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ELETTONICA

Un saldatore a stagno di circa 20/30 watt di potenza;


vanno molto bene quelli cosiddetti a stilo, dalla punta
sottile, adatta per saldare con precisione particolari molto
piccoli. L'importante è che sia un saldatore per elettronica
ottimamente isolato, considerando che eventuali
dispersioni di corrente potrebbero risultare dannose per
certi componenti particolarmente delicati.

Una matassina di filo di stagno, di quello che già contiene


al suo interno la pasta disossidante necessaria alla pulizia
delle parti da saldare; scegliete un filo sottile, di circa 0,8
mm di diametro

Una dotazione di attrezzi di uso comune, come forbici,


cacciaviti, pinze, tronchesine ecc.

Uno strumento molto utile, anzi direi indispensabile, è un


piccolo tester digitale; oggi si trovano buoni apparecchi a
poche decine di migliaia di lire, tanto non serve uno
strumento da laboratorio. Non vi consiglio uno strumento
analogico (quelli con l'indice che si muove sulla scala
graduata, per capirci) poichè, a parità di prezzo, quello
digitale risulta più preciso, oltre ad essere di lettura più
immediata.
I primi componenti di cui parleremo sono le resistenze. In elettronica se ne usano tantissimi tipi,
ma la loro funzione rimane sempre quella di determinare una caduta di tensione, e quindi di
ottenere nei vari rami di un circuito le giuste correnti. Nel paragrafo che segue cercherò di
illustrare meglio questi concetti. E' bene specificare subito che i valori in ohm delle resistenze non
sono quasi mai scritti con dei numeri: esiste un codice basato su fascette colorate, che
inizialmente può risultare un pò ostico, ma che col tempo e con la pratica si impara a leggere a
colpo d'occhio. Tanto per abituarci, cominciamo subito a vedere il significato dei vari colori:

Se osservate una resistenza, vedrete (da una estremità o dall'altra)


una fascetta color oro; questo colore indica che la tolleranza
rispetto al valore nominale è del 5 %. Se la fascetta è color argento
significa che la tolleranza è del 10 % (valore meno preciso e
resistenza di minore qualità). Disponete la resistenza in modo che
la fascetta dorata sia alla vostra destra (come in
figura). Cominciate poi a leggere le tre fascette, da
sinistra verso destra. Il colore della prima indica la
prima cifra del valore; il colore della seconda
fascetta indica la seconda cifra; il colore della terza vi dice quanti
zeri dovete aggiungere. Nel caso della resistenza raffigurata come
esempio, abbiamo: rosso, viola, arancio. A tali colori
corrispondono i numeri 2, 7 e 3. Il valore è quindi 27 seguito da 3
zeri, cioè: 27000 ohm

TAVOLA DEL CODICE A COLORI DELLE RESISTENZE

RESISTENZE E CADUTE DI TENSIONE

Consideriamo il circuito di figura 1: una pila da 4,5 volt alimenta quattro resistenze che risultano
collegate in serie; in seguito alla tensione della pila, nel circuito circola una corrente (indicata con i).

Le resistenze, indicate come R1, R2, R3, R4, hanno i seguenti


valori: R1 = 120 ohm; R2 = 22 ohm ; R3 = 39 ohm; R4 = 56 ohm
(intanto approfittate per esercitarvi a leggere i colori). La
tensione della pila, nel mantenere in circuito la corrente i,
deve vincere una dopo l'altra tutte e quattro le resistenze che
incontra, vale a dire una resistenza totale di 120+22+39+56 =
237 ohm. Quanta corrente circola? Basta dividere la tensione
della pila per la somma delle resistenze:

i = 4,5 / 237 = 0,01899 ampere

Osserviamo che siccome le correnti in elettronica sono in


figura 1 genere piuttosto deboli, è più conveniente misurarle non in
ampere, ma in milliampere; in questo modo il numero che si
ottiene è 1000 volte più grande e non contiene più tanti zeri:
0,01899 ampere sono uguali a 18,99 milliampere (si scrive abbreviato 18,99 mA). Diremo quindi che
nel nostro circuito circola una corrente di 18,99 milliampere. E la tensione della pila che fine fa? Essa
si ripartisce sulle varie resistenze, in modo proporzionale ai loro valori: in altre parole, ai capi di una
resistenza di valore più alto troveremo una tensione di valore più alto. Cercando di spiegare con
parole semplici quello che succede nel circuito, diremo quanto segue: la corrente che circola è una
sola, ed è la stessa che attraversa uno dopo l'altro tutti i componenti del circuito; non potrebbe
essere altrimenti, perchè non esistono altre strade alternative. Questa corrente circola a spese di una
tensione, che deve esercitare uno sforzo ogni volta che la corrente incontra una resistenza. Più
grande è la resistenza, maggiore è lo sforzo richiesto per far passare la corrente attraverso quella
resistenza: ecco che allora la tensione totale di 4,5 volt si suddivide fra le varie resistenze,
assumendo un valore più alto proprio ai capi di quelle resistenze che, essendo di maggior valore,
richiedono più sforzo. La tensione presente ai capi di ogni resistenza rappresenta la caduta di
tensione relativa a quella resistenza.

Adesso analizziamo in pratica quello che succede nel nostro circuito, effettuando misure di tensione
in due modi diversi.

1) Misura della tensione nei vari punti del circuito.

In questo caso il puntale negativo del tester (quello di


colore nero) sarà sempre collegato al polo negativo della
pila (figura 2), perchè ogni misura di tensione va riferita
al punto del circuito a potenziale zero (che in questo
caso è il polo "-" della pila). Portiamo il puntale positivo
(quello di colore rosso) sul punto t1 (cioè tra la R1 e la
R2); leggendo la tensione troveremo 2,22 volt. Vuol dire
che la tensione presente sulla pila, e cioè 4,5 volt, si è
ridotta a 2,22; questo è l'effetto della caduta di tensione
sulla prima resistenza (R1). Spostiamo adesso il puntale
positivo sul punto t2: leggeremo una tensione di 1,8 volt:
la tensione si è ancora ridotta, per effetto della seconda
caduta di tensione ai capi della resistenza R2. Per finire,
spostiamo il puntale sul punto t3: troveremo una
tensione di 1,06 volt; questa tensione, che è quella
residua dopo che la corrente ha attraversato le prime tre
resistenze, è quella che permette alla corrente di
compiere l'ultimo sforzo, ovvero di attraversare R4.
figura 2

2) Misura delle cadute di tensione sulle singole


resistenze.

Possiamo poi toglierci la curiosità di controllare come la


tensione si ripartisce sulle varie resistenze, misurandola
ai capi di ognuna di esse. In questo caso collegheremo i
puntali del tester ai terminali della resistenza che ci
interessa, facendo caso al verso della corrente (come si
vede in figura 3): dal lato dove la corrente entra nella
resistenza, collegheremo il puntale positivo (in genere di
colore rosso); dal lato dove la corrente esce dalla
resistenza, collegheremo il puntale negativo (di colore
nero). Misuriamo la tensione ai capi della resistenza R1;
leggeremo 2,28 volt. Leggiamo poi la tensione ai capi di
R2 (è la posizione che si vede nella figura); troveremo 0,4
volt. Ai capi di R3 leggeremo 0,74 volt ed ai capi di R4
leggeremo 1,06 volt. Se sommiamo tutti questi valori,
otteniamo un'altra volta 4,5 volt, e cioè la tensione della
pila.

figura 3
Il circuito visto fin'ora può essere ridisegnato come si vede in figura 4. La linea orizzontale in basso,
collegata al polo negativo della pila, rappresenta il potenziale zero, detto anche "massa", del circuito;
la linea orizzontale superiore, collegata al polo positivo, rappresenta la tensione di alimentazione. Nel
disegno sono riportate le tensioni presenti nei punti di unione fra le varie resistenze, misurate, come
abbiamo visto prima, rispetto al potenziale zero. In questo caso appare più evidente come la tensione
vada calando man mano che dal polo positivo ci si avvicina alla massa (o polo negativo). Un simile
circuito formato da più resistenze collegate in cascata (o, come si dice, "in serie"), costituisce quello
che viene denominato "partitore di tensione".

Ma in genere le tensioni nei vari punti di un circuito vengono indicate semplicemente col valore
numerico vicino al punto in questione (figura 5), poichè è sottinteso che tutte le tensioni sono sempre
riferite alla massa del circuito. Quindi anche voi, quando misurerete una tensione in un punto del
circuito, dovete sempre collegare uno dei puntali del tester (il puntale negativo) alla massa,
intendendosi col termine "massa" tutti i punti del circuito che hanno potenziale zero.

figura 4 figura 5

Se avete già un saldatore e ve la sentite di trafficare un pò, provate a realizzare davvero il circuito
della figura (vi occorre anche una pila piatta da 4,5 volt). Divertitevi a misurare le tensioni nei vari
punti e nei modi che abbiamo visto; non sarà tempo perso e vi renderete conto di tante cose che non
si possono apprendere con la sola lettura.
BREVE GUIDA ALL'USO DEL TESTER

Un tester digitale sufficientemente preciso per uso hobbistico si può acquistare


oramai con pochi spiccioli: considerata l'utilità dello strumento, è un vero peccato
non procurarsene uno.
Molti di voi hanno chiesto istruzioni su come si debba usare un tester;

credo che suggerimenti importanti circa la


misura di tensioni si possano già ricavare
dalla pagina "resistenze e cadute di
tensione", che consiglio senz'altro di
rivedere; in questa sede aggiungerò alcuni
consigli pratici su come debba essere
utilizzato il tester nei vari tipi di misura.
Le parti principali di un tester (figura 1) sono
il display, dove appaiono i valori misurati, il
selettore, di tipo rotante oppure a tastiera,
che permette di scegliere la portata più
adatta alla misura da effettuare, ed un paio
di puntali, uno rosso (positivo) ed uno nero
(negativo), che vanno inseriti nelle apposite
boccole.
Tutto ciò che viene descritto in queste
pagine si riferisce al tester che appare nelle
figura 1 - un comune tester digitale illustrazioni ma, a parte piccole differenze, i
metodi restano validi anche per altri
tipiditester.

Il display

In genere il display è del tipo a cristalli liquidi; un display di 3 cifre e mezzo può
essere considerato sufficientemente preciso per i nostri scopi. Occorre scegliere
per ogni misura la giusta portata, come vedremo in seguito, allo scopo di sfruttare
tutte le cifre disponibili per la lettura del valore misurato.

Il selettore della misura

La manopola che si trova al centro del tester (figura 2) permette di scegliere, di


volta in volta, sia il tipo di grandezza che si vuol misurare, sia la portata massima,
ovvero il massimo valore misurabile. Come si vede, la rotazione è suddivisa in
vari settori.
Partendo più o meno dalla posizione che hanno le ore 10 sull'orologio, troviamo le
misure di resistenza, indicate dal caratteristico simbolo "Ω"; in funzione della
resistenza che pensiamo di misurare, sceglieremo una delle portate indicate: 200
(ohm), 2k (2 kohm), 200k (200 kohm), 2M (2 megaohm), 20M (20 megaohm).

