Geoing 23
Geoing 23
Geometria Euclidea
l’applicazione
x(P )
F : Σ −→ R3 P 7→ y(P )
z(P )
è una corrispondenza biunivoca fra lo spazio euclideo e R3 . Quindi possiamo
identificare lo spazio Σ con l’insieme delle terne di numeri reali R3 . L’in-
troduzione di un sistema di assi cartesiani è dovuta essenzialmente a René
Decartes, da noi chiamato Renato Cartesio. I suoi studi diedero un grande
impulso allo sviluppo della geometria analitica.
1
z
z(P)
O y(P)
y
x(P)
Figura 1.1.1. x
x1
b) moltiplicazione per scalare: dato X = x2 e λ ∈ R, definiamo
x3
λx1
λX := λx2 .
λx3
2
Y X +Y
X
O
3/2X
O
−1/2X
e) (λ + µ)X = λX + µX;
f ) λ(X + Y ) = λX + λY ;
3
Il vettore 0R3 si chiama il vettore nullo. Se X, Y ∈ R3 , denoteremo
X − Y := X + (−1)Y .
Sia λ ∈ R e X ∈ R3 . Allora:
• 1X = X;
• λ0R3 = 0R3 ;
• 0X = 0R3 ;
Siano X1 , . . . , Xk ∈ R3 .
ammette soluzioni.
Il vettore nullo è combinazione lineare dei vettori X1 , . . . , Xk . Infatti
4
è possibile scrivere il vettore nullo come combinazione lineare dei vettori
X1 , . . . , Xk con coefficienti non tutti nulli oppure se l’unica combinazione li-
neare dei vettori X1 , . . . , Xk uguale al vettore nullo è la combinazione lineare
banale.
Definizione 1.4. Siano X1 , . . . , Xk ∈ R3 . Diremo che:
• i vettori X1 , . . . , Xk ∈ R3 sono linearmente dipendenti se esistono
λ1 , . . . , λk ∈ R non tutti nulli, tali che
λ1 X1 + · · · + λk Xk = 0R3 ;
λ1 X1 + · · · + λk Xk = 0R3 ,
allora λ1 = · · · = λk = 0.
1 0 0
Esempio 1.5. Siano e1 = 0 , e2 = 1 , e3 = 0 . Ogni vettore
0 0 1
3
di R si scrive come combinazioni lineare dei vettori e1 , e2 , e3 .
z
X
e3
e2 y
e1
Figura 1.5.1. x
x1
Infatti, se X = x2 ∈ R3 , allora
x3
x1 1 0 0
x2 = x1 0 + x2 1 + x3 0 = x1 e1 + x2 e2 + x3 e3 .
x3 0 0 1
I vettori e1 , e2 , e3 sono anche linearmente indipendenti. Infatti, se
α1 e1 + α2 e2 + α3 e3 = 0R3
5
allora
α1 0
α2 = 0 ,
α3 0
per cui α1 = α2 = α3 = 0.
1 2 1
Esempio 1.6. Siano 1 , 3 , 0 . Per stabilire se i vettori sono
2 1 5
linearmente dipendenti, rispettivamente indipendenti, dobbiamo studiare per
quali valori di α1 , α2 , α3 ∈ R, si ha
1 2 1 0
α1 1 + α2 3 + α3 0 = 0 .
2 1 5 0
6
in cui x2 o x3 sono non nulli. Quindi se λX = 0R3 , allora λ = 0. Poiché
λ0R3 = 0R3 per ogni λ ∈ R, si ha il seguente criterio: X è linearmente
indipendente se e solamente se X 6= 0R3 .
Vediamo il caso di due vettori.
αX = −βY.
Esercizio 1.8.
R3 × R3 −→ R (X, Y ) 7→ hX, Y i = x1 y1 + x2 y2 + x3 y3 ,
7
x1 y1
per ogni X = x2 , Y = y2 ∈ R3
x3 y3
Il prodotto scalare canonico gode delle seguenti proprietà:
per cui
8
x1
Sia X = x2 . La norma o lunghezza di X è il numero reale non
x3
p p
negativo k X k:= hX, Xi = x21 + x22 + x23 . Definiamo la distanza fra
due vettori X, Y il numero reale non negativo d(X, Y ) =k X − Y k. In
particolare la lunghezza di un vettore X ∈ R3 è la distanza di X dal vettore
nullo.
Siano X, Y ∈ R3 non entrambi nulli. I vettori X e Y dividono un
θ
X
Y X +Y
θ
X
O
k X + Y k2 =k X k2 + k Y k2 −2 k X kk Y k cos ψ,
k X + Y k2 =k X k2 + k Y k2 +2 k X kk Y k cos θ.
9
Per le proprietà del prodotto scalare, si ha
k X + Y k2 = hX + Y, X + Y i
= hX, X + Y i + hY, X + Y i
= hX, Xi + hX, Y i + hY, Xi + hY, Y i
=k X k2 +2hX, Y i+ k Y k2
da cui segue
hX, Y i = cos θ k X kk Y k .
Poiché X e Y sono entrambi non nulli, abbiamo dimostrato la seguente
formula:
hX, Y i
cos θ = .
k X kk Y k
Vediamo alcune conseguenze della formula anteriore.
c) (Disuguaglianza di Cauchy-Schwartz)
|hX, Y i| ≤k X kk Y k .
S ⊥ := {X ∈ R3 : hX, si = 0 ∀s ∈ S}.
10
Proposizione 1.15. Siano v, w ∈ S ⊥ e λ ∈ R, allora v+w ∈ S ⊥ e λv ∈ S ⊥ .
Dimostrazione. Dimostreremo che v+w ∈ S ⊥ lasciando la secondo proprietà
per esercizio.
Per ipotesi hv, si = hw, si = 0 per ogni s ∈ S. Noi dobbiamo dimostrare
che
hv + w, si = 0
per ogni s ∈ S. Per le proprietà del prodotto scalare si ha
hv + w, si = hv, si + hw, si
= λ0 + µ0
= 0.
hX,Y i hX,Y i
• hX − hY,Y i Y, hY,Y i Y i = 0;
hX,Y i hX,Y i hX,Y i hX,Y i
• k X k2 =k X − hY,Y i Y, X − hY,Y i Y k2 + k hY,Y i Y, hY,Y i Y k2 ;
hX,Y i hX,Y i hX,Y i2
• k X k2 ≥k hY,Y i Y, hY,Y i Y k2 = kY k2
, per cui
k X k2 k Y k2 ≥ hX, Y i2
hX,Y i
. L’uguaglianza è verificata se e solamente se X = hY,Y i Y .
11
1.18 R3 : prodotto vettoriale
x1 y1
Siano X, Y ∈ R3 con X = x2 e Y = y2 . Definiamo il loro
x3 y3
prodotto vettoriale, che indicheremo con X × Y , come il vettore
x 2 y3 − x 3 y2
X × Y = −x1 y3 + x3 y1 .
x 1 y2 − x 2 y1
• (X + Y ) × Z = (X × Z) + (Y × Z);
• X × (Y + Z) = (X × Y ) + (X × Z);
• X × (λY ) = λ(X × Y );
12
x1 y1
Siano X = x2 , Y = y2 ∈ R3 tali che X × Y = 0. Allora
x3 y3
x2 y3 − x3 y2 = 0
−x1 y3 + x3 y1 = 0
x1 y2 − x2 y1 = 0
y1
ovvero Y = x1 X.
Analogamente gli altri casi.
x1 y1
Siano X = x2 , Y = y2 ∈ R3 . Allora
x3 y3
13
Teorema 1.21. Se X, Y, Z ∈ R3 sono vettori linearmente indipendenti,
allora per ogni P ∈ R3 esistono, e sono unici, α, β, γ ∈ R tale che
P = αX + βY + γZ.
Lemma 1.22. Se X, Y sono linearmente indipendenti, allora i vettori X, Y, X×
Y sono linearmente indipendenti.
Dimostrazione. Siano α, β, γ ∈ R tali che
αX + βY + γ(X × Y ) = 0R3 .
Allora, tenendo in mente che X × Y è ortogonale sia a X che Y , si ha
0 = h0R3 , X × Y i = hαX + βY + γ(X × Y ), X × Y i = γ k X × Y k2 .
Poiché X ×Y 6= 0R3 , tenendo in mente la prima proprietà del prodotto scala-
re, si ha γ = 0 per cui otteniamo una combinazione lineare dei vettori X, Y a
coefficienti α e β uguale al vettore nullo. Per ipotesi, X e Y sono linearmente
indipendenti, per cui si ha α = β = 0 concludendo la dimostrazione.
hX, Y i
0 = αhX, Y i + βhY, Y i − (αhX, Xi + βhX, Y i)
hX, Xi
ottenendo
0 = β hY, Y ihX, X, i − hX, Y i2 .
14
Siano X e Y sono vettori linearmente indipendenti, allora ogni vetto-
re si può scrivere in maniera unica come combinazione lineare dei vettori
X, Y, X × Y ed i vettori ortogonali a X e Y sono tutti e soli i multipli di
X × Y . Quindi la seguente figura
X ×Y
r : X = P + tA,
15
A
Figura 1.24.1.
Come insieme, la retta r è l’insieme dei vettori di R3 della forma:
r = {X ∈ R3 : X = P + tA : t ∈ R}.
P + tA = P + tA + to A − to A
= Q − to A + tA
= Q + (t − to )A
(t − t0 )
=Q+ B.
k
Dato un punto P , le rette che passano per P sono tutte e sole le rette date
da equazioni parametriche
X = P + tA, t ∈ R,
dove A è un vettore non nullo. L’insieme delle rette passanti per P si chiama
stella di rette di centro P . Se fissiamo un altro punto Q distinto dal primo
allora vi è una unica retta che passa tanto per P quanto per Q. Un’equazione
parametriche è data da
r = P + t(P − Q), t ∈ R.
16
Verifichiamo che r è la retta passante per P e Q. Se t = 0, otteniamo P . Se
t = −1 otteniamo Q. Proviamo che tale retta è unica.
Sia r : Q1 + tA una retta passante per P e Q. Allora esistono t1 , t2 ∈ R
tali che P = Q + t1 A e Q = Q1 + t2 A con t1 , t2 ∈ R. Poiché P 6= Q, ne segue
1
che t1 6= t2 e t1 −t2
(P − Q) = A (perché?). Se t ∈ R, allora
Q + tA = Q + t1 A + (t − t1 )A
= P1 + (t − t1 )A
t − t1
= P1 + (P1 − P2 ).
t1 − t2
Siano r1 = P1 + tA1 e r2 = P2 + tA2 due rette nello spazio. Diremo che le
rette sono ortogonali o perpendicolari se hA1 , A2 i = 0.
Le posizione reciproca di due rette nello spazio sono le seguenti. r1 ed
r2 sono coincidenti, e scriveremo r1 = r2 , se ogni elemento che appartiene
a r1 è un elemento di r2 e viceversa. In particolare i vettori direttori sono
linearmente dipendenti da cui segue che A1 × A2 = 0R3 . Poiché per due
punti passa una ed una sola retta, r1 = r2 se e solo se hanno due punti in
comune.
Esercizio 1.25. Dimostrare che r1 = r2 se e solamente se P1 ∈ r2 e A1 ×
A2 = 0R3 .
Le rette r1 e r2 si dicono parallele se non hanno punti in comune ed
hanno la stessa direzione (vedi figura 1.25.1).
r2
r1
Figura 1.25.1.
I vettori direttori di due rette parallele sono proporzionali per cui A1 e
A2 sono linearmente dipendenti. Questo significa che due rette sono r1 e
r2 sono parallele se e solamente se r1 e r2 non hanno punti in comune ed
A1 × A2 = 0R3 .
Esercizio 1.26. Siano r1 : P + tA1 , t ∈ R e s : Q + sA2 , s ∈ R due
rette nello spazio. Dimostrare che r1 e r2 sono parallele se e solamente se
A1 × A2 = 0R3 e (P − Q) × A1 6= 0R3
17
Le rette r1 e r2 sono incidenti se hanno esattamente un punto in comune
(vedi figura 1.26.1). I vettori direttori sono necessariamente linearmente
indipendenti (A1 × A2 6= 0R3 ). Altrimenti le due rette sarebbero coincidenti
(verificare!).
r2
r1
Figura 1.26.1.
Infine, due rette si dicono sghembe se non sono né incidenti, né coincidenti
e né parallele. Quindi r1 e r2 sono sghembe se e solamente se non hanno
punti in comune ed i vettori direttori sono linearmente indipendenti (vedi
figura 1.26.2).
z
Figura 1.26.2. x r
18
a
b =6 0, allora il piano passante per l’origine e ortogonale ad n è l’insieme
c
x x
{n}⊥ = y ∈ R3 : hX, ni = 0 = y ∈ R3 : ax + by + cz = 0 .
z z
π
Figura 1.27.1.
19
Esercizio 1.29. Sia π = X ∈ R3 : hX − P, ni = 0 un piano nello spazio.
20
Esercizio 1.30. Sia π = {X ∈ R3 : hX − P, ni = 0} un piano nello spazio.
Siano Q1 , Q2 due punti distinti. Il piano π contiene i punti Q1 e Q2 se e
solamente se contiene la retta passante per Q1 e Q2 .
Proposizione 1.32. Esiste un unico piano passante per tre punti non alli-
neati.
hX − P1 , n0 i = khX − P1 , ni,
21
Calcolare equazioni parametriche per un piano significa risolvere un
sistema lineare.
Sia π : ax + by + cz + d = 0 un piano nello spazio. Poiché il vettore n =
a
b è non nullo, allora a, b, c non sono tutti nulli. Supponiamo che a 6= 0.
c
Possiamo ricavare la variabile x in funzione dell’altre: x = − ad − ab y − ac z.
Quindi
d b
− a − a y − ac z
π= y : y, z ∈ R
z
−d/a −b/a −c/a
= 0 +y 1 +z 0 .
0 0 1
P + yv + zw, y, z ∈ R,
−d/a −b/a −c/a
dove P = 0 , v = 1 e w = 0 . Il vettore P ∈ π
0 0 1
mentre v e w sono vettori linearmenti indipendenti e ortogonali a n. Al
variare di y e z ottengo tutti e soli i vettori che appartengono a π e sono
chiamate equazioni parametriche. Analogamente gli altri casi. Se b 6= 0,
allora y = − db − ab x − cb z per cui
0 1 0
π = −d/b + x −a/b + z −c/b x, z ∈ R ;
0 0 1
22
Esempio 1.34. Determinare equazioni parametriche per il piano π : 2x −
y + z = 4. Possiamo ricavare y = 2x + z − 4, per cui si ha
x
π = 2x + z − 4 : x, z ∈ R
z
0 1 0
= −4 + x 2 + z 1 , x, z ∈ R ;
0 0 1
Proposizione 1.35. Sia π l’insieme dei vettori dello spazio della forma
π : P + tV + sW, ∀s, t ∈ R,
X − P = αV + βW + γn.
23
per cui γ = 0 (perché?). Questo significa che X − P = αV + βW , da cui
segue che
X = P + αV + βW ∈ π.
Quindi
π : 2x + y + z = d.
1
Imponendo il passaggio per 2 si ha
−1
2x + y + z = 3.
24
Esercizio 1.38. Sia r : P + tA, t ∈ R, A 6= 0R3 una retta nello spazio e
sia Q un punto non appartiene a r. Dimostrare che esiste un unico piano
contenente la retta r e passante per Q. Tale piano ha equazioni parametriche
π : P + tA + s(P − Q), s, t ∈ R.
5x + 10z = −15.
π1 : k(a2 x + b2 y + c2 z) = d1
25
Quindi se kd2 = d1 , allora π1 = π2 altrimenti π1 ∩ π2 = ∅.
Supponiamo che π1 = π2 . Possiamo scrivere equazioni parametriche per
π1 : P + αV + βW , dove V e W sono vettori linearmente indipendenti e
ortogonali a n1 e n2 rispettivamente. I vettori n1 e n2 sono proporzionali a
V ×W per cui sono linearmente dipendenti (perché?). Quindi n1 ×n1 = 0R3 .
Supponiamo che n1 × n2 6= 0R3 . Nostro obbiettivo è dimostrare che
π1 ∩ π2 è una retta.
Sia π1 : P + tV + sW equazioni parametriche di π1 . Ricordiamo che P
è un qualsiasi punto appartenente a π1 .
Osserviamo che hV, n2 i e hW, n2 i non possono essere entrambi nulli. Altri-
menti, per la Proposizione 1.23 n2 = h(V × W ) per cui n1 × n2 = 0R3 .
26
è contenuta in π2 per cui π1 ∩ π2 contiene una retta.
n2
n1
π2
π1
27
Figura 1.39.1.
r
π1
π2
28
Analogamente se a2 6= 0, allora
x a1 (y − yo ) a3 (y − yo )
r = y ∈ R3 : x − xo = , z − zo = , ;
a2 a2
z
se a3 6= 0, allora
x a2 (z − zo ) a3 (z − zo )
r = y ∈ R3 : y − yo = , y − yo = , .
a3 a1
z
Esempio 1.41.
x=1+t
r: y = 2 + 2t
z = 3t
29
Esempio 1.42. Sia
x−y+z =1
r: .
y − 2z = 2
Allora un vettore direttore di r è il vettore
1 0 1
−1 × 1 = 2 .
