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Sintesi Letteratura

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SINTESI LETTERATURA

GIACOMO LEOPARDI
Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798, da famiglia aristocratica e colta, di orientamento
conservatore e cattolico. Di profondissima sensibilità e sconfinata erudizione, Leopardi divenuto
prestissimo autodidatta attraverso "anni di studio matto e disperatissimo” arrivò ancora adolescente a
padroneggiare varie lingue straniere e numerose discipline. Dopo un infruttuoso tentativo di fuga da
Recanati, Leopardi è colto da una profonda crisi esistenziale che dà luogo alla conversione filosofica, al
passaggio dal bello al vero e, quindi, al distacco dalla fede religiosa e all’adesione a un sistema
meccanicistico, premessa del suo pessimismo e, sul piano poetico, a un’adesione sui generis al
romanticismo che si concretizza in una poesia sentimentale e filosofica fondata sulla caduta delle illusioni,
sulla loro rievocazione nostalgica e sulla scoperta della verità. Tra il 1818 e il 1822 compone le canzoni
filosofiche e di alto stile e i primi Idilli.
Degli anni successivi sono la composizione del nucleo più consistente delle Operette Morali (1824). Nel
1829, quando le condizioni di salute si aggravano di nuovo, compone i Grandi Idilli. L’anno successivo
Leopardi riesce a lasciare definitivamente Recanati e si stabilisce a Firenze dove, dopo una delusione
d’amore, compone i canti del ciclo di Aspasia.
Nel 1833 si trasferisce a Napoli dove scrive gli ultimi canti e attende la morte (che lo coglierà nel 1837)
come liberazione dalla sofferenza.

Qual è la differenza tra piccoli e grandi Idilli?


I piccoli Idilli coincidono con la fase del pessimismo storico, invece i grandi Idilli coincidono con la fase del
pessimismo cosmico, in essi il poeta ha perso la speranza che portava con la fanciullezza e si rifugiava nel
ricordo dei tempi passati, evocando immagini vaghe.
Cosa vuol dire idillio Leopardi?
L'idillio è un componimento poetico di brevi dimensioni con spiccate caratteristiche soggettive. ...
Con Leopardi comunque l'idillio viene a perdere ogni legame con il modello ellenistico e bucolico e diventa
un genere in cui esprimere la propria interiorità traendo spunto da una contemplazione del mondo
naturale.

IL PESSIMISMO STORICO E LA POETICA DELL’INDEFINITO E DEL VAGO


Leopardi ritiene che all’uomo sia preclusa la conoscenza della verità, il principio e il fine dell’universo, il
senso e lo scopo della vita. La realtà è intesa come pura natura, un moto eterno e meccanico dove non si
danno idealità e provvidenzialità.
Altro presupposto è il pensiero di Rousseau: mentre la natura è vista come un principio positivo (madre
benefica) che crea l’uomo semplice, ignaro, inconsapevole, nascondendogli “l’orrido vero”, ossia il dolore,
la malattia, la morte, la ragione è vista come un principio negativo che porta l’uomo a chiedersi il perché di
tutte le cose e a constatare che l’unica età felice è l’infanzia, dove l’uomo è capace di illudersi ed è
naturalmente disposto alla fantasia, all’immaginazione e alla speranza. Per Leopardi se gli uomini primitivi
capaci di creare miti vissero felici, i moderni si allontanarono da tale condizione per esser vittime
dell’infelicità, frutto del divenire storico e del progresso.
Questa visione pessimistica dell’uomo moderno è associata - nello Zibaldone - alla teoria del piacere, la cui
ricerca è il movente fondamentale dell’agire umano. Il desiderio del piacere è per sua natura infinito e,
quindi, necessiterebbe di un piacere altrettanto infinito per essere soddisfatto, tale piacere però non esiste
nella realtà ma solo nell’immaginazione e per questo non può essere mai pienamente soddisfatto.
L’infelicità umana si spiega con questa contraddizione insanabile tra la brama di felicità e l’impossibilità di
ottenerla; il piacere è, allora, in realtà, o attesa del piacere stesso o momentanea assenza di dolore.
Sul piano poetico questo sistema ideologico viene trasposto:

 nelle canzoni filosofiche e di alto stile , a tema civile e patriottico, dove il grandioso passato
dell’Italia è contrapposto a un presente di debolezze e di divisioni e dove, la rievocazione storica si
intreccia con la riflessione esistenziale;
 nei primi idilli (L’Infinito, La sera del dì di festa, Alla Luna), definiti da Leopardi stesso come
situazioni e avventure storiche del suo animo, una poesia colloquiale e intimistica, dove la natura
funge da stimolo e da spunto, anche se, poi, emerge con immediatezza e spontaneità la voce del
soggetto e dell’interiorità del poeta che, solitario, ascolta i moti del proprio animo.