La scelta della giusta portata è importante per avere una misura precisa;
supponiamo di voler misurare una resistenza di 250 ohm: se scegliamo come
portata 2K, leggiamo sul display ".251" che significa 0,251 Kohm e, quindi, 251
ohm. Proviamo a scegliere la portata 20k:
otteniamo come lettura "0.25", il che
significa che abbiamo già perso la
precisione corrispondente all'ultima cifra.
Impostando come portata 200k, otteniamo
addirittura sul display il valore "00.2", che
non ha quasi più significato!
La prima posizione, contrassegnata dal
simbolo della nota musicale, si usa per i
controlli di continuità (per esempio per
verificare se un cavo è interrotto): in caso di
conduzione, il tester emette un segnale
acustico.
Saltando il breve settore verde (hFE),
figura 2 - il selettore della misura
troviamo poi le misure di tensioni continue,
con le portate 200m (200 millivolt), 20, 200 e
1000 V. Anche per queste misure vale il principio di scegliere sempre la portata
più vicina, ovvero immediatamente superiore, al valore che si intende
misurare.<BR< ?V~?.
Successivamente, sempre continuando in senso orario, s'incontrano le misure di
corrente alternata (settore rosso), indicate da "A~" e quindi le misure di corrente
continua (settore verde), indicate da "A--".
Per ogni misura, occorre quindi posizionare la manopola all'interno del settore
corrispondente, scegliendo la portata più vicina, come visto in precedenza.

Boccole per l'inserzione dei puntali

Nella parte bassa del tester, si trovano quattro boccole rosse, dove occorre
inserire gli spinotti dei puntali; mentre il puntale nero va inserito sempre nella
boccola contrassegnata con "COM", che sta per "comune", la posizione del
puntale rosso cambia in funzione del tipo di misura. Per le misure di tensione e di
resistenza (figura 3), il puntale rosso va inserito nella boccola contrassegnata "V/
Ω".
Per misure di corrente fino a 2 A, il puntale rosso va inserito nella boccola 2A
(figura 4). Notare che la manopola del selettore di misura deve trovarsi sul 2 del
settore verde se si tratta di corrente continua, oppure sul 2 del settore rosso se si
deve misurare corrente alternata
Per misurare correnti fino a 10 A (figura 5), il puntale rosso va nella boccola
"10A"; la manopola del selettore va posizionata sul 10 verde della corrente
continua o sul 10 rosso della corrente alternata.

ISTRUZIONI PER L'EFFETTUAZIONE DELLE MISURE

Misure di tensione

Ci sono vari modi di misurare una tensione, soprattutto in considerazione del fatto
che i valori di tensione non sono mai assoluti, ma hanno significato quando sono
riferiti ad un certo potenziale.
Il riferimento nelle nostre misure si ottiene portando in contatto il puntale nero
(negativo) col punto del circuito rispetto al quale si vuole effettuare la misura.
Volendo per esempio misurare la tensione rispetto a massa in vari punti di un
circuito, occorre collegare il puntale nero al
negativo dell'alimentazione del circuito,
oppure alla carcassa metallica, se anche
questa è a potenziale zero.
Altre volte interessa misurare la tensione
che risulta presente ai capi di un
componente del circuito, per esempio di una
resistenza; in questo caso i puntali del tester
figura 3 - collegamento dei puntali per le vanno collegati uno per lato sui terminali
misure di tensione e resistenza.
della resistenza: se appare un segno "-"
davanti al valore indicato, vuol dire che
abbiamo disposto i puntali al contrario,
ovvero che la tensione è più alta dove noi
abbiamo collegato il puntale nero;
invertendo i puntali, il segno meno
scomparirà e potremo conoscere l'esatto
valore e segno della caduta di tensione sulla
resistenza.
Tenete presente che il terminale a potenziale
più alto è sempre quello da cui la corrente
entra!

Misure di corrente
figura 4 - collegamento dei puntali per misure
di corrente fino a 2 A. Per misurare una corrente occorre che
questa passi attraverso il tester;
nell'esempio delle figure 6 e 7, un
alimentatore (A) sta caricando una batteria
(B): quanta corrente passa dall'alimentatore
alla batteria? Per saperlo occorre staccare
uno dei cavi (per esempio il rosso) e ricreare
il collegamento usando il tester per unire
l'alimentatore alla batteria.

E' importante in queste misure fare molta


attenzione a selezionare correttamente la
portata, e ad inserire i puntali nelle boccole
corrette; in caso contrario si rischia di
figura 5 - collegamento dei puntali per misure danneggiare lo strumento di misura.
di corrente fino a 10 A. Anche effettuando misure di corrente, se il
display indica un valore preceduto dal segno
"-", vuol dire che la corrente sta entrando nel tester dal puntale nero, invece che
dal puntale rosso.

Misura di resistenze

Quando si vuole misurare il valore di una resistenza, occorre che non ci siano altri
componenti in parallelo alla resistenza stessa; se non se ne può essere sicuri, è
necessario scollegare la resistenza almeno da una parte, altrimenti si rischia di
misurare qualcosa che con la resistenza non ha niente a che fare.
E' molto importante che il circuito non sia alimentato, e che i condensatori
eventualmente presenti siano stati scaricati, cortocircuitandoli.
La saldatura in elettronica
La saldatura a stagno è il metodo
usato in elettronica per collegare
fra loro i diversi componenti di un
circuito; essa ha due funzioni:
1) quella di realizzare la
continuità elettrica;
figura 6 - quanta corrente sta passando dall'alimentatore
alla batteria? 2) quella di fissare
meccanicamente i pezzi.

Si tratta di una tecnica molto


semplice, ma che va praticata con
cura se si vogliono evitare
problemi che alla lunga diventano
dei veri e propri rompicapo. Una
saldatura mal fatta, o, come suol
dirsi, "fredda", può causare
figura 7 - occorre interrompere il collegamento esistente e
ripristinarlo facendo scorrere la corrente attraverso il tester.
malfunzionamenti di cui risulta
poi difficile scoprire la causa.
Supponiamo di voler saldare una
resistenza sulla basetta portacontatti
che si vede in figura. Per prima cosa,
allo scopo di avere le mani libere,
infiliamo negli appositi fori i terminali
della resistenza, dopo averli un pò
piegati, in modo che rimangano da soli
nella giusta posizione. Prendiamo poi il
filo di stagno, di quello che all'interno
contiene la pasta disossidante: la
perfetta pulitura delle parti da saldare è
fondamentale per una buona riuscita.
Tenendo il filo di stagno a contatto con
le parti da saldare, accostiamo il
saldatore in modo da fondere lo stagno: la pasta liquida colerà sulle parti e
contemporaneamente lo stagno andrà a depositarvisi, ricoprendole. A questo punto,
non abbiate fretta di scappare: insistete qualche secondo in più, fino a quando
vedrete lo stagno perfettamente fuso e lucido. Non muovete assolutamente i pezzi
mentre lo stagno si sta raffreddando, per non dare origine a crepe che potrebbero in
seguito determinare un falso contatto fra i pezzi saldati. Non sempre è possibile
disporre i pezzi nella giusta posizione e poi saldare; anzi, forse il più delle volte, è la
stessa saldatura che tiene a posto i pezzi. Occorre allora imparare a tenere con due
mani i pezzi da saldare, lo stagno e il saldatore! Buon divertimento.
* 1K hom=1.000 e 1M hom= 1.000.000
Il diodo come raddrizzatore
Un componente elettronico dal comportamento molto particolare è il diodo. Abbiamo
visto che applicando una certa tensione ad una resistenza, la corrente che la attraversa
corrisponde al rapporto fra la tensione applicata ed il valore della resistenza stessa;
questa legge non vale per il diodo.

Dal punto di vista fisico-strutturale, il diodo (figura 1, in alto) è


costituito da una giunzione "p-n", ovvero da un semiconduttore
contenente, adiacenti l'una all'altra, due regioni, drogate una con
impurità di tipo "p" ed una con impurità di tipo "n".
La regione P, essendo drogata con atomi in difetto di elettroni,
tende a catturare elettroni: come si dice, presenta delle buche o
lacune.
La regione N, essendo drogata con atomi in eccesso di elettroni,
tende a perdere gli elettroni in eccesso.
Quando la giunzione PN è polarizzata inversamente (figura 1, al
centro), ovvero al lato P risulta applicata una tensione negativa
ed al lato N una positiva, sia le lacune della zona P che gli
elettroni liberi della zona N vengono attirati dal campo elettrico
applicato, per cui la zona centrale si svuota; in tale zona, che
viene detta "zona di deplezione", si crea una barriera di
potenziale che impedisce il passaggio della corrente; circola
Figura 1 soltanto una debolissima corrente dovuta a cariche minoritarie,
detta "corrente di drift. Tale corrente è dell'ordine di qualche µA
per i diodi al germanio, e di qualche nA per i diodi al silicio.
Quando la giunzione PN è polarizzata direttamente (figura 1, in basso), le lacune della
zona P vengono sospinte verso la zona centrale della giunzione dalla polarità positiva
applicata; analogamente, gli elettroni liberi della zona N vengono sospinti verso la zona
centrale della giunzione dalla polarità negativa; se la tensione è sufficiente a vincere la
barriera di potenziale esistente, le buche e gli elettroni si combinano fra loro, dando
origine ad una corrente, detta corrente di diffusione, che può anche diventare molto
intensa. La tensione necessaria per innescare il flusso di tale corrente è di 0,2 - 0,3 V
nel caso di giunzioni al Germanio e di 0,5 V nel caso di giunzioni al Silicio.

Il diodo realizzato con una giunzione PN come appena descritto,


viene rappresentato col simbolo che si vede in figura 2 al centro:
il lato corrispondente alla zona P viene chiamato "anodo"; il lato
corrispondente alla zona N viene chiamato "catodo". Sotto al
simbolo è riportata l'immagine di un diodo reale: la fascia
argentea indica il catodo; nell'uso normale del diodo, la corrente
nel diodo fluisce dall'anodo verso il catodo

Nel suo impiego pratico, il comportamento del diodo èFigura 2


rappresentato nel grafico della figura 3.
La tensione applicata al diodo si legge sull'asse X
(quello orizzonate), mentre sull'asse Y (quello
verticale) si legge la corrente che lo attraversa.
Con polarizzazione diretta, ovvero quando
all'anodo è applicata una tensione positiva
rispetto al catodo, si osserva che non passa
corrente fino al valore di tensione VT, detto
valore di soglia; se la tensione applicata al diodo
viene aumentata oltre tale valore, si verifica il
passaggio di una corrente tanto più alta quanto
maggiore è la tensione applicata.
Se il diodo viene polarizzato inversamente, e cioè
si applica all'anodo una tensione negativa rispetto
al catodo, in pratica non passa corrente, se si
Figura 3
esclude una debolissima corrente detta di "drift";
se però si supera un determinato valore di
tensione, detto valore di "breakdown", la resistenza del diodo cede improvvisamente,
ed ha luogo una conduzione senza limiti, detto "effetto valanga". Poichè normalmente
un diodo non viene costruito per funzionare nella regione di break-down, occorre
evitare che questo accada, pena la distruzione irreversibile del diodo, dovuta al brusco
aumento della potenza dissipata.

Grazie alle caratteristiche fin qui descritte, il diodo risulta utilissimo nel funzionamento
come "raddrizzatore"; inserendo per esempio un diodo in un circuito percorso da
corrente alternata sinusoidale, si verifica che la corrente passa nel circuito solo quando
ha la giusta polarità, mentre viene bloccata ogni volta che la polarità si inverte. In
pratica, tutte le semionde negative della corrente alternata vengono eliminate, per cui, a
valle del diodo, si ottiene una tensione costituita dalle sole semionde positive (tale
tensione viene detta "pulsante"). Il passaggio dalla corrente alternata alla corrente
continua viene descritto in modo dettagliato in altre pagine di questo sito.