1 −2 1
L’insieme dei piani passanti per una retta r si chiama fascio di piani di
asse r. Se la retta r ha equazioni cartesiane
ax + by + cz + d = 0
,
a0 x + b0 y + c0 z + d0 = 0
λ(ax + by + cz + d) + µ(a0 x + b0 y + c0 z + d0 ) = 0
Il fascio dei piani di asse r può essere utilizzato per risolvere alcuni tipi di
esercizi.
α(x − y − z − 1) + β(x + y + z − 2) = 0,
30
Esempio 1.44. Determinare un’equazione cartesiana della retta r incidente
ed ortogonale alle rette
x−z =0 x+y =2
s1 : s2 :
2x − y = 2 y+z =4
α(x − z) + β(2x − y − 2) = 0.
Imponendo la condizione
hnα,β , Ai = 0 ⇐⇒ α + 2β + α = 2(α + β) = 0,
α(x + y − 2) + β(y + z − 4) = 0.
hnα,β , Ai = 0 ⇐⇒ α − β = 0,
31
Terminiamo la sezione analizzando la mutua posizione di una retta ed
un piano nello spazio.
a
Sia r : P +tA, t ∈ R e π : ax+by +cz +d = 0. Indichiamo con n = b
c
il vettore normale al piano. Allora:
• r ⊂ π se e solamente se P ∈ π e hA, ni = 0;
Figura 1.44.1.
n
r
π
Figura 1.44.2.
n
32
Figura 1.44.3.
n
r
Q
π
Esempio
1.45. Determinare equazioni cartesiane della retta r passante per
1
P = 2 , parallela al piano x + y − z = 6 ed incidente l’asse delle x.
1
La retta cercata, passa per P ed è parallela al piano x + y − z = 6, per
cui è contenuta nel piano π : x + y − z = 2. L’intersezione del piano π e
l’asse delle x è il vettore
2
π ∩ {asse x} = 0 = Q.
0
Quindi
r : P + t(P − Q),
ovvero
x=1−t
r: y = 2 + 2t
z =1+t
33
cartesiane
x + y − z = d.
Imponendo il passaggio per P troviamo il piano che contiene la retta cercata,
ovvero x + y − z = 2. Applicando il metodo del fascio troviamo che un piano
che contiene l’asse delle x ha equazioni cartesiane
αy + βz = 0.
Imponendo il passaggio per P , troviamo il piano contenente sia l’asse delle
x e la retta r, ovvero −y + 2z = 0. Quindi
x+y−z =2
r: .
−y + 2z = 0
Definizione 1.46. Due rette r1 ed r2 si dicono complanari se esiste un
piano π che le contiene entrambe.
Due rette sghembe non sono complanari. Infatti, se due rette sono contenute
in un piano π allora sono parallele oppure incidenti.
Siano s1 e s2 due rette incidenti. Se indichiamo con P = s1 ∩s2 , possiamo
scrivere s1 : P + tA1 , t ∈ R e s1 : P + sA2 , s ∈ R. Ricordiamo che
A1 × A2 6= 0R3 . Il piano
π : P + tA1 + sA2 , s, t ∈ R,
è un piano contenente s1 e s2 (verificare). Tale piano è unico poiché passa
per tre punti non allineati: P, P + A1 , P + A2 .
Esercizio 1.47. Siano s1 : P + tA1 , t ∈ R e s1 = Q + sA2 , s ∈ R due rette
incidenti. Dimostrare che
π : P + tA1 + sA2 , s, t ∈ R,
è il piano contenente s1 e s2 .
Siano s1 e s2 due rette parallele. Allora s1 : P + tA, t ∈ R e s1 : Q + sA,
s ∈ R e A 6= 0R3 . Poiché le due rette sono parallele, si ha (P − Q) × A 6= 0R3 .
Il piano
π : P + tA + s(P − Q), s, t ∈ R,
è un piano contenente s1 e s2 . Tale piano è unico poiché passa per tre punti
non allineati: Q, P, Q + A. Riassumendo abbiamo dimostrato il seguente
risultato.
Proposizione 1.48. Due rette sono complanari se e solamente se sono
parallele oppure incidenti. Inoltre tale piano è unico.
34
Capitolo 2
Spazi Vettoriali
V × V −→ V K × V −→ V
a) u + (v + w) = (u + v) + w;
b) v + w = w + v;
d) ∀v ∈ V , ∃v 0 ∈ V tale che v + v 0 = v 0 + v = 0V ;
e) λ(v + w) = λv + λw;
f ) (λ + µ)v = λv + µv;
h) 1v = v, per ogni v ∈ V ;
35
Proposizione 2.3. Sia V uno spazio vettoriale su K. Allora:
• siano v, w, z ∈ V . Se v + w = v + z allora w = z;
• ∃!0V ∈ V tale che per ogni v ∈ V si ha v + 0V = 0V + v = v;
• sia 0 ∈ K. Allora 0v = 0V per ogni v ∈ V ;
• ∀v ∈ V esiste un unico v 0 ∈ V : v + v 0 = v 0 + v = 0V . Inoltre
v 0 = (−1)v;
• per ogni λ ∈ K si ha λ0V = 0V ;
• sia v 6= 0V . Allora λv = 0V se e solamente se λ = 0.
Dimostrazione. Se
v + w = v + z,
sommanda, in entrambi i menbri, l’opposto di v rispetto alla somma si ha
w = z.
0V = 0V + 00V = 00V .
0v = (0 + 0)v = 0v + 0v.
0v = 0V .
v 0 = v 0 + 0V = v 0 + (v + v 00 ) = (v 0 + v) + v 00 = 0V + v 00 = v 00 .
Sia λ ∈ K. Allora
36
Da qui in avanti, denoteremo v −w := v +(−1)w. Vediamo alcuni esempi
di spazi vettoriali.
Sia
x1
n ..
R = . x1 , . . . , x n ∈ R ,
xn
x1
l’insieme delle n-eplu ordinate di numeri reali. Se X = ... , Y =
xn
y1
..
. , allora X = Y se x1 = y1 , . . . , xn = yn . Somma e moltiplicazione
yn
per scalare sono definite come segue:
x1 + y1
a) X + Y = ..
;
.
xn + yn
λx1
b) λX =
.. ,
.
λxn
Proposizione 2.4. (Rn , +, ·) è uno spazio vettoriale su R.
0
..
Osserviamo che Il vettore nullo è . .
0
Sia
x1
n
C =
.. x , . . . , x ∈ K ,
. 1 n
xn
x1
i.e., l’insieme delle n-ple ordinate di numeri complessi. Se X = ... , Y =
xn
y1
..
. ∈ Cn , allora X = Y se x1 = y1 , . . . , xn = yn . Possiamo definire una
yn
somma ed una moltiplicazione per scalare come segue:
37
x1 y1 x1 + y1
a) ... + ... = ..
;
.
xn yn xn + yn
x1 λx1
b) λ ... = ... .
xn λxn
Proposizione 2.5. (Cn , +, ·) è uno spazio vettoriale su C.
Sia K = R oppure K = C. Poniamo
K[x] := {a0 + a1 x + · · · + an xn : a0 , . . . , an ∈ K, n ∈ N}.
Siano v, w ∈ K[x]. Se v = a0 + a1 x + · · · + an xn e w = b0 + b1 x + · · · + bm xm ,
allora diremo che v = w se e solamente se n = m e a0 = b0 , . . . , an = bn .
Somma e moltiplicazione per scalare sono cosı̀ definite: se m > n, allora
possiamo scrivere v = a0 + a1 x + · · · + an xn + 0xn+1 + · · · + 0xm ; se m < n,
allora possiamo scrivere w = b0 + b1 x + · · · + bm xm + 0xm+1 + · · · 0xn per
cui possiamo assumere che n = m e definiamo
v + w := (a0 + b0 ) + · · · + (an + bn )xn λv := λa0 + · · · + λan xn .
Per esempio:
(x+2x3 +x4 +5x5 )+(1−3x+2x2 −x3 +x4 +x6 ) = 1−2x+2x2 +x3 +2x4 +5x5 +x6 ;
3(1 − x + 2x2 − 3x3 ) = 3 − 3x + 6x2 − 9x3 .
L’insieme K[x] con le operazioni appena definite è uno spazio vettoriale su
K. Il vettore nullo è il polinomio che ha tutti i coefficienti uguali a zero
chiamato il polinomio nullo.
Sia Kn [x] = {a0 + a1 x + · · · + an xn : a0 , . . . , an ∈ K} l’insieme dei
polinomi di grado minore oppure uguale a n. Le operazione
v + w := (a0 + b0 ) + · · · + (an + bn )xn λv := λa0 + · · · + λan xn .
definiscono una struttura di spazio vettoriale su K.
Se X un insieme e sia V = {f : X −→ K} l’insieme di tutte le applicazio-
ni di X a valori nel campo K. V ammette una struttura di spazio vettoriale
come segue:
(f + g)(p) := f (p) + g(p) (λf )(p) := λf (p).
Il vettore nullo è l’applicazione che associa ad ogni elemento di X l’elemento
0 ∈ K, ovvero l’applicazione che vale costantemente 0 ∈ K.
38
Definizione 2.6. Un sottoinsieme W ⊆ V non vuoto si dice un sottospazio
vettoriale di V se
Esempio 2.9.
39
d) sia K[x] l’insieme dei polinomi a coefficienti in K e sia p = a0 + a1 x +
· · · + an xn ∈ K[x]. Possiamo pensare a p come una funzione come
segue:
p : K −→ K α 7→ p(α) = a0 + a1 α + · · · + an αn .
È facile verificare che (p + q)(α) = p(α) + q(α) ed (λp)(α) = λp(α).
Se β ∈ K, allora W = {p ∈ K[x] : p(β) = 0} è un sottospazio vettoriale
di K[x];
e) sia V = {f : R −→ R. Allora W = {f ∈ V : f (1) = 0} è un
sottospazio vettoriale di V ;
Esercizio 2.10. In R3 si consideri r una retta passante per l’origine. Di-
mostrare che r è un sottospazio vettoriale di R3 . Cosa posso dire se r non
passa per l’origine?
Esercizio 2.11. In R3 si consideri π un piano passante per l’origine. Di-
mostrare che π è un sottospazio vettoriale di R3 . Cosa posso dire se π non
passa per l’origine?
1 1
2 0
1 1 4
0 −1 ∈ R . Questo significa studiare l’esistenza α1 , α2 , α3 ∈ R
,
5 3
tali che
1 2 0 1
1 1 1 1
α1 1 + α2 0 + α3 −1 = 0 ,
1 5 3 1
40
ovvero
α1 + 2α2 1
α1 + α2 + α3 1
= ,
α1 − α3 0
α1 + 5α2 + 3α3 1
da cui segue che
α1 + 2α2 = 1
α1 + α2 + α3 = 1
α − α3 = 0
1
α1 + 5α2 + 3α3 = 1.
1 1 2
1 1 1
Quindi stabilire se
0 è combinazione lineare dei vettori 1 , 0 ,
1 1 5
0
1
−1 è equivalente a stabilire se il sistema lineare anteriore ammet-
3
te soluzioni (combinazione lineare) oppure non ammette soluzioni (non è
combinazione lineare).
r : X = tA, t ∈ R, A 6= 0.
Allora r = L(A).
Un piano passante per l’origine ha equazioni parametriche:
π : X = tv + sw, s, t ∈ R, v × w 6= 0,
41
Dimostrazione. Dobbiamo dimostrare che se v, w ∈ L(v1 , . . . , vs ) e λ ∈ K,
allora v + w ∈ L(v1 , . . . , vs ) e λv ∈ L(v1 , . . . , vs ).
Se v, w ∈ L(v1 , . . . , vs ), allora esistono α1 , . . . αs , rispettivamente β1 , . . . , βs ,
tali che v = α1 v1 + . . . + αs vs , rispettivamente w = β1 v1 + · · · + βs vs . Allora
v + w = α1 v1 + · · · + αs vs + β1 v1 + · · · + βs vs
= (α1 + β1 )v1 + · · · + (αs + βs )vs ∈ L(v1 , . . . , vs )
e
λv = λα1 v1 + · · · + λαs vs ∈ L(v1 , . . . , vs ).
42
c) v1 , . . . , vs formano un sistema di generatori se L(v1 , . . . , vs ) = V .
Se V ammette un sistema di generatori, diremo che V è finitamente
generato.
1 1 0 2
0 1 1 1
Esempio 2.21. In R4 si considerino i vettori 0 , −1 , −3 , −1
.
1 0 1 1
I vettori sono linearmente dipendenti se esistono α1 , . . . , α4 ∈ R non tutti
nulli tali che
1 1 0 2 0
0 1 1 1 0
α1 0 + α2 −1 + α3 −3 + α4 −1 = 0 ,
1 0 1 1 0
per cui se e solamente se esistono α1 , α2 , α3 , α4 non tutti nulli tali che
α1 + α2 + 2α4 0
α2 + α3 + α4 0
−α2 − 3α3 − α4 =
.
0
α1 + α3 + α4 0
Quindi, se il sistema lineare
α1 + α2 + 2α4 = 0
α2 + α3 + α4 = 0
.
−α 2 − 3α3 − α4 = 0
α1 + α3 + α4 = 0
ammette solzioni ”non banali”, ovvero α1 , α2 , α3 , α4 non tutti nulli che ve-
rificano le equazioni anteriori, allora i vettori sono linearmente dipendenti.
Altrimenti i vettori sono linearmente indipendenti.
1 0
.. ..
Esempio 2.22. Siano e1 = . , . . . , en = . ∈ Kn . Ogni vettore
0 1
X ∈ Kn è combinazione lineare di e1 , . . . , en . Infatti
x1
..
. = x1 e1 + · · · + xn en .
xn
Quindi L(e1 , . . . , en ) = Kn . Si osservi inoltre che i vettori e1 , . . . , en sono
linearmente indipendenti.
43
Esempio 2.23. Siano 1, 1 + x, 1 − x + x2 ∈ R2 [x]. Il vettore 1 + x + 3x2 ∈
L(1, 1 + x, 1 − x + x2 ) se esistono α1 , α2 , α3 ∈ R tali che
α1 1 + α2 (1 + x) + α3 (1 − x + x2 ) = 1 + x + 3x2 ,
quindi se e solamente se
(α1 + α2 + α3 ) + (α2 − α3 )x + α3 x2 = 1 + x + 3x2 .
Quindi, se il sistema lineare
α1 + α2 + α3 = 1
α2 − α3 = 1 ,
α3 = 3
44
Capitolo 3
Matrici
am1 amn
45
sono le colonne di A; analogamente
λA := (λaij ) 1≤i≤m
1≤j ≤n
1 0 3 2 1 3
Esempio 3.6. Siano A = ,B = ∈ M2×3 (R),
0 1 3 9 0 −3
allora
1+2 0+1 3+3 3 1 6 −3 0 −9
A+B = = , −3A = .
0+9 1+0 3−3 9 1 0 0 −3 −9
46
Proposizione 3.7. Mn×m (K) è uno spazio vettoriale su K.
0 ··· 0
.. . . .. chiamata anche
Il vettore nullo è la matrice 0Mm×n (K) = . . .
0 ··· 0
matrice nulla.
AT = (aji ) 1≤j ≤n .
1≤i≤m
A = (aij ) 1≤i≤m ,
1≤j ≤n
47
1+i i 3−i
Esempio 3.11. Sia A = . Allora
i 1 i
1 − i −i 3 + i
A= .
−i 1 −i
L’aggiunto di A è data da
1 − i −i
A∗ = −i 1 .
3 + i −i
a) (A + B) = A + B;
b) (λA) = λA;
c) A = A;
d) (A + B)∗ = A∗ + B ∗ ;
e) (λA)∗ = λA∗ ;
f ) (A∗ )∗ = A;
48
La matrice nulla è una matrice diagonale. La matrice identità di ordine n,
che indicheremo con Idn oppure Id ove fosse chiaro il formato, è la matrice
diagonale che ha tutti gli elementi uguali ad 1 sulla diagonale principale:
1 0 ··· 0
0 1 0
.. .. .
. . ..
0 ··· ··· 1
La somma di due matrici diagonali è ancora una matrice diagonale per cui
l’insieme delle matrici diagonali è chiuso rispetto alla somma. Infatti,
∗ 0 ··· 0 ∗ 0 ··· 0 ∗ 0 ··· 0
0 ∗
0 ∗
0 0 ∗
0 0
+ = .. .
.. . . .
. .
. . . .
. .
. . .
. . . . . . . . .
0 ··· ··· ∗ 0 ··· ··· ∗ 0 ··· ··· ∗
∗ ∗ ∗ ··· ∗
0 ∗ ∗ ··· ∗
.. .. .. ..
A=
. . . .:
..
. ∗
0 ··· 0 ∗
∗ 0 ··· 0
∗ ∗
.. ..
∗ ∗
A= . .
.. .. . . ..
. . . . 0
∗ ∗ ··· ∗ ∗
49
aij = 0 quando i < j. L’insieme della matrici triangolari superiori, ri-
spettivamente triangolari inferiori, è chiuso rispetto alla somma ed è chiuso
rispetto alla moltiplicazione per scalare Mn×n (K) per cui sono sottospazi vet-
toriali. Diamo una prova quasi rigorosa che la somma di matrici triangolari
superiori è ancora una matrice triangolare superiore e motiplicando per uno
scalare una matrice triangolare inferiore si ottiene una matrice triangolare
inferiore, lasciando le altre verifiche per esercizio.
∗ ∗ ··· ∗ ∗ ∗ ··· ∗ ∗ ∗ ··· ∗
0 ∗ ··· ∗ 0 ∗ ··· ∗ 0 ∗ ··· ∗
.. + .. .. = .. .. .
.. . . . . . .
