Sintesi Letteratura
Sintesi Letteratura
GIACOMO LEOPARDI
Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798, da famiglia aristocratica e colta, di orientamento
conservatore e cattolico. Di profondissima sensibilità e sconfinata erudizione, Leopardi divenuto
prestissimo autodidatta attraverso "anni di studio matto e disperatissimo” arrivò ancora adolescente a
padroneggiare varie lingue straniere e numerose discipline. Dopo un infruttuoso tentativo di fuga da
Recanati, Leopardi è colto da una profonda crisi esistenziale che dà luogo alla conversione filosofica, al
passaggio dal bello al vero e, quindi, al distacco dalla fede religiosa e all’adesione a un sistema
meccanicistico, premessa del suo pessimismo e, sul piano poetico, a un’adesione sui generis al
romanticismo che si concretizza in una poesia sentimentale e filosofica fondata sulla caduta delle illusioni,
sulla loro rievocazione nostalgica e sulla scoperta della verità. Tra il 1818 e il 1822 compone le canzoni
filosofiche e di alto stile e i primi Idilli.
Degli anni successivi sono la composizione del nucleo più consistente delle Operette Morali (1824). Nel
1829, quando le condizioni di salute si aggravano di nuovo, compone i Grandi Idilli. L’anno successivo
Leopardi riesce a lasciare definitivamente Recanati e si stabilisce a Firenze dove, dopo una delusione
d’amore, compone i canti del ciclo di Aspasia.
Nel 1833 si trasferisce a Napoli dove scrive gli ultimi canti e attende la morte (che lo coglierà nel 1837)
come liberazione dalla sofferenza.
nelle canzoni filosofiche e di alto stile , a tema civile e patriottico, dove il grandioso passato
dell’Italia è contrapposto a un presente di debolezze e di divisioni e dove, la rievocazione storica si
intreccia con la riflessione esistenziale;
nei primi idilli (L’Infinito, La sera del dì di festa, Alla Luna), definiti da Leopardi stesso come
situazioni e avventure storiche del suo animo, una poesia colloquiale e intimistica, dove la natura
funge da stimolo e da spunto, anche se, poi, emerge con immediatezza e spontaneità la voce del
soggetto e dell’interiorità del poeta che, solitario, ascolta i moti del proprio animo.
L’INFINITO
L’infinito, tra i più celebri componimenti di Leopardi, è uno dei primi idilli; La peculiarità dell’idillio è quella
di proporre un’immagine piccola, ristretta, limitata: è quella che si presenta al poeta durante la
sua osservazione dell’orizzonte, ostacolata da una siepe, posta in cima a un colle (vedi l’immagine sopra);
pertanto, paradossalmente, alla base di un componimento che ha come tema l’infinito, si ritrova il senso
del limite e una visuale incompleta. Lo stesso dualismo si ritrova sul piano contenutistico, giocato su
un continuo confronto tra limite e illimitato, tra un’immagine, limitata e sbarrata, effettivamente vista, in
una dimensione reale e un’immagine o, meglio, una suggestione, che “nel pensier si finge”, che il poeta
crea in una dimensione virtuale, e per cui prova quasi spavento.
Più sinteticamente si tratta del continuo passaggio e del continuo gioco di rimandi tra ciò che vediamo e
sentiamo e ciò che immaginiamo, presentiamo, o ricordiamo; il continuo passaggio tra un piano empirico e
un piano virtuale che, spingendo il soggetto al limite delle sue facoltà razionali, richiama il sentimento del
naufragio e della morte.
Senza concedere nulla alla dimensione del sacro, alla teologia o alla metafisica e rimanendo all’interno di
una finzione immaginativa e poetica, Leopardi intende suscitare nel lettore due differenti sensazioni, una
visiva e l’altra uditiva, tese a produrre due differenti percezioni, una dell’infinito spaziale e una dell’infinito
temporale. Giacomo Leopardi non solo riesce a rendere esemplarmente la duplicità delle dimensioni
(quella percettiva e quella psicologica) coinvolte nell’esperienza cantata ma esemplifica al meglio anche
quella poetica dell’indefinito e del vago che privilegia sensazioni dai contorni sfumati, nebulose,
vagheggiate, ed è strettamente collegata a quella teoria del piacere secondo la quale (in base a una
riflessione del luglio 1820, contenuta nello Zibaldone) l’uomo ha un’inclinazione naturale all’infinito.
Per quanto riguarda lo schema metrico, ci troviamo di fronte a degli endecasillabi sciolti privi di strofe e di
rime.