In queste primi componimenti compare già LA POETICA DELL’INDEFINITO E DEL VAGO:


Posto il desiderio infinito di piacere proprio dell’uomo, ogni limitazione produce una sensazione dolorosa; il
corrispettivo sul piano poetico è che tutto ciò che è limitato, definito nei suoi precisi contorni e limiti
produce la medesima sensazione di dolore e, quindi, risulta essenzialmente impoetico.
Poetico è, invece, tutto ciò che consente all’uomo di attingere una sensazione infinita, come le situazioni
lontane nello spazio e nel tempo; l’ignoto; il notturno, la penombra e la luna; il vago ossia il nebuloso,
l’indefinito, spesso sinonimi anche di vagheggiato; tutto ciò che è connesso all’infanzia e all’antico ma
anche ai posteri, al futuro, all’eternità e alla morte.

IL PESSIMISMO COSMICO E LA POETICA DELLA RICORDANZA


Dopo l’esperienza romana Leopardi sente l’inaridirsi della vena poetica e approfondisce la propria
meditazione filosofica sulla natura e sul destino dell’uomo, giungendo a elaborare il cosiddetto pessimismo
cosmico che costituisce l’assetto definitivo del suo pensiero. Chiedendosi – soprattutto nello Zibaldone e in
alcune delle Operette morali – chi sia l’artefice della contraddittoria condizione umana, Leopardi individua
nella natura la forza generatrice di ogni cosa e degli stessi modi di essere delle cose: da madre benefica,
allora, la natura diventa matrigna, malvagia e feroce, che illude e delude l’uomo, lo fa soffrire senza scopo,
rimanendo impassibile.
Infelice, allora, non è solo l’uomo ma tutte le creature; non sono solo le epoche adulte ma tutte le epoche;
la contraddizione è insita nella natura umana e non è mai esistito uno stato di natura primitivo e felice;
l’uomo, come tutte le altre creature, nasce al solo scopo di morire e l’esistenza universale è un ciclo
continuo di produzione e distruzione della materia il cui unico scopo è il mantenimento del sistema stesso.
La ragione, prima considerata causa dell’infelicità umana, diviene ora un efficace strumento conoscitivo
che, pur non conducendo alla felicità, consente di ottenere la dignità della consapevolezza. Il pessimismo
cosmico viene tematizzato in particolare nei Grandi Idilli (Le ricordanze, Il sabato del villaggio, La quiete
dopo la tempesta, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia) dove emerge il recupero degli affetti e dei
sentimenti, l’amarezza per la scoperta del vero e la polemica, pacata ma netta, contro la Natura.
All’indefinito e al vago, frutto di sensazioni particolari, si aggiunge, in maniera più sistematica, il recupero
memoriale: il ricordo di un passato remoto che consente di recuperare figure lontane (come la protagonista
di A Silvia) diviene il perno della poetica della ricordanza.

L’ULTIMO LEOPARDI E LA POETICA EROICA


Anche se rimangono validi i presupposti filosofici meccanicisti e la convinzione che l’unico scopo
dell’universo sia la conservazione di un perpetuo ciclo di produzione e di distruzione, negli ultimi anni della
vita di Leopardi cambia la sua disposizione d’animo, il suo modo di porsi di fronte alla società e al mondo.
Il poeta è più aperto e combattivo, più disposto a comunicare e a difendere le proprie amare verità, anche a
costo di polemizzare con chi non le riconosce, le deride o imputa il suo pessimismo alla malattia e alla
sofferenza personali. Diviene, quindi, più aspra anche la polemica contro il suo tempo e contro l’ottimismo
di quanti confidano nel progresso tecnico-scientifico e nello spiritualismo cristiano che crede nell’illusoria
esistenza di un disegno provvidenziale o di una vita ultraterrena. Corrispondono a questa poetica una
lingua e uno stile che non rinunciano ad asprezze, disarmonie foniche, ritmiche ricercate come forme
espressive più adatte a rendere le amare verità che sono oggetto delle poesie. Fra i componimenti più
significativi degli ultimi anni e di questa nuova poetica, occorre ricordare i canti del ciclo di Aspasia e gli
ultimi canti (tra cui Il tramonto della Luna e La ginestra).

