Alc. fr. 34 V.
⊗ ˻Δεῦte μοι νᾶ]σον˼ Πέλοπος λίποντε[ς
παῖδες ]jμοι Δ[ίος] ἠδὲ Λήδας
. . . . . ω]ι θύ[μ]ωι προ[φά]νητε, Κάστορ
καὶ Πολύδε[υ]κες, 4
οἲ κὰτ εὔρηαν χ[θόνα] καὶ θάλασσαν
παῖσαν ἔρχεσθ’ ὠ[κυπό]δων ἐπ’ ἴππων,
ῤῆα δ’ ἀνθρώποι[ς] θα[ν]άτω ῤύεσθε
ζακρυόεντος 8
εὐσ@δ[ύγ]ων θρώσκοντ[ες . .] ἄκρα νάων
π]ήλοθεν λάμπροι πρo[ ]τr[. . . .]ντες,
ἀργαλέαι δ’ἐν νύκτι φά[ος φέ]ροντες
νᾶι μ[ε]λαίναι· 12
]υs[
]οs[
…
(1-14) [Link]. 1233 fr. 4 (I); (1) [Link]. 2166 fr. 9 (I); P. Mich. 3498 inv. (R. Merkelbach, «ZPE» XII
[1973] 86; SLG S 286) c. I, 1 (II) cuius lectio unciolis inclusa; (5-7) [Link]. 2166 fr. B3 (I). Cf. fort.
(15-6) [Link]. 2166 fr. 10 A, 1 s. (I) || 1 te (vestigia minima) II | δεῦτε μοι νᾶσον coniec. iam
Gallavotti¹ (δεῦτ’, cum Ὄλυμπον ἀστέρ]οπο[ν] λίπ- iam Wilamowitz) : δεῦρύ μ- Gallavotti² | in fine
suppl. Hunt || 2 παῖδες Hunt | ἴφθι]μοι Wilamowitz : ὄβρ]ιμοι, ἄλκ]ιμοι Jurenka || 3 ω]áιâθυ[μ]ωáιâ Ι
| ἰλλάω]ι Wilamowitz : εὐνόω]ι Diehl | κάσ Ι || 4 πολυδε[υ]κεςl I || 5 έυ Ι || 6 ὼ[κυπο]δων I || 7 ρήα
Ι : ῤῆα Hunt | λυεσθε sscr. ρ supra λ Ι || 9 εˋυˊσ@δ- I | εὐσδ[ύγ]ων Edmonds : εὐέδ[ρ]ων Hunt |
θρωσκ- sscr. ι supra σ Ι | ὄν] Hunt : ἐπ’] Jurenka | άκρα Ι || 10 τ]ήλ- Hunt : π]ήλ- Edmonds |
λάμπροιτo[ sscr. πρo[ m². Ι | πρo[ ]τr[. . . .]ντες Lobel : προτo[νων ἐπέ]ντες Hunt : πρό[τον’
ὀν]τr[έχο]ντες Bowra : πρό [τ’ ὔμοι] τρ[όπε]ντες Gallavotti || 11 εᾱι Ι | 12 ναι Ι | -λαιναι· I ||
Mostratevi a me, e lasciata l’isola di Pelope,
[valorosi] figli di Zeus e Leda,
apparite a noi con animo propizio, o Castore
e Polluce,
voi che per ogni terra e sul vasto
mare correte su pieveloci destrieri
e senza affanno liberate gli uomini dal gelido
abbraccio della morte,
balzando alla cima delle navi dai bei banchi
rilucenti di lontano e [correndo lungo le sartie]
e avvolgendo di luce la scura nave
nella notte cupa.
]us[
]os[
…
Metro. Strofe saffiche, costituite da due endecasillabi saffici (cr cho enopl A: lklZxlkklklu||)
seguiti da un endecasillabo saffico e da un adonio (cr cho enopl A ad: lklZxlkklklx||lkklx|||); sinizesi: v.
11 ἀργαλέαι.
Lingua eolica. Baritonesi (v. 1 λίποντε[ς part. aor. tem. da λείπω; v. 2 Δ[ίος]; v. 10 λάμπροι; v. 11
νύκτι), psilosi (v. 5 οἲ), desinenze eoliche (v. 7 ἀνθρώποι[ς] acc. pl.; v. 7 θα[ν]άτω gen. sg.), fenomeni
fonetici e grafici dialettali (v. 9 εὐsδ[ύγ]ων, in cui il gruppo zd non è ancora assimilato; v. 10 ὀν]τr[έχο]ντες,
con chiusura di α in ο e apocope di voc. breve: ὀν = ἀνά). Tendenze alla commistione artistica di forme
dialettali ed epicismi: v. 2 ἠδέ; v. 7 ῤήα; v. 11 ἀργαλέαι.