I diodi raddrizzatori vengono prodotti per una vasta gamma di applicazioni; variando le
tecniche di costruzione, la percentuale di drogaggio del chip e le sue dimensioni, si
possono ottenere diodi in grado di sopportare una corrente massima che varia da 1 A a
decine e centinaia di ampere, adatti a tensioni di lavoro da qualche decina a varie
centinaia di volt.
Le principali grandezze ch ecaratterizzano un diodo sono:
- Maximum reverse voltage: la massima tensione inversa che il diodo può sopportare,
senza che si verifichi l'effetto valanga
- Rated forward current: la massima corrente (valore medio) che può attraversare il
diodo senza distruggerlo; dipende dalla grandezza del chip, e dalla sua capacità di
trasmettere all'esterno il calore prodotto
- Maximum forward voltage drop: è la massima caduta di tensione ai capi del diodo e
dipende dalla corrente che lo attraversa (in senso diretto)
- Maximum leakage current: è la corrente di dispersione che fluisce nel diodo quando
viene collegato (polarizzato) in senso inverso (purchè la tensione applicata non sia
abbastanza elevata da causare l'effetto valanga)
- Maximum reverse recovery time: è il tempo che occorre al diodo per passare dallo
stato oN allo stato OFF, e cioè dalla conduzione alla non conduzione; è in pratica la
"switching speed", cioè la velocità di commutazione, e dipende dalle dimensioni e dalle
caratteristiche del chip.

La tensione che cade ai capi del


diodo quando questo conduce in
senso diretto (maximum forward
voltage drop), dipende dal valore
della corrente che fluisce nel diodo:
come si vede nel grafico a lato, tale
caduta di tensione vale circa 0,6V nel
momento in cui il diodo comincia a
condurre (I=0,01A) e diventa, per
esempio, di 0,9V quando la corrente
che passa nel diodo è I=0,75A

Figura 4

Tensione di lavoro e massima corrente diretta


di alcuni diodi di uso comune

massima massima
tipo di diodo tensione corrente
inversa diretta

1N4001 50 V 1A

1N4002 100 V 1A

1N4003 200 V 1A

1N4004 400 V 1A

1N4005 600 V 1A

1N4006 800 V 1A

1N4007 1000 V 1A

1N5401 100 V 3A
1N5404 400 V 3A

6A4 400 V 6A

Il diodo zener
Nella pagina "Il diodo come raddrizzatore" si è parlato del comportamento del diodo
polarizzato inversamente; si è visto che, applicando al catodo una tensione positiva
rispetto all'anodo, scorre soltanto una debolissima corrente, detta "corrente di drift",
fino a quando la tensione applicata non raggiunge un valore tale da innescare "l'effetto
valanga". Funzionando in tali condizioni, un diodo normale arriva presto alla
distruzione per surriscaldamento.
E' tuttavia possibile, drogando fortemente il semiconduttore, ottenere un effetto simile
all'effetto valanga, ma diverso per due aspetti fondamentali:
1- il fenomeno può ripetersi indefinitamente senza che il diodo si distrugga
2- il fenomeno si produce anche a tensioni basse, dell'ordine di qualche volt
Tale fenomeno, per cui, a tensione praticamente costante, si verifica un brusco aumento
della corrente inversa, viene denominato "effetto Zener"; poichè il processo dipende
dall'intensità del campo elettrico applicato, è possibile, modificando lo spessore dello
strato a cui viene applicata la tensione, ottenere diodi zener che manifestano l'effetto
valanga a tensioni diverse, in un campo che va da circa 4 volt a diverse centinaia di
volt.
Grazie alle sue caratteristiche, il diodo zener viene ampiamente sfruttato per realizzare
circuiti distabilizzazione della tensione.

Osserviamo come prima particolarità che,


nell'uso normale, mentre un diodo
raddrizzatore viene attraversato dalla
corrente nel senso anodo-catodo, un diodo
zener viene inserito in circuito col catodo
Figura 1 rivolto verso il positivo, così da essere
attraversato da una corrente inversa nel
senso catodo-anodo.
In figura 1 è mostrata l'applicazione di entrambi i diodi:
- Dr è un diodo raddrizzatore, che permette il passaggio della corrente diretta I dir, solo
quando la tensione presente sul suo anodo è positiva; vengono così eliminate tutte le
semionde negative contenute nella tensione alternata che arriva dal trasformatore
- Dz è un diodo zener, che ha lo scopo di stabilizzare la tensione Vcc; quando la
tensione in arrivo tende a salire, la corrente che passa nel diodo zener aumenta in
proporzione: poichè la stessa corrente passa anche nella resistenza Rz, ai capi di
quest'ultima si determina una maggiore caduta di tensione, che compensa così
l'aumento della tensione in ingresso.

In figura 2 viene evidenziato il funzionamento


caratteristico del diodo zener: quando è
sottoposto a tensione diretta, il suo
funzionamento non si discosta da quello del
diodo raddrizzatore; nel funzionamento con
tensione inversa vediamo, invece, che l'effetto
valanga si manifesta ad una tensione VZ molto
bassa (nel caso specifico a 5,1 V). Questa
tensione viene definita "tensione di zener" ed
è caratteristica per quel tipo di diodo.

Il circuito di figura 1 costituisce il più


semplice degli alimentatori stabilizzati; il suo
impiego è limitato a carichi dall'assorbimento
modesto, fino a qualche decina di mA. Il
valore della resistenza Rz può essere
Figura 2
determinato approssimativamente con la
formula:
( Vi - Vz ) : ( Ic + Iz )
dove Vi è la tensione d'ingresso, Vz è la tensione del diodo zener (e quindi la tensione
di uscita), Ic è la massima corrente che si richiede in uscita.
Iz è la corrente minima che deve passare nel diodo zener perchè questo possa svolgere
la sua azione stabilizzatrice: il suo valore cambia da un tipo di diodo all'altro, ma si
aggira intorno ai 5÷10 mA.

Un diodo zener è quindi caratterizzato in primo luogo dalla tensione a cui si verifica
l'effetto valanga (tensione di zener); importante è poi la massima potenza che il diodo
può dissipare senza distruggersi: i diodi di uso più comune sono adatti a potenze
comprese fra 0,35 e 1 o 2 W.
Vari esempi di applicazione del diodo zener si trovano in altre pagine di questo sito.

ALCUNI DIODI ZENER DI PRODUZIONE FAIRCHILD


sono indicate nell'ordine: sigla - tensione di zener - potenza massima

MMBZ5221B 2.4V, 0.35W MMSZ4684 3.3V, 0.5W 1N4728A 3.3V, 1W BZX85C10 10V, 1.3W
MMBZ5223B 2.7V, 0.35W MMSZ4686 3.9V, 0.5W 1N4729A 3.6V, 1W BZX85C11 11V, 1.3W
MMBZ5226B 3.3V, 0.35W MMSZ4688 4.7V, 0.5W 1N4730A 3.9V, 1W BZX85C12 12V, 1.3W
MMBZ5227B 3.6V, 0.35W MMSZ4689 5.1V, 0.5W 1N4731A 4.3V, 1W BZX85C13 13V, 1.3W
MMBZ5228B 3.9V, 0.35W MMSZ4692 6.8V, 0.5W 1N4732A 4.7V, 1W BZX85C15 15V, 1.3W
MMBZ5229B 4.3V, 0.35W MMSZ4697 10V, 0.5W 1N4733A 5.1V, 1W BZX85C16 16V, 1.3W
MMBZ5230B 4.7V, 0.35W MMSZ4702 15V, 0.5W 1N4734A 5.6V, 1W BZX85C18 18V, 1.3W
MMBZ5231B 5.1V, 0.35W MMSZ4703 16V, 0.5W 1N4735A 6.2V, 1W BZX85C20 20V, 1.3W
MMBZ5232B 5.6V, 0.35W MMSZ4706 19V, 0.5W 1N4736A 6.8V, 1W BZX85C22 22V, 1.3W
MMBZ5233B 6.0V, 0.35W MMSZ5226B 3.3V, 0.5W 1N4737A 7.5V, 1W BZX85C24 24V, 1.3W
MMBZ5234B 6.2V, 0.35W MMSZ5227B 3.6V, 0.5W 1N4738A 8.2V, 1W BZX85C27 27V, 1.3W
MMBZ5235B 6.8V, 0.35W MMSZ5228B 3.9V, 0.5W 1N4739A 9.1V, 1W BZX85C30 30V, 1.3W
MMBZ5236B 7.5V, 0.35W MMSZ5229B 4.3V, 0.5W 1N4740A 10V, 1W BZX85C33 33V, 1.3W
MMBZ5237B 8.2V, 0.35W MMSZ5230B 4.7V, 0.5W 1N4741A 11V, 1W BZX85C3V3 3.3V, 1.3W
MMBZ5238B 8.7V, 0.35W MMSZ5231B 5.1V, 0.5W 1N4742A 12V, 1W BZX85C3V6 3.6V, 1.3W
MMBZ5239B 9.1V, 0.35W MMSZ5232B 5.6V, 0.5W 1N4743A 13V, 1W BZX85C3V9 3.9V, 1.3W
MMBZ5240B 10V, 0.35W MMSZ5233B 6.0V, 0.5W 1N4744A 15V, 1W BZX85C4V3 4.3V, 1.3W
MMBZ5241B 11V, 0.35W MMSZ5234B 6.2V, 0.5W 1N4745A 16V, 1W BZX85C4V7 4.7V, 1.3W
MMBZ5242B 12V, 0.35W MMSZ5235B 6.8V, 0.5W 1N4746A 18V, 1W BZX85C5V1 5.1V, 1.3W
MMBZ5243B 13V, 0.35W MMSZ5236B 7.5V, 0.5W 1N4747A 20V, 1W BZX85C5V6 5.6V, 1.3W
MMBZ5244B 14V, 0.35W MMSZ5237B 8.2V, 0.5W 1N4748A 22V, 1W BZX85C6V2 6.2V, 1.3W
MMBZ5245B 15V, 0.35W MMSZ5238B 8.7V, 0.5W 1N4749A 24V, 1W BZX85C6V8 6.8V, 1.3W
MMBZ5246B 16V, 0.35W MMSZ5239B 9.1V, 0.5W 1N4750A 27V, 1W BZX85C7V5 7.5V, 1.3W
MMBZ5247B 17V, 0.35W MMSZ5240B 10V, 0.5W 1N4751A 30V, 1W BZX85C8V2 8.2V, 1.3W
MMBZ5248B 18V, 0.35W MMSZ5241B 11V, 0.5W 1N4752A 33V, 1W BZX85C9V1 9.1V, 1.3W
MMBZ5249B 19V, 0.35W MMSZ5242B 12V, 0.5W
MMBZ5250B 20V, 0.35W MMSZ5243B 13V, 0.5W
MMBZ5251B 22V, 0.35W MMSZ5244B 14V, 0.5W
MMBZ5252B 24V, 0.35W MMSZ5245B 15V, 0.5W
MMBZ5253B 25V, 0.35W MMSZ5246B 16V, 0.5W
MMBZ5254B 27V, 0.35W MMSZ5247B 17V, 0.5W
MMBZ5255B 28V, 0.35W MMSZ5248B 18V, 0.5W
MMBZ5256B 30V, 0.35W MMSZ5249B 19V, 0.5W
MMBZ5257B 33V, 0.35W MMSZ5250B 20V, 0.5W
MMSZ5251B 22V, 0.5W
MMSZ5252B 24V, 0.5W
MMSZ5253B 25V, 0.5W
MMSZ5254B 27V, 0.5W
MMSZ5255B 28V, 0.5W
MMSZ5256B 30V, 0.5W
MMSZ5257B 33V, 0.5W

I DIODI LED

Il termine "LED" è un acronimo che sta per "Light Emitting Diode", ovvero "diodo
che emette luce". I led sono costituiti da una giunzione P-N realizzata con
arseniuro di gallio o con fosfuro di gallio, entrambi materiali in grado di emettere
radiazioni luminose quando siano attraversati da una corrente elettrica; il valore di
tale corrente è compreso fra 10 e 30 mA.