L’INFINITO
L’infinito, tra i più celebri componimenti di Leopardi, è uno dei primi idilli; La peculiarità dell’idillio è quella
di proporre un’immagine piccola, ristretta, limitata: è quella che si presenta al poeta durante la
sua osservazione dell’orizzonte, ostacolata da una siepe, posta in cima a un colle (vedi l’immagine sopra);
pertanto, paradossalmente, alla base di un componimento che ha come tema l’infinito, si ritrova il senso
del limite e una visuale incompleta. Lo stesso dualismo si ritrova sul piano contenutistico, giocato su
un continuo confronto tra limite e illimitato, tra un’immagine, limitata e sbarrata, effettivamente vista, in
una dimensione reale e un’immagine o, meglio, una suggestione, che “nel pensier si finge”, che il poeta
crea in una dimensione virtuale, e per cui prova quasi spavento.
Più sinteticamente si tratta del continuo passaggio e del continuo gioco di rimandi tra ciò che vediamo e
sentiamo e ciò che immaginiamo, presentiamo, o ricordiamo; il continuo passaggio tra un piano empirico e
un piano virtuale che, spingendo il soggetto al limite delle sue facoltà razionali, richiama il sentimento del
naufragio e della morte.
Senza concedere nulla alla dimensione del sacro, alla teologia o alla metafisica e rimanendo all’interno di
una finzione immaginativa e poetica, Leopardi intende suscitare nel lettore due differenti sensazioni, una
visiva e l’altra uditiva, tese a produrre due differenti percezioni, una dell’infinito spaziale e una dell’infinito
temporale. Giacomo Leopardi non solo riesce a rendere esemplarmente la duplicità delle dimensioni
(quella percettiva e quella psicologica) coinvolte nell’esperienza cantata ma esemplifica al meglio anche
quella poetica dell’indefinito e del vago che privilegia sensazioni dai contorni sfumati, nebulose,
vagheggiate, ed è strettamente collegata a quella teoria del piacere secondo la quale (in base a una
riflessione del luglio 1820, contenuta nello Zibaldone) l’uomo ha un’inclinazione naturale all’infinito.
Per quanto riguarda lo schema metrico, ci troviamo di fronte a degli endecasillabi sciolti privi di strofe e di
rime.

