Kori parla:
“Chi è lui? Beh… ti risponderei come vorrebbe lui, ma è un po’ più complesso di così.
E’ curioso che un umano che non sa nemmeno da chi sia stato partorito abbia così tanti nomi in
effetti. Lo chiamiamo amichevolmente Garth, per lo più, ormai da un inverno. Da quando è ormai
passato ufficilmente di grado, da “Arochir”, esploratore, a “Tirneneth”, ricognitore. Anche se
durante le missioni lo chiamano più semplicemente Nad-Si, che vuol dire qualcosa come
“infiltrato”. Ma lui ha deciso che il suo nome è Halvard. Halvard Jorgsen, per l’esattezza.
Garth, quindi. [Ride] Cioè: penetrante. Come una freccia ben calibrata. Ma, come ci ricorderebbe il
suo “custode” Thalion, la capacità di penetrazione non è data dalla qualità della freccia, ma da Nau-
va, ossia “la Presenza”. Solo stando in Nau-va si può “essere qui”, tutt’uno col bersaglio. Thalion è
stato una figura chiave nella sua vita, fornendogli addestramento, guida e sostegno durante tutto il
suo percorso. La sua saggezza e la sua conoscenza di Gûl - l’arte segreta - e del Davokar sono state
fondamentali per la sua crescita e per la comprensione di questo ambiente e delle sue dinamiche.
Ma del resto senza Elowen non sarebbe mai stato in grado di imparare a stare tra i Seldar. Per lui è
proprio una Lammath. Lo ha curato e nutrito con attenzione fin da quando era in fasce,
condividendo con lui conoscenze ed esperienze, ma soprattutto aiutandolo ad adattarsi al mondo
elfico e a comprendere le sottili sfumature delle interazioni elfiche. La sua amicizia è stata un
sostegno emotivo prezioso mentre vagava attraverso la complessità della sua identità. Lo capisco
bene: condividendo la medesima condizione di Brethil so cosa significa essere un umano cresciuto
coi Seldar. O “rapito”, come direbbero in Ambria… Per quanto mi riguarda, dopo tutti questi anni
non mi interessa più nulla capire se sono stata un’“eletta” o una “rapita”. Le cose sono andate così e
basta. E se proprio devo dirlo, beh, sto bene così. Rapita, e felice di esserlo. Certo, come dicono gli
ambriani forse non siamo più che animali domestici per gli elfi, ma meglio essere cresciuta qui così
che tra la feccia di Yndaros o in qualche sperduta campagna a zappare la dura terra completamente
esposti ad ogni tipo di pericolo. …Anche se per lui temo non sia esattamente così. Sarà da quasi due
interi Cicli che lo vedo più taciturno e pensieroso. Qualcuno si ostina a chimarlo neth, ma non si
rendono conto che non è più l’immaturo ragazzino che amava perdersi tra le fronde degli Alberi
Guardiani. Sta cambiando. E’ cambiato. Mi ha fatto discorsi sulle sue origini… Lo vedo inquieto.
Credo stia iniziando a sentire quello che gli elfi chiamano anfiriath: quel riverbero nel cuore che
indica una nostalgia intensa e profonda delle proprie ignote radici, che si risveglia in quasi tutti noi
giovani brethil. Quasi, appunto. Io ad esempio non l’ho ancora sentita. E credo non la sentirò mai.
Almeno credo. Ma io sono “solo” Kori, una rûn promettente, non un àrathir come lui. Che vuoi
farci? Se fosse solo uno Iòn Duàthrim (“figlio di contadini”, come lo chiamano i più ottusi dei
Seldar) non avrebbe di certo manifestato certe capacità. Chi lo conosce bene infatti lo chiama Iòn
Ēnedan… Contadini sì, ma con quella particolare connessione alla terra e alla Vita che pochi umani
hanno. Forse ha davvero un legame col rauða dei Seldar… E tutto questo, appunto, non lo fa stare
di certo tranquillo. E’ molto legato a questo posto, ed è davvero riconoscente nel cuore a tutto
quello che i Seldar gli hanno dato e trasmesso. Ed è anche molto coinvolto nel Patto di Ferro. Fino
allo scorso inverno non parlava d’altro e ha rischiato più volte la pelle in missione. Ma poi qualcosa
è cambiato. Anche Elowen, preoccupata, mi è venuta a chiedere di lui. Le ho condiviso il richiamo
che sente per la sua natura umana, ma non le ho ovviamente raccontato di quelle perplessità che
Garth… ehm, cioè Halvard, ha iniziato ad esprimere sui Seldar. Anche io ho provato a farlo
ragionare e a ricordargli che questa è la sua casa, che siamo dalla parte giusta della causa, e che
siamo stati fortunati ad essere stati scelti dai Seldar. Ma lui è confuso, sembra in conflitto… E sono
convinta che non mi stia raccontando tutto.