Il funzionamento del led si basa sul fenomeno detto


"elettroluminescenza", dovuto alla emissione di fotoni (nella banda del
visibile o dell'infrarosso) prodotti dalla ricombinazione degli elettroni e
delle lacune allorchè la giunzione è polarizzata in senso diretto.
I led hanno un terminale positivo ed uno negativo, e per funzionare
devono essere inseriti in circuito rispettando tale polarità; in genere il
terminale positivo è quello più lungo, ma lo si può individuare con
certezza osservando l'interno del led in controluce: come si vede in
Diodo led figura, l'elettrodo positivo è sottile, a forma di lancia, mentre il negativo
ha l'aspetto di una bandierina.
Quando si utilizza un led, è necessario disporre sempre una resistenza in serie ad
esso, allo scopo di limitare la corrente che passa ed evitare che possa
distruggersi; la caduta di tensione ai capi di un led può variare da 1,1 a 1,6 V, in
funzione della lunghezza d'onda della radiazione emessa (a lunghezze d'onda
minori corrisponde una caduta di tensione più alta).
Diversamente dalle comuni lampadine, il cui filamento funziona a temperature
elevatissime ed è caratterizzato da notevole inerzia termica, i led emettono luce
fredda, e possono lampeggiare a frequenze molto alte, superiori al Mhz; se si
considera anche che la luce emessa è direttamente proporzionale alla corrente
che li attraversa, i led risultano particolarmente adatti alla trasmissione di segnali
tramite modulazione dell'intensità luminosa. Uno dei tanti impieghi del led è ad
esempio quello di iniettori di segnali nelle reti a fibre ottiche.
I led più comuni emettono luce rossa, arancio, gialla o verde. In tempi
relativamente recenti si è riusciti a produrre un led caratterizzato dall'emissione di
luce blu chiara, utilizzando il Nitruro di Gallio (GaN); la disponibilità di un led a
luce blu è molto importante poichè consente di ricreare, insieme alle radiazioni
rossa e verde, una sorgente di luce bianca.

Come si calcola la resistenza in serie al led

Abbiamo già detto che in serie al led occorre inserire una


resistenza per limitare il passaggio di corrente; il valore di
tale resistenza può essere calcolato con la legge di Ohm:
- indichiamo con Vs la tensione di alimentazione cui vogliamo
collegare il nostro led
- indichiamo con Vl la caduta di tensione presente ai capi del
led (per esempio di 1,4 V)
- indichiamo con I il valore della corrente che vogliamo far passare nel led
Per calcolare il valore della resistenza basterà fare la differenza fra Vs e Vl e dividere il
risultato per I (il cui valore può variare, come detto, da 20 a 40 mA)

Esempio (vedere figura): vogliamo far funzionare un led con una tensione di 12 V,
limitando la corrente a 20 mA (e cioè a 0,02 A)
R = (12 - 1,4) : 0,02 = 530 ohm (poichè tale valore non esiste in commercio, useremo il valore
standard più vicino, ad esempio 470 oppure 560 ohm)

Un semplice circuito per controllare l'isolamento

Con un led e due transistor si può costruire un semplice circuito utile per
verificare l'isolamento di parti elettriche o per controllare il buono stato dei
condensatori di piccola capacità (vedere figura in basso). I transistor sono due
NPN di piccola potenza (tipo BC547 o equivalenti); si nota che sulla base di TR1
arriva la corrente proveniente dall'emettitore di TR2: questo tipo di collegamento
viene definito "configurazione Darlington" e permette di ottenere un elevato
guadagno di corrente.
In breve, una debolissima corrente sulla base di TR2 è in grado di far accendere il
Led che si trova sul collettore di TR1; se per esempio provate a toccare con una
mano l'ingresso IN1 e con l'altra l'ingresso IN2, vedrete che il led si accende, e si
accende tanto di più quanto più stringete i fili fra le dita. In effetti il led si accende
grazie alla debolissima corrente proveniente dal polo positivo, che attraversa il
vostro corpo (da una mano all'altra) ed arriva alla base di TR2 attraverso la
resistenza RB2.
Il condensatore C da 4700 pF serve ad inviare a massa eventuali disturbi che
potrebbero essere captati dall'ingresso, a causa della sua alta impedenza.
Allo stesso modo, se con i due fili di entrata IN1 e IN2 toccate qualunque altro
materiale od oggetto, potrete verificare il grado di isolamento esistente: se il led
rimane completamente spento, l'isolamento è totale.
Analogamente è possibile verificare il buon funzionamento dei piccoli
condensatori, di capacità fino a qualche migliaio di pF. Collegando il
condensatore ai due fili di entrata, il led si accenderà per un breve istante, quindi
si spegnerà, più o meno rapidamente a seconda della capacità del condensatore;
se il led rimane acceso, anche debolmente, vuol dire che il condensatore è in
dispersione. Tanto per avere un'idea, con condensatori di qualche migliaio di pF il
led farà solo un breve lampo; con condensatori da 0,1 µF in su il led rimarrà
acceso alcuni secondi, per spegnersi poi gradualmente.
Potete far funzionare il circuito con una pila da 4,5 V; fate attenzione a collegare il
led in modo che il terminale positivo corrisponda al positivo dell'alimentazione.

COMPONENTI DEL CIRCUITO E LORO FUNZIONI

COMPONENTE VALORE FUNZIONE

TR1 TRANS. NPN TIPO BC547 Pilota LED

TR2 TRANS. NPN TIPO BC547 amplificatore di corrente

RL Resistenza 100 Ohm limita la corrente nel LED


RB1 Resistenza 1kOhm limita la corrente di base di TR1

RB2 Resistenza 1MOhm limita la corrente di base di TR2

C Condensatore 4700 pF soppressione disturbi

COME COSTRUIRE UN ALIMENTATORE

Un alimentatore serve a far funzionare con l'energia elettrica di rete tutte quelle
apparecchiature che non possono essere collegate direttamente alla presa a 220V, ma
necessitano di una tensione diversa, in genere molto più bassa, simile a quella fornita
dalle pile.
Per fare in modo che la tensione alternata disponibile nelle prese di casa diventi uguale a
quella di una pila, l'alimentatore utilizza diversi componenti, ciascuno con una specifica
funzione: vedremo quali sono questi componenti, esaminando la realizzazione del più
semplice degli alimentatori.

Chi desidera approfondire l'argomento può andare alla pagina "Dalla corrente alternata
alla corrente continua"
IL TRASFORMATORE

Il trasformatore ha il compito di abbassare la


tensione di rete; esso è composto in genere da
due avvolgimenti distinti: uno, di entrata, detto
primario, che viene collegato a 220V; uno di
uscita, detto secondario, che fornisce una
tensione più bassa di quella in entrata, adatta
alle esigenze dell'utilizzatore, cioè
dell'apparecchio che si vuole alimentare.
A seconda dei tipi, il trasformatore può avere
uno o due avvolgimenti secondari; vedremo
Figura 1a - Trasformatore a secondariocome sfruttare nel modo migliore sia un tipo
unico: la tensione di rete viene collegatache l'altro.
ai fili 1 e 2; la tensione ridotta si ritrova
ai capi del secondario (fili 3 e 4)

IL RADDRIZZATORE

La tensione che esce dal trasformatore non può


alimentare un apparecchio fatto per funzionare
con delle pile; mentre le pile hanno infatti una
tensione continua, la tensione che esce dal
trasformatore è ancora una tensione alternata,
il che vuol dire che cambia di polarità
continuamente (per l'esattezza: 50 volte al
secondo). Occorre allora "raddrizzare" tale
tensione, per ottenere che all'utilizzatore arrivi
un flusso di corrente diretto sempre nello
stesso verso. Il compito di bloccare la corrente
Figura 1b - Trasformatore a due
nei momenti in cui il flusso si inverte è affidato
secondari: la tensione di rete entra suial diodo; si possono usare uno, due o quattro
pin 1 e 2; la tensione ridotta si ritrova aidiodi, secondo vari circuti che presto vedremo.
capi sia di un secondario (pin 3 e 4) che
dell'altro (pin 5 e 6)

IL CONDENSATORE DI LIVELLAMENTO
Figura 2 - Diodo:
l'anello in colore
chiaro indica ilLa tensione alternata che arriva dal
lato da cui la
corrente esce
trasformatore, resa monodirezionale tramite i
(catodo) diodi, non ha ancora un valore costante: il suo
valore cambia continuamente, passando da zero
a un valore massimo, e questo accade, come si
è detto prima, cinquanta volte in un secondo. Il
condensatore che si aggiunge al circuito
funziona come serbatoio di riserva:
immagazzina energia quando la tensione è
massima e la restituisce quando la tensione
Figura 3 - Per il livellamento si usa untende a scendere.
condensatore di tipo elettrolitico, che
permette di avere grandi valori di
capacità con ingombri ridotti
Osserviamo il grafico che segue: in alto vediamo la forma d'onda che ha la tensione di
rete a 220V applicata all'entrata del trasformatore
Al centro vediamo la tensione che si ottiene in uscita dopo averla raddrizzata con un
raddrizzatore a semionda, ovvero ad un solo diodo
In basso vediamo la tensione che si ottiene in uscita dopo averla raddrizzata con un
raddrizzatore ad onda intera, come quelli che utilizzano 2 o 4 diodi.

Figura 4

TRE CIRCUITI PER UN ALIMENTATORE

Il circuito da usare dipende dal trasformatore di cui si dispone.


Se il trasformatore ha un solo avvolgimento secondario (come quello di figura 1a) è
possibile realizzare lo schema di figura 5, che usa un solo diodo, o quello di figura 6, che
ne usa quattro.

Figura 5 - con un solo diodo si raddrizza una


sola semionda della corrente alternata
Il circuito di figura 5 è più semplice, ma siccome sfrutta una sola semionda della
tensione alternata è più adatto per utilizzatori che assorbono poca corrente (non più di
50 mA).
Quando occorre una corrente più forte è bene utilizzare lo schema con quattro diodi
(figura 6), che sfrutta entrambe le semionde e quindi permette un migliore livellamento
della tensione in uscita.

Figura 6 - con 4 diodi vengono raddrizzate entrambe le


semionde

Se il trasformatore è dotato di un avvolgimento secondario doppio, cioè con presa


centrale (come il trasformatore della figura 1b), è possibile raddrizzare entrambe le
semionde della corrente alternata usando due soli diodi (circuito di figura 7). Nel caso
della figura 1b, i diodi vanno collegati ai pin 3 e 6, mentre la presa centrale si ottiene
collegando insieme i pin 4 e 5.