IL SABATO DEL VILLAGGIO


Afferente ai Canti (nella sezione nota come "Grandi idilli") e composta poco dopo La quiete dopo la
tempesta, nel settembre 1829, questa lirica muove dalla rappresentazione di una scena di vita paesana per
indagare uno degli aspetti della teoria leopardiana del piacere: il piacere non è mai attuale ma è sempre
proiettato nel futuro, ovvero il piacere è attesa del piacere.
Canzone libera in endecasillabi e settenari, raggruppati in quattro strofe di lunghezza differente.
Nella prima parte de Il sabato del villaggio (vv. 1-37) troviamo la descrizione della vita paesana,
nell’atmosfera di un sabato primaverile che volge al termine, quando gli abitanti si preparano al successivo
giorno di festa. Compaiono nel canto figure esemplari, simboli della giovinezza, della vecchiaia e
dell’infanzia spensierata. Altre figure alludono alla quotidianità della vita del mondo contadino e assurgono
anche a simboli di una modernità lontana dallo stato di natura.
Le descrizioni, caratterizzate nettamente dal sensismo leopardiano, sono fitte di rimandi contenutistici e
formali alla tradizione classica (Virgilio e Petrarca).
Nella seconda parte del componimento, speculare alla prima, il poeta riflette sul fatto che è inutile
attendere quel piacere che in realtà non giungerà mai, mentre continueranno a esser presenti noia e
tristezza. Dalla settimana la riflessione sembra investire, poi, la vita: la gioia della giovinezza ingenerata
dall’attesa per l’età adulta, sarà tradita da una maturità dolorosa e priva di piacere, proprio come la
domenica disillude l’attesa del sabato.
L’invito che chiude il componimento, rivolto a un ragazzo ("garzoncello scherzoso"), simbolo dell’ingenuità
e dell’inconsapevolezza umane, è a non farsi cogliere dall’ansia di crescere, l’unica felicità possibile, infatti,
è l’attesa di un benessere a venire che, però, si rivelerà illusorio quando sarà raggiunto.
Anche se temi e posizioni dottrinarie sono quelle proprie del pessimismo cosmico il poeta non si
abbandona a un lamento tragico, ma mantiene uno stile piano e pacato.
LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA
Composta da Giacomo Leopardi nel 1829, La quiete dopo la tempesta è una poesia che fu pubblicata per la
prima volta nel 1831. Il componimento appartiene ai Canti e, in particolare, alla sezione nota come Canti
pisano-recanatesi (o Grandi idilli). In questo componimento il poeta ha un tono inizialmente festoso ed
esultante nel descrivere la vita che riprende, più animata e operosa di prima, dopo un forte e violento
temporale. Questo è il momento in cui Leopardi si distacca, almeno in maniera apparente, dal proprio
pessimismo cosmico. La seconda parte del canto, però, vede delinearsi la dolorosa meditazione
sull’infelicità inesorabile dell’essere umano, che prova gioia solamente nella cessazione momentanea del
dolore. La quiete dopo la tempesta è composta da tre strofe di endecasillabi e settenari disposti senza uno
schema fisso. Tripartita dal punto di vista formale, la poesia è bipartita da quello contenutistico: come si è
visto, ai primi versi distensivi, che celebrano il ritorno della quiete, segue l’amara riflessione sulla
condizione esistenziale umana.
La prima strofa della poesia è incentrata sul paesaggio. Leopardi presenta nella prima strofa una
scenografia dai toni idillici, metafora di una vita e di un’età gioiose. Il poeta dipinge la felicità di tutti quelli
che, finito il temporale, possono tornare a dedicarsi alle proprie attività, incuranti dell’angoscia
dell’esistenza e delle illusioni fuggenti che caratterizzano la natura umana. Il paesaggio rimane una costante
della poesia, evolvendosi e articolandosi nella progressione delle tre strofe. Questi primi versi hanno lo
scopo di unire tre importantissime dimensioni del sistema poetico di Giacomo
Leopardi: riflessione, sentimento e immaginazione.
Lo scenario dipinto da Leopardi si compone, quindi, sia di sensazioni visive (“sereno”, “rompe da ponente”)
che di sensazioni musicali-uditive, evidenti particolarmente in chiusura delle strofe (“tintinnio di sonagli”).
La seconda strofa è dedicata a una riflessione, e si apre con una frase che constata l’altrui felicità. Da subito
si nota il ritmo più lento, che si adatta alla voce poetica che è in pausa interrogativa. In questa strofa è
evidente il passaggio da osservazione a riflessione, che fa emergere il rapporto necessario tra sofferenza e
piacere, tipico della quiete. La serie di domande retoriche, scandite dalla figura del parallelismo, culminano
in una massima che sintetizza in pieno la visione del mondo di Leopardi.
Gli ultimi versi della seconda strofa mostrano un mondo e una natura catastrofici, nettamente all’opposto
rispetto a ciò che era in apertura della poesia, pacifico e felice.
La terza strofa presenta le conclusioni della poesia, il passaggio dalla riflessione sull’affanno dell’uomo al
ragionamento leopardiano, che si snoda lungo tutta la strofa, cupo e sarcastico.
Secondo Leopardi la natura non è per niente benigna nei riguardi dell’essere umano. Se l’uomo prova
piacere, è solo un dono casuale e assolutamente inaspettato.
Due condizioni di felicità può dunque sperimentare l’uomo: la prima, parziale e casuale, è semplicemente
dovuta alla temporanea cessazione degli affanni infertigli dalla natura; la seconda, eterna e massima, con
la morte.

