IL SUPERAMENTO DEL CRITICISMO KANTIANO
A partire dal tentativo di superare le contraddizioni del sistema kantiano, nasce una nuova corrente filosofica:
l’idealismo, una filosofia che privilegia la dimensione ideale e spirituale della realtà. I fondatori sono Fichte
e Schiller, mentre il massimo esponente sarà Hegel.
IDEALISMO E ROMANTICISMO
Per cogliere il significato dell'idealismo bisogna ricondurlo al contesto storico a cui appartiene, ovvero il
Romanticismo. Idealismo e Romanticismo non sono la stessa cosa: l’idealismo è una corrente prettamente
filosofica, mentre il Romanticismo abbraccia letteratura, arte e poesia; inoltre il Romanticismo non rimane
ancorato nei confini della Germania, ma si sviluppa in tutta Europa, sebbene fosse anch’esso nato in
Germania.
I due movimenti sono simili nel superamento della ragione illuminista e nell’affermazione di una nuova
visione del mondo che esalta i sentimenti.
La mentalità romantica nasce quando il cosmopolitismo, sfociando nelle conquiste napoleoniche, si
esaurisce, e al suo posto nasce il nazionalismo che specialmente in Germania, si faceva portavoce degli ideali
di liberazione dalla dominazione straniera.
Le premesse del pensiero romantico vanno ricercate nel movimento tedesco Sturm und Drang (tempesta e
impeto). I principi fondamentali di questa corrente sono: l’amore per i sentimenti forti e le passioni
tempestose, la riscoperta della natura come forza onnipotente, l’esaltazione della libertà, l’avversione alle
regole, l’amor patrio e la visione panteistica del mondo, in cui il divino è principio immanente della natura.
LA NOSTALGIA DELL’INFINITO
L’aspirazione all’infinito è il tratto più importante della cultura romantica; tale aspirazione nasce da un senso
di inquietudine nei confronti di tutto ciò che costituisce un limite e dal bisogno di assoluto. Mentre la
filosofia moderna aveva ricondotto l’uomo alla dimensione finita, attribuendo solo a Dio quella infinita, il
Romanticismo ritiene che ogni individuo possa realizzarsi soltanto ricongiungendosi all’infinito, quindi Dio.
Da ciò deriva la sfumatura religiosa della corrente romantica; i romantici rifiutano il deismo settecentesco,
che considerava Dio come impersonale e esterno alle questioni umane, e accolgono il Dio personale della
religione cristiana che si interessa alle sofferenze dell’uomo. L’infinito costituisce pertanto la meta ideale
dello spirito romantico, il quale avverte una profonda nostalgia (Sehnsucht) verso le proprie origini divine.
L’uomo romantico è consapevole del senso di carenza e frustrazione che caratterizza il suo presente, in cui la
scienza e la ragione hanno decretato la fine della religiosità. Così si arriva al nichilismo, cioè il vuoto dei
valori tradizionali, a cui naturalmente si contrappongono i romantici.
L’ESALTAZIONE DELL’ARTE: NOVALIS E SCHILLER
L’arte, e la poesia in particolare, rappresenta la forma di espressione migliore per i romantici. Infatti è
nell’arte che la libertà dell’io trova la sua più completa realizzazione. Nella produzione artistica, l’io imita il
divino, creatore del mondo, e in questo modo prolunga la sua attività creatrice.
Sulla base delle indicazioni fornite nella Critica del giudizio, l’opera artistica viene ricondotta al sentimento,
che permette di cogliere l’essenza del mondo, la quale sfugge alla ragione scientifica. L’attività estetica è
dunque la forma filosofica piu elevata, essendo considerata la via d’accesso alla verità.
Per Novalis il poeta sa comprendere la natura meglio dello scienziato e il segreto della vita meglio del
moralista. Schiller assegna all’arte il compito di strappare l’umanità dalla necessità e di renderla finalmente
libera.
I CENTRI DEL ROMANTICISMO WEIMAR E JENA
Tra Settecento e Ottocento in Germania, il romanticismo si diffuse rapidamente; i centri propulsori del
movimento sono Weimar e Jena. A Weimar incontriamo l’ autore del celebre romanzo “I dolori del giovane
Werter" e Faust. Tema centrale della sua riflessione è la natura, che descrive come la fusione di soggettivo e
oggettivo, spirito e materia. A Weimar opera anche il poeta Hölderlin.