Commento. Le tre strofe, conservate principalmente da un unico papiro pubblicato a più riprese –
[Link]. 1233 fr. 4 + [Link]. 2166 fr. 9 + [Link]. 2166 fr. B3 – potrebbero rappresentare lʼincipit1 di un inno
cletico ai Dioscuri. Ai figli di Zeus e di Leda, Castore e Polluce, viene richiesto di lasciare immediatamente
la loro patria, il Πελοπόννησος, indicato dalla perifrasi arcaica νᾶσον Πέλοπος2.
2 παῖδες ἴφθ]jμοι nesso apparentemente formulare, in cui forse è da leggersi un epiteto con suffisso
-ιμος. Sono possibili anche ἄλκιμοι3 : ὄβριμοι4.
– ἠδέ particella epica, altrimenti non attestata nei resti della lirica eolica.
3 εὐνόω]ι θύ[μ]ωι formula tipica delle invocazioni. Cfr. Alc. fr. 129, 9-10 V.
5-6 κὰτ εὔρηαν χ[θόνα] καὶ θάλασσαν παῖσαν in att. καὶ θάλασσαν παῖσαν κατὰ εὐρεῖαν χθόνα καὶ
θάλασσαν πᾶσαν: enjambement e chiasmo; εὐρύς -εῖα, -ύ è riferito alla “terra”.
6 ὠ[κυπό]δων epiteto riferito per lo più a cavalli (ὠκύπους -ποδος). Differenza tra H. Hom. XXXIII, di
cui si può dire con sicurezza solo che è pre-alessandrino, e Alc. fr. 34 V.: in Alceo, i Dioscuri non sono alati5.
7 ῤήα in ion.-att. ρεῖα; neutro avverbiale di origine epica. Cfr. βραϊδίως Alc. fr. 129,22 V.
– θα[ν]άτω gen. di separazione.
8 ζακρυόεντος lʼepiteto, che da solo occupa significativamente lʼintero adonio, si può connettere
etimologicamente allʼagg. intensivo δια-κρυόεις, -όεσσα, -οεν (att.), «agghiacciante», dove è ζα < *dia-,
1 Al v. 1 lʼintegrazione ⌞Δεῦt⌟έ³ ⌞μοι νᾶ]σον⌟ (Wilamowitz; Gallavotti) è confermata con buona probabilità dal
ritrovamento di P. Mich. 3498 inv., papiro paraletterario contenente una lista di incipit, tra cui sono testimoniati
– certamente – Sapph. fr. 5 V. e – forse – versi di Alceo e Anacreonte.
2 I santuari dei Dioscuri avevano sede ad Amicle e a Terapne, in Laconia (Peloponneso): erano considerati, infatti,
protettori dei naviganti e pertanto venivano venerati nellʼambiente marinaro. Secondo il mito, Càstore e Polluce,
figli di Leda, erano nati a Sparta, dove ricevevano un culto particolare e presiedevano ai rituali della gioventù
guerriera. In Il. III 236-244 Càstore e Polluce, figli di Leda e Tìndaro, sono eroi mortali; ma secondo Pind. N.
10,49ss., Càstore e Polluce soggiornavano alternativamente agli Inferi e sullʼOlimpo, in quanto lʼuno, figlio di
Tìndaro e Leda, era mortale e lʼaltro, figlio di Zeus e di Leda, immortale. In H. Hom. XXXIII e in Alc. fr. 34 V. –
che forse si ispirano ad una tradizione posteriore – la paternità dei Διόσκουροι, entrambi immortali, è assegnata a
Zeus. Cfr. Tyrt. 2,4; Cypr. fr. 11 Allen; Soph. OC 696s.; Ion Trag. fr. 24,3 Snell. Per le prime attestazioni di
Πελοπόννησος, forma più consueta, cfr. Hes. fr. 213 Rz.; H. Hom. Ap. 250.
3 Cf. Il. X 110; XI 605; al.; H. Hom. Herm. 101; Hes. Th. 526; 950; Ps.-Hes. Sc. 320; Bacch. Ep. 5,146; Plut. Lyc.
21,2,5; Apophth. Lac. 238,A,12; de laud. ips. 544,E,6 (= Carm. pop. 17 II 197 D); Soph. Tr. 956; Theocr. Id. 25,42.