A SILVIA
Composta a Recanati tra il 19 e il 20 Aprile del 1828 e comparsa per la prima volta nell’edizione
dei Canti curata dall’editore fiorentino Piatti, pubblicata nel 1831, A Silvia segna il ritorno alla poesia di
Giacomo Leopardi, dopo l’impegno profuso nella scrittura delle Operette morali. La poesia inaugura una
nuova stagione poetica, quella dei Grandi Idilli dove è messo a tema il cosiddetto pessimismo cosmico:
l’assetto definitivo della poetica di Leopardi dove la natura, matrigna, è vista come la scaturigine ultima
della sofferenza umana e la ragione, capace di instillare nell’uomo una consapevolezza carica di dignità
circa il proprio destino, è più impegnata nel recupero memoriale di figure appartenenti a un passato
remoto (la poetica della ricordanza).
Così, con A Silvia, Leopardi rievoca una figura femminile della sua giovinezza, storicamente identificabile
con Teresa Fattorini, coetanea del poeta e figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta prematuramente di
tisi, dieci anni prima.
Silvia diventa il simbolo della disillusione propria dell’età adulta, ma anche uno specchio di Leopardi stesso
che, costretto a una permanenza forzosa a Recanati per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, dopo
aver soggiornato in varie località italiane, vede in Silvia la morte in vita.
La poesia, un canto funebre che può essere inteso come “un’elegia sulla fine del modo poetico” deriva il
suo assetto metrico e stilistico dalla condizione esistenziale del poeta: dal momento che la libertà gli è
negata nella vita reale, Leopardi sceglie di viverla nella scrittura, dissolvendo i legami e le forme chiuse
proprie della poesia tradizionale. La canzone libera (vera e propria invenzione formale di Leopardi che
segna l’innovazione stilistica maggiore rispetto ai canti precedenti), metro di A Silvia, infatti, alterna
liberamente endecasillabi e settenari, che si susseguono senza uno schema fisso e riconoscibile.
Lo stesso discorso vale per lo schema rimico, libero come quello metrico: le rime sono comunque utilizzate
per sottolineare l’amarezza e lo sconforto del poeta, per questo sono poste nei passaggi più evocativi e
descrittivi della poesia e riescono a creare precisi effetti fonici e stilistici. Delle sei strofe che compongono
l’idillio, la prima, la più breve, ha funzione introduttiva; la seconda e la terza, più lunghe, sono parallele; la
quarta ha funzione di collegamento tra la prima e la seconda parte del componimento; la quinta e l’ultima,
sono, di nuovo, parallele.

LA GINESTRA
“La ginestra” di Giacomo Leopardi è stato uno dei suoi ultimi componimenti, edito postumo nel 1845
nell’edizione napoletana dei Canti, a cura di Antonio Ranieri. Il poemetto lirico-filosofico si compone di
sette lunghissime strofe in stile vario e metrica libera. “La ginestra” è stata composta presso Villa Ferrigni,
luogo che è stato oggi rinominato Villa della Ginestra, a Torre del Greco. Questo luogo si trova lungo quello
che viene chiamato il “miglio d’oro”, un tratto di strada che è famoso per le bellezze storiche e del
paesaggio, tra tutte le meravigliose ville d’età settecentesca. La ginestra o il fiore del deserto si apre con
una citazione dal Vangelo di Giovanni e viene riconosciuto come una sorta di testamento poetico di
Leopardi, il quale riflette sulla natura e sulla condizione umana mentre osserva una ginestra alle pendici del
Vesuvio. La ginestra fu probabilmente composta da Leopardi prima del "Tramonto della luna". Questo
lunghissimo poemetto è il più esteso dei Canti, con sette strofe di dimensioni eccezionali e lunghi periodi
che si snodano a volte a cavallo di decine di versi. Si può definire un poemetto lirico-filosofico, che per
dimensioni e genere può ricordare i "Sepolcri" di Ugo Foscolo. Si distingue, però, per il suo alto grado di
audacia formale, innovazione e radicalità a livello intellettuale. Per quanto riguarda tono e varietà di stile,
la Ginestra e un componimento vario che si lascia andare a toni diversi: da quelli infuocati e aspri della
polemica a quelli sublimi e complessi della contemplazione, passando per i toni più dolci del dialogo lirico.
Ognuna delle sette strofe rappresenta un’unità tematica a sé, ricca di gradazioni di toni, da invettiva a
sarcasmo, da elogio commosso a compassione.
Parlando di temi e struttura, si possono ben distinguere le varie strofe:

