5244B 14V, 0.35W MMSZ5237B 8.2V, 0.5W 1N4748A 22V, 1W BZX85C6V2 6.2V, 1.3W
MMBZ5245B 15V, 0.35W MMSZ5238B 8.7V, 0.5W 1N4749A 24V, 1W BZX85C6V8 6.8V, 1.3W
MMBZ5246B 16V, 0.35W MMSZ5239B 9.1V, 0.5W 1N4750A 27V, 1W BZX85C7V5 7.5V, 1.3W
MMBZ5247B 17V, 0.35W MMSZ5240B 10V, 0.5W 1N4751A 30V, 1W BZX85C8V2 8.2V, 1.3W
MMBZ5248B 18V, 0.35W MMSZ5241B 11V, 0.5W 1N4752A 33V, 1W BZX85C9V1 9.1V, 1.3W
MMBZ5249B 19V, 0.35W MMSZ5242B 12V, 0.5W
MMBZ5250B 20V, 0.35W MMSZ5243B 13V, 0.5W
MMBZ5251B 22V, 0.35W MMSZ5244B 14V, 0.5W
MMBZ5252B 24V, 0.35W MMSZ5245B 15V, 0.5W
MMBZ5253B 25V, 0.35W MMSZ5246B 16V, 0.5W
MMBZ5254B 27V, 0.35W MMSZ5247B 17V, 0.5W
MMBZ5255B 28V, 0.35W MMSZ5248B 18V, 0.5W
MMBZ5256B 30V, 0.35W MMSZ5249B 19V, 0.5W
MMBZ5257B 33V, 0.35W MMSZ5250B 20V, 0.5W
MMSZ5251B 22V, 0.5W
MMSZ5252B 24V, 0.5W
MMSZ5253B 25V, 0.5W
MMSZ5254B 27V, 0.5W
MMSZ5255B 28V, 0.5W
MMSZ5256B 30V, 0.5W
MMSZ5257B 33V, 0.5W
I DIODI LED
Il termine "LED" è un acronimo che sta per "Light Emitting Diode", ovvero "diodo
che emette luce". I led sono costituiti da una giunzione P-N realizzata con
arseniuro di gallio o con fosfuro di gallio, entrambi materiali in grado di emettere
radiazioni luminose quando siano attraversati da una corrente elettrica; il valore di
tale corrente è compreso fra 10 e 30 mA.
Esempio (vedere figura): vogliamo far funzionare un led con una tensione di 12 V,
limitando la corrente a 20 mA (e cioè a 0,02 A)
R = (12 - 1,4) : 0,02 = 530 ohm (poichè tale valore non esiste in commercio, useremo il valore
standard più vicino, ad esempio 470 oppure 560 ohm)
Con un led e due transistor si può costruire un semplice circuito utile per
verificare l'isolamento di parti elettriche o per controllare il buono stato dei
condensatori di piccola capacità (vedere figura in basso). I transistor sono due
NPN di piccola potenza (tipo BC547 o equivalenti); si nota che sulla base di TR1
arriva la corrente proveniente dall'emettitore di TR2: questo tipo di collegamento
viene definito "configurazione Darlington" e permette di ottenere un elevato
guadagno di corrente.
In breve, una debolissima corrente sulla base di TR2 è in grado di far accendere il
Led che si trova sul collettore di TR1; se per esempio provate a toccare con una
mano l'ingresso IN1 e con l'altra l'ingresso IN2, vedrete che il led si accende, e si
accende tanto di più quanto più stringete i fili fra le dita. In effetti il led si accende
grazie alla debolissima corrente proveniente dal polo positivo, che attraversa il
vostro corpo (da una mano all'altra) ed arriva alla base di TR2 attraverso la
resistenza RB2.
Il condensatore C da 4700 pF serve ad inviare a massa eventuali disturbi che
potrebbero essere captati dall'ingresso, a causa della sua alta impedenza.
Allo stesso modo, se con i due fili di entrata IN1 e IN2 toccate qualunque altro
materiale od oggetto, potrete verificare il grado di isolamento esistente: se il led
rimane completamente spento, l'isolamento è totale.