Il centro più significativo e noto del Romanticismo è Jena, la città in cui, già sul finire del Settecento, si
costituì il primo circolo romantico, animato dai fratelli Schlegel. Nell’Università di Jena già si studiava
l’opera di Kant e si gettavano le basi per il superamento del criticismo, che portò al romanticismo nuovi
spunti, tra cui l’esaltazione della libertà, la rivalutazione dell’arte e la nuova immagine dell’artista come
genio.
L’IDEALISMO ETICO DI FICHTE: LA RICERCA DELLA LIBERTÀ E LA TENSIONE ETICA
Fichte è il padre dell’idealismo tedesco; egli prende in considerazione il pensiero del filosofo tedesco
Lessing, che aveva riposto il valore della verità non nel suo possesso, ma nello sforzo costante per
raggiungerla. Il possesso, spiegava l’autore, è riposo, pigrizia e orgoglio; la ricerca, invece, è impegno e
attività. La vita di Fichte rappresenta questo principio: essa appare come uno sforzo per “diventare libero”.
Nato da una famiglia di contadini poverissimi, egli sognava di diventare un giorno “pastore di anime”,
ispirato dal fatto che di domenica ascoltava con attenzione la predica del pastore luterano del villaggio. Fu
aiutato economicamente da un signore del villaggio, e così riesce a compiere i suoi primi studi nel celebre
collegio di Pforta; a 18 anni inizia a frequentare l’università, sempre combattendo contro la miseria. Legge le
tre critiche di Kant, da cui resta affascinato, e per tale motivo, si reca a Königsberg per ascoltare le sue
lezioni e fargli leggere il manoscritto della sua prima opera (il Saggio di critica di ogni rivelazione) che,
quando venne pubblicato anonimamente, venne scambiato per un’opera kantiana; per questa sua grandezza,
divenne professore a Jena. Accusato di ateismo a causa di un articolo, fu costretto a lasciare Jena e a recarsi a
Berlino, dove fece delle conoscenze con alcuni rappresentanti del romanticismo tedesco. Mentre Berlino era
sotto l’occupazione delle truppe napoleoniche, egli pronuncia “i Discorsi alla nazione tedesca”, in cui invita i
tedeschi a insorgere contro lo straniero, proponendo una nuova forma di educazione incentrata sull’amore
per la libertà e la rivendicazione del primato del popolo tedesco. Nei suoi ultimi anni di vita, integra
l’interesse etico con un nuovo afflato mistico-religioso. Muore di colera all’età di 52 anni.
LA DIFFERENZA TRA DOGMATICI E IDEALISTI
Fichte riconosce l'idealismo e il dogmatismo come due sistemi filosofici a cui possono essere ricondotti tutti
gli altri. La scelta tra i due orientamenti dipende non tanto da considerazioni razionali, quanto dal
temperamento delle persone che ne fanno parte: un individuo fiacco, infatti, sarà per natura orientato verso il
dogmatismo, mentre, un individuo attivo, dinamico, intraprendente, sarà attratto spontaneamente
dall’idealismo.
L'idealismo, dunque, per Fichte non è soltanto un sistema filosofico che consente di superare le difficoltà e le
contraddizioni della dottrina kantiana, ma soprattutto una scelta di vita che richiede un impegno totale e
incondizionato.
L’IO E I TRE MOMENTI DELLA VITA DELLO SPIRITO
L’Io di Fichte non è né immobile né statico; è spirito, infinita tensione verso un ideale di perfezione. Volendo
sintetizzare in un motto il pensiero di Fichte possiamo dire “l’Io deve essere”, nel senso che è costantemente
impegnato in un processo di autorealizzazione, che può essere ricondotto al concetto dello Streben, che
significa “sforzo”. L’io Fichtiano inoltre non si identifica con l’io personale di ciascun individuo, ma è l’io
puro o universale, che è creatore proprio perche conferisce senso e realtà al mondo, che diversamente non
potrebbe esistere.
Il fondamento della realtà è pertanto l’Io puro, un processo creativo e infinito che si articola in tre momenti:
tesi, antitesi e sintesi. Nel momento della tesi, “l’Io pone se stesso”, cioè si rivela come attività autocreatrice.
Tale principio non può essere oggetto di dimostrazione e né di deduzione, ma solo di una scoperta
dell’identità dell’Io con se stesso (Io=Io). In questo cas, non si tratta soltanto di un principio logico, ma di un
principio ontologico, in quanto è l’Io stesso a creare la propria essenza. L’Io puro non è dunque una persona
o un principio statico, ma attività creatrice che ha consapevolezza di se.