. . . . . . . . .
0 ··· 0 ∗ 0 ··· 0 ∗ 0 ··· 0 ∗
Sia λ ∈ K. Allora
∗ 0 ··· 0 λ∗ 0 ··· 0
∗ ∗ ··· 0 λ∗ λ∗ ··· 0
λ . = .
.. .. .. .. ..
.. . . . . .
∗ ··· ∗ ∗ λ∗ · · · λ∗ λ∗
allora
∗ ∗ ··· ∗
∗ ∗ ··· ∗
AT = .. ..
.
. .
· ∗
∗ ··· ∗ ∗
Quindi la diagonale principale di A coincide con la diagonale principale di
AT .
Sia A ∈ Mn×n (R). Diremo che A è simmetrica se A = AT . Diremo che A
è antisimmetrica se A = −AT . Se A = (aij ) 1 ≤ i ≤ n , allora A è simmetrica,
1≤j ≤n
50
rispettivamente antisimmetrica, se e solamente se aij = aji , rispettivamente
aij = −aji , per ogni 1 ≤ i, j ≤ n. Se A è simmetrica, allora
∗ ∗ ··· ∗
∗ ∗ ··· ∗
A = ... .. ,
.
· ∗
∗ ··· ∗ ∗
(A + B)T = AT + B T = A + B.
51
se A = A∗ , rispettivamente A = −A∗ . Se A = (aij ) 1≤i≤n è Hermitia-
1≤j ≤n
na allora aij = aji per ogni 1 ≤ i, j ≤ n, mentre se A = (aij ) 1≤i≤n è
1≤j ≤n
anti-Hermitiana, allora aij = −aji per ogni 1 ≤ i, j ≤ n.
∗ ∗ ··· ∗
∗ ∗ ··· ∗
A = ... .. ,
.
· ∗
∗ ··· ∗ ∗
allora
∗ ∗ ··· ∗
∗ ∗ ··· ∗
A = ∗ .. ..
.
. .
· ∗
∗ ··· ∗ ∗
Se A è Hermitiana, allora
∗ ∗ ··· ∗
∗ ∗ ··· ∗
A= .. ..
,
. .
· ∗
∗ ··· ∗ ∗
52
La somma di matrici Hermitiane, rispettivamente anti-Hermitiane, è an-
cora una matrice Hermitiana, rispettivamente anti-Hermitiana (verificare
per esercizio). Tuttavia, l’insieme delle metrici Hermitiane (anti-Hermitiane)
non è chiuso rispetto alla moltiplicazione per scalare. Infatti è possibile
dimostrare che una matrice A è Hermitiana se e solamente se iA è anti-
Hermitiana.
b) Tr(λA) = λTr(A);
c) Tr(A) = Tr(AT );
p
X
cij = aih bhj .
h=1
Esempio 3.17.
−1 2
1 0 2 2 −3 −6
0 = .
0 2 −3 7 12
−1 −4
53
Il prodotto definisce un’applicazione
Può succedere che la matrice AB sia definita mentre BA non sia definita.
Per esempio se A ∈ M3×4 (R) e B ∈ M4×2 (R), allora AB è definita mentre
BA no. Se A ∈ Mn×m (K) e B ∈ Mm×n (K), con n 6= m, allora le matrici
AB e BA non sono confrontabili. La domanda se il produtto di due ma-
trici è commutativo ha senso solo se consideriamo matrici quadrate dello
stesso ordine. Il prossimo esempio dimostra che il prodotto di matrici non
è commutativo per cui, generalmente, AB 6= BA. È anche possibile che
AB = 0Mn×n (K) benché le matrici A e B non siano la matrice nulla.
0 1 1 0
Esempio 3.18. Siano A = ,C= . Allora:
0 0 0 0
0 0
• AC = ;
0 0
• CA = A;
0 0
• AA = ;
0 0
• CC = C;
Sia A = (aij ) 1≤i≤n e sia p ∈ N. Definiamo Ap = A
| ·{z
· · A} se p > 0. Il
1≤j ≤n
p
prodotto di matrici gode delle seguenti proprietà.
Proposizione 3.19. Sia A ∈ Mm×n (K), B, C ∈ Mn×p (K), D ∈ Mp×q (K)
e λ ∈ K. Allora
a) A Idn = A e Idn B = B;
b) A(BD) = (AB)D;
c) A(B + C) = AB + AC;
d) (B + C)D = BD + CD;
f ) (AB)T = B T AT ;
g) se K = C, allora (AB)∗ = B ∗ A∗ .
54
Dimostrazione. Dimostriamo solamente che (AB)T = B T AT . Poiché B T ∈
Mp×n (K) e AT ∈ Mn×m (K) il prodotto B T AT è ben definito ed il risultato è
una matrice di formato p × m come (AB)T . Poniamo B T = (bT ij ) 1 ≤ i ≤ p
1≤j ≤n
n
X
(AB)ij = ail blj ,
l=1
dove (AB)ij è l’elemento che si trova sulla i-esima riga e sulla j-esima
colonna della matrice AB, si ha
n
X n
X
cij = (AB)ji = ajl bli = bTil aTlj = (B T AT )ij ,
l=1 l=1
dove (B T AT )ij è l’elemento che si trova sulla j riga e sulla i colonna della
matrice B T AT , per cui (AB)T = B T AT .
(AB)k = AB k .
Infatti
Pp
l=1 a1l blk
.. a11 · · · ··· a1p b1k
.. .. .. ..
Pp .
k
. . . . = AB k
(AB) = l=1 ail blk
=
.. ..
.. ..
.. . . . .
Pp .
am1 · · · ··· amp bpk
l=1 aml blk
Analogamente, se 1 ≤ k ≤ m, si ha
(AB)k = Ak B.
55
Infatti
Pp Pp Pp
(AB)k = l=1 akl bl1 ··· l=1 akl bli ··· l=1 akl bln
b11 · · · ··· b1n
.. . . ..
. . .
= ak1 · · · ··· akp
.. .. ..
= Ak B
. . .
bp1 · · · ··· bpn
1 0
.. ..
Siano e1 = . , . . . , en = . ∈ Kn e sia A ∈ Mm×n (K). Allora
0 1
a1i
a11 · · · a1i · · · a1n 0
a21 · · · a2i · · · a2n .. ..
.
.
.. .. .. .. .. ..
= Ai
Aei = . . . . . 1 =
.
.. .. .. .. .. .. .
. . . . . . ..
am1 · · · ami · · · amn 0 ami
eTi B = Bi ,
per i = 1, . . . , m.
Dimostrazione.
X p
m X p X
X m
Tr(AB) = akj bjk = bkj ajk
k=1 j=1 j=1 k=1
= Tr(BA).
56
Definizione 3.24. Una matrice A quadrata di ordine n si dice invertibile
se esiste un matrice quadrata B di ordine n tale che AB = BA = Idn .
Proposizione 3.25.
c) (A−1 )−1 = A
AB = BA = AB 0 = B 0 A = Idn .
Allora
B = BIdn = B(AB 0 ) = (BA)B 0 = B 0 .
Le rimanenti proprietà sono lasciate per esercizio.
Osservazione 3.26. Nonostante che il prodotto fra matrici non sia com-
mutativo, si può dimostrare che se A, B sono matrici quadrate di ordine n
tali che AB = Idn , allora A è invertibile e B è l’inversa di A.
57
Sia A una matrice invertibile e sia n ∈ Z non positivo. Definiamo:
A0 = Idn ; se n < 0, definiamo
An := (A−1 )−n .
È facile verificare che per ogni n, m ∈ Z si ha An+m = An Am = Am An .
Definizione 3.27. Una matrice A ∈ Mn×n (R) si dice ortogonale se AT =
A−1 per cui AAT = AT A = Idn
Definizione 3.28. Una matrice A ∈ Mn×n (C) si dice unitaria se AA∗ =
A∗ A = Idn .
Si può dimostrare che il prodotto di matrici ortogonali, rispettivamen-
te unitarie, è ancora una matrice ortogonale, rispettivamente una matrice
unitaria. Dalla definzione segue direttamente che l’inversa di una matri-
ce ortogonale, rispettivamente unitaria, è ancora una matrice ortogonale,
rispettivamente unitaria. Invece la somma di matrici ortogonali, rispettiva-
mente unitarie, non è un generale una matrice ortogonale, rispettivamente
unitaria.
3.29 Determinante
Ad ogni matrice quadrata A ∈ Mn×n (K), dove K = R oppure C, possia-
mo associare un scalare, chiamato il determinante di A, definito come segue:
se A = (a) ∈ M1×1 (K), allora det(A) = a. Supponiamo di averlo definito
per matrici di ordine n − 1. Definiamo
n
X
det(A) = (−1)j+1 aj1 det(Aj1 ) ∈ K,
j=1
58
Vediamoalcuni casiparticolari.
a11 a12
Se A = , allora det A = a11 a22 − a12 a21 .
a21 a22
a11 a12 a13
Se a21 a22 a23 , allora
a31 a32 a33
det A = a11 a22 a33 − a11 a23 a32
− a21 a12 a33 + a21 a13 a32
+ a31 a12 a23 − a31 a13 a22 .
Se
a11 ∗ · · · ∗
0 a22 · · · ∗
A= ,
.. .. ..
. . .
0 ··· 0 ann
è triangolare superiore, allora det A = a11 · · · · · · ann .
59
8 det(AB) = det(A) det(B) (Formula di Binet).
Osservazione 3.31.
• da [1] segue che il determinante di una matrice triangolare inferiore è
il prodotto degli elementi sulla diagonale principale,
• det(Idn ) = 1;
det(A) det(A−1 ) = 1,
60
da cui segue det(A) 6= 0 e det(A−1 ) = det(A)
1
. Viceversa, supponiamo che
det(A) 6= 0. Definiamo la matrice B di ordine n come segue:
Dimostrazione.
61
Eliminando la 2 colonna, oppure selzionando la 1, 3 e 4 colonna e la 1, 2 e
3 colonna, otteneniamo il minore
1 4 −1
4 3 1 ∈ M3×3 (R).
0 0 5
Diremo che il rango per minori, che indicheremo con rg(A), è r se:
Dalla definizione di rango per minori segue che rg(A) ≤ min(m, n). Se A è
una matrice quadrata, allora vale il seguente risultato.
62
Idea. Sia A ∈ Mn×m (K) e sia à la matrice ottenuta attraverso una operazio-
ne elementare sulle righe, rispettivamente colonne, di A. Sia M un minore
di Ã. Allora M è anche un minore di A oppure è un minore di A sul quale è
stato effettuata una operazione elementare di riga, rispettiavemente colon-
na. Quindi il valore del determinante o rimane inalterato oppure cambia di
segno, per cui il rango per minore non cambia.
Il prossimo risultato caratterizza il rango per minori di una matrice A
in termini delle righe, rispettivamente colonne, della matrice A.
Teorema 3.41. Sia A ∈ Mm×n (K) dove K = R oppure K = C. Il rango per
minori di A coincide con il massimo numero di colonne linearmente indipen-
denti, rispettivamente massimo numero di righe linearmente indipendenti.
In particolare rg(A) = rg(AT ).
Possiamo, quindi, unificare le nozioni precedenti nella seguente definizio-
ne.
Definizione 3.42. Sia A ∈ Mm×n (K). Il rango di A, che indicheremo
con rg(A), è il rango per minori di A, ovvero il massimo numero di co-
lonne linearmente indipendenti, rispettivamente massimo numero di righe
linearmente indipendenti
63
si dice una matrice ridotta a scala. I numeri s1j1 , . . . , sr,jr sono non nulli
e si chiamano perni, pivot, oppure elementi di testa. Il numero dei perni
coincide con il numero di righe differenti di zero.
Esempio 3.44.
0 1 2 3 4 5
0 0 0 1 −1 1
S=
0 0 0 0 1 1 ∈ M5×6 (R)
0 0 0 0 0 0
0 0 0 0 0 0
Proposizione 3.45. Sia S ∈ Mm×n (K) una matrice ridotta a scala. Allora
rg(S) è uguale al numero di righe differenti da zero o equivalentemente al
numero di perni. Inoltre le colonne corrispondenti ai perni sono vettori
linearmente indipendenti.
64
Sia, nuovamente, M il minore formato di formato r × r ottenunto da A
eliminando le ultime m − r righe, ovvero
s1j1 ∗ ··· ··· ∗
0 s2j
2 ∗ ··· ∗
.. . .. ..
M = . 0 . .
.. .. .. .. ..
. . . . .
0 ··· ··· ··· srjr
Poiché srjr , . . . , s1j1 sono tutti non nulli si ha che det M 6= 0, ovvero rg(A) ≥
r. Poiché A ∈ Mm×r (K), si ha che rg(A) = r e quindi S j1 , . . . , S jr sono
linearmente indipendenti.
Teorema 3.46. Ogni matrice A può essere ridotta in forma a scala me-
diante operazioni elementari di righe.
Dimostrazione. Sia A = (A1 , . . . , An ).
Passo 1
sia 1 ≤ j1 ≤ n il più piccolo intero affinché Aj1 6= 0.
Passo 2
Se a1j1 è nullo, allora scambiamo due righe in modo che l’elemento a1j1 6= 0.
Quindi la matrice A, dopo aver effettuato eventualmente una operazione
elementare di riga, ha la seguente forma:
0 · · · 0 a1j1 · · ·
.. .. .. .. ..
. . . . .
.. .. .. .. ..
. . . . .
0 · · · 0 amjk · · ·
65
Quindi
0 ··· 0 a1j1 ∗ ··· ∗
.. ..
. . 0
A=
.. .. ..
. . . B
..
. ··· 0 0
dove B ∈ Mm−1×(n−(j1 +1)) (R). Se B è la matrice nulla oppure A ∈ M1×n (R),
allora ho finito. Altrimenti ripeto lo stesso procedimento per la matrice B.
Dopo un numero finito di passi, arriviamo ad una matrice le cui ultime ri-
ghe sono nulle; oppure in cui l’ultimo elemento di testa appartiene all’ultima
riga. In entrambi i casi abbiamo ridotto a scala la matrice di partenza A.
Corollario 3.47. Sia A una matrice ed S una sua riduzione a scala. Allora
rg(A) = rg(S) per cui il rango di una matrice è uguale al numero di elementi
di testa di una sua riduzione a scala; uguale al numero di righe non nulle
di una sua riduzione a scala.
66
Capitolo 4
Sistemi Lineari
(4.2) AX = b,
67
dove A ∈ Mm×n (K) è chiamata matrice incompleta oppure matrice dei coef-
ficienti, b vettore dei termini noti ed infine X vettore delle incognite. La
matrice (A|b) ∈ Mm×(n+1) (K) che si ottiene aggiungendo ad A il vetto-
re dei termini noti, si chiama la matrice completa. In questo linguaggio
Sol(A|b) = {Y ∈ Kn : AY = b} è l’insieme delle soluzione del sistema
lineare AX = b.
Un sistema lineare AX = b si dice compatibile oppure risolubile se
Sol(A|b) 6= ∅;incompatibile
altrimenti.
x1 1 0
.. .. ..
Sia X = . e siano e1 = . , . . . , en = . ∈ Kn . Poiché
xn 0 1
X = x1 e 1 + · · · + xn e n ,
si ha
AX = A(x1 e1 + · · · + xn en )
= x1 Ae1 + · · · + xn Aen
= x 1 A1 + · · · + x n An ,
rispettivamente
A(λY1 ) = λAY1 = 0Km .
Quindi Y1 + Y2 , λY1 ∈ Sol(A|0Km ) per ogni Y1 , Y2 ∈ Sol(A|0Km ) e per ogni
λ ∈ K.
68
Esercizio 4.5. Sia AX = b un sistema lineare di m equazioni in n incognite.
Se b 6= 0Km , allora Sol(A|b) non è un sottospazio vettoriale di Kn .
Sia AX = b un sistema lineare di m equazioni in n incognite. Diremo
che il sistema omogeneo AX = 0Km è il sistema lineare omogeneo associato
a AX = b.
Teorema 4.6 (teorema di struttura). Sia AX = b un sistema lineare com-
patibile. Sia Xo una soluzione particolare del sistema AX = b. Allora ogni
altra soluzione del sistema lineare AX = b è della forma Xo + W , dove W
è una soluzione del sistema lineare omogeneo associato AX = 0Km ; Quindi
da cui segue che E ⊆ Sol(A|b). Quindi Sol(A|b) = {Xo +X, X ∈ Sol(A|0Km )}.
69
Siano h, k ∈ K con k 6= 0. Il sistema lineare (4.3) é equivalente al sistema
lineare
a1 x1 + · · · + an xn = a
h(a1 x1 + · · · + an xn ) + k(b1 x1 + · · · + bn xn ) = ha + kb
v1
Facoltativa. Sia v = ... una soluzione del sistema (4.3). Allora
vn
a1 v1 + · · · + an vn = a
,
b1 v1 + · · · + bn vn = b
vn
a1 x1 + · · · + an xn = a
,
h(a1 x1 + · · · + an xn ) + k(b1 x1 + · · · + bn xn ) = ha + kb
per cui
a1 v1 + · · · + an vn = a
h(a1 v1 + · · · + an vn ) + k(b1 v1 + · · · + bn vn ) = ha + kb.
a1 x1 + · · · + an xn = a
.
b1 x1 + · · · + bn xn = b
h(a1 x1 + · · · + an xn ) + k(b1 x1 + · · · + bn xn ) = ha + kb
70
al posto dell’equazione
b1 x1 + · · · + bn xn = b ,
a1 x1 + · · · + an xn = a
.
b1 x1 + · · · + bn xn = b
Quindi
a1 ··· an a
ka1 + kb1 · · · kan + hbn ha + kb
˜ =
(B|d) .. .. .. .. .