 Prima strofa: la ginestra viene scelta da Leopardi come sua interlocutrice alle pendici del Vesuvio,
dove un tempo si ergevano città fiorenti e ora sono deserte e ricoperte di rovine e cenere. Questo è
lo spazio che simboleggia il tragico destino dell’uomo. In questa strofa prevale il sarcasmo.
 Seconda strofa: qui il poeta definisce l’Ottocento come il «secol superbo e sciocco», accusandolo di
aver rifiutato le verità coraggiose del pensiero razionalista. Ancora dominano il tono e le parole
sprezzanti dell’invettiva.
 Terza strofa: in questa strofa Leopardi contrappone la stupidità di quelli che si rifiutano di
constatare la miseria umana alla grandezza di chi, invece, ammette la realtà e guarda in faccia la
miseria attribuendone la responsabilità alla natura, contro la quale gli uomini devono far fronte
comune stringendo legami sociali di solidarietà.
 Quarta strofa: qui la prospettiva dell’umana infelicità si allarga. Dall’esperienza personale del poeta
nasce una meditazione sull’universo e gli spazi celesti. Il poeta, sarcastico, non sa se ridere o avere
compassione dell’uomo, che si crede il centro dell’universo.
 Quinta strofa: in questa strofa c’è una lunga similitudine. Come un frutto cade da un albero e
distrugge un formicaio intero, così l’eruzione del Vesuvio risalente al 79 d.C. fece con Pompei,
Ercolano e Stabia, annientandole. La natura è indifferente, dunque, e per lei il destino umano non
ha più valore del destino delle formiche.
 Sesta strofa: qui Leopardi osserva come il vulcano sia distruttivo in modo incessante, presentando
un paragone tra il tempo umano e i grandi cicli naturali, che si susseguono in un tempo talmente
dilatato da far apparire tutto immobile.
 Settima strofa: l’ultima delle sette strofe, in questa il poeta parla nuovamente con la ginestra,
elogiandone l’umiltà e il coraggio. Fragile, nata nel deserto, anche lei è destinata a soccombere
sotto le colate laviche, lasciando spazio a un tono commosso dal lessico vago, che suggerisce il
cedimento del poeta a un destino di annientamento di tutto quanto, compresa l’eroica ginestra.