Nel momento in cui si afferma, l’Io si determina e, determinandosi, si distingue e si contrappone al diverso
da se: “l’Io pone il non-Io”. Siamo cosi all’antitesi, in cui l’Io puro deve necessariamente opporsi al non-Io,
ossia all’oggetto, in quanto il non-Io costituisce il 2regno dei limiti” dei materiali privi di ragione.
Il fatto che l’Io, avendo posto il non-Io, si trovi a essere limitato da questo, da origine alla sintesi. Si tratta
della situazione del nostro mondo, in cui ad una molteplicità di oggetti (non-Io) fa riscontro una pluralità di
io finiti (i singoli individui).
IL CARATTERE ETICO DELL’IDEALISMO FICHTIANO
Come nel processo conoscitivo, anche nella vita morale la contrapposizione tra l’Io e il non -Io è necessaria.
Lo sviluppo dell'Io, infatti, consiste nel superare l'urto tra l’Io e il non-Io, un urto infinito che consente allo
spirito di mostrarsi come soggetto etico. In ciò risiede la missione di autoperfezionamento. Per Fichte
compito e dovere dell’uomo è quello di affermare la libertà, superando di continuo le difficolta che gli si
frappongono sulla via della realizzazione. I critici hanno voluto vedere in questa tensione il ricordo della vita
del giovane Fichte, che soltanto con l’assiduo impegno era riuscito a conquistarsi una posizione di rilevo
all’intero dell’ambiente tedesco. Per questo egli tenderebbe a interpretare tutto ciò che è limite come un
ostacolo ch lo spirito si pone per mettersi alla prova. Fichte, come Kant, sostiene che l’uomo può essere
soggetto etico solo se si libera da condizionamenti esterni, compresi gli istinti e le passioni.
LA SUPERIORITÀ DELLA MORALE
Per Fichte l'uomo ha la missione di forgiare se stesso. Pur essendo un Io finito, e dunque esposto alla
dipendenza dalle cose e dalle passioni, egli deve mirare a realizzarsi come Io puro, attraverso l’uso della
ragione che, sola, è in grado di sottomettere gli istinti e la sensibilità, facendo trionfare lo spirito sulla
materia. Quest'ultimo obiettivo, però, non è completamente raggiungibile: se venissero meno tutti gli ostacoli
all'azione dell'uomo, infatti, svanirebbe anche lo Streben (sforzo), che è presupposto della vita morale e,
dunque, della stessa vita dello spirito. In questo senso egli afferma che l’Io non può raggiungere la
perfezione e l'infinito, ma infinito e sublime è il suo impegno continuo di autoperfezionamento.
LE DUE LEGGI DELLA MORALE
Secondo Fichte gli uomini non devono trattare gli altri uomini come mezzi, ma sempre solo come fini, come
aveva già affermato Kant. Infatti, se io calpesto la libertà dell'altro, distruggo la mia stessa libertà,
rendendomi schiavo delle passioni e dell’egoismo.
In secondo luogo, la legge morale ci impone di tendere non solo al nostro perfezionamento, ma anche a
quello altrui, attraverso l’educazione. L'unità degli individui, si può ottenere soltanto qualora tutti ricerchino
la perfezione morale, che, pur essendo irrealizzabile, va tuttavia perseguita con il maggior impegno possibile.
LA MISSIONE DEL DOTTO
Nell’ambito del suo progetto Fichte assegna un ruolo del tutto particolare al dotto, ossia l'intellettuale che,
ancor più degli altri uomini, non può vivere isolato. La sua missione consiste nello stimolare le altre persone
a perseguire l'ideale di perfezionamento morale che è lo scopo del singolo e dell'umanità intera. A tal fine
egli deve possedere innanzitutto la consapevolezza dei doveri spirituali e morali dell’uomo. Per questo,
Fichte ritiene che la filosofia sia la scienza suprema, perché quella che più delle altre riesce a penetrare
l'essenza delle cose. Spetta inoltre al dotto indicare i mezzi più idonei al raggiungimento della perfezione
spirituale. La storia, insieme alla filosofia, è importante perché ci permette di cogliere i fatti, ma senza la
filosofia è incapace di interpretarli e orientarli verso il futuro. La storia e filosofia rappresentano i contenuti
essenziali del patrimonio conoscitivo del dotto, che Fichte denomina “dottrina del dotto” e che deve essere
impiegato in vista dell'utilità sociale. Attribuendo al dotto la missione di sorvegliare il progresso umano,
l'autore non intende porre l'intellettuale su un piedistallo che lo separi dagli uomini, ma vuole metterlo in
grado di comprendere ciò che gli altri trascurano. Il dotto, dunque, deve guidare le classi sociali, ma deve
sforzarsi di progredire egli stesso, poiché dal suo progresso dipende quello degli altri.