4 Cf. Hes. Th. 148.
5 Per le affinità – invocazione di una divinità come argomento centrale, menzione di vicende mitiche, impiego di
epiteti epici – e le differenze – lunghezza, registro e struttura – tra inno “rapsodico” del patrimonio religioso e
culturale, a cui Alceo si ispira, ed inno “monodico”, in cui i richiami alla sfera del divino possono essere occasionali,
cfr. Antonietta Porro, Introduzione, in Ead. (a c. di), Alceo. Frammenti, Firenze 1996. Il divino è «fondamento della
realtà personale e delle vicende politiche…gli dèi fissano il destino del singolo e del gruppo, il limite tra il giusto e
lʼingiusto, il fine di tutte le vicende umane» (Porro o.c. XXVI).
oppure allʼἅπαξ λεγόμενον δακρυ(-)ό-εις, «lacrimosο»6. Lʼepiteto apporta chiaramente una coloritura epica,
pur allʼinterno della iunctura innovativa θα[ν]άτω … | ζακρυόεντος, posta in grande risalto
dallʼenjambement. A fronte di un impiego tradizionalmente metaforico di κρυόεις e κρυερός, come attributo
di φόβος e ἰωκή in Il. IX 2 e V 740, riferito a πόλεμος in Hes. Th. 936 e al Tartaro in Ps.-Hes. Sc. 255, cfr.
anche Alc. fr. 61,14 V.
9 εὐsδ[ύγ]ων … νάων in att. εὐζύγων νήων.
– ἐπʼ] ἄκρα preferibile a ὂν] ἄκρα, se è corretta la ricostruzione al v. 10 πρo[τονʼ ὀν]τr[έχο]ντες. Ὀν (=
ἀνά) prep. Anchʼessa probabile, con valore di “superficie” e, in particolare se usata con lʼacc., di
estensione spazio-temporale.
10 π]ήλοθεν in att. τηλόθεν.
– πρo[τονʼ ὀν]τr[έχο]ντες integrazione di Bowra, «running up, or along, the forestays». In att.
ἀνατρέχοντες, da ἀνατρέχω, «jump up and run», «start up» (ἀναδραμὼν ἔθεε Hdt. III 36; ἐκ τῆς κοίτης,
ἐκ τοῦ θρόνου, Hdt. VII 15; 212; πρὸς τὰ μετέωρα Thuc. III 89. Cf. Xen. HG. IV 4,4) [LSJ9]. ὀν- = ἀνα- è
preverbo che esprime “elevazione” (ai. ánu, av. ana, lat. an-, got. ana). πρo[τονʼ(α) è neutro pl. eteroclito
(cfr. Et. Gud. 483,13; Eust. 130,44) da πρότονος (< τείνω), che nel lessico marinaresco indica la corda
«tesa», in riferimento allʼalbero della nave.
11 φ[άος φέ]ροντες Lʼimmagine epica (Il. XVI 95s.; Od. XXIII 243ss.) è enfatizzata dallʼallitterazione
(cfr. 208 V.: 2; 5). φ[άος ha doppio senso di “luce” e “sicurezza”.
12 νᾶϊ μ[ε]λαίναι in ion.-att. νηῒ μελαίνῃ.
Lʼinvocazione nominale segue significativamente la specificazione della provenienza, della paternità e della
maternità del soggetto e la stessa invocazione verbale “mostratevi innanzi” (imp. προ[φά]νητε). Le prime
due strofe si trovano concatenate sintatticamente attraverso una prop. rel., che sviluppa lʼaretalogia e
conteiene un accenno alla concezione, diffusa nellʼepica, per cui agli dèi riescono facilmente anche le
imprese più difficili. La terza strofe descrive lʼintervento salvifico, attraverso motivi noti e innovativi; in
particolare, viene descritto il fenomeno dei “fuochi di SantʼElmo”, interpretato in senso mitico. I bagliori
luminosi, effetto di scariche elettro-luminescenti, sono lʼepifania della coppia divina, che, balzando sulle
antenne e lungo le sàrtie delle navi, appare illuminando le notti di tempesta per facilitare i naviganti7. Le
immagini, per la loro posizione e natura peculiare, sono semplicemente giustapposte lʼuna allʼaltra ed
estremamente generiche (a nome segue aggettivo), come in un collage di formule sé organiche: i “cavalli dai
piedi veloci”, lʼ “animo benevolo”, le “navi nere” o “ben costruite”. Ogni strofa è in sé compiuta e la
sistemazione delle immagini nelle strofe è quasi ʻmeccanicaʼ: si verifica, infatti, uno spostamento dei termini
principali verso la fine della strofe, che produce un ʻeffetto-sordinaʼ nei primi versi e poi un crescendo. Il
carme rispetta una costruzione geometrica, in relazione alla disposizione dei verbi – quelli che mettono in
moto lʼazione nella seconda strofe e quelli che descrivono lʼazione nella terza – e alla concentrazione di
termini solenni e innovativi nellʼadonio8.