Analogamente è possibile verificare il buon funzionamento dei piccoli
condensatori, di capacità fino a qualche migliaio di pF. Collegando il
condensatore ai due fili di entrata, il led si accenderà per un breve istante, quindi
si spegnerà, più o meno rapidamente a seconda della capacità del condensatore;
se il led rimane acceso, anche debolmente, vuol dire che il condensatore è in
dispersione. Tanto per avere un'idea, con condensatori di qualche migliaio di pF il
led farà solo un breve lampo; con condensatori da 0,1 µF in su il led rimarrà
acceso alcuni secondi, per spegnersi poi gradualmente.
Potete far funzionare il circuito con una pila da 4,5 V; fate attenzione a collegare il
led in modo che il terminale positivo corrisponda al positivo dell'alimentazione.
Un alimentatore serve a far funzionare con l'energia elettrica di rete tutte quelle
apparecchiature che non possono essere collegate direttamente alla presa a 220V, ma
necessitano di una tensione diversa, in genere molto più bassa, simile a quella fornita
dalle pile.
Per fare in modo che la tensione alternata disponibile nelle prese di casa diventi uguale a
quella di una pila, l'alimentatore utilizza diversi componenti, ciascuno con una specifica
funzione: vedremo quali sono questi componenti, esaminando la realizzazione del più
semplice degli alimentatori.
Chi desidera approfondire l'argomento può andare alla pagina "Dalla corrente alternata
alla corrente continua"
IL TRASFORMATORE
IL RADDRIZZATORE
IL CONDENSATORE DI LIVELLAMENTO
Figura 2 - Diodo:
l'anello in colore
chiaro indica ilLa tensione alternata che arriva dal
lato da cui la
corrente esce
trasformatore, resa monodirezionale tramite i
(catodo) diodi, non ha ancora un valore costante: il suo
valore cambia continuamente, passando da zero
a un valore massimo, e questo accade, come si
è detto prima, cinquanta volte in un secondo. Il
condensatore che si aggiunge al circuito
funziona come serbatoio di riserva:
immagazzina energia quando la tensione è
massima e la restituisce quando la tensione
Figura 3 - Per il livellamento si usa untende a scendere.
condensatore di tipo elettrolitico, che
permette di avere grandi valori di
capacità con ingombri ridotti
Osserviamo il grafico che segue: in alto vediamo la forma d'onda che ha la tensione di
rete a 220V applicata all'entrata del trasformatore
Al centro vediamo la tensione che si ottiene in uscita dopo averla raddrizzata con un
raddrizzatore a semionda, ovvero ad un solo diodo
In basso vediamo la tensione che si ottiene in uscita dopo averla raddrizzata con un
raddrizzatore ad onda intera, come quelli che utilizzano 2 o 4 diodi.
Figura 4
Tensione Corrente
Diodo
di lavoro massima
I diodi vanno scelti in base alla tensione ed alla
corrente che li attraversa. Per la tensione non ci 1N4001 50 V 1A
sono problemi, considerato che qualunque
diodo raddrizzatore può funzionare
1N4002 100V 1A
tranquillamente fino a tensioni di almeno 50V.
La corrente va calcolata in previsione del fatto
che, al momento dell'accensione, i diodi sono 1N4003 200 V 1A
attraversati dal forte picco di corrente che va a
caricare il condensatore elettrolitico 1N5400 50 V 3A
completamente scarico; per tale motivo è bene
utilizzare diodi in grado di sopportare correnti
maggiori di quelle richieste dall'utilizzatore, e 1N5401 100 V 3A
ciò tanto più quanto maggiore è la capacità del
condensatore di livellamento. In particolare, nel 1N5402 200 V 3A
raddrizzatore a un solo diodo, occorre
considerare che la corrente passa nel diodo
stesso solo per metà del tempo di
funzionamento, per cui il suo flusso risulta
discontinuo, con picchi di valore doppio. 6A4 400 V 6A
La tabella a lato descrive i diodi raddrizzatori di
uso più comune.
Tale tensione, dopo essere stata raddrizzata, assume l'aspetto che si vede in
figura 4.