A SILVIA
Composta a Recanati tra il 19 e il 20 Aprile del 1828 e comparsa per la prima volta nell’edizione
dei Canti curata dall’editore fiorentino Piatti, pubblicata nel 1831, A Silvia segna il ritorno alla poesia di
Giacomo Leopardi, dopo l’impegno profuso nella scrittura delle Operette morali. La poesia inaugura una
nuova stagione poetica, quella dei Grandi Idilli dove è messo a tema il cosiddetto pessimismo cosmico:
l’assetto definitivo della poetica di Leopardi dove la natura, matrigna, è vista come la scaturigine ultima
della sofferenza umana e la ragione, capace di instillare nell’uomo una consapevolezza carica di dignità
circa il proprio destino, è più impegnata nel recupero memoriale di figure appartenenti a un passato
remoto (la poetica della ricordanza).
Così, con A Silvia, Leopardi rievoca una figura femminile della sua giovinezza, storicamente identificabile
con Teresa Fattorini, coetanea del poeta e figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta prematuramente di
tisi, dieci anni prima.
Silvia diventa il simbolo della disillusione propria dell’età adulta, ma anche uno specchio di Leopardi stesso
che, costretto a una permanenza forzosa a Recanati per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, dopo
aver soggiornato in varie località italiane, vede in Silvia la morte in vita.
La poesia, un canto funebre che può essere inteso come “un’elegia sulla fine del modo poetico” deriva il
suo assetto metrico e stilistico dalla condizione esistenziale del poeta: dal momento che la libertà gli è
negata nella vita reale, Leopardi sceglie di viverla nella scrittura, dissolvendo i legami e le forme chiuse
proprie della poesia tradizionale. La canzone libera (vera e propria invenzione formale di Leopardi che
segna l’innovazione stilistica maggiore rispetto ai canti precedenti), metro di A Silvia, infatti, alterna
liberamente endecasillabi e settenari, che si susseguono senza uno schema fisso e riconoscibile.
Lo stesso discorso vale per lo schema rimico, libero come quello metrico: le rime sono comunque utilizzate
per sottolineare l’amarezza e lo sconforto del poeta, per questo sono poste nei passaggi più evocativi e
descrittivi della poesia e riescono a creare precisi effetti fonici e stilistici. Delle sei strofe che compongono
l’idillio, la prima, la più breve, ha funzione introduttiva; la seconda e la terza, più lunghe, sono parallele; la
quarta ha funzione di collegamento tra la prima e la seconda parte del componimento; la quinta e l’ultima,
sono, di nuovo, parallele.
LA GINESTRA
“La ginestra” di Giacomo Leopardi è stato uno dei suoi ultimi componimenti, edito postumo nel 1845
nell’edizione napoletana dei Canti, a cura di Antonio Ranieri. Il poemetto lirico-filosofico si compone di
sette lunghissime strofe in stile vario e metrica libera. “La ginestra” è stata composta presso Villa Ferrigni,
luogo che è stato oggi rinominato Villa della Ginestra, a Torre del Greco. Questo luogo si trova lungo quello
che viene chiamato il “miglio d’oro”, un tratto di strada che è famoso per le bellezze storiche e del
paesaggio, tra tutte le meravigliose ville d’età settecentesca. La ginestra o il fiore del deserto si apre con
una citazione dal Vangelo di Giovanni e viene riconosciuto come una sorta di testamento poetico di
Leopardi, il quale riflette sulla natura e sulla condizione umana mentre osserva una ginestra alle pendici del
Vesuvio. La ginestra fu probabilmente composta da Leopardi prima del "Tramonto della luna". Questo
lunghissimo poemetto è il più esteso dei Canti, con sette strofe di dimensioni eccezionali e lunghi periodi
che si snodano a volte a cavallo di decine di versi. Si può definire un poemetto lirico-filosofico, che per
dimensioni e genere può ricordare i "Sepolcri" di Ugo Foscolo. Si distingue, però, per il suo alto grado di
audacia formale, innovazione e radicalità a livello intellettuale. Per quanto riguarda tono e varietà di stile,
la Ginestra e un componimento vario che si lascia andare a toni diversi: da quelli infuocati e aspri della
polemica a quelli sublimi e complessi della contemplazione, passando per i toni più dolci del dialogo lirico.
Ognuna delle sette strofe rappresenta un’unità tematica a sé, ricca di gradazioni di toni, da invettiva a
sarcasmo, da elogio commosso a compassione.
Parlando di temi e struttura, si possono ben distinguere le varie strofe:
Prima strofa: la ginestra viene scelta da Leopardi come sua interlocutrice alle pendici del Vesuvio,
dove un tempo si ergevano città fiorenti e ora sono deserte e ricoperte di rovine e cenere. Questo è
lo spazio che simboleggia il tragico destino dell’uomo. In questa strofa prevale il sarcasmo.