Nelle numerose espressioni formulari (v. 2 παῖδες ἴφθ]iμοι; v. 3 εὐνόω]ι θύ[μ]ωι; v. 5 εὔρηαν
χ[θόνα]9; v. 6 ὠ[κυπό]δων…ἴππων10; vv. 7-8 ζακρυόεντος; v. 9 εὐsδ[ύγ]ων…νάων11; v. 11 ἀργαλέαι δ’ ἐν
νύκτι12; v. 12 νᾶϊ μ[ε]λαίναι13) è possibile riconoscere echi di moduli innodici ed epici: forse lʼallocuzione
agli dèi esigeva di per sé il ricorso a motivi tradizionali, che – però – Alceo rielabora in modo originale
6 Anne Broger, Das Epitheton bei Sappho und Alkaios, Innsbruck 1996: 144.
7 Cfr. Plin. Nat. II 102.
8 Alessandra Romè, Osservazioni ad Alceo fr. 34 V e H. Hom. XXXIII, «SCO» 42 (1992) 95-104: 99.
9 Per questa immagine, Alceo innova rispetto alla tradizione epica, in cui il nesso è sempre al nom. e in fine di
esametro. Cfr. Il. IV 182; VIII 150; XI 741; XXI 387; H. Hom. Merc. 570; H. Hom. Cer. 428; 472; Hes. Th. 458; Ps.-
Hes. Sc. 373 VE; Pind. fr. 33c, 3/4.
10 Dodici volte in Il. (tra cui VIII 128s.) e due in Od. (es. XVIII 263; XXIII 244s.); H. Hom. Ap. 265; 270s.; Hes. Op.
816; Ps.-Hes. Sc. 96; 97; 470; Theogn, 889s.; Bacch. 4,6; Pind. fr. 94b, 44.
11 Od. XVII 289; XIII 116. Cfr. anche Alc. fr. 249,3 V.
12 In H. Hom. XXXIII,14 si legge ἀργαλέων ἀνέμων, parallelo a Il. ΧΙΙΙ 795; XIV 254; Od. XI 400 [407]; la stessa
formula, allʼacc. pl. ricorre in Od. XXIV 110 e H. Hom. Bacch. 24.
13 Nellʼepos, il nesso, che in Alceo ricorre nellʼadonio, compare al dat. in fine di esametro: nove volte in Il. (tra cui IX
300; 329; VIII 222) e ventidue in Od. (tra cui III 61; 365; IV 781); H. Hom. (es. in H. Hom. Ap. 397); Hes. Op. 636.
Cfr. anche Alc. fr. 208,4 V.
attraverso il procedimento della «riattribuzione di significato» applicata a sintagmi tradizionali14. In νᾶϊ
μ[ε]λαίναι, la nave è effettivamente nera a causa dellʼoscurità notturna e μελαίνᾳ non è un mero epitheton
ornans.
Forse, Alceo aveva in mente un viaggio in mare imminente allʼesecuzione del componimento. Di
fatto, il carme si interrompe senza lasciare traccia di alcun argomento eventualmente trattato in seguito, tra
cui sono ipotizzabili la commemorazione dei beneficî passati per ottenerne di nuovi oppure – nel caso vi
fossero nel seguito richiami politici – una dira con i Dioscuri come esecutori. Lʼinsistenza di Alceo su
dettagli della navigazione spinge a ritenere che il componimento sia unʼinvocazione per propiziare la
sicurezza di un viaggio imminente oppure una preghiera rivolta in pericolo di morte, ma principalmente a
causa della paradosis la destinazione concreta dellʼinno non è evidente. Anche la struttura regolare e poco
vivace lascia spazio ad una serie variegata di interpretazioni con possibilità di suggestive interconnessioni
reciproche, laddove non si riesca a determinare con certezza contesto e motivi da cui possa essere scaturita la
composizione e, meno che mai, lo stato dʼanimo di Alceo nel comporre. Resta, a tal proposito, difficilmente
confutabile e pressoché ininfluente il reciso giudizio di «lack of intense feeling» (Gerber) 15. Non è, poi,
necessario legare la ʻpreghieraʼ ad un viaggio in nave o a qualsivoglia questione autobiografica: virtualmente
può trattarsi anche di unʼallegoria in forma di attacco politico o di un inno cletico per una festa in onore dei
Dioscuri. O piuttosto, poiché il carme è effettivamente basato sulla variazione/imitazione di stilemi epici,
pare che lʼambientazione più naturale e plausibile sia quella simposiale: dove, infatti, se non nel simposio,