Figura 7 - se il trasformatore ha un doppio secondario bastano


due diodi per raddrizzare entrambe le semionde

L'alimentatore descritto è molto semplice, per cui non dispone di un sistema di


regolazione della tensione che arriva all'utilizzatore; per ottenere in uscita la tensione
desiderata, l'unico modo è quello di usare un trasformatore il cui secondario dia una
tensione ben precisa. Vediamo allora come va calcolata la tensione secondaria del
trasformatore:

 chiamiamo VU la tensione che deve arrivare all'utilizzatore


 aggiungiamo 1 al valore di VU per tenere conto della tensione in uscita trasformatore
caduta di tensione nei diodi raddrizzatori dall'alimentatore da usare
 dividiamo il valore ottenuto per 1,41 per passare dal
valore massimo al valore efficace 4,5 220/4,5
 moltiplichiamo il valore ottenuto per 1,1 per tenere
conto della caduta di tensione nel trasformatore 6 220/5,5
durante il funzionamento sotto carico
9 220/8
Con questi calcoli si ottiene VS e cioè il valore della
tensione che deve avere il secondario del trasformatore; 12 220/10,5
chi non ha voglia di fare conti, nella tabella a destra trova i
valori già calcolati. Occorre tenere presente che i valori 15 220/12,5
indicati sono approssimativi, anche perchè, a meno di non
farlo avvolgere appositamente, difficilmente si riuscirà a
18 220/15
trovare un trasformatore con le tensioni esatte.
Il trasformatore deve poi essere adatto alla potenza
richiesta: occorre moltiplicare la tensione di 24 220/20

funzionamento dell'utilizzatore per la corrente che esso


richiede; il valore ottenuto va maggiorato di circa il 20% se
l'alimentatore deve funzionare saltuariamente, oppure del
40% nel caso di funzionamento prolungato o continuo.
Esempio pratico: un apparecchio deve funzionare a 12 V ed assorbe una corrente di 1,5
A; la potenza del trasformatore è:

 12 x 1,5 x 1,2 = 21,6 VA (per funzionamento saltuario)


 12 x 1,5 x 1,4 = 25,2 VA (per funzionamento prolungato)

Tensione Corrente
Diodo
di lavoro massima
I diodi vanno scelti in base alla tensione ed alla
corrente che li attraversa. Per la tensione non ci 1N4001 50 V 1A
sono problemi, considerato che qualunque
diodo raddrizzatore può funzionare
1N4002 100V 1A
tranquillamente fino a tensioni di almeno 50V.
La corrente va calcolata in previsione del fatto
che, al momento dell'accensione, i diodi sono 1N4003 200 V 1A
attraversati dal forte picco di corrente che va a
caricare il condensatore elettrolitico 1N5400 50 V 3A
completamente scarico; per tale motivo è bene
utilizzare diodi in grado di sopportare correnti
maggiori di quelle richieste dall'utilizzatore, e 1N5401 100 V 3A
ciò tanto più quanto maggiore è la capacità del
condensatore di livellamento. In particolare, nel 1N5402 200 V 3A
raddrizzatore a un solo diodo, occorre
considerare che la corrente passa nel diodo
stesso solo per metà del tempo di
funzionamento, per cui il suo flusso risulta
discontinuo, con picchi di valore doppio. 6A4 400 V 6A
La tabella a lato descrive i diodi raddrizzatori di
uso più comune.

Il condensatore deve essere adatto alla


tensione di uscita dell'alimentatore; in merito
alla sua capacità, questa dipende sia dalla
corrente richiesta dall'utilizzatore, sia dal circuito utilizzato: con un raddrizzatore ad una
semionda, per esempio, occorre un condensatore di capacità doppia rispetto ad un
raddrizzatore a due semionde.
Il calcolo del condensatore è piuttosto complesso, e tiene anche conto della percentuale
di ondulazione residua che si è disposti ad accettare in uscita; per tale motivo consiglio
allora di procedere per via sperimentale, usando per esempio un valore di capacità
iniziale di circa 1000 µF. In carti casi ci si accorge che tale valore è insufficiente: per
esempio, usando l'alimentatore per far funzionare una radiolina, si avverte
nell'altoparlante un certo ronzio; in tal caso è senz'altro possibile passare gradualmente
a valori più alti, come 2200, 3300 o 4700 µF (si noterà che man mano il ronzio
diminuisce).

Figura 8 - per collegare i fili in modo


corretto, fare sempre riferimento a
quanto indicato sull'involucro
dell'apparecchio.

DALLA CORRENTE ALTERNATA ALLA CORRENTE CONTINUA

Nella sezione dedicata alla costruzione dell'alimentatore si è visto come sia


possibile trasformare la corrente alternata di rete in corrente continua adatta ad
alimentare apparecchiature a bassa tensione che in genere funzionano a pile.
Qualcuno avrà notato che, volendo realizzare un alimentatore con 12 V di uscita,
si è detto di procurarsi un trasformatore con secondario a 9 V;

la cosa può in effetti apparire strana, ma leggendo quanto segue dovrebbe


risultare tutto più chiaro.
Il problema fondamentale è quello di capire cosa si intende quando si dice che
una tensione alternata ha un certo valore. Consideriamo, per esempio, la solita
"tensione di rete" a 220 V che arriva nelle nostre case.
In figura 1 vediamo la raffigurazione grafica di tale tensione:
il valore cambia da un istante all'altro; facendo riferimento al tempo, indicato in
basso in ms (millisecondi), si rileva che, partendo da un valore zero, la tensione
sale e, dopo 5 ms, raggiunge un valore massimo (che supera 300 V). Poi la
tensione torna a scendere, per ridiventare zero all'istante 10 ms; successivamente
assume valori negativi, cioè
al di sotto dello zero, fino al
valore limite inferiore, di poco
oltre i - 300 V. Poi torna
ancora a salire ed arriva a
zero, esattamente dopo che
sono passati 20 ms dall'inizio.
A questo punto diciamo che
la tensione ha compiuto un
ciclo completo, assumendo
tutti i valori che doveva
assumere; da ora in poi si
ripeteranno altri cicli tutti
uguali a quello descritto.
Come si è visto, un ciclo dura
20 ms: poichè un secondo è
fatto di 1000 ms, nello spazio
di un secondo si ripeteranno
1000:20 cicli, e cioè 50 cicli;
figura 1
per tale motivo si dice che la
tensione di rete ha una
frequenza di 50 Hz (hertz).
Perchè una tensione come
quella che abbiamo appena
descritto viene detta "a 220
V"? Per il semplice motivo
che ciò che interessa di una
tensione alternata non è il
suo valore massimo, ma la
sua capacità di sviluppare
energia; si è così convenuto
di indicarne quello che viene
figura 2 definito "valore efficace",
ovvero il valore che dovrebbe
avere una tensione continua
per produrre lo stesso effetto
termico. Guardando la figura
2 si può comprendere meglio questo concetto: si tratta della stessa tensione di
figura 1, ma che adesso è stata raddrizza; le semionde negative sono state
ribaltate, e per tale motivo la tensione non scende più sotto lo zero. Nei punti più
alti essa raggiunge un valore di circa 310 V, ma in altri scende a zero. Se con tale
tensione alimentiamo per esempio una stufa, si produrrà un certo riscaldamento;
con esperimenti pratici si rileva che per ottenere lo stesso riscaldamento
utilizzando una tensione continua occorre utilizzare una tensione del valore di 220
V. Tale valore viene detto "valore efficace" della tensione alternata che abbiamo
descritto.
Tornando adesso al trasformatore usato per l'alimentatore, quando diciamo che il
suo secondario genera una tensione di 9 V, in realtà la tensione prodotta è quella
che si vede in figura 3.
Figura 3

Tale tensione, dopo essere stata raddrizzata, assume l'aspetto che si vede in
figura 4.

Figura 4

Con l'aggiunta di un condensatore, che si carica in corrispondenza dei valori più


alti, si ottiene una tensione quasi continua, di valore medio prossimo a 12 V, come
indica il tracciato evidenziato in azzurro nella figura 5.

Figura 5
Per concludere si può osservare come, passando dalla forma d'onda della figura 1
a quella della figura 2, non solo siano spariti i valori negativi, ma sia anche variata
la frequenza: mentre prima un ciclo intero si svolgeva in 20 ms, nella figura 2
vediamo che le semionde si ripetono uguali a distanza di 10 ms una dall'altra.
Questo significa che la frequenza della pulsazione è passata da 50 hz a 100 hz, e
quindi è raddoppiata.

I TRANSISTORI
Il transistor è alla base dell'elettronica dei nostri tempi. Anche se come componente
singolo viene usato molto meno che in passato, è sempre opportuno ed utile conoscere
le caratteristiche principali ed il funzionamento di questo minuscolo dispositivo a stato
solido.

Un transistor può avere diversi aspetti, a seconda del fabbricante e del tipo di
applicazioni per cui è previsto; in ogni caso, i terminali o punti di contatto che
permettono di inserirlo in un circuito sono tre, e sono sempre gli stessi: collettore,
emettitore e base. I transistor di bassa potenza, il cui scopo è principalmente
l'amplificazione dei segnali, hanno in genere l'aspetto di uno dei primi due a sinistra: da
un piccolo corpo più o meno cilindrico, metallico o di materiale plastico, fuoriescono
tre zampe, nella forma di fili o di linguette, che sono i tre elettrodi ci cui si parlava poco
fa. La disposizione di questi elettrodi può variare da un tipo all'altro, e va quindi
determinata disponendo delle informazioni tecniche relative (i famosi "data sheet"). Per
certi transistori di vecchio tipo, sul corpo cilindrico era marcato un puntino colorato che
indicava il collettore; in altri è presente sull'involucro metallico una minuscola
linguetta, in corrispondenza della quale si trova l'emettitore.
Una prima divisione nel mondo dei transistor riguarda la polarità degli elettrodi; senza
scendere troppo nei particolari, almeno per il momento, sarà sufficiente sapere che
esistono transistori NPN e transistori PNP. La differenza principale è che il
funzionamento in circuito è invertito: mentre per un NPN il collettore deve essere
collegato al polo positivo e l'emettitore al negativo, nel caso di un PNP le polarità sono
di segno opposto. L'esistenza di queste due famiglie di transistori torna molto utile,
perchè permette di realizzare circuitazioni particolari, sfruttando le diverse polarità.
In base all'impiego, i transistori presentano altre caratteristiche, che possono variare
anche molto da un tipo all'altro. Vediamo in breve le principali:

- Caratteristiche limite di funzionamento, superando le quali il


transistor si distrugge:
Vce - è la massima tensione che può essere applicata fra il collettore e l'emettitore
Vbe - è la massima tensione che può essere applicata fra la base e l'emettitore
Ic - è la massima corrente che può attraversare il circuito di collettore
Ib - è la massima corrente che può attraversare il circuito di base

- Frequenza di taglio:
È la frequenza oltre la quale la capacità di amplificazione del transistor discende
rapidamente. Qualunque transistor può lavorare con segnali all'interno di una certa
banda di frequenze. Se, per esempio, dobbiamo costruire un amplificatore audio, quello
della frequenza di taglio non sarà certo un problema, visto che qualunque transistor può
funzionare ben al di là dei 20.000 hertz delle frequenze acustiche. Se invece si intende
amplificare segnali ad alta frequenza (per esempio onde radio a modulazione di
frequenza) occorre prestare molta attenzione a scegliere un transistor che presenti un
buon guadagno a frequenze di 100 megahertz ed oltre. Lo stesso dicasi per realizzare ad
esempio un generatore di funzioni, in grado di produrre una reale onda quadra: in
questo caso è opportuno ricorrere a quei tipi definiti "transistori per commutazione",
che sono caratterizzati da tempi di salita e discesa molto brevi e quindi si adattano alle
tecniche impulsive.