. . . .
··· ··· ··· ···
La tesi è una conseguenza del Lemma anteriore.
71
4.13 Teorema di Rouché Capelli
4.13.1 Sistemi ridotti a scala
Definizione 4.14. Un sistema SX = c si dice ridotto a scala se la matrice
S è ridotta a scala.
Esempio 4.15.
x1 + x2 − x3 = 2
x2 − x4 = 0
x3 + x4 = 8
72
L’altro caso è analogo. Allora la matrice completa è cosı̀ siffatta.
0 · · · 0 s1j1 ∗ ∗ ··· ··· ∗ ··· ··· ··· ∗ ∗ c1
0 ··· ··· ··· 0 s2j ∗ ∗ ∗ ··· ··· ··· ∗ ∗ c2
2
0 ··· ··· ··· ··· ··· 0 s 3j3 ∗ ∗ ··· ··· ··· ∗ c3
.. . .. · · · ..
. ··· ··· ··· ··· ··· ··· 0 ··· ··· ··· ∗ .
.. .. ..
. ··· ··· ··· ··· ··· ··· ···
0 . ··· ··· ∗ ∗ .
0 ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· 0 srjr ··· ··· ∗ cr
0 ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· 0 0 ··· 0 0
. .. .. .. ..
.. . . . .
.. .. ..
. ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· . .
0 ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· ··· 0 0 ··· ··· 0 0
L’elemento srjr è differente di zero. Quindi possiamo scrivere la variabile
xjr = s−1
rjr (cr − srjr +1 xjr +1 − · · · − srn xn )
73
Teorema 4.18 (Rouché-Capelli). Sia AX = b, un sistema lineare con A ∈
Mm×n (K). Il sistema è compatibile se e solamente se rg(A) = rg(A|b). In
tal caso, le soluzioni dipendono da n − rg(A) parametri.
Dimostrazione. Sia (A|b) la matrice completa. Indichiamo con (S|c) una sua
riduzione a scala ottenuta attraverso il metodo di Gauss. La matrice S è una
riduzione a scala di A ed il sistema lineare SX = c è equivalente al sistema
AX = b. Quindi il sistema lineare AX = b è compatibile se e solamente se
SX = c è compatibile per cui se solamente se se m = r, oppure le ultime
m−r coordinante del vettore c sono nulle, dove r = rg(S). Questa condizione
è equivalente a rg(S) = rg(S|c), ovvero il sistema AX = b è compatibile
se e solamente se rg(A) = r(S) = rg(S|b) = rg(A|b). La secondo parte del
Teorema segue dal procedimento della risoluzione all’indietro.
74
Corollario 4.22 (Teorema di Cramer). Sia A = (A1 , . . . , An ) ∈ Mn×n (K).
Il sistema AX = b ammette una ed una soluzione se e solamente se A è
y1
invertibile. Se Y = ... è l’unica soluzione, allora
yn
n = rg(A) ≤ rg(A|b) ≤ n,
yn
y1 A1 + . . . + yn An = b,
si ha
n
X
1 i−1 i+1 n 1 i−1
det(A , . . . , A , b, A , . . . , A ) = det(A , . . . , A , ym Am , Ai+1 , . . . , An )
m=1
n
X
= ym det (A1 , . . . , Ai−1 , Am , Ai+1 , . . . , An )
| {z }
m=1
i
= yi det A.
75
allora X1 , . . . Xn sono linearmente indipendenti se e solamente se rg(A) = n
ovvero se e solamente se det(A) 6= 0. Se s > n, tenendo in mente che
A ∈ Mn×s (K) e quindi rg(A) ≤ n < s, si ha che i vettori X1 , . . . , Xs sono
linearmente dipendenti.
Una combinazione lineare di X1 , . . . , Xs è un vettore Z per il quale
esistono α1 , . . . , αs ∈ K tali che
α1 X1 + · · · + αs Xs = Z.
αs
rg(A) = rg(A|Z).
76
Corollario 4.23. Le due rette r ed s sono sghembe se e solamente se
det(A1 , A2 , P1 − P2 ) 6= 0.
d000
lineare
AX = h,
x
dove X = y . Poiché una retta è intersezioni di due piano non paralleli,
z
il rango della matrice A può essere 2 oppure 3. Applicando il Teorema di
Rouché-Capelli, otteniamo
det(A|h) 6= 0.
77
Siano π : ax + bx + cz = d e π 0 : a0 x + b0 y + c0 z = d0 piani nello spazio. Sia
a b c
A= ∈ M2×3 (R)
a0 b0 c0
e sia
a b c d
(A|d) = ∈ M2×4 (R)
a0 b0 c0 d0
Quindi π ∩ π 0 = Sol(A|d). Poiché A ∈ M2×3 (R), la matrice A può avere
rango 1 oppure 2. Applicando il teorema di Roucyhé-Capelli si ha i seguenti
casi:
Siano π : ax + by + cz = d un piano e
0
a x + b0 y + c0 z = d0
r= ,
a00 x + b00 y + c00 z = d00
AX = h
dove
a b c
A = a0 b0 c0 ∈ M3×3 (R)
a00 b00 c00
e
d
h = d0 ,
d00
è compatibile. Il rango della matrice A può essere 2 oppure 3. Applicando
Rouché-Capelli, si ha:
78
b) rg(A) = 3, allora anche rg(A|h) = 3 e quindi il piano π e la retta r
sono incidenti.
79
Capitolo 5
0 1
base C = {e1 , . . . , en } è chiamata la base canonica;
1 0 0 1 0 0 0 0
b) siano , , , ∈ M2×2 (R). Poiché
0 0 0 0 1 0 0 1
a b 1 0 0 1 0 0 0 0
=a +b +c +d
c d 0 0 0 0 1 0 0 1
1 0 0 1 0 0 0 0
si ha che i vettori , , , formano
0 0 0 0 1 0 0 1
una base di M2×2 (R);
80
c) sia Eij = (eαβ ) 1≤α≤m ∈ Mm×n (K) la matrice i cui elementi sono
1≤β ≤n
81
è compatibile. La matrice dei coefficienti è
1 0 0 0
0 1 1 0
,
0 1 −1 0
0 0 0 1
v = λ1 v1 + · · · + λn vn = α1 v1 + · · · + αn vn .
Allora
0 = (λ1 − α1 )v1 + · · · + (λn − αn )vn .
Essendo B = {v1 , . . . , vn } un insieme di vettori linearmente indipendenti, ne
segue che
α1 = λ1 , . . . , αk = λk .
Viceversa, supponiamo che ogni elemento si scrive in maniera unica co-
me combinazione lineare dei vettori v1 , . . . , vn . Vogliamo provare che B =
{v1 , . . . , vn } è una base di V , ovvero i vettori v1 , . . . , vn formano un sistema
di generatori e sono vettori linearmente indipendenti.
Sia v ∈ V . Poiché ogni elemento si scrive come combinazione lineare dei
vettori v1 , . . . , vn , esistono α1 , . . . , αn ∈ K tali che v = α1 v1 + · · · + αn vn .
Quindi v ∈ L(v1 , . . . , vn ) da cui segue che
L(v1 , . . . , vn ) = V.
82
ovvero v1 , . . . , vn formano un sistema di generatori. Adesso proviamo che
sono linearmente indipendenti.
Siano α1 , . . . , αn ∈ K tali che α1 v1 + · · · + αn vn = 0. Dall’unicità, segue
che α1 = · · · = αn = 0, poiché il vettore nullo si può scrivere come combi-
nazione lineare dei vettori v1 , . . . , vn con tutti i coefficienti nulli. Quindi i
vettori v1 , . . . vn sono linearmente indipendenti.
xn
1 1 1
Esempio 5.5. I vettori B = 0 , 1 , 1 , formano una base
0 0 1
di R3 . Vogliamo calcolare le coordinate di un vettore rispetto alla base B.
Quindi dobbiamo calcolare α, β, γ ∈ R tali che
x 1 1 1
y = α 0 + β 1 + γ 1 ,
z 0 0 1
ovvero risolvere il sistema
1 1 1 x
0 1 1 y .
0 0 1 z
Il sistema è già ridotto a scala. Applicando il metodo della risoluzione
all’indietro si ha
γ=z
β =y−z ,
α=x−y
ovvero
x 1 1 1
y = (x − y) 0 + (y − z) 1 + z 1 .
z 0 0 1
x x−y
Quindi y = y − z .
z B z
83
Sia B = {v1 , . . . , vn } una base di V . Indicheremo con
FB : V −→ Kn v 7→ [v]B
• [λv]B = λ[v]B ;
v = x1 v1 + · · · + xn vn ,
rispettivamente
w = y1 v 1 + · · · + yn v n .
Quindi
v + w = (x1 + y1 )v1 + · · · + (xn + yn )vn ,
ovvero
(x1 + y1 ) x1 y1
[v + w]B = .. .. + .. = [v] + [w] .
=
. . . B B
(xn + yn ) xn yn
84
Se
v = x1 v1 + · · · + xn vn ,
allora
λv = λx1 v1 + · · · + λxn vn .
Quindi
λx1 x1
[λv]B = ... = λ .. = λ[v] .
. B
λxn xn
Sia v1 ∈ V . Allora
v1 = 1v1 + 0v2 + · · · + 0vn .
1
..
Quindi [v1 ]B = . = e1 . In maniera analoga,
0
85
a) w1 , . . . , wk sono linearmente dipendenti, rispettivamente linearmente
indipendenti, se e solamente se [w1 ]B , . . . , [wk ]B ∈ Kn sono linearmen-
te dipendenti, rispettivamente linearmente indipendenti;
0Kn = FB (0V )
= FB (α1 w1 + · · · + αk wk )
= α1 FB (w1 ) + · · · + αk FB (wk )
= α1 [w1 ]B + · · · + αk [wk ]B ,
Quindi
Poiché FB è biunivoca, si ha
α1 w1 + · · · + αk wk = 0V .
v = β1 w1 + · · · + βk wk .
86
Quindi v ∈ V è combinazione lineare dei vettori w1 , . . . , wk se e solamente
se [v]B è combinazione lineare dei vettori [w1 ]B , . . . , [wk ]B .
Sia w ∈ L(w1 , . . . , wk ). Esistono α1 , . . . , αk ∈ K tali che w = α1 w1 +
· · · + αk wk . Applicando FB si ha
FB (w) = FB (α1 w1 + · · · + αk wk )
= α1 FB (w1 ) + · · · + αk FB (wk )
= α1 [w1 ]B + · · · + αk [wk ]B .
Viceversa, se z ∈ L([w1 ]B , . . . , [wk ]B ), allora esistono α1 , . . . , αk ∈ K tali che
z = α1 [w1 ]B + · · · + αk [wk ]B .
Se w = α1 w1 + · · · + αk wk , allora FB (w) = z, per cui FB (L(w1 , . . . , wk )) =
L([w1 ]B , . . . , [wk ]B ).
1 1 1 2 0 −3
Esempio 5.7. Vogliamo stabilire se i vettori , , ∈
0 1 0 −1 1 2
M2×2 (R) sono linearmente indipendenti. Abbiamo dimostrato che
1 0 0 1 0 0 0 0
B= , , ,
0 0 0 0 1 0 0 1
è una base di M2×2 (R) e
x
x y y
= .
z t B z
t
1 1 1 2 0 −3
Quindi stibilire se , , sono linearmente indi-
0 1 0 −1 1 2
1
1 1 1 1 2
pendent è equivalente a stabilire se i vettori = , =
0 1 B 0 0 −1 B
1
1 0
, 0 −3
2 −3
= ∈ R4 sono linearmente indipendenti. Poiché
0 1 2 B 1
−1 2
la matrice
1 1 0
1 2 −3
,
0 0 1
1 −1 2
87
1 1 1 2 0 −3
ha rango 3, verificare!, si ha che i vettori , ,
0 1 0 −1 1 2
sono linearmente indipendenti
Osservazione
5.8. Sia C = {e1 , . . . , en } la base canonica di Kn . Sia X =
x1
..
. . Poiché
xn
X = x1 e 1 + · · · + xn e n ,
si ha
x1 x1
.. .. .
. =
.
xn C xn
Quindi le coordinate di un vettore X rispetto alla base canonica è il vettore
X stesso.
Inoltre
L(v1 , . . . , vn ) = L(v1 , . . . , vj−1 , vj+1 , . . . , vn ).
λ 1 v1 + · · · λ j vj + · · · + λ n vn = 0
|{z}
vj = (−λ−1 −1 −1 −1
j λ1 )v1 +· · ·+(−λj λj−1 )vj−1 +(−λj λj+1 )vj+1 +· · ·+(−λj λn )vn .
88
Quindi vj è combinazione lineare dei rimanenti, ovvero
vj ∈ L(v1 , . . . , vj−1 , vj+1 , . . . , vn ).
Viceversa supponiamo che esista j ∈ {1, . . . , n}, tale che vj è combinazione
lineare dei rimanenti, ovvero
vj = λ1 v1 + · · · + λj−1 vj−1 + λj+1 vj+1 + · · · + λn vn .
Allora
λ1 v1 + · · · + λj−1 vj−1 − vj + λj+1 vj+1 + · · · + λn vn = 0,
e quindi i vettori sono linearmente dipendenti poiché il coefficiente che
moltiplica vj è −1.
Adesso, proviamo che L(v1 , . . . , vj−1 , vj+1 , . . . , vn ) = L(v1 , . . . , vn ) se vj
è combinazione lineare dei vettori v1 , . . . , vj−1 , vj+1 , . . . , vn .
Poiché L(v1 , . . . , vn ) è un sottospazio vettoriale di V e i vettori
v1 , . . . , vj−1 , vj+1 , . . . , vn ∈ L(v1 , . . . , vn ),
si ha L(v1 , . . . , vj−1 , vj+1 , . . . , vn ) ⊆ L(v1 , . . . , vn ).
Viceversa, poiché vj è combinazione lineare di v1 , . . . , vj−1 , vj+1 , . . . vn ,
si ha
vj = λ1 v1 + · · · + λj−1 vj−1 + λj+1 vj+1 + · · · + λn vn
ovvero
vj ∈ L(v1 , . . . , vj−1 , vj+1 , . . . , vn ).
Quindi v1 , . . . , vn ∈ L(v1 , . . . , vj−1 , vj+1 , . . . , vn ) da cui segue L(v1 , . . . , vn ) ⊆
L(v1 , . . . , vj−1 , vj+1 , . . . , vn ) concludendo la dimostrazione.
89
Vogliamo dimostrare che due basi hanno lo stesso numero di vettori.
Cominciamo con il seguente risultato.
Quindi
0 = α1 w1 + · · · + αm wm
Xm
= αj wj
j=1
Xm Xn
= αj akj vk
j=1 k=1
n
X Xm
= akj αj vk .
k=1 j=1
90
Adesso,
m m n
!
X X X
α j wj = αj akj vk
j=1 j=1 k=1
n
X Xm
= akj αj vk
k=1 j=1
= 0V ,
Esempio 5.16.
91
1 0
.. ..
a) i vettori e1 = . , . . . , en = . formano una base di Rn . Quindi
0 1
n
dim R = n;
1 0
.. ..
b) i vettori e1 = . , . . . , en = . formano una base di Cn . Quindi
0 1
dim Cn = n;
c) Sia Eij ∈ Mm×n (K) la matrice i cui elementi sono tutti nulli tranne
l’elemento aij = 1. È facile provare che B = {Eij , 1 ≤ i ≤ m, 1 ≤ j ≤
n} è una base di Mm×n (K). Quindi dim Mm×n (K) = mn.
92
(perché?). Per dimostrare che W ⊆ L(wj1 , . . . , wjk ) è sufficiente dimostrare
che wj ∈ L(wj1 , . . . , wjk ) per j = 1, . . . , n. Infatti, se
w1 , . . . , wn ∈ L(wj1 , . . . , wjk ),
allora
W = L(w1 , . . . , wn ) ⊆ L(wj1 , . . . , wjk ).
Se j = ji per un certo 1 ≤ i ≤ k, allora wj ∈ L(wj1 , . . . , wjk ). Supponia-
mo che j 6= ji . I vettori wj , wj1 , . . . , wjk sono linearmente dipendenti, poiché
sono k + 1 e k è il massimo numero dei vettori {w1 , . . . , wm } linearmente
indipendenti. Quindi esistono αj , αj1 , . . . , αjk ∈ K non tutti nulli tali che
Se αj = 0, allora
αj1 wj1 + · · · + αjk wjk = 0V ,
ovvero esisterebbe una combinazione lineare non banale dei vettori wj1 , . . . , wjk
uguale al vettore nullo. Assurdo perché i vettori wj1 , . . . , wjk sono linear-
mente indipendenti. Quindi αj 6= 0 da cui segue che
concludendo la dimostrazione.
93
Poiché rg(A) = dim (A1 , . . . , An ), il rango di una matrice non cambia se
scambio due colonne oppure se moltiplico una colonna per un multiplo non
nullo. Proviamo che il rango rimane invariato se sommiamo ad una colonna
un multiplo di una altro. Dobbiamo dimostrare che per ogni 1 ≤ i 6= j ≤ n,
e per ogni λ ∈ K, si ha L(A1 , . . . , An ) = L(A1 , . . . , Ai + λAj , . . . , An ).