troverebbero posto lʼinvenzione poetica e la sperimentazione – sebbene ancora in una dimensione di cultura
orale e di poesia occasionale? Anche la critica più recente connette il canto alla vita del gruppo e, in
particolare, al momento liturgico preliminare al simposio16. Il rito allʼinizio del simposio consisteva in una
libazione, motivata dallʼesigenza dei convitati di purificarsi e dedicata a divinità (un “buon dèmone”, Zeus
Soter-Olimpio, gli altri dèi, gli eroi) per le quali era predisposto un altare al centro della sala 17. Ma la
«libagione», intesa come invocazione/preghiera al dio, poteva avere luogo anche prima di intraprendere un
viaggio per mare: venivano «preparati crateri con vino e poi svuotati in mare, dalla poppa della nave, fra
preghiere e voti» (Thuc. VI 32; Pind. Pyth. 4,193-200)18. La fedeltà ai tipici moduli innodici – menzione
della divinità19 e richiesta di ascolto/favore, resa più persuasiva dalla prassi di cantare “al principio e alla
fine20” – e la struttura della preghiera – epiclesi con epiteto, aretalogia, preghiera, argomentazione – non è,
inoltre, chiaro indizio per classificare il carme come monodico: se, infatti, fosse un carme eseguito per
iniziare un simposio, esso va probabilmente considerato come corale.
Infine, si ponga attenzione alla conferma di un culto dei Dioscuri (o di almeno uno dei due eroi) a
Mitilene, da parte di vasi con iscrizioni provenienti da Lesbo e ritrovati nel temenos di Naucratis21 – città
egizia che Amasi, dopo il 570 assegnò ai greci22 – e di unʼiscrizione di Prote (Messenia) IG V,1 1549: εὔπλεα
τῶ[ι] | [Διοσ]- | κόρ<ωι> tῶ[ι] | Μυτιλη- | ναίω[ι]. IG V,1 1538 (εὐτυχῆ, Θεόδο[τε] | Λε[β]έδιε, ὁ θεὸς |
εὔπλοιάν σοι δοί[η] | διὰ παντός) è una dedica tributata da un mitilenese alla divinità protrettrice della
propria città per propiziare un buon ritorno. I Dioscuri a Lesbo erano venerati soprattutto come dèi del mare,
ma anche la vicina isola di Tenedo era sede di un loro culto (IG XII,2 640: ἐπὶ ἱερέως τῶν Δι- | οσκούρων
Φιλίσκου | τοῦ Ἀγησάνδρου Ῥο- | δίου Εὔνομος καὶ οἱ | σύνσκανοι Διοσ- | κούροις)23. Tutto ciò si può porre
in relazione con Strabone (Strab. I 37 = test. 432 V.), che racconta che Alceo visitò lʼEgitto durante il suo
esilio.
14 Romè o.c. 101.
15 D.E. Gerber, Euterpe: an anthology of early Greek liric, elegiac, and iambic poetry, Amsterdam 1970: 188-9.
16 Cfr. W. Rösler, Dichter und Gruppe. Eine Untersuchung zu den Bedingungen und zur historischen Funktion früher
griechischer Lyrik am Beispiel Alkaios, München 1980: 193, n. 197; M. Vetta, Poesia e simposio. A proposito di un
libro recente sui carmi di Alceo, «RFIC» 109 (1981) 483-495.
17 Cfr. Xenoph. 1,13s.: Χρὴ δὲ πρῶτον μὲν θεὸν ὑμνεῖν εὔφρονας ἄνδρας / εὐφήμοις μύθοις καὶ καθαροῖσι λόγοις.
18 W. Burkert, La religione greca, Milano 20032: 171.
19 Cfr. Theogn. 1,2.
20 Cfr. Theogn. 1,4.
21 W.M. Flinders Petrie, Naukratis, London 1886, Pl. XL.
22 Dopo il quindicesimo anno ca. dalla morte di Alceo (il terminus post quem possibile è fissato nel 585), a Naucratis
almeno dodici πόλεις greche, e tra queste – unica πόλις eolica – Mitilene, collaborarono allʼedificazione del
santuario Ἑλλήνιον (Hdt. II 178). E se il culto dei Dioscuri, che si impiantò allʼinterno dellʼ Ἑλλήνιον a partire dal
570, fosse stato già presente in Egitto, grazie ai movimenti dei Lesbi e tra questi di Alceo (fase dellʼesilio)?
23 Emily Ledyard Shields, The cults of Lesbos, Menasha 1917: 78-9.