- Guadagno:
definisce la capacità di amplificazione del transistor e viene indicato in db (decibel); per
quelli che hanno qualche conoscenza di matematica, si può aggiungere che il decibel è
il logaritmo di un rapporto: nel nostro caso, indicando con dIb una qualsiasi variazione
della corrente di base e con dIc la corrispondente variazione della corrente di collettore,
il guadagno risulta dalla formula: g = 20 log (d Ic / dIb)
Il guadagno è legato alla frequenza del segnale; rimane praticamente costante fino ad
un certo valore, oltre il quale comincia a diminuire rapidamente: tale valore viene
appunto definito frequenza di taglio.

Dopo queste considerazioni noiose, passiamo a qualcosa di più pratico e interessante:


mettiamo in circuito il primo transistor. Dobbiamo naturalmente procurarcene uno,
insieme ad un pò di altro materiale. Ecco allora una piccola lista della spesa da portare
al nostro paziente (speriamo!) negoziante:
- Un transistor NPN tipo BC107, BC108, BC208, 2N1711, BC237 o equivalenti
- Un diodo LED
- Due resistenze da 1/2 watt, del valore rispettivamente di 220 ohm e 1,5 Kohm
Per alimentare il nostro circuito
useremo l'alimentatore che abbiamo
costruito seguendo le indicazioni
delle lezioni precedenti; in sua
mancanza, vanno bene anche due
pile piatte collegate in serie, in
modo da ottenere 9 volt (vedi
riquadro a fianco).
Usando le pile, risulta comodo servirsi di una coppia di
spinette maschio/femmina (come quelle di colore rosso in Cominciamo parlando del diodo
figura) per collegare e scollegare le pile dal circuito, mentre LED; oltre ad essere un vero e
tutti gli altri fili rimangono permanentemente saldati, una
volta per tutte proprio diodo, nel senso che si
lascia attraversare dalla corrente
solo in un verso, presenta la
caratteristica di essere luminoso: quando viene collegato alla giusta tensione (di circa
1,5 volt) esso si accende come una minuscola lampadina, ed emette una luce il cui
colore dipende dal tipo di diodo (può essere rossa, gialla, verde, ecc.).
Essendo un diodo a tutti gli effetti, il LED va inserito in circuito nel verso giusto; se
osservate un LED per trasparenza, noterete al suo interno che i due elettrodi sono
diversi (come si vede in figura): il più piccolo dei due è quello che va collegato al polo
positivo; l'altro va collegato al negativo.

Nel nostro caso, siccome vogliamo alimentare il LED con l'alimentatore a 12 volt, non
possiamo collegarlo direttamente, perchè si brucerebbe. Come si vede in figura,
inseriremo in serie al LED una resistenza, del valore di 220 ohm, per limitare la
corrente che passa. Adesso possiamo attaccare il tutto all'alimentatore o alle pile: il
diodo led deve accendersi. Raggiunto questo primo risultato, possiamo passare ad
inserire il transistor. Dopo aver identificato con sicurezza i tre piedini (eventualmente
chiedete al vostro fornitore) collegate l'emettitore al polo negativo o massa. Lasciate
scollegata, per il momento, la base del transistor. Al collettore collegate la resistenza da
220 ohm, quella che proviene dal diodo LED, realizzando il circuito della figura qui a
sinistra. Quando accendete l'alimentatore, il diodo led non deve accendersi; la corrente,
infatti, non può passare, essendo presente il transistor che la blocca.
Colleghiamo adesso in circuito anche la base del transistor, cioè il piedino che avevamo
lasciato scollegato. Vi salderemo la resistenza da 1,5 kohm che a sua volta sarà
collegata al polo positivo. Se adesso ridiamo corrente al circuito, vedremo che il diodo
LED si accende.
Cosa è cambiato nel transistor? Attraverso la resistenza R2, una debole corrente,
indicata in figura con ib, circola nel circuito di base; questa corrente innesca il
passaggio di una corrente più forte nel circuito di collettore (indicata con ic) e così il
LED si accende. Osserviamo quindi che con una corrente di pochi milliampere (la
corrente che entra in base) possiamo comandare una corrente di alcune centinaia di
milliampere nel circuito di collettore: è questo il principio del transistor, che risulta
essere pertanto un "amplificatore di corrente".
Non siate delusi; questa era solo una semplice applicazione dimostrativa, utile anche
per prendere confidenza col montaggio dei componenti. Cercate quindi di ottenere il
funzionamento descritto; se il LED non si accende, o si accende quando non dovrebbe,
controllate bene: qualche componente è collegato male;
provate e riprovate, prima di procedere con le prossime
applicazioni.

Comandare con la luce


Il circuito che analizzeremo questa volta costituisce un
automatismo, sia pure nella sua forma più semplice, in
grado di comandare un evento in funzione della luce
ambiente. Tanto per fare qualche esempio, è possibile
ottenere che una o più lampade si accendano quando la
luce naturale si abbassa al di sotto di un certo livello,
oppure azionare un segnale acustico, un motore o qualsiasi
altro dispositivo elettrico, funzionante a qualsiasi tensione
e qualunque sia la potenza da esso assorbita.

Le fotoresistenze
L'elemento che rileva la luminosità è in questo caso una
fotoresistenza:

si
tratta
di una

una fotoresistenza

resistenza particolare, il cui valore cambia sensibilmente in funzione della luce che la
investe. A seconda del tipo, una fotoresistenza può misurare ad esempio circa 1
megaohm al buio e solo poche decine di kilo-ohm in piena luce. Il modo di impiegare
una fotoresistenza è semplice: come si vede nello schema a destra, la fotoresistenza,
indicata con FTR, fa parte del circuito di base del transistor; finchè c'è luce sufficiente,
il valore di FTR rimane basso, per cui la corrente proveniente dal polo positivo
attraverso R1 ed RV passa nella fotoresistenza e ritorna a massa, senza interessare il
transistor. Quando la luce diminuisce, il valore della fotoresistenza aumenta, fino al
momento in cui la corrente poveniente da RV, trovando una via di minor resistenza,
comincia a entrare nella base del transistor. Il transistor passa così in conduzione, cioè,
come abbiamo visto nella lezione precedente, lascia passare corrente nel suo circuito di
collettore. La bobina del relè viene quindi attraversata dalla corrente di collettore del
transistor, ed il relè scatta, cioè chiude il contatto C. Quando la luce ambiente aumenta,
la corrente di base ricomincia a passare nella FTR, la cui resistenza è tornata bassa; il
transistor non conduce più ed il relè si diseccita, riaprendo il contatto C.

ANALIZZIAMO IN DETTAGLIO I SINGOLI COMPONENTI DEL CIRCUITO

La resistenza RV cheCos'e' e come funziona un


si trova nel circuitorelè
di base del transistor,
è una resistenza
variabile, detta anche
trimmer. Nella
pratica può avere
l'aspetto di uno dei
tipi che si vedono
due tipi di resistenze variabili nella figura a
sinistra; si tratta
comunque di una
resistenza il cui
valore può essere
regolato tra zero e il
massimo (che è ilUn relè è sostanzialmente un interruttore,
cioè un dispositivo in grado di aprire e
valore indicato sullachiudere un circuito. A differenza
resistenza stessa)dell'interruttore però, il relè non viene
facendo ruotare conazionato a mano, ma da
elettromagnete, costituito da una bobina
un

un cacciavite un contatto strisciante che scorre sudi filo avvolto intorno ad un nucleo di
una superficie di materiale ad alta resistività. Lamateriale magnetico. Quando passa
corrente nella bobina di filo, si crea un
resistenza variabile è stata inserita per potercampo magnetico che attira l'ancoretta
regolare con precisione il punto d'intervento,secondo la freccia rossa verticale;
ovvero determinare con che luminosità il relè si l'ancoretta ruota e spinge il contatto
centrale C verso destra, secondo la freccia
chiude e mette in funzione ciò che vi è [Link]. In questo modo, il
Supponiamo che il vostro circuito si ecciti, cioè ilcollegamento tra il contatto centrale e
relè si chiuda ed accenda le lampade, quando c'èquello di sinistra (nc) si apre, mentre si
chiude il collegamento tra il contatto
ancora abbastanza luce; se volete che il circuitocentrale e quello di destra (na). Il contatto
intervenga quando è più buio, ruotate la RV cosìdi sinistra viene definito nc, cioè
normalmente chiuso, perchè è tale quando
da aumentarne il valore: in questo modo, affinchèil relè è a riposo. Allo stesso modo l'altro
la corrente che entra sulla base del transistor riesca contatto, aperto quando il relè non è
a portarlo in conduzione, occorrerà che la FTR eccitato, viene
normalmente aperto.
definito na, cioè

abbia un valore più alto, e cioè che sia più buio.


La resistenza R1 serve per proteggere il transistor nel caso che si regoli la RV su valori
troppo bassi: se non ci fosse R1, potrebbe entrare nella base del transistor una corrente
troppo alta e distruggerlo.
Il vantaggio del relè è che i due circuiti, cioè quello di comando e quello di
utilizzazione, sono completamente separati, e possono quindi funzionare con tensioni
diverse. L'importante è che il circuito di comando invii alla bobina la giusta corrente, e
che il circuito di utilizzazione faccia uso di contatti in grado di sopportare la corrente
richiesta dal carico collegato. Questo significa che se col relè voglio accendere e
spegnere una lampadina da 100 watt a 220 volt, saranno sufficienti contatti per 1
ampere; se invece voglio comandare, supponiamo, una serie di 10 faretti, ciascuno con
lampada da 500 watt, avrò bisogno di un relè ben più robusto, con contatti adeguati ad
una corrente di circa 30 ampere. In effetti sarebbe possibile fare a meno di un relè, e
comandare altri utilizzatori, come lampade, allarmi, ecc, usando soltanto componenti
elettronici; l'uso del relè è tuttavia più semplice e permette la massima libertà di
utilizzo, senza vincoli di carico o di tensioni. Nell' immagine a fianco è evidenziato il
modo di utilizzare questo circuito, ovvero come deve essere collegato un utilizzatore
esterno perchè venga comandato dal relè. Nell'esempio si vede una normale lampadina
di quelle che usiamo nelle nostre case collegandole alla rete a 220 V. Partendo dalla
spina, un filo arriva direttamente alla lampada, mentre l'altro passa attraverso i contatti
del relè, che è quindi in grado di accendere e spegnere la lampadina. I due terminali
sono indicati con na, perchè si tratta di un contatto normalmente aperto, cioè di un
contatto che si chiude solo quando il relè si eccita.