Tema chiave del componimento è la contemplazione del paesaggio attorno al Vesuvio, perfetta metafora
della condizione umana e del rapporto con la natura.
Il paesaggio: desertico, imponente, minaccioso, estraneo. Incarna l’indifferenza e la ferocia che Leopardi
attribuisce alla natura, vista come nemica e responsabile del dolore dell’uomo e di tutti gli esseri viventi
(come le formiche).
Con questa posizione Leopardi si distacca completamente da quella che era il suo credo durante il
“pessimismo storico”, cioè quando la negatività che si vive nel presente era considerata come perdita di
una condizione primitiva che era relativamente felice.
La natura, a partire dalle Operette morali (1824), comincia ad apparire come matrigna. Essa infligge
sofferenze alle proprie creature, come malattie e cataclismi, fino a farle arrivare alla morte.
Qui si vede il pessimismo cosmico tipico di Leopardi, quella visione totalmente negativa della natura per la
quale ogni essere vivente è condannato alla perpetua infelicità.
Il Vesuvio in questo componimento simboleggia questa natura devastatrice e onnipotente, e la storia
umana sembra priva di senso. Dalla distruzione di Pompei nulla è cambiato, constata Leopardi. Gli uomini
sono sempre fragili e costantemente esposti a una mortale minaccia. Di fronte a queste evidenze, Leopardi
deride l’ottimismo dei suoi contemporanei, accusandoli di codardia perché rifiutano di vedere ciò che è
vero. Eppure, una salvezza c’è: la solidarietà tra gli esseri umani. Solo così gli uomini possono reagire
all’ingiustizia della natura.
ALLA LUNA
Alla luna è un componimento scritto da Leopardi attorno al 1819 e inserito nell’edizione dei Canti del 1831.
L’aggiunta dei versi 13 e 14 è stata fatta nell’edizione postuma del 1845.
Il tema della poesia è squisitamente romantico. Essa sviluppa il rapporto che c’è tra uomo e paesaggio
notturno senza trascurare il tema assai caro di quanto un ricordo possa essere dolce e amaro per l’uomo.
La poesia parte con l’invocazione alla luna, astro molto caro a Leopardi e suo confidente rispetto alle
continue angosce che vive.
L’abitudine a confidarsi con la luna, se non con regolarità serrata con una certa periodicità, è sottolineata
dalla specificazione temporale "or volge l’anno" (v. 2): a un anno di distanza dall’ultima volta che si è
confidato con il satellite, Leopardi può fare un nuovo bilancio della propria vita e del proprio dolore.
Appare evidente sin da subito come, in questa poesia, ci sia una combinazione tra gli scorci di paesaggio
notturno e le sensazioni dell’autore nel momento in cui lo guarda e il ricordo di quando il poeta, già in
passato, andava a confidarsi con la luna. Leopardi si rivolge direttamente alla luna la quale, tuttavia,
comunque non può capire fino in fondo il suo tormento interiore: non a caso, mentre l’io poetico è "pien
d’angoscia" (v. 3), la luna è "graziosa" (v. 1).
Nella prima invocazione domina il paesaggio notturno verso il quale Leopardi proietta la propria angoscia
tornando su quel colle, un anno dopo, e vedendo la stessa luna che vide allora. Nonostante il tempo sia
passato, lo stato d’animo dell’autore non è cambiato.
La prima parte del componimento è dunque prevalentemente narrativa, mentre dal decimo verso in poi si
apre una riflessione teorico-filosofica incentrata sulla poetica della rimembranza.
Il poeta osserva la luna solo attraverso i suoi occhi, vedendola sfocata e deformata a causa del suo pianto.
Il dolore si rinnova, quindi, nell’incontro con la luna; non sappiamo la causa di questo male che il poeta sta
vivendo, un dolore immutabile di cui la luna è testimone.
Il ricordo di un passato triste che si tramuta in un presente triste sembra consolare il poeta, anche se nel
testo non viene spiegato il motivo per cui è così.
Tutta la poesia è strutturata strutturata sull’opposizione tra passato e presente, sebbene i sentimenti
permangano uguali il poeta trova un po’ di consolazione nel ricordo. Proprio il ricordo permette di avere il
tono dolce e pacato di questo testo.

CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA


Nella poesia il poeta si cala nelle vesti di un pastore e interroga la luna sulla sua condizione umana. Tra il
pastore e il suo gregge esiste, infatti, una differenza sostanziale: gli animali vivono beati e non conoscono
la sofferenza a cui l’uomo è condannato con la nascita.
La luna, impassibile, non dà nessuna risposta al pastore, lasciandolo solo a struggersi. Persino l’ultima
ipotesi di trovare felicità nel volo (la connessione tra volo e felicità è centrale anche nell’Elogio degli uccelli,
una delle Operette morali), sfocia nella consapevolezza della tragedia di essere al mondo. Canto notturno di
un pastore errante dell’Asia, nel suo delinearsi come narrazione continua, è un componimento
particolarmente emblematico della poetica leopardiana; forse il più rappresentativo della sua filosofia.
Il riferimento all’Asia da cui trae origine il componimento (è lo stesso Leopardi a dirlo in un appunto
dello Zibaldone) deriva da un racconto letto da Leopardi: il resoconto di un viaggio presso una popolazione
dell’Asia centrale, in cui veniva narrato come alcuni pastori si rivolgessero direttamente alla luna coi loro
canti.
Il pastore a cui è affidato il canto è però, fin da subito, portavoce del pensiero del poeta. È un pastore-
filosofo, che rivolge un disperato tentativo di dialogo a due creature mute, una celeste e lontanissima (la
Luna) e una vicina e terrena (il gregge), entrambe ugualmente prive di risposte.
Non è la prima volta che il poeta si rivolge alla Luna (un esempio su tutti è sicuramente l’idillio Alla Luna). A
questo topos letterario si sommano altri aspetti tipicamente romantici, tra cui l’ambientazione notturna e
l’esotismo.
La poesia è divisa in sei strofe, ognuna con una storia a sé. Gli interlocutori silenziosi del poeta sono
la luna e il suo gregge. Nella prima strofa egli si rivolge alla luna, eterna e muta, paragonando le proprie
condizioni di pastore a quelle dell’astro, simili per certi versi, ma completamente opposte per altri.
Non ottenendo alcuna risposta, il pastore si interroga sulla sua vita confrontandola con quella del suo
gregge e domandandosi perché gli animali, almeno in apparenza, non solo provino meno tormento
, ma soprattutto non conoscano la noia.
L’uomo, invece, non solo vive nel dolore fin dalla nascita (tanto che l’atto migliore che un genitore può fare
nei confronti dei propri figli è consolarlo), ma è subito vinto dalla noia.
Particolarmente rappresentativa della condizione umana è l’immagine del "vecchierel" che occupa la
seconda strofa del componimento: affronta avversità e fatiche indicibili solo per arrivare a un abisso pronto
a inghiottirlo.
Ma questa insensatezza e questa inconcepibilità della vita fanno un passo oltre e travolgono tutto ciò che
circonda il pastore, che si domanda non solo che scopo possa mai avere l’esistenza dell’uomo, ma quale
senso possano mai avere il gregge o il moto degli astri.
Un ultimo lampo di speranza, per il pastore, è il pensiero del volo, che subito viene però rovesciato,
ribadendo che la nascita, per ogni creatura, non è altro che fonte di dolore.