Poiché
A1 , . . . , Ai + λAj , . . . , An ∈ L(A1 , . . . , An ),
ne segue che
L(A1 , . . . , Ai + λAj , . . . , An ) ⊆ L(A1 , . . . , An ).
Viceversa, A1 , . . . , A
ci , . . . , An ∈ L(A1 , . . . , Ai + λAj , . . . , An ). Inoltre Ai =
(Ai + λAj ) − λAj ∈ L(A1 , . . . , Ai + λAj , . . . , An ) da cui segue che
L(A1 , . . . , An ) ⊆ L(A1 , . . . , Ai + λAj , . . . , An ).
94
Una base è un insieme formato da vettori linearmente indipendenti e
generatori. Se dim V = n e C = {w1 , . . . , wm } è un insieme di vettori
linearmente indipendenti, quindi m ≤ n, è possibile completare C a base di
V ?La risposta è si. Cominciamo con il seguente Lemma.
Lemma 5.20. Siano v1 , . . . vn vettori linearmente indipedenti di V e sia
v ∈ V . I vettori v, v1 , . . . vn sono linearmente indipendenti se e solamente
se v ∈
/ L(v1 , . . . , vn ).
Facoltativa. Supponiamo che v, v1 , . . . vn sono linearmente indipendenti. Per
il Lemma 5.9 v non appartiene a L(v1 , . . . , vn ) poiché altrimenti i vettori
v, v1 , . . . , vn sarebbero linearmente dipendenti. Viceversa, supponiamo che
v non appartenga a L(v1 , . . . , vn ) e sia αv + β1 v1 + · · · + βn vn = 0 una
combinazione lineare uguale al vettore nullo. Se α fosse differente da zero,
allora
v = −(β1 /α)v1 − · · · − (βn /α)vn ,
ovvero v ∈ L(v1 , . . . , vn ) che non è possibile per ipotesi. Quindi necessaria-
mente α = 0 . Se α = 0, allora necessariamente β1 = · · · = βn = 0 poiché i
vettori v1 , . . . , vn sono linearmente indipendenti.
L(w1 , . . . , wm ) ⊆ L(v1 , . . . , vn ).
L(vj1 , w1 , . . . , wm ) = L(v1 , . . . , vn ),
95
allora m + 1 = n ed il Teorema sarebbe dimostrato. Altrimenti esiste-
rebbe 1 ≤ j2 ≤ n, j2 6= j1 , tale che vj2 non apparterrebbe al sottospazio
L(vj1 , w1 . . . , wm ) e quindi i vettori vj2 , vj1 , w1 , . . . wm sarebbero linearmente
indipendenti. Se
L(vj1 , vj2 , w1 , . . . , wm ) = L(v1 , . . . , vn ),
allora m + 2 = n ed il Teorema sarebbe dimostrato. Altrimenti posso iterare
questo procedimento per un numero finito di volte: esattamente n−m volte,
concludendo la dimostrazione del Teorema.
96
ovvero se e solamente se il sistema lineare
AX = w,
cr+1 = 0, . . . , cn = 0,
1 −1 0
1 0 1 x1 A3 − A1 1 0 1 x1
0
1 1 x2 −→
0 1 1 x2
1 1 2 x3 A4 − A1 0 1 1 x3 − x1
1 −1 0 x4 −→ 0 −1 −1 x4 − x1
1 0 1 x1 A3 − A2 1 0 1 x1
0
1 1 x2
−→ 0 1 1
x2
0 1 1 x 3 − x 1 A4 + A2 0 0 0 x3 − x1 − x2
0 −1 −1 x4 − x1 −→ 0 0 0 x4 − x1 + x2
97
Il sistema lineare è compatibile se e solamente se x3 − x1 − x2 = 0 e
x4 − x1 + x2 = 0, ovvero
x1
x
2 4
W = ∈ R : x 3 − x 1 − x 2 = 0, x4 − x 1 + x2 = 0 .
x3
x4
det(X1 , . . . , Xk , Yk+1 , . . . , Yn ) 6= 0.
Non abbiamo un algoritmo che ci guida nella scelta dei vettori da ag-
giungere. Tuttavia, il Teorema di completamento a base afferma che
possiamo completare a base i vettori indipendenti X1 , . . . , Xk aggiun-
gendo, per esempio, n − k vettori della base canonica.
Il metodo di Gauss, ci fornisce un algoritmo per completare a base i
vettori X1 , . . . , Xk linermente indipendenti.
98
Sia C = {e1 , . . . en } la base canonica di Kn e sia
A = (X1 , . . . Xk , e1 , . . . , en ) ∈ Mn×(n+k) (K).
Si osservi che rg(A) = n. Infatti rg(A) ≤ n poiché la matrice A ha n
righe. Dall’altro lato, i vettori e1 , . . . , en sono linearmente indipendenti
e quindi esistono almento n colonne linearmente indipendenti, ovvero
rg(A) ≥ n. Quindi rg(A) = n. Applicando l’algoritmo di Gauss alla
matrice A otteniamo una matrice ridotta a scala che indichiamo con
S = (S 1 , . . . , S k , B 1 , . . . , B n ). Poiché i vettori X1 , . . . , Xk sono linear-
mente indipendenti, si può dimostrare che le prime k colonne della
matrice S contengono perni (perché?). Inoltre, se i perni della ma-
trice S sono contenuti nelle colonne S 1 , . . . , S k , B j1 , . . . , B jn−k , allora
i vettori X1 , . . . Xk , ej1 , . . . ejn−k sono linearmente indipenti e quindi
formano un base di Kn . Questo procedimento può essere lungo poiché
se dovessi completare a base X1 , X2 ∈ R4 , dovrei ridurre a scala una
matrice di formato 4 × 6.
d) sia B = {v1 , . . . , vn } una base di Kn . Vogliamo calcolare le coordinate
di un vettore v rispetto alla base B. Le coordinate di un vettore v
rispetto alla base B sono gli unici scalari x1 , . . . , xn ∈ K tale che
v = x1 v1 + · · · + xn vn .
x1
Sia A = (v1 , . . . , vn ) ∈ Mn×n (K) e sia X = ... . Poiché
xn
v = x1 v1 + · · · + xn vn ⇐⇒ AX = v,
le coordinare di v rispetto alla base B è l’unica soluzione del sistema
lineare AX = v. Quindi calcolare le coordinate di un vettore rispetto
ad una base è equivalente a risolvere un sistema lineare di n equazioni
in n incognite.
Sia V uno spazio vettoriale su K di dimensione n e sia B = {v1 , . . . , vn } una
base di V . Sia FB : V −→ Kn l’applicazione biunivoca che associa a v le
sue coordinate rispetto a B. Ricordiamo che dalla definizione di coordinate
si ha che FB (vi ) = ei , per i = 1, . . . , n, dove {e1 , . . . , en } è la base canonica
di Kn . Inoltre
x1
FB−1 ... = x1 v1 + · · · + xn vn .
xn
99
Siano w1 , . . . , wk ∈ V . Allora:
w1 , . . . , wk , vj1 , . . . , vjn−k ,
v = y1 w1 + · · · + yn wn .
100
Poiché FB è biunivoca e trasforma combinazioni lineari in combinazioni
lineari si ha
[v]B = y1 [w1 ]B + · · · + yn [wn ]B .
Tenendo in mente che C 0 = {[w1 ]B , . . . , [wn ]B } è una base di Kn , si ha che
le coordinate di v rispetto alla base C sono le coordinate del vettore [v]B
rispetto alla base C 0 .
Figura 5.25.1.
z + h = u1 + w1 + u2 + w2 = u1 + u2 + w1 + w2 ∈ U + W.
| {z } | {z }
U W
101
Analogamente
λz = λu1 + λw1 ∈ U + W,
poiché λu1 ∈ U e λw1 ∈ W
L(u1 , . . . , un , w1 , . . . , wm ) ⊆ U + W.
u + w = α1 u1 + · · · + αn un + β1 w1 + · · · + βm wm ∈ L(u1 , . . . , un , w1 , . . . , wm ),
ovvero U + W ⊆ L(u1 , . . . , un , w1 , . . . , wm ).
di R3 . Allora
1 0 1
U +W =L 1 , 1 , 1 ,
2 1 1
102
e
1 0 1
dim(U + W ) = rg 1 1 1 = 3 verificare!.
2 1 1
Quindi U + W = R3 .
α s + · · · + αk sk + β1 u1 + · · · + βp up + γ1 w1 + · · · + γq wq = 0,
| 1 1 {z } | {z } | {z }
s u w
ovvero
s + u + w = 0,
dove s ∈ U ∩ W , u ∈ U e w ∈ W . Quindi u = −s − w ∈ W , rispettivamente
w = −s − u ∈ U , da cui segue che u, w ∈ U ∩ W . In particolare esistono
λ1 , . . . , λk , rispettivamente µ1 , . . . , µk , tali che
u = λ1 s1 + · · · + λk sk = β1 u1 + · · · + βp up ,
rispettivamente
w = µ1 s1 + · · · + µk sk = γ1 w1 + · · · + γq wq ,
ovvero
λ1 s1 + · · · + λk sk − β1 u1 − · · · − βp up = 0,
rispettivamente
µ1 s1 + · · · + µk sk − γ1 w1 − · · · − γq wq = 0.
103
Poiché i vettori {s1 , . . . , sk , u1 , . . . , up } formano una base di U , rispettiva-
mente {s1 , . . . , sk , w1 , . . . , wq } formano una base di W , ne segue che
β1 = · · · = βp = 0, rispettivamente γ1 = · · · = γq = 0.
dim(U + W ) = k + p + q
= (k + p) + (k + q) − k
= dim U + dim W − dim(U ∩ W ).
• U ∩ W = {0};
• U +W =V.
Figura 5.31.1.
104
a) U e W sono in somma diretta se e solamente se dim(U +W ) = dim U +
dim W ;
u − u0 = w − w0 ∈ U ∩ W.
105
Esempio 5.34. Sia V = Mn×n (R) e siano U = {A ∈ V : A = AT } e W =
{A ∈ V : A = −AT }. Ogni matrice A ∈ V si scrive in maniera unica come
combinazione lineare di una matrice simmetrica ed una antisimmetrica:
1 1
A = (A + AT ) + (A − AT ).
2 2
Quindi V è somma diretta di U e W .
z = α 1 w1 + · · · + α k wk = β 1 v 1 + · · · + β s v s ,
da cui segue
• dim U = rg(A);
106
• dim W = rg(B);
• dim(U + W ) = rg(C);
107
Capitolo 6
• T (0V ) = 0W ;
• T (−v) = −T (v);
108
Vediamo alcuni esempi di applicazioni lineari.
Esempio 6.4.
a) T : V −→ W , v 7→ 0W è lineare;
b) IdV : V −→ V , v 7→ v è una applicazione lineare;
c) L’applicazione
FB : V −→ Kn , v 7→ [v]B ,
e
Mn×q (K) −→ Mm×q (K), X 7→ AX,
sono applicazioni lineari.
f ) Sia A ∈ Mm×n (K). Allora
LA : Kn −→ Km , X 7→ AX,
109
Siano V, W spazi vettoriali su K. Indichiamo con Lin(V, W ) oppu-
re Hom(V, W ) l’insieme di tutte le applicazioni lineari fra V e W . Se
T, L ∈ Lin(V, W ), diremo che T = L se per ogni v ∈ V si ha T (v) = L(v).
Lin(V, W ) ammette una struttura di spazio vettoriale su K.
Siano T, L ∈ Lin(V, W ) e λ ∈ K. Definiamo
a) (T + H) ◦ L = T ◦ L + H ◦ L;
b) T ◦ (S + Q) = T ◦ S + T ◦ Q;
Analogamente se λ ∈ K e v ∈ V si ha
110
Per definizione di T −1 si ha
T −1 (λw) = λT −1 (w).
T (v) = T (x1 v1 + · · · + xn vn )
= x1 T (v1 ) + · · · + xn T (vn )
= x1 L(v1 ) + · · · + xn L(vn )
= L(x1 v1 + · · · + xn vn )
= L(v).
Quindi se esite una tale applicazione è unica. Adesso dimostriamo che esiste
una applicazione lineare T : V −→ W tale che T (v1 ) = w1 , . . . , T (vn ) = wn .
Sia v ∈ V . Allora esistono, e sono unici, x1 , . . . , xn ∈ K tale che
v = x1 v1 + · · · + xn vn .
Definiamo
T (v) = x1 w1 + · · · + xn wn .
La definizione è ben posta poiché le coordinate sono univocamente deter-
minate. Inoltre, tenendo in mente che [v1 ]B = e1 , . . . , [vn ]B = en , si ha
T (v1 ) = w1 , . . . , T (vn ) = wn . Rimane quindi da dimostrare che T è lineare.
111
Siano v, w ∈ V . Allora
v = x1 v1 + · · · + xn vn
w = y1 v 1 + · · · + yn v n .
v + w = (x1 + y1 )v1 + · · · + (xn + yn )vn
Quindi
v = x1 v1 + · · · + xn vn λv = λx1 v1 + · · · + λxn vn .
Quindi
112
x
sono le coordinate del vettore y rispetto alla base B, allora
z
1 0 2
x 1 −3
−1
T y = α
2
+β +γ .
1 5
z
−1 1 −1
x
Le coordinate del vettore y rispetto alla base B è l’unica soluzione del
z
sistema lineare
1 0 1 α x
0 2 1 β = y ,
1 1 1 γ z
ovvero
α = −x − y + 2z
β = −x + z
γ = 2x + y − 2z
Infatti
x 1 0 1
y = (−x − y + 2z) 0 + (−x + z) 2 + (2x + y − 2z) 1 .
z 1 1 1
Quindi
1 0
x 1 −3
T y = (−x − y + 2z) 2 + (−x + z)
1
z
−1 1
2
−1
+ (2x + y − 2z)
5
−1
3x + y − 2z
−2y + z
= 7x + 3y − 5z .
−2x + z
113
Corollario 6.10. Siano T, L : V −→ W due applicazioni lineari e sia
B = {v1 , . . . , vn } una base di V . Allora T = L, se e solamente se T (v1 ) =
L(v1 ), . . . , T (vn ) = L(vn ).
Dimostrazione. Se T = L, allora T (v) = L(v) per ogni v ∈ V . In particolare
vale per ogni elemento della base B = {v1 , . . . , vn }. Viceversa, supponiamo
che T (vi ) = L(vi ) per i = 1, . . . , n. Applicando la proposizione anteriore si
ha T = L.
• Im T è un sottospazio vettoriale di W .
T (v + z) = 0W .
Poiché T è lineare, si ha
T (v + z) = T (v) + T (z) = 0W ,
quindi v + z ∈ Ker T .
Siano v ∈ Ker T e sia λ ∈ K. Dobbiamo dimostrare che λv ∈ Ker T ,
cioè T (λv) = 0W . Poiché T è lineare e v ∈ Ker T si ha
T (λv) = λT (v) = 0W .
114
• Siano w1 , w2 ∈ Im T e λ ∈ K. Dobbiamo dimostrare che w1 + w2 ∈
Im T e λw1 ∈ Im T , ovvero che esistono v, z ∈ V tali che T (v) = w1 +w2
e T (z) = λw1 , rispettivamente. Per ipotesi esistono v1 , v2 ∈ V tali che
T (v1 ) = w1 e T (v2 ) = w2 . Quindi
T (v1 + v2 ) = T (v1 ) + T (v2 ) = w1 + w2 ∈ Im T,
rispettivamente
T (λv1 ) = λT (v1 ) = λw1 ∈ Im T.
w
x
y x − 2z + 2w 0
T = x + 2y + 4w = 0 .
z
y+z+w 0
w
115
x
y
z ∈ Ker T se e solamente se
Quindi
w
x − 2z + 2w = 0
x + 2y + 4w = 0
y + z + w = 0.
2 −2
−1 −1
Quindi Ker T ha dimensione 2 ed una base è formata dai vettori 1 , 0
.
0 1
Adesso vogliamo calcolare
l’immagine di T .
1
0 0 0
0 1 0 0
Sia C = , , , = {e1 , e2 , e3 , e4 }, la base ca-
0 0 1 0
0 0 0 1
nonica di R4 . Per la Proposizione 6.12, si ha
1 0 −2 2
Im T = L (T (e1 ), T (e2 ), T (e3 ), T (e4 )) = L 1 , 2 , 0 , 4 .
1 1 1 1
116
Esempio 6.14. Si consideri l’applicazione lineare T : R3 −→ R3 definita
da:
1 1 0 3 1 2
T 0 = 1 , T 2 = −2 , T 1 = 3 .
1 2 1 1 1 5
Per la Proposizione 6.12, si ha
1 3 2
Im T = L 1 , −2 , 3 .
2 1 5
Infatti
x 1 0 1
y = (−x − y + 2z) 0 + (−x + z) 2 + (2x + y − 2z) 1 .
z 1 1 1
117
Quindi
x 1 3
T y = (−x − y + 2z) 1 + (−x + z) −2
z 2 1
2
+ (2x + y − 2z) 3
5
y+z
= 7x + 2y − 6z .
7x + 3y − 5z
x
Quindi y ∈ Ker T se e solamente se
z
x y+z 0
T y = 7x + 2y − 6z = 0 ,
z 7x + 3y − 5z 0
x
ovvero y ∈ Ker T se e solamente se
z
y+z =0
7x + 2y − 6z = 0
7x + 3y − 5z = 0.
118
Se Z è un sottospazio vettoriale, allora si può dimostrare che T −1 (Z) è un
sottospazio vettoriale di V . Osserviamo che Ker T = T −1 (0W ).