Figura 4
Figura 5
Per concludere si può osservare come, passando dalla forma d'onda della figura 1
a quella della figura 2, non solo siano spariti i valori negativi, ma sia anche variata
la frequenza: mentre prima un ciclo intero si svolgeva in 20 ms, nella figura 2
vediamo che le semionde si ripetono uguali a distanza di 10 ms una dall'altra.
Questo significa che la frequenza della pulsazione è passata da 50 hz a 100 hz, e
quindi è raddoppiata.
I TRANSISTORI
Il transistor è alla base dell'elettronica dei nostri tempi. Anche se come componente
singolo viene usato molto meno che in passato, è sempre opportuno ed utile conoscere
le caratteristiche principali ed il funzionamento di questo minuscolo dispositivo a stato
solido.
Un transistor può avere diversi aspetti, a seconda del fabbricante e del tipo di
applicazioni per cui è previsto; in ogni caso, i terminali o punti di contatto che
permettono di inserirlo in un circuito sono tre, e sono sempre gli stessi: collettore,
emettitore e base. I transistor di bassa potenza, il cui scopo è principalmente
l'amplificazione dei segnali, hanno in genere l'aspetto di uno dei primi due a sinistra: da
un piccolo corpo più o meno cilindrico, metallico o di materiale plastico, fuoriescono
tre zampe, nella forma di fili o di linguette, che sono i tre elettrodi ci cui si parlava poco
fa. La disposizione di questi elettrodi può variare da un tipo all'altro, e va quindi
determinata disponendo delle informazioni tecniche relative (i famosi "data sheet"). Per
certi transistori di vecchio tipo, sul corpo cilindrico era marcato un puntino colorato che
indicava il collettore; in altri è presente sull'involucro metallico una minuscola
linguetta, in corrispondenza della quale si trova l'emettitore.
Una prima divisione nel mondo dei transistor riguarda la polarità degli elettrodi; senza
scendere troppo nei particolari, almeno per il momento, sarà sufficiente sapere che
esistono transistori NPN e transistori PNP. La differenza principale è che il
funzionamento in circuito è invertito: mentre per un NPN il collettore deve essere
collegato al polo positivo e l'emettitore al negativo, nel caso di un PNP le polarità sono
di segno opposto. L'esistenza di queste due famiglie di transistori torna molto utile,
perchè permette di realizzare circuitazioni particolari, sfruttando le diverse polarità.
In base all'impiego, i transistori presentano altre caratteristiche, che possono variare
anche molto da un tipo all'altro. Vediamo in breve le principali:
- Frequenza di taglio:
È la frequenza oltre la quale la capacità di amplificazione del transistor discende
rapidamente. Qualunque transistor può lavorare con segnali all'interno di una certa
banda di frequenze. Se, per esempio, dobbiamo costruire un amplificatore audio, quello
della frequenza di taglio non sarà certo un problema, visto che qualunque transistor può
funzionare ben al di là dei 20.000 hertz delle frequenze acustiche. Se invece si intende
amplificare segnali ad alta frequenza (per esempio onde radio a modulazione di
frequenza) occorre prestare molta attenzione a scegliere un transistor che presenti un
buon guadagno a frequenze di 100 megahertz ed oltre. Lo stesso dicasi per realizzare ad
esempio un generatore di funzioni, in grado di produrre una reale onda quadra: in
questo caso è opportuno ricorrere a quei tipi definiti "transistori per commutazione",
che sono caratterizzati da tempi di salita e discesa molto brevi e quindi si adattano alle
tecniche impulsive.
- Guadagno:
definisce la capacità di amplificazione del transistor e viene indicato in db (decibel); per
quelli che hanno qualche conoscenza di matematica, si può aggiungere che il decibel è
il logaritmo di un rapporto: nel nostro caso, indicando con dIb una qualsiasi variazione
della corrente di base e con dIc la corrispondente variazione della corrente di collettore,
il guadagno risulta dalla formula: g = 20 log (d Ic / dIb)
Il guadagno è legato alla frequenza del segnale; rimane praticamente costante fino ad
un certo valore, oltre il quale comincia a diminuire rapidamente: tale valore viene
appunto definito frequenza di taglio.