IL PASSERO SOLITARIO
Un primo appunto leopardiano legato a un "passero solitario" compare nel 1819, ma sono molte le ragioni
per ritenere che questa poesia sia stata composta invece solo dieci anni dopo, nel 1829.
Nell’edizione napoletana dei Canti (1835), la prima in cui la poesia fa la sua comparsa a stampa, Il passero
solitario occupa l’undicesimo posto, come prologo agli Idilli e subito prima de L’infinito.
L’intera poesia si basa su una similitudine tra il comportamento del passero e il comportamento del poeta.
Così come fa il passero solitario, anche Leopardi trascorre solitario la primavera, il periodo che dovrebbe
essere il più bello e felice per tutti. C’è però una differenza tra i due: se il passero lo fa per sua natura e vive
felicemente la sua condizione, Leopardi si sente incompreso ed estraneo al suo stesso luogo natale, privato
della giovinezza. Il passero, quindi, non avrà rimpianti per questo modo di aver vissuto, essendo il suo
comportamento tipico della sua natura; il poeta, per contro, sente che una volta arrivato alla vecchiaia avrà
un grosso rimpianto da sopportare a causa di tutte le gioie di cui non avrà goduto. La struttura della poesia
è simmetrica: la prima strofa è incentrata sul passero e sulle sue abitudini di vita, la seconda sul poeta, che
vive una condizione simile a quella dell’uccello. La terza è dedicata a un confronto tra i due, che mette in
contrapposizione la vecchiaia che entrambi vivranno: quella del passero sarà solo la parte finale della vita
che il destino gli avrà concesso, quella del poeta sarà costellata di rimpianti e pentimenti per gli anni della
giovinezza sprecati.
La lirica è pregna delle più profonde contraddizioni vissute dal poeta e vede una serie di temi cardine della
sua poetica contrapposti: vecchiaia e giovinezza, dolore e rifiuto per la vita e amore per
l’esistenza, pessimismo e ottimismo, folla e solitudine.
Tutti questi duelli vengono inseriti nella cornice di una riflessione sulla lacerazione tra gioia di vivere e
angoscia data dalla riflessione sulla realtà. La vecchiaia è vissuta come una “detestata soglia” e il rimpianto
della giovinezza (il “tempo migliore”) è già in agguato, ancor prima che questa sia effettivamente passata.
In quanto miglior tempo della vita, inoltre, e come da tradizione, la giovinezza è qui associata
alla primavera.
Oltre al rimpianto, Leopardi parla anche della nostalgia che proverà quando il tempo della giovinezza sarà
ormai perduto, per una vita ricca di emozioni lasciate andare e non vissute. Così come in altre poesie di
Leopardi, anche ne Il passero solitario ci sono molte immagini indefinite e vaghe, tanto care al poeta,
che stimolano l’immaginazione. “Alla campagna”, “per lo seren”, “torre antica”, “campagna rimota”: questi
sono tutti riferimenti indefiniti, complementi di luogo indeterminati, che contribuiscono a evocare lontane
vastità nel poeta e in chi lo legge.

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