Del resto, quella volta in cui ha subìto quel terribile attacco nella foresta… gli ha lasciato profondi
segni. Da lì è cambiata tutta la sua vita. Era con i guerrieri, in una zona al confine con la foresta più
oscura; stavano controllando la zona con un orco, Ilgul-tre-zanne, che proprio Halvard aveva
conosciuto durante una ricognizione e convinto ad unirsi per eliminare delle creature immonde che
erano intenzionate a valicare i territori sotto controllo; quando improvvisamente, dal nulla, uscì un
Naur-Dul. I Seldar non hanno fatto in tempo ad intervenire e in men che non si dica quell’essere
intriso di corruzione era addosso ad Halvard e… chi era lì ha raccontato di un urlo disumano…
Straziante. La bestia gli ha avvelenato le gambe e si è come insinuata nella sua carne. E nella sua
anima. Quando solo qualche attimo dopo Ilgul e i maethor sono arrivati e lo hanno salvato, era in
fin di vita. Il suo recupero fu lungo e doloroso. Gli elfi usarono il loro antico sapere per guarire le
ferite fisiche, ma il marchio dell'oscurità persisteva. Halvard si risvegliò, ma la rapidità e l'agilità
che aveva conosciuto prima dell'attacco erano rimaste intrappolate tra le ombre di quella fatidica
notte. Fu proprio in quell’occasione così dolorosa e penosa, dopo aver lottato con tutte le sue forze,
che in qualche strano modo - che nemmeno lui riesce a spiegare – imparò istintivamente a guarire.
Lui, con le sue mani… incredibile! Al tempo stesso, però, tutto il suo corpo si era indebolito e
quelle stesse mani hanno iniziato a tremare di un fremito che non l’ha mai abbandonato. Nelle
situazioni improvvise, o di rischio, il tremore si accentuava e ogni cosa gli diventava molto difficile.
Fu a quel punto che iniziarono a mandarlo in missione tra gli umani, in Ambria, per evitargli le
missioni troppo impegnative nel Davokar. Ma essendo un testardo, non ha voluto accettare la
situazione ne evitare le ombre della foresta, e così ha insistito tanto da venire iniziato al Dui ú-hend,
il “flusso cieco”, una tecnica elfica in cui si attacca e ci si difende in un modo completamente
diverso. In Nau-va il tremore gli scompare, e riesce a fare affidamento a sensi più sottili e alla
totalità del suo essere.
Fu durante quel periodo che iniziò ad entrare davvero in contatto col mondo degli uomini, e non
solo ad odiarli meno, ma anche ad esserne in qualche modo attratto. Soprattutto quando una
ragazzina da quattro soldi - Evandra mi pare che si chiami - l’ha tratto d’impiccio da una situazione
poco piacevole con gentaglia che gli avrebbe fatto la pelle. A nulla, infatti, valsero i tentativi di
Halvard di persuadere le canaglie a credere che fosse un nipote di Lasifor Nottefonda e anzi, questo
complicò solo la situazione. Elogiava quella ragazzetta zoppa che gli salvò la vita. Ne rimanse
affascinato, da quel mondo intendo, da Ambria, presumo. Chissà dov’è ora? Un giorno tornò solo
per prendere le sue cose di fretta e salutarmi… e non lo vidi mai più.
Note:
La parola "spina" in Sindarin può essere tradotta come: 1. "Gort" o “Garth”: qualcosa di appuntito e puntuto"
La traduzione di "ricognitore" in linguaggio artificiale elfico sindarin è "Ecthiren" o "Tirneneth" (letteralmente
"osservatore" o "scopritore") o "Arochir" (letteralmente "esploratore").
“Arathir" - questa parola ha un significato più ampio di "erede", includendo anche il concetto di "successore" o
"discendente".
rauða (RAUTHA) – sangue