Nel nostro caso, siccome vogliamo alimentare il LED con l'alimentatore a 12 volt, non
possiamo collegarlo direttamente, perchè si brucerebbe. Come si vede in figura,
inseriremo in serie al LED una resistenza, del valore di 220 ohm, per limitare la
corrente che passa. Adesso possiamo attaccare il tutto all'alimentatore o alle pile: il
diodo led deve accendersi. Raggiunto questo primo risultato, possiamo passare ad
inserire il transistor. Dopo aver identificato con sicurezza i tre piedini (eventualmente
chiedete al vostro fornitore) collegate l'emettitore al polo negativo o massa. Lasciate
scollegata, per il momento, la base del transistor. Al collettore collegate la resistenza da
220 ohm, quella che proviene dal diodo LED, realizzando il circuito della figura qui a
sinistra. Quando accendete l'alimentatore, il diodo led non deve accendersi; la corrente,
infatti, non può passare, essendo presente il transistor che la blocca.
Colleghiamo adesso in circuito anche la base del transistor, cioè il piedino che avevamo
lasciato scollegato. Vi salderemo la resistenza da 1,5 kohm che a sua volta sarà
collegata al polo positivo. Se adesso ridiamo corrente al circuito, vedremo che il diodo
LED si accende.
Cosa è cambiato nel transistor? Attraverso la resistenza R2, una debole corrente,
indicata in figura con ib, circola nel circuito di base; questa corrente innesca il
passaggio di una corrente più forte nel circuito di collettore (indicata con ic) e così il
LED si accende. Osserviamo quindi che con una corrente di pochi milliampere (la
corrente che entra in base) possiamo comandare una corrente di alcune centinaia di
milliampere nel circuito di collettore: è questo il principio del transistor, che risulta
essere pertanto un "amplificatore di corrente".
Non siate delusi; questa era solo una semplice applicazione dimostrativa, utile anche
per prendere confidenza col montaggio dei componenti. Cercate quindi di ottenere il
funzionamento descritto; se il LED non si accende, o si accende quando non dovrebbe,
controllate bene: qualche componente è collegato male;
provate e riprovate, prima di procedere con le prossime
applicazioni.
Le fotoresistenze
L'elemento che rileva la luminosità è in questo caso una
fotoresistenza:
si
tratta
di una
una fotoresistenza
resistenza particolare, il cui valore cambia sensibilmente in funzione della luce che la
investe. A seconda del tipo, una fotoresistenza può misurare ad esempio circa 1
megaohm al buio e solo poche decine di kilo-ohm in piena luce. Il modo di impiegare
una fotoresistenza è semplice: come si vede nello schema a destra, la fotoresistenza,
indicata con FTR, fa parte del circuito di base del transistor; finchè c'è luce sufficiente,
il valore di FTR rimane basso, per cui la corrente proveniente dal polo positivo
attraverso R1 ed RV passa nella fotoresistenza e ritorna a massa, senza interessare il
transistor. Quando la luce diminuisce, il valore della fotoresistenza aumenta, fino al
momento in cui la corrente poveniente da RV, trovando una via di minor resistenza,
comincia a entrare nella base del transistor. Il transistor passa così in conduzione, cioè,
come abbiamo visto nella lezione precedente, lascia passare corrente nel suo circuito di
collettore. La bobina del relè viene quindi attraversata dalla corrente di collettore del
transistor, ed il relè scatta, cioè chiude il contatto C. Quando la luce ambiente aumenta,
la corrente di base ricomincia a passare nella FTR, la cui resistenza è tornata bassa; il
transistor non conduce più ed il relè si diseccita, riaprendo il contatto C.