Se L ⊆ V , allora l’immagine di L rispetto a T è il sottoinsieme di W
cosı̀ definito:
T (L) = {T (s) : s ∈ L}
Se L è un sottospazio vettoriale di V , allora si può dimostrare che T (L) è
un sottospazio vettoriale di W . Inoltre, se L = L(v1 , . . . , vk ), allora
Facoltativa. Sia {v1 , . . . , vk } una base di Ker T . Per il Teorema del comple-
mento a base, esistono vk+1 , . . . , vn tale che {v1 , . . . , vn } è una base di V .
Poiché T (v1 ) = · · · = T (vk ) = 0, applicando la Proposizione 6.12, si ha
119
Siano αk+1 , . . . , αn ∈ K tali che
Per la linearità di T si ha
T (αk+1 vk+1 + · · · + αn vn ) = 0W ,
α1 v1 + · · · + αk vk = αk+1 vk+1 + · · · + αn vn ,
ovvero
α1 v1 + · · · + αk vk − αk+1 vk+1 − · · · − αn vn = 0V .
Poiché i vettori v1 , . . . , vn formano una base di V , si ha α1 = · · · = αn = 0,
ed in particolare αk+1 = · · · = αn = 0, per cui i vettori T (vr+1 ), . . . , T (vn )
sono linearmenti indipendenti.
Quindi
1 2 0
1 0 2
Im T = L
1 , −1
,
3
−1 3 −5
120
e
1 2 0
1 0 2
dim Im T = rg
1 −1 3 = 2 verificare!.
−1 3 −5
Quindi T non è iniettiva.
a) T è iniettiva;
b) T è suriettiva;
c) T è biunivoca.
121
Proposizione 6.23. Due spazi vettoriali sono isomorfi se e solamente se
dim V = dim W .
122
Capitolo 7
Allora:
LA (ei ) = Aei = Ai ,
per i = 1, . . . , n, si ha
123
−1
d) sia b ∈ Km . Allora LA (b) = {X ∈ Kn : AX = b} = Sol(A|b). Quindi
b ∈ Im LA se e solamente se il sistema lineare AX = b è compatibile e
quindi se e solamente se rg(A) = rg(A|b).
Applicando il Teorema della dimensione, otteniamo il seguente risultato.
Teorema 7.2 (Teorema di nullità più rango). Sia A ∈ Mm×n (K) e sia
LA : Kn −→ Km l’applicazione lineare associata ad A. Allora
.
Il risultato anteriore ci permette di calcolare la dimensione dell’insieme
delle soluzioni di un sistema lineare omogeneo.
Corollario 7.3. Sia A ∈ Mm×n (K). Allora dim Sol(A|0K m ) = n − rg(A).
Dimostrazione. Sia LA : Kn −→ Km , l’applicazione lineare LA (X) = AX.
Per Il Teorema anteriore si ha
124
Infine, LIdn : Kn −→ Kn è l’applicazione lineare,
1 1 2 1
Esempio 7.5. Sia A = −1 2 3 2 . Allora LA : R4 −→ R3 ,
4 1 3 1
x1
x2 x1 + x2 + 2x3 + x4
x3 = −x1 + 2x2 + 3x3 + 2x2
LA
4x1 + x2 + 3x3 + x4
x4
AX = 0R3 .
LA : Kn −→ Km ,
rispettivamente
LB : Kp −→ Kn .
L’applicazione
LA ◦ LB : Kp −→ Km ,
è lineare.
125
Proposizione 7.6. LA ◦ LB = LAB . In particolare, se A ∈ Mn×n (K) è una
matrice invertibile, allora LA è biunivoca e L−1
A = LA−1
Dimostrazione.
Sia A ∈ Mn×n (K) una matrice invertibile. Abbiamo già visto che LA è
biunivoca e viceversa. Inoltre, tenendo in mente che LIdn = IdKn , si ha
LA ◦ LA−1 = LAA−1 = LIdn = IdKn e LA−1 ◦ LA = LA−1 A = LId = IdKn ,
ovvero
(LA )−1 = LA−1
1 1
1 1 2
Esempio 7.7. Sia A = ∈ M2×3 (R) e sia B = 0 1 ∈
1 −1 1
1 −1
M3×2 (R). Allora:
x
3 2 x + y + 2z
LA : R −→ R , LA y = ,
x−y+z
z
x+y
x
LB : R2 −→ R3 , LB = y ,
y
x−y
LA ◦ LB : R2 −→ R2 ,
x x 3 0 x 3x
LA ◦ LB = LAB = = ,
y y 2 −1 y 2x − y
LB ◦ LA : R3 −→ R3 ,
x x 2 0 3 x 2x + 3z
LB ◦LA y = LBA y = 1 −1 1 y = x − y + z ,
z z 0 2 1 z 2y + z
Sia
K : Mm×n (K) −→ Lin(Kn , Km ) A 7→ LA .
L’applicazione K è lineare. Infatti
126
per ogni v ∈ Kn . Quindi K(A + B) = LA+B = LA + LB = K(A) + K(B).
Se λ ∈ K e A ∈ Mm×n (K), allora per ogni v ∈ Kn si ha
xn
T (X) = T (x1 e1 + · · · + xn en )
= x1 T (e1 ) + · · · + xn T (en )
x1
= MT ... .
xn
127
Corollario 7.9. Sia T : Kn −→ Km una applicazione lineare e sia MT =
(T (e1 ), . . . , T (en )) ∈ Mm×n (K), dove {e1 , . . . , en } è la base canonica di Kn .
Allora
1 1 0 1 0 2
T 0 = 2 , T 1 = 1 , T 0 = 3 ,
0 1 0 2 1 3
e quindi
1 1 2
MT = 2 1 3 .
1 2 3
Poiché rg(MT ) = 2, (verificare!) T non è iniettiva, rispettivamente suriet-
tiva, rispettivamente biunivoca. Inoltre,
1
Ker T = Sol(MT |0R3 ) = L 1 .
−1
128
2
Sia b = −1 ∈ R3 . Stabilire se b ∈ Im T è equivalente a stabilire se il
7
sistema
MT X = b,
è compatibile. Poiché rg(MT ) = rg(MT |b) (verificare!), b ∈ Im T .
Il prossimo risultato riguarda la corrispondenza T 7→ MT .
Proposizione 7.11. L’applicazione
b) MλT = λMT ;
biunivoca la cui inversa è K. Inoltre:
• se T : Kn −→ Kp e G : Kp −→ Km , allora MG◦T = MG MT ;
• se MIdKn = Idn ;
MG◦T = MG MT .
129
Infine, sia T : Kn −→ Kn invertibile. Quindi MT è invertibile. Inoltre
ym
sono le coordinate di w rispetto alla base C. Vogliamo calcolare le coordinate
di T (v) rispetto alla base C. Poiché FC : W −→ Km è lineare, si ha
dove MC,B (T ) = ([T (v1 )]C , . . . , [T (vn )]C ) ∈ Mm×n (K). MC,B (T ) è chiamata
la matrice associata a T rispetto alla basi B in partenza e C in arrivo. La
matrice MC,B (T ) è l’unica matrice di ordine m × n, dove m = dim W e
n = dim V , a coefficienti in K che verifica
130
per ogni v ∈ V . In maniera equivalente, il seguente diagramma
V
T /W
FB FC
n
K / Km
LMC,B (T )
• FC (Im T ) = Im LMC,B (T ) ;
131
Applicando il risultato anteriore ed il Corollario 6.16 si ha il seguente
risultato.
Corollario 7.15. Sia T : V −→ W e siano B e C basi di V e W rispettiva-
mente. Allora:
• T è iniettiva se e solamente se rg(MC,B (T )) = dim V ;
• T è suriettiva se e solamente se rg(MC,B (T )) = dim W ;
• T è biunivoca se e solamente se MC,B (T ) è invertibile.
0 1
Esempio 7.16. Sia A = e sia Sia T : M2×2 (R) −→ M2×2 (R) cosı̀
1 1
definita:
T (X) = X − Tr(X)A.
L’applicazione T è lineare (verificare). Sia
1 0 0 1 0 0 0 0
B= , , , ,
0 0 0 0 1 0 0 1
una base di M2×2 (R). Allora
1 0 1 −1 0 1 0 1
T = ,T =
0 0 −1 −1 0 0 0 0
0 0 0 0 0 0 0 −1
T = ,T = .
1 0 1 0 0 1 −1 0
Poiché
a b 1 0 0 1 0 0 0 0
=a +b +c +d ,
c d 0 0 0 0 1 0 0 1
si ha
a
a b b
FB : M2×2 (R) −→ R4 7→
c ,
c d
d
e quindi
1 0 0 0
−1 1 0 −1
MB,B (T ) =
−1
.
0 1 −1
−1 0 0 0
Poiché rg(MB,B (T )) = 3, allora dim Im T = 3 e dim Ker T = 1
132
Esempio 7.17. Sia T : R3 −→ R3 l’applicazione lineare definita da:
1 1 0 1 1 1
T 0 = 0 , T 2 = 2 , T 1 = 1 .
1 2 1 4 1 3
Allora
1 1 1
MC,B (T ) = 0 2 1 ,
2 4 3
1 0 1
è la matrice associata a T rispetto alle basi B = 0 , 2 , 1
1 1 1
in partenza e la base canonica C in arrivo. Poiché MC,B (T ) ha rango 2,
allora T non è iniettiva. Per calcolare il nucleo possiamo procedere come
segue. Poiché
T (X) = MC,B (T )[X]B ,
si ha X ∈ Ker T se e solamente se T (X) = MC,B (T )[X]B = 0. Quindi
Sol(MC,B (T )|0) descrive le coordinate dei vettori X ∈ R3 rispetto alla base
B tali che T (X) = 0. Applicando il metodo di Gauss e il metodo della
risoluzione all’indietro, si ha
1
Sol((MC,B (T )|0)) = L 1 .
−2
Quindi una base per il Ker T è dato dal vettore
1 0 1 −1
1 0 + 1 2 − 2 1 = 0 .
1 1 1 0
Un’altro metodo per calcolare il nucelo è ricavare
x x
T y = MC,B (T ) y
z z
B
1 1 1 −x − y + 2z
= 0 2 1 −x + z
2 4 3 2x + y − 2z
z
= y ,
y + 2z
133
1
da cui segue facilmente che Ker T = L 0 .
0
Quindi
la i-esima colonna della matrice MC,B (T ) è, per definizione, [T (vi )]C =
a1i
..
. , per i = 1, . . . , n, ovvero la i-esima colonna della matrice A, da cui
ami
segue che MC,B (T ) = A, dimostrando che M è suriettiva.
Poiché T = 0 se e solamente se T (v) = 0 per ogni v ∈ V , quindi se e
solamente se
[T (v)]C = MC,B (T )[v]B = 0
per ogni v ∈ V . Quindi se e solamente se MC,B (T ) = 0.
134
Come nel caso di Lin(Kn , Km ), la corrispondenza biunivoca sopra defi-
nita verifica altre proprietà.
da cui segue
MC,X (T ◦ G) = MC,B (T )MB,X (G).
dove
M(B, C) = ([w1 ]B , . . . , [wn ]B ) ∈ Mn×n (K),
si chiama matrice del cambiamento di base da B a C. La matrice del cam-
biamento di base è l’unica matrice M(B, C) tale che per ogni v ∈ V , si
ha
[v]B = M(B, C)[v]C .
135
È facile verificare che M(B, C) = MB,C (IdV ) da cui segue che la matrice
del cambiamento di base è invertibile. Un altra maniera per provare cje
M(B, C) è invertibile è la seguente. Poiché w1 , . . . , wn formano una base di
V , anche i vettori [w1 ]B , . . . , [wn ]B formano una base di Kn . Quindi M(B, C)
è invertibile. Vediamo altre proprietà della matrice di cambiamento di base.
Proposizione 7.21. Siano B, C e D basi di V . Allora
• M(B, B) = Idn ;
• M(B, C)M(C, D) = M(B, D);
• M(B, C) è invertibile e la sua inversa (M(B, C))−1 = M(C, B).
Facoltativa. Sia B una base poiché [v1 ]B = e1 , . . . , [vn ]B = en , la matrice
M(B, B) = Idn .
Sia v ∈ V . Allora
[v]B = M(B, C)[v]C = M(B, C)M(C, D)[v]D
= M(B, D)[v]D .
Poiché vale per ogni v ∈ V , si ha M(B, D) = M(B, C)M(C, D). In partico-
lare
M(B, C)M(C, B) = M(B, B) = Idn .
basi di R3 . Allora
1 1 1
M(B, B 0 ) = 0 1 1 .
0 B 0 B 1 B
Poiché
x 1 0 1 x
y = Sol 0 2 1 y
z B 1 1 1 z
−x − y + 2z
= −x + z ,
2x + y − 2z
136
si ha
−1 −2 0
M(B, B 0 ) = −1 −1 0 .
2 3 1
Analogamente
1 0 1
M(B 0 , B) = 0 2 1 .
1 B0 1 B0 1 B0
Poiché
x 1 1 1 x
y = Sol 0 1 1 y
z B0 0 0 1 z
x−y
= y − z ,
z
si ha
1 −2 0
M(B 0 , B) = −1 1 0 .
1 1 1
1 0 1
Esempio 7.23. Sia B = 0 , 2 , 1 una
base di R3 e sia C
1 1 1
la base canonica di R3 . Allora
1 0 1 1 0 1
M(C, B) = 0 2 1 = 0 2 1
1 C 1 C 1 C 1 1 1
Invece, poiché
x 1 0 1 x
y = Sol 0 2 1 y
z B 1 1 1 z
−x − y + 2z
= −x + z ,
2x + y − 2z
137
si ha
−1 −1 2
M(B, C) = −1 0 1 = M(C, B)−1 .
2 1 −2
Teorema 7.24. Sia T : V −→ W una applicazione lineare. Siano B, B 0 e
C e C 0 basi di V e W rispettivamente. Allora
MC 0 ,B0 (T ) = M(C 0 , C)MC,B (T )M(B, B 0 ).
Facoltativa. Sia v ∈ V . Allora
[T (v)]C 0 = M(C 0 , C)[T (v)]C
Adesso, [T (v)]C = MC,B (T )[v]B , e [v]B = M(B, B 0 )[v]B0 , da cui segue che
per ogni v ∈ V si ha
[T (v)]C 0 = M(C 0 , C)[T (v)]C
= M(C 0 , C)MC,B (T )M(B, B 0 ) [v]B0 .
138
Esempio 7.26. Sia T : R3 −→ R3 l’applicazione lineare definita da:
1 1 0 0 1 −2
T 0 = 1 , T 2 = 2 , T 1 = 0 .
1 0 1 1 1 1
Allora
1 0 −2
MC,B (T ) = 1 2 0 ,
0 1 1
1 0 1
è la matrice associata a T rispetto alle basi B = 0 , 2 , 1
1 1 1
in partenza e la base canonica C in arrivo. Poiché
quindi
x −5 −3 6 x −5x − 3y + 6z
T y = −3 −1 4 y = −3x − y + 4z .
z 1 1 −1 z x+y−z
139
Esempio 7.27. Sia T : R3 −→ R3 l’applicazione lineare definita da:
1 1 1 1 1 −2
T 0 = 0 , T 1 = 1 , T 1 = 5 .
0 −1 0 −1 1 2
Allora
1 1 −2
MB,B (T ) = 0 1 5 .
−1 B −1 B 2 B
Poiché
x x−y
y = y − z ,
z B z
si ha
1 0 −7
MB,B (T ) = 1 2 3 .
−1 −1 2
Applicando il Teorema 7.24, si ha
Poiché
1 1 1 1 −1 0
M(C, B) = 0 1 1 , M(B, C) = 0 1 −1 ,
0 0 1 0 0 1
si ha
1 1 1 1 0 −7 1 −1 0
MC,C (T ) = 0 1 1 −1 2 3 0 1 −1
0 0 1 1 −1 2 0 0 1
1 0 −3
= 0 1 4 .
−1 0 3
Quindi
x 1 0 −3 x x − 3z
T y = 0 1 4 y = y + 4z .
z −1 0 3 z −x + 3z
140
Corollario 7.28. Sia T : V −→ V una applicazione lineare. Siano B e C
basi di V . Allora
ani
ovvero MB,B (T )k =Ak . Quindi MB,BP (T ) = A.
Sia C = {w1 , . . . , wn } dove wi = nm=1 pmi vm , i = 1, . . . , n, per i =
1, . . . , n. L’insieme C = {w1 , . . . , wn } è una base di V poiché la matrice
([w1 ]B , . . . , [wn ]B ) = P,
141
Capitolo 8
Struttura Metrica
hX, Y i = x1 y1 + · · · + xn yn = X T Y.
Rn × Rn −→ R (X, Y ) 7→ hX, Y i.
142
Dimostrazione. Verifichiamo solamente la prima proprietà. Le altre sono
conseguenza delle proprietà del prodotto di matrici.
hX, Xi = x21 + · · · + x2n ≥ 0. Inoltre hX, Xi = 0 se e solamente se
X = 0Rn .
Definizione 8.4. Siano X, Y due vettori non nulli. Definiamo l’angolo fra
X e Y come l’unico valore θ ∈ [0, π] tale che
hX, Y i
cos θ = .
k X kk Y k
143
Proposizione 8.5. Siano X, Y ∈ Rn vettori non nulli. L’angolo fra X e Y è
acuto, rispettivamente ottuso, se e solamente se hX, Y i > 0. rispettivamente
hX, Y i < 0.
Definizione 8.6. Diremo che due vettori X, Y sono ortogonali se il loro
prodotto scalare è nullo.