L’UNITÀ INDIFFERENZIATA DI SPIRITO E NATURA
A Fichte si collega la riflessione di Schelling (1775-1854), figlio ed erede della cultura romantica. Schelling
fa riferimento alla natura, affermando la sua piena dignità, che era stata offuscata dal “Grande Io” di Fichte.
Egli assegna a tale dimensione una propria esistenza autonoma e indipendente dalla rappresentazione
dell’uomo (non viene più considerata come funzione dell’azione dell’io); acquista nuova centralità e
importanza in quanto è intrisa di infinito ed è un miracolo vivente, una fonte di meraviglia. Per Schelling la
natura è spirito solidificato e addormentato, può essere colta dall’uomo attraverso l’esperienza estetica. Il
principio assoluto della filosofia di Schelling è costituito dall’unità indifferenziata di spirito e natura, io e
non-io, soggetto oggetto, pensiero e mondo; questa posizione si rifà al pensiero di Giordano Bruno e di
Spinoza, che ponevano panteisticamente la natura e Dio come originari e infiniti.
L’ARTE COME SUPREMO ORGANO CONOSCITIVO
Il mondo per Schelling è l’incarnazione dell’assoluto, cioè la sua manifestazione visibile e concreta. La
natura ha in sé un mistero che la scienza non è in grado di svelare, perché confinata in una visione
meccanicistica, insufficiente e inadeguata a spiegarne l’unità. Secondo Schelling, lo strumento in grado di
attingere le profondità originarie della vita e della natura è l’arte, un’attività in cui l’infinito viene colto nella
sua unione con il finito. L’arte è l’intuizione estetica, ossia la capacità di penetrare all’infinito attraverso le
sue espressioni concrete, ad esempio la bellezza. Che cos’è la bellezza, se non l’infinito che si manifesta
all’uomo nelle sembianze di un paesaggio, un tramonto o un bel volto?. L’intuizione estetica può essere
l’organo di rivelazione dell’assoluto in quanto è la sola attività umana in cui soggetto e oggetto, conscio e
inconscio si trovano compenetrati: da un lato, l’artista opera in base a competenze e abilità tecniche, secondo
scelte consapevoli, dall’altro, è sottoposto all’influsso dell’ispirazione, un potere che lo costringe a esprimere
o rappresentare cose che lui stesso non vede perfettamente, in cui il senso è infinito. Ciò fa sì che la sua
opera contenga direzioni di senso sconosciute: l’infinito trova espressione nel finito.
IL RAPPORTO TRA INTUIZIONE ARTISTICA E RIFLESSIONE FILOSOFICA
La “divina” ispirazione dell’artista lo rende diverso da tutti gli altri uomini e sancisce la superiorità dell’arte
rispetto alla filosofia. La filosofia analizza gli oggetti mediante la divisione e la distinzione in categorie tra
loro contrapposte. L’arte rivela l’unità e il senso più profondo del reale e permette all’uomo di proseguire
verso l’equilibrio di forze. La filosofia ha bisogno dell’arte; si spiega così l’enfasi di Schelling che si basa
non tanto sul prodotto artistico, ma sull’attività creatrice; ciò che conta è l’atteggiamento creativo dell’artista,
che getta una luce sulla produttività infinita dell’universo considerato come unica grande opera d’arte.
LA NATURA COME MANIFESTAZIONE DELL’ASSOLUTO
Una figura emblematica del periodo culturale romantico è il pittore tedesco Caspar David Friedrich. Nella
sua opera è evidente il mutato rapporto dell’uomo romantico con la natura, intesa come una realtà organica,
vivente e animata. Nel “Viandante su un mare di nebbia”, il sentimento che domina la rappresentazione è una
profonda malinconia, quasi come l’uomo avverta la propria inadeguatezza rispetto allo spazio circostante.
L’infinito si presenta a lui come la meta più grande e desiderabile, ma anche come quella più difficile da
conquistare.
Il protagonista è collocato in primo piano, ma le spalle sono rivolte allo spettatore, come per invitarlo alla
contemplazione del paesaggio; l’accento è posto sul soggetto che guarda, e la natura è data come una
manifestazione esteriore del suo sentimento. Ai piedi dell’uomo si stende una sequenza di valli, rocce e
burroni, resi ancora più minacciosi dalla nebbia. Il bisogno dell’uomo romantico di elevare il proprio animo
al di sopra della realtà si scontra con i limiti di una condizione nella quale non si può evadere se non nella
fantasia.