un cacciavite un contatto strisciante che scorre sudi filo avvolto intorno ad un nucleo di
una superficie di materiale ad alta resistività. Lamateriale magnetico. Quando passa
corrente nella bobina di filo, si crea un
resistenza variabile è stata inserita per potercampo magnetico che attira l'ancoretta
regolare con precisione il punto d'intervento,secondo la freccia rossa verticale;
ovvero determinare con che luminosità il relè si l'ancoretta ruota e spinge il contatto
centrale C verso destra, secondo la freccia
chiude e mette in funzione ciò che vi è [Link]. In questo modo, il
Supponiamo che il vostro circuito si ecciti, cioè ilcollegamento tra il contatto centrale e
relè si chiuda ed accenda le lampade, quando c'èquello di sinistra (nc) si apre, mentre si
chiude il collegamento tra il contatto
ancora abbastanza luce; se volete che il circuitocentrale e quello di destra (na). Il contatto
intervenga quando è più buio, ruotate la RV cosìdi sinistra viene definito nc, cioè
normalmente chiuso, perchè è tale quando
da aumentarne il valore: in questo modo, affinchèil relè è a riposo. Allo stesso modo l'altro
la corrente che entra sulla base del transistor riesca contatto, aperto quando il relè non è
a portarlo in conduzione, occorrerà che la FTR eccitato, viene
normalmente aperto.
definito na, cioè
Condensatori e multivibratori
Supponiamo che inizialmente sia in conduzione TR1: questo vuol dire che il suo
collettore è sceso a tensione zero; ma allora anche la base di TR2, collegata al collettore
di TR1 tramite il condensatore C0, è necessariamente scesa a tensione zero. In effetti
TR2 non conduce, ed il LED risulta spento. Un pò alla volta, tuttavia, il condensatore
C0 si carica con la corrente che fluisce attraverso la resistenza R2, e così la tensione di
base di TR2 comincia a salire: quando raggiunge un valore sufficiente, il transistor
passa in conduzione; a questo punto il LED si accende, la tensione di collettore va a
zero e, tramite il condensatore C1, porta a zero anche la tensione di base di TR1, che
passa in interdizione, cioè non conduce più. Ma anche questa condizione è solo
momentanea, perchè il condensatore C1 inizia a caricarsi attraverso la R4; quando la
tensione di base diventa abbastanza alta, il transistor passa in conduzione e torna a
bloccare il transistor TR2 (e quindi a spegnere il LED). Il ciclo si ripete all'infinito, e
per tale motivo il circuito viene definito multivibratore.
E' possibile intervenire a piacere sui tempi di conduzione dei due transistori; un modo è
quello di usare condensatori di valore diverso. Ho chiamato C0 (C zero) il condensatore
da 22 microfarad, perchè è quello che determina il tempo in cui il LED è spento: se volete
che stia spento più a lungo, usate un condensatore di maggiore capacità, per esempio di
33 o 47 microfarad; in caso contrario, usatene uno di minore capacità (10 o 4,7
microfarad). C1 determina il tempo in cui il LED è acceso: con valori più alti, il LED sta
acceso più a lungo, e viceversa.
Questo circuito è fatto per funzionare a 12 volt, quindi può essere adatto come
lampeggiatore in auto, per esempio per simulare un antifurto; è comunque possibile
farlo funzionare anche a tensioni diverse (addirittura con una pila da soli 1,5 volt),
cambiando opportunamente i valori delle resistenze. Buon divertimento.
Figura 1
1- colleghiamo il condensatore alla pila, facendo attenzione alla polarità (il segno
"+" del condensatore deve corrispondere al segno "+" della pila); dopo pochi
secondi il condensatore si sarà caricato
2- stacchiamo adesso il condensatore carico dalla pila e colleghiamolo al led,
facendo attenzione alla giusta polarità dei terminali ed interponendo la resistenza
da 100 Ω: per qualche istante il led si illuminerà, come se lo avessimo collegato
alla pila, spegnendosi gradualmente man mano che il condensatore si scarica.
La resistenza serve per far scorrere la corrente più lentamente durante la scarica,
altrimenti il led farebbe solo un rapido lampo di luce, rischiando anche di
bruciarsi.
Usando condensatori di maggiore capacità, il led rimarrà acceso più a lungo.
CONDENSATORI ELETTROLITICI
Sono i più comuni. Il valore della capacità e della tensione di lavoro sono in
genere stampigliati chiaramente sull'involucro; la precisione dei valori è
approssimativa, essendo ammessa una tolleranza di circa ± 20%.