Teorema 8.7. Siano X, Y ∈ Rn . Allora k X k2 + k Y k2 =k X + Y k2 se e
solamente se X, Y sono ortogonali.
Dimostrazione. Siano X, Y ∈ Rn . Utilizzando le proprietà del prodotto
scalare si ha
xn
144
Poiché xi = hX, ei i per i = 1, . . . , n, si ha
x1
X = ... = hX, e1 ie1 + · · · + hX, en ien .
xn
Il prossimo risultato mostra che la formula precedente vale per ogni base
ortonormale.
• k v k= hv, v1 i2 + · · · + hv, vn i2 .
p
Poiché vj 6= 0Rn si ha
hv, vj i
xj = ,
hvj , vj i
da cui segue la tesi.
Sia B = {v1 , . . . , vn } una base ortonormale. Applicando il risultato
anteriore si ha v = hv, v1 iv1 + · · · + hv, vn ivn .
Siano v, w ∈ V e sia B = {v1 , . . . , vn } una base ortonormale. Allora
n
X n
X
hv, wi = h hv, vm ivm , hw, vl ivl i
m=1 l=1
Xn
= hv, vm ihw, vl ihvm , vl i.
m,l=1
145
Adesso, tenendo in mente che hvm , vl i = 0 se m 6= l e 1 se l = m si ha
n
X
hv, wi = hv, vm ihw, vm i = [v]TB [w]B .
m=1
Pn 2
p particolare, se v = w, allora hv, vi =
In m=1 hv, vm i e quindi k v k=
hv, v1 i2 + · · · + hv, vn i2 .
1
0 0
√1 √1
Esempio 8.11. Sia B = 0 , 2 2 una base ortonormale
0
√1 −1
√
2 2
di R3 . Allora
0 0
x 1
+ z √1 y − z √1
y = x 0 + y√ 2 + √ 2 ,
z 0 2 √1 2 −1
√
2 2
ovvero
x
x
y+z
√2 .
y =
y−z
z B √
2
146
e per ogni 1 ≤ j ≤ k − 1, si ha L(v1 , . . . , vj ) = L(w1 , . . . , wj ). Dobbiamo
dimostrare che wk è non nullo, ortogonale a w1 , . . . , wk−1 e L(v1 , . . . , vk ) =
L(w1 , . . . , wk ). Se wk = 0Rn allora
k−1
X hwj , vk i
vk = wj .
hwj , wj i
i=1
hwk , ws i = 0,
per s = 1, . . . , k − 1. Infatti
k−1
X hvk , wj i
hwk , ws i = hvk − wj , ws i
hwj , wj i
j=1
k−1
X hvk , wj i
= hvk , ws i − wj , ws
hwj , wj i
j=1
k−1
X hvk , wj i
= hvk , ws i − hwj , ws i
hwj , wj i
j=1
hvk , ws i
= hvk , ws i − hws , ws i
hws , ws i
= hvk , ws i − hvk , ws i
= 0.
147
1 1 1
Esempio 8.13. Siano v1 = 0 , v2 = 1 , v3 = −1 ∈ R3 . Allora
1 2 −3
1
w1 = 0 ,
1
1
1 1 −
3 2
w2 = 1 −
0 = 1 ,
2 1
2 1 2
1
1 1 −2 1
w3 = −1 + 0 + 2 1 = 1
1
−3 1 2 −1
Corollario 8.14. Esistono basi ortonormali differenti dalla base canonica.
Dimostrazione. Sia {v1 , . . . , vn } una base di Rn . Applicando il procedimento
di ortogonalizzazione di Gram-Schimdt ottengo una base C = {w1 , . . . , wn }
ortogonale. Dividendo ciascun vettore per la sua norma, i.e.,
w1 wn
,...,
k w1 k k wn k
ottengo una base ortonormale.
Corollario 8.15. Siano v1 , . . . , vk ∈ Rn vettori non nulli e a due a due
ortogonali. Allora è possibile completare v1 , . . . , vk a base ortogonale di Rn .
Dimostrazione. Applicando il teorema di completamento a base è possibi-
le completare i vettori v1 , . . . , vk a una base di Rn , che indicheremo con
v1 , . . . , vk , vk+1 , . . . , vn . Applicando il procedimento di Gram-Schimdt alla
base {v1 , . . . , vn } troviamo una base ortogonale di Rn i cui primi k vettori
sono v1 , . . . , vk (perché?).
1 2
Esempio 8.16. Siano 1 , 0 ∈ R3 . Possiamo completarli a base
2 −1
0
aggiungendo 0 . Quindi
1
1 2 0
1 , 0 , 0
2 −1 1
148
è una base di R3 . Applicando il procedimento di Gram-Scmidt, si ottiene la
base ortogonale
1 2 1/15
1 , 0 , −1/3 ,
2 −1 2/15
di R3 .
Vediamo infine un legame fra matrici ortogonali e basi ortonormali.
Proposizione 8.17. Sia A = (A1 , . . . , An ) ∈ Mn×n (R). A è una matrice
ortogonale se e solamente se A1 , . . . , An formano una base ortonormale.
Dimostrazione. La matrice A è ortogonale se e solamente se AAT = AT A =
Idn . Ricordiamo che se AT A = Idn , rispettivamente AAT = Idn , allora
AAT = Idn , rispettivamente AT A = Idn .
Sia A = (aij ) 1 ≤ i ≤ n e sia AT = (aT ij ) 1 ≤ i ≤ n . Infine, sia C = AT A =
1≤j ≤n 1≤j ≤n
n
X n
X
cij = aTim amj = ami amj = hAi , Aj i.
m=1 m=1
W ⊥ := {X ∈ Rn : hX, si = 0 ∀s ∈ W },
149
Poiché hu, si = hv, si = 0, si ha
hu + v, si = hu, si + hv, si = 0.
hλv, si = λhv, si = 0,
ovvero λv ∈ W ⊥ .
hu, si = 0, ∀s ∈ W.
s = α1 v1 + · · · + αk vk .
Quindi
hu, si = hw, α1 v1 + · · · + αk vk i
= α1 hu, v1 i + · · · + αk hu, vk i
= 0 (essendo u ∈ U )
150
1 −1
0 2 4
Esempio 8.21. Sia dato W = L 1 , 1 sottospazio di R .
1 3
Allora
x1
x
⊥ 2 4
W = ∈ R : x 1 + x 3 + x4 = 0, −x 1 + 2x 2 + x 3 + 3x 4 = 0
x3
x4
1 1
1 2
= L
−1 , 0
0 −1
L(v1 , . . . , vk ) = L(w1 , . . . , wk ),
151
ad una base di W . Applicando la Proposizione 8.20 si ha wk+1 , . . . , wn ∈
W ⊥ . Affermiamo che i vettori wk+1 , . . . , wn formano una base ortogonale
di W ⊥ . Poiché sono linearmente indipendenti, è sufficiente dimostrare che
formano un sistema di generatori di W ⊥ .
Sia z ∈ W ⊥ . Poiché C = {w1 , . . . , wn } è una base ortogonale di Rn , si
ha
hz, w1 i hz, wn i
z= w1 + · · · + wn .
hw1 , w1 i hwn , wn i
Poiché z ∈ W ⊥ e W = L(w1 , . . . , wk ), si ha
hz, vj i
= 0, per j = 1, . . . , k,
hvj , vj i
ovvero
hz, wk+1 i hz, wn i
z= wk+1 + · · · + wn ∈ L(vk+1 , . . . , vn ).
hwk+1 , wk+1 i hwn , wn i
W + W ⊥ = L(w1 , . . . , wn ) = Rn .
1 1 2
1 0 1
Esempio 8.24. Sia dato W = L 0 ,
, sottospazio di
1 1
1 −1 0
4
R . La dimensione di W è due (verificare!) e equazioni cartesiane per il
152
sottospazio W ⊥ sono:
x1 + x2 + x4 = 0
W⊥ = x1 + x3 − x4 = 0
2x1 + x2 + x3 = 0
0 −1
Il prossimo risultato garantisce che PW (v) non dipende dalla base orto-
normale scelta di W .
153
Proposizione 8.29. Sia v ∈ Rn . Allora esiste un unico w ∈ W tale che
v − w ∈ W ⊥ . Inoltre, se C = {w1 , . . . , wk } è una base ortonormale di W ,
allora u = PW (v) = hv, w1 iw1 + · · · + hv, wk iwk .
0 1 1
di R4 . Vogliamo calcolare la proiezione ortogonale su W . Per definizione di
proiezione ortogonale, bisogna calcolare una base ortonornale di W . Poiché
la matrice
1 2 2
1 0 1
1 1 2 ,
0 1 1
ha rango 2 (verificare!) la dimensione di W è 2 ed una base di W è formata
da
1 2
1 0
, .
1 1
0 1
Applicando il procedimento di Gram-schimdt e poi dividendo ciascun vettore
per la sua norma ottengo una base ortonormale cosı̀ fatta:
√ √
1/√3 1/ √3
1/ 3 −1/ 3
√ , .
1/ 3 0√
0 1/ 3
154
Quindi
√ √
x1 x1 1/√3 1/√3
x2 x2 1/√3 1/√3
PW = h , i
x3 x3 1/ 3 1/ 3
x4 x4 0 0
√ √
x1 1/ √3 1/ √3
x2 −1/ 3 −1/ 3
+ h
x3 ,
i
0√ 0√
x4 1/ 3 1/ 3
√ √
1/√3 1/ √3
(x1 + x2 + x3 ) 1/ 3 + (x1 − √x2 + x4 )
−1/ 3
= √
3 0√ 3 0√
1/ 3 1/ 3
2x1 + x3 + x4 /3
2x2 + x3 − x4 /3
= x1 + x2 + x3 /3
x1 − x2 + x4 /3
zn wn
canonico:
hZ, W i = z1 w1 + · · · + zn wn = Z T W .
Il prodotto Hermitiano canonica è una applicazione
Cn × Cn −→ C (Z, W ) 7→ hZ, W i
c) hZ + W, U i = hZ, U i + hW, U i;
155
e) hλZ, W i = λhZ, W i;
f ) hZ, λW i = λhZ, W i.
Dimostrazione. Esercizio.
|hZ, W i| ≤k Z kk W k,
p
dove k Z k:= hZ, Zi, e l’uguaglianza vale se e solamente se Z e W sono
linearemente dipendenti.
Facoltativa. Siano α, β ∈ C. Se Z = 0Cn , allora la disuguaglianza è banal-
mente verificata. Supponiamo che Z 6= 0Cn . Allora
0 ≤ hαZ + βW, αZ + βW i
≤ |α|2 hZ, Zi + |β|2 hW, W i + αβhZ, W i + αβhW, Zi
.
156
Una base B = {v1 , . . . , vn } si dice ortogonale, rispettivamente ortonor-
male, se i vettori v1 , . . . , vn sono a due a due ortogonali, rispettivamente se
i vettori sono a due a due ortogonali ed hanno norma unitaria. L’esistenza
di basi ortogonali è conseguenza del seguente risultato.
Sia S ⊂ Cn . Definiamo
S ⊥ := {X ∈ Cn : hX, si = 0 ∀s ∈ S}.
157
Capitolo 9
Endomorfismi
Diagonalizzabili e Teorema
spettrale
158
Proposizione 9.4. Sia T : V −→ V un endomorfismo. Uno scalare λ ∈ K è
un autovalore di T se e solamente se T −λIdV non è iniettivo. In particolare
T è iniettiva, e quindi biunivoca, se e solamente se 0 non è un autovalore
di T
Dimostrazione. λ ∈ K è una autovalore se e solamente se Vλ 6= {0V }. Poiché
Vλ = Ker (T − λIdV ), e T − λIdV è un operatore, applicando il Corollario
6.16 si ha che λ ∈ K è un autovalore se e solamente se T − λIdV non è
iniettivo e quindi non è biunivoca.
159
diagonale. Allora
[T (vi )]B = MB,B (T )[vi ]B
= MB,B (T )ei
= λi ei
= λi [vi ]B
= [λi vi ]B .
Tendendo in mente che v = w se e solamente se [v]B = [w]B , si ha che
T (vi ) = λi vi per i = 1, . . . , n da cui segue che vi è autovettore relativo
all’autovalore λi . Quindi {v1 , . . . , vn } è una base di V formata da autovettori
di T .
Proposizione 9.6. Sia T : V −→ V un endomorfismo. Allora T è diago-
nalizzabile se e solamente se esiste una base B di V tale che MB,B (T ) è una
matrice diagonale.
Sia C una base di V . Poiché MC,C (T ) è simile alla matrice MB,B (T ) si
ha il seguente risultato.
Proposizione 9.7. Sia T : V −→ V un endomorfismo e sia C una base di
V . T è diagonalizzabile se e solamente se MC,C (T ) è simile a una matrice
diagonale.
Il prossimo risultato prova che autovettori corrispondenti ad autovalori
distinti sono linearmente indipendenti.
Proposizione 9.8. Sia T : V −→ V una applicazione lineare e siano
v1 , . . . , vm autovettori di T corrispondenti agli autovalori λ1 , . . . , λm . Se
λ1 , . . . , λm sono distinti, i.e., λi 6= λj se i 6= j, allora gli autovettori v1 , . . . , vm
di T sono linearmente indipendenti.
Facoltativa. la dimostrazione sarà fatta per induzione sul numero di auto-
vettori.
Se m = 1 la proposizione è banalmente verificata poiché un autovettore
è un vettore non nullo e quindi linearmente indipendente.
Supponiamo che la proposizione sia vera per m autovettori di T cor-
rispondenti a m autovalori distinti e dimostriamolo per m + 1 autovalori
distinti.
Siano v1 , . . . , vm+1 autovettori corrispondenti ad autovalori λ1 , . . . , λm+1
distinti. Per ipotesi induttiva i vettori v1 , . . . , vm sono linearmente indipen-
denti. Supponiamo per assurdo che v1 , . . . , vm+1 fossero linearmente di-
pendenti. Poiché v1 , . . . , vm sono linearmente indipendenti, il vettore vm+1
160
sarebbe combinazione lineare di v1 , . . . , vm (perché?). Quindi esistono degli
scalari α1 , . . . , αm ∈ K tale che
vm+1 = α1 v1 + · · · + αm vm .
Applicando T si ha
Dall’altro lato
Quindi
λm+1 α1 v1 + · · · + λm+1 αm vm = λ1 α1 v1 + · · · + λm αm vm ,
ovvero
(λm+1 − λ1 )α1 v1 + · · · + (λm+1 − λm )αm vm = 0.
Poiché i vettori v1 , . . . , vm sono linearmente indipendenti, ne segue che i
coefficienti sono tutti nulli:
α1 (λm+1 − λ1 ) = · · · = αm (λm+1 − λm ) = 0
161
9.10 Polinomio caratteristico
Sia V uno spazio vettoriale su K di dimensione n. Vogliamo calcolare gli
autovalori di un endomorfismo T : V −→ V .
Sia B una base di V . Uno scalare λ ∈ K è un autovalore di T se e
solamente se T − λIdV non è iniettiva ovvero se e solamente se la matrice
MB,B (T − λIdV ) non è invertibile . Poiché MB,B (T − λIdV ) = MB,B (T ) −
λIdn , si ha che λ ∈ K è un autovalore di T se e solamente se
det(MB,B (T ) − λIdn ) = 0.
Definiamo
da cui segue
pC (t) = det(MC,C (T ) − tIdn )
= det M(B, C)−1 MB,B (T )M(B, C) − tIdn
162
Corollario 9.13. Sia V uno spazio vettoriale su K di dimensione n e sia
T : V −→ V un endomorfismo. Sia λ ∈ K. Allora λ è un autovalore di
T se e solamente se λ è una radice del polinomio caratteristico di T . In
particolare T ha al massimo n autovalori.
1 1 0 1 0 2
T 0 = 2 ,T
1 = 1 ,T
0 = 3 ,
0 1 0 2 1 3
e quindi
1 1 2
MT = MC,C (T ) = 2 1 3 .
1 2 3
Il polinomio caratteristico di T è dato da
1−t 1 2
pT (t) = det(MC,C (T ) − tId3 ) = det 2 1−t 3 .
1 2 3−t
163
0 1
Esempio 9.15. Sia A = e sia Sia T : M2×2 (R) −→ M2×2 (R)
1 1
l’applicazione lineare cosı̀ definita:
T (X) = X − Tr(X)A.
Sia
1 0 0 1 0 0 0 0
B= , , , ,
0 0 0 0 1 0 0 1
Nell’esempio 7.16 abbiamo visto che
1 0 0 0
−1 1 0 −1
MB,B (T ) =
−1
.
0 1 −1
−1 0 0 0
Quindi
1−t 0 0 0
−1 1 − t 0 −1
pT (t) = det(MB,B (T )−tId4 ) = det = −t(1−t)3 ,
−1 0 1 − t −1
−1 0 0 −t
164
Proposizione 9.18. Sia V uno spazio vettoriale su K di dimensione n e
sia T : V −→ V un endomorfismo. Sia λ ∈ K un autovalore. Se B è una
base di V , allora
Quindi
165
Dimostrazione. Poiché mg (λ) ≥ 1 (perché ?), si ha
1 ≤ mg (λ) ≤ ma (λ) = 1,
1 2 0 −1 0 3
T 0 = 1 ,T
1 = 0 ,T 0 = 3 ,
0 2 0 −2 1 7
e quindi
2 −1 3
MT = MC,C (T ) = 1 0 3 .