La funzione del diodo D


Tutte le volte che ci troviamo ad avere a che fare con avvolgimenti di filo intorno a
nuclei metallici, possiamo parlare di carichi induttivi. Senza scendere troppo nei
dettagli, diciamo che ci sono importanti differenze tra gli effetti di un carico induttivo e
quelli di una normale resistenza inseriti in circuito. Se noi applichiamo tensione ai capi
di una resistenza, questa viene subito percorsa da corrente; quando stacchiamo
tensione, la corrente cessa. Se invece applichiamo tensione a un carico induttivo, come
la bobina di eccitazione del relè (o elettrocalamita), la corrente non circola
immediatamente, ma dopo un certo intervallo di tempo. Successivamente, nel momento
in cui tentiamo di staccare la tensione, la corrente tende a circolare ancora per qualche
istante, per cui si creano extra correnti di apertura e tensioni di segno inverso. I
transistori possono essere danneggiati da tensioni troppo elevate o di segno contrario a
quello richiesto dalla loro polarità, e quindi occorre proteggerli dagli effetti pericolosi
dei carichi induttivi. A questo provvede il diodo D, che risulta collegato in parallelo
alla bobina del relè, col polo positivo rivolto verso il positivo della alimentazione.
Normalmente nel diodo D non passa alcuna corrente, poichè esso è collegato in senso
contrario rispetto all'alimentazione del circuito; quando però ai capi della bobina del
relè tende a formarsi una tensione inversa, il diodo passa subito in conduzione e
praticamente annulla la tensione pericolosa.

I componenti per questo circuito:


- Un relè la cui bobina funzioni a 9 volt in corrente continua, e che sia dotato di almeno
un contatto normalmente aperto; i contatti
dovranno essere adeguati alla potenza
dell'utilizzatore che volete collegarvi
- FTR: fotoresistenza avente un valore di circa
1 Mohm al buio e di qualche Kohm alla luce
- RV: trimmer (resistenza variabile) da circa
47 Kohm
- R1: resistenza da 2,2 Kohm - Un transistor
NPN tipo BC108 o equivalenti
- D: diodo tipo 1N4001 o equivalenti

Condensatori e multivibratori

Argomento di questa lezione saranno i condensatori, di cui analizzeremo un uso


pratico realizzando un circuito particolare, detto "multivibratore". Nelle precedenti
lezioni abbiamo già confrontato il comportamento delle resistenze con quello dei
carichi induttivi (gli avvolgimenti), concludendo che il comportamento di questi ultimi
è piuttosto particolare e richiede appostiti accorgimenti. Allo stesso modo, i
condensatori sono componenti elettronici dalle caratteristiche un pò speciali: per
esempio il loro effetto si manifesta soltanto quando una tensione tende a variare; con
una tensione continua, cioè di segno e valore costanti, la presenza del condensatore
passa completamente inosservata. Guardiamo la figura a fianco: si tratta di un
condensatore C collegato ad una sorgente di alimentazione, attraverso una resistenza R.
Se chiudiamo l'interruttore I, nel circuito inizia a passare una corrente, che nei primi
istanti può essere anche molto elevata. Misuriamo la tensione ai capi del condensatore:
vedremo che essa, dapprima molto bassa, crescerà lentamente fino a raggiungere quella
dell'alimentatore. Cosa è successo in pratica? Il condensatore può essere paragonato ad
un recipiente vuoto: all'inizio, pur passando in circuito una forte corrente, esso risulta
scarico (la tensione è quasi zero); man mano che si carica, la tensione presente ai suoi
capi sale, così come salirebbe l'acqua in un recipiente, mentre la corrente in circuito
diminuisce, fino a quando esso risulta completamente pieno. A questo punto in circuito
non passa più alcuna corrente. Il tempo impiegato a caricarsi dipende da due fattori:
innanzitutto dalla capacità del condensatore, che non è
altro che la sua attitudine ad immagazzinare corrente
(come la capacità di un contenitore: più è grande, più
materiale contiene); in secondo luogo, dal valore della
resistenza R: più grande è la resistenza, meno corrente
passa e quindi più tempo impiega il condensatore a
caricarsi.

Questo tempo di carica è di fondamentale importanza,


ed è molto sfruttato in elettronica. Senza ricorrere ad
astruse dimostrazioni teoriche, osserveremo solo che il
prodotto R per C costituisce quella che viene definita
"costante di tempo"; moltiplicando il valore in ohm
della resistenza per il valore in farad del condensatore
si ottiene esattamente un tempo in secondi.

La capacità infatti si misura in farad; questa unità di


misura risulta però troppo grande per gli usi
dell'elettronica (come se un modellista costruisse modellini misurando i pezzi con una
rotella metrica da 25 metri), ed allora si usano dei sottomultipli, molto più piccoli, che
sono il microfarad (si scrive µF), ed il picofarad (si scrive pF). Ma adesso passiamo ad
una applicazione pratica; avremo occasione di conoscere meglio i condensatori nelle
prossime lezioni.

Il circuito a fianco utilizza proprio la caratteristica


dei condensatori di caricarsi attraverso una
resistenza, impiegando un tempo ben determinato.
Si tratta di un multivibratore, ovvero di un
circuito per sua natura instabile, dove due
transistori passano continuamente, alternandosi,
dallo stato di conduzione allo stato di interdizione
(interdizione significa che il transistor non conduce
corrente, cioè equivale ad un interruttore aperto).
Come vedete il circuito è molto semplice, essendo
formato solo da due transistori (vanno bene due
transistori qualsiasi NPN, tipo BC108 o
equivalenti), da quattro resistenze (i cui valori sono
R1=680 ohm; R2=18 kilo-ohm; R3=56 kilo-ohm;
R4=470 kilo-ohm) e da due condensatori (C0, cioè C zero, da 22 microfarad, e C1 da 1
microfarad).

Il circuito pilota un normale diodo LED che funge quindi da lampeggiatore

Supponiamo che inizialmente sia in conduzione TR1: questo vuol dire che il suo
collettore è sceso a tensione zero; ma allora anche la base di TR2, collegata al collettore
di TR1 tramite il condensatore C0, è necessariamente scesa a tensione zero. In effetti
TR2 non conduce, ed il LED risulta spento. Un pò alla volta, tuttavia, il condensatore
C0 si carica con la corrente che fluisce attraverso la resistenza R2, e così la tensione di
base di TR2 comincia a salire: quando raggiunge un valore sufficiente, il transistor
passa in conduzione; a questo punto il LED si accende, la tensione di collettore va a
zero e, tramite il condensatore C1, porta a zero anche la tensione di base di TR1, che
passa in interdizione, cioè non conduce più. Ma anche questa condizione è solo
momentanea, perchè il condensatore C1 inizia a caricarsi attraverso la R4; quando la
tensione di base diventa abbastanza alta, il transistor passa in conduzione e torna a
bloccare il transistor TR2 (e quindi a spegnere il LED). Il ciclo si ripete all'infinito, e
per tale motivo il circuito viene definito multivibratore.

E' possibile intervenire a piacere sui tempi di conduzione dei due transistori; un modo è
quello di usare condensatori di valore diverso. Ho chiamato C0 (C zero) il condensatore
da 22 microfarad, perchè è quello che determina il tempo in cui il LED è spento: se volete
che stia spento più a lungo, usate un condensatore di maggiore capacità, per esempio di
33 o 47 microfarad; in caso contrario, usatene uno di minore capacità (10 o 4,7
microfarad). C1 determina il tempo in cui il LED è acceso: con valori più alti, il LED sta
acceso più a lungo, e viceversa.

Questo circuito è fatto per funzionare a 12 volt, quindi può essere adatto come
lampeggiatore in auto, per esempio per simulare un antifurto; è comunque possibile
farlo funzionare anche a tensioni diverse (addirittura con una pila da soli 1,5 volt),
cambiando opportunamente i valori delle resistenze. Buon divertimento.

I CONDENSATORI VISTI DA VICINO

I condensatori sono fra i componenti più utilizzati nei circuiti elettronici. In


funzione della tecnologia costruttiva e degli impieghi specifici, i condensatori si
presentano nelle forme più diverse, dai grossi contenitori cilindrici degli
elettrolitici da 10.000 e più µF alle minuscole pastiglie dei condensatori ceramici o
alla forma a goccia di quelli al tantalio.
Nelle righe che seguono vengono descritte brevemente le caratteristiche
elettriche di un condensatore, i tipi di uso più comune e qualche metodo pratico
per verificarne l'efficienza.

CHE COS'E' UN CONDENSATORE

Il condensatore è un dispositivo in grado di immagazzinare energia elettrica.


Possiamo vederlo praticamente con un semplice esperimento, per cui basta
procurarsi una pila da 4,5 V, un condensatore elettrolitico da circa 1000 µF ed un
led cui aggiungeremo in serie una resistenza da 100 ohm (figura 1).
il condensatore carico farà
accendere il led, che si
spegnerà gradualmente, man
mano che il condensatore si
carichiamo il condensatore
scarica
un condensatore, una pila, un led con collegandolo alla pila
resistenza in serie

Figura 1

1- colleghiamo il condensatore alla pila, facendo attenzione alla polarità (il segno
"+" del condensatore deve corrispondere al segno "+" della pila); dopo pochi
secondi il condensatore si sarà caricato
2- stacchiamo adesso il condensatore carico dalla pila e colleghiamolo al led,
facendo attenzione alla giusta polarità dei terminali ed interponendo la resistenza
da 100 Ω: per qualche istante il led si illuminerà, come se lo avessimo collegato
alla pila, spegnendosi gradualmente man mano che il condensatore si scarica.

La resistenza serve per far scorrere la corrente più lentamente durante la scarica,
altrimenti il led farebbe solo un rapido lampo di luce, rischiando anche di
bruciarsi.
Usando condensatori di maggiore capacità, il led rimarrà acceso più a lungo.

La quantità di energia che si accumula in un condensatore dipende dalla sua


capacità e dalla tensione di lavoro: se indichiamo con Q la quantità di carica, con
C la capacità e con V la tensione, vale la formula Q = C x V
Dal punto di vista fisico, un condensatore è costituito da due superfici metalliche
(ovvero conduttrici), dette armature, separate da un isolante, che prende il nome
di dielettrico; l'isolante può essere anche la semplice aria, il che equivale a dire
che le due superfici metalliche si trovano una di fronte all'altra ma senza toccarsi.
Quanto più sono estese le due superfici, tanto maggiore è la capacità;
analogamente, la capacità è maggiore quanto più le due superfici sono vicine. La
capacità dipende poi anche dall'isolante che si trova fra le due superfici: il valore
più basso si ha quando c'è solo l'aria; se il dielettrico è costituito da altri materiali,
la capacità aumenta in funzione del materiale, secondo una grandezza
caratteristica di ciascun materiale, che viene detta "costante dielettrica relativa".
Tale costante si indica col simbolo εr ed è stabilito per convenzione che il suo
valore per l'aria sia uguale a 1; se un condensatore le cui armature sono separate
dall'aria ha una certa capacità, interponendo al posto dell'aria un dielettrico come
la mica, la capacità del condensatore aumenta di circa 5 volte: si dice allora che la
costante dielettrica relativa della mica ha valore 5.

Nella pratica i condensatori si realizzano avvolgendo insieme due sottili lamine


metalliche, separate da un film plastico dello spessore di alcuni decimi di micron;
quando si richiedono capacità molto elevate, invece del film plastico si usa come
dielettrico uno strato di ossido, formato direttamente su una superficie metallica,
ed un elettrolita come secondo elettrodo. Di seguito sono descritte brevemente le
caratteristiche dei condensatori di uso più frequente.

CONDENSATORI ELETTROLITICI

Sono i più comuni. Il valore della capacità e della tensione di lavoro sono in
genere stampigliati chiaramente sull'involucro; la precisione dei valori è
approssimativa, essendo ammessa una tolleranza di circa ± 20%.