Seconda strofa: qui il poeta definisce l’Ottocento come il «secol superbo e sciocco», accusandolo di
aver rifiutato le verità coraggiose del pensiero razionalista. Ancora dominano il tono e le parole
sprezzanti dell’invettiva.
Terza strofa: in questa strofa Leopardi contrappone la stupidità di quelli che si rifiutano di
constatare la miseria umana alla grandezza di chi, invece, ammette la realtà e guarda in faccia la
miseria attribuendone la responsabilità alla natura, contro la quale gli uomini devono far fronte
comune stringendo legami sociali di solidarietà.
Quarta strofa: qui la prospettiva dell’umana infelicità si allarga. Dall’esperienza personale del poeta
nasce una meditazione sull’universo e gli spazi celesti. Il poeta, sarcastico, non sa se ridere o avere
compassione dell’uomo, che si crede il centro dell’universo.
Quinta strofa: in questa strofa c’è una lunga similitudine. Come un frutto cade da un albero e
distrugge un formicaio intero, così l’eruzione del Vesuvio risalente al 79 d.C. fece con Pompei,
Ercolano e Stabia, annientandole. La natura è indifferente, dunque, e per lei il destino umano non
ha più valore del destino delle formiche.
Sesta strofa: qui Leopardi osserva come il vulcano sia distruttivo in modo incessante, presentando
un paragone tra il tempo umano e i grandi cicli naturali, che si susseguono in un tempo talmente
dilatato da far apparire tutto immobile.
Settima strofa: l’ultima delle sette strofe, in questa il poeta parla nuovamente con la ginestra,
elogiandone l’umiltà e il coraggio. Fragile, nata nel deserto, anche lei è destinata a soccombere
sotto le colate laviche, lasciando spazio a un tono commosso dal lessico vago, che suggerisce il
cedimento del poeta a un destino di annientamento di tutto quanto, compresa l’eroica ginestra.
Tema chiave del componimento è la contemplazione del paesaggio attorno al Vesuvio, perfetta metafora
della condizione umana e del rapporto con la natura.
Il paesaggio: desertico, imponente, minaccioso, estraneo. Incarna l’indifferenza e la ferocia che Leopardi
attribuisce alla natura, vista come nemica e responsabile del dolore dell’uomo e di tutti gli esseri viventi
(come le formiche).
Con questa posizione Leopardi si distacca completamente da quella che era il suo credo durante il
“pessimismo storico”, cioè quando la negatività che si vive nel presente era considerata come perdita di
una condizione primitiva che era relativamente felice.
La natura, a partire dalle Operette morali (1824), comincia ad apparire come matrigna. Essa infligge
sofferenze alle proprie creature, come malattie e cataclismi, fino a farle arrivare alla morte.
Qui si vede il pessimismo cosmico tipico di Leopardi, quella visione totalmente negativa della natura per la
quale ogni essere vivente è condannato alla perpetua infelicità.
Il Vesuvio in questo componimento simboleggia questa natura devastatrice e onnipotente, e la storia
umana sembra priva di senso. Dalla distruzione di Pompei nulla è cambiato, constata Leopardi. Gli uomini
sono sempre fragili e costantemente esposti a una mortale minaccia. Di fronte a queste evidenze, Leopardi
deride l’ottimismo dei suoi contemporanei, accusandoli di codardia perché rifiutano di vedere ciò che è
vero. Eppure, una salvezza c’è: la solidarietà tra gli esseri umani. Solo così gli uomini possono reagire
all’ingiustizia della natura.
ALLA LUNA
Alla luna è un componimento scritto da Leopardi attorno al 1819 e inserito nell’edizione dei Canti del 1831.
L’aggiunta dei versi 13 e 14 è stata fatta nell’edizione postuma del 1845.
Il tema della poesia è squisitamente romantico. Essa sviluppa il rapporto che c’è tra uomo e paesaggio
notturno senza trascurare il tema assai caro di quanto un ricordo possa essere dolce e amaro per l’uomo.
La poesia parte con l’invocazione alla luna, astro molto caro a Leopardi e suo confidente rispetto alle
continue angosce che vive.
L’abitudine a confidarsi con la luna, se non con regolarità serrata con una certa periodicità, è sottolineata
dalla specificazione temporale "or volge l’anno" (v. 2): a un anno di distanza dall’ultima volta che si è
confidato con il satellite, Leopardi può fare un nuovo bilancio della propria vita e del proprio dolore.