2 −2 7
Il polinomio caratteristico di T è dato da
2 − t −1 3
pT (t) = det(MC,C (T ) − tId3 ) = det 1 −t 3 = −(t − 1)2 (t − 7).
2 −2 7 − t
166
Lemma 9.22. Sia V uno spazio vettoriale su K e sia T : V −→ V un
endomorfismo. Siano λ1 , . . . , λk ∈ K autovalori distinti. Indichiamo con
Bλi una base per l’autospazio Vλi per i = 1, . . . , k. Allora
[ [
B = Bλ1 · · · Bλk ,
Quindi
w1 + · · · + wk = 0V
Per la Proposizione 9.8, si ha w1 = · · · = wk = 0V e quindi
0V = α1 v1 + · · · + αj1 vj1
0V = αj1 +1 vj1 +1 + · · · + αj2 vj2
..
.
0V = αjk +1 vjk +1 + · · · + αn vn .
167
Tenendo in mente che
si ha α1 = · · · = αn = 0.
a) T è diagonalizzabile.
e quindi
da cui segue che tutti gli autovalori stanno in K ed ma (λj ) = mg (λj ) per
j = 1, . . . , k.
Viceversa, supponiamo che tutti gli autovalori di T stanno in K, ovvero
T ha n autovalori non necessariamente distinti, e che la molteplicità alge-
brica e geometrica coincidono per ogni autovalore. Siano λ1 , . . . , λk ∈ K gli
168
autovalori distinti di T . Sia BVλj una base di Vλj per j = 1, . . . , k. L’in-
S S
sieme B = BVλ1 · · · BVλk è formato da n = dim V autovettori. Per il
Lemma 9.22 i vettori di B sono linearmente indipendenti e quindi una base,
concludendo la dimostrazione.
Esempio 9.24. Sia T : M2×2 (R) −→ M2×2 (R) l’applicazione lineare cosı̀
definita:
a11 a12 a11 + a12 a12
T = .
a21 a22 a11 + a21 + a22 a11 + a21 + a22
Sia
1 0 0 1 0 0 0 0
B= , , , ,
0 0 0 0 1 0 0 1
Poiché
1 1 0 0
0 1 0 0
MB,B (T ) =
1
,
0 1 1
1 1 1 1
si ha
1−t 1 0 0
0 1−t 0 0 = t(t−2)(t−1)2 .
PT (t) = det(MB,B (T )−tId4 ) = det
1 0 1−t 1
1 1 1 1−t
1 1 1 0
T non è diagonalizzabile.
169
Allora
0 −1 −1
MC,B (T ) = −2 −3 −3 ,
2 3 −4
1 1 0
è la matrice associata a T rispetto alle basi B = 0 , 1 , −1
1 1 1
in partenza e la base canonica C in arrivo. Per stabilire se T è diagonaliz-
zabile non posso utilizzare la matrice MC,B (T ) (perché?). Svolgeremo due
procedimenti.
I metodo. Il polinomio caratteristico di T è
La matrice
MC,C (T ) = MC,B (T )M(B, C).
Poiché
x 1 1 0 x 2x − y − z
y = Sol 0 1 −1 y = −x + y + z
z B 1 1 1 z −x + z
si ha
2 1 −1
M(B, C) = −1 1 1
−1 0 1
e quindi
0 −1 −1 2 −1 −1 2 −1 −2
MC,C (T ) = −2 −3 −3 −1 1 1 = 2 −1 −4 .
2 3 −4 −1 0 1 −1 1 3
170
per cui gli autovalori di T sono 1 con molteplicità algebrica due e 2 con
molteplicità algebrica uno, e quindi anche geometrica uno. Poiché
l’endomorfismo T è diagonalizzabile.
II metodo. Vogliamo calcolare il polinomio caratteristico pT (t) = det(MB,B (T )−
tId3 ). Poiché
1 0 1 −1 0 −1
T 0 = −2 , T 1 = −3 , T −1 = −3 ,
1 2 1 3 1 −4
si ha
0 −1 −1
MB,B (T ) = −2 , −3 , −3 .
−2 B 3 B
2 B
Le coordinate di un vettore rispetto alla base B è l’unica soluzione del se-
guente sistema lineare
x 1 1 0 x 2x − y − z
y = Sol 0 1 −1 y = −x + y + z
z B 1 1 1 z −x + z
per cui gli autovalori di T sono 2 con molteplicità algebrica uno, e quindi
anche la molteplicità geometrica è uno, ed 1 con molteplicità algebrica 2.
171
Inoltre,
quindi T è diagonalizzabile.
LA (X) = AX.
(A − λIdn )v = 0.
LA (ei ) = Aei = Ai ,
172
La dimensione di Vλ è la molteplicità geometrica di λ. Applicando il Teorema
di Rouché-Capelli, si ha
173
Viceversa supponiamo che LA sia diagonalizzabile. Sia B = {v1 , . . . , vn }
una base di Kn formata da autovettori di LA . La matrice P = (v1 , . . . , vn ) è
invertibile poiché B = {v1 , . . . , vn } è una base di Kn . Vogliamo dimostrare
che P −1 AP è una matrice diagonale. Infatti
Quindi P è una matrice invertibile le cui colonne formano una base di au-
tovettori di LA e D è una matrice diagonale i cui elementi sulla diagonale
principale sono gli autovalori di LA e quindi di A.
a) A è diagonalizzabile su K;
Osservazione 9.31.
174
c) Sia A ∈ Mn×n (R) e sia pA (t) il suo polinomio caratteristico e sia
λ ∈ C un autovalore complesso. Allora anche λ è una radice di pA (t).
Quindi il numero delle radici complesse di un polinomio a coefficienti
reali è pari. Infatti, poiché pA (t) è un polinomio a coefficienti reali, si
ha pA (t) = pA (t) da cui segue
pA (λ) = pA (λ) = 0.
det(A) = λ1 · · · λn Tr(A) = λ1 + · · · + λn .
Bλ1 ∪ · · · ∪ Bλs ,
175
Supponiamo che A sia diagonalizzabile. Siano λ1 , . . . , λs ∈ K autovalori
distinti di A. Allora
Per provare che le due matrici sono uguali, dimostreremo che le due matrici
hanno le stesse colonne.
Siano e1 , . . . , en la base canonica di Kn . Ricordiamo che la i-esima
colanna della matrice P −1 AP è
(P −1 AP )i = P −1 AP ei ,
per i = 1, . . . , n.
Per definizione di P si ha P ei = vi per i = 1, . . . , n. Moltiplicando a
destra e sinistra per P −1 , si ha P −1 vi = ei per i = 1, . . . , n. Quindi
(P −1 AP )i = P −1 AP ei
= P −1 Avi
= µi P −1 vi
= µi ei ,
ovvero P −1 AP = D.
176
Gli autovalori di A sono −5 con molteplicità algebrica uno, e quindi anche
la molteplicità geometrica è 1, e −1 con molteplicità algebrica due. Poiché
1 −2 1
A + Id3 = 2 −4 2
−1 2 −1
La molteplicità geometrica dell’autovalore 1 è
mg (−1) = 3 − rg(A + Id3 ) = 2
e quindi A è diagonalizzabile. Una base per l’autospazio relativo a −5 è
1
V−5 = Sol(A + 5Id|0R3 ) = L 2
−1
mentre
2 1
V−1 = Sol(A + Id3 |0R3 ) = L 1 , 0 .
0 −1
2 1 1 −1 0 0
Quindi se P = 1 0 2 eD= 0 −1 0 , allora si ha
0 −1 −1 0 0 −5
P −1 AP = D.
Esempio 9.34. Sia
1 −1 0
A = −1 0 −1 .
0 1 1
Il polinomio caratteristico di A è
pA (t) = det(A − tId3 )
1 − t −1 0
= det −1 −t −1
0 1 1−t
= (1 − t)(t2 + t + 1) + (t − 1) = −t(t − 1)2 ,
e quindi gli autovalori di A sono 0 con molteplicità algebrica uno e 1 con
molteplicità algebrica due. Poiché
0 −1 0
A − Id3 = −1 −1 −1 ,
0 1 0
177
si ha
mg (1) = 3 − rg(A − Id3 ) = 1,
ovvero la molteplicità geometrica dell’autovalore 1 è uno e quindi A non è
diagonalizzabile. Una base per l’autospazio relativo a 0 è
1
V0 = Sol(A|0R3 ) = L 1
−1
mentre
1
V1 = Sol(A − Id3 |0R3 ) = L 0 .
−1
Esempio 9.35. Sia
−2 −1 3
A = −5 −2 5 .
−4 −2 5
−2 − t −1 3
pA (t) = det −5 −2 − t 5 = (1 − t)(t2 + 1)
−4 −2 5−t
Gli autovalori di A sono 0 con molteplicità algebrica uno e gli autovalori
i, −i con molteplicità algebrica uno rispettivamente. Quindi A non è diago-
nalizzabile su R ma è diagonalizzabile su C. Gli autospazi della matrice A,
pensata come matrice a coefficienti complessi, sono:
1
V1 = Sol(A − Id3 |0R3 ) = L 0 ,
1
−i
Vi = Sol(A − iId3 |0R3 ) = L 2 − i .
1−i
i
V−i = Sol(A + iId3 |0R3 ) = L 2 + i .
1+i
Se indichiamo con
1 −i i 1 0 0
P = 0 2 − i 2 + i , D = 0 i 0 ,
1 1−i 1+i 0 0 −i
178
si ha
P −1 AP = D.
an1 ann
allora una base di V formata da autovettori di T è
−1
FB (w1 ) =, . . . , FB−1 (wn ) = {a11 v1 + · · · + an1 vn , . . . , a1n v1 + · · · + ann vn } .
179
1 con molteplicità algebrica e geometrica due e 2 con molteplicità algebrica
e geometrica uno. Sia C la base canonica e sia B la base su cui è definita T .
I metodo. Poiché
rispettivamente
si ha
V2 = Sol(MC,C (T ) − 2Id3 |0R3 )
0 −1 −2 0
= Sol 2 −3 −4 0
−1 1 1 0
1
= L 2 ,
−1
rispettivamente
Quindi
1 0 1
1 , 2 , 2
0 −1 −1
180
Primo passo, calcoliamo gli autospazi della matrice MB,B (T ).
−1 −2 −1 0
Sol(MB,B (T ) − Id3 |0R3 ) = Sol 0 0 0 0
2 4 2 0
1 1
= L 0 , −1
−1 1
e quindi
1 0 1 1 0
V1 = L 0 − −1 , 0 − 1 + −1
1 1 1 1 1
1 0
= L 1 , −2 .
0 1
Analogamente
−2 −2 −1 0
Sol(MB,B (T ) − 2Id3 |0R3 ) = Sol 0 −1 0 0
2 4 1 0
1
=L 0 ,
−2
da cui segue
1 0
V2 = L 0 − 2 −1
1 1
1
=L 2
−1
Riassumendo,
1 0 1
B 0 = 1 , −2 , 2
0 1 −1
181
è una base di R3 formata da autovettori di T e
1 0 0
MB0 ,B0 (T ) = 0 1
0 .
0 0 2
hX, Y i = X T Y .
hAX, Y i = hX, AY i.
hAX, Y i = (AX)T Y
= X T AT Y
= X T AY
= X T AY
= hX, AY i.
182
Quindi
hAX, Xi = hX, AXi
hλX, Xi = hX, λXi
λhX, Xi = λhX, Xi
Poiché hX, Xi =
6 0 si ha λ = λ, ovvero λ ∈ R.
hAX, Y i = hX, AY i.
Infatti
hAX, Y i = (AX)T Y
= X T AT Y
= X T (AY ) essendo A simmetrica)
= hX, AY i.
Teorema 9.40 (Teorema spettrale). Sia A ∈ Mn×n (R) una matrice sim-
metrica. Allora esiste una matrice ortogonale P tale che P T AP è diagonale.
Ovvero esiste una base ortonormale di Rn formata da autovettori di A.
183
Facoltativa. Per induzione su n. Se n = 1 è vero. Supponiamo di aver
dimostrato il teorema per n e proviamolo per n + 1. Per il lemma anteriore
una matrice simmetrica ha tutti gli autovalori reali. Sia λ ∈ R un autovalore.
v
Allora esiste v ∈ Rn non nullo tale che Av = λ1 v. Denotiamo con v1 = kvk .
n
Completiamo v1 ad una base ortonormale di R che denotiamo con B =
{v1 , . . . , vn+1 }. Allora
• P = M(C, B) = (v1 , . . . , vn+1 ) è una matrice ortogonale;
λ1 0 · · · 0
• P T AP = ...
B
0
dove B ∈ Mn×n (R) è una matrice simmetrica. Per ipotesi induttiva esiste
una matrice ortogonale Q di ordine n tale che
λ2
QT BQ =
.. .
.
λn+1
1 0 ··· 0
Sia Q̃ = ... ∈ Mn+1×n+1 (R). Q̃ è una matrice ortogonale
Q
0
da cui segue che anche P Q̃ è una matrice ortogonale. Inoltre
λ1
(P Q̃)T A(P Q̃) =
.. = D.
.
λn+1
184
Osservazione 9.42. Eistono matrici A ∈ Mn×n (C) tali che A = AT non
diagonalizzabile. Infatti
1 i
A= .
i −1
verifica A = AT . pA (t) = t2 quindi ha un autovalore λ = 0 con molteplicità
algebrica 2 e geometrica 1 da cui segue che A non è diagonalizzabile. Quindi
il Teorema spettrale non vale per le matrici complesse.
185
2−t 1 1
pA (t) = det(A − tId3 ) = det 1 2−t 1 = −(t − 4)(t − 1)2 .
1 1 2−t
Gli autovalori di A sono 4 con molteplicità algebrica uno e 1 con molteplicità
algebrica due. Una base per l’autospazio relativo a 1 è
1 0
V1 = Sol(A − Id|0R3 ) = L −1 , 1
0 −1
mentre
1
V4 = Sol(A − 4Id3 |0R3 ) = L 1 .
1
1 0 1 1 0 0
Quindi se P = −1 1 1 e D = 0 1 0 , allora
0 −1 1 0 0 4
P −1 AP = D.
La matrice √ √ √
1/ √2 1/√6 1/√3
U = −1/ 2 1/ √6 1/√3
0 −2/ 6 1/ 3
è ortogonale, le colonne formano una base ortonormale di autovettori di A
e verifica
U T AU = D.
186
Capitolo 10
Matrici ortogonali
Corollario 10.3. Sia A ∈ Mn×n (R) una matrice ortogonale. Allora l’en-
domorfimo LA : Rn −→ Rn preserva la lunghezza di un vettore, l’angolo fra
due vettori non nulli e infine la distanza fra due vettori.
si ha k LA (X) k=k X k ed
187
Poiché la distanza fra X e Y è per definizione d(X, Y ) =k X − Y k, si ha
che LA preserva la distanza.
Siano X e Y vettori non nulli. Allora
hLA (X), LA (Y )i hX, Y i
= ,
k LA (X) kk LA (Y ) k k X kk Y k
hAZ, AW i = hZ, W i,
ovvero
|λ|2 hZ, Zi = hZ, Zi.
6 0, si ha |λ|2 = 1.
Poiché hZ, Zi =
188
Corollario 10.5. Sia A una matrice ortogonale. Allora det(A) = ±1.
a = cos θ c = sin θ
.
b = cos ψ d = sin ψ
189
Inoltre dalla secondo equazione si deduce che cos θ cos ψ + sin θ sin ψ =
cos(ψ − θ) = 0, ovvero
π
ψ = θ + + kπ.
2
Se k è pari allora cos ψ = cos(θ + 2 ) = − sin(θ) e sin ψ = sin(θ + π2 ) = cos(θ),
π
ovvero
cos θ − sin θ
A= ,
sin θ cos θ
3π
e det(A) = 1. Se invece k è dispari, allora cos ψ = cos(θ + 2 ) = sin(θ) e
sin ψ = sin(θ + 3π
2 ) = − cos(θ), ovvero
cos θ sin θ
A= ,
sin θ − cos θ
190
Tenendo in mente che cos θ − 1 = −2 sin2 ( 2θ ) e sin θ = 2 sin 2θ cos 2θ , l’equa-
zione diventa
θ θ θ
−2 sin2 x + 2 sin cos y = 0,
2 2 2
e quindi
cos 2θ
V1 = L .
sin 2θ
Poiché V−1 = V1⊥ , si ha
− sin 2θ
V−1 = L .
cos 2θ
cos 2θ − sin 2θ
La base B = θ , è una base ortonormale formata da
sin 2 cos 2θ
autovettori di A. Quindi
1 0
MB,B (LA ) = ,
0 −1
per cui l’endomorfismo LA è la riflessione
rispetto
alla retta passante per
cos 2θ
l’origine e che ha come vettore direttore .
sin 2θ
θ
2
x
Se det(A) = 1, allora
cos θ − sin θ
A=
sin θ cos θ
per un certo θ ∈ [0, 2π]. Poiché pA (t) = t2 − 2 cos θ + 1, LA non è diagona-
lizzabile se θ 6= 0, −π, che corrispondono a Id2 e −Id2 . Vogliamo dimostrare
che LA è un rotazione di angole θ. È facile verificare che
hAe1 , e1 i = hAe2 , e2 i = cos θ,
191
x
dove h·, ·i è il prodotto scalare standard di R2 . Quindi, se v = =
y
xe1 + ye2 ∈ R3 , si ha
Quindi
hAv, vi
= cos θ,
k v kk Av k
ovvero l’endomorfismo LA è una rotazione attorno all’origine di angolo θ.
θ
x
192