CONDENSATORI AL TANTALIO
Tranne i condensatori elettrolitici e quelli al tantalio, tutti gli altri condensatori non
sono polarizzati, per cui possono essere montati indifferentemente in circuito in
un verso o nell'altro, e funzionare anche in assenza di una tensione continua di
polarizzazione.
(Quanto segue si riferisce ai condensatori non polarizzati, di capacità compresa fra pochi picofarad e
qualche µF; non si applica pertanto ai condensatori elettrolitici classici nè a quelli al tantalio)
Se le due tensioni sono uguali, vuol dire che i condensatori sono uguali; in caso
contrario, dovrete divertirvi a sostituire Cr con condensatori di altro valore, finchè
le due tensioni risulteranno uguali.
Dobbiamo ricordare a proposito che i condensatori si comportano con la corrente
alternata un pò come le resistenze con la corrente continua; una corrente
alternata che attraversa un condensatore, incontra maggiore difficoltà se la
capacità del condensatore è piccola, e quindi si determina una maggiore caduta di
tensione ai capi del condensatore. Nel fare le vostre misure, tenete presente
questo aspetto; se trovate che la tensione ai capi di Cr è maggiore di quella su Cx,
dovete provare ad usare un Cr di maggiore capacità.
Ricordate poi che nel caso dei condensatori non è quasi mai necessaria una
grande precisione, per cui è sufficiente che troviate due tensioni abbastanza
vicine per considerare terminata la misura.
Tanto per fare l'esempio che si vede nelle figure, se trovate 11,9 su Cr e 12,3 su Cx
potete ben dichiarare che i due condensatori sono uguali!
Prima di procedere a
qualsiasi controllo,
ricordate sempre di
scaricare il condensatore,
specialmente se lo avete
smontato da una
apparecchiatura utilizzata
di recente. Il condensatore
figura 6 - come va scaricato un condensatore va scaricato collegando
fra i due terminali una
resistenza da 2 o più watt, del valore di qualche decina di ohm; non è opportuno
mettere in corto i terminali servendosi di un oggetto metallico, poichè, a causa
dell'elevato picco di corrente, la scarica istantanea con relativa scintilla potrebbe
danneggiare il condensatore.
Indicazioni abbastanza significative sullo stato di un condensatore elettrolitico si
possono ottenere in modo semplice: basta collegare per pochi secondi il
condensatore ad una tensione un pò più bassa di quella di lavoro (che risulta
scritta sull'involucro), sempre facendo attenzione alla giusta polarità. Staccato il
condensatore, si misura col tester la tensione sui terminali: tranne una breve
discesa iniziale di pochi volt, il valore della tensione immagazzinata tende a
conservarsi nel tempo. Per fare un esempio, se si applica al condensatore una
tensione di 20 V, procedendo ad una misura dopo vari minuti si trova più o meno
una tensione prossima a 18 o 17 V; dopo un'ora, tale tensione sarà scesa a circa
13 V. In teoria, nel caso di un condensatore ideale, la tensione dovrebbe
mantenersi indefinitamente al valore applicato durante la carica; nel condensatore
reale, tuttavia, la resistenza fra i due elettrodi non è infinita, per cui esiste sempre
una corrente di fuga o di dispersione che lentamente determina la scarica del
condensatore: maggiore è questa corrente, più velocemente il condensatore si
scarica. In ogni caso, se notiamo che il condensatore in prova si scarica dopo
pochi secondi, o addirittura non trattiene alcuna carica, possiamo tranquillamente
gettarlo senza alcun rimpianto.
Se occorre una capacità più alta di quella che ci può offrire un solo condensatore,
è possibile usare più condensatori collegati uno di fianco all'altro, e cioè in
parallelo; in questo modo la capacità totale equivale alla somma delle singole
capacità.
Come si vede in figura 7,
affiancando due condensatori da
1µF si ottiene un capacità
complessiva di 2µF;
aggiungendone un altro da
0,47µF, la capacità totale arriva a
2,47µF.