Appare evidente sin da subito come, in questa poesia, ci sia una combinazione tra gli scorci di paesaggio
notturno e le sensazioni dell’autore nel momento in cui lo guarda e il ricordo di quando il poeta, già in
passato, andava a confidarsi con la luna. Leopardi si rivolge direttamente alla luna la quale, tuttavia,
comunque non può capire fino in fondo il suo tormento interiore: non a caso, mentre l’io poetico è "pien
d’angoscia" (v. 3), la luna è "graziosa" (v. 1).
Nella prima invocazione domina il paesaggio notturno verso il quale Leopardi proietta la propria angoscia
tornando su quel colle, un anno dopo, e vedendo la stessa luna che vide allora. Nonostante il tempo sia
passato, lo stato d’animo dell’autore non è cambiato.
La prima parte del componimento è dunque prevalentemente narrativa, mentre dal decimo verso in poi si
apre una riflessione teorico-filosofica incentrata sulla poetica della rimembranza.
Il poeta osserva la luna solo attraverso i suoi occhi, vedendola sfocata e deformata a causa del suo pianto.
Il dolore si rinnova, quindi, nell’incontro con la luna; non sappiamo la causa di questo male che il poeta sta
vivendo, un dolore immutabile di cui la luna è testimone.
Il ricordo di un passato triste che si tramuta in un presente triste sembra consolare il poeta, anche se nel
testo non viene spiegato il motivo per cui è così.
Tutta la poesia è strutturata strutturata sull’opposizione tra passato e presente, sebbene i sentimenti
permangano uguali il poeta trova un po’ di consolazione nel ricordo. Proprio il ricordo permette di avere il
tono dolce e pacato di questo testo.
IL PASSERO SOLITARIO
Un primo appunto leopardiano legato a un "passero solitario" compare nel 1819, ma sono molte le ragioni
per ritenere che questa poesia sia stata composta invece solo dieci anni dopo, nel 1829.
Nell’edizione napoletana dei Canti (1835), la prima in cui la poesia fa la sua comparsa a stampa, Il passero
solitario occupa l’undicesimo posto, come prologo agli Idilli e subito prima de L’infinito.
L’intera poesia si basa su una similitudine tra il comportamento del passero e il comportamento del poeta.
Così come fa il passero solitario, anche Leopardi trascorre solitario la primavera, il periodo che dovrebbe
essere il più bello e felice per tutti. C’è però una differenza tra i due: se il passero lo fa per sua natura e vive
felicemente la sua condizione, Leopardi si sente incompreso ed estraneo al suo stesso luogo natale, privato
della giovinezza. Il passero, quindi, non avrà rimpianti per questo modo di aver vissuto, essendo il suo
comportamento tipico della sua natura; il poeta, per contro, sente che una volta arrivato alla vecchiaia avrà
un grosso rimpianto da sopportare a causa di tutte le gioie di cui non avrà goduto. La struttura della poesia
è simmetrica: la prima strofa è incentrata sul passero e sulle sue abitudini di vita, la seconda sul poeta, che
vive una condizione simile a quella dell’uccello. La terza è dedicata a un confronto tra i due, che mette in
contrapposizione la vecchiaia che entrambi vivranno: quella del passero sarà solo la parte finale della vita
che il destino gli avrà concesso, quella del poeta sarà costellata di rimpianti e pentimenti per gli anni della
giovinezza sprecati.
La lirica è pregna delle più profonde contraddizioni vissute dal poeta e vede una serie di temi cardine della
sua poetica contrapposti: vecchiaia e giovinezza, dolore e rifiuto per la vita e amore per
l’esistenza, pessimismo e ottimismo, folla e solitudine.
Tutti questi duelli vengono inseriti nella cornice di una riflessione sulla lacerazione tra gioia di vivere e
angoscia data dalla riflessione sulla realtà. La vecchiaia è vissuta come una “detestata soglia” e il rimpianto
della giovinezza (il “tempo migliore”) è già in agguato, ancor prima che questa sia effettivamente passata.
In quanto miglior tempo della vita, inoltre, e come da tradizione, la giovinezza è qui associata
alla primavera.
Oltre al rimpianto, Leopardi parla anche della nostalgia che proverà quando il tempo della giovinezza sarà
ormai perduto, per una vita ricca di emozioni lasciate andare e non vissute. Così come in altre poesie di
Leopardi, anche ne Il passero solitario ci sono molte immagini indefinite e vaghe, tanto care al poeta,
che stimolano l’immaginazione. “Alla campagna”, “per lo seren”, “torre antica”, “campagna rimota”: questi
sono tutti riferimenti indefiniti, complementi di luogo indeterminati, che contribuiscono a evocare lontane
vastità nel poeta e in chi lo legge.