Nei condensatori elettrolitici il dielettrico è un


sottilissimo strato di ossido, fatto formare
direttamente sul metallo (l'alluminio) che fa da
armatura e costituisce l'anodo; il tutto è
immerso in un elettrolita che, essendo un sale
disciolto, risulta conduttore. Il caratteristico
involucro metallico di forma cilindrica che fa da
contenitore, diventa, ai fini del collegamento
elettrico, il terminale negativo ovvero il catodo.
Proprio a causa della loro costituzione, i
condensatori elettrolitici sono "polarizzati", il
che vuol dire che devono necessariamente
essere collegati ad una tensione continua,
rispettando le polarità, positiva e negativa,
indicate sull'involucro. Collegando il
condensatore al contrario, esso si distrugge
rapidamente e rischia di esplodere. Anche
Figura 2: condensatori elettrolitici l'applicazione di una tensione superiore a
quella di lavoro può causare l'esplosione del
condensatore.
Come gli altri tipi di condensatori, gli elettrolitici possono essere di tipo radiale
(fig.2: [Link]), con entrambi i terminali che escono dallo stesso lato, adatti ad un
montaggio in verticale, oppure di tipo assiale (fig.2: [Link]), con un terminale per
lato, adatti al montaggio orizzontale. Una banda laterale indica la polarità di
almeno uno degli elettrodi.
Gli elettrolitici sono condensatori di grande capacità, in grado di accumulare
notevoli quantità di energia; per tale motivo trovano impiego principalmente negli
alimentatori, per il livellamento della tensione e la riduzione del "ripple" (ovvero
delle ondulazioni residue).

CONDENSATORI AL TANTALIO

Sono anch'essi dei condensatori polarizzati, ma in essi il dielettrico è costituito da


pentossido di tantalio (fig.2: Tant.). Sono superiori ai precedenti come stabilità
alla temperatura ed alle frequenze elevate; sono tuttavia più costosi e la loro
capacità non raggiunge valori molto elevati. Come i precedenti, devono essere
montati in circuito osservando la polarità indicata in prossimità dei terminali.

ALTRI TIPI DI CONDENSATORI

Tranne i condensatori elettrolitici e quelli al tantalio, tutti gli altri condensatori non
sono polarizzati, per cui possono essere montati indifferentemente in circuito in
un verso o nell'altro, e funzionare anche in assenza di una tensione continua di
polarizzazione.

Esistono tanti tipi di condensatori, realizzati


con tecnologie e dielettrici diversi. In figura
3 ne sono illustrati alcuni:
a- radiale in poliestere (mylar)
b- ceramico a disco
c- assiale in polipropilene
d- in poliestere metallizzato

figura 3: altri tipi di condensatori - I condensatori in poliestere vengono


prodotti fino a capacità di qualche µF e per
tensioni di lavoro fino a 1000 V; sono più
adatti per l'impiego in bassa frequenza.
- I condensatori in poliestere metallizzato sono di buona qualità e stabilità rispetto
alla temperatura.
- I condensatori in polipropilene consentono valori di capacità più precisi, con
tolleranze di circa l' 1%; sono adatti ad un campo di frquenze fino a 100kHz.
- I condensatori con dielettrico in policarbonato si trovano con valori di capacità
fino a 10 µF e per tensioni di circa 400 V; presentano una capacità molto costante,
per cui possono essere vantaggiosamente utilizzati nei circuiti oscillanti.
- Sempre indicati per l'uso in circuiti oscillanti sono i condensatori in polistirolo,
caratterizzati dal valore costante di capacità e reperibili per valori fino ad 1 µF
- I condensatori ceramici sono utilizzati in genere per le alte frequenze. Possono
essere del tipo ad elevata costante dielettrica, così da consentire di ottenere alte
capacità con ingombro limitato, oppure del tipo a bassa costante dielettrica,
caratterizzati dalla capacità stabile e da perdite molto basse; per tale motivo
vengono impiegati nei circuiti oscillanti di precisione. In merito all'aspetto,
possono presentarsi nella classica forma a disco, o nella vecchia forma di un
tubetto con i terminali alle due estremità. I ceramici a disco sono molto usati in
parallelo agli elettrolitici, per fugare a massa le alte frequenze.
- I condensatori a mica argentata sono altamente stabili ed hanno un buon
coefficiente di temperatura; sono utilizzati per applicazioni di precisione, nei
circuiti risonanti, nei filtri di frequenze e negli oscillatori ad alta stabilità.

COME SI DETERMINA LA CAPACITA' DI UN CONDENSATORE

(Quanto segue si riferisce ai condensatori non polarizzati, di capacità compresa fra pochi picofarad e
qualche µF; non si applica pertanto ai condensatori elettrolitici classici nè a quelli al tantalio)

Capita abbastanza spesso di trovarsi fra le mani un condensatore di cui non si


riesce a leggere il valore, o perchè i caratteri si sono cancellati (cosa che capita
spesso), o perchè il valore è indicato con un codice che ci lascia piuttosto
dubbiosi; se non vogliamo gettare il condensatore nel cestino, possiamo provare
a determinarne noi la capacità. Il metodo più semplice è quello per confronto.
Poichè in corrente continua i condensatori rappresentano solo un contatto aperto,
per eseguire la misura che ci interessa ci serviremo di una corrente alternata.
Occorre procurarsi un qualsiasi trasformatore, anche di piccola potenza, adatto
ad essere collegato alla rete 220 V ca, e che dia in uscita una bassa tensione,
compresa più o meno fra 8 e 24 V

ATTENZIONE: TUTTA LA PARTE ALTA TENSIONE, DALLA SPINA AL


TRASFORMATORE, MORSETTI DI ENTRATA COMPRESI, DEVE ESSERE
PERFETTAMENTE ISOLATA - NESSUN PUNTO A TENSIONE DI RETE DEVE
RIMANERE SCOPERTO

Il circuito da realizzare è quello di figura 4: sull'uscita del trasformatore


collegheremo il condensatore di cui non conosciamo la capacità, e che quindi
chiameremo Cx, ed in serie ad esso un secondo condensatore, di cui conosciamo
il valore, che useremo come riferimento, e che chiameremo Cr.

figura 4 - misura della tensione su Cr

Con un tester predisposto per la misura di tensioni alternate misureremo la


tensione ai capi di Cr; successivamente, spostando il puntale rosso dall'altra
parte (figura 5), misureremo la tensione ai capi di Cx.

figura 5 - misura della tensione su Cx

Se le due tensioni sono uguali, vuol dire che i condensatori sono uguali; in caso
contrario, dovrete divertirvi a sostituire Cr con condensatori di altro valore, finchè
le due tensioni risulteranno uguali.
Dobbiamo ricordare a proposito che i condensatori si comportano con la corrente
alternata un pò come le resistenze con la corrente continua; una corrente
alternata che attraversa un condensatore, incontra maggiore difficoltà se la
capacità del condensatore è piccola, e quindi si determina una maggiore caduta di
tensione ai capi del condensatore. Nel fare le vostre misure, tenete presente
questo aspetto; se trovate che la tensione ai capi di Cr è maggiore di quella su Cx,
dovete provare ad usare un Cr di maggiore capacità.
Ricordate poi che nel caso dei condensatori non è quasi mai necessaria una
grande precisione, per cui è sufficiente che troviate due tensioni abbastanza
vicine per considerare terminata la misura.
Tanto per fare l'esempio che si vede nelle figure, se trovate 11,9 su Cr e 12,3 su Cx
potete ben dichiarare che i due condensatori sono uguali!

DUE PAROLE SUL CONTROLLO DEI CONDENSATORI ELETTROLITICI

Gli elettrolitici sono condensatori di elevata capacità e, per la loro tecnologia


costruttiva, sono maggormente soggetti ad alterazioni delle caratteristiche
elettriche. Quando si vuole utilizzare un elettrolitico che ha già lavorato in circuito
per un certo tempo, o che comunque è piuttosto vecchio, è sempre bene
procedere ad un controllo, sia pure veloce, del suo stato di salute.

Prima di procedere a
qualsiasi controllo,
ricordate sempre di
scaricare il condensatore,
specialmente se lo avete
smontato da una
apparecchiatura utilizzata
di recente. Il condensatore
figura 6 - come va scaricato un condensatore va scaricato collegando
fra i due terminali una
resistenza da 2 o più watt, del valore di qualche decina di ohm; non è opportuno
mettere in corto i terminali servendosi di un oggetto metallico, poichè, a causa
dell'elevato picco di corrente, la scarica istantanea con relativa scintilla potrebbe
danneggiare il condensatore.
Indicazioni abbastanza significative sullo stato di un condensatore elettrolitico si
possono ottenere in modo semplice: basta collegare per pochi secondi il
condensatore ad una tensione un pò più bassa di quella di lavoro (che risulta
scritta sull'involucro), sempre facendo attenzione alla giusta polarità. Staccato il
condensatore, si misura col tester la tensione sui terminali: tranne una breve
discesa iniziale di pochi volt, il valore della tensione immagazzinata tende a
conservarsi nel tempo. Per fare un esempio, se si applica al condensatore una
tensione di 20 V, procedendo ad una misura dopo vari minuti si trova più o meno
una tensione prossima a 18 o 17 V; dopo un'ora, tale tensione sarà scesa a circa
13 V. In teoria, nel caso di un condensatore ideale, la tensione dovrebbe
mantenersi indefinitamente al valore applicato durante la carica; nel condensatore
reale, tuttavia, la resistenza fra i due elettrodi non è infinita, per cui esiste sempre
una corrente di fuga o di dispersione che lentamente determina la scarica del
condensatore: maggiore è questa corrente, più velocemente il condensatore si
scarica. In ogni caso, se notiamo che il condensatore in prova si scarica dopo
pochi secondi, o addirittura non trattiene alcuna carica, possiamo tranquillamente
gettarlo senza alcun rimpianto.

CONDENSATORI IN PARALLELO ED IN SERIE

Se occorre una capacità più alta di quella che ci può offrire un solo condensatore,
è possibile usare più condensatori collegati uno di fianco all'altro, e cioè in
parallelo; in questo modo la capacità totale equivale alla somma delle singole
capacità.
Come si vede in figura 7,
affiancando due condensatori da
1µF si ottiene un capacità
complessiva di 2µF;
aggiungendone un altro da
0,47µF, la capacità totale arriva a
2,47µF.

figura 7 - condensatori in parallelo


Maggiormente complicato è
invece calcolare la capacità di più
condensatori in serie; nel caso
più semplice, quando cioè si collegano in serie due condensatori uguali, la
capacità risultante è uguale alla metà di quella di ciascun condensatore (figura 8).
Quando i condensatori in serie hanno valori diversi, la capacità risultante (che è
sempre più piccola della più bassa fre le capacità dei vari condensatori collegati)
si calcola come l'inverso della somma degli inversi delle singole capacità.

Facciamo un esempio pratico: abbiamo tre condensatori con


capacità di 100pF, 220pF e 470pF;
- l'inverso di 100 è 1:100 = 0,01
- l'inverso di 220 è 1:220 = 0,00455
figura 8 - condensatori in serie
- l'inverso di 470 è 1:470 = 0,00213
- la somma degli inversi è 0,01+0,0045+0,00213 = 0,01667
- il risultato finale è l'inverso di tale somma, ovvero 1:0,01667 = 59,9768
Si vede quindi che collegando in serie tre condensatori da 100, 220 e 470 pF si
ottiene un valore risultante di 59 pF, che è più piccolo del più piccolo fra i tre
condensatori collegati (che era 100 pF).

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